Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 5 settembre 2010

Sarah, nessuna traccia dopo dieci giorni Un testimone: «L'ho vista in strada»

Corriere della sera

Il racconto di un ragazzo: «Stava andando
dalla cugina, ma non ho notato nulla di strano»

 

AVETRANA (TARANTO) - C'è un testimone. Un giovane di Erchie (Brindisi), che l'ha riconosciuta sfogliando un giornale. E che ha raccontato di aver visto Sarah percorrere a piedi un breve tratto di strada che porta all'abitazione della cugina, con la quale doveva andare al mare. È lì, in via Kennedy, che si fermano le immagini della ragazzina di Avetrana svanita nel nulla da dieci giorni. Il ragazzo ha raccontato di aver intravisto la quindicenne percorrendo via Kennedy, la strada che porta alla litoranea: Sarah era praticamente a metà strada tra la sua casa, in vico II Verdi, e quella della cugina, in via Grazia Deledda. Il ragazzo ha detto ai carabinieri di non aver notato nulla di strano, proseguendo in direzione della litoranea e non immaginando che sarebbe stata l'ultima persona a vedere la ragazzina prima che scomparisse.




LE INDAGINI - Il testimone è considerato attendibile dai carabinieri. Combaciano gli orari, i tempi di percorrenza del tragitto a piedi tra le due abitazioni, le indicazioni sull'abbigliamento della quindicenne. Ma Sarah non si trova. Una scala vera e propria di priorità, nelle indagini, ancora non c'è, ma l'ipotesi dell'allontanamento volontario comincia decisamente a perdere posizioni: è quanto fanno intendere gli inquirenti. Venendo meno l'eventualità della fuga volontaria da casa, si fanno sempre più concrete invece quelle di un intervento esterno coercitivo nei confronti della minorenne. Il ventaglio delle ipotesi è legato sempre ad un'idea di sequestro. In tutti questi casi, comunque, si dovrebbe pensare che Sara, tra le 14.40 e le 14.42 del 26 agosto, sia stata avvicinata da qualcuno che conosceva, probabilmente a bordo di un'auto, e abbia accettato, fidandosi, di salirvi, non immaginando che non si sarebbe più incontrata con la cugina, come aveva previsto. Tutte ipotesi di sequestro che escludono ovviamente il consenso della vittima.


Redazione online

05 settembre 2010

Vigili travestiti da parcheggiatori abusivi, scatta il blitz da Testaccio all'Eur

Il Messaggero

Minacce all'agente sotto mentite spoglie: «Se vuoi lavorare qui ci devi pagare». Il racket si spartisce 113 zone di Roma



  
di Laura Bogliolo

ROMA (5 settembre) - «Questa è zona nostra, devi chiedere il permesso un mese prima se vuoi lavorare qui e devi pagarci». E’ la formula standard che usano i parcheggiatori abusivi per minacciare chiunque voglia invadere il loro territorio. La frase usata venerdì sera contro un agente della polizia municipale in borghese che ha finto di chiedere soldi e che conferma l’esistenza di un vero e proprio racket dietro il business dei parcheggiatori abusivi: un’organizzazione criminale che si spartisce 113 zone di Roma, gestita da persone appartenenti a 13 diverse nazionalità, con una netta prevalenza di italiani, egiziani e turchi. La scorsa settimana un pregiudicato romano di 48 anni è stato arrestato mentre estorceva denaro a un parcheggiatore abusivo bengalese del lungotevere.


L’operazione, condotta nella notte tra venerdì e sabato, dagli uomini del reparto di polizia giudiziaria del XVII Gruppo diretto da Antonio Bertola e del Gruppo Sicurezza Sociale Urbana, ha portato al fermo e alla denuncia di otto parcheggiatori abusivi. «L’intervento - ha commentato Fabrizio Santori, consigliere Comunale e presidente della Commissione Sicurezza, che ha partecipato all’operazione - dimostra che dietro ai parcheggiatori abusivi esiste un vero e proprio racket che deve essere sradicato una volta per tutte perché spesso la semplice sanzione e il sequestro dei proventi non scoraggia il fenomeno».



