Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 28 luglio 2010

Due militari italiani morti in Afghanistan

Corriere della sera

Specialisti del Genio, sono rimasti colpiti nell'esplosione ordigno artigianale.
Berlusconi: «Sono addolorato»



ROMA - Due militari italiani sono morti in Afghanistan. Ne ha dato notizia il presidente di turno del Senato, Vannino Chiti. Il Senato ha immediatamente osservato un minuto di silenzio. Nella giornata di giovedì ci sarà un'informativa del governo al Parlamento: il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, relazionerà sull'accaduto e sulle condizioni in cui le truppe italiane si trovano ad operare. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha appreso della notizia poco prima di aprire la conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, si è poi detto «rattristato» per le nuove vittime italiane.

LA RICOSTRUZIONE - Il fatto è avvenuto a una decina di chilometri a nord di Herat. I due militari, secondo quanto si è appreso, erano specialisti del Genio. Facevano parte di un team Iedd (Improvised Explosive Device Disposal), specializzato nella rimozione di ordigni esplosivi improvvisati. Quando è avvenuto l'incidente erano impegnati proprio in una operazione di disinnesco. L'intervenuto è avvenuto intorno alle 20 locali. Una bomba rudimentale segnalata dalla polizia afghana. Dopo aver verificato la presenza dell'ordigno, i due genieri hanno proceduto alla sua neutralizzazione. Ma nel perlustrare la zona circostante per accertare l'eventuale presenza di altri ordigni, sono stati investiti da una forte esplosione che ne ha causato la morte. Anche il precedente attentato che aveva causato la morte di soldati italiani, lo scorso maggio, era avvenuto nella zona di Herat, dove ha sede il quartier generale del nostro contingente.

«LE PAROLE NON HANNO SENSO» - Berlusconi ha detto che quando arrivano queste notizie così drammatiche «ci si domanda se ne vale la pena», per poi aggiungere che proprio in queste situazioni, «bisogna rafforzare l'idea che ne vale la pena». «Le parole non hanno senso», ha aggiunto, non possono «lenire il dolore. C'è solo il fatto - afferma il Cavaliere - di apprezzare chi compie la scelta personale di andare in missione. «La carriera di un soldato - dice il capo del governo - espone a certi rischi. Chi è andato in Afghanistan lo ha fatto per scelta personale». Per il premier, dunque, queste notizie «creano dolore ma è giusto fare quello che facciamo».

IL PD: «SICUREZZA INELUDIBILE» - Anche dai gruppi dell'opposizione sono arrivate parole di cordoglio e vicinanza ai famigliari delle vittime. Il Pd chiede però che il governo affronti il tema delle tutele per i militari italiani. «La vicenda purtroppo rende non più eludibile la questione della sicurezza dei nostri militari in Afghanistan - ha detto l'on Erminio Quartiani dell'ufficio di presidenza del Pd alla Camera - : per questo chiediamo che il governo riferisca alla Camera sulle condizioni in cui il nostro contingente si trova ad operare». Antonio Di Pietro, a nome dell'Idv, ha detto che «oggi è un giorno di lutto per tutto il Paese e ogni polemica sulla nostra presenza in Afghanistan risulterebbe strumentale». Tuttavia ha anticipato che «a tempo debito, ribadiremo le ragioni per le quali l'IdV è contraria a una missione che è risultata fallimentare, come dimostrato dal dossier diffuso da Wikileaks». Per il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, «l'Afghanistan non può diventare il Vietnam italiano. Ormai siamo in presenza di una guerra senza fine che porta solo alla perdita dolorosa di vite umane tra militari italiani e i civili».

Redazione online
28 luglio 2010



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Svizzera, vietato innamorarsi del collega d'ufficio: in caso di flirt si rischia il posto

Il Mattino

ZURIGO (28 luglio) - Guai a innamorarsi di un collega, e anche seri, almeno in Svizzera, dove si rischia addirittura il posto. È scritto a chiare lettere in una direttiva del gruppo Richemont, proprietario di griffe prestigiose, dagli orologi e gioielli Cartier e dei prodotti Gucci alle penne Montblanc.

