Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 17 ottobre 2010

Napoli, a un giovane violinista di strada il premio in memoria di Petru

Il Mattino


NAPOLI (17 ottobre) - Il premio musicisti di strada 2010 è stato consegnato oggi a Napoli con una dedica speciale: in memoria di Petru Birladeanu, il musicista rumeno vittima di un raid camorristico, che morì l'anno scorso nella indifferenza generale, alla stazione di Montesanto. Alla stazione della Cumana Pontile Torregaveta, con Silvio Perrella, presidente della Fondazione Premio Napoli, consegna il premio Luca Signorini, primo violoncello del San Carlo, a Ferdi Bayrani, violinista, il più giovane del gruppo di musicisti che si è esibito durante il viaggio.

Al ritorno, Stazione della Cumana, Montesanto, è stata apposta una targa della Fondazione Premio Napoli per ricordare l'edizione 2010 del Premio a Montesanto; la targa è accanto alla teca che custodisce la fisarmonica di Petru, nel punto in cui il musicista fu ucciso.

Gli altri musicisti di strada presenti erano Daniel Bucataru, chitarrista Costel Lautaru, fisarmonica, il figlio Valentin - bassista - e il fratello Nelu, secondo fisarmonicista. Luca Signorini ha suonato coi musicisti di strada un prezioso violoncello Carlo Tononi del 1740. L'evento è stato ripreso sin dal primo capolinea, Montesanto, dal regista Antonio Capuano.




La Guerra di Petru...



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Un anno intero vissuto di corsa Nuovo record: 27.011 chilometri

Corriere della sera


Ha attraversato 25 paesi europei, facendo 74 km al giorno e consumando 30 paia di scarpe

Il nuovo LIMITE stabilito dal francese Serge Girard

Ha attraversato 25 paesi europei, facendo 74 km al giorno e consumando 30 paia di scarpe


Serge Girard, 56 anni
Serge Girard, 56 anni
PARIGI - Un anno di corsa a piedi: 27.011 chilometri, attraversando 25 Paesi dell’Unione europea, a una media di 74 chilometri al giorno. Serge Girard, 56 anni, faceva il consulente finanziario ma ha cambiato vita e ha deciso che quella nuova l'avrebbe fatta di corsa.

630 MARATONE DI FILA, 30 PAIA DI SCARPE CONSUMATE - Partito il 17 ottobre 2009 dallo stadio Charléty a Parigi e, dopo 365 giorni di corsa, in lungo e largo per il Vecchio Continente, è giunto domenica al parco di Bois de Vincennes, nella capitale francese. L’atleta transalpino ha battuto di 4.400 chilometri il precedente primato della corsa a piedi più lunga, detenuto dall’indiano Tirtha Kuma Phani, sempre sulle strade d’Europa, stabilito dal 30 giugno 2006 al 29 giugno del 2007 in cui ha percorso 22.581,09 chilometri. Neanche un giorno di riposo, per mettere in riga senza pausa l'equivalente di circa 630 maratone, consumando 30 paia di scarpe. Girard non è nuovo a simili imprese, negli anni passati ha attraversato i 5 continenti per un totale di 40.979 km. Nel 2005 è andato di corsa da Parigi a Tokyo in 260 giorni: 19.097 chilometri. Questa volta il programma era di percorrere settanta chilometri al giorno. Ma ha accelerato e ha scavalcato il record quando, passata Amsterdam, ha galoppato galoppando verso il Lussemburgo e poi la Francia.


LA GIORNATA TIPO - Anche se le sue giornate lo hanno portato a vedere posti sempre diversi hanno anche avuto una certa "monotonia": sveglia regolare alle sei, colazione energetica e poi, a seguire, una decina di ore di corsa alla media di nove/dieci chilometri all'ora. Sempre, tutti i santi giorni, senza nemmeno uno di risposo, con dietro i due automezzi di assistenza con sopra quattro persone, la sua squadra: la moglie Laure, chiropratica, un podologo e due esperti in logistica. Dopo aver consumato ottomila calorie e aver bevuto dieci litri d’acqua, arrivava lo stop della sera.

«NON CONTA IL RECORD MA QUELLO CHE TI ACCADE» - Serge Gitrard non sembra però molto interessato al record, un po' come tutti i veri protagonisti della corsa lunga. Sfida intima, non cronometro: «È solo una carota, un pretesto che ti fa andare avanti, non è un obiettivo importante quando lo raggiungi. Quello che conta è quanto accade in te lungo il cammino».


17 ottobre 2010



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Il ragazzo che vive al buio ora cerca un lavoro: «Voglio colleghi e amici»

Corriere della sera


Una malattia rara: la luce lo può uccidere La penombra in classe Ha il diploma da perito informatico: i vetri della classe erano oscurati con pellicole

La storia Da 25 anni Roberto si deve proteggere con creme e passamontagna.


