Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 21 dicembre 2010

Saddam, da dittatore a martire: il suo «Corano di sangue» divide l'Iraq

Corriere della sera


Il rais ha lasciato alla grande moschea di Baghdad una copia del libro sacro dell'Islam imbevuta del suo sangue



MILANO - Che fosse un megalomane l'avevamo capito sin dai tempi della prima Guerra del Golfo quando i primi testimoni raccontarono degli incredibili sfarzi presenti nei suoi palazzi e delle innumerevoli e imponenti statue sparse per tutto l'Iraq che lo ritraevano come uno dei più grandi eroi della storia contemporanea. Ma che la follia di Saddam Hussein avesse superato ogni limite lo dimostra la scoperta di una copia del Corano scritta completamente con il sangue dell'ex dittatore. Come racconta in un recente articolo il Guardian di Londra. «Il Corano di sangue» che conta 114 capitoli e oltre 300.000 parole, sarebbe custodito per volere dello stesso Saddam in una cripta della grande moschea di Baghdad e fino a oggi sarebbe rimasto al sicuro, lontano da occhi indiscreti.

GENESI DELL'OPERA - La genesi dell'opera è alquanto macabra. Saddam, dopo che Uday, il suo figlio maggiore, scampò per miracolo a un attentato, decise di riavvicinarsi alla fede islamica. Per due anni sul finire degli anni Novanta, si sarebbe fatto prelevare ben 27 litri di sangue. Ad assisterlo un infermiere di fiducia e un calligrafo, Abbas Shakir Joody al-Baghdadi. Quest'ultimo avrebbe avuto il compito di ricopiare con il sangue prelevato a Saddam l'intero Corano davanti agli occhi soddisfatti del dittatore. A distanza di un decennio il calligrafo non vuole tornare sull'argomento - «Non vorrei parlare di questo adesso - dichiara al Guardian -. È un momento doloroso della mia vita che vorrei dimenticare».


DIBATTITO POLITICO - Il volume sarebbe stato consegnato definitivamente nelle mani del defunto dittatore all'inizio del 2000. Per proteggere l'opera, Saddam fece costruire davanti alla cripta tre grandi porte blindate, le cui chiavi furono affidate ad altrettante personalità religiose e civili del Paese, in modo che nessuno, singolarmente, potesse mettere le mani sulla «reliquia». Adesso però la rivelazione pubblica dell’esistenza di questa incredibile opera sta scuotendo gli animi dei politici iracheni. Ci sono coloro che vorrebbero conservarla a futura memoria per dimostrare ai posteri quale grado di follia avesse raggiunto la mente di Saddam, mentre altri vorrebbero distruggere il libro per mettere una pietra sopra a un passato macabro e pieno di fantasmi.


TESTIMONIANZE - Per adesso il Corano di sangue continua a essere chiuso nella cripta. Come hanno fatto notare alcuni religiosi, distruggerlo potrebbe riaccendere la collera dei vecchi baatisti, i seguaci del movimento politico di Saddam, che ancora oggi continuano a organizzare numerosi attentati nel paese: «Quello che è custodito nella moschea è un’opera unica - spiega al Guardian lo sceicco Ahmed al-Samarrai, capo del Fondo delle sovvenzioni sunnite -. Sicuramente vale svariati milioni di dollari». Lo sceicco nonostante reputi l'opera molto importante, disapprova la scelta dell'ex dittatore di incidere il volume con il suo sangue: «È stato sbagliato quello che ha fatto - dichiara al-Samarrai –. È qualcosa di proibito». Da parte sua il governo di Nour al-Maliki sembra essere orientato per la conservazione e l'esposizione dell'opera: «Non tutto quello che è stato fatto durante il vecchio regime deve essere rimosso - dichiara Ali al-Moussawi, portavoce del premier -. Naturalmente c'erano statue che simboleggiavano la vecchia dittatura ed è stato giusto rimuoverle. Ma noi dovremmo custodire quest'opera come una testimonianza della brutalità di Saddam. Egli non avrebbe dovuto fare una cosa del genere. In futuro potrebbe essere preservata in un museo privato, come quelli che esistono oggi in Europa e mostrano i reperti delle vecchie dittature di Hitler e di Stalin».