Il gruppo Richemont ha diramato dalla sua sede di Ginevra un “codice di comportamento” per i propri ventimila collaboratori che osteggia, dichiaratamente, gli amori sul luogo di lavoro. “Soprattutto quando si tratta di gente che lavora fianco a fianco”, recita il regolamento, di cui è entrata in possesso la Radio Svizzera in lingua francese.

I vertici di Richemont non replicano alle rivelazioni dell’emittente, secondo la quale i dipendenti del gruppo che, incuranti del regolamento, dovessero intrecciare un flirt “sono pregati di informare della love story i superiori, nonché l’ufficio del personale”.


Spetterà, poi, all’azienda, si presume in base alla gravità della trasgressione, stabilire l’eventuale sanzione. Che può andare dalla separazione fisica dei due amanti, destinandoli ad esempio in uffici diversi, all’estrema misura del licenziamento.Un «codice di comportamento» che devono ben rispettare i suoi collaboratori, ma che sarebbe buona norma ci dessero uno sguardo tutti, suggeriscono, «soprattutto quando si tratta di gente che lavora fianco a fianco».





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Benevento, colpo al clan Pagnozzi Preso Guida braccio destro del boss

Il Mattino

  

BENEVENTO (28 luglio)

Ancora un duro colpo è stato inferto al clan Pagnozzi, il sodalizio criminale che opera in Valle Caudina, al confine tra le province di Avellino, Benevento e Caserta. Due affiliati di primo piano, Giovanni Guida e Giovanni Di Matola, sono stati arrestati dai carabinieri di San Martino Valle Caudina (Avellino) su ordinanze emesse dai giudici di sorveglianza del tribunale di Avellino e del tribunale di Salerno. Guida, considerato il braccio destro dell'anziano capo clan, Gennaro Pagnozzi, detto ò Giaguaro, con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, si trovava in libertà vigilata ma di fatto continuava a svolgere funzioni di raccordo con gli altri affiliati al clan oltre che partecipare personalmente alle estorsioni nei confronti di commercianti e imprenditori di Montesarchio e Benevento.

Guida, dopo essere stato trasferito in carcere, è stato trasferito nella casa-lavoro di Favignana dove dovrà restare per i prossimi due anni. Per Giovanni Di Matola i magistrati di Salerno hanno revocato gli arresti domiciliari ai quali si trovava per spaccio di stupefacenti e ripristinato la cutodia cautelare in carcere.




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Napoli, quattro scheletri nei campi di Nola. E' giallo

Il Mattino

  
di Antonio Russo

NAPOLI (28 luglio) - Per Maria e Gioacchino quella di ieri doveva essere una normale giornata di lavoro nei campi, con la preparazione della raccolta delle nocciole. Invece dissodando il terreno la coppia si è trovata di fronte ad un ritrovamento drammatico ed inaspettato: ossa umane che emergevano dal terreno una dopo l’altro. Il macabro ritrovamento alla periferia di Nola, sulla collina di Cicala, non lontano dal confine con il territorio di Visciano. Teschi di persone adulte, poi quella di un bambino. Chi erano? Quattro, forse cinque persone. Un’intera famiglia? Uccisi o sepolti da una mano generosa tanti anni fa dopo un’epidemia? Vittime di un rito satanico? Anche questa ipotesi si affaccia alla mente della gente del posto. C’è chi scava nella memoria, chi cerca di ricordare i casi di lupara bianca, chi addirittura va a scavare nei libri di storia della zona alla ricerca di un indizio, di una traccia magari di una famiglia scomparsa nel nulla. E perché sepolti proprio lì? Una strage familiare?

«Stavo scavando nel terreno con la zappa – spiega Maria La Manna, la proprietaria del podere – quando ho avvertito sotto la parte metallica qualcosa di duro, ma non si trattava di una pietra. Ho continuato a scavare con le mani, e mi sono trovata tra le mani un piccolo osso. Poteva sembrare il resto di un animale e non ci ho fatto troppo caso. Poco dopo però, molto vicino a quel punto, è emerso qualcosa di strano, ma comunque chiaro: era un grosso frammento di teschio umano».

