Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 29 dicembre 2010

Morta a 28 anni Isabelle Caro, la modella anoressica di Toscani

Addio al razionamento

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Giorno dopo giorno si avvicina il nuovo anno e cresce l’apprensione per il taglio di impieghi e per la diminuzione dei sussidi che dovremo affrontare nei prossimi mesi. L’espressione “continuare a camminare sul bordo del precipizio”, utilizzata da Raúl Castro nel suo ultimo discorso non è una metafora ma dolorosa realtà. Tra i sussidi statali che saranno eliminati, c’è il cosiddetto mercato razionato che distribuisce una piccola quota mensile di prodotti per ogni cittadino. Nessuno può sopravvivere mangiando soltanto ciò che è previsto dalla propria “tessera del razionamento”, documento per noi più importante della stessa carta d’identità. Tuttavia, i ridicoli salari e gli alti prezzi degli altri mercati esistenti nel paese rendono drammatica e molto controversa la soppressione di questa sovvenzione.

La “tessera del razionamento” non è soltanto un sostegno modesto e basilare, ma viene presentata come il miglio che giustifica la gabbia. Quando la critica sale di tono e i non conformi cominciano a biasimare il sistema, escono fuori i filogovernativi a ricordare che il governo spende milioni all’anno per farci avere un po’ di fagioli, un pacchetto di caffè ogni trenta giorni e un pezzo di mortadella che nutre più l’umorismo popolare che lo stomaco. Il sistema è stato questo per oltre quarant’anni, da quando venne introdotto il mercato controllato, che i miei genitori pensavano come un provvedimento temporaneo e transitorio fino a quando l’economia pianificata e centralizzata avrebbe dato i suoi frutti. Appena sono nata hanno scritto il mio nome sul registro dei consumatori e vent’anni dopo ho dovuto inserire mio figlio nello stesso elenco. Il razionamento è diventato un elemento inscindibile dalle nostre esistenze, per questo molte persone non sanno se ridere o piangere di fronte alla notizia della sua fine. Tutti siamo coscienti che mantenere la “tessera del razionamento” è insostenibile per l’economia nazionale, ma pochi sanno immaginare la vita senza di lei.

Per precauzione, in casa nostra, abbiamo deciso di mettere da parte il piccolo libretto con le pagine a quadretti che ci hanno consegnato per il 2011, perché se davvero sarà l’ultimo sicuramente diventerà un documento storico. Alcuni difendono l’immediata eliminazione della “tessera” e assicurano che ciò comporterà automaticamente la messa in libera vendita di tonnellate di prodotti, che forse provocherà un ribasso dei prezzi sul mercato non controllato dallo Stato. Ma il cambiamento più importante può avvenire nella mentalità delle persone, quando si renderanno conto che la piccola porzione di miglio non verrà più messa dentro la gabbia, quando cominceranno a sentire la pressione reale di ogni sbarra.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




Powered by ScribeFire.

Treviso, il sindaco di Castelfranco: «Basta cure mediche ai clandestini»

Il Mattino


L'11% di chi si presenta al Pronto soccorso non ha la tessera
sanitaria e non paga il ticket. Il leghista: «È ora di finirla»









Powered by ScribeFire.

Lula ha deciso di non estradare Battisti»

Corriere della sera

Secondo il sito dell'emittente GLOBO NEWS

«Il Brasile teme per la vita dell'ex terrorista». Alberto Torreggiani, figlio di una vittima: «Una presa in giro»


Il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, è orientato a non concedere l'estradizione in Italia di Cesare Battisti in quanto «il governo brasiliano teme che esista un rischio di morte» dell'ex terrorista se «tornerà in Italia»: lo scrive sul suo sito Globo News. Il sito dell'emittente scrive anche che Lula, che in quanto capo dello stato ha l'ultima parola in materia, «annuncerà questa decisione entro il 31 dicembre». Ma secondo il quotidiano Folha de São Paulo» e Radio Globo il presidente renderà pubblica la sua decisione già oggi. Lunedì, il presidente uscente del Brasile - il prossimo 1 gennaio si insedierà ufficialmente Dilma Roussef - aveva dichiarato che avrebbe preso una decisione entro il 31 dicembre e prontamente assecondato la decisione del presidente dell’Agu, Luis Inacio Adams. E secondo Globo e Folha de Sao Paulo, l’avvocatura ha presentato parere favorevole alla permanenza di Battisti.





I RAPPORTI - Concedere lo status di rifugiato politico all’ex militante dei Pac rischia di creare ripercussioni sul trattato di estradizione del Brasile con l’Italia, sottolineano i quotidiani. In Italia l’ex militante dei Pac deve scontare quattro ergastoli per altrettanti omicidi, commessi a fine anni Settanta e per i quali è stato riconosciuto colpevole. Arrestato, Battisti è riuscito a evadere ed è scappato prima in Francia e poi in America Latina. Nel novembre del 2009 il Supremo tribunale federale brasiliano autorizzò l'estradizione di Battisti, condannato all'ergastolo in contumacia in Italia per quattro omicidi compiuti negli anni di piombo.

