Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 25 ottobre 2010

Sputate in faccia ai fascisti" Volantino choc a Bergamo

Il Giorno


Due delle dodici persone apparse sul manifesto sono esponenti di Forza Nuova Bergamo. La replica del  giovane responsabile del partito: "Clima avvelenato da persone che vivono nel passat
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Il manifesto contro Forza Nuova
Il manifesto contro Forza Nuova


Bergamo, 25 ottobre 2010 - Un volantino anonimo appeso sui muri di Borgo Palazzo, con la fotografia di 12 persone e l’invito: “Se li vedi per strada sputagli in faccia”. In calce la scritta “Fuori i fascisti dai quartieri” e il simbolo di un omino stilizzato che getta una svastica in un cestino.

Quella che qualcuno ha già indicato come una vera e propria lista di proscrizione prende di mira gli esponenti della sezione di Bergamo di Forza Nuova, il movimento politico di estrema destra, fondato nel 1997 da Roberto Fiore e presente dal 2008, con proprie sedi, in tutte le regioni d’Italia. Un paio di volti raffigurati nelle foto sono di esponenti conosciuti in città: si tratta di Dario “Astipalio” Macconi, responsabile provinciale di Forza Nuova, e di Nicolò Santini, un giovane simpatizzante.

Le dodici persone sono definite dagli anonimi autori del volantino come “fascisti dichiarati, picchiatori, da sempre contro i diritti delle donne e dei più deboli, omofobi e razzisti, pronti a cavalcare le paure della gente con proclami populisti, proposte sterili e cariche di odio”.

“Azioni simili non sono una novità assoluta ma l’eco remota di un mondo incapace di comprendere ed adattarsi ai cambiamenti in atto nella società, frange minoritarie dell’ultrasinistra pietrificate nel proprio passato - sottolinea Luca Molteni, responsabile giovanile di Forza Nuova Bergamo -. La cosa curiosa è che un terzo dei ritratti appartengono a persone che non conosco o che non fanno parte del nostro ambiente”.

Nel suo comunicato Forza Nuova se la prende anche con il consigliere comunale dei Verdi Pietro Vertova, che il 3 luglio scorso aveva criticato l’iniziativa contro l’omosessualità “Le nozze di Sodoma”, sostenuta dal movimento di estrema destra. “Si dovrebbe chiedere a Vertova se riesce a intuire l’inquietante nesso tra i suoi proclami e le parole contenute nelle liste di proscrizione appese in città”. Immediata la replica di Vertova. “Va da sè che condanno apertamente la modalità politica della lista di proscrizione, che peraltro fanno solo pubblicità a Forza Nuova e ai neofascisti, mettendoli nella posizione di vittime”.




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Buttiglione da choc: Essere gay? Moralmente sbagliato come l'adulterio

Quotidiano.net

Il presidente dell'Udc a Radio2 paragona l'omosessualità all'adulterio, al non pagare le tasse o al non donare soldi ai poveri". E su Vemdola: "Non è lìObama italiano"

Roma, 25 ottobre 2010


"Essere gay è moralmente sbagliato, come lo è l’adulterio, il non pagare le tasse o il non donare soldi ai poveri". Parola di Rocco Buttiglione, ospite in studio della trasmissione di Radio2 ‘Un giorno da pecora'.

 Si parla anche di Nichi Vendola e il presidente dell’Udc dice: "Non ce l’ho con lui perchè è gay. Sul piano politico e sociale sono contro la discriminazione nei confronti dei gay, ma moralmente non sono d’accordo. Penso che l’omosessualità sia oggettivamente sbagliata".

 E lasciamo stare Obama come termine di paragone per il leader Sel: "Non credo che sarà l’Obama italiano - spiega - in politica non devi fare discorsi religiosi nè scaldare il cuore della gente, devi risolvere i problemi». A Vendola, tuttavia, Buttiglione riconosce una forte spiritualità: "Non mi piace come politico ma come uomo sì. È passato accanto ad un uomo di grande spiritualità come monsignor Tonino Bello, si vede che nell’anima gli è rimasto qualcosa"






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Ufo, ex generale turco rivela in tv: «Nel 1983 un incontro ravvicinato»

Il Mattino



ANKARA (25 ottobre) - Un incontro ravvicinato tra otto caccia dell'aeronautica turca e alcuni oggetti volanti non identificati avvenuto nel maggio 1983 nei cieli della Turchia è stato rivelato da un generale in pensione che all'epoca era pilota.