A Testaccio in quattro hanno circondato l’agente in borghese: tre turchi e un algerino. Due di loro gli hanno intimato: «Questa è zona nostra, o paghi o te ne vai». C’è stato anche chi ha chiesto di aspettare un mese prima di poter entrare nel giro. Quello è il loro territorio: non si ammettono intrusioni e se si vuole entrare nell’organizzazione è necessario “fare la fila”, aspettare almeno un mese, subire una specie di colloquio e stare al gioco, ossia pagare il pizzo. 



In zona diversi agenti in borghese fingevano di essere coppiette in cerca di parcheggio. Poi il segnale del finto parcheggiatore abusivo (via il cappellino) che ha fatto scattare i fermi. Due sono stati denunciati anche per violenza privata, per altri due è scattata la sanzione (la multa va dai 709 a 2850 euro) e il sequestro dei proventi della serata.



L’operazione, disposta dal comandante generale del Corpo della Polizia Municipale Angelo Giuliani, coadiuvata dall’istruttore di polizia municipale Marco Milani, è continuata all’Eur, nei pressi di via delle Tre Fontane. Anche qui un’altra conferma del racket dei parcheggiatori abusivi. L’agente in borghese è stato avvicinato da due romeni, madre e figlio, che gli hanno proposto una spartizione della zona. L’agente ha cambiato via e ancora una volta ha subito le minacce da parte di altri due parcheggiatori abusivi, questa volta italiani.



In tutto sono stati otto i parcheggiatori abusivi fermati e denunciati. Tra loro 5 pluripregiudicati. S.L., 50 anni, alle spalle ha reati quali omicidio doloso, rapina, rissa, armi e ricettazione, denunciato all’Autorità Giudiziaria per violazione delle misure di sicurezza. D.I., 34 anni e T.A., 45, hanno commesso in passato reati di violenza privata. Altri non erano in regola con il permesso di soggiorno. «Abbiamo lanciato un segnale forte alle organizzazioni criminali che gestiscono il fenomeno - ha aggiunto Santori - dietro qualsiasi volto in città potrebbe nascondersi un agente delle forze dell’ordine pronto ad intervenire per catturare in flagranza gli abusivi».




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Gp di San Marino, muore Tomizawa dopo spaventoso incidente in Moto2

Corriere della sera

Il pilota giapponese ha perso il controllo ed è stato investito da Redding. Coinvolto anche De Angelis

 

 MISANO ADRIATICO - Non ce l'ha fatta. Shoya Tomizawa, il pilota giapponese coinvolto in uno spaventoso incidente durante la gara delle Moto2 nel Gp di San Marino, è morto dopo essere stato trasportato con l'ambulanza all'ospedale di Riccione.


L'INCIDENTE - Il nipponico della Suter, 20 anni, ha perso il controllo della sua moto in piena accelerazione a 15 giri dal termine della sua gara, ed è stato investito in pieno da Scott Redding e da Alex De Angelis. Il giapponese è stato portato via dal centro della pista, immobilizzato su una barella, in attesa dell'arrivo dell’ambulanza. Poi il trasporto a Riccione. «Le sue condizioni sono molto serie - aveva subito spiegato il dottor Claudio Macchiagodena della Clinica Mobile - tanto che abbiamo deciso di portarlo a Riccione con un'autoambulanza attrezzata. I traumi sono multipli, toracico, addominale, e ha delle emorragie. Onestamente è molto grave. Gli è stata fatta la rianimazione, ma è in condizioni critiche». Poco dopo, purtroppo, la notizia della sua morte. Troppo gravi le lesioni riportate dal giovane pilota.

 

 

LE REAZIONI - «È stata la caduta più brutta della mia carriera - ha raccontato De Angelis - quello è un punto dove siamo in pieno, quando Tomizawa è caduto ho fatto di tutto per prendere la sua moto e non lui. Io sono illeso, è incredibile». «Mi hanno detto adesso cosa è successo - ha dichiarato invece Pedrosa dopo la vittoria in MotoGp. - Non ci sono parole. Sento un vuoto, è difficile spiegare». «Quando succedono queste cose - ha affermato invece Rossi - il resto non conta tanto».