Roberto da bambino durante una sua visita a Milanello: alla sua sinistra, Franco Baresi, poi Mauro Tassotti, Paolo Maldini e George Weah
Roberto da bambino durante una sua visita a Milanello: alla sua sinistra, Franco Baresi, poi Mauro Tassotti, Paolo Maldini e George Weah
MILANO - Poi, a un certo punto, ci si stanca. Così la centosettesima operazione viene rinviata, la tenda della finestra scostata, la porta di casa aperta. Lo Xeroderma pigmentoso - in codice Xp, quanto suona innocua la sigla - è una malattia rara; se esposto ai raggi ultravioletti il paziente sviluppa tumori della pelle. L'Xp, leggiamo in un referto, «è da considerarsi potenzialmente letale». Roberto M., 25 anni, anche ieri ha dato una sbirciata dalla camera da letto tre metri per tre, poi è uscito. Non ha fatto nulla di strano: ha girato per Milano. Invece ha sfidato, provocato, accelerato la malattia.

Ci vuole poco, in fondo. Basta fermarsi su una panchina, aspettare un semaforo in macchina, ordinare un caffè al bar, rincorrere un tram, semplicemente stare per strada, e fare tutto questo di giorno. Alla luce. «Si sta lasciando morire» dice la mamma, la signora Enza, «servirebbero amici, servirebbe un lavoro, sì, un lavoro. L'ufficio. I colleghi. Le mansioni. Certo, con tutte le precauzioni del caso, le creme e le protezioni sul viso, le misure di sicurezza. Ma possiamo farcela».La Enza è una di quelle che vanno sempre in salita. Mai da sole però, uno uguale lo trovano. Lei ha trovato Michele. Postina e ferroviere. Immigrati: campana e salentino. Soldi pochi, sfizi zero, debiti, prestiti. Fidanzamento breve, matrimonio, famiglia. Numerosa: Roberto, Caterina di 24 anni, Alessandro di 22. I figli sono uguali e ogni madre sa che ognuno è diverso. Racconta Enza: «Avevo otto anni quando sono finita in collegio. Avevo perduto la mamma, non ho potuto studiare, dovevo andare a lavorare per mantenere i fratellini. Caterina era bravissima, era portata: non l'ho mandata all'università, il denaro ci serviva». Scrisse Caterina in un tema: «In famiglia abbiamo dovuto affrontare mille difficoltà, e abbiamo imparato a riconoscere le cose importanti dalle secondarie».

Anche Roberto ha studiato. Diploma di perito informatico. A scuola, le volte che ci andava si faceva in modo che la sua classe avesse i vetri oscurati da speciali pellicole. Le pellicole costavano. Più d'uno, nel tempo, ente pubblico e privato, ha dato una mano, bisogna scriverlo. Perché c'è una costante, nella storia di questo ragazzo, coraggioso, forte, ammirato dai fratelli, il volto segnato da operazioni, asportazioni, cicatrici: c'è qualcuno che si interessa, e prova a fare il suo. Cittadini, politici. E allora ecco la vendita molto scontata da una casa tedesca di una macchina, l'invito a un allenamento, specie quand'era bimbo, del suo Milan, le lettere - complice una segretaria con cui s'era incrociato dopo un intervento chirurgico - con l'avvocato Agnelli, che rispondeva. In una lettera Roberto scrisse: «Domani entro di nuovo in ospedale, mi tolgono ancora un po' di tumori». Annuncio, cronaca secca; abitudine, convivenza con il dolore e i medici. Tutti i medici. «Ce n'è uno, si chiama Tatteo, faccia il nome, ci sta ridando speranza» dice Enza. E ce n'è stato uno, un chirurgo, che per ricostruire parti del naso «ha chiesto trentamila euro, in nero. Quasi il triplo del prezzo vero».

Ci sono giorni che Roberto maledice d'esser nato, maledice i genitori che l'hanno messo al mondo, maledice e basta: «Vivo nel buio in casa o fuori con passamontagna, sciarpe e berretti anche d'estate... Mai un amore, mai». Otto volte ha provato a uccidersi. Un lavoro davvero potrà servire, per cominciare? Da subito, dicono da casa M., serve questo: «Un paio di occhiali. Un tipo particolare, li abbiamo finiti, costano, li usa chi vive nel buio: sono gli occhiali dei minatori».

Andrea Galli
17 ottobre 2010



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Ghedini: «Nessun affare offshore sulle ville di Berlusconi ad Antigua»

Il Mattino



«Notizie insussistenti e diffamatorie»
Il Pd: arrogante intimidazione, no alla censura preventiva




ROMA (17 ottobre) - «Gli articoli apparsi quest'oggi su alcuni quotidiani e che trarrebbero origine dal programma Report, che dovrebbe andare in onda questa sera su Rai Tre, sono totalmente fuorvianti e palesemente diffamatori poiché‚ si basano su assunti già dimostratisi insussistenti». Lo afferma Niccolò Ghedini, parlamentare del Pdl e avvocato del premier Silvio Berlusconi, in riferimento a titoli di articoli pubblicati oggi da alcuni quotidiani sulle «ville di Berlusconi» e gli «affari offshore» ad Antigua.