Francesco Tortora
21 dicembre 2010





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Quando i conduttori sbottano

Corriere della sera

L'ipocrisia delle star 

Aldo Grasso

 

E Firefox adotta due firefox: reality zoo con le cucciole di panda rosso

Corriere della sera

Iniziativa della Mozilla Foundation: telecamere h24 su due neonati della specie divenuta simbolo del gruppo

La «volpe di fuoco» è minacciata dalla compromissione degli habitat e dalla caccia


Uno dei due esemplari di panda rosso adottati da Mozilla

MILANO - La prima è estroversa, ghiotta di latte, ama arrampicarsi sulle gambe degli inservienti che l'assistono e il suo gioco preferito è il kong riempito di bocconcini con cui si diverte a lungo. La sorella gemella è timida, schizzinosa quando si tratta di magiare, ama nascondersi tra le foglie e il suo trastullo preferito è un cuscino rosa a forma di cuore. Insomma, un tao perfetto, l'una l'opposto dell'altra, l'una complementare all'altra. Le due cucciole di panda rosso diventate le principali attrazioni del parco zoologico di Knoxville, nel Tennessee, si apprestano ora a diventare anche delle stelle di prima grandezza nel web. Sono infatti protagoniste di una sorta di reality show - anzi di reality zoo - con telecamere che consentiranno agli spettatori della Rete di ammirarle in ogni momento della giornata. Non si tratta però di un'iniziativa di carattere televisivo: i promotori dell'iniziativa hanno come obiettivo quello di accendere i riflettori su una specie protetta e fortemente minacciata. E a lanciare l'iniziativa è Mozilla, l'organizzazione no profit che promuove l'apertura e la partecipazione in Internet nota per avere lanciato sul mercato quello che è considerato l'anti-Explorer, ovvero il browser di navigazione Firefox, che poi non è altro che il nome inglese del panda rosso mutuato dalla definizione cinese di «volpe di fuoco». E che ora ha deciso di «adottare» le due nuove arrivate.


UNA FAMIGLIA SUL WEB - «Proprio perché abbiamo scelto il firefox come nostro simbolo - spiegano dalla Mozilla Foundation - abbiamo ora deciso di impegnarci nella sensibilizzazione dell'opinione pubblica nei confronti di questa specie protetta, incominciando dal mostrarla a tutti, visto che l'80% della popolazione a livello mondiale non l'ha mai vista o non la conosce». E' stato creato un apposito sito web per monitorare la vita delle due cucciole, che ancora non hanno un nome (chiunque potrà inviare suggerimenti), ma anche quelle dei loro genitori Akkali e Chewbacca e della zia Kumari. Una bella famigliola le cui gesta potranno essere seguite dal vivo, 24 ore su 24, attraverso l'occhio di sei telecamere piazzate nei punti strategici del loro recinto. Un reality in piena regola, insomma, ma senza televoti nè eliminazioni. La sola gara, al momento, è proprio quella dei nomi da attribuire alle neonate. Per il momento raccolgono i maggiori consensi Ember e Spark, scelti dal 40% dei votanti. Tra le altre accoppiate attualmente in corsa ci sono Chaos e Flux (22%), Cinnamon e Saffron (22%), Moxie e Millie (13%), Rue e Betty (3%). La scelta definitiva è prevista per il 22 dicembre.

L'ora della pappa...

SPECIE A RISCHIO - Anche lo zoo di Knoxville è un'organizzazione no profit ed è una delle due principali istituzioni a livello mondiale - l'altra è a Rotterdam - impegnate nella tutela del panda rosso e nella salvaguardia della specie mediante programmi di allevamento in cattività. Opera dal 1978 e da allora ha cresciuto 98 cuccioli. La principale minaccia per i firefox nei loro ambienti naturali, che vanno dal Nepal alla Birmania e si spingono fino ad alcune province della Cina centromeridionale, è la distruzione dei loro habitat a causa dell'urbanizzazione e dell'azione dell'uomo, ma anche degli squilibri di ecosistema creati dall'inquinamento e dalla riduzione della biodiversità. Non solo: la pelliccia di questo animale è particolarmente ricercata, in particolare per la produzione di colli e di cappelli, e la caccia indiscriminata ha contribuito in modo sensibile alla riduzione della loro popolazione. Mammifero carnivoro, il panda rosso si nutre prevalentemente di vegetali e in particolare di bambù, condividendo in questo un'abitudine con il più noto «cugino» bianco e nero (la loro è in realtà solo una parentela molto alla lontana), il panda gigante. A cui purtroppo deve essere assimilato anche per i rischi di progressiva scomparsa.

