Evoluzione a Sinistra

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giovedì 9 settembre 2010

Caso Sakineh: l'ambasciatore iraniano si scontra con Diaco a «Unomattina estate»

Corriere della sera


Il presentatore: non vi vergognate di lapidarla? La replica: e allora voi perché non liberate tutti i detenuti?

 

 

MILANO - Il caso Sakineh continua a far discutere soprattutto in Italia. E sale ancora la tensione politica tra Italia e Iran. Sakineh Mohammadi Ashtiani «è stata condannata per aver partecipato all'efferato omicidio del marito in concorso con altre persone» e se si fanno pressioni sull'Iran affinchè annulli la pena di morte comminata a Sakineh, «allora tutti i Paesi» responsabili di queste pressioni «dovrebbero liberare i propri detenuti». Parola dell'ambasciatore iraniano in Italia Seyed Mohammad Ali Hosseini, intervistato a «Unomattina Estate» da Pierluigi Diaco e Georgia Luzi, dopo la sospensione della condanna alla lapidazione inflitta alla donna per adulterio. 

 

L'AMBASCIATORE IRANIANO - «In Iran - ha affermato l'ambasciatore - vige la totale indipendenza del potere giudiziario da quello politico. L'esecuzione della sentenza è stata sospesa ed è in corso il riesame del processo». E alla domanda di Diaco se come uomo non provasse vergogna di fronte alla possibilità di lapidare una donna, Hosseini ha parlato dell«'efferato omicidio» per cui Sakineh «è stata condannata». Alle obiezioni del giornalista, che ha sottolineato che nelle democrazie occidentali le donne che commettono gravi reati vengono punite con il carcere, che ha una funzione riabilitativa, e non con la lapidazione, che lede e offende la dignità della persona, l'ambasciatore ha risposto che «se l'Iran deve annullare la pena di morte a Sakineh, condannata per un grave reato, allora tutti i Paesi che hanno fatto pressioni sulle autorità iraniane dovrebbero liberare i propri detenuti».

Redazione online
09 settembre 2010

 

 

11 settembre, il video inedito

Il Tempo


Il National Institute of Standards and Technology ha diffuso di recente alcune immagini inedite sull'attacco alle torri gemelle.


L'esercito dei clochard

Il Tempo


Per molti di loro non è una scelta. E i malati di mente vanno curati. La proposta del Campidoglio Trattamento assistenziale obbligatorio al posto del Tso. Bisogna realizzare strutture dove poterli aiutare per 6 mesi.



«I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca... Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità».


Così la scrittrice Margaret Mazzantini nel libro «Zorro» edito da Mondadori, tira dritto allo stomaco raccontando la scelta e la vita di un clochard. Ma se non fosse una scelta? Se il vivere su un marciapiede, farsi i bisogni addosso, mangiare nei cassonetti fosse una conseguenza di una psiche «abbandonata»? Parte forse da qui la proposta avanzata l'altro ieri al ministro dell'Interno, Roberto Maroni, del sindaco Alemanno e dell'assessore capitolino alle Politiche sociali, Sveva Belviso, di rivedere a livello nazionale la legge sul «trattamento sanitario obbligatorio» e che, probabilmente, dovrebbe anche cambiare il nome in «trattamento assistenziale obbligatorio».


«Attualmente per tutte quelle persone che hanno degenerazioni psichiatriche - spiega la Belviso - è previsto un trattamento sanitario obbligatorio di sette giorni prorogabile ad altri sette. A decidere è ovviamente lo psichiatra della Asl». In otto mesi, da gennaio ad agosto, dai dati forniti dall'assessorato alle Politiche sociali, le persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio sono state 946. «Di queste solo una minima percentuale riguarda i senza tetto, o meglio - precisa l'assessore capitolino - i clochard. Chi vive in famiglia può contare sia su segnalazioni tempestive di manifestazioni del malessere psichiatrico sia su un'assistenza continua una volta terminato il trattamento obbligatorio.