«Infatti la vicenda è già stata ampiamente trattata dai giornali alcuni mesi or sono e tutte le delucidazioni e i documenti pertinenti erano stati ampiamente offerti ma negli articoli non se ne tiene minimamente conto. Come risulta dagli atti, il presidente Berlusconi ha regolarmente acquistato un terreno in Antigua pagandolo con regolare bonifico - prosegue Ghedini - e indicandolo nella denuncia dei redditi. Negli anni successivi, con regolari fatture, assistite da stati di avanzamento lavori, bolle di accompagnamento e consegne nonché‚ perizie, sono stati pagati i lavori di costruzioni e arredo con altrettanto regolari bonifici da banca italiana a banca italiana. Tale denaro è stato quindi versato in Italia alla società costruttrice dell'immobile».

«Come già detto in un precedente comunicato, tutta la documentazione è a disposizione per qualsiasi controllo in assoluta trasparenza. L'immobile è attualmente e regolarmente intestato al presidente Berlusconi e non già a fantomatiche società offshore e non vi è nessuna indagine né‚ in merito ai trasferimenti di denaro e né‚ in merito all'immobile. È evidente quindi la strumentalità delle ricostruzioni offerte che saranno perseguite nelle sedi opportune. Sarebbe davvero grave - conclude Ghedini - se la Rai mandasse in onda un programma con notizie così insussistenti e diffamatorie e senza alcun contraddittorio».

«Una intimidazione arrogante e vergognosa e insieme un altro attacco alla libertà di informazione.
L'avvocato Ghedini, come legale di Berlusconi ha diritto di difendere il suo cliente ma a riprova della confusione inqualificabile di ruoli, inevitabilmente parla anche come parlamentare e autorevole esponente del Pdl e quindi le sue parole suonano come una pressione intollerabile e preventiva sulla Rai perché non mandi in onda la puntata di Report di questa sera. Sono certo, in Rai nessuno prenderà in considerazione questo atto di arroganza». È quanto dichiara il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini.

«Ci risiamo: dopo Santoro la Gabanelli. Poi toccherà a Floris e alla Dandini. Tutto questo mentre la rimozione di Corradino Mineo dalla direzione di Rainews pende sempre come una spada e i tagli all'editoria costringeranno molti giornali, prevalentemente dell'area di centrosinistra, a chiudere». Lo dichiara il senatore Idv Sancho Pardi, capogruppo dell'Italia dei valori in commissione di Vigilanza. «Siamo contrarissimi a ogni tipo di censura, figurarsi a quella preventiva», aggiunge Pardi.

«Sono contrario da sempre ad ogni forma di censura preventiva, ancora di più nel caso di trasmissioni - rare - frutto del giornalismo di inchiesta, come Report. Lo dichiara Marco Beltrandi, esponente radicale e componente della Commissione di Vigilanza Rai. «È ovvio che deve essere garantita sia la messa in onda che un adeguato diritto di replica, fatto salvo ovviamente - nei casi peggiori - il diritto alla tutela giurisprudenziale dell'immagine ove ve ne fosse ragione. Con la censura si uccide qualsiasi giornalismo di inchiesta».




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Napoli, video hard per ricattare un custode Filmato incontro gay: due arresti a Chiaia

Il Mattino




di AnnaMaria Asprone

NAPOLI (17 ottobre) - La sua vita di oggi è come quella di tanti altri. Una moglie, un figlio ed un lavoro, come custode di un parco, in pieno centro cittadino. Un’esistenza normale, forse anche un po’ noiosa, ma tranquilla e senza troppi scossoni.

Nel suo passato, invece, c’è stato qualche buco nero - qualche rapporto omosessuale, consumato nella più totale clandestinità e con partner occasionali - che l’uomo tuttavia, negli ultimi dieci anni, credeva di aver definitivamente cancellato, grazie alla sua nuova vita da marito e padre. Qualche giorno fa, però, l’incubo che quel passato tornasse a galla e soprattutto che la sua famiglia ne venisse a conoscenza, è divenuto reale.

È bastato che alla porta della sua guardiola bussasse una vecchia conoscenza, Ivan Montaperto, 25 anni, giostraio. Il giovane, senza mezzi termini, ha tirato fuori gli scheletri di quel suo passato di amori clandestini. Poi gli ha chiesto una tangente di 500 euro, per conto di uno dei suoi vecchi partner che, sempre secondo il racconto di Montaperto, aveva conservato un video che li ritraeva insieme e minacciava, se non avesse ceduto al ricatto, di mostrare quel filmato alla moglie. Il custode disperato ha detto di non avere con sé quei soldi e che gli serviva qualche giorno per racimolarli.

