Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 2 gennaio 2011

Battisti, il nuovo governo gela l'Italia «Corretta la decisione di Lula»

Corriere della sera


Parla il neo ministro della Giustizia, Josè Cardozo
«Nessun dubbio» sul no all'estradizione


MILANO - Il nuovo ministro della giustizia brasiliano, Josè Cardozo, ha detto di «non aver alcun dubbio» sul fatto che il no all'estradizione di Cesare Battisti deciso dall'ex presidente Lula sia stata una decisione «corretta». Lula ha agito «in stretta consonanza con il nostro diritto e con quanto aveva manifestato il Supremo Tribunal Federal», ha detto Cardozo, precisando di essersi convinto «dopo aver letto il parere dell'Avvocatura generale dello Stato», che ha consigliato Lula di lasciare Battisti in Brasile. Cardozo sostiene di non prevedere possibili «ritorsioni» da parte dell'Italia a causa del caso Battisti. «La nostra è una decisione sovrana», ha detto.



VALIDITA' GIURIDICA «Non credo che possa compromettere i nostri rapporti di profonda amicizia con l'Italia. Gli italiani - ha sottolineato - sono nostri fratelli». «Non c'è alcuna ragione per la quale la decisione di Lula possa essere contestata dal punto di vista della sua validità giuridica», ha detto ancora il nuovo ministro della giustizia. Il ministro brasiliano non ha fatto riferimenti diretti alla lettera del capo della diplomazia italiana recapitata dall'ambasciatore italiano poco prima di lasciare il Brasile, «richiamato in Patria per consultazioni». Lettera in cui Frattini ribadiva «la ferma determinazione del governo italiano ad esperire tutte le possibili vie legali per ottenere l'estradizione di Battisti», e «l'auspicio» che «il nuovo Presidente possa rivedere la decisione del suo predecessore ed uniformarsi alla sentenza del Tribunale Supremo Brasiliano»


REPLICA ITALIANA - «È poco incisiva la difesa d'ufficio del nuovo ministro della giustizia brasiliano». A Cardoso replica dall'Italia l'onorevole Margherita Boniver, deputato del PDL e Presidente del Comitato Schengen. «Il no di Lula all'estradizione dell'assassino Cesare Battisti è stata una carognata. Negli incontri ufficiali con il Presidente della Repubblica Napolitano e del Consiglio Berlusconi, Lula aveva evidentemente dato un messaggio tranquillizzante. L'unica cosa certa è che l'Italia continuerà ad adire in ogni sede legale internazionale affinché Battisti possa scontare la sua pena».


LA QUESTIONE ALL'AJA - Resta alta la tensione tra le due sponde dell'Atlantico. anche se da Brasilia sono giunti messaggi contraddittori. Parole distensive arrivano dal nuovo ministro degli Esteri Antonio Patriota che ha apprezzato la presenza dell'ambasciatore italiano alla cerimonia di insediamento di Dilma Rousseff: «La presenza dell'ambasciatore è stata una manifestazione di desiderio dei due paesi per proseguire i propri rapporti ed enfatizzare le convergenze e un'agenda costruttiva», ha spiegato il neoministro. L'Italia comunque non intende lasciare nulla di intentato per ottenere l'estradizione di Cesare Battisti ed è pronta anche a ricorrere alla Corte Internazionale dell'Aja. La posizione del ministro degli Esteri Franco Frattini, che giudica il no di Lula un «precedente gravissimo», non preoccupa però il Brasile. Proprio sulla possibilità che Roma ricorra alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja si è espresso Marco Aurelio Garcia, consulente speciale agli affari internazionali del Brasile. «Non ci preoccupa, la nostra è una decisione sovrana, che ha un forte fondamento giuridico», ha commentato in una dichiarazione alla stampa locale, Garcia (che era consigliere di Lula ed è stato confermato dalla Rousseff) ha detto di non escludere che il caso Battisti possa incidere, «per un brevissimo periodo», sui rapporti bilaterali, sottolineando allo stesso tempo l'importanza della presenza dell'ambasciatore italiano Gherardo La Francesca alla cerimonia in onore della nuova presidente, Dilma Rousseff. «Vorrei sottolineare come tale presenza sia un indizio che c'è una disponibilità per il dialogo, per una soluzione diplomatica», ha commentato Garcia.


RELAZIONI COMMERCIALI - fronte, oltre che politico e giuridico, è economico. Con il no all'estradizione, ha sottolineato il ministro della Difesa Ignazio La Russa, tra Italia e Brasile si è creato un clima che mette a rischio «le relazioni commerciali». D'accordo il titolare della Farnesina che, però, realisticamente ha spiegato che «un governo sovrano e forte come quello brasiliano non è condizionabile da azioni di ritorsione». Su questo aspetto spinge anche il capogruppo alla Camera di Futuro e Liberta Italo Bocchino secondo il quale sul caso Battisti «servirebbe adesso un passo ulteriore a tutela della nostra dignità nazionale da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che farebbe bene a recarsi immediatamente a Brasilia per incontrare la Rousseff comunicandogli l'interruzione di tutti i rapporti commerciali». Mentre in Italia continuano le prese di posizione bipartisan contro la decisione di Lula, a Brasilia la nuova presidente Dilma Rousseff - ex guerrigliera di 63 anni con un passato in carcere durante la dittatura - si trova già impegnata in una girandola di incontri internazionali. Ma è chiaro che su di lei grava ora il peso della decisione del suo predecessore. Sul nuovo presidente infatti si stanno concentrando le pressioni dell'Italia che continua a sperare che possa avere un ruolo nella vicenda e ribaltare il diniego di Lula.