Invece, i clochard, vivendo in strada, non hanno nessuno né prima, per segnalare eventuali disagi, né dopo per garantire la continuità della cura somministrata obbligatoriamente nelle strutture per un massimo di 15 giorni. Questo significa, per molti di loro - continua la Belviso - interrompere l'assunzione dei farmaci necessari ed annullarne gli effetti dopo solo pochi giorni. Per questo, la nostra proposta è quella di allungare i tempi in modo da garantire un'assistenza obbligatoria in strutture realizzate ad hoc». Strutture «aperte» dove curare i clochard con accertate patologie psichiatriche degenerative e laddove «è la patologia a portare una persona a vivere in strada e dunque non si tratta di una libera scelta - continua l'assessore -


Sei mesi sono un tempo indicato dai medici per riequilibrare una mente disagiata, poi spetterà ovviamente alla persona decidere se tornare a vivere in strada oppure no». A Roma i barboni «stabili» o storici sono circa 500. Si tratta di quelle persone praticamente «adottate» dai quartieri, quelle che mentre tutto cambia, restano dove sono, con i loro stracci e le loro bizzarrie. Poi ci sono gli altri, quelli che magari si fermano per qualche mese o per qualche anno o che preferiscono cambiare zona. «In tutto - afferma ancora la Belviso - possiamo dire che a Roma vivono circa mille persone intese come veri e propri clochard.


Molti di loro rifiutano l'assistenza anche breve, come ad esempio nel periodo invernale e per questo nelle giornate particolarmente fredde apriamo le stazioni della metropolitana perché rifiutano anche di andare nelle strutture riscaldate provvisorie. Ovviamente nessuno andrà mai a prendere con la forza questi clochard per sottoporli ad assistenza obbligatoria. La nostra proposta mira ad ottenere strumenti più efficaci per curare le persone che non hanno la capacità psicologica di farlo da soli né qualcuno che può farlo per loro. Il nostro obiettivo è renderli liberi di scegliere la loro vita come meglio credono e quindi anche di tornare a vivere in strada».


Susanna Novelli
09/09/2010




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Afghanistan: incriminati 5 soldati Usa, uccidevano civili per divertimento

Corriere della sera


I militari sono finiti sotto processo: «Ammazzavano a casaccio e collezionavano le dita dei morti come trofei»



Altri sette soldati avrebbero insabbiato gli omicidi


Tre dei soldati incriminati: da sinistra a destra Michael  Wagnon, Jeremy Morlock e Adam Winfield (dal Guardian)
Tre dei soldati incriminati: da sinistra a destra Michael Wagnon, Jeremy Morlock e Adam Winfield (dal Guardian)
MILANO - Un nuovo scandalo ha colpito l'esercito americano in Afghanistan. Cinque soldati Usa sono stati incriminati per aver ucciso civili in Afghanistan per quello che era ormai diventato una sorta di «macabro sport». «Uccidevano a casaccio e collezionavano le dita dei morti come trofei», scrive il quotidiano britannico Guardian citando investigatori e documenti legali. Cinque dei militari del cosiddetto «kill team» rischiano la pena di morte per aver ucciso tre uomini afghani per puro divertimento in distinte «esecuzioni a casaccio» nel corso di quest'anno. Altri sette soldati avrebbero insabbiato gli omicidi e picchiato una recluta che avrebbe denunciato gli assassini.



LE ACCUSE - Secondo il «Guardian», che riprende un servizio del quotidiano dell'esercito Usa «Army Times», le accuse nei confronti del sergente Calvin Gibbs, 25 anni, e dei suoi complici, sono le più gravi di crimini di guerra emerse dal teatro di guerra afghano. Secondo gli investigatori Gibbs e gli altri del «kill team», membri di una unità di fanteria basata a Ramrod nella provincia meridionale di Kandahar, avevano cominciato a parlare di uccidere civili lo scorso novembre.

Altri soldati hanno detto agli investigatori penali dell'esercito che Gibbs si era vantato di averla fatta franca in Iraq dove aveva fatto cose analoghe ed aveva detto che sarebbe stato molto facile «lanciare una bomba a mano contro qualcuno e ucciderlo». Gibbs avrebbe formato il «kill team» con quattro altri soldati: Jeremy Morlock, Michael Wagon, Adam Winfield e Andrew Holmes. Tutti negano le accuse. Il primo obiettivo sarebbe stato Gul Mudin, ferito in gennaio con una granata e finito a fucilate in un campo di papaveri vicino al villaggio di La Mohammed Kalay. La seconda vittima, Marach Agha, fu ucciso il mese successivo. In maggio toccò a Mullah Adahdad. Secondo l'«Army Times», almeno un soldato aveva collezionato dita dei morti come «ricordo» e alcuni di loro si fecero fotografare con i cadaveri.


