Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 22 luglio 2010

La doppia vita dei preti gay nella capitale

Libero



E' destinata a far discutere l'inchiesta sui preti omosessuali della Capitale. Di giorno uomini di Chiesa che predicano gli insegnamenti del Signore in abito talare, di notte uomini "perfettamente integrati" negli ambienti gay. Sono questi i sacerdoti dalla doppia vita immortalati dal settimanale Panorama. Le loro notti brave sono documentate con tanto di video rubati durante le feste dei locali romani.

La telecamera nascosta riprende incontri equivoci, un rapporto sessuale con un partner casuale e una condotta di vita che nulla ha a che vedere con l'obbligo della castità e, più in generale, con l'orientamento della Chiesa sull'omosessualità. L'inchiesta si sofferma in particolare su tre personaggi, tre preti che frequentano con disinvoltura escort, chat e locali, e rivelano la loro doppia "identità" al giornalista e al suo "complice " gay, ignari dell'obiettivo che li riprende.
22/07/2010




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Indipendenza del Kosovo: sentenza Aja Nessuna violazione diritto internazionale

Il Messaggero

La Corte di Giustizia: la proclamazione di indipendenza non è un atto contrario al diritto internazionale

BRUXELLES (22 luglio) 




La proclamazione dell'indipendenza del Kosovo non è un atto contrario al diritto internazionale. Lo afferma la Corte di giustizia dell'Onu nel parere consultivo pronunciato oggi all'Aja. «La legge generale internazionale non contiene proibizioni all'indipendenza. Di conseguenza la dichiarazione (di indipendenza del Kosovo, ndr) non ha violato la legge generale internazionale», ha dichiarato il presidente della Corte di giustizia dell'Aja, che sta ancora leggendo le ragioni che hanno portato al verdetto.


La proclamazione di indipendenza del Kosovo è coerente anche con la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite in quanto la risoluzione non contiene proibizioni all'indipendenza. Lo afferma la corte di giustizia dell'Onu nel parere consultivo sullo status indipendente del Kosovo reso oggi all'Aja.


A riconoscere il Kosovo come stato indipendente e sovrano sono 69 paesi in tutto il mondo, sui circa 200 rappresentanti nell'assemblea delle Nazioni Unite. Dal momento della proclamazione unilaterale dell'indipendenza dalla Serbia, il 17 febbraio del 2008, il processo di riconoscimento è andato avanti in modo rallentato, rispetto alle attese di Pristina che puntava ad essere riconosciuta da almeno 100 paesi entro la fine del 2008. La comunità internazionale attende il parere della Corte di giustizia dell'Onu che, benchè solo consultivo, è destinato ad incidere molto sulle prospettive future. 


Usa ma non Russia - Gli Usa hanno subito riconosciuto il Kosovo indipendente e anche ieri il vice presidente americano Joe Biden ha ribadito l'appoggio statunitense al nuovo status di quella che viene ormai considerata un ex provincia serba. La Russia invece, paese che fa parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, si è sempre rifiutata di riconoscere la secessione del Kosovo, schierandosi con le ragioni della Serbia. 


Nella Ue sì da 22 stati - Ventidue stati membri della Ue, tra cui l'Italia, hanno riconosciuto il Kosovo indipendente. Sono però ancora cinque i paesi che non si sono uniformati a livello europeo: Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro. La maggioranza di loro teme che il Kosovo rappresenti un precedente per rivendicazioni autonomiste interne. 


Dentro il Fmi e Banca mondiale, non Onu - Il Kosovo è diventato il 186/mo membro del Fondo monetario internazionale (Fmi), da cui ha ricevuto proprio oggi un prestito, e della Banca mondiale, ma non è ancora riuscire ad entrare a far parte dell'Onu. La Serbia si oppone nettamente e senza il suo consenso non è possibile l'ingresso.




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I mercanti di stoffe che vestono il Papa e i reali d’Europa

Corriere del Mezzogiorno

Caccioppoli, i «sacerdoti del ben vestire»

 

Tasmania, per realizzare giacche leggere come foulard. Tessuti Loropiana dai titoli finissimi, adatti alle esigenze di manager metropolitani. Lini pregiati, per camicie «cucite addosso». E, ancora, sete, sangallo, merletti. È una specie di scrigno delle meraviglie l’universo dei tessuti.