A parlare dell'episodio, durante un acceso dibattito televisivo sul tema degli Ufo, è stato l'ex generale Erdogan Karakus. L'avvistamento, ha ricordato il militare, avvenne mentre insieme con altri sette compagni di squadra stava effettuando un'esercitazione sulla provincia occidentale di Balikesir ed era diretto nella località meridionale di Adana.

«Gli Ufo galleggiavano nell'aria grazie ad una tecnica a noi sconosciuta», ha detto Karakus, quando vennero visti da uno dei piloti. Gli oggetti volanti accompagnarono la squadriglia aerea per circa 15 minuti «ed io avvisai un pilota di non avvicinarsi in quanto quegli oggetti non assomigliavano ad aeroplani», ha detto l'ex generale.

«Intanto uno dei miei amici aveva spento le luci dell'aereo. A questo punto gli Ufo si sono avvicinati al terzo caccia (della fila). Poi si sono spostati in direzione del secondo quando anche il terzo spense le sue luci», ha aggiunto Karakus secondo il quale, quando egli stesso guardò in direzione di un Ufo che volava alla sua sinistra, riuscì a vedere soltanto un raggio di luce gialla. «Dopo di che scomparvero all'improvviso».

Anche le torri di controllo degli aeroporti di Istanbul, Ankara e Konya intercettarono gli Ufo sui propri radar, ha concluso l'ex generale. Sull'incidente i piloti turchi stilarono un rapporto che, secondo Karakus, «probabilmente venne inviato alla Nasa».





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Far west ad Afragola: terrore in strada Conflitto a fuoco banditi-polizia

Il Mattino



NAPOLI (25 ottobre) - Rapina a mano armata in banca e conflitto a fuoco ad Afragola, in provincia di Napoli. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, in cinque, stamattina, hanno sfondato la vetrata blindata del Banco di Napoli con un furgone.

Poi, con il volto coperto da passamontagna, sono entrati dentro armati di fucile a pompa, kalashnikov, una piccola mitragliatrice. Pensavano di trovare una grande quantità di soldi, ma il bottino è stato solo di 10mila euro.

GUARDA IL VIDEO

Nella fuga sono stati individuati da una pattuglia della polizia locale ed è iniziato un conflitto a fuoco. Dal commissariato di polizia poco distante, gli agenti hanno sentito gli spari e sono anche loro intervenuti: spari anche contro di loro. Nel conflitto non ci sono stati feriti ma i malviventi sono riusciti a fuggire.





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Prato: italiani categoria protetta nelle aziende cinesi

Corriere della sera

Una norma che renda obbligatoria l’assunzione di lavoratori nazionali nelle imprese di Pechino

La proposta del sindacato Ugl. Il sindaco: «Non si può fare, ma il problema c'è»



PRATO - La proposta è stata come un elettroshock, almeno per la comunità cinese a Prato, la più numerosa d’Italia. «Voglio chiedere al sindaco Cenni di pensare a una norma che renda obbligatoria l’assunzione di una percentuale di lavoratori italiani nelle imprese cinesi», dice Monica Castro, 35 anni, delegata Ugl del distretto e responsabile della nuova sede del sindacato a Prato.

RECIPROCO - Non è una provocazione. Anche perché, come dice la stessa sindacalista, in Cina c’è una legge simile che obbliga gli imprenditori ad assumere almeno il 30% di dipendenti cinesi. «Dunque non si capisce», continua Monica Castro, «per quale motivo non si debba pensare anche noi italiani a una soluzione simile, che servirebbe non solo ad abbattere la disoccupazione, ma anche all’integrazione. Troppo spesso, infatti, la comunità cinese a Prato è chiusa, ripiegata su se stessa, con tutti i problemi che la cosa comporta. Parliamo tanto di integrazione, ma per farla diventare realtà bisogna farla partire dal basso e dal mondo del lavoro».

SINDACO - La risposta del sindaco, Roberto Cenni (Pdl), imprenditore e creatore del marchio Sasch, non si è fatta attendere. «Noi non siamo la Cina», risponde. «Siamo un Paese liberale e vogliamo continuare a esserlo. Ed è per questo è difficile approvare norme che non sono uguali per tutti. Però stiamo lavorando al problema. Ho consegnato al ministro Sacconi un documento per facilitare le assunzioni nelle aziende italiane di extracomunitari e nelle imprese extracomunitarie di italiani con minori contributi all’ingresso. Non ci sarebbe un disequilibrio e si favorirebbe l’integrazione. Anche perché, purtroppo, molte aziende cinesi calpestano i diritti dei lavoratori».