Redazione online
05 settembre 2010

Ghana, una scuola a "Sodoma e Gomorra"

Corriere della sera

La sfida di un missionario trentino contro la corruzione
e la violenza in una baraccopoli di Accra: ogni sera insegna ai giovani la grammatica e la lingua inglese


Migliaia di persone, molti minorenni, lavorano allo smaltimento di prodotti industriali Ghana, una scuola a "Sodoma e Gomorra"

ACCRA (Ghana) - La chiamano "Sodoma e Gomorra" perché dicono che anche Dio si sia rassegnato al suo destino di corruzione e violenza. Ma in questa grande baraccopoli di Accra, dove vivono oltre 60mila persone, da qualche anno la speranza è tornata: ha il volto magro e profetico di Arcadio Sicher, padre francescano cinquantenne, originario di Coredo, piccolo villaggio in provincia di Trento. Sei anni fa il missionario decise di stabilirsi in questo immenso slum nel centro della capitale ghanese, a pochi passi dal mercato di Agbogbloshie, diventando il primo e unico bianco della comunità. Nel corso del tempo, e con l’aiuto di alcuni volontari locali, è riuscito a costruire una piccola scuola nel cuore dello slum. Ogni sera, per circa due ore, insegna ai giovani che lavorano nella baraccopoli la grammatica e la lingua inglese, idioma ufficiale del Ghana.


Ghana, la scuola di padre Arcadio a "Sodoma e Gomorra"


L’INFERNO DELLA BARACCOPOLI - "Sodoma e Gomorra" è un inferno di fumo e di metallo. Migliaia di giovani, molti minorenni, lavorano allo smaltimento di ex prodotti industriali proveniente da ogni angolo della Terra: frigoriferi, computer e macchine di ogni specie sono bruciati in questa mega-discarica a cielo aperto. Una volta che il fuoco è spento e le sostanze cancerogene si sono ormai diffuse nell’atmosfera, i ragazzi recuperano il metallo che sarà poi rivenduto alle vicine fonderie. I compensi sono davvero miseri e spesso i ragazzi non riescono ad assicurarsi neppure un letto per la notte. L’inverno scorso il settimanale tedesco Der Spiegel ha denunciato in una lunga inchiesta il flusso enorme di prodotti elettronici che arrivano dall’Europa e dagli Usa e che sono smaltiti nella bidonville africana. Nonostante le convenzioni internazionali vietino l’esportazione e lo smaltimento di rifiuti elettronici nei Paesi del sud del mondo, ogni anno partono dalle coste del Vecchio Continente vascelli carichi di veleni destinati a inquinare l’aria e le acque della Korle Lagoon, la laguna che circonda Sodoma e Gomorra.


VELENI NELL'ARIA E NELL'ACQUA - Lo spettacolo della discarica è desolante. Oltre alle migliaia di ragazzi che lavorano decine di ore al recupero e alla lavorazione dei metalli, non mancano i bambini che brancolano tra la massa di rifiuti, che sommerge il centro della discarica, alla ricerca di qualche pezzo grezzo da rivendere. La miseria e l’assenza d’igiene la fanno da padrone e per tutto il giorno un odore acre si diffonde all’interno della bidonville. Più volte il governo ha minacciato di smantellare la baraccopoli, ma, non sapendo dove poi dislocare i tanti abitanti, ha preferito non intervenire. Uno studio di Greenpeace ha dimostrato che l’aria respirata a "Sodoma e Gomorra" è profondamente avvelenata. Stessa storia per il Densu River, il corso d’acqua che passa nella baraccopoli, denso di piombo, diossina e arsenico. Non esistono studi sui tassi di mortalità a "Sodoma e Gomorra", ma la presenza di così tanti veleni non fa ben sperare: «La maggior parte della gente che vive qui è giovane - spiega con amarezza padre Sicher -. Temo che fra qualche anno gli abitanti capiranno quanto questi veleni siano dannosi».