L'atelier Caccioppoli: le foto
 
Un mondo che però anche a Napoli, città legata a doppio filo alla sartoria, può contare su pochissimi «templi». L’indirizzo dove un uomo che ama vestire «su misura» non può non trovare tutto quel che cerca è Caccioppoli, alle spalle di piazza Nicola Amore. Novanta anni di storia, quattro generazioni, 800 metri quadrati su tre piani, 12 soci titolari, mille pezze, 50 mila metri di tessuti, sono alcuni dei numeri che raccontano una storia che ha resistito al cambio delle mode e all’avanzata del pret à porter.

«Il nostro settore tuttavia è quello che ha avvertito meno la crisi» racconta Cosimo Caccioppoli, quarta generazione della famiglia. Cosimo ha 35 anni, una laurea — titolo di studio che buona parte dei soci hanno conseguito prima di entrare in azienda— e un impegno concentrato sui mercati esteri. Paolo Caccioppoli, terza generazione, è invece il manager che ha assunto decisioni importanti quando si è trattato di resistere ai cambiamenti mantenendo il negozio sempre uguale a sé stesso, eppure in linea con le nuove esigenze del mercato e delle mode che, quando si tratta di tessuti, sono sussurri impercettibili da cogliere con un fiuto particolare.

«Mi piace pensare a noi— dice Paolo— come a sacerdoti che hanno, nel nome del bel vestire, una missione di civilizzazione». Il mercato si è «assottigliato» ma i Caccioppoli sono andati alla ricerca di altro, continuando a garantire un assortimento per tutti i gusti e tutte le tasche. In negozio si trova tutto quel che cercano le sartorie e i privati. Intanto è stata allargata la rete vendita a tutta Europa grazie ad internet, ma anche con l’utilizzo di agenti a Parigi, Londra, oltre che a Tokyo e negli Stati Uniti.

«Così abbiamo mantenuto i livelli degli anni Sessanta» racconta Cosimo, che rivela l’identità di alcuni clienti celebri. Caccioppoli ha fornito la casa reale spagnola e quella inglese, e (attraverso la sartoria Formosa) anche Daniel Westling, vestito made in Naples per le nozze con la principessa Victoria di Svezia. E poi Lapo Elkann, molti parlamentari (quelli che vestono da Biagio Mazzuoccolo) e Benedetto XVI. Dall’uomo alla donna. Da Caccioppoli a Valli. Da piazza Nicola Amore al Ponte di Tappia, nel cuore della City.

Il negozio, presente in tutte le città più importanti d’Italia, tocca picchi insuperati sul fronte sposa e cerimonia. «Siamo fra i primi, anzi siamo i primi» dice il direttore Giancarlo De Lucia, che però ammette che la sartoria per il quotidiano si è un po’ persa. «Troppo alti i costi. Fra stoffa e sartoria, per un abito buono, vanno via mille euro. E la voce più alta è proprio quella della sarta». Da Valli in vetrina ci sono manichini «vestiti» con stoffe drappeggiate mirabilmente. L’effetto è quello di abiti veri e propri, magnificenze «architettoniche» assolute.

Il nuovo fronte sono i tessuti elasticizzati. «E proprio questo è un po’ il limite della sartoria: gli elasticizzati e i tessuti tecnici». Ma il fascino di un vestito realizzato su misura resta inarrivabile. Le tendenze della prossima stagione? Per la sposa l’avorio, che ormai ha surclassato il bianco. Poi i pizzi, i ricami e il «sogno» che alla fine si arrende alla tradizione. «Tante entrano chiedendo tessuti rossi o blu per l’abito delle nozze. Poi tentennano e infine cedono al bianco», racconta De Lucia. Clienti famose? Tante, molte signore della antica nobiltà partenopea. Ma niente nomi: sono segreti, come i difetti che ciascuna minimizza con l’aiuto di un ottimo tessuto e di una buona sarta.

Anna Paola Merone
22 luglio 2010




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Dal pavimento spuntano i geologi Viaggio nel sottosuolo di Napoli

Il Mattino

 
di Paolo Barbuto


NAPOLI (22 luglio) - Toc-toc. Toc-toc. La dottoressa Natalia Sanna aveva già sentito un po’ di rumori strani nel suo studio veterinario, nei giorni precedenti; stavolta però il rumore non era strano, era decisamente chiaro. Qualcuno che bussava, come se fosse dietro la porta. Solo che si trovava sotto al pavimento.