TORREGGIANI - «Mi aspettavo una decisione simile. Vorrà dire che ci muoveremo in modo molto più deciso», ha detto a Cnrmedia Alberto Torreggiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979. Per l'omicidio Torreggiani, nel cui conflitto a fuoco Alberto rimase ferito e da allora è paralizzato, Battisti è stato condannato come mandante. «Sarei stato sorpreso se fosse stato il contrario - continua Torreggiani - ma non sono deluso perché‚ ero preparato. Adesso bisogna fare qualcosa di veramente forte perché‚ questa è una gran presa in giro. Le parole non bastano più, ora contatterò gli organi competenti e decideremo come mobilitarci perché‚ questa non è tanto una questione personale ma la scelta apre un precedente molto pericoloso. Qualsiasi delinquente - conclude - saprà di poter contare su una scappatoia, e questo non è giusto».

Redazione online
29 dicembre 2010

Rai, il giudice del lavoro: "Reintegrare la Ferrario" Il Pdl: "Protervia togata"

di Redazione



Il tribunale del lavoro di Roma: "La Ferrario dovrà essere reintegrata in Rai". E spiega: "Grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione alla linea editoriale di Minzolini". Il Pdl: "I giudici decidono l'organigramma"



 

Roma - Tiziana Ferrario dovrà essere reintegrata in Rai. A deciderlo è stata il giudice Maria Gabriella Marracco del tribunale del lavoro di Roma. E' stato, infatti, accolto il ricorso d’urgenza presentato dagli avvocati Domenico e Giovanni D’Amati. Ora i vertici di viale Mazzini dovranno reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per i grandi eventi. Ma il direttore Augusto Minzolini avverte: "Potrebbe essere un problema per l'azienda".

La decisione del tribunale Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d’urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D’Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell’incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini".

Minzolini: "Un problema per l'azienda" "Quello della Ferrario è stato un normale avvicendamento, di tutto si può parlare tranne che di discriminazione dopo vent’anni di conduzione. Devo ancora leggere l’ordinanza, se me lo chiedono la applicherò ma a modo mio", replica Minzolini. "Alla Ferrario avevo offerto il ruolo di super-inviato e un altro avrebbe accettato. Di certo - aggiunge il direttore del Tg1 - questa sentenza crea un problema enorme per l’azienda perché prevede l’inamovibilità e incide sulle funzioni del direttore".

Il Cdr: "Rispettare la sentenza" "L'ordinanza è esecutiva e deve essere rispetatta", dichiara il Cdr del Tg1 in una nota. "Il comitato di redazione, nell`esprimere soddisfazione per la collega che si vede riconosciuti i suoi diritti, trova nell'ordinanza del giudice la conferma di quanto per mesi ha sostenuto con la direzione e con l'azienda - continua il Cdr - la strada maestra è quella del confronto. Le decisioni unilaterali portano solo all'intervento dei giudici. Adesso chiediamo che siano restituiti ruoli professionali agli altri colleghi anch'essi rimossi unilateralmente dalle proprie funzioni e che si volti pagina anche per tutti i giornalisti della testata che sono emarginati e sottoutilizzati".

Gasparri: "Decisione ridicola" "Chi comanda alla Rai?", si chiede il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. "La magistratura al servizio della sinistra. Dopo altre sconcertanti sentenze, ora i togati vorrebbero decidere anche chi deve condurre i telegiornali in studio - tuona Gasparri - siamo alla follia". L'esponente del pdl spera che "questa decisione venga considerata dalla Rai come merita: un proclama scritto su carta straccia". "A quando sentenze che dicano quali notizie divulgare e quali no? Siamo alla protervia togata che sfocia nel ridicolo - conclude Gasparri - in altri casi, Alfano ha inviato ispezioni. Qui servirebbe un controllo medico".

Cicchitto: "Sono i giudici a decidere" "Oramai è evidente che i giudici in Rai decidono larga parte degli organigrammi interni come dimostra non solo quest’ultimo episodio della Ferrario - interviene Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera -  ma anche storie precedenti". "Il fatto singolare poi è che questi interventi avvengono solo quando a essere spostati sono giornalisti di sinistra - continua Cicchitto - non è mai avvenuto in caso contrario quando l’usigrai - direttamente o per interposta persona - faceva il bello e il cattivo tempo per quanto riguarda la Rai".




Powered by ScribeFire.