Quando però l’estorsore è andato via, il portiere, che aveva già deciso di non sottostare al ricatto, si è recato presso il commissariato di polizia San Ferdinando, diretto dal vicequestore Pasquale Errico, ed ha raccontato tutto. Sono quindi scattate le indagini e gli appostamenti degli agenti. Il giorno dopo, nella guardiola del portiere è arrivato però un altro uomo Pasquale Pirozzi, 33 anni, a lui sconosciuto, a bordo di una moto.

Pirozzi, si è proposto, in cambio di 100 euro, come intermediario con l’estorsore, in possesso del video, garantendo che avrebbe risolto il problema. Per rassicurare il portiere ha spiegato che ci sarebbe riuscito perché lui era «uno che sulla strada conta». Gli agenti, appostati in zona, sono risaliti attraverso la targa della moto, al proprietario del mezzo che interrogato, ha confessato di aver prestato lo scooter a Pirozzi.

Successivamente ha ammesso di essere stato contattato da Montaperto che gli aveva proposto di minacciare il portiere per la faccenda del video, ma lui aveva rifiutato, consigliandogli però di coinvolgere nell’estorsione Pirozzi. Per questo motivo è stato denunciato a piede libero per concorso esterno nel tentativo di estorsione.

Poi il cerchio si è stretto anche intorno ai due estorsori. Gli agenti sono arrivati presso l’abitazione di Montaperto, in via Carlo Poerio. Quando l’uomo ha capito di essere in trappola ha cercato di nascondersi, spostando alcuni pannelli del sottotetto nel bagno ed infilandosi nell’intercapedine.

Non aveva però fatto i conti con la fragilità della struttura che è venuta giù sotto il peso del suo corpo, facendolo precipitare sul pavimento. Quando i poliziotti hanno fatto irruzione nella casa lo hanno trovato mezzo svestito, con varie escoriazioni sul corpo e immerso in una nuvola di polvere e calcinacci. Meno rocambolesca la cattura di Pirozzi. Condotto in commissariato, l’uomo - già noto alle forze dell’ordine con il soprannome di «Pasquale o’ down» - è stato riconosciuto dal custode come il secondo estorsore.

Entrambi sono stati sottoposti a fermo di polizia giudiziaria perché gravemente indiziati per tentata estorsione in concorso tra loro e condotti nel carcere di Poggioreale. Soddisfazione per l’arresto degli estorsori da parte di Maurizio Tesorone, vicepresidente della I Municipalità: «È la prova che lo Stato c’è e che l’incontro che abbiamo avuto nei giorni scorsi con il prefetto, sulla sicurezza, sta già dando i suoi effetti».




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Falsi invalidi a Napoli trema la lista dei mille

Il Mattino




di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (17 ottobre) - La sua presenza non poteva passare inosservata: lì, seduto al suo (ex) posto, dietro alla scrivania di sempre. E il suo contributo - fatto di annotazioni, ricordi, segnalazioni - rischia di diventare esplosivo in un’inchiesta che ha già macinato conferme concrete e numeri da capogiro.

La storia - facile a dirsi - è quella dei falsi invalidi di Chiaia e l’ultimo capitolo porta la firma di Angelo Sacco: la sagoma dell’ex dirigente della Municipalità di Chiaia (agli arresti domiciliari dopo aver intrapreso una collaborazione con la giustizia definita «reale» dagli inquirenti) non poteva passare inosservata. Né il suo contributo poteva risultare privo di significato. Fatto sta che da quasi un mese, c’è un gran movimento negli uffici di piazza Santa Caterina, nella sede amministrativa della circoscrizione di Chiaia.

Appena il tempo di chiudere l’ufficio al pubblico, che in alcuni giorni si è materializzato nella sede della prima municipalità un gruppetto di specialisti nella caccia alle pratiche false. Quelle non ancora identificate, quelle - probabilmente tantissime - destinate a finire in un’inchiesta dai numeri vorticosi. Chi sono i cacciatori di testa che prendono servizio quando gli uffici chiudono al pubblico? In prima fila c’è l’ex dirigente Sacco, poi il suo avvocato - il penalista napoletano Gennaro Lepre -, ma anche carabinieri agli ordini del luogotenente Tommaso Fiorentino e del capitano Federico Scarabello, che hanno avuto il merito di scoperchiare un pentolone ancora carico di sorprese; senza contare ancora la presenza di alcuni funzionari della Municipalità, quelli chiamati oggi ad accudire dall’interno alle esigenze di polizia giudiziaria.