LA SCUOLA COME RISCATTO - L’idea di creare una scuola in questa terra devastata dal fuoco e dalla miseria, dove non vi è neppure un’organizzazione non governativa internazionale, è stata suggerita a padre Sicher da Monica, una giovane ghanese che da sempre vive a "Sodoma e Gomorra" e che ancora oggi sogna di iscriversi alle scuole superiori: «È stata lei a dirmi che c’era bisogno di una scuola - conferma il padre francescano -. Da allora non è mai mancata a una lezione e quest’anno tenterà di superare l’esame per poter entrare al liceo». Padre Sicher non ama chiamare la baraccopoli "Sodoma e Gomorra". Per lui questo quartiere continua a chiamarsi "Kumba market", nome usato dalla popolazione locale prima che la zona divenisse una baraccopoli: «All’inizio non è stato facile farmi accettare dalla comunità - ricorda padre Sicher -. Ero l’unico bianco tra decine di migliaia di neri e la diffidenza era forte. Pensavano che fossi legato al mondo della prostituzione o della droga. I primi ad avvicinarsi sono stati i musulmani della comunità. Più tardi ho costruito un solido rapporto con i giovani. Tra i ragazzi c’è molta partecipazione alle attività della scuola, anche se è difficile restare attenti dopo un’intera giornata di lavoro». Tra i più appassionati studenti vi è Joseph che commenta: «Qualche anno fa ho saputo da un amico che era nata una scuola nella baraccopoli. Ho pensato che imparare a leggere e a scrivere mi avrebbe aiutato a trovare un lavoro migliore. Non ci ho pensato due volte e ho cominciato a seguire le lezioni. Non me ne sono pentito».


LA GUERRA TRA POVERI - Alle 20 di ogni sera circa un’ottantina di ragazzi si presentano alla Pas (Peace adult school) per seguire le lezioni di grammatica. La maggioranza ha tra i 20 e i 30 anni, ma non mancano gli adolescenti. Un paio di ragazzi del posto aiutano il padre francescano nella gestione della scuola: «Sembrerà strano, ma non abbiamo bisogno di aiuti economici - rivela padre Sicher -. Ci farebbero comodo nuovi volontari pronti a collaborare per migliorare e ampliare le lezioni. Da qualche mese stiamo portando avanti un progetto per insegnare alle ragazze la lavorazione delle perline. Ogni ragazza che viene a scuola è una donna sottratta alla strada». Le tante giovani che vivono nello slum sono una delle più grosse preoccupazione di padre Sicher. «In un territorio afflitto dalla miseria e dalla violenza, sono sempre i più deboli ad avere la peggio. Le donne purtroppo fanno parte di questa schiera. Molte si sposano giovani, ma presto sono abbandonate dai loro compagni. Per sfuggire alla miseria non resta altra strada che la prostituzione. Fino a qualche anno fa nella società fortemente tradizionalista ghanese la famiglia aveva un grande ruolo. Purtroppo adesso, con l’eccessiva urbanizzazione e la povertà dilagante, ogni legame si è spezzato e i giovani sembrano incapaci di sostenere una relazione. Il vero dramma è che ogni notte tra queste baracche si assiste a una guerra tra poveri».


Francesco Tortora
04 settembre 2010(ultima modifica: 05 settembre 2010)



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Prete padovano s'innamora e lascia la parrocchia

Il Mattino di Padova


Don Romano Frigo, parroco da undici anni a Cervarese Santa Croce, ha deciso di prendere una pausa di riflessione. Si è innamorato, ricambiato, di una ragazza molto attiva in parrocchia. Lo sconcerto dei fedeli



Unimmagine di don Romano con la sua bicicletta
Un'immagine di don Romano con la sua bicicletta



CERVARESE SANTA CROCE. Don Romano Frigo, parroco di Cervarese Santa Croce, si è sarebbe infatuato di una giovane parrocchiana. Sarebbe questo il motivo che l’ha portato a chiedere al Vescovo di essere rimosso dopo undici anni di apprezzata guida pastorale. Il quarantaseienne sacerdote originario di Canove di Roana (Vicenza) si è preso un periodo di riflessione ed è tornato a vivere con la mamma Paola (che lo aveva accompagnato a Cervarese ed era ben nota ai parrocchiani) tra i monti dell’Altopiano di Asiago.


Il motivo della scelta sarebbe proprio la profonda amicizia con la ragazza che da qualche anno lo coadiuvava nella gestione di alcune iniziative parrocchiali. Un innamoramento che in paese è sulla bocca di tutti. Don Romano, che la mattina dell’Assunta ha salutato la comunità (al suo posto il 3 ottobre arriverà don Mattia Biasiolo, 35 anni, attualmente cappellano della parrocchia Santa Maria Assunta di Chiesanuova) preferisce non parlare della vicenda, che definisce «dolorosa».


«Se ho deciso di prendermi un periodo di tempo per riflettere significa che un problema c’è - commenta il prete - Mi era stato proposto dal Vescovo un altro incarico pastorale, che in questo momento ho ritenuto giusto non accettare. Penso di aver agito con senso di responsabilità. Scrivete piuttosto di don Mattia e del futuro della parrocchia, che vi assicuro è sereno e senza problemi».