Cara sinistra, non offendere la nostra intelligenza

di Redazione




Si rompe il fronte: dalle fabbriche una lettera ai leader dell'opposizione. "Se salta l'accordo con Marchionne noi perdiamo il lavoro, voi no". Al Giornale le firme di adesione

 

Cari Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, ormai sono sei mesi che quotidianamente assistiamo e subiamo in modo perpetuo e scientifico al nostro stillicidio da parte vostra e dei dirigenti dei vostri partiti. La questione Fiat, ieri Pomigliano, oggi Mirafiori e domani chi sa cosa, non può comportare sempre e comunque l’offesa dell’intelligenza altrui.

Noi che abbiamo votato «sì» a quell’accordo ci siamo stancati di continue dichiarazioni tese a sostenere chi non aveva valide alternative da proporci. Noi che ogni giorno andiamo in fabbrica e che per 1.200 euro mensili lavoriamo sulla catena di montaggio, con una pinza a saldare, non accettiamo più questa ipocrisia da parte vostra.

Noi vorremo porvi alcune domande in modo che una volta per tutte ci capiamo fino in fondo:

1) Secondo voi, noi siamo contenti di lavorare in fabbrica?

2) Secondo voi, noi che guadagniamo 1.200 euro mensili non vorremmo guadagnare di più lavorando anche meno?

3) Secondo voi, oltre la proposta di Marchionne avevamo altro?

4) Secondo voi, se la Fiom avesse proposto una valida alternativa al piano Marchionne, invece di limitarsi alla legittimità del referendum ed esortare solo per un «no», l’avremmo fatto?

5) Secondo voi, se avessimo avuto una legge che tutelasse i lavoratori sulla malattia (cioè anche i primi tre giorni) non sarebbe stato meglio? Perché non avete riformato la Legge 2110 del Codice civile quando eravate al governo?

6) Secondo voi, se avessimo avuto una legge che prevedeva più pause durante il lavoro non era meglio? Perché non avete riformato i DLgs 66/2003 quando stavate al governo?

7) Secondo voi, è giusto che ai sindacati di base in Fiat non viene riconosciuto il monte ore e i permessi per il direttivo (perché non sono firmatari di contratto) e alla Fiom che non firma nulla viene riconosciuto tutto? Perché fate 2 pesi e 2 misure?

8) Secondo voi, continuando a dire che Cisl e Uil sono i sindacati servi dei padroni (lo dite anche in maniera indiretta) aiutate la classe operaia?

9) Secondo voi, gli operai si sono dimenticati di quando avete votato in Parlamento l’inizio del precariato attraverso il pacchetto Treu?

10) Secondo voi, difendendo le sole ragioni della Fiom state portando il giusto rispetto a quegli operai non iscritti alla Fiom?

Ecco, semplicemente quanto sopra scritto, senza fronzoli, senza tatticismo e senza parlare in politichese, parlando di chi vive una condizione di sopravvivenza, una condizione dove tutti urlano contro tutti, ma nessuno indica un cammino diverso e che soprattutto sia realizzabile.

Credeteci: quando diciamo che il Ccnl non è morto a Pomigliano e neanche a Mirafiori, credeteci quando diciamo che i diritti non sono caduti a Pomigliano o a Mirafiori, credeteci quando diciamo che bisogna cambiare il sistema, ascoltate anche noi che non siamo della Fiom.

E se non ci credete domandate al ragazzo del bar che ogni mattina vi serve il caffè se ha un contratto, se ha le ferie, se ha il Tfr; oppure chiedete ai tanti lavoratori in nero qui a Napoli e sparsi per l’Italia se hanno mai avuto un contratto e se sanno cosa significa aver pagata la malattia. Uscite dall’ipocrisia elettoralistica e venite a parlare con noi. E dopo averci ascoltato fate vostre le nostre richieste per una vera alternativa di governo e non per battere solamente Silvio Berlusconi. Se volete, a fine gennaio faremo un’iniziativa sul lavoro. Siete tutti e tre invitati... se volete.


Gli operai Fiat di Pomigliano


Gerardo Giannone, Michele Lavanga, Modestino Pappalardo, Giuseppe Coppola, Umberto Orlando, Davide Amati, Felice Meo, Biagio Guadagni, Salvatore Guadagni, Fabio La Montagna, Lello Ferrara, Vincenzo Parisi, Assunta Amendola, Claudio Millocca, Francesco Abete, Angelo Confuorto, Lucia Terna, Luca Saverio, Agrippino Silvestro, Paola Fragiello, Giuseppe Imperato, Gianluigi Ricchezza, Umberto Cesareo, Marco Berrina, Lello Marsilo, Antonio Pannarriello, Emilio Mazzarrielo, Pasquale Castaldo, Esposito Antonio, Pasquale Angelini, Pasquale Posatore, Andrea Iaquinta, Mauro Rosaria, Ciro De Angelis, Domenico Izzi, Annarita Saraco, Michele Frate, Fabio Coppola, Franciosa Giuliano, Enzo Esposito, Antonio Arcella, Mara Annunziata, Celestino Camillo, Angelo Canciello, Francesco Grimaldi, Antonio De Clemente, Antonio Giuseppe Brancaccio



Powered by ScribeFire.