Vicenda ancora aperta, che macina numeri da capogiro. C’è un dato choc che va dato subito: sono mille le pratiche di invalidità false scoperte a Chiaia. Mille su quattromila assegnate in un solo anno, una sorta di esercito che svela il volume d’affari che si aggira attorno a falsi attestati medici e a vitalizi veri versati dall’Inps. Mille pratiche false, stando a un’inchiesta ancora in corso, che vede impegnati i pm Giuseppe Noviello e Giancarlo Novelli, entrambi in forza al pool mani pulite del procuratore aggiunto Francesco Greco.

Mille falsi invalidi, arrotondando per difetto, in una vicenda che ha ottenuto riscontri giudiziari in tutte le sedi: 129 sono le persone finora arrestate, tra registi e beneficiari di una truffa da dieci milioni di euro. Finti ciechi, finti pazzi, ma anche le «menti» dell’affare, come l’ex consigliere municipale Salvatore Alajo, sua moglie Alexandra Danaro, l’ex dirigente Sacco e il suo vice, quel Fernando Medici che, in cella da un mese, insiste sulla propria innocenza. La chiave di volta, comunque, è tutta nel lavoro svolto in ufficio: accessi «protetti» a Chiaia da parte di Sacco, la collaborazione si dimostra decisiva.

È lui a riconoscere le pratiche fasulle, è lui che si orienta nel mare delle finte pratiche di invalidità civile. Le riconosce, le individua, le indica. Poi, il resto tocca agli inquirenti: che immagazzinano nomi, che accendono i riflettori su pratiche formalmente impeccabili, degne da questo momento in poi di finire spediti in un fascicolo giudiziario. Tantissimi i casi finora individuati, segno di un’inchiesta che sta ampliando la propria gittata: non solo gente del vicolo, funzionari ritenuti corrotti, ma anche medici, periti legali, funzionari di altri palazzi cittadini.

E camorristi, sempre per ricordare le accuse rese lo scorso agosto dallo stesso Angelo Sacco, nel corso di un interrogatorio dinanzi ai giudici del Tribunale di Napoli. Contributo ad alto impatto, quello dell’ex primo dirigente che torna a sedersi negli uffici di Santa Caterina e che offre numeri impensabili dieci mesi fa, quando vennero arrestati i finti ciechi di Pizzofalcone. È lui a indicare, a distinguere il vero dal falso, a mettere in fila un esercito di «finti-qualcosa» finora vissuti all’ombra delle indagini.

Accertamenti serrati, in una vicenda che tiene tante persone in apnea, anche a giudicare dai tentativi (inutili) compiuti da alcuni invalidi di rinunciare ai benefits finora intascati di fronte a strani miglioramenti delle proprie condizioni di salute. Guarigioni miracolose che non rischiano di commuovere i carabinieri di Posillipo.




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Livorno, a scuola sventola la bandiera comunista

di Redazione


Il caso di Adro per settimane è stato il simbolo della presunta ingerenza della politica in un istituto scolastico. Ma nessuno si scandalizza se in una materna del centro storico della città toscana campeggia il vessillo del Pdci



 

di Valentina Carosini


Uno spettro s’aggira per Livorno. È lo spettro, per altro un po’ gualcito, del (vecchio) comunismo che uscito dalla porta, ora tenta di rientrare dalla finestra. Per rimanere nella metafora, la «finestra» simbolica è quella di una scuola materna, sui muri della quale, ciclicamente, campeggiano tre bandiere. Un inno alla patria? Una trovata romantica? Non proprio. I vessilli in questione, falce e martello in campo rosso, simbolo di un marxismo-leninismo rivisitato in chiave tristemente italica, sono quelli del moderno partito dei Comunisti Italiani. Due più una multicolore bandiera della pace, di quelle che qualche anno fa sventolavano dai terrazzi di mezza Italia, sull'onda di un pacifismo color arcobaleno finito presto nel dimenticatoio. Un metro e mezzo per un metro di stoffa rossa che sventola sui muri esterni della scuola materna San Marco, nell'omonima via del quartiere Venezia, nel cuore del centro storico cittadino. Sono lì dallo scorso gennaio, dove annualmente vengono sistemate per celebrare la fondazione del Partito Comunista Italiano, nato a Livorno nel 1921. Di più. Nato proprio sul posto, come si legge dalla targa alla memoria, e «sorretto dall'ideologia di Marx, Engels, Lenin e Stalin» (per citare testualmente la lapide apposta su quelli che sono i muri dell'edificio scolastico), nelle sale dell’ex teatro San Marco, oggi scuola comunale. 


Il comune, che sempre annualmente provvede a togliere le bandiere dopo le cerimonie, quest’anno se n’è dimenticato. Qualcuno se n’è accorto e ha protestato ispirando mozioni e interpellanze, mai arrivate alla discussione in consiglio comunale. Una curiosa risposta tutta toscana alla Adro leghista, con una sola differenza. Mentre in terra padana i simboli di partito, esposti in scuole e luoghi pubblici, hanno scatenato un putiferio mediatico nazionale, con tanto di proteste, prese di posizione e urla scandalizzate, manco si trattasse d’un colpo di stato, qui invece, nella terra del cacciucco, l’invasione di falce e martello è percepita come normale, almeno stando alla maggioranza cittadina. Questione di punti di vista.