INTEGRAZIONE LONTANA - L’Ugl però insiste. «Probabilmente da solo il Comune non può approvare la norma», spiega Castro, «però si potrebbero fare pressioni su Regioni e governo. Ci sarebbero vantaggi anche per lo Stato, perché diminuirebbe l’incidenza degli ammortizzatori sociali e sarebbe più facile fare controlli. E noi sindacalisti avremmo la possibilità di tutelare meglio i lavoratori, italiani ed extracomunitari». Ufficialmente i cinesi a Prato sono 15 mila, ma si ritiene che gli immigrati non regolari siano almeno il doppio. In città, nella zona di via Pistoiese poco lontano del centro, si è creato una città nella città, una Chinatown dove non si parla italiano e l’integrazione resta un sogno.

Marco Gasperetti
25 ottobre 2010



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L'Imperatore abbattuto dai bracconieri Ucciso il cervo vanto della Gran Bretagna

Corriere della sera


Era il più grande esemplare di animale selvatico vivente nel Regno Unito. Indignazione tra la gente, dibattiti in tv


LONDRA - Lo chiamavano l'Imperatore di Exmoor ed era il cervo rosso più grande della Gran Bretagna. Anzi, era in assoluto l'esemplare più grande di animale selvatico vivente nelle isole britanniche. È stato però abbattuto a colpi di fucile, non lontano da una strada piuttosto trafficata, quella che collega Tiverton a Barnstaple, nel sudovest del Paese, non lontano dal parco nazionale di Exmoor. A sparare è stato con tutta probabilità un bracconiere in cerca di trofeo. Ora, quella della sua morte è una delle notizie più lette sui media online britannici. E nel Paese si è aperto un dibattito che si sta allargando alle principali trasmisisoni radio e tv.

TROFEO AMBITO - «Emperor» è stato colpito nella stagione degli amori, quando invece avrebbe dovuto essere ulteriormente protetto. E questo rende ancora più grave l'accaduto. Il cervo pesava circa 300 libbre, ovvero 136 kg, ed era alto più di due metri e mezzo. Aveva circa 12 anni. «Ci sono persone disposte a spendere somme assurde per avere un trofeo sul loro muro, fino a mille sterline», spiega Peter Donnelly, esperto di cervi di Exmoor.

DIETA RICCA - I cervi rossi sono gli animali più grandi della Gran Bretagna e quelli di Exmoor sono anche più imponenti di quelli scozzesi, a causa della loro dieta più ricca. All'inizio di ottobre il fotografo naturalista Richard Austin, a cui si deve il nome di Imperatore, lo aveva ritratto con una serie di scatti, ma aveva tenuto segreto il luogo per non segnalarlo ai bracconieri. Una precauzione che purtroppo non è stata sufficiente.

Redazione online
25 ottobre 2010



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Morti bianche, un albanese vale meno di un italiano

Quotidianonet


Sentenza choc del Tribunale di Torino. Ai genitori del lavoratore straniero assegnato un risarcimento inferiore perché l'Albania è "area ad economia depressa", altrimenti otterrebero "un ingiustificato arricchimento"


Roma, 25 ottobre 2010 - La morte sul lavoro di un operaio albanese vale meno di quella di un italiano. Lo ha stabilito una sentenza choc e destinata a far discutere del Tribunale di Torino, riportata oggi da Repubblica.

Dopo aver addebitato allo straniero deceduto il 20% di concorso di colpa nella sua morte, infatti, un giudice civile del capoluogo piemontese ha riconosciuto a ciascun genitore dell'uomo un risarcimento di 32mila euro, perché altrimenti i congiunti otterrebero "un ingiustificato arricchimento" essendo l'Albania "area ad economia depressa". Tutto questo sulla base di una sentenza di dieci anni fa della Cassazione.

Diverso sarebbe stato se l'operaio morto fosse stato italiano perché sarebbero state applicate le nuove tabelle presso il Tribunale di Torino dal giugno 2009 in base alle quali a ogno congiunto sarebbero stati riconosciute somme fino a dieci superiori (fra 150mila e 300mila euro).