Alessandro Sala
21 dicembre 2010

Bondi "pianista" al Senato

Corriere della sera

Pedica (Idv) lo filma

Anzio, chiesto giudizio per 4 poliziotti accusati della morte di Stefano Brunetti

Il Messaggero


Secondo la procura l'uomo morì per le percosse subite nel commissariato di Anzio.

Omicidio preterintenzionale l'accusa




ROMA (21 dicembre) - La procura di Velletri ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro agenti del commissariato di Anzio, con le accuse di omicidio preterintenzionale e falso per la morte - avvenuta il 9 settembre 2008 - di Stefano Brunetti, un uomo di 43 anni arrestato il giorno prima per furto e lesioni. Un caso che ha preceduto quelli analoghi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi.

Brunetti, ex tossicodipendente con qualche precedente, era stato arrestato l'8 settembre dopo aver tentato di rubare nel garage di una casa ad Anzio e picchiato con una mazza il proprietario che lo aveva sorpreso. Brunetti aveva poi aggredito gli agenti di volante accorsa sul posto. Era stato caricato di peso nell'auto e portato in commissariato, dove aveva continuato a dare in escandescenze. Per sedarlo venne chiesto l'intervento della guardia medica per sedarlo. In serata fu trasferito in carcere, ma la mattina le condizioni del detenuto apparvero gravi, tanto da consigliare il ricovero nell'ospedale di Velletri. L'uomo morì mentre erano in corso gli accertamenti. 



Secondo la la procura di Velletri Brunetti è morto a causa delle percosse infertegli dai quattro agenti nella camera di sicurezza del commissariato. Il gup deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio il 6 giugno prossimo. Soddisfazione è stata espressa dai legali dei familiari di Brunetti, Carla Serra, Maria Luna e Francesco Romito: «È un buon inizio. La procura di Velletri ha svolto indagini accurate per fare luce su questo caso in modo serio ed i capi di imputazione sono pesanti».



«Ora ci aspettiamo giustizia e che chi ha sbagliato paghi, anche se porta la divisa - dice Carmela, sorella di Stefano Brunetti- La legge deve essere rispettata non solo dai cittadini, ma anche dalle istituzioni. Mio fratello non era tossicodipendente, come ha scritto qualcuno, era pulito da due anni. Aveva problemi al fegato, ma non è morto per quello, come ha dimostrato l'autopsia. Dal primo momento che ho visto il suo cadavere ho detto subito che era stato ucciso, perchè era pieno di lividi ed aveva il naso rotto: era stato chiaramente picchiato. La procura ha fatto indagini approfondite e, finalmente, dopo più di due anni, si comincia a vedere qualcosa di positivo. Ora vogliamo che sia fatta giustizia e che i colpevoli paghino».





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Università, a poche ore dalla riforma il rettore di Tor Vergata assume la nuora

Il Messaggero









di Claudio Marincola


ROMA (21 dicembre) - Per qualcuno potrebbe essere l’ultimo colpo di coda di parentopoli. Per altri la continuazione di una saga inarrestabile che si tramanda di padre in figlio passando per i nipoti (rare volte spingendosi fino ai trisavoli). E’ successo ieri, dunque a poche ore dalla verosimile approvazione da parte del Senato della legge Gelmini che prevede la proibizione di chiamate universitarie per parenti di dirigenti accademici fino al IV grado.