Redazione Online
02 gennaio 2011



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Mille merli morti piovono dal cielo

Corriere della sera


Insolito fenomeno in una cittadina dell'Arkansas, strade costellate di volatili senza vita


Lunedì le analisi sulle carcasse. Gli esperti non sanno ancora quali spiegazioni dare




MILANO - Come in un incubo di Alfred Hitchcock, uno stormo di più di mille merli morti è «piovuto» su una piccola città dell'Arkansas, Beebe. Sconcertati gli abitanti e anche gli esperti di fauna selvatica che hanno chiesto che gli uccelli siano analizzati.

STRAGE DI CAPODANNO - Lo strano fenomeno è iniziato l'ultimo dell'anno, ma nelle ore successive gli uccelli hanno continuato ad ammucchiarsi su case e giardini. Le autorità non hanno dato alcuna spiegazione ufficiale, limitandosi a dire che le analisi si faranno lunedì.



IPOTESI A CONFRONTO - Ma le ipotesi non mancano: alcuni scienziati hanno ipotizzato che gli uccelli possano essere stati colpiti da una tempesta grandine ad alta quota; altri che invece lo stormo sia incappato in una girandola di fuochi d'artificio. (Fonte: Agi)


02 gennaio 2011



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Treviso, atti di vandalismo contro presepe: marocchini offendono simbolo cristiano

Il Mattino


Secondo i residenti si trattava di ragazzi stranieri ubriachi. Il
presidente della Provincia fa il parallelo con l'attentato in Egitto







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Lo sfogo di un “tartassato” qualunque

Il Messaggero


Lettera aperta al Presidente del Consiglio Dott. Silvio Berlusconi.


Caro Presidente, mi chiamo Francesco De Santis, ho 47 anni e scrivendo questa lettera sono perfettamente consapevole di restare una delle tante voci inascoltate, in ogni caso, credo che a volte anche quelli come me, da voi politici definiti in modo altisonante: il popolo, i cittadini, gli elettori, abbiano a volte il diritto di manifestare il proprio disagio.

Faccio una doverosa premessa, per formazione culturale e tradizione familiare la mia collocazione politica è sempre stata a Destra e tale rimarrà, ma negli ultimi tempi è maturata in me la ferma convinzione di “strappare” il mio certificato elettorale e di andare ad ampliare la schiera dei non votanti. La scelta di non votare più è dovuta al non sentirsi più rappresentato da una classe politica senza valori, autoreferenziale,che sembra avere come unico scopo il mantenimento del proprio status tradendo ogni giorno il mandato per cui, ognuno di noi, ha eletto dei propri rappresentanti.

Ora vengo al fatto che mi ha portato a scriverle; vede caro Presidente io faccio parte di una categoria che raramente trova spazio tra quelle citate dai media o sui giornali, dove non mancano mai le tute blu attraverso le rivendicazioni sindacali o gli imprenditori per voce di Confindustria, io sono un dipendente di una azienda privata e mi occupo di vendite con una funzione organizzativa.

Ho passato gli ultimi 22 anni lavorando 16 ore al giorno, perché Presidente sono uno di quelli che credono che la crescita dell’azienda per cui si lavora determini anche un maggiore benessere per se e contribuisca alla crescita del Paese. Il mio lavoro, l’esperienza e il ruolo mi hanno portato ad avere una retribuzione che mi consente oggi di vivere in modo dignitoso.

In questi anni ho sempre pensato che versare allo Stato oltre il 40% della mia RAL fosse, da un lato iniquo se confrontato alla tassazione di altri categorie, ma dall’altro un contributo che, seppure alto, mi consentiva di poter dire “non sono io a dovermi lamentare”.

Il 14 Dicembre è avvenuto un fatto che mi ha lasciato stupefatto e amareggiato, ho infatti ricevuto un lettera dall’Agenzia delle Entrate della città in cui vivo, mi si comunicava che, a seguito di un accertamento, risulta non versata una parte di IRPEF per i miei redditi dell’anno 2004, prima ho pensato ad uno scherzo, poi ad uno errore di persona, non poteva essere possibile... a me da 22 anni l’IRPEF la tolgono ogni 27 del mese dalla busta paga!

Ho tentato di capire con scarso successo quale fosse il problema dai documenti ricevuti, poi mi sono recato all’Agenzia delle Entrate, tre ore di coda e finalmente sono riuscito a parlare con un impiegato, una rapida occhiata ai documenti e dopo pochi minuti mi spiega come sono riuscito a diventare un Evasore Fiscale a mia insaputa.

Nel 2004 ho cambiato datore di lavoro, ho quindi recepito redditi riportati su due diversi modelli CUD e non si sa per quale arcano motivo ho evaso l’IRPEF per circa 3.500 Euro, alle mie rimostranze il solerte impiegato mi dice “ ma lei non lo compila il 730?” rispondo a lei Presidente come al lui “NO… io ho sempre e solo avuto reddito da lavoro dipendente e mi sono solo limato a leggere a fine anno sul mio CUD quale fosse stato il mio contributo alla Nazione, io non ho mai avuto la necessità di un commercialista, le aziende per cui ho lavorato hanno sempre effettuato tutti i calcoli…”.