La mia vita è segnata, ai ragazzi dico: lontani dai botti»

Il Mattino






Powered by ScribeFire.

A cap' e Lavezzi» e bomba «Ratzinger» Botti micidiali in un garage di Roma

Il Mattino

Sequestrati ottocento chili di fuochi illegali: erano in un box. Spunta anche «la Finanziaria»: pesa 15 kg e costa 200 euro




ROMA (29 dicembre) - Ottocento chili di botti illegali sono stati sequestrati dagli uomini delle Fiamme Gialle del I Gruppo Roma nel corso di un intervento nel quartiere di Tor Bella Monaca.
I botti erano stati nascosti da un italiano di 47 anni all'interno di un box nei seminterrati di una palazzina. A portare i Finanzieri sulle tracce del magazzino illegale sono stati i continui movimenti, effettuati principalmente nelle ore notturne, dall'uomo trovato in possesso di un vero e proprio arsenale. Il garage era privo di ogni autorizzazione e posto sotto un'abitazione privata.
 
Nel corso della perquisizione i militari del Comando Provinciale di Roma hanno immediatamente provveduto a mettere in sicurezza i prodotti pirici evitando così che il magazzino continuasse ad rappresentare una minaccia per gli ignari residenti della zona.
 
Tra i fuochi d'artificio sequestrati spiccano alcuni connotati da nomi di fantasia come «la Finanziaria», ordigno di 15 kg e dal costo che si aggira dai 150 ai 200 euro. Ad esso si aggiungono altri artifici pirotecnici pericolosi tra cui spiccano nomi quali la «bomba di Bin Laden», «a cap' e Lavezzi» e, ultima novità, i fuochi d'artificio dedicati addirittura a Papa «Ratzinger». Il responsabile è stato denunciato.

Vigna difende il generale Ganzer «Sapevo della droga portata in Italia»

Corriere della sera

Al comandante del Ros dei carabinieri tutti gli italiani dovrebbero essere grati per il lavoro svolto finora Alfredo Mantovano, sottosegretario all'Interno L'ex procuratore: era un'esca per gli spacciatori. De Magistris: il capo del Ros lasci


MILANO - Una difesa a viso aperto: l'ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna scende in campo a favore del «collega» Giampalo Ganzer, il generale comandante del Ros dei Carabinieri condannato a 14 anni di carcere il 12 luglio per traffico internazionale di droga e che, nelle motivazioni della sentenza, i giudici di Milano accusano di gravissimi reati commessi nelle operazioni antidroga «per raggiungere obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione», pur riconoscendogli il merito di altre importanti e simili operazioni completamente legali. «Ho osservato la sua correttezza estrema in tutti gli episodi» dichiara Vigna il quale, in un'intervista al Corriere Fiorentino, ricorda che da pm seguì con lui «il primo caso di immissione di droga in Italia da parte di agenti infiltrati».

La severità delle oltre 1.100 pagine delle motivazioni depositate lunedì «non vedo l'ora di leggerle» lasciano perplesso Vigna al quale non risulta che Ganzer mettesse in piedi anche operazioni «contrarie alla legge» per «assicurare risultati di immagine straordinari a se stesso e al suo reparto», come sostengono i giudici. Per lui il generale è stato «un collega leale che in vent'anni ha sempre dimostrato alta professionalità» e «atteggiamento ineccepibile». Il ricordo va a quella prima operazione che molti anni fa inaugurò la lunga collaborazione: «Predisponemmo un piano per far arrivare un aereo con più di mille chili di cocaina nel nostro Paese. Dentro c'era un nostro infiltrato e l'obiettivo era quello di attirare i grandi compratori di droga per poi arrestarli».

Le cose, però, si complicarono: «Non fermammo subito gli acquirenti perché nel frattempo uno dei nostri agenti sotto copertura era stato sequestrato in Colombia. I criminali lo trattenevano perché volevano vedere se il carico sarebbe andato a buon fine. La droga venne ceduta e i compratori furono arrestati solo in un secondo momento». Per i giudici milanesi, Vigna, che ha testimoniato al processo a favore di Ganzer, sarebbe stato raggirato perché «non poteva certo sapere che la droga era stata introdotta in Italia dagli stessi militari che l'avevano sequestrata istigando altri ad acquistarla». L'ex capo della Dna rifiuta i panni dell' inconsapevole» difensore: «Sono più che consapevole», «i raggirati, se così si può dire, sono i trafficanti che abbiamo arrestato nel tempo». A favore di Ganzer anche il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano che parla di un «ufficiale di straordinario valore a cui tutti gli italiani dovrebbero essere grati», mentre per l'europarlamentare Idv Luigi De Magistris la permanenza del generale ai vertci Ros «è un'ombra inaccettabile che rischia di proiettarsi su tutta l'arma dei Carabinieri».



