Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 31 marzo 2011

Platinette svela Santoro: "Vuole sapere in anticipo cosa dicono i suoi ospiti"

di Redazione


La rivelazione di Platinette: "Santoro mi ha invitata in trasmissione, ma una redattrice mi ha chiamata prima per sapere quello che avrei detto in trasmissione"









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Leggende metropolitane dure a morire: a Roma nessun terremoto l'11 maggio

Il Messaggero


Gli esperti: destituite di ogni fondamento le voci nate su inesistenti previsioni del sismologo Raffaele Bendandi






La mappa Ingv degli ultimi terremoti



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I pendolari d'oro dei municipi: per l'auto 3.200 euro al mese

Pacco bomba in caserma, grave un parà

Corriere della sera

 

Il tenente colonnello Alessandro Albamonte ha riportato l'amputazione di cinque dita. Compromessi gli occhi

 

LIVORNO - Un pacco bomba è stato recapitato ed è esploso nella caserma Ruspoli, sede del Comando Brigata Paracadutisti Folgore di Livorno. L'ordigno ha ferito in modo grave il tenente colonnello di 41 anni Alessandro Albamonte: l'ufficiale ha riportato l'amputazione di cinque dita, tre di una mano e due dell'altra, e anche ferite al volto e alle gambe. I medici dell'ospedale civile di Livorno avrebbero riscontrato anche una grave compromissione degli occhi. Il pacco bomba era indirizzato al capo di stato maggiore della Brigata Folgore, grado ricoperto proprio dal militare rimasto ferito. Ancora non è chiaro se fosse specificato il nome del destinatario o solo l'ufficio. La busta era di quelle imbottite, per materiali fragili. L'attentato non è stato rivendicato. Al momento, gli investigatori non si sbilanciano, spiegando che le indagini sono ad ampio spettro, ma sottolineando anche che la pista della matrice anarchica non è esclusa. Fonti d'intelligence confermano che è quasi certo il legame tra l'attentato di Livorno e altri due attacchi verificatisi in giornata: la lettera bomba spedita alla Swissnuclear (la federazione dell'industria nucleare svizzera) che ha provocato due feriti a Olten e il plico esplosivo destinato al direttore del carcere greco di Koridallos, spedito da Firenze e disinnescato prima che esplodesse. Un legame, si sottolinea, «rafforzato» dai contatti costanti tra gli anarchici italiani, greci e svizzeri. Le stesse fonti inoltre, pur confermando che al momento non c'è rivendicazione, non escludono che gli attentati siano riconducibili alla Fai, la Federazione anarchica informale,l responsabile di decine di attentati con pacchi bomba tra cui quelli spediti a Natale alle ambasciate di Svizzera, Cile e Grecia in Italia.

 

 

PLICO APERTO IN UFFICIO - Il plico esplosivo è arrivato in caserma e, intorno alle 16.05 è stato aperto da Albamonte nel suo ufficio. «L'ufficiale - spiega l'Esercito in una nota - si trovava nel suo ufficio quando, aprendo un plico, è rimasto investito da una deflagrazione che gli ha procurato lesioni al volto ed alle mani. Il militare, prontamente soccorso, è stato trasportato in ospedale per le cure del caso ed è in corso di definizione la situazione sanitaria. In caserma, sul luogo dell'esplosione, stanno investigando i competenti organi di polizia».

 

COMUNE BUSTA PER SPEDIZIONI - «L'ordigno esploso a Livorno era contenuto in una busta beige, imbottita, del tipo comunemente usato per la spedizione di piccoli plichi, spiegano i carabinieri che stanno conducendo le indagini. L'ufficale ferito, il tenente colonnello Alessandro Albamonte, capo di Stato maggiore della Brigata Folgore, era nel suo ufficio e non appena ha aperto la busta è avvenuta la deflagrazione. Nella stanza sono in corso adesso i rilievi dei carabinieri del reparto operativo di Livorno e degli artificieri che stanno raccogliendo i frammenti della busta.