A questo punto alterato chiedo all’incolpevole impiegato chi avrebbe dovuto avvertirmi della cosa e su chi posso rivalermi, lui un po' disorientato mi consiglia di provare con i datori di lavoro ma che in ogni caso avrei dovuto pagare.

Caro Presidente ora viene il bello, la cosa mi ha fatto perdere le staffe e vergognare di vivere in Italia, l’impiegato mi mette al corrente che la sanzione è di 4.500 Euro ma, se non faccio ricorso e pago entro il 14 Febbraio, ne pago solo 500 e che mi conviene pagare i 4.000 Euro (IRPEF elusa più sanzione ridotta) perché a differenza di altre categorie io ho la busta paga e che la cifra mi verrebbe pignorata, la cosa, da come mi viene posta, mi sa tanto di un avvertimento che, nella mia logica, andrebbe perseguito dalla legge, un vero e proprio ricatto.

Ho così scoperto in un solo giorno di essere un evasore fiscale e di vivere in uno Stato che la lotta all’evasione fiscale riesce a farla con chi, come me, le tasse le ha sempre pagate senza evadere nemmeno un centesimo e che, si scopre tra i “cattivi”, per colpa di un sistema fiscale complicato, sconosciuto, e pieno zeppo di cavilli utili solo ad arricchire commercialisti e consulenti azzeccagarbugli.

Caro Presidente io pagherò perché sono sempre stato una persona onesta e non voglio essere messo alla stregua dei delinquenti che il fisco lo eludono davvero, continuerò quindi ad essere un “tartassato” che ogni anno versa il 40% del frutto del suo lavoro allo Stato, ma farò l’unica cosa che posso fare, non essere più complice di uno stato che ha comportamenti delinquenziali con le persone oneste , non sceglierò più chi dovrebbe rappresentarmi, sarò un Italiano mio malgrado.

Distinti saluti

Francesco De Santis

(1° gennaio 2010)




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Un milione per l'auto di Ahmadinejad

Il Corriere della sera


Offerta record ad un'asta benefica: la somma servirà per costruire case per giovani e disabili

La vecchia Peugeot 504 del leader iraniano ha 33 anni di vita e 37mila chilometri...



MILANO - La vecchia Peugeot 504 che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha messo all'asta per beneficenza ha ricevuto un'offerta da 1 milione di dollari. Lo ha comunicato l'Iran Daily, un giornale statale iraniano, precisando che si tratta di un acquirente straniero. I fondi raccolti durante l'asta, che andrà avanti per tutto il mese, saranno destinati alla costruzione di case per giovani e persone disabili.

OLTRE LE ASPETTATIVE - Ahmad Esfandiari, capo dell'Agenzia iarniana per il welfare, ha precisato alla Bbc che l'offerta è arrivata da un compratore residente in una regione araba, senza aggiungere ulteriori dettagli sulla sua nazionalità. La somma offerta è andata ben oltre le aspettative degli organizzatori dell'asta che nei giorni scorsi avevano dichiarato di sperare in offerte superiori ai 2 mila dollari, prezzo a cui quel tipo di vettura viene normalmente ceduta nelle contrattazioni di mercato in Iran.


37 MILA KM E NON SENTIRLI - L'auto di Ahmadinejad è in discrete condizioni e sul cruscotto registra 37 mila chilometri percorsi, una quantità non particolarmente eccessiva per una vettura che ha raggiunto i 33 anni di vita, essendo stata immatricolata nel 1977. Resta ora da vedere fino a che livello si spingeranno le offerte. Il clamore della notizia potrebbe infatti scatenare una nuova corsa al rialzo, anche in considerazione del credito che Ahmadinejad, nonostante (o forse proprio per questo) le sue posizioni spesso in contrasto con l'occidente, riesce ad ottenere nei paesi arabi.


Redazione online
02 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA




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Ex capo del Supremo tribunale: «Da Lula scelta ideologica, violata la legge»

Il Messaggero


ROMA (2 gennaio) - La decisione di Lula «non ha basi giuridiche» ma è «ideologica e anche incomprensibile, visto che la stessa sinistra europea non concorda con ciò che ha fatto Battisti». Lo afferma, in un'intervista alla Stampa, l'ex giudice capo del Supremo tribunale federale brasiliano, Carlos Velloso, sottolineando che «non era mai successo che una sentenza del Stf non venisse rispettata», anche perché «non c'è nessuna parola nella legge che autorizzi il capo dello Stato a non rispettare una decisione riguardo un'estradizione».

La decisione del tribunale «doveva semplicemente essere applicata da Lula. Fra l'altro - aggiunge - la questione era passata al vaglio dello Statuto degli Stranieri» che stabilisce che, «una volta autorizzata l'estradizione, il ministero degli Esteri deve comunicare all'ambasciata del Paese richiedente il via libera». Se con l'ambasciata italiana non è stato fatto «è stata violata la legge». Il governo italiano, comunque, «può ricorrere contro la decisione di Lula davanti al Tribunale supremo» e nel frattempo «Battisti resterà in carcere, a disposizione del Stf che, se e quando sarà il caso, avrà l'ultima parola e deciderà se liberarlo o no».