Toc-toc: sotto al pavimento, a bussare con le nocche, come si fa dietro a una porta, c’era Gianluca Minin, presidente dell’associazione «Borbonica sotterranea» che gestisce il tunnel borbonico. Minin, trovato un percorso inesplorato, ha iniziato nei mesi scorsi a ripulirlo con il supporto del vicepresidente Enzo De Luzio e di tutti i membri dell’associazione. Risalendo lungo la nuova cavità, ha scoperto una scala colma di detriti.

Portando via un secchio di detriti a testa, gli uomini e le donne della «Borbonica sotterranea» hanno lentamente risalito otto tese di scale fino ad arrivare a un blocco di cemento moderno. Quello dove Minin s’è messo a bussare. Le due vicende parallele, una vissuta in superficie l’altra nelle cavità, si sono incontrate esattamente sulle scale alle spalle della zona-toletta dello studio veterinario in via del Grottone, una traversa senza uscita alle spalle di piazza del Plebiscito. 




Dietro allo scalino che si era incredibilmente spostato la dottoressa Sanna ha visto il volto impolverato di Minin; davanti allo scalino che aveva appena spostato, Minin ha visto il volto sorridente della dottoressa Sanna. Solo Napoli è capace di costruire e raccontare certe storie. Solo qui è possibile scoprire percorsi nascosti, bussare a un pavimento, entrare e trovarsi di fronte una persona disposta a condividere l’entusiasmo per la nuova scoperta.

Oggi la dottoressa Natalia Sanna, donna solare e sognatrice, ha lasciato spazio alla follìa dei geologi. Ha rinunciato con un pizzico di magone a quella zona del suo studio dove per anni s’è presa cura degli animali, e ha consentito agli esperti di «Borbonica sotterranea» di installarsi in quell’area per ricostruire i percorsi che legano la Napoli di sopra con quella di sotto. Lo studio veterinario non è stato dismesso. Ci sono ancora le vasche per il bagno degli animali, le gabbie dove venivano ospitati, e anche la scala che è rimasta bucata esattamente nel punto dove è avvenuto il faccia a faccia.

Quello studio veterinario, nei progetti di Minin e del suo gruppo, potrebbe diventare una delle porte per le visite turistiche all’interno del tunnel borbonico. Non è ancora aperto ai turisti quel percorso sotterraneo, ma entro la fine del 2010 le attività dovrebbero decollare e l’associazione lavora di buona lena per accelerare il più possibile. Il tunnel borbonico si apre su via Morelli, nella stessa cavità che ospita il garage oggi in rifacimento.

Quel cunicolo venne realizzato nell’800 dai Borbone che vollero creare un percorso protetto dal palazzo reale fino alla caserma Vittoria e verso il mare. Probabilmente quel percorso non venne mai utilizzato dai Borbone. Finì dimenticato, poi riscoperto come rifugio dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale e infine utilizzato come deposito comunale. Lì dentro venne gettato il materiale ritenuto inutile dal Comune, comprese le memorie di epoca fascista.

Proprio il nostro giornale nel mese di marzo rivelò in anteprima la presenza di statue di quell’epoca, che raffiguravano Aurelio Padovani e facevano parte di un gigantesco monumento situato in piazza Santa Maria degli Angeli. In quelle grotte furono portate, e dimenticate, anche auto e moto sequestrate ai napoletani degli anni ’50. Le auto e le statue sono ancora dentro al tunnel borbonico nel quale lavora L’associazione culturale «Borbonica Sotterranea». Le operazioni di ripulitura dai detriti hanno richiesto quasi due anni di lavoro.

Man mano che il materiale veniva rimosso, si aprivano davanti agli occhi dei nuovi «esploratori», ambienti dimenticati: cisterne, aree destinate a rifugio. Oggi il tunnel è quasi pronto per l’apertura alle visite turistiche, eppure non smette di regalare emozioni e novità. Basta accorgersi di un percorso inesplorato, armarsi di forza per pulire e pazienza per procedere. E infine sperare che quando si bussa sotto a un pavimento, dall’altro lato ci siano persone appassionate e ben disposte. L’apertura all’interno dello studio veterinario potrebbe essere utilizzata inizialmente come via d’ingresso e d’uscita per le visite al tunnel borbonico.

Quando i lavori al garage saranno conclusi, l’ingresso avverrà da via Morelli e i turisti usciranno, certamente meravigliati, in una zona diversa della città, dentro un luogo impensabile. Magie di Napoli. Magie del sottosuolo della città.