 

Redazione online
31 marzo 2011

Gli impiegati della Bundesbank riciclavano monete da rottamare: truffa da 20 milioni in Germania

La Stampa






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Il postino è arrivato dal Baltico

La Stampa






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Lega costola della sinistra? mai detto" Dalema, ma quante bugie ci racconti.....

Libero





E' anche una questione di rispetto per la storia: come potrebbe Massimo D’Alema contraddire Enrico Berlinguer? Fu il segretario del Pci a rivelare all’allora giovane Baffino la prima legge del comunismo: «I dirigenti mentono, sempre, anche quando non sarebbe necessario». È però riduttivo dire che D’Alema racconta balle: lui oscilla, sguscia tra il vero e il falso con movenze da biscia, corregge, smentisce rivolta. Alla fine, di solito, trova  qualcuno disposto a battergli le mani e a complimentarsi per la sua intelligenza. Quando però s’imbatte in certi giornalisti puntigliosi, allora la mistificazione viene a galla.  Negli ultimi due giorni, Massimo è incappato in due animali difficili da gestire,  una Jena (Riccardo Barenghi) e un Elefantino (Giuliano Ferrara) che gli hanno fatto rimediare la figura del tordo.

Martedì è uscita sulle agenzie la seguente dichiarazione di D’Alema: «Mai detto che la Lega è una costola della sinistra, questa è una leggenda popolare». Sulla Stampa di ieri Barenghi gli ha fatto notare che in un’intervista al manifesto  «31 ottobre 1995, pagina 3», aveva dichiarato: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, è una nostra costola». La balla dalemiana è smascherata. Ma non sia mai che ci accontentiamo del manifesto, può darsi che in quell’occasione i compagni abbiano preso un abbaglio. Invece no, quell’intervista viene ripresa anche da Repubblica del primo novembre 1995: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. (...) È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico». Dalla leggenda popolare alla fregnaccia leggendaria. 

Non contento, il baffuto pinocchietto se l’è presa con Ferrara, reo di aver ripreso durante la puntata di martedì di Qui Radio Londra una sua dichiarazione sul caos a Lampedusa: «L’Italia per avere un buono sviluppo economico, necessita di almeno altri 30 milioni di immigrati». D’Alema si è affrettato a indignarsi e a smentire: non l’ho mai detto. Un corno. Ferrara, il giorno successivo, ha mostrato un documento tratto dal sito ufficiale del Partito democratico in cui quelle parole compaiono una dopo l’altra.

Se Baffino non le ha mai pronunciate, vuol dire che tra i suoi c’è qualcuno che, compilando i comunicati stampa,  riscrive la storia (e non sarebbe la prima volta). Mentire, mentire, mentire: la regola aurea del comunismo D’Alema l’ha rispettata sempre, nel corso degli anni. Mutava le opinioni, ma non la propensione alla sparata. Memorabile quella, pronunciata da presidente del Consiglio, sulla guerra a Milosevic. I nostri aerei erano in volo verso Belgrado, ma Baffino assicurava che l’aviazione italica non avrebbe partecipato ad azioni belliche. Il boato della balla quasi silenziò quello delle bombe.

In politica estera, d’altronde,  Massimino ama spararle grosse. Quando era ministro degli Esteri nel governo Prodi, gongolava dandosi arie da bellimbusto di rilievo internazionale. Millantava un rapporto di grande confidenza con Condoleeza Rice (rivelò a Gianni Riotta che la salutava dicendole «bye bye Condi») e un legame di ferro con gli Stati Uniti. Quando fu costretto a scendere a patti con i talebani  per consentire la liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo (terroristi prigionieri rilasciati in cambio dell’ostaggio), dichiarò che c’era una perfetta intesa con Washington sulle trattative con i guerriglieri musulmani. Rapida come un «fulmine a ciel sereno» (così commentò D’Alema), arrivò la smentita.

Il Dipartimento di Stato statunitense e poi la stessa Rice dissero che non sapevano nulla dei commerci con i talebani. Anzi, si erano piuttosto arrabbiati e  invitarono l’allora inquilino della Farnesina a non ripetere mai più mosse del genere. Il vero problema di Baffino è che solo quando mente riesce a dire la verità. A volte se ne esce con affermazioni di grande buon senso, evita  i sofismi del politichese e partorisce qualche idea interessante. Poi si rende conto di quanto ha proferito e si affretta a rinnegare tutto. Sul tema della giustizia lo ha fatto più volte.