«Siamo una città simbolo - s’infiammano subito gli abitanti della zona, se interpellati sull'opportunità o meno di un simbolo politico su un edificio pubblico - Non lo sa che siamo la culla del comunismo italiano?». Una culla del materialismo dialettico dove si può ignorare perfino il via al minuto di silenzio, alla memoria dei quattro soldati italiani morti in Afghanistan pochi giorni fa, che doveva essere osservato in tutte le classi di un liceo scientifico cittadino ma che è stato completamente ignorato da un professore che in aula ha continuato a fare lezione, un'occasione come un'altra per stigmatizzare la guerra in Afghanistan, lasciando sbalorditi gli stessi alunni. Questione di punti di vista anche per la maggioranza cittadina, compatta sulla «querelle delle bandiere». 


«La scuola ha l'ingresso dall’altra parte dell'edificio, i bambini non le vedono neanche le bandiere - ribatte Gabriele Cantù, capogruppo Pd in consiglio comunale - E poi sono apposte su quel che resta del muro dell'ex teatro, parte della memoria storica che la città che non vuole negare». Teatro dentro il quale però, di fatto, ora c’è una scuola materna. Stesso edificio, stessi muri. Non c’è sofismo che tenga. È un simbolo politico su un edificio pubblico. Fine. E a Livorno, a quanto pare, si può fare.





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Ladro di cioccolata condannato all'amputazione di una mano

La Stampa


Pene corporali, bufera sull'Iran





TEHERAN

Dopo il caso di Sakineh, la donna condannata alla lapidazione per l'omicidio del marito (sentenza poi commutata in impiccagione), l'Iran torna a far parlare di sè. Anche in questo caso è la decisione di un giudice ad attirare l'attenzione dei media. Un uomo, informa la Bbc, è stato infatti condannato all'amputazione di una mano per essere stato sorpreso a rubare tre paia di guanti e una barretta di cioccolato.

Pochi giorni fa, nella città santa di Mashhad, un altro uomo era stato condannato al taglio di entrambi gli arti superiori per un duplice furto: «L'obiettivo è proteggere la vita e i beni dei cittadini», aveva spiegato il procuratore generale all'agenzia di stampa iraniana Isna, «Ci saranno altri casi».

L'applicazione di pene corporali, però, non fa che gettare fango sull’Iran e incrinare i già difficili rapporti con l'Occidente. A spingere per sentenze così dure sono gli ultraradicali, ma il taglio della mano per i ladri è previsto dalla Sharia, la legge islamica.



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Santa la prima suora australiana Denunciò un prete pedofilo

La Stampa


Piazza san Pietro gremita per la canonizzazione di sei nuovi santi




CITTA' DEL VATICANO

Benedetto XVI proclama questa mattina in Piazza San Pietro la canonizzazione di sei nuovi santi della Chiesa cattolica, fra cui la prima santa australiana Mary of the Cross (Mary Helen) MacKillop fondatrice della Congregazione delle Suore di San Giuseppe del Sacro Cuore, dedite alla educazione dei poveri, orfani, delle ragazze in pericolo.

Fra l’altro suor McKillop subì traversie di non poco conto all’interno della stessa Chiesa in quanto fu scomunicata dal suo vescovo per aver denunciato, insieme ad altre consorelle, gli abusi sessuali su minori commessi da un sacerdote. Successivamente la scomunica, comminata irregolarmente, le fu revocata e la sua congregazione riconosciuta. La postulatrice della causa di canonizzazione, suor Maria Casey, ha confermato questo particolare della storia di suor McKillop alla Radio Vaticana, e tuttavia ha aggiunto che fu solo uno dei fattori di tensione che si generarono con i vertici della Chiesa australiana.

Suor McKillop, ha spiegato infatti la postulatrice, era a favore «della dignità di tutti gli uomini» e contro ogni forma di discriminazione, «senza differenze di credo o di razza», contro ogni forma di oppressione. La vicenda viene citata con prudenza dal dossier ufficiale sulla vita della religiosa diffuso dal Vaticano nel quale tuttavia si legge: «Una complessa serie di circostanze portò il vescovo di Adelaide, che una volta era suo amico e benefattore, a scomunicare Mary nel 1871 per presunta disobbedienza».

«Questa scomunica- prosegue il testo del dossier - non era valida e ingiustificata alla luce di informazioni successive. Mary in ogni modo accettò la scomunica e l’allontanamento di molte delle sue consorelle con serenità e pace». Quindi «il vescovo revocò la sua decisione poco prima della sua morte , sei mesi più tardi». Infine «Mary tornò al suo lavoro e la maggior parte delle sorelle, che erano state scacciate, tornarono all’istituto, quelli furono giorni bui».