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Afghanistan, a Roma la salma di Miotto Il padre: versioni discordanti sulla morte

Wiki, ci sono i soldi: "Per i nostri dieci anni ci regaliamo la libertà"

La Stampa






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Salvate la casa natale di Ringo Starr»

Corriere della sera


Il sottosegretario Shapps chiede il rinvio della demolizione decisa dall'amministrazione di Liverpool



GRAN BRETAGNA - l'edificio di Madryn Street è IN CONDIZIONI DI DEGRADO


La casa natale di Ringo Starr a Liverpool
La casa natale di Ringo Starr a Liverpool
Dopo che le strisce pedonali di Abbey Road, sulla strada dove sorgono gli studi della Emi a Londra, sono diventate monumento nazionale, un altro luogo mitico della saga dei Beatles potrebbe essere salvato. Il sottosegretario alla casa Grant Shapps ha chiesto il rinvio nella demolizione della casetta natale del batterista Ringo Starr, oggi poco più che una catapecchia, nella popolare Madryn Street di Liverpool. L'intervento del governo ha fermato in extremis le ruspe che stavano per abbattere l'edificio al numero civico 9, dove Ringo Starr, alias Richard Starkey, nacque il 7 luglio 1940. In realtà il musicista non può neppure ricordare questa casa, perché vi passò in culla soltanto i primi tre mesi di vita: poi la famiglia si trasferì a Admiral Grove.


«PRIVA DI INTERESSE» - La demolizione della casa natale di Ringo era prevista per marzo prossimo. Secondo il Comune di Liverpool, l'isolato vittoriano delle Welsh Streets è talmente malridotto che «la demolizione è l'unica opzione». Per la condanna della casa di Ringo, «priva di interesse storico o architettonico» si era pronunciato anche l'English Heritage, secondo cui la proprietà non aveva le caratteristiche per essere dichiarata «protetta», a differenza di quanto è deciso poco prima di Natale per le strisce pedonali di Abbey Road a Londra. Le «zebre» erano infatti state riprodotte sulla copertina dell'omonimo album dei Fab Four. I fan dei Beatles possono da tempo visitare le case dove sono cresciuti Paul McCartney e John Lennon, entrambe proprietà del National Trust, ente che tutela i beni culturali e naturali del Regno Unito. Per salvare la casa natale di Ringo Starr è stata anche aperta una petizione sul sito petitiononline.


Redazione online
02 gennaio 2011



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Battisti, le lacrime di coccodrillo della sinistra che è amica dei killer

di Paolo Del Debbio


I radical chic fingono indignazione per la libertà all’ex terrorista, ma sotto sotto esultano. Tra i progressisti snob delusi da Lula c’è anche chi nel 2004 invocò la liberazione del terrorista: vittima del sistema. Tra i firmatari Scalfari, il re di chi si sente al di sopra di tutto. Anche della verità. Il governo non intende mollare: richiama l’ambasciatore e annuncia un altro ricorso. Frattini scrive alla presidente Rousseff: "Smentisca Lula".






Inacio Lula da Silva, nel­l’ultimo giorno utile della sua presidenza del Brasile, ha fat­to la cosa più inutile e danno­sa che poteva fare: ha rifiuta­to l’estradizione del terrori­sta- scrittore Cesare Battisti. Non poteva spendere peggio il suo ultimo giorno di manda­to. Naturalmente gli intellettua­li esultano. Direte, non tutti. No, ma quelli che almeno in Italia e in Francia vengono considerati tali sì. Se in Italia un intellettuale sta a destra infatti è uno scarto o un venduto. Scegliete voi. Torniamo al punto.

Perché Cesare Battisti va difeso? Perché non è un reo, secondo lorsignori, ma è la vittima. Le vittime non sono primariamente i morti che ha fatto, è lui vittima di un sistema che combatteva, magari con i mezzi sbagliati ma pur sempre con qualche sostanziale ragione. L’11 febbraio del 2004 sul sito online Carmilla fu pubblicato un appello per la liberazione di Battisti che, il giorno prima, in Francia, finalmente e giustamente era stato arrestato.

Questo appello fu firmato in pochi giorni da 1.500 persone, tra le quali intellettuali di spicco come Valerio Evangelisti, Giorgio Agamben, Giuseppe Genna, Wu Ming, Vauro, Daniel Pennac e un ventiquattrenne napoletano di nome Roberto Saviano ( che insieme a qualche altro poi la tolse, ma di questo parleremo tra poco). In quell’appello questa è la descrizione che viene data dell’ex leader dei Proletari armati per il comunismo: «Un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco se stesso e la storia che ha vissuto. La sua vita in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale».

Se non ci fosse la Francia di mezzo uno potrebbe pensare al vero Cesare Battisti, ma lì c’era di mezzo l’Austria. Un uomo onesto. Condannato come responsabile di quattro omicidi, tre come concorrente nell’esecuzione, uno ideato con altri e da altri eseguito: 6 giugno 1978, Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria; 16 febbraio 1979, Lino Sabbadin, macellaio; 16 febbraio 1979, Pierluigi Torregiani, gioielliere; 19 aprile 1979, Andrea Campagna, agente della Digos.