L’ex esponente dei Ds Giovanni Pellegrino, nel  libro  La guerra civile realizzato con il giornalista Giovanni Fasanella (un vero esperto di questioni dalemiane) spiegò che un giorno, agli inizi di Tangentopoli, D’Alema gli confidò di tifare per i magistrati. Voleva la rivoluzione delle toghe, e chi se ne importa se c’era un prezzo salato da pagare. Poi, però, cambiò idea e si tramutò in un iper-garantista. Tanto che nel 1995 si lasciava sfuggire dichiarazioni come: «La sinistra italiana deve liberarsi di una cultura minoritaria di tipo giacobino». 

Di recente, in  un documento pubblicato dal sito  Wikileaks, Ronald Spogli (nel 2008 ambasciatore Usa in Italia) gli attribuisce la seguente affermazione: «La magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano». A prescindere dai toni eccessivi, forse qualche dubbio sui pm poteva anche risultare  bene accetto da parte dell’esponente Pd e magari invogliarlo a sostenere la riforma della giustizia. Macché, per una volta che l’aveva pensata giusta, D’Alema ha smentito di nuovo: mai riferito simili oscenità. Oddio, nella testa di Baffino non si può entrare, ma Peter Gomez del Fatto quotidiano ha pubblicato alcune intercettazioni, uscite su Corriere e Repubblica, in cui nello stesso periodo Massimino affermava: «La magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire...». A questo punto, credere che D’Alema non abbia mai proferito parole dure sui giudici è un po’ difficile. 

Sempre Fasanella racconta nella biografia D’Alema il brutto tiro che Baffino giocò nel 1988 al povero Alessandro Natta, allora segretario del Pci. Alla festa di compleanno per i 70 anni del leader comunista,  gli aveva assicurato che sarebbe rimasto alla testa del partito: «Tu fai il presidente, Occhetto il segretario», disse. Pochi mesi dopo, Natta ebbe un infarto da stress. Massimo fu il primo, dai microfoni di una radio, a chiedere le sue dimissioni. Lo aveva appena confortato: no, dai, resti tu al timone. Poi lo ha infilzato con una Balla Spaziale alla Goldrake.

Attenti però che il catalogo non è finito, resta il capitolo Berlusconi, sul quale Baffino ha detto tutto e il suo contrario. La bugia più clamorosa riguarda le tivù. Nel 1994 promise: «Se perde le elezioni, Berlusconi dovrà rifugiarsi all’estero, in rovina». Mamma mia, che cattiveria. Ma nel 1996 andò in visita alle reti del Cavaliere e sparò: «Noi non vogliamo fare la guerra alle aziende. Fininvest è un patrimonio per il Paese». Stava dicendo contemporaneamente la verità e una menzogna. Un capolavoro: il concetto era sacrosanto, ma Massimo - dentro di sé - non lo condivideva. Come quando svellò, nel ’96: «Umanamente Berlusconi mi è proprio simpatico». Nel 2001 si rimangiò tutto: il Cav era diventato estraneo alle «regole della civiltà politica». 
Alla fine dei conti, il problema di D’Alema non è che non sia intelligente: lo è, sì, ma a sua insaputa. E quando gli scappa qualche parola carina, partorisce al volo una balla per smentirsi.


di Francesco Borgonovo
31/03/2011




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Prescrizione breve, il governo va sotto Fini colpito, Alfano litiga con Di Pietro

Corriere della sera

Giornale lanciato verso il presidente della Camera. Il Pdl: «Si dimetta». Il Pd. «Indecorosi». Il testo slitta a martedì


ROMA - Il giorno dopo la bagarre fuori e dentro Montecitorio, per la decisione della maggioranza di imporre un'inversione dell'ordine dei lavori anticipando la discussione sulla cosiddetta prescrizione breve, il testo che prevede la riduzione dei tempi di giudizio e di cui potrebbe beneficiare anche Silvio Berlusconi per il caso Mills - di qui le accuse di ennesima legge ad persona - è approdato in Aula per il dibattito. La maggioranza avrebbe voluto chiudere in fretta la questione, ma le tensione degli ultimi giorni e la nuova bagarre esplosa all'interno dell'emiciclo hanno indotto il Pdl a chiedere che la discussione del testo sia rinviata a martedì. Ma questo l'epilogo di una mattinata convulsa e ad altissima tensione.