Università Roma 2, Ateneo di Tor Vergata, quello della spianata, che ospitò la Giornata mondiale della gioventù nel Giubileo 2000. La grande croce è sempre lì. Il rettore no, è cambiato. Da quasi due anni c’è Renato Lauro, 71 anni, preside della Facoltà di Medicina eletto con 727 preferenze. La stessa che proprio ieri ha chiamato come professore associato alla cattedra di Malattie dell’apparato respiratorio la dottoressa Paola Rogliani. Chi è? E’ la nuora del rettore. Il posto che arriva in zona Cesarini delimita un’epoca. A ridosso del Natale, sotto l’albero, riunisce suocera, figlia e nuora, in pratica mezza famiglia. Nella stessa facoltà e nello stesso dipartimento infatti c’è anche il marito della signora, nonché figlio del rettore, Davide Lauro, 41 anni, professore ordinario di Endocrinologia, cattedra detenuta prima di lui dal padre.

E ci sarebbe anche il “nipote”, il dottor Alfonso Bellia, ricercatore di medicina interna. Ma il Magnifico nega quest’ultimo ramo di parentela. «Con il professor Bellia - chiarisce una volta per tutte - non c’è nessun legame neanche leggero di parentela, mi viene attribuito solo perché è siciliano come me».
Già. In fatto di parentopoli non esiste una geografia. I legami travalicano qualsiasi confine, le nostre regioni, così diverse tra loro, nel malcostume etico si somigliano più o meno tutte.

Renato Lauro, preside della facoltà di Medicina dal 1996 al 2008, oltre a essere rettore e anche direttore del dipartimento clinico di Medicina, quello nel quale lavorano i suoi congiunti, del Policlinico Tor Vergata. La nuora chiamata in cattedra in extremis. Come lo spiega? «Lei scherza? Sono concorsi regolarmente banditi nel 2008, quando io non ero ancora rettore. Inoltre, faccio notare che la legge Gelmini, non ancora approvata, non abolisce i professori, stabilisce solo che i ricercatori sono una qualifica ad esaurimento». «Per gli stessi bandi - continua il rettore - sono stati chiamati già una ventina di vincitori di concorso. Ma vincere non vuol dire prendere servizio visto che ci sono, come è noto, problemi di budget».

In altri punti la legge Gelmini potrebbe prestarsi ad interpretazioni. Su questo punto è chiara: prevede che nelle assunzioni per ordinario e associato siano esclusi i consanguinei dei professori appartenenti al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata. Di docenti ma anche di rettori, direttori generali e consiglieri di amministrazione. E fissa anche un limite per i rettori: potranno rimanere in carica un solo mandato, per un massimo di 6 anni. Nel caso di Tor Vergata, se approvata la legge, Renato Lauro potrebbe avere una proroga di 2 anni dell’incarico rettoriale e restare in carica dunque fino alla quasi venerabile età di 74 anni.

Di lui si parlò come «lo zio» cui faceva riferimento nelle intercettazioni l’ex direttore dei Lavori pubblici Angelo Balducci finito in carcere per gli appalti del G8 alla Maddalena. Finito in pasto ai taccuini in quei giorni “caldi”, Lauro rispose: «E allora? Sì, sono io “lo zio” di cui si parla nelle intercettazioni, ma io sono un medico, non sono Provenzano».

Qualche giorno fa, il 16 dicembre, durante un incontro con il corpo accademico dell’Ateneo romano, il rettore era stato duramente contestato. E già in passato era finito nell’elenco dei parentopolati per la chiamata del figlio Davide, vincitore, circa 4 anni fa, di un concorso di professore ordinario, non di Medicina interna, ma di tecnologie biomediche, poi passato in endocrinologia. Lauro commenta: «Mio figlio se n’era andato negli Usa a studiare e lì stava benissimo. Basta guardare il suo curriculum per mettere tutti a tacere. Stesso dicasi per gli altri professori associati che hanno vinto i concorsi del 2008: controllate, sono tutti figli di nessuno».