Tutto questo per gli intellettuali che hanno firmato l’appello non conta. Il loro giudizio supera queste piccolezze della storia degli uomini, omicidi compresi. Dalla parte del reo c’è l’idea, il progetto rivoluzionario. Dalla parte della vittima c’è lasfiga di essersi trovata lì a mettere i bastoni tra le ruote dell’idea. E l’idea l’ha tolta di mezzo. La sua vita in Francia è stata modesta e piena di sacrifici. Quella dei familiari delle vittime conta meno.

Quella di Alberto, figlio di Pierluigi Torregiani, che da quel giorno vive paralizzato su una sedia a rotelle, conta meno delle difficoltà che ha dovuto affrontare Battisti per sfuggire alla giusta pena inflittagli dalla giustizia italiana. La furia dell’idea rivoluzionaria e di sinistra trancia tutto, anche le gambe di un figlio di un onesto gioielliere. Non conta nulla. Nulla è più importante. Qualcuno poi s’è pentito,Pincio e Saviano. Saviano, quello della lotta per la legalità, con una mail sostenne che la sua firma era finita lì per caso.

Pincio ha ritrattato. Ma va bene lo stesso. L’intellettuale di sinistra è un intellettuale che può sbagliare. L’intellettuale liberale, e magari anche di destra, sbaglia per il fatto di esistere, come avrebbe detto il filosofo tedesco Martin Heidegger, per il fatto di esserci. È un male non solo italiano, ma ciò non consola. L’intellettuale che supera tutto, che è al di sopra di tutto semplicemente perché con altri intellettuali ha deciso che sono al di sopra. Il principe metafisico di questo tipo di intellettuali è Eugenio Scalfari: che si occupi dell’Io (cioè Lui, l’Eugenio), che detti la linea alla politica italiana o che la detti al presidente Napolitano non conta. Come non conta per gli altri intellettuali. La realtà è un orpello fastidioso. Quello che conta sono gli occhiali con i quali viene letta, come nel caso del povero Battisti che in Francia ha vissuto tra tanti sacrifici. Speriamo che in Brasile, visto il clima, stia meglio.




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Il figlio di Sabadin scrive alla Rousseff: "Chiedo solo giustizia"

di Redazione


Adriano, figlio di Lino Sabbadin, il macellaio ucciso il 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (Venezia), in una lettera aperta indirizzata idealmente al neo presidente Dilma Rousseff e a tutti i brasiliani dice: "Trent'anni fa Battisti ha ucciso mio padre. Non voglio vendetta, ma da allora aspetto giustizia e non l'ho avuta"



Venezia - "Trent'anni fa Battisti ha ucciso mio padre. Non voglio vendetta, ma da allora aspetto giustizia e non l'ho avuta". Lo scrive Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin, il macellaio ucciso il 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (Venezia), in una lettera aperta indirizzata idealmente al neo presidente Dilma Rousseff e a tutti i brasiliani.

Sabbadin, nella missiva pubblicata da "Il Corriere del Veneto" che la recapiterà all'ambasciata in Italia, dice di essersi sentito "profondamente ferito dalla decisione di Lula di non estradare Cesare Battisti", di cui ricorda tutto l'iter giudiziario, la condanna, la fuga dall'Italia prima a Puerto Escondido, poi in Francia e infine in Brasile. Dopo un richiamo toccante alla morte del padre - "venne colpito con i colpi di grazia" quando era già a terra ferito - e alla sua vita di allora 17/enne "completamente stravolta",

Sabbadin ricorda "che non c'é pace senza giustizia e la mia famiglia non ha avuto giustizia. Quel che interessa a me oggi non è tanto che Cesare Battisti resti in galera per sempre, ma vederlo pentito. E da questo purtroppo siamo lontani. Per questo è giusto che espii la sus pena, anche a trent'anni di distanza dai delitti".




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L’italiano ucciso e l’italiano che ha ucciso

di Tony Damascelli


Matteo Miotto aveva ventiquattro anni. Cesare Battisti ha cinquantasei anni. Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini. Cesare Battisti è un terrorista dei Proletari armati per il comunismo. Matteo Miotto è stato ucciso nella terra del Gulistan, in Afghanistan, lo hanno centrato al fianco i proiettili sparati da un cecchino di cui, ovviamente, non si conoscono le generalità. Cesare Battisti ha ucciso quattro italiani, l’agente di custodia Antonio Santoro, l’agente Andrea Campagna, il macellaio Lino Sabbadin, il gioielliere Pier Luigi Torregiani, oltre ad avere commesso vari reati, rapine e atti di libidine nei confronti di incapace.

Matteo Miotto era partito per l’Afghanistan «perché la bandiera va onorata e difesa, perché questa è la storia, perché questa la tradizione del popolo di Vicenza e i ragazzi a questo devono pensare», così aveva detto tenendo sul capo, con orgoglio, il feltro con la penna nera. Cesare Battisti si è rifugiato in Brasile, dopo aver trascorso altre fette vigliacche di vita in Francia, perché ritiene che l’Italia sia pericolosa e bugiarda; lui, infatti, si proclama innocente, i rivoluzionari nostrani hanno il coraggio soltanto delle parole, si cibano alla stessa mensa dei mafiosi.