Giuseppe Guastella
ha collaborato Giorgio Bernardini
29 dicembre 2010




Powered by ScribeFire.

Pompei, corsi di formazione fantasma Scoperta frode da 700mila euro

Il Mattino

Sequestro di beni nei confronti di Luigi Crimaco,
ex direttore amministrativo degli scavi



POMPEI (29 dicembre) - I finanzieri del comando provinciale di Napoli hanno scoperto un articolato sistema di frode che ha permesso a 265 dipendenti addetti alla vigilanza presso i siti archeologici di Pompei di percepire, attraverso fittizi corsi di formazione finanziati dalla Soprintendenza, il pagamento degli arretrati per ore di straordinario prescritte.
 
Il conseguente danno erariale è stato stimato in circa 700mila euro. Al termine delle indagini, la procura della repubblica di Torre Annunziata ha disposto il sequestro di beni intestati ad un ex dirigente della Soprintendenza di Pompei responsabile della truffa per un valore corrispondente al danno erariale causato.
La Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro di beni nei confronti di Luigi Crimaco, ex direttore amministrativo degli Scavi di Pompei, la cui iscrizione nel registro degli indagati era già nota da tempo. Il Tribunale del Riesame, infatti, ha accolto il ricorso della procura di Torre Annunziata contro la decisione del gip, che in un primo momento aveva rigettato la richiesta di sequestro.
 
A Crimaco, ritenuto dall'accusa l'artefice principale dell'imponente truffa ai danni dello Stato, sono stati "congelati" beni per 700.000 euro. I falsi corsi di formazione riguardano 250 addetti alla vigilanza delle aree archeologiche di Pompei, Stabia, Ercolano, Torre Annunziata e Boscoreale. Dalle indagini è emerso che, in seguito a minacce di sciopero da parte di rappresentanti sindacali, nel 2006 Crimaco organizzò lo svolgimento dei corsi quale espediente per distribuire indebite indennità di straordinario ormai prescritte

Finanziamenti all’editoria, scure su giornali di partito Tremonti taglia 50 milioni

di Gian Maria De Francesco


Con il decreto milleproroghe Tremonti cala la scure sui finanziamenti pubblici all’editoria: dai 190 milioni previsti si scende a 140. Protestano i quotidiani della sinistra. Pure Cicchitto e Gasparri chiedono chiarimenti



 

Roma

La coperta finanziaria è corta. Su questo non ci sono dubbi. Il problema è capire quale sarà la parte del corpo costretta a prender freddo. A leggere la bozza del decreto milleproroghe un indiziato si­curo c’è: i contributi statali al­l’editoria. Allo scopo di rifinanziare la liquidazione di 400 milioni di contributi del 5 per mille è prevista la riduzione di 50 mi­lioni delle provvidenze per i quotidiani di partito o editi da cooperative giornalisti­che.

E così il tiraemolla è de­stinato a ripartire: decurtati dalle manovre tremontiane e poi rimpolpati in Parlamento (con l’attenta supervisione dei sottosegretari Letta e Bo­naiuti) con l’ultima legge di stabilità, ora sono nuovamen­te destinati a calare. La Finanziaria 2010 conte­neva uno stanziamento per l’anno in corso di 264,5 milio­ni di euro, sostanzialmente invariato rispetto agli anni precedenti.

Nel 2011 avrebbe­ro dovuto calare drastica­mente ma i passaggi a Came­ra e Senato hanno riportato l’importo alla quota, tutto sommato accettabile, di 190,6 milioni. Che con i 50 mi­lioni di taglio del milleproro­ghe scenderebbero a 140. Ieri l’allarme è stato lancia­to da Liberazione , il quotidia­no di Rifondazione: sono a ri­schio 90 testate ( inclusa quel­la del partito di Paolo Ferre­ro) e tremila posti di lavoro se nella Gazzetta Ufficiale di questa notte i tagli saranno confermati. Una riduzione lineare del 47% circa sulle provvidenze per i quotidiani di partito sa­rebbe una tragedia non da po­co per testate che vivono di sussidi pubblici più che di vendite. Ipotizzando che tale riduzione si trasferisca diret­tamente ai contributi e basan­dosi sugli ultimi dati disponi­bili (relativi al 2009) lo scena­rio potrebbe apparire preoc­cupante.

L’Unità di Concita De Gregorio perderebbe cir­ca 3 milioni scendendo da 6,4 milioni di contributo pubbli­co a 3,4, mentre Il Foglio di Giuliano Ferrara passerebbe da 3,7 milioni a 2 milioni. Il quotidiano dell’Udc, Liberal di Ferdinando Adornato, si fermerebbe a meno di 1,5 mi­lioni dai 2,8 dell’anno scorso e così pure Liberazione (da 4,5 a 2,1 milioni). La sopravvivenza potrebbe essere messa in discussione: questo è poco ma è sicuro.