«Appena mia moglie mi ha chiamato - continua Gioacchino Iovino, il titolare del podere – ho visto anch’io le ossa. Le ho detto di non toccare nulla e sono corso a prendere il telefono cellulare per chiamare i carabinieri. Io oltretutto sono presidente provinciale di un’associazione ambientale, e sono molto sensibile ai temi della legalità e della tutela dell’ambiente, quindi ho pensato subito a chiamare le autorità».

Sul posto sono intervenuti gli specialisti dei carabinieri della compagnia di Nola, i quali hanno dissotterrato le ossa di quello che sembrava un unico cadavere. Tuttavia sono bastati pochi minuti per rendersi conto che sotto un primo strato di terreno vi era molto di più: osso dopo osso sono emersi quattro scheletri. Le condizioni dei singoli corpi erano molto diverse tra loro: una delle ossature infatti era ben allineata, probabilmente la sepoltura non è stata mai toccata fino a ieri, al momento della scoperta. Altre ossa invece nelle immediate vicinanze sono state ritrovate scomposte, le une sulle altre: segno questo che nel corso degli anni chi ha lavorato il terreno ha smosso senza saperlo i resti di quelle persone.
Il numero degli individui ritrovati non è stato stabilito con facilità: è stato necessario riferirsi al numero di teschi emersi dopo gli scavi.

Oltretutto non è detto che i quattro scheletri siano gli unici custoditi da quelle zolle di terreno: chi ha effettuato quelle sepolture infatti potrebbe aver inumato anche altri corpi. Difficile dire a che epoca risalgano con precisione i cadaveri, così come è altrettanto difficile stabilire se si tratti di persone venute a mancare tutte insieme, oppure in periodi diversi.

A giudicare dalla profondità in cui sono state ritrovate le spoglie, abbastanza modesta, sembrerebbe improbabile che si tratti di corpi risalenti ad epoche storiche lontane: le sepolture non sembrano effettuate troppo lontano nel tempo.

Chiunque abbia inumato quei corpi, lo ha fatto comunque con metodo: l’orientamento delle salme era lo stesso, con la testa rivolta verso valle ed i piedi orientati in direzione di un piccolo edificio diroccato, situato a pochi metri di distanza. Di certo tra quei sepolti vi era un bambino: le dimensioni di uno dei teschi infatti non lasciavano adito a dubbi. Si trattava di un giovane che, date le dimensioni del cranio, non avrà avuto più di otto o dieci anni.
Difficile ipotizzare anche le cause dei decessi: anche se si trattasse di morti violente le condizioni dei resti oggi non consentono di chiarirlo. Le ossa intanto sono state asportate dagli addetti della polizia mortuaria e trasportate a Napoli, in attesa di esami scientifici che aiutino a datare il tutto con esattezza.




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Napoli e Campania, cresce voglia di Lega A Melito 4 consiglieri vanno al Carroccio

Il Mattino

 
di Adolfo Pappalardo

NAPOLI (28 luglio) - Inarrestabile. Contagiosa. È la voglia di Lega Nord che colpisce, in questi giorni, molti politici locali campani. In mezzo, certo, un sentimento revanchista che potrebbe (anche) prendere piede. Magari in questa lunghissima vigilia delle amministrative della prossima primavera.
Ora è il turno di 4 consiglieri comunali di Melito, paesone a Nord di Napoli. Rispettivamente uno del Pdl, uno del Pd e due eletti con una civica di centrosinistra: «I leghisti ormai sono le uniche persone che amministrano bene il territorio», dicono facendo sapere che la loro richiesta formale di adesione è già partita verso il quartier generale del Carroccio. E, ancora, il sindaco di Agropoli Franco Alfieri, eletto alle ultime amministrative con un’ampia coalizione di centrosinistra in stile Ulivo. Perché appena qualche giorno fa alla notizia che il nuovo piano ospedaliero regionale preveda la chiusura del nosocomio cittadino, ha tuonato: «Basta, mi iscrivo alla Lega, è l’unico partito in grado di difendere i diritti del territorio. La classe politica campana ha fallito».