Un matrimonio celebrato da don Romano, a sinistra, assieme a don  Sante Sguotti (altro prete che è stato ridotto allo stato laicale dopo  aver avuto un bambino)

Un matrimonio celebrato da don Romano, a sinistra, assieme a don Sante Sguotti (altro prete che è stato ridotto allo stato laicale dopo aver avuto un bambino)
La notizia dell’avvicendamento di don Romano è arrivata in piena estate come un fulmine a ciel sereno. Il sacerdote a Cervarese si era fatto davvero benvolere per come ha gestito la parrocchia, dove con l’avallo del Consiglio pastorale ha avviato anche progetti importanti, non ultimo quello dell’ampliamento del centro giovanile, La gente avrebbe preferito che il prete prima di tornarsene per un periodo sabbatico tra le sue montagne avesse spiegato il motivo della scelta, anche se la maggior parte del paese ne è a conoscenza. Don Romano è arrivato al sacerdozio piuttosto avanti con l’età. La sua, come si dice nell’ambiente ecclesiastico, è «una vocazione adulta».


Diplomato in Ragioneria si è fatto prete nel 1993, dopo aver lavorato come funzionario di banca. A Cervarese Santa Croce è arrivato nel 1999 e si è subito distinto per la sua pastorale fresca e decisa. Una capacità e un desiderio di comunicazione testimoniati dal ricchissimo sito internet parrocchiale. Grande appassionato di ciclismo, ha coinvolto nella sua passione anche un gruppo di fedeli della comunità con i quali ha organizzato parecchi pellegrinaggi in bici, alcuni anche all’estero. «Sono cresciuto tra le montagne con uno spirito da lupo», scrive nel suo libro «Ora et pedala - Cicloriflessioni di un curato di campagna», pubblicato nel 2008. Ma anche i lupi si innamorano...


(04 settembre 2010)




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Banca fantasma, Cacciapuoti esce allo scoperto: soldi usati per la Ferrari

Il Mattino


 

NAPOLI (5 settembre) - Esce allo scoperto Raffaele Cacciapuoti, il faccendiere napoletano cui fa capo la truffa di 8 milioni di euro raccolti con sottoscrizioni di 842 persone per fondare la fantomatica Banca popolare del meridione.

Dal suo rifugio, le cui tracce conducono in Colombia, ha preparato un memoriale in cui racconta che fine hanno fatto i soldi spariti. «Spesi per consulenti in Usa», è quanto annota. Ma spunta anche un congruo capitolo di «spese di marketing», tra le quali spicca una Ferrari. Cacciapuoti, che indirizza strali e messaggi indiretti agli altri sponsor, è alla fine del suo soggiorno all’estero ed è prossimo a tornare a Napoli.




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Il super ciclista inseguito dalla Finanza

Corriere della sera


Indagine su Pozzato: finta residenza a Montecarlo per evadere. Il campione: abito veramente nel Principato



Tasse Nel mirino un contratto milionario con i russi


Filippo Pozzato
Filippo Pozzato
ROMA - Un altro sportivo indagato dalla Guardia di finanza per evasione fiscale. È il campione italiano di ciclismo Filippo Pozzato, che tra pochi giorni compie 29 anni, e che secondo le Fiamme gialle di Vicenza avrebbe nel 2009 «trasferito fittiziamente, subito dopo la stipula di un contratto milionario con una squadra russa, la propria residenza nel Principato di Monaco allo scopo di sottrarre a tassazione i redditi percepiti». Si tratta di due milioni di euro, tutto denaro che doveva essere versato nelle casse dello Stato come tassazione sugli incassi realizzati dal ciclista tra il 2007 e il 2008, attraverso contratti stipulati con squadre, sponsor e sfruttamento dell'immagine a scopo pubblicitario. L'indagine è scattata subito dopo la comunicazione del trasferimento di Pozzato in un Paese a fiscalità privilegiata, Montecarlo appunto.