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Tutu: «Mi ritiro dalla vita pubblica»

Corriere della sera

L'arcivescovo che lottò contro l'apartheid:«Porterò la cioccolata a mia moglie ogni mattina»

 


SUDAFRICA

 


Ingresso per non bianchi ai tempi dell'apartheid
Ingresso per non bianchi ai tempi dell'apartheid
JOHANNESBURG - Dopo aver cantato «Siamo tutti africani» al concerto di apertura degli ultimi mondiali in Sudafrica, è arrivato il momento della pensione. Il premio Nobel per la Pace Desmond Tutu lascia la vita pubblica. «Il 7 ottobre compirò 79 anni e mi ritirerò - ha annunciato l'arcivescovo sudafricano -. Il tempo dedicato al lavoro sarà limitato ad una giornata alla settimana fino alla fine di febbraio, quando il mio ufficio chiuderà del tutto». L'unico incarico che manterrà sarà la partecipazione agli «Elders», il gruppo di saggi creato da Nelson Mandela per lavorare sulle emergenze mondiali. Tutu, campione della lotta all'apartheid, premiato con il Nobel nel 1984, ha motivato la decisione di ritirarsi con il desiderio di dedicarsi alla famiglia: «Penso di aver fatto tutto quello che potevo e che ho veramente bisogno di tempo per tutte le altre cose che ho sempre voluto fare». Come dedicarsi alla moglie Leah: «Sposarla è stata la migliore decisione della mia vita» ha detto. E ha promesso pubblicamente che d'ora in poi le servirà tutte le mattine «una tazza di cioccolata calda a letto, come ogni marito devoto dovrebbe fare».

22 luglio 2010




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Sfondo tricolore contro verde padano La politica si fa sulle strisce pedonali

Corriere del Veneto

Nel Veronese il confronto a distanza fra Veronella e Isola della Scala

 

Le strisce pedonali «nazionaliste» a Isola della Scala
Le strisce pedonali «nazionaliste» a Isola della Scala

VERONA — In origine erano semplici: bianche e nere come le zebre. E come l’animale talvolta venivano indicate. Poi è arrivato il colore e le strisce pedonali da allora non sono più state le stesse. Sempre bianche, le strisce, e dapprima, rosso il fondo, perché in questo modo dovevano risaltare di più sul grigio dell’asfalto. Ma dato che una norma precisa su quale deve essere il colore del fondo in prossimità degli attraversamenti non c’è, i sindaci hanno pensato che, oltre a servire per la sicurezza, le strisce si potevano abbinare al colore del paese.

Meglio ancora al colore (politico) della giunta, con il quale potrebbero fare un perfetto pendant. E così le strisce talvolta sono bianche e rosse, talvolta bianche su fondo blu, talvolta rosa, come in centro a Verona, per ricordare le battaglie contro xenofobia e razzismo. Ma l’ultima moda è farle bianche e verdi come a Veronella. Verde padano, per la precisione.

«Il rosso è efficace - spiega il sindaco leghista, Michele Garzon -ma è troppo aggressivo per il nostro paese, che è un piccolo comune di campagna. E visto che è un colore che io amo, ho proposto di farle verdi. Ho avuto il via libera dal geometra comunale e dal comandante dei vigili». Anche il sito del Comune, per altro, è realizzato su sfondo color smeraldo, nonostante quel colore non compaia affatto nello stemma comunale.

Appare però, e pure splendente, nella giunta che è di un granitico monocolore leghista. Se si è al top della moda, però, si corre sempre il rischio di passare e diventare vecchi in fretta. E infatti, l’ultimissimo grido in fatto di strisce pedonali lo ha lanciato, proprio ieri mattina, il sindaco di Isola della Scala, nonché presidente della Provincia di Verona, Giovanni Miozzi (Pdl sponda An) che le strisce le ha rese «nazionaliste»: bianche, rosse e verdi.

«Visto che si tratta proprio dell’attraversamento pedonale che porta in municipio - scherza Miozzi - mi è sembrato l’abbinamento più adatto. Senza mancare di rispetto ai colori nazionali, è un modo per sdrammatizzare le argomentazione di chi pretende di inserire la politica anche nei passaggi pedonali ». D’altro canto, il sindaco Miozzi proviene da Alleanza Nazionale, così come buona parte della giunta che lo sostiene, e quei colori non gli sono certo sgraditi. Pronta la replica del collega Garzon: «Almeno però che la polemica non sia solo con me. Miozzi dovrebbe farla anche con chi le ha fatte rosse. Con chi le ha fatte azzurre no, però, perché anche lui fa parte del Pdl».