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Morte di Taricone, il gip chiude inchiesta «È morto per un suo errore»

Il Mattino



TERNI (21 dicembre) - Archiviata l'indagine per omicidio colposo a carico di ignoti aperta dalla procura di Terni dopo la morte di Pietro Taricone in seguito a un lancio con il paracadute. Lo ha deciso il gip ternano Maurizio Santoloci. L'incidente era avvenuto il 29 giugno scorso dopo un lancio presso l'aviosuperficie «Leonardi» di Terni. Il gip ha accolto la richiesta di archiviazione presentata nelle scorse settimane dal sostituto procuratore Elisabetta Massini che aveva condotto l'inchiesta della squadra mobile della questura. Il fascicolo, aperto inizialmente con l'intestazione «atti relativi», era stato poi modificato in omicidio colposo contro ignoti.


Una perizia disposta dalla procura e affidata a un paracadutista esperto ha però accertato che non si sarebbe verificato nessun guasto al paracadute e alle attrezzature tecniche usate dall'attore nel suo ultimo lancio. Secondo la tesi della procura, accolta dal gip, lo schianto di Taricone sarebbe quindi da ricondurre a un errore umano: l'attore avrebbe ritardato la manovra di atterraggio.


Taricone a seguito dell'incidente aveva riportato fratture al bacino, al volto e al cranio e lesioni agli organi interni. Dopo il ricovero d'urgenza all'ospedale «Santa Maria» di Terni e un lunghissimo intervento chirurgico era morto nelle prime del 30 giugno.





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Barbara Berlusconi contro il padre: «Veline in Parlamento, che vergogna»

Il Mattino


«La Carfagna deve stare zitta: dai Telegatti a ministro.
Amareggiata dai scandali sessuali. Renzi? Mi rappresenta»




ROMA (21 dicembre) - «La cosa più grave è che Mara Carfagna trovi il coraggio di lagnarsi. A volte bisogna avere il pudore di tacere. Se si sente discriminata lei, che dai Telegatti è diventata ministro, la cosa assume dimensioni ancora più grottesche» dice Barbara Berlusconi in un'intervista a Vanity Fair a proposito del ministro per le Pari opportunità, che aveva parlato di maschilismo politico nei suoi confronti.

Per la figlia del premier, «vedere certe signorine girare in auto blu non fa bene all'immagine del Paese, perchè davvero si fatica a coglierne i meriti». Ma se è Silvio Berlusconi che ha portato le showgirl in Parlamento «non dimentichiamoci neanche che sono gli italiani che le hanno votate. La democrazia propone delle scelte, poi si chiede il consenso. E non mi pare che Berlusconi abbia un problema di consenso. Certo, non voglio eludere così il problema, credo che siano state fatte valutazioni superficiali, e che queste abbiano sminuito la classe politica nel suo complesso».

«Gli scandali sessuali? Sono vicende che mi hanno amareggiato. E faccio fatica a rispondere serenamente. Vorrei che una lettrice provasse a mettersi nei miei panni. È ovvio che non sono d'accordo con un certo tipo di condotta, ma devo anche credere alle verità di mio padre»,

«Matteo Renzi? Mi è sembrata una persona che vuole davvero cambiare le cose. Da lui mi sentirei rappresentata», dice Barbara Berlusconi nell'intervista al settimanale, che le dedica la copertina a proposito del sindaco Pd di Firenze. Di recente ad Arcore ha partecipato a un pranzo con il padre Silvio Berlusconi e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi: «Credo che ad avvicinarci non siano le idee politiche ma la stessa cultura generazionale».





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Strasburgo, Italia bocciata La giustizia è troppo lenta E' boom di ricorsi accettati

di Redazione


La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha oggi emesso una maxi condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati alla lentezza dei processi



 

Strasburgo - Italia bocciata per colpa dei giudici lumaca. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha oggi emesso una maxi condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati alla lentezza dei processi. I giudici di Strasburgo hanno infatti reso noto di aver adottato 475 sentenze che danno ragione ad altrettanti ricorsi presentati da soggetti che hanno dovuto attendere dai 9 mesi ai quattro anni per incassare il risarcimento che gli era stato riconosciuto, in base alla legge Pinto, per l’eccessiva lunghezza del processo. 