Redazione online
09 settembre 2010



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Preti contro comunisti a Carrara In ballo c'è un pezzo di spiaggia

Corriere della sera


Rifondazione vuole togliere la concessione a due istituti religiosi: "Affittano ombrelloni come i bagni commerciali"



LA CHIESA: UN SERVIZIO PER I POVERI E I DISABILI


Don Camillo e Peppone
Don Camillo e Peppone
CARRARA Da una parte ci sono i comunisti, dall’altra i preti e le suore. Disputa dal sapore antico anche se, stavolta, don Camillo e Peppone sono stati sostituiti dalla modernità e dagli ultimi bagni e tintarelle di un’estate balneare ancora da godere nonostante i capricci del tempo. Al centro del contendere ci sono 120 metri di spiaggia più o meno libera, fronte mare, gestiti da sempre da due istituti religiosi, Regina Pacis e la Colonia Diocesana. Qui, da decenni, si organizzano colonie per i più poveri e diseredati e anche per persone disabili e il laicissimo Comune di Carrara, terra di anarchici, socialisti e comunisti, ha sempre firmato senza problemi le concessioni per queste «opere di bene». Il problema che adesso, secondo Rifondazione comunista che è presente in consiglio comunale, il tratto di spiaggia sarebbe stato trasformato più o meno in un bagno privato a pagamento a prezzi super concorrenziali: 600 euro a stagione contro i 1100 della media degli stabilimenti vicini. Il consigliere di Rifondazione, Piero Marchini, ha deciso di chiedere in commissione consiliare (ma probabilmente ci sarà anche un’interrogazione in consiglio comunale) di non rinnovare le concessioni ai religiosi e di trasformare il tratto di litorale nella terza spiaggia libera di Marina di Carrara.
«Da ormai quattro anni la Colonia diocesana affitta ombrelloni a chiunque paghi – spiega Marchini – e di fatto, soprattutto in alta stagione, si è trasformata in una sorta di stabilimento balneare a pagamento, contravvenendo alla funzione sociale che ha sempre avuto e occupando un tratto di litorale pubblico. Tutto questo avviene in una situazione di privilegio perché gli istituti religiosi hanno convenzioni agevolate e pagano meno tasse e in questo caso tolgono spazio alla vicina spiaggia libera». Marchini ha chiesto al sindaco che si ripensi alla concessione. «A Marina di Carrara abbiamo solo tre spiagge libere – dice il consigliere – che con la crisi sono diventate insufficienti ad ospitare tutta la richiesta. Dunque apriamone un’altra». La richiesta ha subito diviso il mondo politico carrarese e soprattutto la sinistra. Il Pd, per bocca del consigliere Fabio Felici (area cattolica) si è dichiarato assolutamente contrario. Favorevole invece il socialista Pietro Giorgieri che è anche il proprietario del Lunezia, uno dei bagni costretti a subire «la concorrenza sleale» di preti e suore. «Non ci sembra giusto mascherare un’attività a fine di lucro in un’opera pia – dice -. Dunque ha ragione Rifondazione anche perché la Colonia diocesana è esentata da pagar Ici, Iva, paga la tassa nettezza urbana solo 20 % e concessione demaniale al minimi».



E la Chiesa? Don Guido Ceci parroco di Monzone, un paesino della vicina Lunigiana (la terra di Bagnone e della supervincita fortunata al Superenalotto) è il direttore della Colonia diocesana. Con i giornalisti non parla volentieri ed è indignato dalla reazione dei politici. «La nostra è una casa vacanze dove possono di andare al mare persone che non avrebbero la possibilità – spiega -. Prima di fare questi attacchi i politici dovrebbero dimostrare più moralità». Mentre il fronte di «falce e secchiello”» affila le armi, il sindaco di Carrara Angelo Zubbani (socialista) cerca di stemperare le polemiche. «Sono contro ad espropri proletari – dice – e non toglieremo certamente noi le concessioni agli istituti religiosi che hanno sempre agito legittimamente secondo norme e leggi. Però possiamo discutere se è possibile ottenere un po’ di litorale per allargare la spiaggia libera del Comune o farne un’altra attrezzata. Civilmente e senza scontri dal sapore dei romanzi di Guareschi».