Samuele Nottegar
22 luglio 2010



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L'antenato preistorico del vibratore

Corriere della sera

L'utensile ritrovato in un sito mesolitico del nord Europa. Secondo alcuni esperti è un simbolo di fertilità femminile

 

RISALE A sei-quattroMILA ANNI FA
L'antenato preistorico del vibratore


Il presunto fallo preistorico (da Scienceblogs.com)
Il presunto fallo preistorico (da Scienceblogs.com)
MILANO - È un corno di pietra l’oggetto ritrovato dagli archeologi svedesi nel sito mesolitico di Motala, ricco di reperti risalenti a un periodo tra 6.000 e 4.000 anni fa. Ma non occorre essere particolarmente maliziosi per notare la forma esplicitamente fallica dell’oggetto, tanto da far ipotizzare che si trattasse di una sorta di progenitore del moderno vibratore. Del resto non sarebbe la prima volta che gli archeologi rintracciano tra i reperti antichi utensili evocativi del membro maschile. Il più antico risale a ben 28 mila anni fa, era di pietra, fu trovato in Germania nel 2005 (nella caverna di Hohle Fels) e le sue misure erano di 20 centimetri di lunghezza per un diametro di 3 centimetri. Ma la preistoria è ricca di testimonianze che lasciano immaginare l’esistenza dei giocattoli sessuali già in tempi antichissimi, anche se in molti casi la levigatezza di questi utensili suggerisce un loro uso alternativo (per esempio per scheggiare le selci).

LE MISURE - Dieci centimetri e mezzo di lunghezza per un diametro di circa due centimetri: queste le misure del "dildo" trovato a Motala. Secondo l’archeologo Gsran Gruber del National Heritage Board la somiglianza dell’oggetto, ritrovato negli strati di argilla nei sedimenti del fondo del fiume e composto da materiale organico, è inequivocabile, ma è assolutamente possibile che venisse utilizzato anche (o forse unicamente) come scalpello, senza alcun fine sessuale. Infine nel blog di Gsran Gruber un lettore sostiene che l’utensile assomiglia a uno strumento utilizzato da sua madre per macinare il peperoncino.

SIMBOLISMO - Non va esclusa nemmeno la possibilità che si trattasse di un oggetto simbolico, rappresentativo della fertilità femminile. Del resto questo tipo di oggetti erano abbastanza comuni nell’antichità, diversamente dai simboli di fertilità maschile, ben più rari. La zona dove è stato ritrovato il reperto è particolarmente ricca e il suo stato di conservazione è notevole. In tempi recenti sono stati rintracciati nello stesso sito altri reperti di grande interesse.

Emanuela Di Pasqua
22 luglio 2010



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Il governo a Bolzano: "Rimuovere quei cartelli scritti solo in tedesco"

di Redazione

Il governo chiederà al presidente della provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, di rimuovere circa 36mila cartelli scritti solo in tedesco nei sentieri di montagna nella Provincia autonoma


 
Roma - Chi desidera fare una passeggiata sulle montagne dell'Alto Adige deve conoscere bene i sentieri o affidarsi a una guida. Oppure studiarsi il tedesco. Non ci sono alternative. Pensare di cavarsela con i cartelli è impossibile. Non sono scritti in italiano (e nemmeno in inglese). Eppure siamo in Italia. Della questione si è occupata, nei mesi scorsi, la procura di Bolzano, che ha stabilito che si tratta di una violazione di legge, visto che non si rispettano le disposizioni dello Statuto di autonomia in materia di toponomastica e bilinguismo. Anche il governo si è occupato del caso. Oggi è arrivata la decisione che dovrebbe risolvere il problema: i cartelli scritti solo in tedesco dovranno essere rimossi. 

Rimuovere i cartelli Il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, durante il Coniglio dei ministri ha illustrato la questione relativa alla cartellonistica dei sentieri di montagna nella Provincia autonoma di Bolzano. Il Cdm, si legge in una nota, concordando con le iniziative sin qui adottate dal ministro Fitto e su proposta dello stesso, ha ritenuto necessario dare inizio alla procedura di attivazione del potere sostitutivo prevista dall’art. 120 della Costituzione. 