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La perizia: sul corpo di Elisa Claps fu fatta violenza anche dopo la morte

Corriere della sera


I risultati dell'indagine della paleontologa Sacchi: tagliati i vestiti, il killer continuò ad agire sul cadavere


MILANO - Chi uccise Elisa Claps, la ragazza sedicenne assassinata a Potenza il 12 settembre del 1993 e il cui cadavere è stato ritrovato solo il 17 marzo di quest'anno nella chiesa della Trinità nel capoluogo lucano, si accanì sul suo corpo dopo la morte: lo sostiene la paleontologa Eva Sacchi, nella perizia depositata nei giorni scorsi alla Procura di Salerno, nell'ambito del primo incidente probatorio sul caso dell'omicidio della ragazza di Potenza, un documento di cui l'Ansa ha potuto prendere visione. «Il taglio di tutti i vestiti e lo spostamento di alcuni di questi - scrive il perito - (operazioni svolte probabilmente anche rivoltando il corpo) necessitano che l'aggressore abbia continuato ad agire sul corpo stesso per un tempo relativamente lungo dopo la morte, o comunque dopo che la vittima non era più in grado di opporre qualsiasi resistenza».

TAGLIATI TUTTI I VESTITI - «Tutti gli indumenti ad eccezione delle spalline furono tagliati con una forbice» si legge ancora nella perizia. «Tali soluzioni di continuità sono state verosimilmente realizzate con l'intento di accedere al corpo della vittima dopo la morte», spiega il perito. La Sacchi fornisce poi una dettagliata descrizione dei diversi tagli riscontrati sugli abiti di Elisa: «Il reggiseno è stato tagliato lungo la porzione mediana che divide le due coppe, dal basso verso l'alto - scrive -. Lo slip è stato tagliato verticalmente lungo il fianco destro. Il top è stato tagliato verticalmente dal fianco sinistro fino alla zona del decoltè, o viceversa. Il pantalone è stato tagliato dal bordo inferiore della gamba destra , fino all'interno della tasca destra, arrivando quasi all'altezza dei passanti. Il pantalone è stato poi tagliato dall'alto verso il basso, posteriormente, a partire dal margine superiore fino a dietro la coscia destra. Verosimilmente quest'ultimo taglio è avvenuto per secondo». L'assassino si accanì con almeno due armi, una forbice e una lama, sul corpo della Claps. «Sulla scena del crimine erano presenti almeno due tipologie differenti di armi: una forbice e una lama - scrive la Sacchi -. L'insieme dei dati ottenuti dall'analisi dei danneggiamenti fanno supporre verosimilmente che la forbice fosse di medie dimensioni e la lama molto tagliente» . «Tutti gli indumenti della porzione del corpo, ad eccezione delle spalline - aggiunge - hanno subito danneggiamenti da lama».

LA PERIZIA SUL BOTTONE - Ma la perizia della dottoressa Sacchi si è soffermata anche su uno dei reperti trovati nei pressi del cadavere: il «celebre» bottone rosso. Per la paleontologa il bottone rosso può essere appartenuto all'abito di un cardinale. Il bottone non è invece compatibile con quelli dell'abito talare di Don Mimì Sabia - lo storico parroco di Potenza della chiesa della Trinità deceduto nel 2008 - il giallo rimane aperto però: proprio quell'abito fa supporre, infatti, a chi lo ha analizzato, che i bottoni siano stati sostituiti. «Ammettendo l'appartenenza del bottone a un abito talare, dato il particolare tipo di rosso, rosso ponso - scrive il perito -, ammettendo che il colore, (cosa verosimile data la composizione della fibra), non abbia subito una variazione, il bottone potrebbe essere appartenuto ad un abito cardinalizio». «I bottoni dell'abito talare cardinalizio trovati in un armadio dei locali della chiesa della Santissima Trinità non sono compatibili da un punto di vista strutturale con il bottone trovato nel sottotetto», sottolinea poi il perito, che aveva appunto il compito di analizzare l'abito del parroco, per fugare i dubbi su un eventuale coinvolgimento dell'anziano sacerdote nell'occultamento del cadavere. È a questo punto che però la Sacchi conclude: «Le condizioni dell'abito, usurato e più volte riparato, e l'ottima condizione dei bottoni fanno ritenere possibile che i bottoni siano stati sostituiti».