Marco Gasperetti
09 settembre 2010



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Fisco in agguato, la strategia anti-Diego Deve all'Erario oltre 30 milioni

Il Mattino


 

NAPOLI (9 settembre) Se Maradona viene a Napoli, deve aggirare il rischio che il fisco gli pignori gioielli e altri «beni mobili», più i probabili regali di un certo valore e i proventi di eventuali sponsorizzazioni. È questa l’ombra che grava sulla venuta a Napoli dell’ex «Pibe de oro» per festeggiare i suoi cinquant’anni, il prossimo 30 ottobre. Lo spiega l’amministratore delegato di Equitalia Polis, Benedetto Mineo.


«Maradona sa bene cosa rischia con il fisco quando torna in Italia, è stato già ”pizzicato” due volte», afferma. I debiti contratti da Maradona con l’erario italiano, accumulati nei suoi sette anni di vita vissuta in maglia azzurra, tra scudetti, entusiasmi e gloria, ammontano a oltre 30 milioni di euro. Ma se, com’è stato annunciato, si tratterà di una festa del cuore e di sport, senza alcun compenso per Diego, allora non scatterebbe alcuna misura. E intanto Maradona e Bagni fanno sapere di esser pronti a devolvere in beneficenza l’incasso.




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Quel che Fini non sa di Montecarlo

IL Tempo


 "Tulliani ha saputo solo dell'abitazione e il prezzo era congruo". Noi abbiamo fatto un viaggio nel paradiso immobiliare e... La verità di Gianfranco a confronto con le regole del mercato nel Principato.



L'edificio in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo, dove  si trova  l'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani 


Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni». Così scrive Gianfranco Fini l’8 agosto al quarto degli otto punti della nota diffusa per spiegare la vicenda della casa di Montecarlo. Un mese di silenzio, a parte le accuse di lapidazione alla povera Ely lanciate dal pulpito di Mirabello, e poi il 7 settembre riapre bocca sull'argomento in casa di Mentana al tg de La7: «quelli che dicono che mi hanno visto a Montecarlo lo provino», «ho la coscienza a posto». «Al senatore Pontone (tesoriere di An che sarà sentito dai pm, ndr) dissi io vendi perché l'offerta era congrua. Sono state vendute tante proprietà immobiliari». «Crede che a Montecarlo sia difficile sapere di una casa in vendita? Non è certo una metropoli». «Giancarlo Tulliani non ha saputo da me».

«Mi disse che c'era chi era interessato a comprarla, tutto qua». Tutto qua? Più parla, più si contorce il presidente della Camera. Prima ci dice che praticamente il cognato aveva fatto da mediatore per la vendita dell'appartamento, poi che non è stato lui a dire a Giancarlo della casa della contessa. E già viene il mal di testa a ragionare sulla «inspiegabile coincidenza», come l'aveva definita con imbarazzo il povero Pontone. Il malessere aumenta quando Fini ci vuol far credere che nel paesello del Principato appena una casa viene messa in vendita lo sanno subito tutti.

E per l'appunto quella dell'eredità Colleoni. Non serve essere un esperto del mercato immobiliare per sapere che uno dei business più floridi in casa Grimaldi è proprio quello del mattone. Montecarlo non sarà New York eppure le stime più recenti parlano di uno stock immobiliare residenziale di quasi 20.000 unità.

Va detto che a Monaco non esiste una statistica pubblica delle transazioni immobiliari: se si vendono le azioni di una off-shore non rimane traccia. Sull'annuario delle imprese attive nel real estate risultano comunque registrate 494 società, in grandissima parte agenzie immobiliari. E se si clicca sul sito Internet della Camera Immobiliare di Monaco (www.chambre-immo.monte-carlo.mc) cercando un appartamento di tre stanze in vendita solo in questi giorni compaiono ben 298 risultati.

Il Principato di Monaco è del resto suddiviso in tre centri urbani: Monaco, la capitale; Montecarlo, famosa per la piazza del Casino e per le prestigiose vie commerciali; Fontvieille, che si estende dietro la rocca di Monaco e che ospita il porto per yacht, molti complessi turistici e lo stadio. Altro che paesello. Non solo. Selezionando casualmente una delle offerte, spunta un delizioso bilocale di 55 metri quadri, secondo piano, con piccolo terrazzo in Boulevard del Moulins, proprio a due passi dalla casetta di Tulliani. Il prezzo? 1.750.000 euro.