L’ultimo giorno del duemila e dieci ha regalato le esistenze diverse di due italiani. Matteo Miotto va ad aggiungere il suo silenzio finale a quello di altri (...)
(...) soldati morti per guerra difendendo la pace. A Thiene la mezzanotte è arrivata senza spumante, senza balli, senza promesse. Le parole tragiche sono scivolate sui visi rigati dalle lacrime, lo strazio di una famiglia era coperto dai fuochi di artificio, spari di festa, non di morte. In quella casa di Zanè, dove Matteo viveva, il duemila e undici non incomincerà mai.
Cesare Battisti aggiunge la sua fuga protetta a quella di altri complici, di sinistra e di destra, che nulla hanno a che fare con questa Italia che non è mai stata loro ma che hanno voluto violentare.

A Papuda, nel carcere che sta a trenta chilometri da Rio, avranno anche festeggiato, forse nella cella numero 5 che il terrorista occupa insieme con un suo sodale svizzero evasore fiscale. Lula, il presidente, ha voluto lasciare l’incarico con un ultimo messaggio provocatorio, uno schiaffo agli italiani. Napolitano, il presidente, non ne ha fatto cenno alcuno nell’ultimo discorso dell’anno. Matteo Miotto tornerà in Italia accolto dalle solite facce di circostanza, il funerale, il bacio alla bara, la bandiera appena accarezzata, il rintocco della campana, il saluto dei commilitoni; la sua è cronaca di guerra, cattiva, maledetta, Matteo lo aveva scritto nel testamento, con il desiderio di essere sepolto nel cimitero tra i caduti di guerra, l’aveva prevista, ne aveva forse annusato l’odore acre ma l’aveva voluta, fortissimamente, come omaggio alla Patria.

La Patria, che cosa è mai la Patria per Cesare Battisti? Il terrorista non tornerà in Italia, meglio le tane del Brasile, meglio la Francia, lontano da chi potrebbe riconoscerlo già conoscendolo. Eppure troverebbe il sorriso e l’abbraccio dei compagni, perché, come ha detto ieri il deputato Cento Paolo della presidenza nazionale di Sinistra ecologia e libertà «... le reazioni politiche e istituzionali alla decisione di Lula sono spropositate... semmai si colga questa occasione per riaprire finalmente una riflessione seria nel nostro Paese sul come chiudere definitivamente la stagione degli anni di piombo anche attraverso un provvedimento come l’amnistia...».

Sì, sarebbe davvero l’ora di riflettere, di allestire, per esempio, un incontro tra i parenti di Torregiani, degli agenti Santoro e Campagna e del macellaio Sabbadin, con questa nuova vittima del regime italiano, Cesare Battisti da Sermoneta.

Ci potrebbe pensare proprio Cento Paolo che si occupa di ecologia e di libertà oltre che delle curve del football. Matteo Miotto è andato a morire in Afghanistan anche per questa tribù di connazionali, per chi gioca con la propaganda, evitando il rispetto della morte, usando la vita altrui per confezionarsi un bottino elettorale. Sono questi gli italiani che si meritano Cesare Battisti. L’Italia di Matteo Miotto resta senza parole. Forse non esiste più.



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Battisti, scandalo mondiale Frattini: Dilma cancelli questo scandalo

Quotidiano.net


Corto circuito diplomatico fra Brasilia e Roma dopo il no all'estradizione dell'ex terrorista. E il ministro degli Esteri italiano scrive al neopresidente dello stato Sudamericano, Dilma Rousseff


Brasilia, 1 gennaio 2011 - Ampio spazio oggi sulla stampa brasiliana sul ‘caso Battisti’ e sul cortocircuito diplomatico Brasilia-Roma, vicenda che in molti casi s’intreccia con le notizie relative all’addio alla presidenza di Luiz Inacio Lula da Silva, e all’insediamento, oggi nella capitale, del capo dello Stato entrante, Dilma Rousseff.


‘’L’idea di Lula era telefonare al premier Silvio Berlusconi per riferire prima l’annuncio della non estradizione’’, afferma per esempio il quotidiano Estado de S.Paulo. ‘’Tale gesto diplomatico è stato messo da parte quando Lula ha saputo le ultime dichiarazioni del governo italiano, inclusa la nota di Palazzo Chigi diffusa giovedi’, quando la questione era ancora aperta’’, aggiunge il giornale, precisando che queste dichiarazioni ‘’hanno rafforzato l’idea che l’estradizione potrebbe aggravare la situazione di Battisti in Italia’’.


Un altro quotidiano, Globo, sottolinea che Dilma s’insedia con ‘’una crisi diplomatica’’ aperta. Il ‘caso Battisti’, rileva, sara’ la ‘’prima sfida’’ del suo governo. Il Jornal do Brasil pubblica tra l’altro dichiarazioni fatte dall’avvocato del governo italiano, Nabor Bulhoes, il quale ha definito ‘’un abuso e illegale’’, sia sul fronte interno sia su quello internazionale, la decisione di non estradare Battisti. Il legale ricorda inoltre che l’Italia intende presentare un ricorso contro tale decisione.


FRATTINI SCRIVE ALLA ROUSSEFF - Intanto oggi Franco Frattini ha scritto al neopresidente brasiliano Dilma Rousseff, esprimendo l’auspicio che possa rivedere la decisione assunta ieri dal suo predecessore Lula. Secondo quanto si apprende da fonti diplomatiche la missiva è stata consegnata a Luis Nogueira, attuale segretario generale del ministero degli Esteri brasiliano. Nella lettera viene confermata la determinazione del governo italiano a perlustrare tutte le possibili vie legali per arrivare all’estradizione in Italia di Cesare Battisti.