IL CASO LA RUSSA - L'inizio dei lavori era stato fissato per le dieci, per dare modo all'ufficio di presidenza della Camera di valutare l'episodio del battibecco tra Ignazio La Russa e il presidente Gianfranco Fini, preceduto dalle polemiche tra lo stesso La Russa e i rappresentanti dell'opposizione, che ha di fatto determinato l'interruzione della seduta e l'aggiornamento a oggi. E' stato proprio Fini a chiedere ai questori di esaminare «la genesi di quanto accaduto», in particolare per determinare se c'è stata oppure no una mancanza di rispetto da parte del ministro nei confronti della presidenza rappresentata da un «vaffa» espresso a gesti (e forse non solo a giudicare dal labiale) da La Russa. Una sanzione nei confronti del ministro viene data per scontata da molti, anche se non esistono precedenti del genere. Per questo motivo l'ufficio di presidenza ha rimandato ogni decisione nell'attesa che esprima un parere anche la Giunta per il regolamento, appositamente convocata per le 16. Il collegio dei questori della Camera ha comunque ritenuto di esprimere «ferma deplorazione» per il comportamento del ministro.


MALUMORI NEL PDL - La Russa, in ogni caso, ieri in serata, aveva telefonato a Fini per un chiarimento a voce e per esprimere le sue scuse, pur ritenendo di non avere commesso alcuno sgarbo verso la presidenza. Al di là di un intervento sanzionatorio formale nei suoi confronti, nei corridoi di Montecitorio la querelle con Fini e l'intervento «muscolare» con cui prendendo la parola dai banchi del governo aveva rivendicato il suo faccia-a-faccia con i manifestanti in piazza Colonna («Figuriamoci se mi sono lasciato intimidire, sono andato loro incontro a testa alta mentre voi - rivolto all'opposizione, ndr - sareste scappati come conigli!») sono stati oggetto di critiche da una parte dei deputati del Pdl, in particolare da quelli che fanno capo all'ex ministro Claudio Scajola che hanno stigmatizzato pubblicamente il suo comportamento. Ancora oggi Scajola ha parlato di «spettacolo indegno» in riferimento a quanto accaduto mercoledì.

VERBALE CONTESTATO - La discussione oggi avrebbe dovuto entrare nel vivo e per questo erano attese scintille. E alla fine sono arrivate. Anzi, all'inizio, già all'avvio della seduta con la mancata approvazione del processo verbale della seduta di mercoledì. Il no al resoconto della giornata è arrivato mediante voto elettronico. La cosa non è così usuale, perchè solitamente si approva senza troppi dibattiti e per alzata di mano. Ma le opposizioni, Pd, Udc e Idv, hanno contestato che nel processo verbale non ci fosse esplicito riferimento all'episodio che ha visto protagonista il ministro La Russa. La votazione ha visto un pareggio e dunque il processo è stato respinto. Diversi esponenti del governo erano arrivati di corsa per votare - e per questo era stato sospeso il Consiglio dei ministri in corso a Palazzo Chigi - ma i loro voti non sono comunque bastati. La seduta è poi stata sospesa e i capigruppo hanno deciso che riprenderà solo dopo che il verbale sarà integrato della parte mancante e, di conseguenza, sottoposto a nuova votazione.