Giustizia lumaca Alla luce delle sentenze odierne, la Corte ha quindi chiesto all’Italia di rivedere la legge Pinto e, in particolare, di istituire un fondo speciale che consenta il pagamento degli indennizzi in tempi ragionevoli. Nel comunicato stampa relativo alla decisione dei 475 casi si sottolinea che in Italia esiste un "problema diffuso" inerente i pagamenti degli indennizzi. La Corte rileva che, a fronte di una normativa che fissa in sei mesi il termine per l’erogazione degli indennizzi, i 475 ricorrenti hanno dovuto attendere tra i 9 e i 49 mesi. La Corte rileva inoltre che al momento pendono in attesa di giudizio a Strasburgo oltre 3.900 ricorsi presentati per il ritardato pagamento degli indennizzi e che il loro numero è salito dai 613 del 2007 a circa 1.340 ricevuti tra il primo giugno e il 7 dicembre 2010. Nel comunicato inoltre si legge che la Corte "pur non appoggiando tutte le riforme attualmente all’esame della Camera, considera che questo sia l’ambito ideale per prendere in considerazione le indicazioni della Corte stessa e le raccomandazioni sinora fatte dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa". La Corte ha accordato a ciascun ricorrente 200 euro per danni non pecuniari. 





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Violenza sessuale su un minore di 14 anni, condanna a 10 anni per il prete professore

Corriere della sera


I fatti contestati risalgono al periodo tra il 2006 e il 2009. Il pm aveva chiesto otto anni di reclusione



MILANO - Don Domenico Pezzini, sacerdote lodigiano di 73 anni, è stato condannato a 10 anni di reclusione e a pagare a livello provvisionale un risarcimento di 50mila euro per violenza sessuale su un ragazzo del Bangladesh. Le violenze sarebbero iniziate quando il ragazzo aveva meno di 14 anni. Il giudice ha anche confermato la misura del carcere, rigettando la richiesta della difesa che aveva chiesto gli arresti domiciliari in una comunità monastica. I fatti contestati risalgono al periodo tra il 2006 e il 2009. Don Pezzini, originario di Borghetto Lodigiano e appartenente alla diocesi di Lodi (anche se da tempo era impegnato nel milanese), è molto conosciuto nella comunità omosessuale, e in particolare dagli anni '80 è stato il fondatore di un gruppo di omosessuali credenti che approfondiscono le tematiche relative a omosessualità e cristianesimo. Era stato anche docente di linguistica inglese all'Università di Verona.

GIUDICE SEVERO - Il giudice ha applicato una pena più pesante rispetto a quella chiesta dall'accusa: il pm di Milano, Cristiana Roveda, aveva chiesto infatti per il sacerdote otto anni e mezzo di carcere, mentre l'avvocato, Mario Zanchetti, aveva chiesto l'assoluzione e il subordine di trasferimento dal carcere in una comunità monastica, trasferimento a cui aveva dato parere favorevole anche il pm. Al ragazzino, costituitosi parte civile con l'avvocato Laura De Rui, è stata concessa una provvisionale di risarcimento di 50 mila euro.

I FATTI - Le violenze sarebbero avvenute nell'abitazione milanese di don Pezzini. In particolare, secondo l'accusa, il religioso avrebbe avvicinato il ragazzo, che viveva in una situazione di indigenza e degrado in un parco, offrendogli una possibilità di aiuto. In realtà, poi, avrebbe abusato più volte di lui per circa tre anni. Nel corso delle indagini, inoltre, era arrivata a Milano in Procura anche un'altra denuncia per abusi sessuali a carico del prete, presentata da uno straniero che ha raccontato di aver subito violenze una quindicina di anni fa, quando era minorenne. Fatti prescritti, ma che l'accusa ha usato come ulteriore elemento per confermare il quadro probatorio nel processo.