An­che Il Secolo , l’ house organ dei finiani che riceve contri­buti in quota Pdl, potrebbe ve­dere messi a repentaglio i 2,9 milioni complessivamente ottenuti nel 2009 e così pure Europa , giornale della ex Margherita che l’anno scorso ha incassato 3,5 milioni dallo Stato. Il discorso riguardereb­be anche Libero , che ha incor­porato la testata monarchica Opinioni nuove . Il ragionamento portato avanti dal ministro dell’Eco­nomia, Giulio Tremonti, è si­curamente valido.

Gli è stato richiesto di sbloccare i fondi del 5 per mille per la ricerca e il volontariato (anche al fine di puntellare la maggioran­za) e ha trovato in un batter d’occhio 400 milioni dei qua­li cento saranno destinati agli studi sulla sclerosi laterale amiotrofica. Da qualche par­te bisognava pur tagliare per non far deragliare i conti pub­blici. Il problema è che la questio­ne editoria si è intrecciata con le richieste su altri capito­li di spesa come quelli riguar­danti cultura e sicurezza. «Bi­sogna recuperare risorse per finanziare l’erogazione di al­cune indennità per le forze dell’ordine», sottolinea il ca­pogruppo Pdl al Senato Mau­rizio Gasparri aggiungendo che«anche sull’editoria biso­gnerà vagliare caso per caso stabilendo quali siano le te­state che godono di privilegi senza vendere una copia».

At­tenzioni condivise anche dal presidente dei deputati pi­diellini Fabrizio Cicchitto che assieme a Gasparri ha ri­chiesto un incontro con il mi­nistro dell’Economia per di­scutere tutta la materia (in­cluso l’incremento di 150 mi­lioni del Fondo unico per lo spettacolo chiesto da Sandro Bondi). La partita decisiva, però, la giocherà il premier Berlusco­ni direttamente con Giulio Tremonti. E non è escluso un intervento di Umberto Bossi al quale potrebbe non piace­re che la Padania si veda di­mezzati i contributi. Se nella Gazzetta Ufficiale non ci sa­ranno sorprese, in Parlamen­to se ne vedranno delle belle.




Powered by ScribeFire.

Ha 109 anni la nonnina della Campania: «C’aggia fa’, ‘a morte nun me vo’»

Ecco la sentenza che rivela il metodo Bersani

di Luca Fazzo



Il chirurgo Marino, rivale del capo pd, doveva essere assunto al Sant'Orsola di Bologna. Ma si candidò alle primarie e fu silurato dall'ospedale. Il pm: "Desolante sudditanza". Il gip ha deciso di archiviare l'indagine. Ma il giudizio è severo: "E' stata una guerra"



 

«Un desolante quadro di sudditanza politica», lo de­finisce la Procura della Re­pubblica di Bologna. Per sudditanza politica, e per nessun altro motivo,iverti­ci dell’ospedale Sant’Orso­la di Bologna strapparono gli accordi che dovevano portare il chirurgo Ignazio Marino a lavorare nel capo­luogo emiliano. Unica col­pa di Marino: essere sceso in campo contro Pier Luigi Bersani nella corsa per la segreteria del Partito de­mocratico.

Per questo i ver­tici dell’azienda ospedalie­ra bolognese­ di stretta os­servanza bersaniana ­mandarono a monte l’ac­cordo con Marino, infi­schiandosene dei vantag­g i che l a presenza a l San­t’Orsola di un chirurgo noto in tutto il mondo avrebbe portato ai pa­zienti e alla cittadinan­za. È una storia curiosa, quella di Marino, licenziato a Bolo­gna prima ancora di mettere piede in una sala operatoria.

È una storia di cui non si sa­rebbe saputo mai nulla se per caso, nel corso di una inchie­st­a calabrese per tutt’altre fac­cende, non fosse stata regi­strata una conversazione tra il commercialista Giuseppe Carchivi, originario di Croto­ne ma con studio a Siena, e un chirurgo bolognese. Il pm Pierpaolo Bruni, quando leg­ge le trascrizioni, fa un salto sulla sedia. Poi ne fa una copia e la tra­smette per competenza alla Procura bolognese, perché quello che emerge con chia­rezza è un caso clamoroso di addomesticamento della co­sa pubblica a fini politici sot­to le Due Torri.

Il chirurgo racconta senza mezzi termini al commercia­­lista - è l’intercettazione che pubblichiamo in questa pagi­na, nella sua sconcertante chiarezza - che il siluramen­to di Marino è stato frutto di una «vendetta trasversale» per la sua discesa in campo contro Bersani. A Bologna il fascicolo viene assegnato al pubblico mini­stero Luca Tampieri, che apre una inchiesta a carico di ignoti per abuso d’ufficio. Tampieri interroga Marino, che conferma tutto. Interro­ga i medici e i vertici del San­t’Orsola, che si arrampicano sugli specchi.