Filippo è un grande campione del ciclismo. Ha al suo attivo numerose vittorie, di cui una al recente Giro d'Italia e due all'ultimo Tour de France. Nel 2009 ha vinto il campionato italiano su strada. Ma come altri ciclisti, Mario Cipollini e Paolo Bettini, e come diversi altri campioni dello sport, Pozzato è ora nei guai con il fisco anche se lui smentisce categoricamente di aver trasferito la residenza per non pagare le tasse. «Sono sereno - ha detto ieri -. Non c'è nulla di fittizio nel mio comportamento. L'indagine è sempre quella di due anni fa e io posso dimostrare che abito veramente a Montecarlo, dove tutti mi conoscono».



Non è la prima volta che sportivi finiscono sotto la lente della Guardia di Finanza: dallo sci al calcio, passando per Formula 1 e ciclismo, sono molti i campioni che scelgono la residenza all'estero, in quei posti dove vige un regime fiscale più leggero e più conveniente rispetto all'Italia, e che per questo motivo sono sottoposti ad indagine fiscale. Il nome più noto resta quello del campione di motociclismo Valentino Rossi (con residenza a Londra) al quale il fisco italiano ha contestato 60 milioni di euro di imponibile non dichiarato negli anni 2000-04. Il contenzioso di Valentino con il fisco gli è costato un periodo i crisi anche a livello agonistico, che si concluse con un accordo piuttosto pesante per il campione e però con il suo ritorno alla vittoria. A Mario Cipollini non bastò la residenza a Montecarlo; l'ex campione del mondo di ciclismo ha perso il ricorso contro l'Agenzia delle Entrate che gli contestava proprio la residenza all'estero, e fu condannato a pagare in Italia le imposte su circa 1,6 milioni di euro di redditi percepiti nel 1998 e 1999.



Nelle maglie del fisco alla fine degli anni '90 incappò un campione dello sci, Alberto Tomba al quale fu contestato di aver portato denaro all'estero grazie ad un sofisticato sistema di società sorte nei paradisi fiscali, quindi fuori dal controllo dello Stato italiano. L'inchiesta si risolse con l'assoluzione di Tomba, anche perché nel frattempo lo sciatore aveva provveduto a sanare tutti i suoi debiti col fisco, pari a 10 miliardi delle vecchie lire. Guai a causa di tasse evase anche per Diego Armando Maradona, che ha ancora un conto di 31 milioni di euro in sospeso con il fisco italiano.




Mariolina Iossa
05 settembre 2010



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Fini dica se la casa di Montecarlo è sua

di Redazione

Oggi il presidente della Camera non può limitarsi a parlare di politica alla festa Fli di Mirabello: è arrivata l’ora di rompere il silenzio sullo scandalo monegasco. Serve una risposta dopo 40 giorni



È passato più di un mese (per l’esattezza 40 giorni) dal 28 luglio scorso, data d’inizio dell’inchiesta del Giornale. Ma il presidente della Camera non ha ancora risposto alle domande sollevate dal nostro quotidiano sull’intricata vicenda che vede al centro l’appartamento di rue Princess Charlotte, 14. La casa era stata ereditata da Alleanza nazionale nel 1999 dalla nobildonna Anna Maria Colleoni, di dichiarate simpatie fasciste, perché il partito erede dell’Msi continuasse la «buona battaglia».

L’appartamento venne ceduto l’11 luglio del 2008 dall’allora tesoriere del partito di via della Scrofa, il senatore Francesco Pontone, su delega dello stesso Fini in qualità di leader di An, a una società off-shore, la Printemps Ltd con sede a Saint Lucia nelle piccole Antille per 300mila euro. Un valore di molto inferiore alle offerte ricevute dal partito, pari a 1,5 milioni. L’immobile venne poi ceduto per 330mila euro a un’altra società off-shore, la Timara.

Il Giornale
ha scoperto che l’appartamento in questione è abitato da Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del leader di Futuro e Libertà, Elisabetta, a fronte di un regolare contratto d’affitto (di cui ancora non si conosce l’ammontare preciso) e che lo stesso inquilino avrebbe partecipato ai lavori di ristrutturazione della casa, secondo le testimonianze di chi ha materialmente eseguito i lavori nell’appartamento monegasco. Alcuni testimoni sostengono che lo stesso presidente della Camera si sia recato più volte a visionare l’appartamento e che abbia ordinato la cucina presso un negozio di Roma. Nella sua replica, preceduta e seguita a numerosi annunci di querele, Fini non ha mai chiarito tutti i contorni della vicenda. Oggi, durante il suo intervento alla kermesse Fli di Mirabello, non potrà che squarciare definitivamente il velo su questi misteri.




