Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 30 giugno 2010

Ciancimino accusa: "Mio figlio rifiutato dal 'Collegio San Luigi'"

Il Resto del carlino

Il piccolo Vito Andrea avrebbe dovuto frequentare la prima elementare. Il padre Massimo: "Sono molto amareggiato per questa vicenda. Putroppo non appartengo a nessuna cricca, nè ho rapporti con il Vaticano"


Bologna, 30 giugno 2010

«Dopo la regolare iscrizione e il versamento del pagamento della retta all’istituto religioso ‘Collegio San Luigi' di Bologna, mio figlio Vito Andrea è stato rifiutato perchè non gradito a causa del suo cognome». È la denuncia di Massimo Ciancimino, che si dice «molto amareggiato per questa vicenda».

«È con molta amarezza che ancora oggi, mentre c’è chi inneggia a falsi ‘eroi', io debba constatare come la strada della legalità sia difficile e tutta in salita -ha detto- oggi, dopo avere regolarmente iscritto mio figlio alla prima elementare del ‘prestigioso' istituto ‘Collegio San Luigi' della città in cui vivo, siamo stati contattati dalla segretaria che ci ha comunicato che dopo avere sottoposto l’iscrizione di mio figlio al preside, quando quest’ultimo ha visto il cognome ha detto: ‘non lo vogliamo quì, senza dare alcuna spiegazione». «Sicuramente il figlio di Anemone o di Mangano lo avrebbero accolto. Putroppo non appartengo a nessuna cricca, nè ho rapporti con il Vaticano».





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La morte di Taricone: le banalità su paracadute e sport estremi

Quotidianonet



Blog di Rosalba Carbutti

 

Non volevo scrivere di Pietro Taricone. Non perché la sua morte non mi abbia colpita, anzi. La sua morte, così assurda, per una fatalità, è davvero l'essenza della nostra caducità. Detto questo, volevo evitare il solito buonismo di circostanza che celebra un attore, ex Gieffino. Però, lo ammetto, dopo aver visto Matrix, e sentito alcuni commenti non ce l'ho fatta a resistere alla tentazione di dire la mia. Il problema è che alcune considerazioni mi hanno fatto ribollire il sangue. Si può banalizzare il paracadutismo e i cosiddetti sport estremi in quel modo? Dai, su, parliamoci chiaro: in una trasmissione tv non si possono fare analisi del tipo: "I giovani con questi sport cercano di colmare un vuoto". E ancora: "Chi si lancia da un aereo è come quei ragazzi d'oggi che vanno in discoteca: vogliono emozioni. Vogliono sfidare la morte e trovare un senso nella vita". E per concludere (con un Alessio Vinci, per la verità, un po' imbarazzato) ecco la "chicca" finale: "Forse a Pietro il successo non bastava... quindi aveva bisogno di questi lanci col paracadute". Ragazzi, ma stiamo scherzando?

Secondo voi il povero Pietro aveva bisogno di lanci per un capriccio, un'insoddisfazione... etc? Non può succedere che qualcuno voglia provare o si appassioni a sport, diciamo così, non convenzionali? E, soprattutto, se così fosse, perché significherebbe essere 'vuoti', senza valori in cerca di un senso della vita? Scusate, ma queste affermazioni, dopo aver sentito anche commenti (di amici e dintorni) del tipo: "Poverino, Taricone. Certo che se evitava di provare quelle emozioni lì...Oppure: Forse si era montato la testa e aveva bisogno di adrenalina...". E via così, con la fiera delle ovvietà. Da gente, ovvio, che di mettersi una tuta e provare un lancio, in prima persona, per capire cosa si prova, neanche a parlarne. Però, come sempre, sono tutti bravi con i soliti bla bla di circostanza e a puntare il ditino verso qualcuno o qualcosa.

Scusate, lo so, mi sto infervorando. D'altra parte avendo provato sia un lancio (in tandem) col paracadute che il bungee jumping mi permetto di dissentire. Quando mi lanciai dal famoso aereo - da oltre 4mila metri - subito dopo la caduta libera scrissi di getto due righe dell'articolo che poi pubblicai: "Precipito e il primo pensiero non è sto morendo, ma sto vivendo". Non è che forse Pietro, con la sua compagna Kasia, provava lo stesso sentimento? E a buttarsi col paracadute si sentiva vivo e felice perché amava abbracciare le nuvole? C'è forse qualcosa di sbagliato in questo? Ognuno ha le sue passioni. Ma smettiamola di fare analisi strampalate. Taricone, o' Guerriero, non credo non conoscesse le regole, visto che aveva già fatto 400 lanci.