LA STIZZA DI ALFANO - Quanto accaduto, seppure su un aspetto secondario come l'approvazione di un verbale, dà il segno della tensione in corso. Va tra l'altro registrato il gesto di stizza del ministro della Giustizia, Angelino Alfano: alla chiusura del voto sul processo verbale Alfano, secondo quanto riferito dal leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, ha infatti gettato la sua tessera della Camera contro i banchi dell'Italia dei Valori. «È stato un gesto irresponsabile, immorale, illegittimo da parte del portantino di Berlusconi», ha detto Di Pietro davanti alle telecamere e mostrando tra le mani la tessera di Alfano. «Lo denuncerò al presidente della Camera» aggiunge l'ex pm stigmatizzando «lo spregio e il disprezzo del ministro nei confronti del Parlamento». Disprezzo tale che, conclude Di Pietro, «mi fa chiedere le immediate dimissioni del ministro». Esponenti della maggioranza hanno invece criticato Fini - e chiesto che sia lui a dimettersi - sia per avere concesso il voto sui verbali (ma il presidente ha fatto notare che era impossibile non farlo essendo stato chiesto da tutte le opposizioni) sia per non avere voluto attendere l'arrivo di altri ministri a dar manforte alla maggioranza. Quattro di loro, secondo la maggioranza, erano già in aula e quindi sarebbe bastata un'attesa di pochi altri minuti e per questo Pdl e Lega sono tornati invocare un nuovo presidente, considerando Fini non più «super partes».


«SPETTACOLO INDECOROSO» - Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha fatto invece notare che «è stata una votazione lunghissima» e che «il Parlamento non può aspettare i comodi dei ministri» e Dario Franceschini ha parlato di «spettacolo indecoroso» da parte del governo che interrompe un consiglio dei ministri per consentire ai suoi esponenti di votare un verbale. Sulla stessa linea Futuro e Libertà: «In quale democrazia occidentale i ministri di un governo riunito lasciano precipitosamente la riunione per votare sul processo verbale della Camera di appartenenza in soccorso della maggioranza - si chiede il vicecapogruppo, Carmelo Briguglio -? Parliamo di ministri di un Paese impegnato in un'azione militare o meglio, se vogliamo usare un'immagine cruda ma che rende, ministri di un Paese in guerra a pochi chilometri dalle sue coste. Che spettacolo».

GIORNALE IN TESTA A FINI - E non solo: a rimarcare il nervosismo della giornata c'è il fatto che il presidente della Camera è stato colpito alla testa da un giornale che gli è stato lanciato da un a deputata del Pdl mentre usciva dal'Aula della Camera dopo la bocciatura del processo verbale. Il giornale, hanno riferito i presenti, ha colpito il presidente della Camera, che poi, fuori dall'emiciclo, ha avuto uno scambio di battute con un altro deputato del Pdl, Pietro Franzoso. Fini sembra tuttavia aver completamente sorvolato sull'episodio, di certo non ne ha poi fatto cenno.

LA DEPUTATA DISABILE - Altro episodio che rientra perfettamente nel clima di scontro che si respira a Montecitorio: la deputata del Pd, Ileana Argentin, disabile e in carrozzella, ha denunciato che un deputato si è avvicinato al proprio assistente «dicendogli che non deve permettersi di applaudire. Ma lei, signor presidente, sa che io non posso usare le mani. Se desidero applaudire lo faccio come credo e quando credo e se non lo posso fare con le mie mani lo faccio con le mani di chiunque». Dai banchi dell'opposizione si sono levate urla e grida di «vergogna, vergogna». Subito dopo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha invitato il deputato che si era rivolto all'Argentin a chiedere scusa. Dai banchi della Lega si è alzato Massimo Polledri, che si è scusato, giustificandosi di «non aver capito».


ANCORA IN PIAZZA - Anche oggi ci saranno mobilitazioni del «popolo viola» all'esterno di Montecitorio, in concomitanza con la discussione del testo sul processo e della prescrizione breve. «Staremo lì fino a che il dibattito si svolgerà alla Camera - ha annunciato Gianfranco Mascia, uno dei coordinatori -. Poi ci sposteremo al Senato. In questo momento, decisivo per le regole democratiche del nostro Paese, è fondamentale che ciascuno faccia la sua parte». Non solo: è allo studio una mobilitazione nazionale che unisca partiti, movimenti e società civile che potrebbe essere convocata per il 16 aprile.

Redazione Online
31 marzo 2011

Che ne sarà di La Russa?»