Lo farà davvero? Vedremo. Ma ieri l’intera maggioranza, giunta e consiglio, che l’appoggia in questa battaglia, si è autosospesa dai rispettivi partiti d’appartenenza. Nell’ordine Pd, Udc, Udeur, Verdi e Rifondazione. E tutti accarezzano, senza però darla troppo a vedere, la stessa idea. Quale? Ma iscriversi al Carroccio, naturalmente.

Non è una novità d’altronde e il rapporto con Napoli in questi ultimi due anni è cambiato. «A Napoli occorre riportare la civiltà», tuonava Paolo Grimoldi, deputato del Carroccio nel febbraio del 2008 all’insorgere dell’ennesima crisi dei rifiuti. Passa esattamente un anno e la situazione cambia radicalmente: dalla Campania partono, via mail, un centinaio di richieste di tesseramento. Cestinate? Macché. Il leader in persona è interessato a quella che non è ina boutade ma un primo sbarco nel mezzogiorno.

Così Umberto Bossi spedisce al Sud i deputati Giovanni Fava e Gianluca Buonanno. Per quel pugno di richiesta di iscrizione ma soprattutto in vista delle Europee dove il Caroccio, per la prima volta in assoluto, presenta le sue liste. Sarebbe l’occasione per sfondare al Sud. Anche se non va proprio benissimo: in Campania il Carroccio agguanta solamente 13.100 preferenze (lo 0,47 appena). Con un exploit di tutto rilievo a Castelvolturno: 532 voti di lista e 466 voti di preferenza per Carmen Santagati. Mica pochi: il 9 per cento. Ma non abbastanza per convincere i vertici della Lega a ripetere l’esperimento per le ultime regionali.

Meglio accontentarsi dei primi cittadini in quota Carroccio acquisiti in Abruzzo. Agli inizi di aprile l’eventuale discesa del partito di Bossi in Campania riprende quota. Basta una farse del ministro Roberto Maroni: «Per Milano si è già prenotato Bossi e per Napoli non è detto che non si faccia un pensierino. Almeno cominceremmo a far funzionare qualcosa», dice riferendosi alla poltrona del sindaco Iervolino. Si ricomincia mentre ci si divide tra chi la bolla come una semplice battuta e chi accarezza seriamente l’idea di portare un leghista a palazzo San Giacomo.

Marcello Taglialatela e il governatore Stefano Caldoro propendono per la prima ipotesi mentre un’Alessandra Mussolini appena eletta in consiglio regionale coglie l’occasione al volo. «Divento della Lega e mi candido sindaco», dice. Provocazione? No e spiega: «Ormai la Lega vuole uscire dai recinti territoriali. Sono stata io a invitare per la prima volta Bossi a Napoli», dice la nipote del Duce facendo intendere che sì, si può fare. Si vedrà.




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Usa, craccare l'iPhone è legale

La Stampa

Apple: ma invalida comunque la garanzia
Negli Usa non è più illegale il jailbreaking dell’iPhone: lo ha deciso l’Ufficio Federale per il Copyright. Usare un software per sbloccare il telefonino di Apple e installare pplicazioni non autorizzate, insomma, non viola il DMCA (Digital Millennium Copyright Act). Ma potrebbe portare qualche cambiamento nella strategia di Cupertino, che finora è stata chiarissima: la piattaforma iOs (usata su iPhone, iPod Touch, iPad e altri prodotti che certamente arriveranno) è chiusa, e solo su App Store è possibile acquistare i programmi, dopo la preventiva approvazione di Apple.

Jobs aveva imposto un lucchetto analogo sulla musica con iTunes Store: all’inizio le canzoni si potevano ascoltare solo su iPod, attualmente invece sono compatibili con tutti gli apparecchi capaci di riprodurre file Aac (che è uno standard, non un formato proprietario). Allora fu lui a battersi per convincere le case discografiche ad abolire i Drm, oggi invece difende l’ecosistema blindato di Apple, perché – dice – “migliora l’esperienza di chi usa i nostri prodotti e impedisce che si diffondano virus e malware”.