La diffida A tal fine il ministro Fitto diffiderà il presidente della Provincia autonoma di Bolzano a provvedere alla rimozione dei circa 36.000 cartelli esistenti in versione monolingue tedesca. Nei giorni scorsi l’intenso lavoro finalizzato alla stipula di un’intesa tra governo e Provincia, ricorda la nota, non aveva sortito gli effetti sperati affinché fosse ripristinata una corretta applicazione del principio del bilinguismo o trilinguismo ove previsto. 

Mancata intesa "Sono rammaricato di non essere riuscito a raggiungere un’intesa ragionevole con il presidente Durnwalder - ha commentato Fitto dopo la decisione del Cdm - Il governo ha però inteso riaffermare il principio del rispetto del bilinguismo". 

Frattini: violazione dello statuto Alcuni mesi fa il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si era occupato della questione: "La toponomastica monolingue è una violazione dello statuto, senza se e senza ma. La Svp continua da anni a non demarcare e ratificare i toponimi tedeschi e prende una scusa per abolire quelli italiani. In montagna i cartelli solo in tedesco mettono in pericolo i turisti e gli escursionisti. Queste sono violazioni serie e gravi". Fra poco il problema dovrebbe essere risolto. 

L'intesa saltata per il no di Bolzano L'intesa sembrava in realtà raggiunta, ma poi è saltato tutto. "Constatata l’indisponibilità della Provincia a risolvere la questione di comune accordo, il ministro porrà in essere le conseguenti iniziative per il ripristino della legalità violata": con queste parole il ministro Fitto, ha dichiarato fallite le trattative. Il governatore altoatesino Luis Durnwalder, come sua abitudine, non ha usato mezzi termini per rispondere al ministro. "Firmare l’accordo proposto dal ministro Fitto - ha detto - sarebbe per me harakiri politico". Secondo Durnwalder, "Fitto pretendeva che tutti i toponimi fossero indicati nelle due lingue. Questo significherebbe accettare i nomi italiani inventati da Tolomei. Roma - per Durnwalder - non può imporre la sostituzione dei cartelli, anche perchè gran parte si trova su proprietà privata". 

"Correzioni" con il pennarello Nel frattempo sempre più cartelli tornano bilingui: anonimi escursionisti aggiungono semplicemente la dizione italiana con il pennarello.  




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C'è chi guadagna più della Polverini

IL Tempo

Regione: dirigenti del Lazio, ecco gli stipendi. Oltre 200mila euro. E' arrivata l'ora dei tagli. Negli Stati Uniti i governatori ottengono in media 88mila euro. Gli eletti alla Pisana portano a casa da 130 a 150mila euro.

 

Sono dirigenti ma guadagnano più del presidente della Regione Lazio. I loro stipendi, anche oltre 200 mila euro all’anno, superano quelli dei consiglieri, degli assessori e dei consulenti pure strapagati. Ogni mese portano a casa il compenso che gli spetta per legge, a cui aggiungono la «retribuzione di risultato». Così, ogni anno, riescono a oltrepassare la soglia di 200 mila euro. Mica male il mestiere di dirigente nel Lazio, soprattutto ben pagato, con stipendi che non hanno pari nel resto del mondo.

Nazzareno Cecinelli è il segretario generale della Pisana: guadagna 210 mila 946,97 euro lordi all'anno. Vincenzo Ialongo è direttore del servizio tecnico-strumentale, informatica, sicurezza sui luoghi di lavoro: porta a casa 204 mila 375,98 euro lordi all'anno, composti da uno stipendio tabellare di 157 mila 721,98 euro e da una retribuzione di risultato pari a 46.654 euro. Onoratino Orticello, direttore del servizio Commissioni, guadagna quasi 175 euro euro in meno: esattamente 204 mila 200,77 euro (157.721,98 di compenso base, più 46.478,79 di premio). Cifre simili per Costantino Vespasiano, direttore generale del servizio legislativo: 204 mila 389,48 euro all'anno (157.721,98 di base, a cui vanno aggiunti 46.667,50).