Corriere della sera

Dopo il vaffa a Fini, il Pdl sembra abbandonarlo
di Pierluigi Battista – CorriereTv

Sono 3.731 gli immigrati a Lampedusa Berlusconi: «Tunisi non rispetta accordi»

Corriere della sera

 

All'alba partiti 1.716 migranti con la nave Excelsior, poi è salpata la «Catania» con 600 migranti.Dirette a Taranto

 

LAMPEDUSA (AGRIGENTO) - Sono 3.731 gli immigrati presenti attualmente a Lampedusa, dopo i trasferimenti avvenuti con le prime navi e con due ponti aerei. Il dato è stato fornito dal sindaco dell'isola, Bernardino de Rubeis.

 

ALL'ALBA - All'alba sono partiti 1.716 migranti con la nave Excelsior della Grandi Navi Veloci. Poi dal molo di Cala Pisana è salpata la «Catania» della Grimaldi con 600 migranti, entrambe dirette a Taranto, mentre 200 sono stati portati via con due ponti aerei. Intanto, alla fonda davanti al porto di Lampedusa ci sono altre 3 navi: la «Clodia», la «Waitling Street», e la nave militare San Marco. Nelle prossime ore la Clodia dovrebbe attraccare al molo di Cala Pisana per iniziare l'imbarco di circa 500 persone.

 

 

BERLUSCONI - Nel frattempo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in una telefonata all'assemblea congressuale dei Cristiano-Popolari è tornato a parlare dei problemi degli immigrati. Il governo tunisino non sta mettendo in atto gli accordi sull'immigrazione stipulati con l'Italia ha detto Berlusconi. Il premier si scusa di non poter essere presente, ma è in corso il consiglio dei ministri «che sta affrontando il problema con la Tunisia. Il governo aveva assicurato di fermare le barche degli immigrati ma questo non è avvenuto». «Il Cdm sta affrontando il problema dei rapporti con la Tunisia perché il governo ha garantito impegni finanziari per la ripresa economica delle città tunisine e di contro il governo tunisino deve accettare il rimpatrio dei suoi concittadini. Si tratta di 5 mila tunisini che non sarebbero accettati perché noi sappiamo che dalle loro carceri sono evasi in 11 mila ed abbiamo il sospetto che possano arrivare da noi».

 

LA PROTESTA - Giovedì mattina un gruppo di tunisini ha inscenato un blocco stradale nella strada principale di Lampedusa. La protesta è stata inscenata dai migranti che chiedono di accelerare i tempi per i trasferimenti dall'isola in altri centri italiani. I tunisini, poche decine in tutto, hanno bloccato al circolazione per circa 10 minuti gridando slogan in cui chiedevano di essere trasferiti, mentre molti altri gridavano a gran voce «libertà, libertà». Immediato l'intervento delle forze dell'ordine che hanno disperso i manifestanti.

Redazione online


31 marzo 2011

Cina, ecco l'incrocio più pericoloso al mondo: decine di incidenti ogni anno

Nasce il portale per chi ama la birra

Corriere della sera


Sette sezioni, sei blog e due profili su Twitter e Facebook. Si rivolge a una community di 5 milioni di appassionati




MILANO - Un consumatore attento e raffinato, al 60% di sesso femminile, all’80% di età compresa tra 26 e 60 anni, che ama la birra spillata al momento nel bicchiere e che la considera più gustosa se abbinata ad un piatto. Questo ritratto, ben lontano dagli stereotipi cui hanno abituato i film americani, è quanto emerge dalla recente indagine condotta da Heineken in sinergia con Corriere.it sul consumo e il gradimento della birra in Italia. Il test, considerato già lusinghiero nella risposta del pubblico (2.467 partecipanti in soli 10 giorni, più del doppio rispetto ai normali marketing-test, con una media di 10 minuti dedicati, vero tempo record di permanenza per questa tipologia di domande), delinea un profilo abbastanza brillante dei beer-lover italiani, che, pur dando risposte che denotano ottima conoscenza del settore (il 63% conosce 5 o più tipologie di birra, il 62% ne distingue le corrette modalità di servizio), continuano con modestia (53%) a non considerarsi veri appassionati di birra. Le donne, infine, si confermano protagoniste (come già rilevato nelle presenze ai più recenti eventi gastronomici) sia nel numero che nella considerazione degli intervistati, che all’87,73% abbinano il consumo di birra ad un’immagine di donna elegante.