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Due milioni di nuovi europei grazie al passaporto magico

di Fausto Biloslavo

Alcuni serbi diventano ungheresi, in Macedonia documenti bulgari, in Moldavia cittadinanza romena. Così gli extracomunitari entrano nell’Ue senza problemi. Con il rischio dell’invasione. Tra i privilegiati anche i turchi fuggiti in Bulgaria e i rifugiati sudamericani



Il passaporto europeo è diventato una chimera ma centinaia di migliaia di cittadini, formalmente al di fuori di confini dell'Unione, lo hanno già ottenuto o potrebbero riceverlo per motivi storici e politici. L'Ungheria è pronta a concedere il passaporto a 300mila connazionali che vivono nella provincia autonoma della Vojvodina, nel nord della Serbia. Un retaggio storico, come i 160mila ungheresi in Ucraina. Consistenti minoranze che scalpitano per poter viaggiare e cercare lavoro liberamente in Europa, grazie all'ingresso della madrepatria nella Ue.

Il quotidiano inglese «Times» ha stilato la lista lanciando l'allarme. I bulgari stanno preparando i passaporti per 300mila turchi espulsi dal regime comunista di Todor Zhivkov negli anni Ottanta. E si sta discutendo dell'ipotesi di cittadinanza a 1,4 milioni di bulgari che vivono in Macedonia, una delle repubbliche più povere dell'ex Jugoslavia.

Nel nostro piccolo già da anni gli italiani della minoranza rimasta in Istria, Fiume e Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale hanno diritto alla doppia cittadinanza. In gran parte vivono in Croazia, che a differenza della Slovenia non è ancora entrata nell'Unione europea. Giusti motivi storici e politici hanno permesso a circa 9mila italiani in Istria e Dalmazia croata di ottenere il passaporto italiano, che permette di girare nell'Europa comunitaria.

Secondo il «Times» il caso più allarmante riguarda la Romania entrata in Europa nel 2007. Fin dal 1991 il governo aveva deciso di concedere la cittadinanza ai vicini moldavi che sostenevano di averne diritto. In otto anni sono stati rilasciati 120mila passaporti a chi vive in Moldavia, uno dei paesi più disgraziati d'Europa. Con l'ingresso di Bucarest nella Ue le richieste si sono impennate. Quest'anno sono state registrate 53mila nuove domande e le autorità romene hanno già consegnato 17mila passaporti ai moldavi. Anche in questo caso la «politica dei passaporti» fa i conti con la storia. Nel 1940 Stalin mise le grinfie su territori romeni inglobando poi la Moldavia nell'Urss.

Secondo il «Times» la nuova ondata di cittadini europei acquisiti dall'Est potrebbe «essere un problema per i Paesi più ricchi dell'Unione europea occidentale». Un milione di moldavi, un quarto della popolazione, cerca un posto all'estero per mantenere la propria famiglia. «Molti di loro lavorano illegalmente per periodi brevi dai tre ai sei mesi. - scrive il quotidiano di Londra -

Se diventassero cittadini europei, quello che adesso è illecito sarà legale e avranno il diritto di accedere a sussidi di disoccupazione e benefici». I moldavi puntano all'Inghilterra, ma pure alla Grecia, la Spagna e l'Italia. Un altro problema è costituito dai delinquenti e dallo sfruttamento della prostituzione, che utilizza le moldave buttandole sui marciapiedi delle città europee, comprese le nostre. I passaporti, per fortuna, non vengono rilasciati in massa, ma gradualmente. Per i moldavi i tempi tecnici di attesa sarebbero di almeno due anni.

Ai confini orientali dell'Unione europea lo scacchiere geopolitico potrebbe riservare ulteriori sorprese. La Transnistria è un piccolo paese fantasma pressato fra la Moldavia e l'Ucraina, che sopravvive grazie all'aiuto russo. Non si esclude che un accordo diplomatico possa riportarla sotto gli ucraini, che a loro volta cederebbero una fetta di territorio. Il risultato di questi cambiamenti è che la Moldavia potrebbe federarsi con la Romania entrando di fatto nell'Unione europea. Mosca non sta a guardare e gioca la sua partita dei passaporti rilasciandoli alla minoranza etnica nei paesi baltici, che sono tutti e tre membri della Ue. E lo stesso fa con la Transnistria.