E oggi il mercato è ingessato per colpa della crisi mentre nel 2008, quando la casetta della contessa è stata ceduta a Printemps, era ai massimi. Eppure da Mentana Fini ha tafazzianamente insistito sulla congruità del prezzo di vendita dell'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte. Quei 300mila euro che non bastano nemmeno per comprare un monolocale. Se è vero, come sostiene il presidente, che non è un problema mettere sul mercato un immobile a Montecarlo, chiunque venda dovrebbe chiedere almeno una perizia e più offerte. Quantomeno - nel caso di Fini - per evitare imbarazzi nel partito, visto che il bene era di proprietà di Alleanza Nazionale.

Ai fini penali (ma non a quelli politici) è indifferente che il presidente della Camera sia stato o meno nella casa di Montecarlo. Così come non è fuori dalla legge effettuare una compravendita con una società off-shore. Il discorso cambierebbe se il valore delle transazioni fosse avvenuto a prezzi palesemente diversi da quelli di mercato e con il raggiro dell'interposizione fittizia: in quel caso la Procura dovrebbe agire d'ufficio per truffa aggravata.

Dal Principato, intanto, i pm romani aspettano ancora la documentazione richiesta tramite rogatoria internazionale. Tra gli atti relativi alla compravendita della casa e alla composizione delle due società caraibiche protagoniste dei passaggi di proprietà è atteso anche un documento che accerti il valore dell'appartamento prima dei lavori di ristrutturazione. Quella della casa di Montecarlo «è una vicenda che quando sarà chiara farà ridere», ha detto Gianfranco a Mentana l'altra sera. Ci prepariamo alle comiche.



Camilla Conti
09/09/2010




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Omicidio Vassallo, ucciso da sette colpi Patto tra 'ndrangheta e camorra

IL Mattino


 

SALERNO (9 settembre) - L'autopsia sul cadavere del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, confermerebbe i dati emersi subito dopo il ritrovamento del corpo all'interno dell' Audi station wagon grigio metallizzata ed in particolare che la vittima dell'agguato è stata raggiunta da sette dei nove proiettili complessivamente sparati. L'esame autoptico è durato oltre tre ore ed è stato eseguito nell'obitorio dell'ospedale di Vallo della Lucania dal prof. Francesco Vinci, associato presso l'Università di Bari e direttore responsabile del Centro Balistica Forense.


All'autopsia hanno assistito anche il procuratore della Dda di Salerno, Franco Roberti, ed i sostituti Valleverdina Cassaniello e Rosa Volpe, nonchè i carabinieri del Racis di Roma, del Ros e del Nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale di Salerno. Dei sette colpi andati a segno, uno avrebbe centrato al cuore Angelo Vassallo. Ora per il medico legale ci sono 40 giorni di tempo per redigere la perizia che conterrà anche gli esiti della ricostruzione tridimensionale delle traiettorie, utile a definire con maggiore certezza la dinamica del delitto. Troverebbe conferma anche l'ipotesi dell'impiego di una sola pistola, una calibro 9 per 21, che ha sparato a distanza ravvicinata.




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Australia, malato di cancro dichiara amore alla moglie E' il video più cliccato

Quotidianonet


Nella settimana scorsa il filmato è stato visto 750mila volte, malgrado nelle intenzioni dell’autore fosse rivolto solo ad amici e familiari


Sydney, 9 settembre 2010 - E' il video più cliccato sul web, e anche il più toccante. Lo ha girato un malato di cancro che tramite il web dichiara il suo amore per la moglie. Successo giustificato solo in parte per i cameo di una star di Hollywood e di un primo ministro.


Nella settimana scorsa il filmato è stato visto 750mila volte, malgrado nelle intenzioni dell’autore fosse rivolto solo ad amici e familiari. Kristian Anderson vive a Sidney, in Australia, e gli è stato diagnosticato un tumore al fegato. Si sta sottoponendo a pesanti cicli di chemioterapia, ma la scoperta della malattia ha avuto un effetto devastante sulla moglie Rachel e i giovani figli, Cody e Jakob.


Dopo la diagnosi Rachel è stata costretta a tornare al suo impiego di insegnante prima del previsto, dato che il marito è un libero professionista. Proprio grazie alla sua abilità come video editor, l’uomo ha realizzato un filmato per il compleanno della donna, per ringraziarla per il suo sostegno. Un video ispirato a una scena di Love Actually, uno dei film favoriti della coppia, in cui Keira Knightley riceve una “serenata silenziosa” da un ammiratore che le mostra cartelli con delle scritte. E il video ha spopolato sul web.