Poi c'è il vice capo di gabinetto del presidente del Consiglio regionale. Si chiama Giacomo D'Amico, era dipendente della Asl di Frosinone. Ha cambiato lavoro. Nella delibera numero 31, firmata il 15 giugno scorso, l'ufficio di presidenza gli ha assegnato l'incarico con uno stipendio di 181 mila 694,21 euro. Ovviamente l'incarico durerà quanto la legislatura. Dunque, senza colpi di scena, altri quattro anni e nove mesi. Anche se nel caso cambiasse il presidente del Consiglio, il posto potrebbe essere revocato. Si tratta infatti di incarichi fiduciari, stabiliti unicamente dal numero uno del Consiglio regionale. Ancora non è stato nominato il capo di gabinetto della presidenza della Pisana.

Ma la casella, ovviamente, è pronta. Chiunque sarà, farà bingo. Gli spetteranno più di 200 mila euro all'anno. Dal canto suo la governatrice Renata Polverini ha tagliato del dieci per cento i primi contratti stabiliti, anche se gli stipendi restano sempre piuttosto elevati. Il capo ufficio di gabinetto della presidente del Lazio, Giuseppe Zoroddu, ottiene 189 mila euro. Stesso compenso del segretario generale, Salvatore Ronghi. Poco meno il vicecapo dell'ufficio di gabinetto, ancora da nominare: 181 mila euro lordi all'anno. Nella legislatura precedente tutti e tre gli incarichi superavano i 200 mila euro. Precisamente il capo gabinetto contava su 211 mila 068,87 euro, il vice 201.882,45 e il segretario generale altri 211 mila 068,87 euro.

Ma le riduzioni riguardano anche tutti gli altri dirigenti apicali, anche se con compensi più bassi. Nonostante tutto, dunque, alcuni stipendi d'oro restano. Sono in media il doppio di quello che ricevono gli altri dirigenti, che portano a casa da 80 a 110 mila euro all'anno. Compensi che superano in modo rilevante quelli destinati ai consiglieri regionali, eletti con decine di migliaia di voti. Questi ultimi, insieme con gli assessori esterni, hanno un'indennità calcolata in rapporto percentuale, entro il limite dell'80 per cento, sull'analoga indennità corrisposta ai deputati e ai senatori.

L'indennità è pari a 4.252,35 euro al netto delle quote contributive per il futuro assegno vitalizio (1.594,63 euro), per l'indennità di fine mandato (59,06 euro) e della ritenuta fiscale (3.456,87 euro). Si aggiungono le indennità di funzione: 2.311,23 euro per i presidenti del Consiglio e della Giunta regionale, 1.783,08 euro per il vice presidente della Giunta, 1.485,89 euro per assessori e vice presidenti del Consiglio; 891,50 euro per presidenti dei gruppi politici, presidenti delle Commissioni consiliari e consiglieri segretari e, infine, 594 euro per i vice presidenti di Commissione. Va aggiunta una diaria mensile di 4 mila 003,11 euro e il rimborso chilometrico per i consiglieri che abitano a più di 15 chilometri dalla Pisana. A conti fatti, lo stipendio di un consigliere regionale del Lazio oscilla tra 130 e 150 mila euro all'anno.

Molto meno dei dirigenti d'oro che vengono pagati più della stessa govenatrice del Lazio e del presidente del Consiglio regionale, che portano a casa quasi 180 mila euro. Incarichi davvero straordinari, che non hanno pari nel resto del mondo. Così il segretario generale del Lazio ogni anno guadagna 50 mila euro in più del governatore della California. Sì perché Arnold Schwarzenegger, il più pagato degli amministratori degli Stati americani, ha uno stipendio di 162 mila 598 euro lordi all'anno (poco più di 206 mila dollari). Tutti gli altri si accontentano di compensi inferiori: il governatore di New York ottiene 179 mila dollari, quello dell'Ohio 144,830, quello del Montana 96,462 dollari, quello del Maine 70 mila dollari lordi all'anno. In euro, mediamente, i governatori Usa hanno uno stipendio di 88 mila euro all'anno. Meno della metà di quello che ottengono i dirigenti d'oro de noantri che insidiano anche la «leadership» del presidente Barack Obama, che guadagna quasi 280 mila euro all'anno.

Alberto Di Majo
22/07/2010




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Libertà di nuovo negata, don Luciano resta in carcere

IL Secolo xix

22 luglio 2010


Il tribunale di Savona ha respinto l’ennesima istanza di scarcerazione presentata dagli avvocati di don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio arrestato il 29 dicembre scorso perché accusato di molestie sessuali nei confronti di una sua chierichetta di 12 anni.
Lo ha deciso il collegio presieduto da Giovanni Zerilli, facendo riferimento al comma 3 della legge 275 del codice di Procedura penale: secondo i giudici, il parroco deve restare in carcere perché non è cessato il pericolo di inquinamento delle prove, anche alla luce del fatto che in udienza devono essere ancora ascoltati alcuni testimoni (minorenni) e devono essere acquisite anche altre prove.