E certamente conosceva anche i rischi. Che ci sono, certo, inutile negarlo. Ma se l'ex attore è morto è stato per un errore, una fatalità, una virata sbagliata. Amen. Perché non poteva succedere guidando la macchina, sciando, andando in moto o giocando a pallone? Su, siamo seri, e non distacchiamoci troppo dalla realtà. In quanto a Taricone, ora, lasciamolo stare. Personalmente lo ricordo per un'intervista che mi rilasciò qualche anno fa per il settimanale Onda tv: già allora preferiva parlare di cavalli (un'altra sua passione) piuttosto che di donne e Gf. Fu un colloquio breve, di una mezz'oretta. Ma ricordo che non smisi mai di ridere: Pietro era, così, simpatico in modo innato e di un'intelligenza muscolosa, come il suo fisico. Ricordiamolo semplicemente come un giovane di 35 anni, con una figlia e una bella compagna. Un amico come tanti, di quelli che si salutano con una pacca sulle spalle. Sarà per questo che su Facebook e Twitter migliaia di perfetti sconosciuti gli scrivono parole di cordoglio come se fosse qualcuno di famiglia?



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Londra, Broker ubriaco brucia 10 milioni di dollari

Libero





Un giovane agente di borsa della City di Londra in una sola notte e con un acquisto folle e non autorizzato, ha fatto aumentare il prezzo del petrolio di oltre un dollaro e mezzo a barile. Si calcola che ha bruciato quasi 10milioni di dollari. E questo senza calcolare i danni globali del mercato.

In realtà, però, il fatto è accaduto esattamente un anno fa ma solo oggi la stampa britannica ha diffuso la notizia. Alle 07:45, le 08:45 italiane, di martedì 30 giugno 2009,  ricostruisce il "Telegraph online" , il 34enne Stephen Perkins, broker della Pvm Oil Futures viene contattato da un dirigente dell'impresa petrolifera che gli chiede conto dell'acquisto di 7milioni di barili di greggio nel cuore della notte, per un totale di 520milioni di dollari. Lui, Perkins, risponde che l'operazione è stata fatta in accordo con un cliente.

Peccato che la bugia cade subito perché il broker rifiuta di mettere il presunto cliente in contatto con la ditta. Inoltre la transazione era stata compiuta intorno all'una e mezza di notte. Ma alle 02:00 il prezzo del greggio sui mercati era salito di oltre 1 dollaro e mezzo. Quando la Pvm se ne è accorta la compagnia aveva già subito una perdita di oltre 9.763.000 dollari cioè buona parte dei 12milioni di dollari di utili annuali accumulati dall'azienda. La stessa azienda che alla fine del 2009 ha subito perdite per 7,6milioni di dollari.

Alle 06:30 Perkins si rende conto del guaio che ha combinato. Solo più tardi ammetterà di esser stato lui il responsabile del pasticcio globale. Il 34enne è stato licenziato immediatamente dalla Pvm, messo al bando dalla City, multato di 72mila sterline e indagato dall'autorità britannica di vigilanza dei mercati finanziari Fsa, Financial Services Authority, che solo oggi ha reso pubblico il bizzarro incidente. Alla base di tutto, ha ammesso lo stesso broker, una pesante sbronza presa durante il fine settimana. 

30/06/2010





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Sentenza della Cassazione "Se la molestia è via mail non costituisce un reato"

di Redazione

La molestia via mail non è un reato.

Annullata dalla Cassazione una condanna perché "Il fatto non è previsto dalla legge come reato".

La Suprema Corte spiega: "Il turbamento del soggetto non è sufficiente"


 

Roma - La molestia via mail non è un reato. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha annullato senza rinvio "perché il fatto non è previsto dalla legge come reato" la condanna al pagamento di un’ammenda di 200 euro inflitta ad un 41enne dal tribunale di Cassino: l’imputato era stato accusato di molestie per aver inviato con la posta elettronica a una donna un messaggio contenente "apprezzamenti gravemente lesivi della dignità e dell’integrità personale e professionale" del convivente della destinataria.