I conti con la storia influenzano pure la Germania. Berlino ha accelerato le procedure per concedere la cittadinanza agli israeliani che ne fanno richiesta. Molti giovani dello stato ebraico puntano al passaporto europeo per girare senza quello con la stella di David, che pone problemi in molti paesi islamici. Il caso più eclatante evidenziato dal «Times» riguarda la Spagna. Madrid concede il passaporto ai discendenti dei comunisti che furono costretti all'esilio dal generalissimo Franco in America Latina o a Cuba. In un solo anno la Spagna ha ricevuto 161.463 richieste rilasciando oltre 80mila passaporti validi per tutta l'Unione




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Belgio senza governo Il re affida l'incarico a due mediatori

Quotidianonet


Alberto II ha nominato i presidenti delle due Camere, il socialista francofono Andrè Flahaut e il fiammingo nazionalista Danny Pieters



Bruxelles, 5 settembre 2010 - Dopo l'ennesimo fallimento di formare un governo, il re del Belgio Alberto II ha affidato l' incarico ai presidenti di Camera e Senato.
I due mediatori sono il socialista francofono Andrè Flahaut e il fiammingo Danny Pieters, esponente dei nazionalisti della N-va di Bart de Wever.
La nomina è giunta dopo che il re ha accettato le dimissioni di Elio Di Rupo, leader del partito socialista vallone, che era stato incaricato dopo le elezioni di guidare la mediazione per la formazione del governo. Dopo due mesi di sforzi infruttuosi, Di Rupo aveva cercato di dimettersi già una settimana fa. Poi ha ripetuto la sua richiesta venerdì. Il re, si legge nel comunicato del palazzo, "ha accettato la richiesta di Di Rupo di venir sollevato dalla sua missione".
 

I due presidenti Flahaut e Pieters dovranno affrontare ora il difficilissimo compito di ripristinare un minimo fiducia fra le due comunità linguistiche del Belgio per poter giungere ad un compromesso accettabile sulla riforma costituzionale. La disputa verte sulla ripartizione dei poteri e delle finanze, ma anche sul sistema di voto e la formazione delle circoscrizioni elettorali. Lo scontro, che risale già alle elezioni del luglio 2007, si è ulteriormente esacerbato con il voto del 13 giugno che ha premiato partiti di orientamento diametralmente opposto nelle due regioni.
La "missione di mediazione" dei due presidenti, continua il comunicato, "è necessaria per il benessere economico e sociale dei nostri cittadini e per attuare una sostenibile riforma delle istituzioni". Il Belgio, che detiene la presidenza di turno dell'Unione Europea, è guidato da 100 giorni da un governo ad interim.





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Il Papa e il posto fisso Tarquinio: "Colleghi, non sapete leggere"

Quotidianonet


Il direttore del quotidiano Avvenire: il Pontefice parla del lavoro come problema grande e pressante ma questo concetto nelle cronache scompare


Città del Vaticano, 5 settembre 2010 - "Apriamo i quotidiani e restiamo storditi. Il messaggio del Papa viene spacciato come un invito alla precarietà". Lo scrive Avvenire in un corsivo siglato dal direttore, Marco Tarquinio, che contesta le interpretazioni dei media sulla Lettera indirizzata da Benedetto XVI ai ragazzi di tutto il mondo in vista della Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Madrid nell'agosto 2011.
Nel testo, ricorda il quotidiano della Cei, il Papa "accenna alla 'domanda del posto di lavoro' e di 'un terreno sicuro sotto i piedi', sottolinea che 'allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l'età in cui si è alla ricerca della vita più grande'. Allo stesso tempo. Tra virgolette". Inoltre, il Pontefice parla del "lavoro come problema grande e pressante", un concetto che - denuncia Avvenire - nelle cronache "scompare".
"Packard più di mezzo secolo fa denunciava i persuasori occulti. Oggi - rileva il quotidiano cattolico - è l'epoca dei dissuasori palesi, che magari sanno scrivere meglio di chiunque altro, ma hanno dei problemi con la lettura. Come certi studenti delle medie".
 

Nel corsivo, Tarquinio si rivolge poi direttamente ai vaticanisti per invocare "rispetto per i giovani e per ciò che il Papa in un mondo sufficiente e ostile sa dire loro". E prima ancora, conclude, "la comprensione del testo, colleghi".


Fonte Agi




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