Redazione online
21 dicembre 2010




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I carabinieri trovarono il "papello" ma arrivò l'ordine di non sequestrarlo»

Corriere della sera


Un teste: il foglietto con le richieste di Riina allo Stato fu scoperto in una perquisizione a casa Ciancimino


PROCESSO MORI


Mario Mori
Mario Mori

MILANO - Già nel 2005, durante la perquisizione in casa di Massimo Ciancimino, i carabinieri trovarono il cosiddetto «papello» di Totò Riina ma non lo sequestrarono, su ordine di un colonnello, poichè l'Arma ne sarebbe stata già in possesso. La rivelazione è venuta dalla testimonianza del maresciallo Saverio Masi, sottufficiale dei carabinieri che sta deponendo al processo al generale dell'Arma Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. «Il capitano Angeli - ha sostenuto il maresciallo - mi disse che, nel corso di una perquisizione a casa di Ciancimino, trovò il papello di Totò Riina, e informò della scoperta il suo superiore, il colonnello Sottili, ma che questi gli ordinò di non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano». Il teste, prima in servizio al Reparto Operativo e ora nella scorta del pm Nino Di Matteo, pubblica accusa nello stesso dibattimento Mori, ha raccontato quanto appreso dall'allora capitano Antonello Angeli che effettuò una perquisizione a casa di Massimo Ciancimino, nel 2005 indagato per il riciclaggio del tesoro del padre, l'ex sindaco di Palermo Vito. In casa del superteste della trattativa, nascosto in un controsoffitto, ci sarebbe stato l'elenco con le richieste di Riina allo Stato.

FOTOCOPIA DI NASCOSTO - Esterrefatto dall'ordine del superiore di non sequestrare il papello, Angeli lo fece fotocopiare di nascosto a un collega. Angeli informò della vicenda il maresciallo circa un anno dopo la perquisizione a casa di Massimo Ciancimino e gli raccontò di averne poi discusso animatamente con Sottili e con un altro ufficiale del Reparto Operativo, Francesco Gosciu. Il capitano scelse il sottufficiale per la confidenza sapendo che questi aveva avuto rapporti conflittuali sia con Sottili che con Gosciu, quindi essendo certo di trovare in lui un «alleato». Angeli e Masi, molto preoccupati per la decisione di non sequestrare il papello, decisero di far filtrare la notizia sulla stampa.

Totò Riina
Totò Riina

CONTATTI CON LA STAMPA - Una mossa che, secondo loro, avrebbe «costretto» i magistrati a convocarli e gli avrebbe consentito di rivelare all'autorità giudiziaria una circostanza che ritenevano inquietante. Nel giugno del 2006 Masi, insieme a un altro sottufficiale, contattò allora il giornalista dell'UnitàSaverio Lodato proponendogli un appuntamento con un collega, ma non facendogli il nome di Angeli, e dicendogli di essere intenzionati a dargli una notizia importante. Al cronista chiesero però la garanzia della pubblicazione del pezzo. Dopo la testimonianza di Masi, controesaminato dal legale di Mori, l'avvocato Basilio Milio, che ha messo in luce che il teste è sottoposto a un procedimento penale per falso materiale e che è stato «piu volte trasferito», ha cominciato a deporre Lodato.  

(Fonte Ansa)
Redazione online
21 dicembre 2010



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Scrisse "La guida del pedofilo", arrestato dalla polizia in Florida

La Stampa


Il libro era stato messo in vendita da Amazon e poi subito ritirato






La polizia del Colorado, nell’ovest degli Stati Uniti, ha arrestato ieri l’autore di una ’Guida del pedofilo', che era stata messa in vendita da Amazon e che, dopo aver scatenato una bufera di critiche, il colosso dell’e-commerce aveva poi ritirato in tutta fretta dal catalogo di e-book destinati al lettore Kindle.

Lo ha reso noto la polizia della Florida. Philip Greaves, 47 anni, è stato fermato dalla polizia di Pueblo, a sud di Denver, in virtù di un mandato d’arresto emesso dalle autorità della contea di Polk, come ha precisato un comunicato dell’ufficio dello sceriffo di questa contea situata circa 400 km a nord ovest di Miami.

Greaves è accusato di aver distribuito materiale pedopornografico, precisa il comunicato dello sceriffo della contea di Polk, che ora cerca di ottenere l’estradizione dell’arrestato verso la Florida. ’The pedophilès guide to love and pleasure' (’la guida del pedofilo all’amore e al piacere') firmata Philip R. Greaves, era stata pubblicata a spese dell’autore e messa in vendita lo scorso novembre.