Vero. Ma è anche vero che, ad esempio, impedisce ai consumatori americani di attivare il tethering, ossia di usare l’iPhone come modem collegato ad un computer per connettersi a internet: la funzione è attiva in Italia e in altri Paesi, ma non disponibile negli Usa, nonostante AT&T abbia promesso da tempo di attivarla. Ancora più crudele appare la limitazione dell’uso con un solo operatore telefonico: chi viaggia fuori dagli Usa e non ha un telefonino sbloccato non può acquistare un’altra Sim, ma solo chiamare utilizzando il roaming (con costi folli), perché gli iPhone americani non funzionano con schede diverse da quella AT&T. Senza dire dei mille divieti che hanno colpito anche app di libri o di fotografie, per contenuti che a Cupertino giudicano inopportuni.

Il jailbreak è diventato ormai un processo semplice, grazie a programmi che sbloccano l’iPhone (e l’iPod Touch e l’iPad) in pochi istanti, aprendo le porte all’universo parallelo delle App illegali, da scaricare gratis o a pagamento in uno store apposito. E non ci sono solo programmatori dilettanti e ragazzini intraprendenti, ma pure colossi come Google: il loro Voice Talk è stato rifiutato da Apple, che pure ha approvato senza problemi Skype, dal funzionamento analogo. Per chi aveva il jailbreak, poi, il multitasking era una funzione disponibile assai prima che Apple la inserisse ufficialmente in iOS4. Insomma, non tutto quello che gli sviluppatori indipendenti realizzano è di per sé un male, anzi spesso a Cupertino hanno adottato soluzioni pensate fuori dai loro laboratori. A pensarci bene, la stessa idea di App Store è nata così: Apple, lanciando il primo iPhone, aveva sì immaginato la possibilità di aggiungere nuove applicazioni, ma solo via web. Tempo qualche mese e la comunità indipendente aveva già trovato il modo di aggirare le protezioni e grazie a un software come Cydia  era nato il primo modello di quello che poi diventerà l’App Store. A Steve Jobs va il merito di aver intuito subito il colossale giro di affari che poteva nascere da quei pochi programmini spesso scritti male e dalla grafica approssimativa: oggi le App ufficiali arrivano a 240 mila e sono state scaricate oltre tre miliardi di volte.

Il jailbreaking non sarà illegale ma qualche rischio rimane comunque. Intanto perché non è certo che l’operazione vada a buon fine, e si rischia di rimanere con il telefonino bloccato per sempre (sono casi rari, va detto). Poi perché invalida comunque la garanzia: Apple può rifiutarsi di riparare un apparecchio che sia stato manomesso in questo modo perché il cliente non ha rispettato i termini e le condizioni d’uso indicati nel manuale, dov’è espressamente vietata qualsiasi modifica all’hardware o al software.

Non è detto che legalizzare il jailbreaking sia davvero un problema per Apple: innanzi tutto perché le App alternative, tranne poche eccezioni, non offrono molto di più rispetto allo store ufficiale, poi perché Jobs potrebbe inventare un diverso modello di business (magari puntando sulla pubblicità, come ha cominciato a fare con iAds) e renderlo altrettanto produttivo. Ma a questo punto dovrà lottare contro la pirateria, visto che nelle reti P2P, insieme alle canzoni circolano sempre più spesso le App per iPhone e i libri elettronici.




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I media russi contro il ministro georgiano: «Faceva la spogliarellista»

Corriere della sera

La 28enne Vera Kobalia, titolare dell'Economia, si difende: è uno scatto del college, risale a 10 anni fa

il caso
I media russi contro il ministro georgiano: «Faceva la spogliarellista»