Redazione online
25 ottobre 2010





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La felicità del Bhutan invidiata nel mondo (ma la paga l'India)

Corriere della sera

 

Il re: voglio solo la gioia dei miei sudditi
E il potente vicino finanzia la spesa pubblica

 

 

THIMPHU (Bhutan) - Tutto è iniziato come per caso. Nel 1974, nel giorno della sua incoronazione, un teenager con la faccia da bambino invitò i suoi sudditi a respingere le convenzioni del resto del mondo. Benché reggesse il Bhutan dalla morte del padre due anni prima, il diciottenne Jigme Singye Wangchuck stava diventando allora il sovrano più giovane al mondo. Nessuno vi prestò molta attenzione. Il sistema di Bretton Woods era appena crollato, lo choc petrolifero infuriava, la passione per la crescita economica stava per scatenare le rivoluzioni di Reagan e Deng Xiaoping.
Ma il luogo in cui il re ragazzino saliva al trono è uno dzong, palazzo metà fortezza e metà convento sull'Himalaya. In un trionfo di sete e monili che altrove sarebbe risultato grottesco, alla destra del re sedeva il lama-capo del buddhismo tantrico bhutanese. Di recente erano state costruite alcune strade per collegare il Paese al resto del mondo e un gruppo di dignitari stranieri assisteva al rito. «Sarò felice se i bhutanesi saranno felici - disse quel giorno il sovrano - Non credo ci sia altro che un re possa desiderare».

Sarebbero passati 35 anni prima che qualcuno fuori di lì se ne accorgesse. E non sono ancora le parole taglienti che il «Re Drago» avrebbe riservato anni dopo a un intervistatore del Financial Times, che lo incalzava sul perché il Pil del Bhutan crescesse meno di quello cinese. «La felicità interna lorda è molto più importante del prodotto interno lordo», replicò il re quella volta. Ma la strada del Bhutan era già segnata. Poco dopo l'incoronazione il quarto re partì per l'India, la grande protettrice del Bhutan; le foto dell'epoca mostrano un ragazzo concentrato e la sua splendida sorella Dechen Wangmo, prima consigliera, seduti ai lati di un'Indira Gandhi non si sa se più annoiata o infastidita. Di recente Dechen Wangmo si è rasa i capelli a zero e ora vive in un convento in un'alta valle deserta ai confini con il Tibet. Anche il Re Drago quattro anni fa si è auto-deposto, scatenando momenti di panico fra i bhutanesi: ha prima rinunciato ai poteri di monarca assoluto (il figlio, suo successore, è un sovrano costituzionale), quindi ha introdotto la democrazia. Senza, sarebbero mancate le condizioni della felicità.

Oggi l'ex re abita isolato in un minuscolo cottage di legno di pino, in una valle così stretta da diventare subito una gola oscurata dalle conifere. Non vede quasi nessuno, non viaggia, passa del tempo leggendo su un iPad qualche novità editoriale americana; non vuol far parlare di sé e Lungtaen Gyatso, un monaco di alto rango che in passato ha lavorato con lui, sospetta che si dedichi soprattutto alla meditazione religiosa. Ma per il Bhutan e la sua idea, è arrivato il momento del riscatto. Dal Giappone al Brasile, dal Canada all'Italia, i delegati del piccolo regno himalayano sono invitati sempre più spesso a spiegare il segreto della Felicità interna lorda. Ora che i subprime sono crollati e la Cina è il primo inquinatore globale, tutti vogliono sapere perché in Bhutan persino i cani di strada sembrino toccati dalla tranquilla soddisfazione che si respira a Thimphu, la capitale. Centinaia di randagi si aggirano sazi, quasi puliti attorno allo dzong seicentesco che incarna insieme l'autorità laica e religiosa. Duecento metri più in là, non un passo oltre, un fumo bianco si alza dal luogo prescelto per il crematorio cittadino.

Il potere buddhista è così: ricorda di continuo a se stesso il carattere transitorio di ogni cosa nel cosmo, incluso il proprio. E non sarà un modello per tutti, ma ora anche in Europa c'è chi cerca le stesse chiavi della felicità, nel timore che il Pil - specie quando declina - non misuri davvero il benessere. Il Bhutan fa enormi sforzi per classificare e perseguire il suo modello. La sanità è gratuita, la scuola (e i libri di testo) anche, l'incidenza dell'Aids e il tasso suicidi o omicidi registrati sono fra i più bassi al mondo. Intanto il governo misura tutto: la prosperità, l'ambiente, il benessere mentale, la cultura e la religiosità, la vita sociale, la armonica divisione del tempo fra il lavoro e il resto. Ogni due anni il 12% della popolazione riempie un questionario di 70 pagine con domande e quiz di ogni tipo: sulle fonti di stress, il sonno perso nell'ultimo mese, il ricorso al medico, all'astrologo o allo sciamano in caso di malattia, alcol bevuto, il karma, la conoscenza dei candidati locali al parlamento, la qualità dell'aria.