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Ndrangheta e politica, appalti per voti 12 arresti: c'è anche un consigliere Pdl

Il Mattino

L'ordinanza eseguita dai carabinieri e dai Ros all'alba in Calabria. Le accuse: associazione mafiosa e corruzione elettrorale                    


REGGIO CALABRIA (21 dicembre) - I carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria e del Ros hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip nei confronti di 12 persone indagate per associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose. L'indagine ha accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca della 'ndrangheta in occasione delle elezioni del 29 e 30 marzo scorsi per il rinnovo del Consiglio regionale. Al centro dell'indagine gli incontri tra il boss Giuseppe Pelle ed alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla 'ndrangheta illecitamente raccolti avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l'aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici ed altri favori.


Nell'operazione dei carabinieri, che è tuttora in corso, denominata «Reale 3» e sulla quale filtrano al momento pochissime indiscrezioni, sono stati arrestati anche esponenti politici. Quattro candidati al Consiglio regionale della Calabria nelle elezioni del marzo scorso sono stati arrestati nell'operazione dei carabinieri in cui è finito in manette il consigliere regionale del Pdl Santi Zappalà. Si tratta di Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria, tutti del centrodestra.




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Pizzo di Natale, il clan dei casalesi batte cassa: otto arresti nel Casertano

Il Mattino





CASERTA (21 dicembre) - I carabinieri del reparto territoriale di Aversa stanno dando esecuzione a provvedimenti restrittivi in carcere nei confronti di affiliati del clan 'dei casalesi' - gruppo Schiavone. I reati ipotizzati dagli inquirenti sono associazione per delinquere di stampo camorristico e concorso in tentate estorsioni continuate e aggravate dal metodo mafioso confronti numerosi imprenditori e commercianti della provincia di Caserta che in talune occasioni sono stati minacciati e percossi. È quanto si apprende da una nota dei carabinieri di Aversa. Otto le persone tratte in arresto, per il 'pizzo di natale', le cui indagini sono state coordinate dalla procura della repubblica, direzione distrettuale antimafia, di Napoli.




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Napoli, decapitato il clan Di Lauro Blitz antidroga dei carabinieri: 8 arresti

Il Mattino





NAPOLI (21 dicembre)- I carabinieri del nucleo investigativo di Napoli, nel corso di un blitz ancora in corso, hanno sottoposto a fermo otto esponenti di spicco del clan camorristico dei «Di Lauro», operante nell'area Nord del capoluogo campano. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, detenzione, spaccio e traffico di stupefacenti e detenzione e porto abusivo di armi da fuoco aggravati dal metodo mafioso.

Con il blitz - frutto di indagini dei carabinieri di Napoli e del Ros, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli - sono finiti in carcere i vertici del clan cui era demandata la gestione sul territorio del traffico e dello spaccio di stupefacenti: gli otto personaggi controllavano le «piazze di spaccio» nel quartiere di Secondigliano. Nella zona controllata dagli arrestati veniva venduta cocaina, kobrett, hashish e marijuana ad acquirenti provenienti da tutt'Italia.




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Addio a Bearzot, il ct campione del mondo

Corriere della sera


Vinse il Mondiale di Spagna nel 1982. Aveva 83 anni






MILANO - È morto Enzo Bearzot. Il mitico commissario tecnico campione del mondo in Spagna nel 1982. Aveva 83 anni. Friulano d'origine, giocò da mediano anche nell'Inter, prima di allenare con Rocco, Fabbri e Bernardini. Alla guida della Nazionale dal 1975, conquistò il quarto posto ad Argentina '78 e vinse il Mondiale quattro anni dopo. Prima di diventare allenatore della naizonale è stato anche giocatore vestendo le maglie di Pro Gorizia, Inter, Catania e Torino.

LA BIOGRAFIA - Enzo Bearzot era nato ad Aiello del Friuli il 27 settembre 1927.

Redazione online
21 dicembre 2010



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La vedova accusa "Lo hanno tradito due volte"

La Stampa

«Il governo non ha mai voluto cercare la verità»