Vera Kobalia
Vera Kobalia
TBILISI (Georgia) - Da spogliarellista a ministro dell'Economia. Una fotografia pubblicata dal tabloid russo Komsomolskaya Pravda che mostra il nuovo ministro Vera Kobalia in una posa sexy, ha messo in serio imbarazzo il governo del presidente Mikheil Saakashvili. Secondo il racconto della rivista, la foto hot della ventottenne Kobalia, che lo scorso mese ha assunto l'importante incarico ministeriale senza avere alcuna precedente esperienza politica, sarebbe stata scattata in uno strip club di Vancouver, in Canada, Paese in cui la giovane ha vissuto per circa quindici anni. I media russi, in gran parte controllati dal governo, hanno fortemente calcato la mano sulla foto , ironizzando sul torbido passato della seducente «spogliarellista» georgiana.
VERITÀ E DISINFORMAZIONE - In realtà non vi è alcuna prova che questa foto sia stata scattata in uno strip club e secondo alcuni media internazionali la storia sarebbe stata costruita ad arte dai media russi per colpire il governo del «nemico» Saakashvili. L'Independent di Londra afferma che lo scatto è stato recuperato dalla pagina Facebook dello stesso ministro. Nella foto si vede la Kobalia stretta in un vestitino succinto che balla e si diverte assieme ad altre donne. Il ministro non ha voluto commentare le illazioni dei media russi. Ha rivelato che la foto è stata scattata circa 10 anni fa in un locale in Florida, dove era in vacanza assieme a sua sorella e a tre amici: «Se la peggiore cosa che l'opposizione o chiunque altro può trovare su di me è una mia vecchia foto del college non ci vedo nulla di male» ha spiegato ai media georgiana la ventottenne.

DIGIUNO POLITICO - I quotidiani russi hanno rincarato la dosa chiedendosi come sia possibile che una giovane ragazza, digiuna di politica e senza nessuna credenziale, possa da un giorno all'altro diventare ministro dell'economia di uno stato come la Georgia. Secondo la versione ufficiale, la Kobalia, che in Canada aveva lavorato per una televisione locale, avrebbe incontrato la prima volta il presidente Saakashvili durante il viaggio di quest'ultimo alle Olimpiadi invernali di Vancouver lo scorso febbraio. Al momento della nomina a ministro, la maggior parte dei media georgiani e importanti personalità del paese orientale hanno espresso stupore e perplessità e non hanno appoggiato la decisione di Saakashvili: «Penso che chiunque avrebbe saputo trovare una persona con più esperienza e più qualificata della signorina Kobalia» dichiarò seccato Nodar Dzhavakhishvili, ex capo della Banca nazionale georgiana.
POLITICA IN MANO AI GIOVANI - Le critiche non hanno fatto cambiare idea al quarantatreenne Saakashvili, che da quando è diventato capo di stato, all'indomani della Rivoluzione delle Rose del 2004, ha cercato di svecchiare la politica georgiana affidandosi ai giovani (molti membri del governo hanno tra i 20 e 30 anni). Lo scopo del presidente georgiano è costruire un paese nuovo e spazzare via l'eredità sovietica: «Il nostro piano è di non avere nel governo nessuna personalità che ha prestato servizio durante il periodo sovietico - ha dichiarato lo scorso autunno Saakashvili -. Molti dei membri del governo nemmeno ricordano cosa succedeva in quei tempi». Intanto secondo alcuni osservatori locali, nei primi giorni al comando del dicastero, il ministro con il presunto passato da spogliarellista ha mostrato di avere stoffa. La Kobalia ha infatti licenziato buona parte del personale del centro d'informazione turistico di Tbilisi dopo aver scoperto che i dipendenti si erano assentati dal lavoro per assistere a un concerto jazz in una località sul mar Nero.
Francesco Tortora
28 luglio 2010



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In Vaticano si entra coperti Assalto ai negozi di foulard

Il Tempo

Gli Svizzeri bocciano gambe e spalle nude. Borgo Pio fa affari d'oro. Le donne si prendono un foulard e si coprono le spalle, poi ne comprano un secondo per le gambe, perché la gonna o il calzoncino non è permesso.