GUARDA IL VIDEO

“Ho bisogno di te come ho bisogno di una terapia contro il cancro” e “Senza di te, la vita semplicemente non funziona” sono alcune delle frasi contenute nella dedica di Kristian alla moglie.


Con l’aiuto di un’emittente radiofonica di Sidney, ha contattato l’attore Hugh Jackman e alcuni giorni dopo ha ricevuto un allegato di posta elettronica da un suo collaboratore, in cui Jackman diceva: “Ti ama, Rachel”. E dato che la moglie è neozelandese, l’uomo è anche riuscito a procurarsi un video messaggio del primo ministro John Key che le augura buon compleanno.


Sono le uniche parole che si possono ascoltare nel filmato, che ha per sottofondo il brano ‘Marry Me’ (Sposami) dei Train. Kristian lo ha mostrato a Rachel quando erano soli a casa.


“Davvero bello. E’ finito e mi scendevano le lacrime dal viso. E’ stato semplicemente meraviglioso”, ha raccontato la donna.


Visto che i loro genitori vivono lontano, Kristian ha pubblicato il video su internet di modo che lo potessero vedere. Ma il passaparola lo ha trasformato in una ‘hit’. Da 45 amici a 700mila persone in sei giorni, ha spiegato l’uomo. Che sta sfruttando l’inattesa pubblicità per sensibilizzare le persone sulla loro salute. “Ho aspettato troppo per andare dai medici”, il suo rammarico, “Se avessi agito prima, quando per la prima volta ho pensato che qualcosa non andasse, ora avrei potuto avere soltanto il cancro all’intestino e sarebbe stato più facile da curare. Ma non l’ho fatto e si è propagato al fegato”.





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Svelato il progetto: "Così sarà la moschea di Firenze"

La Nazuine


Ecco la prima idea di progetto: "Sarà integrata con la tradizione fiorentina"




Firenze, 9 settembre 2010 - Dieci archi delimitano la parte frontale del loggiato di ingresso. Un grande rosone e altri sei archi incorniciano il portone di accesso alla grande sala della preghiera. Sullo sfondo svettano due minareti.

 

Il sogno della comunità musulmana parte da qui, da un rendering (“solo uno schizzo” lo definisce l’imam Izzedin Elzir) che svela come potrebbe essere la futura moschea di Firenze. Nessun gioco di cupole dorate, nessun colore acceso dai toni visibilmente arabeggianti, nessuna torre che svetta sul profilo cittadino equiparando o addirittura scavalcando i monumenti simbolo di Firenze: il luogo di preghiera sognato dai musulmani ormai diventati cittadini fiorentini ricorda vagamente nella facciata le basiliche toscane, a partire da S. M. Novella.

 

"La filosofia del futuro progetto sarà quella di mantenerne la struttura in piena integrazione con la tradizione fiorentina", spiega l’architetto David Napolitano, incaricato dal presidente della comunità islamica di fare una bozza di disegno da presentare tra qualche settimana al sindaco di Firenze in un incontro ancora non fissato. "Nei nostri precedenti appuntamenti – confessa Elzir -, Renzi ci ha accusato di non avere ancora niente in mano di concreto. In realtà noi vorremmo realizzare la moschea nel rispetto del volere di Firenze e dei fiorentini, aspettando dunque i tempi e le richieste della città. Ma se vuole qualcosa di concreto, gli porteremo questo ‘schizzo’ ".

 

Nella volontà della comunità, sottolinea l’architetto Napolitano, la moschea non avrà nessun tratto esotico o pseudoarabo. Niente che possa suscitare polemiche o essere un motivo di imbarazzo all’interno dell’architettura fiorentina. Niente che possa provocare polemiche come le controversie politiche e legali che hanno creato tante tensioni in Svizzera.

 

"Anche il minareto non è indispensabile - spiega l’architetto Napolitano -: se l’idea dà fastidio o fa paura a qualcuno, possiamo non farlo. Il corano ci indica delle prescrizioni da rispettare, come la grande sala della preghiera, il muro della qibla e la nicchia sacra dove si trova l’imam, tutti orientati verso la Mecca. Nei secoli la struttura si è arricchita di fontane, sale per le abluzioni, locali antistanti la sala principale, porticati. Ma anche il minareto non è una prescrizione rigorosa: laddove non son presenti, il muezzin sale sul tetto per annunciare la preghiera"

 

La moschea fiorentina non assomiglierà dunque alle moschee di altre città come Roma o Segrate, ma più alle chiese fiorentine. "Sarà un luogo di culto creato come profonda riflessione che si allarga a tutto il mondo religioso e alla cultura sacra – dice Napolitano -. Un luogo aperto a tutta Firenze per incontri culturali, religiosi, fruibile da tutti tranne che nei momenti dedicati alla preghiera musulmana".