Alla fine Tam­pieri - come anticipato ieri dal Resto del Carlino - chiede di archiviare tutto. Non ci fu reato, dice. Ma ha parole di grande severità per i motivi, «esclusivamente di natura politica» della guerra a Mari­no. Il pm scrive che Ignazio Ma­rino, nel corso del suo interro­gatorio, «confermava di ave­re avuto una articolata tratta­tiva con la direzione del­l’ospedale Sant’Orsola ed in particolare con il direttore ge­nerale e di avere raggiunto con il predetto centro un ac­cordo formalizzato in una bozza, della quale era in pos­sesso, che stabiliva tempi e modi della sua collaborazio­ne nonché delineava i profili economici della medesima», ma «la successiva decisione del medesimo di candidarsi alle elezioni primarie per il Pd cambiava la prospettiva dei rapporti, tanto che la trat­tativa di cui sopra subiva una battuta di arresto definitiva».

«Infatti come riferito dallo stesso prof. Marino, dopo la sua candidatura il 4 luglio 2009 cambiò radicalmente il tenore dei rapporti intratte­nuti con il dr.Cavina che rap­pr­esentava l’Azienda ospeda­liera ». Nel corso dell’inchiesta, i vertici dell’ospedale bologne­se hanno provato a sostenere che a causare il brusco stop all’accordo col chirurgo sa­rebbe stata in realtà «l’immi­nente radicale trasformazio­ne del polo chirurgico bolo­gnese »: che invece, per il pm, «nulla aveva a che vedere con la possibile collaborazione del prof. Marino».

A rendere chiaro il moven­te del niet a Marino, scrive il pm, bastano da sole le telefo­nate. «Risulta evidente dal te­no­re delle telefonate intercet­tate che il motivo della inter­ruzione dei rapporti fu di na­tura prettamente politica. Lo steso Marino, colloquiando con i colleghi di Bologna do­po la interruzione dei rappor­ti, ebbe da questi la conferma che la ragione della rottura delle trattative fu di natura po­­litica, attesa la sua candidatu­ra per le primarie “contro” la figura di Bersani.

La sua colla­borazione con il polo ospeda­liero del Sant’Orsola avrebbe in altre parole potuto nuoce­re a Bersani e costituire d’al­tro lato un notevole elemen­to di sostegno per lo stesso Marino sotto un profilo lega­to esclusivamente alla com­petizione politica». L’interrogatorio dei medici intercettati «benché essi ab­biano negato, anche oltre ogni evidenza e logica» la na­tura del boicottaggio, «ha ri­confermato l’assunto risul­tante a chiare lettere dalle conversazioni registrate; in queste i riferimenti sono spe­cifici e indubbi e tracciano un desolante quadro di suddi­tanza politica delle scelte an­che imprenditoriali di una azienda ospedaliera di prima­ria importanza».




Powered by ScribeFire.

La Sicilia balla a spese dell'Italia: meno tasse e 4mila nuovi assunti

di Vittorio Macioce



I "democristofiniani" di Lombardo fanno campagna elettorale sulla sanità: esenzione dal ticket al 65% dei cittadini e nuovo personale negli ospedali. A spese del resto d’Italia



 

La Sicilia è un’altra cosa. Questi, raccontano, sono tem­pi di vacche magre. Tremonti continua a ricordare che l’Ita­lia non può permettersi spre­chi. Il debito pubblico è un’os­s­essione da cui non si può fug­gire. Le famiglie e le imprese avrebbero bisogno di meno tasse. Ma come si fa? C’è il ri­schio bancarotta. Ci sono in fantasmi della Grecia e dell’Ir­landa all’orizz­onte e gli specu­latori della finanza che sogna­no un’altra preda. Tutto que­sto vale per il continente. Non fa eccezione neppure la Sar­degna.

Ma in Sicilia no. Il go­verno democristofiniano di Raffaele Lombardo, con tan­to di striature rosso finocchia­ro, si permette il lusso di politi­che anni ’80. O, almeno, così pare. La storia. Il vicerè di Sicilia fa un conferenza stampa per annunciare che taglia le tas­se, allarga le esenzioni dal tic­ket e assume 4000 persone nella sanità. È la manna che cade dal cielo. Uno però si chiede come mai in Italia si ta­glia­e la Sicilia rispolvera la sta­gione d’oro dello Stato socia­le. Qui o c’è un trucco oppure si balla sul Titanic.