Tutti i giorni la stessa storia. Migliaia di turisti si mettono in fila per entrare al Vaticano. E giunti al varco arriva l'altolà della guardia svizzera: «Così non si entra. Avete le gambe e le spalle scoperte, siamo spiacenti». Oltre le Mura non si va, se il calzoncino non è lungo almeno oltre il ginocchio e la maglietta non copre bene il corpo. È questione di pudore. Di rispetto per i luoghi sacri. Vale anche per i romani che si recano alla farmacia dentro lo Stato Pontificio o passano i cancelli per pregare nella chiesa di Sant'Anna. Così, per non perdere le meraviglie della Città del Vaticano, scatta la corsa nei negozi più vicini per cambiare look. Proprio di fronte l'entrata controllata dalle guardie svizzere, in via Porta Angelica, ci sono i negozi di souvenir. È lì che romani e stranieri si «rifugiano».
«Arrivano a decine - racconta un dipendente del negozio Biro srl -, la gente che viene da fuori è colta di sorpresa e cerca un rimedio. Le donne si prendono un foulard e si coprono le spalle, poi ne comprano un secondo per le gambe, perché la gonna o il calzoncino sopra il ginocchio non è permesso. L'uomo si salva se ha il "pinochietto", se no deve ripiegare sul pantalone». Da queste parti i turisti meno attenti a un abbigliamento «casto» sbarcano dall'Est Europa, «oppure sono giovani spagnoli».
Al Sant'Anna Souvenir spiegano «che un tempo, almeno fino allo scorso anno, vendevamo anche i pantaloni di carta. Un prodotto usa e getta proprio per chi voleva un rimedio rapido e "indolore", nel senso che costavano solo 1,50 euro». Ma da quando non sono più in commercio si vendono montagne di fazzoletti l'anno, in particolare d'estate. Costo: da un euro e cinquanta centesimi per quelli fabbricati in Cina, fino a cinque euro per il made in Italy. «Più di cinquanta turisti al giorno - dice un negoziante di Borgo Pio - entrano da noi per comprare un coprispalle». Che è il prodotto più richiesto anche sulle bancarelle lungo la via, come quella gestita da Dulal. I commercianti, insomma, possono contare sull'errore di chi si reca in Vaticano.
Eppure molti preferirebbero rinunciare a qualche vendita in cambio del rispetto del luogo. È il caso di chi gestisce una bottega di fronte la Santa Sede: «Come si fa ad andare a San Pietro così? Queste ragazze vanno in giro tutte scosciate, neanche fossero al mare. Un tempo non era così - dice la bionda signora dietro il banco immersa tra santini e ricordi -, c'è una perdita di valori. Dove pensa di andare la gente quando viene da quetse parti? Il Vaticano meriterebbe più rispetto».




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Gatto poco in forma litiga con prodotti dietetici

La Stampa



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La Stampa pubblica un'intervista a Buzz Aldrin. Falsa

Il Disinformatico



Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di "cabezit85" e "napobear".

Mentre un pubblico ministero italiano oscurano per tutto il mondo un intero blog perché alcuni suoi post sono sospettati di diffamazione e si preparano leggi che punirebbero con multe da migliaia di euro i blogger che non rettificano i post entro 48 ore, La Stampa – non un blog, non un sito di chiacchiere, ma un giornale – se ne esce con un articolo completamente inventato. O per dirla tutta, falso.

L'articolo, "La mia Luna vuole una base", è firmato da Antonio Lo Campo ed è confezionato come se Lo Campo avesse fatto delle domande all'astronauta lunare Buzz Aldrin, in occasione della sua apparizione pubblica a Tagliacozzo (AQ), e questi gli avesse risposto. Non è vero.

Non è vero perché Aldrin non ha rilasciato interviste in quell'occasione. Non è vero perché le risposte attribuite all'astronauta sono in realtà trascrizioni rimaneggiate (e oltretutto maldestramente errate) di quello che Aldrin ha detto al pubblico presente. Non è vero perché anche le azioni attribuite ad Aldrin ("Un modellino del celebre «Lem» cade dal tavolino e lui con uno scatto lo riprende, lo alza e lo fa discendere lentamente") non sono mai avvenute.