LUPPOLO E MALTO - Il beer-lover italiano si delinea come un gourmet all’aroma di luppolo e malto, ben informato e dotato di personalità, decisamente convinto nel collocare la birra in un ambito gastronomico ricco e vario. Forte di questa base documentale favorevole, che in certa misura supera le aspettative, Heineken Italia inaugura il portale italiano dedicato al mondo e alla cultura della birra. Diretto ad una community stimata in circa 5 milioni di appassionati, il portale si propone di promuovere un consumo evoluto, aperto e responsabile. Tecnicamente articolato in 7 sezioni e in 6 blog tematici firmati da esperti riconosciuti del mondo birrario, fiancheggiato da 2 profili (sui social media Twitter e Facebook), il portale si iscrive nel più ampio programma di formazione e diffusione della cultura della birra in Italia I Love Beer, portato avanti da anni da Heineken Italia attraverso una comunicazione mirata, eventi periodici sul territorio e un omonimo magazine, diffuso in oltre 20.000 locali italiani. Heineken è tra i primi produttori di birra del mondo, con circa 65.000 addetti, per un fatturato di circa 16 miliardi di euro ed un utile netto di 1.436 milioni di euro (dati 2010). Heineken Italia vanta 2000 dipendenti e 4 birrifici propri per una produzione e commercializzazione di 5 milioni di hl di birra, articolati in marchi che abbracciano l’intero panorama degli stili birrari, mentre attraverso le società Partesa e Dibevit Import, seleziona e distribuisce birre speciali da tutto il mondo.


Alex Guzzi
31 marzo 2011



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La trovata di Simona all'Isola dei fumosi

Corriere della sera

Il raggiungimento dell'eroismo da cabaret

Il videocommento di Aldo Grasso


Esiste anche un eroismo da cabaret, un'estrema unzione da commedia. Per sopperire a un deficit d'ascolti Simona Ventura è sbarcata sull'isola, sulla «sua» isola dei fumosi. Voleva dimostrare a quei naufraghi un po' anemici, a quegli intossicati di celebrità, a quei clandestini dello snebbiamento di che pasta è fatta una vera conduttrice: incurante del caldo, dei chili di troppo, dell'irreparabile, Super-Simo è sbarcata in Honduras e si è caricata sulle spalle un fardello di prevaricazioni, di liti, di fame, di maldicenze, di noia, insomma di vita quotidiana (Raidue, martedì, ore 21,10).

Eccola, un calcio al make up, non proprio come mamma l'ha fatta, ma pur sempre in versione «nature» (oddio, una gonfiatina alle camere d'aria qualche ciclista l'ha data); eccola tuffarsi finalmente nel mar dei Caraibi (e del secondo Paese più povero delle Americhe), giubbotto salvagente blu e arancione, i capelli raccolti in preghiera. Con Super-Simo è tutta un'altra cosa: i fumosi sembrano persino dismettere il loro sudario liso.

Però (c'è sempre un però), la regina si è giocata male la carta che aveva in riserbo, forse per un sussulto di ritegno. Per farla breve, Super-Simo doveva comunicare a Nina Moric che l'ex marito Fabrizio Corona, in compagnia di Belén, aveva portato il figlioletto Carlos a Eurodisney, senza il consenso materno. Qualcuno vedeva già configurarsi un reato, una specie di rapimento. Qualche malignazzo, su Internet, gridava alla messinscena, visto che il ragazzino era felicissimo della gita (e di Belén) ed è stato poi riaccompagnato dalla nonna materna. Se Super-Simo si fosse comportata da professionista della tv del dolore avrebbe allestito uno spettacolino della sofferenza. Invece tutto è filato liscio, anche perché Nina, con quella bocca, non può dire ciò che vuole.
Intanto dallo studio la Parietti sentenziava: «Se io avessi dovuto darla a quelli che se la meritavano sarei rimasta vergine». A cosa si riferiva?


Aldo Grasso
31 marzo 2011