La missiva è stata consegnata nel giorno dell’insediamento di Rousseff, cerimonia cui ha partecipato anche l’ambasciatore italiano in Brasile, Gherardo La Francesca, che rientrerà domani a Roma, dove è stato richiamato dal ministro per consultazioni.


ULTIMA POSSIBILITA': LA CORTE SUPREMA - La decisione presa ieri dal presidente brasiliano uscente Lula sul caso Battisti è stata un regalo di fine mandato ai suoi “correligionari” più di sinistra, ma forse non è ancora detta l’ultima parola: ora la Corte suprema del Brasile potrebbe ribaltarla, mettendo in un certo senso tutti d’accordo. A pensarlo è Clovis Rossi, senza dubbio uno dei principali giornalisti brasiliani, esperto di politica internazionale del grande quotidiano Folha de S.Paulo, che in un’intervista a TMNews ha spiegato la volontà di Lula di accattivarsi una certa “sinistra festiva”, come viene chiamata in Brasile: “Sono quelli che continuano a fare la rivoluzione nei bar alla moda e non possono certo rallegrarsi molto per la conversione completa di Lula all’ordodossia economica”, ha spiegato Rossi.

Che rivela però un possibile retroscena: “Il Tribunale Supremo (Stf) ha annunciato che l’ultima parola, adesso, spetterà a lui, e questo dopo un incontro tra Lula e il presidente del Tribunale Cesar Peluso. Mi sembra evidente che ci deve essere stato un accordo dietro le quinte, secondo il quale Lula nega l’estradizione, ma l’Stf la confermerà: Lula fa bella figura con il suo pubblico di sinistra, e il Brasile finisce per non entrare in conflitto con l’Italia”. Dunque, nessuna conseguenza? “Mi sembra - conclude Clovis Rossi - che ci sia stato un errore di percezione di tutta la vicenda ma, ripeto, speculo con una certa sicurezza che tutto è stato deciso dietro le quinte e alla fine non ci saranno conseguenze”.


La pensa in modo simile Felipe Seligman, reporter giudiziario del quotidiano Folha de S.Paulo a Brasilia, che da tre anni segue il processo di estradizione di Cesare Battisti. “Nella decisione di Lula ha contato una certa aspettativa da parte di alcuni settori della sinistra politica, che hanno giudicato il suo governo eccessivamente moderato: una specie di regalo di fine mandato ai correligionari”. “Tanto è vero - aggiunge Seligman a TMNews - che la decisione era stata presa fin dalla concessione del rifugio a Battisti da parte del ministro della Giustizia Tarso Genro, appoggiata allora da Lula. Cioè quella di Genro non era stata una decisione isolata, ma era stata concordata con il governo”. Però, lo scorso settembre il Supremo Tribunale Federale ha annullato la decisione del ministro, dicendo sì alla richiesta di estradizione inoltrata dal governo italiano.


“Per questo - spiega il giornalista - le cose sono andate così per le lunghe, perché hanno dovuto trovare la maniera di rimanere sulla stessa decisione senza violare il trattato bilaterale sull’estradizione tra Brasile e Italia senza urtare troppo i rapporti”. Le reazioni non sono mancate. “Il governo si aspettava queste reazioni, ma qui a Brasilia c’è chi pensa che faccia tutto parte del gioco delle parti, e che i rapporti tra i due Paesi non saranno macchiati dalla vicenda”.





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Il business dei commessi d’oro: ecco l’ultimo spreco alla Camera

di Redazione



Inchiesta sull'Italia del malcostume. L’imprenditore Scarpellini, re di Affittopoli, oltre agli uffici fornisce a Montecitorio anche il personale: 400 fattorini solo per Palazzo Marini. Quando ne basterebbero 60. Il costruttore sostiene che così lo Stato risparmia. Ma non è vero: è sufficiente fare due conti



 

Pier Francesco Borgia e Gian Marco Chiocci

Roma Dopo l'affare degli uffi­ci a prezzi di superlusso ecco la manodopera d'oro.La Mila­no 90 ha trovato un altro filo­ne d'oro nella Camera dei de­putati. Gli economisti lo chia­mano outsourcing . Sostan­zialmente vuol dire esterna­lizzare i servizi. Lo scopo? Ov­viamente risparmiare. Si dan­no da fare i lavori a società «esterne». Si paga solo il servi­zio o il prodotto finito. Così si taglia il costo più alto: ovvero quello del personale interno. Ed è proprio l' outsourcing uno dei punti forti dell'accor­do d'acciaio tra la Camera dei Deputati e la Milano 90 di Scarpellini. Anche se chi ci guadagna non è certo Monte­citorio.

Oltre ad aver affittato alla Camera uffici per 12mila mq, la società del costruttore ro­mano si è adoperata per met­tere a disposizione degli stes­si uffici il personale necessa­rio.
In tutto sono 400 persone (fonte lo stesso Scarpellini), assunte dalla Milano 90. Così si risparmia, spiega il costrut­tore al Sole 24 Ore del 13 otto­bre scorso. Al giornale econo­mico Scarpellini ricorda che i dipendenti della Milano 90 so­no assunti con contratto al­berghiero e che un assistente parlamentare (cioè quelli che nel linguaggio comune ven­gono chiamati commessi) guadagnano tre volte tanto.