«Piccoli come siamo, pur con i nostri problemi, abbiamo qualcosa di adatto per le aspirazioni dell'umanità», dice il ministro dell'Educazione Thakur Powdyel. Il ministro è un uomo minuto, addobbato di drappi fosforescenti e, a differenza dei lama, tipi spicci e robusti, parla come un prete. La sua visione del Bhutan del futuro «è un monaco che legge i testi sacri mentre la sua cena cuoce ai raggi laser». Ma si dà da fare: l'educazione copre il 17% - gli scappa detto - «del Pil» e quando il sondaggio del 2008 ha segnalato un aumento dei livelli di stress, il ministro ha reagito. In tutte le scuole è stata introdotta la meditazione per dare ai giovani uno strumento di autocontrollo e relax. Si socchiudono le palpebre, gli occhi fissi su un punto, la sommità della lingua fra gli incisivi e il palato, la mente concentrata sul respiro. E per cinque minuti in ogni classe del Bhutan si fa silenzio. Poi però si fa lezione tutto il giorno in inglese.

Per volontà dell'ex re, in nome della laicità del governo la nuova costituzione toglie il diritto di voto ai monaci, prevede l'impeachment per la monarchia e il pensionamento obbligatorio del sovrano a 60 anni. Neanche lui può tagliare un albero senza permesso, perché le foreste devono coprire almeno il 60% del Paese. È proibito cacciare, pescare, vendere sacchetti di plastica o tabacco (ma c'è il mercato nero) e per chi traffica gli oggetti d'arte dei templi è previsto l'ergastolo: pena commisurata a un danno inflitto a molte generazioni future. I contadini non possono uccidere le tigri o gli elefanti che devastano i raccolti. Il governo poi li compenserà, ma intanto l'Onu dà da mangiare a circa un bambino su tre.

Tutta questa ricerca di armonia in effetti ha un costo. Lo ha ancora di più per un regno popoloso come una media città italiana, chiuso com'è fra India e Cina, cioè quasi metà del genere umano, superpotenze dalla crescita furibonda e potenzialmente nemiche. Nel 2009 New Delhi ha finanziato il 37% della spesa pubblica di Thimphu e basta che smetta di mandare il sale o il gasolio perché il Paese si blocchi. Basta che riduca un assegno, perché l'obiettivo della felicità si allontani. In cambio del sostegno però l'India schiera i propri soldati al confine nord del Bhutan, lungo i pericolosamente vaghi confini del Tibet. Il premier bhutanese Jigme Thinley esclude una nuova guerra fra India e Cina come quella del '62. Ma cinque anni fa l'esercito di Pechino ha lanciato una profonda incursione in Bhutan occidentale, definendo l'area territorio cinese.

Nell'antico, splendido monastero di Lam Taktshang, arroccato su un crinale a tremila metri in quella zona, il Lama Kado evita per autocontrollo di guardare in faccia gli ospiti. Ma definisce l'isolamento del passato «un'epoca di oscurità» e guarda con favore alla lenta apertura del Bhutan al mondo. In una sala accanto cinque giovani monaci recitano mantra e suonano affacciati sulla vallata. Due dei loro flauti dalla melodia dolce e come soppressa, orlati in rame, sono ricavati da femori umani, a ricordo di come siamo tutti di passaggio e rinasceremo. Ma inutile chiedere di chi fossero gli arti. «Non so, vengono dall'India. Il commercio internazionale si sta sviluppando molto in Bhutan».

Federico Fubini
24 ottobre 2010(ultima modifica: 25 ottobre 2010)

Il decalogo del killer perfetto: «Usa sempre lo spray antistube»

Corriere del Mezzogiorno

Precauzioni da adottare per risultare negativi all’esame dello «stube» e di tecniche utili a depistare le indagini



Un'immagine del film «Gomorra»

Un'immagine del film «Gomorra»


NAPOLI — Un vero e proprio decalogo del killer, con tanto di precauzioni da adottare per risultare negativi all’esame dello «stube», di tecniche utili a depistare le indagini, di cautele da prendere, addirittura, per non venire incolpati di omicidi commessi da altri. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia — ex affiliati del clan Aprea— contenute nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Luigi Giordano su richiesta dei pm Stefania Castaldi e Maria Cristina Ribera, che ha colpito mercoledì scorso 16 persone fra cui tre donne, sono una miniera di informazioni.