Come lo so? Semplice: io ero lì. Ero l'interprete di Aldrin, ho le registrazioni audio e video integrali di tutto quello che è stato detto, e il modellino del LM (che non è affatto caduto) è il mio, portato a Tagliacozzo per l'occasione. La Stampa e Antonio Lo Campo sono cascati male nel tentativo di vantarsi pubblicamente di un'intervista di prestigio con un astronauta protagonista dello sbarco sulla Luna, pubblicata proprio in occasione del quarantunesimo anniversario di quell'impresa. Non si sono resi conto che hanno cercato di rifilare una patacca ai propri lettori proprio sotto il (lungo) naso del vostro cacciatore di bufale.

I fatti documentano che l'intervista pubblicata da La Stampa e firmata da Antonio Lo Campo è un falso. Ho scritto al direttore, Mario Calabresi, per chiedere la rettifica dell'articolo. Ora vediamo quanto tempo ci mette il giornale a rettificare e a chiedere scusa ai lettori per aver rifilato loro una notizia falsa. A quanto ammontano le multe e le sanzioni per i giornali che pubblicano notizie false e non le rettificano entro 48 ore?

Se non ci fossero i blog a fare da controllori alle invenzioni dei giornalisti, se non ci fosse modo per chi sta al di fuori delle redazioni di denunciare pubblicamente questi abusi della fiducia concessa da chi legge e compra un giornale, episodi patetici come questo la farebbero franca. Ma i blogger ci sono, signori miei, e non hanno nessuna intenzione di farsi zittire.



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Youtube pagherà i diritti alla Siae

di Redazione

Siglato l'accordo di licenza tra Siae e Youtube per coprire l’uso della musica in streaming in Italia attraverso la piattaforma di video on line. La licenza dura fino al 31 dicembre 2012


 

Roma - Siae e Youtube annunciano di aver siglato un accordo di licenza che copre l’uso della musica in streaming nei video in Italia attraverso la piattaforma di video online. La licenza ha una durata di tre anni, fino al 31 dicembre 2012. Come risultato dell’accordo, autori, compositori ed editori musicali rappresentati da Siae saranno ricompensati quando viene utilizzata la loro musica.

L'accordo tra Siae e YouTube Interpellata, la Siae ha sottolineato che la corresponsione dei diritti d’autore non sarà a carico dei navigatori che fruiscono via Internet della musica in video. Tuttavia nè la Siae nè Google hanno fornito i dettagli relativi al quantum dei pagamenti e alle modalità ma si sono limitati a ricordare che intese analoghe sono state già raggiunte in Gran Bretagna e Spagna. Manlio Mallia, direttore dell’Area attività internazionale e accordi broadcasting e new media, Siae ha dichiarato: "Questo accordo segna un momento importante nell’attività di tutela svolta dalla Siae, con l’obiettivo di assicurare agli autori e agli editori un compenso che tenga conto dell’intensità di utilizzo delle loro opere su una piattaforma molto popolare, che costituisce oggi uno dei principali veicoli di diffusione e di valorizzazione del repertorio musicale". Christophe Muller, direttore delle partnership di YouTube ha aggiunto: "Abbiamo dedicato grande attenzione ad instaurare relazioni che permettano agli utenti di YouTube di godere della loro musica preferita e scoprirne di nuova sulla piattaforma. Siamo davvero molto soddisfatti di aver raggiunto un accordo con Siae, che aiuta gli artisti rappresentati a guadagnare e può consentire a nuovi talenti musicali di emergere".





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Dopo la mozzarella blu in Sardegna spunta la ricotta rossa

IL Mattino

  

SASSARI (28 luglio) - Dopo le mozzarelle blu, la ricotta rossa. Stavolta niente denunce e niente allarmismo, ma una signora di Olbia, per di più incinta al settimo mese, dopo aver acquistato una confezione di ricotta in un supermercato, l'ha aperta e si è accorta dell'anomalia del colore: anziché bianca, infatti, la ricotta era rossa. "Non ho perso tempo, ho telefonato ai Nas di Sassari e li ho informati dell'accaduto - ha raccontato la donna al quotidiano La Nuova Sardegna - ho precisato di non averla mangiata, e poi l'ho consegnata alla stazione dei carabinieri per farla analizzare". Con ogni probabilità l'intera partita dovrebbe essere già stata sequestrata, in attesa dei risultati delle analisi.




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