La Radio Vaticana definisce «straordinaria» la vita e l’opera «di Mary MacKillop, la prima santa australiana». «In una terra ancora aspra come l’Australia del XIX secolo - spiega l’emittente della Santa Sede - la futura santa si impegnò in modo instancabile per i più poveri e in particolare per offrire educazione a tutti i bambini bisognosi». «La giovane religiosa, che nel 1867 prese il nome di Maria della Croce - afferma ancora la Radio Vaticana - superò con fiducia e spirito di obbedienza, le malattie che l’affliggevano e le incomprensioni all’interno della Chiesa che arrivarono fino alla scomunica temporanea da parte del vescovo di Adelaide». Quindi «nel luglio del 2008, durante la Gmg di Sydney, Benedetto XVI ha riconosciuto che ’il suo appello per la giustizia in favore di coloro che venivano trattati ingiustamente e il suo esempio di santità sono diventati una fonte di ispirazione per tutti gli australianì».

Gli altri beati che saliranno agli onori degli altari sono: Stanislaw Soltys (1433-1489) «Kazimierczyk», sacerdote dei Canonici Regolari Lateranensi, polacco prete di grande fede, predicatore e confessore; Andrè (Alfred) Bessette (1845-1937), religioso della Congregazione di Santa Croce, una vita segnata da grandi sofferenze, esemplare per obbedienza e misticismo; Càndida Marìa de Jesùs (Juana Josefa) Cipitria y Barriola (1845-1912, fondatrice della Congregazione delle Figlie di Gesù) con particolare dedizione all’educazione dell’infanzia; Giulia Salzano (1846-1929), fondatrice della Congregazione delle Suore Catechiste del Sacro Cuore, impegnate nella formazione cristiana del popolo; Battista (Camilla) Varano (1458-1524), monaca dell’Ordine di Santa Chiara«, grande mistica e letterata.



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Maricica, la rabbia del marito Adrian: «Voglio vedere Burtone in cella»

Il Messaggero


Gli amici continuano a difendere l'aggressore
Striscione shock a Cinecittà: «Alessio libero»



ROMA (16 ottobre) - La famiglia di Maricica Hahaianu, l'infermiera romena di 32 anni
morta venerdì in ospedale dopo una settimana di agonia in seguito a un pugno sferrato per una banale lite alla stazione della metropolitana Anagnina dal ventenne romano Alessio Burtone, non ha parlato molto in questi giorni di dolore. Ma ieri il marito della donna ha dire poche ma chiare parole.

«Quel ragazzo deve andare in carcere, ma il nostro dolore è immenso ed è per Maricica che non c'è più», ha detto Adrian. «Ci amavamo tantissimo, tantissimo... e adesso non c'è più», ha aggiunto l'uomo. «In questi giorni - ha scandito il legale della famiglia Alessandro Di Giovanni - Adrian è stato concentrato solo sulle sorti della compagna. È troppo presto per pensare al perdono in questo momento. Ed è troppo comodo chiedere scusa adesso. Sappiamo che il ragazzo ha scritto anche una lettera, ma di fronte all’esito tragico di questa vicenda e alle immagini del video così chiare, i familiari non possono accettare alcuna scusa in questo momento».

Burtone intanto ha paura di andare in carcere. La Procura di Roma ha chiesto infatti al gip il trasferimento in carcere del giovane aggressore, attualmente agli arresti domiciliari. «Ho paura di andare in carcere. Non volevo fare del male e provocare la morte di nessuno: sono profondamente pentito di quello che ho fatto», ha detto ieri Burtone al suo avvocato quando gli ha comunicato che andrà in galera e che rischia fino a 18 anni.

Lunedì sarà effettuata l'autopsia sul corpo di Maricica. L'esame punterà non solo a stabilire le cause della morte, ma anche a rintracciare il motivo dell'improvviso peggioramento delle condizioni della donna fino a causarne la morte. I funerali dell'infermiera, invece, si svolgeranno in Romania. Il Comune di Roma, ha annunciato il sindaco Gianni Alemanno, si costituirà parte civile e sosterrà le spese dei funerali e del trasporto della salma in Romania.

Il padre del giovane aggressore, attraverso le parole del suo avvocato ha chiesto scusa per il gesto del figlio e ha manifestato la volontà di incontrare i parenti di Maricica «per condividere insieme il dolore». «I famigliari del ragazzo sono distrutti. Il padre - spiega il difensore di Burtone - è disposto a vendersi la casa per risarcire il danno». E gli amici del giovane lo difendono tanto da esporre sotto casa uno striscione «Alessio libero».