Ecco un caso perfetto di out­sourcing . Almeno così lo ven­de Scarpellini al Sole 24 Ore .
La Camera, in buona sostan­za, ha bisogno di allargarsi. Aumentano le necessità lavo­rative dei parlamentari (che invero non aumentano mai). C'è bisogno di spazio, di uffi­ci, e quindi anche di persona­le che assista gli onorevoli nel­le loro funzioni. Fare concor­s­i e assumere personale coste­rebbe troppo. Meglio quindi rivolgersi a società che, «chia­vi in mano», ti danno tutto quello che ti occorre. E tu (Montecitorio) paghi soltan­to il servizio.

Chiunque di fronte a que­sta spiegazione si sentirebbe rassicurato. In fondo - pense­rebbe- non è poi vero che ven­gono scialacquati i nostri sol­di. E invece le cose non stan­no così. E il Giornale ha trova­to le carte che sconfessano questa tesi. L' outsourcing cui fa riferimento Scarpellini è so­lo una favoletta per gli alloc­chi. Basta contare il numero degli assistenti parlamentari attualmente in servizio effetti­vo a Montecitorio per render­si conto che qualcosa non va. Per sembrare una cifra mode­sta o esorbitante serve una pietra di paragone. Per esem­pio i 400 lavoratori della Mila­no 90. Uno si aspetterebbe quanto meno cifre a tre zeri.

E invece i commessi attualmen­te in servizio effettivo sono meno di 430. E non lavorano in un unico complesso. Sono bensì dislocati in un'infinità di uffici. A cominciare ovvia­mente dal Palazzo per anto­nomasia: Montecitorio. Qui ha sede, innanzitutto, l'aula. E poi gli uffici di presidenza (solo per citare le due istitu­zioni più prestigiose della Ca­mera dei deputati). Sono ben dodici gli ingressi della Came­ra dei deputati solitamente aperti.

Da vicolo Valdina a via del Seminario, da piazza del Parlamento a via della Missio­ne. Si tratta di ingressi che ov­viamente richiedono la pre­senza di personale interno di Montecitorio. Sia per ragioni di rappresentanza che per ra­gioni di­sicurezza deve trattar­si di personale qualificato. Gli ingressi del complesso di Pa­lazzo Marini sono, invece, cin­que (cui si aggiunge quello aperto solo durante i pasti di piazza San Silvestro dove ha sede la mensa). Anche gli in­gressi di Palazzo Marini sono però «piantonati» da persona­le direttamente stipendiato da Montecitorio.

«Per non parlare poi di com­piti e funzioni » ricorda Ameri­go Rivieccio, segretario del­l'Osa, organismo sindacale che tutela proprio i lavoratori della Camera dei Deputati, ol­tre che quelli del Senato. Gli assistenti parlamentari at­tualmente in servizio sono po­co più di 420. I più giovani so­no entrati alla Camera nel 2003. A loro viene chiesta una serie pressoché infinita di ser­vizi che vanno dal controllo agli ingressi, all'assistenza in aula durante le sedute, fino a compiti più delicati come l'as­sistenza durante le audizioni in Commissione e le funzioni di rappresentanza. I turni poi diventano massacranti da quando la Camera si apre con regolarità al pubblico per mo­stre o per visite guidate. «Si tratta di compiti che non pos­sono essere affidati - aggiun­ge Rivieccio - a chi, assunto con un contratto alberghiero, può svolgere soltanto funzio­ne di supporto logistico».

Secondo proiezioni effet­tuate dagli stessi lavoratori di Montecitorio, basterebbero una sessantina di assistenti parlamentari per coprire i ser­vizi ne­cessari negli uffici di Pa­lazzo Marini. Anche se guada­gnassero tre volte i loro «colle­ghi » della Milano 90 sarebbe comunque un risparmio di ol­tre il 50%. «C'è qualcosa di an­cor più beffardo nel confron­tare queste due figure profes­sionali - conclude il segreta­rio dell'Osa - ed è il fatto che molti nostri colleghi hanno accumulato, nel corso degli anni, crediti di ore di lavoro che in buona sostanza li fan­no andare in pensione antici­pata. C'è chi, per un motivo o per l'altro, arriva a lavorare anche 45 giorni di seguito. E poi smaltire i riposi diventa un problema». Insomma la Milano 90 ha quasi lo stesso numero di dipendenti dei commessi della Camera che però lamentano una mancan­za di personale che li costrin­ge a turni massacranti.



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Rubata la Madonnina del Pirio

Il Mattino di Padova



di Gianni Biasetto



TORREGLIA. E' stata divelta dalla roccia la Madonnina del monte Pirio (nella foto), collocata sulla sommità del colle sopra Torreglia appena due mesi fa, a protezione degli escursionisti dei Colli Euganei, da alcuni volontari dell'Associazione Giovane Montagna di Padova. Gli autori del gesto sacrilego, oltre che vandalico, hanno tagliato i quattro bulloni in acciaio che tenevano ancorata la statuetta di bronzo alla trachite. Un piano ben programmato che ha richiesto probabilmente l'uso di un flessibile a batteria e l'intervento di almeno due persone.