 

Non esiste ancora alcun progetto, sottolinea l’architetto: "Senza un luogo definito, senza una tempistica, né planimetrie o volumetrie è impossibile per noi realizzarlo. Ma questi disegni sono la nostra proposta per Firenze, perché questa città possa produrre una moschea di alta qualità architettonica, integrata nel contesto in cui si trova, un esempio di cui ogni fiorentino sia orgoglioso nel mondo, un modello di apertura religiosa. Non una cittadella islamica o un ghetto, ma un patrimonio di Firenze".


di MANUELA PLASTINA





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Barbareschi nei guai: l'attore-deputato deve demolire piscina abusiva a Filicudi

IL Messaggero

 

LIPARI (9 ettembre) - Il parlamentare Fli Luca Barbareschi dovrà demolire la piscina nella sua villetta nell'isola di Filicudi nelle Eolie e ripristinare i luoghi come all'origine. Lo prevede l'ordinanza di demolizione firmata dai funzionari comunali.

Il parlamentare dovrà eseguire i lavori entro 90 giorni
in quanto avrebbe realizzato abusivamente la piccola piscina, avrebbe ampliato vani, creato porte e finestre non previste nei progetti e avrebbe realizzato movimenti terra senza il parere della forestale in area sottoposta a vincolo idrogeologico. La zona della villetta inoltre è sottoposta a vincolo sismico. L'attore potrà presentare ricorso al Tar.




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Fidel mette in soffitta il castrismo: «Modello economico inadatto a Cuba»

IL Messaggero


 

L'AVANA (9 settembre) - Dopo due mesi dalla sua ricomparsa in pubblico, Fidel Castro parla per la prima volta sulla situazione di Cuba per dire che il modello socialista introdotto da lui nel 1959 non è più appropriato al Paese. «Il modello economico cubano non è più adatto a noi». È stata questa l'unica frase pronunciata dal “Lider Maximo” su Cuba che da anni con gravi problemi economici. Il leader è stato intervistato dal giornalista Jeffrey Goldberg per il mensile statunitense “The Atlantic” e ha risposto in questo modo alla domanda se il modello economico di Cuba, l'unico paese comunista dell'America Latina, si potesse ancora esportare in altri paesi.


Questo è il primo riferimento che fa l'ex presidente, 84 anni, alla situazione del Paese da quando è ricomparso in pubblico lo scorso 7 luglio, dopo quattro anni di assenza per malattia. Nelle sue apparizioni pubbliche Fidel ha parlato sul rischio che esiste, secondo lui, di una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l'Iran.



Un anno dopo essere arrivato alla presidenza, Raul Castro, 79 anni, ha promesso nel 2007 «cambi strutturali», ammettendo che lo stipendio medio, di circa 20 dollari mensili, non è più sufficiente, e l'opposizione ha chiesto da allora l'attuazione di questi cambiamenti. Nella prima sessione parlamentare di quest'anno, tenutasi ad agosto, Raul ha annunciato che il governo continuerà ad affidare in gestione piccoli negozi ai loro dipendenti, andando dunque oltre le botteghe di barbiere, ma senza puntare ad una vera economia di mercato. Nell'annunciare l'aumento del numero dei liberi professionisti e la riduzione dei lavoratori statali, Raul Castro ha definito queste decisioni un «cambio strutturale» per rendere il sistema socialista «sostenibile» nel futuro. 



Il governo di Raul sta studiando, «senza fretta», un «aggiornamento del modello economico cubano retto dalle categorie economiche del socialismo e non del mercato», ha dichiarato ai giornalisti il ministro dell'Economia Marino Murillo. «Rimarrà la pianificazione centralizzata. La proprietà non sarà consegnata ai dipendenti». Lo Stato cubano controlla il 90% dell'economia, dopo che, nel 1959, con il trionfo di Fidel Castro e la cacciata del dittatore Fulgencio Batista, la proprietà privata fu abolita.




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Palermo, i Nas si fingono pazienti e scoprono sette falsi dentisti