Gli amici appendono striscione shock sotto casa Burtone. C'è ancora incredulità nel quartiere di Cinecittà, alla periferia della Capitale, dove abita Burtone. Alcuni amici del ragazzo si sono radunati sotto l'abitazione del giovane in segno di solidarietà e poi alcuni hanno appeso uno striscione shock con scritto: ''Alessio libero''. Tutti parlano di un ragazzo «tranquillo, generoso, molto attaccato alla famiglia». E Maurizio, 19 anni, quasi giustifica l'amico: «Se ha fatto quello che ha fatto è perché ci ha visto nero e non voleva. Forse anch'io avrei reagito cosi...».





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E il terrone si ricomprò la Montegrappa perché ama i polentoni

di Stefano Lorenzetto


Gianfranco Aquila: "In Veneto si sgobba, c’è poco da fare: non esiste posto migliore al mondo dove vivere Ci sono sempre state due Italie. E sempre ci saranno, con buona pace di Garibaldi..."


Col permesso di Claudio Bisio e del suo film Benvenuti al Sud, campione d’incassi, giù al Nord stanno accadendo cose incredibili, magnifiche. Nella vita reale, non nei cinema. Accade che il napoletano Gianfranco Aquila, cresciuto a Portici, alle falde del Vesuvio, nel 2000 venda la sua fabbrica di penne Montegrappa ai signori della Compagnie financière Richemont, la cupola mondiale del lusso comprendente marchi come Cartier e Montblanc, e se ne torni a produrre stilografiche nella terra d’origine, prima ad Agnano e poi a Pastorano. Trascorsi nove anni, accade che Aquila si strugga di nostalgia per Bassano del Grappa, si ricompri lo stabilimento artigianale e venga a vivere di nuovo nel Veneto, stavolta per sempre, lasciando la sua Campania. «Perché la cittadina del ponte degli alpini e della graspa per me è una metropoli, qui ho tutto quello che nella vita un uomo può sognare, e nessuno mi ha mai dato del terrone. Solo gli amici di Milano qualche volta mi chiamano terùn. Se lei adesso mi ordinasse di partire per una vacanza sarebbe peggio che darmi una botta in fronte: non c’è posto migliore al mondo dove stare, qui sono sempre in ferie».

Nel ’15-’18 lo cantavano le penne nere al fronte: «Monte Grappa tu sei la mia patria». Dov’è il lavoro, là è la patria. Ma basta guardarsi attorno un pochettino per capire qualcosa di più della patria adottiva che Aquila s’è scelto. Sulla destra della sua azienda sorge Ca’ Erizzo, da dove usciva tutti i giorni con l’ambulanza Ernest Hemingway, volontario nell’American red cross insieme con l’amico John Dos Passos. Davanti scorre placido il Brenta. Di là dal fiume e tra gli alberi è nato qui: «Il colonnello pensò alla lunga distesa del Brenta, dove sorgevano le grandi ville, coi prati e i giardini e i platani e i cipressi. Mi piacerebbe esser sepolto lassù, pensò». E ancora: «Sono un ragazzo del basso Piave e un ragazzo del Grappa appena arrivato dal Pertica. Sono anche un ragazzo del Pasubio, se sai quel che significa».

L’imprenditore veneto-campano non s’imbroda per meriti che non sono suoi: «Hemingway è stato dappertutto», chiosa con disincanto tutto partenopeo, «e l’unica lode semmai va rivolta a Piero Chiambretti, che nel suo ristorante di Torino ha fatto mettere la targa “Qui non è mai entrato Hemingway”». Però è difficile immaginare che lo scrittore americano sia passato tutti i giorni davanti alla Montegrappa, la prima fabbrica di stilografiche nata in Italia, senza chiedere almeno una volta di Edwige Hoffman ed Heinrich Helm, i due austriaci che l’avevano fondata pochi anni prima, nel 1912.

Non ha certo bisogno d’andare in cerca di testimonial nel passato, Gianfranco Aquila. Uno ufficiale, Jean Alesi, ex campione di Formula 1, ce l’ha già ed è pure suo socio. Per non parlare di Nicolas Sarkozy, David Grossman, Antonio Banderas, Bill Cosby, Lucio Dalla, Mohammed Al-Fayed, Stirling Moss e dei defunti Gianni Agnelli e Michael Jackson. O del bestsellerista brasiliano Paulo Coelho, fotografato sulle pagine del mensile Monsieur con la stilo prediletta, una Espressione in argento e resina madreperlata. O dell’archeologo Valerio Massimo Manfredi, che fa coincidere il suo massimo relax con l’utilizzo di una Montegrappa in celluloide rossa.

O di Boris Eltsin, che, quando il 2 gennaio 2000 al Cremlino passò le consegne a Vladimir Putin, estrasse dal taschino della giacca la sua Dragon d’oro e porgendola al neopresidente russo esclamò: «Con questo oggetto ti trasferisco il potere». Sempre quell’anno, Aquila riuscì nell’impresa di ottenere, grazie ai buoni uffici di Massimo Poltronieri, un avvocato milanese collezionista di penne con entrature in Vaticano, il permesso di produrre la stilografica in