A chiedere la libertà per don Luciano erano stati, lunedì scorso, al termine della quinta udienza del processo, gli avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì: l’ordinanza è stata depositata questa mattina, mentre alla scarcerazione si era già opposto, sempre lunedì scorso, il pubblico ministero, Giovanni Battista Ferro. Altre istanze simili, tutte respinte, erano state presentate prima ancora dell’inizio del processo, nelle settimane subito successive al clamoroso arresto del sacerdote, effettuato dalla polizia su richiesta della Procura, che aveva acquisito come fonti di prova i racconti della ragazzina, poi visitata dagli psicologici dell’ospedale Gaslini di Genova.
La prossima udienza è stata fissata per il 23 settembre e non è da escludere che gli avvocati del sacerdote presentino una nuova istanza di scarcerazione.




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Manichini al posto degli agenti E i detenuti fuggono dal carcere

Corriere della sera

Pochi fondi, personale all'osso. Non funziona l'espediente adottato dalle guardie di un penitenziario argentino

 

«Abbiamo usato dei palloni al posto delle facce, ci siamo ispirati a Tom Hanks». Manichini al posto degli agenti.E i detenuti fuggono dal carcere


Una delle torri di guardia del carcere
Una delle torri di guardia del carcere
MILANO - Un taglio estremo dei fondi nelle carceri argentine ha permesso a due criminali una facile fuga: nessuno si è accorto, infatti, quando i prigionieri hanno scavalcato un muro di cinta del penitenziario e indisturbati sono fuggiti verso la libertà. Solo pochissime torri di guardia della prigione erano controllate da sorveglianti in carne ed ossa. Nelle altre c'erano dei pupazzi le cui sagome avrebbero dovuto trarre in inganno i malintenzionati.

IMBARAZZO - L'evasione è avvenuta sabato scorso. I due detenuti, Walter Pozo e Cesar Andres, che dovevano scontare una pena per rapina a mano armata, sono fuggiti senza problemi da un carcere situato nella parte occidentale dell'Argentina: si sono arrampicati su un muro, in tutta tranquillità hanno tagliato il filo spinato e si sono infine calati dall'altra parte riuscendo così a scappare. Anche perchè la torre di guardia più vicina era occupata, appunto, da un bambolotto che avrebbe dovuto fungere da guardia. La circostanza è stata confermata con non poco imbarazzo dalle autorità della provincia di Neuquén.

Il signor Wilson, il pallone che Tom Hanks in «Cast Away»  ha trasformato nel proprio compagno di solitudine
Il signor Wilson, il pallone che Tom Hanks in «Cast Away» ha trasformato nel proprio compagno di solitudine
LA PALLA WILSON -
«Abbiamo fabbricato il manichino usando semplicemente un pallone da calcio. Ci abbiamo dipinto una faccia e gli abbiamo messo un berretto da ufficiale del carcere. I detenuti vedevano l'ombra del bambolotto e dovevano credere di essere sorvegliati», ha spiegato uno dei veri agenti di polizia penitenziaria al quotidiano Rio Negro. Il secondino ha poi aggiunto: «Lo abbiamo chiamato Wilson, come il compagno di Tom Hanks nel film Cast Away». Insomma, un espediente degno del migliore blockbuster hollywoodiano.

TELECAMERE FUORI USO - Solo due delle 15 torri di guardia erano piantonate da personale in carne ed ossa. «In realtà ci sono anche una quarantina di telecamere di sorveglianza nel carcere, alcune per monitorare il muro. Ma il più delle volte non funzionano», ha sottolineato il capo della polizia locale, Juan Carlos Lepen. Già perchè molte telecamere e monitor di sicurezza sono difettosi e non possono essere riparati per mancanza di fondi. Drasticamente tagliato negli anni è stato pure il personale di sicurezza. Solo nella tarda serata di sabato è scattato l'allarme nell'Unità penale numero 11 della provincia di Neuquén, ma le ricerche si sono dimostrate vane: i detenuti evasi avevano oramai un largo vantaggio sui loro inseguitori.

Elmar Burchia
22 luglio 2010



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