Ingannare lo Stube - Il pentito Giuseppe Manco, parlando con i pm in merito all’omicidio di Francesco Celeste commesso il 6 ottobre 2007, ha raccontato: per evitare che coloro che eseguivano gli omicidi risultassero positivi alla prova dello stube, noi del clan Aprea utilizzavamo diversi accorgimenti. In primo luogo, quando era possibile, ovvero nel caso in cui l’esecutore del delittto si sarebbe potuto immediatamente allontanare da Napoli, gli facevamo indossare i guanti di lattice; in altri casi, e soprattutto quando l’omicidio veniva commesso da persone che avevano l’obbligo di dimora e che quindi non potevano andare via dopo aver commesso il delitto, utilizzavamo un prodotto spray— tipo schiuma— che cospargevamo sia sulle braccia che sul viso. Tale sostanza veniva rimossa con una semplice doccia (...) Cospargendosi di questa sostanza si evita il riconoscimento stub, perché funziona da isolante per le parti dove viene spruzzata.

Precauzioni al poligono - I killer del clan, addirittura, per cautelarsi contro eventuali indagini per omicidi commessi nei giorni in cui venivano provate le armi nei poligoni abusivi, utilizzavano la schiuma anche durante le «prove». E’ sempre Manco a spiegare: Usavamo tale schiuma anche quando andavamo a provare le pistole sotto al garage di Villa Aprea, in modo da evitare la possibilità di risultare positivi ad un’eventuale prova stube se per caso fosse stato commesso un omicidio proprio in quella zona.

Tiro a segno nella stalla - I poligoni abusivi erano ricavati nei luoghi più disparati, purché fossero sufficientemente isolati acusticamente e «protetti» da sguardi indiscreti. Talvolta, il clan provvedeva perfino ad insonorizzare i locali con materiali appositi. E’ sempre Giuseppe Manco a riferire: i membri del clan Aprea si esercitavano a sparare anche con armi lunghe e pesanti dietro la stalla ubicata di fronte all’abitazione degli Aprea dove avevamo creato una sorta di tiro al bersaglio. Successivamente ci esercitavamo nella cella frigorifera che esisteva sotto il garage degli Aprea, ove avevamo collocato dei vetri blindati. In epoca successiva provavamo le armi dove capitava; spesso venivano provate (...) sotto i garage di via Mastellone.

Il sicario debole di stomaco - E’ invece il pentito Salvatore Manco a raccontare ai magistrati, sempre parlando dell’omicidio di Francesco Celeste, una storia singolare appresa durante la detenzione in carcere di Ciro Aprea (mandante, oltre allo stesso Ciro, il boss Vincenzo Aprea). Esecutore — ha spiegato il collaboratore di giustizia— fu Vincenzo Capasso con un’altra persona di cui mi riservo di fare il nome perché in questo momento mi sfugge. Ho appreso queste circostanze in carcere da Ciro Aprea. Egli si lamentava del fatto che, per commettere l’omicidio, era stata scelta una persona ‘inidonea’ in quanto Vincenzo Capasso, dopo aver sparato si era sentito male e aveva vomitato; infatti, era il primo omicidio che Capasso commetteva.

Depistare le indagini - Oltre a far indossare ai killer guanti in lattice e a ricoprirli di schiuma «anti-stub» anche in occasione delle prove al poligono, il clan, dopo gli omicidi, adottava tutta un serie di accorgimenti utili a trarre in inganno le forze di polizia e gli stessi inquirenti. Giuseppe Manco, ascoltato dai magistrati ha raccontato: spesso tentavamo di depistare le indagini anche bruciando mezzi rubati e fingendo, pertanto, che gli stessi fossero stati utilizzati durante la commissione di delitti, mentre invece spesso sul posto andavamo con mezzi ‘puliti’. Questi mezzi venivano sistematicamente puliti preventivamente con un panno imbevuto di gasolio per evitare il deposito di eventuali tracce di polvere da sparo.