È come se la Sicilia avesse fatto improv­visamente sei al superenalot­to. Qualcosa del mistero lo ri­vela lo stesso compagno di maggioranza del governato­re, l’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni: «Ma guarda che la riduzione delle tasse è più che altro simbolica».L’ali­quota Irap passa dal 4,82 al 4 ,67 per cento, l’Irpef si ridu­ce dello 0,03 per cento. Catun­niu , dicono da quelle parti. Cosa da campagna elettora­le, tanto per fare rumore.

Più serio il discorso sanità. Qui la storia si fa complicata. Lombardo dice che grazie al­l’ottima gestione del fondo sa­nitario regionale c’è un avan­zo di gestione di 21 milioni di euro. Anche qui si resta sba­lorditi. Il vicerè qualcosa in ef­fetti ha risparmiato. Il piano di rientro di uno dei deficit sa­nitari più profondi non è una bufala totale. Una pacca sulla spalla è arrivata anche dalla Corte dei Conti. Il deficit però era ancora di 233 milioni di euro nel 2009.

Due anni fa la spesa sanitaria rappresenta­va il 10 per cento del Pil (in Lombardia era il 4,97%). La sa­nità costava ai contribuenti un milione di euro l’ora. Buo­n­a parte per pagare i 52.184 di­pendenti, di cui 5.078 precari. Come ha fatto Lombardo a realizzare il miracolo? Santi Formica, vicepresidente del parlamento siciliano, mette in guardia dai conti facili. Il go­vernatore non ha ancora ap­provato bilancio e legge finan­ziaria. Gli mancano 500 milio­ni di euro. Non si trovano. E il risanamento della spesa sani­taria?

«Ha posticipato una se­rie di spese obbligatorie al prossimo anno. Ora non so­no a bilancio, ma lo saranno tra un anno e con gli interessi. Ma il colpo di teatro è aver ar­bitrariamente ridotto al 41 per cento il cofinanziamento regionale della spesa sanita­ria, che per legge deve essere sostenuto metà e metà con lo Stato». In pratica Lombardo ha det­to al resto degli italiani: io pa­go questo, il resto lo sborsate voi e se non vi sta bene fate pu­re ricorso. Lo Stato andrà in tribunale, ma passeranno an­ni prima di rivedere i soldi.

In­tanto i democristofiniani pos­sono dare al 65 per cento dei siciliani la sanità senza ticket. Al di là dello Stretto, mi sa, non la prenderanno bene. Le assunzioni. Quattromila non sono poche. La metà so­no ex precari da mettere a po­sto. Gli altri verranno scelti per concorso o con gente che dal Nord torna al Sud. Che fan­no? Radiologi, fisioterapisti, ostetrici e 1.138 infermieri. E soprattutto 1.087 dirigenti. At­tenzione. Questo è un vero schiaffo alla miseria. La Sici­lia è la regione dei dirigenti pubblici.

Sono 500 in più di quanto previsto, parola di Giovanni Coppola, procura­tore della Corte dei Conti. Un capo ogni 8,4 sottoposti. Su 21.104 dipendenti della regio­ne, 2320 sono dirigenti. Ai Be­ni culturali i dirigenti sono 770. Vieni quasi da chiedere se nessuno di questi sia buo­no per Asl e ospedali. Lombar­do dice che queste cose le sa. Ma nel suo stesso partito si racconta che ogni volta che può assumere qualcuno gli si illumina il volto. Finora si è mascherato da Tremonti, ma con le elezioni all’orizzonte può dare sfogo alla sua voca­zione primitiva. Venite clien­tes.




Powered by ScribeFire.

Uccisi per la legge della montagna"

di Gabriele Villa



Un padre e quattro figli massacrati nella loro masseria. Una ferocia scatenata da anni di rancori e torti subiti. Fino alle vendetta più sanguinaria. "In questa terra vive ancora l’idea che per aver giustizia bisogna farsi giustizia"



 «Mi chiede di darle un'interpretazione della strage nella masseria di Filandari? Le rispondo che quanto è accaduto è stato dettato dalla legge della montagna, che è la più antica legge degli uomini»
Staresti ore ad ascoltare l'ingegner Mimmo Gangemi, 60 anni, scrittore di successo, (il suo «Il Giudice meschino», edito da Einaudi, è stato finalista al Bancarella di quest'anno). Staresti ore a prender nota delle illuminanti verità di un osservatore attento e disincantato come lui che, cresciuto tra Santa Cristina d'Aspromonte e Palmi, non ha abbandonato la sua Calabria.




La legge della montagna dunque, ma qui c'erano in ballo terre, pascoli e antichi rancori…

«Tutto vero ma quando parlo di legge della montagna parlo anche della legge della terra, cioè del suo possesso e della sua difesa, che in montagna, però, viene esasperata, perché fa emergere quell'arretratezza e quella violenza che sono più radicate in chi, come i pastori, vive tra i disagi, la solitudine e la durezza della quotidianità che la montagna impone».

Dunque che cosa può aver spinto uno o più uomini di una stessa famiglia a sterminare un'altra famiglia?