Stefano Piedimonte
25 ottobre 2010





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Wikileaks: a Nassiriya nessuno sparo dall'ambulanza colpita dagli italiani

Corriere della sera

Un altro file smonta l'ipotesi del suicidio del militare Salvatore Marracino: «E' stato colpito accidentalmente»



I Nuovi documenti smentiscono la versione ufficiale della battaglia


ROMA - Tra i documenti riservati resi noti da Wikileaks ce ne sono due che ribaltano la riocostruzione di ftti drammatici che hanno avuto gli italiani perprotagonisti in Iraq. Non sparavano gli occupanti del mezzo di soccorso iracheno colpito durante la «battaglia dei Lagunari», nell'agosto 2004 sui ponti di Nassiriya, in Iraq, e poi esploso perché raggiunto dai colpi dei soldati italiani: è quanto si legge nella documentazione messa online da Wikileaks. I militari italiani dissero di aver risposto al fuoco proveniente dal veicolo iracheno.

I FATTI - «Alle ore 03.25 un automezzo che transitava sul ponte orientale di Nassiriya non si è fermato al checkpoint italiano e veniva conseguentemente ingaggiato con armi leggere. Quindi si è prodotta una grande esplosione, seguita da una seconda da cui si è valutato che il veicolo avesse dell'esplosivo», si legge in due resoconti americani del 5 agosto 2004 pubblicati da Wikileaks. I fatti risalgono alla notte tra il 5 e il 6 agosto 2004 quando a Nassiriya si verificarono scontri tra i miliziani dell'Esercito del Mahdi e i soldati italiani, posti a difesa dei tre ponti sull'Eufrate. L'episodio è stato al centro di una vicenda giudiziaria complessa. A bordo del veicolo, secondo i testimoni, si trovavano una donna incinta, la madre, la sorella e il marito. La ricostruzione raccontata dai file di Wikileaks coincide sostanzialmente con quanto appurato nel corso dell'inchiesta giudiziaria. I militari hanno sempre raccontato una storia diversa: nessuna ambulanza, hanno sostenuto, ma solo un furgone, privo di insegne o di dispositivi luminosi, con a bordo uomini armati che, a un tratto, sono scesi sparando contro i soldati italiani che, dopo aver seguito le procedure, si sono limitati a rispondere al fuoco. Dai file Wikileaks, incrociati con il rapporto riservato, scritto tre giorni dopo i fatti dal colonnello dei lagunari Emilio Motolese e reso noto nel 2006, emerge che la versione dei soldati italiani si potrebbe riferire a un episodio distinto, verificatosi un'ora dopo, alle 04.25. I soldati «spararono contro un mezzo che non si era fermato al checkpoint». Quindi iniziò - si legge nei file - una battaglia nella quale diversi insorti rimasero uccisi e altri feriti».

MORTE DI MARRACINO: «COLPO ACCIDENTALE, NON SUICIDIO» - Salvatore Marracino, il militare italiano morto nel corso di una esercitazione il 15 marzo 2005 in Iraq, «è stato colpito accidentalmente», si legge nella documentazione pubblicata da Wikileaks. Secondo l'ipotesi più accreditata all'epoca, invece, il 28enne di San Severo (Foggia) si sparò alla fronte con la sua stessa arma, che si era inceppata poco prima.

IN IRAQ COMMISSIONE D'ICNHIESTA - Il premier iracheno, Nuri al-Maliki, ha dato il via libera alla nascita di una commisisone d'inchiesta interministeriale che indaghi sulla veridicità e sui fatti riportati dai documenti pubblicati dal sito "WikiLeaks". Secondo quanto riferisce la tv satellitare Al-Arabiy, a capo della commissione è stato posto il ministro della Giustizia Dar Noureddine, il quale dovrà indagare sui casi di violazione dei diritti umani commessi dalle forze irachene. «Nonostante non crediamo alla verdicità delle informazioni contenute nei documenti di questo sito internet - si legge in una nota del Consiglio per la Sicurezza iracheno - opereremo senza esitazione per scoprire se ci sono stati episodi nei quali sono stati violati i principi costituzionali sia da iracheni che da stranieri».


25 ottobre 2010




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Le immagini incredibili dell'interno del Castel dell'Ovo

Il Mattino


NAPOLI (25 ottobre) - Alberto Angela, nel corso dell'ultima puntata di Passaggio a Nord-Ovest ha mostrato l’interno di uno dei luoghi più affascinati del nostro paese: Castel Dell’Ovo. Questo gioiello dell’archeologia è come un immenso libro di storia lungo 2700 anni, durante i quali ha subito molte trasformazioni, da villa romana a monastero, da luogo di quarantena a fortezza.

Guarda il video sul sito della Rai.




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