La decisione della Cassazione La Suprema Corte (prima sezione penale, sentenza n. 24510) non ha condiviso le conclusioni del giudice del merito, secondo il quale l’articolo 660 del codice penale, relativo al reato di molestie o disturbo alle persone, "con la dizione 'telefono' comprende gli 'altri analoghi mezzi di comunicazione a distanza'". Per gli ermellini, la posta elettronica "utilizza la rete telefonica e la rete cellulare delle bande di frequenza, ma non il telefono, né costituisce applicazione della telefonia, che consiste, invece, nella teletrasmissione in modalità sincrona, di voci o di suoni". La modalità della comunicazione via mail, si osserva nella sentenza, è invece "asincrona" e "l’invio di un messaggio di posta elettronica, esattamente proprio come una lettera spedita tramite il servizio postale, non comporta, a differenza della telefonata, nessuna immediata interazione tra il mittente e il destinatario, nè veruna intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo".

Il turbamento non è sufficiente Dunque, "l’evento immateriale o psichico - sottolineano i giudici di piazza Cavour - del turbamento del soggetto passivo costituisce condizione necessaria ma non sufficiente; infatti per integrare la contravvenzione prevista e punita dall’articolo 660 c.p. devono concorrere alternativamente gli ulteriori elementi circostanziali della condotta del soggetto attivo, tipizzati dalla norma incriminatrice: la pubblicità (o l’apertura al pubblico) del teatro dell’azione ovvero l’utilizzazione del telefono come mezzo del reato". Il caso del telefono è ben diverso da quello delle e-mail, poichè, secondo gli alti giudici, "il mezzo telefonico assume rilievo proprio per il carattere invasivo della comunicazione alla quale il destinatario non può sottrarsi, se non disattivando l’apparecchio telefonico, con conseguente lesione della propria libertà di comunicazione, costituzionalmente garantita". Stesso discorso del telefono, va fatto per gli sms, dato che, ricorda la Cassazione, il destinatario "è costretto a percepirli" prima di poterne individuare il mittente. Perciò, conclude la Corte, "la avvertita esigenza di espandere la tutela del bene protetto della tranquillità della persona incontra il limite coessenziale della legge penale, costituito dal principio di stretta legalità e di tipizzazione delle condotte illecite".





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Asilo lager di Pistoia I genitori: "Nuove querele C'è chi ha visto e ha taciuto"

Quotidianonet

I genitori dei bambini dell'asilo 'Cip e Ciop' hanno visionato le 220 ore di videoriprese fatte dalle telecamere installate dalla polizia.
Finore per le violenze sono imputare due maestre


Firenze, 30 giugno 2010

Si allarga l'indagine
sui maltrattamenti all'asilo-lager 'Cip e Ciop' di Pistoia. I genitori di alcuni bambini hanno infatti deciso di querelare altre persone che gravitavano nella struttura dove lavoravano le due maestre Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce, accusate di maltrattamenti ai bambini e imputate in un processo in rito abbreviato a Genova.

STUDIO APERTO I video-choc dentro l'asilo 'Cip e Ciop'

"Abbiamo visto i video ripresi dalle telecamere installate dalla polizia - ha detto una delle madri -: 220 ore di immagini. Questo ci ha aperto uno scenario diverso da quello che pensavamo di conoscere. I protagonisti sotto quelle telecamere non erano solo le imputate Pesce e Scuderi, ma altre persone che ci siamo sentiti in dovere di individuare nelle nostre querele e abbiamo visto che ci sono persone che hanno visto e non hanno parlato". I genitori non hanno tuttavia fornito il numero esatto delle querele né i nomi dei querelati.

PISTOIA CHOC, ECCO L'ASILO-LAGER

Per le due mastre, ieri, sono stati revocati gli arresti domiciliari (sostituiti dal divieto di dimora in Toscana). "Non auspichiamo atti di violenza contro di loro - hanno detto alcune mamme -: non vorremmo che da carnefici si trasformassero in vittime". In merito alla revoca dei domiciliari una delle mamme ha osservato che "anche se non possono stare in Toscana, c’è pero’ il rischio di trovarsele vicine al mare, nell’ombrellone accanto magari a Rimini o in Sicilia".

I genitori hanno ribadito la loro "fiducia" nella magistratura, sottolineando che "se non riusciamo tutti insieme a far sì che tutti i responsabili vengano assicurati alla giustizia, tanti altri bambini potrebbero vivere le stesse sevizie subite dai nostri figli". Inoltre hanno denunciato a carico loro e dei loro figli "situazioni gravose" oltre a "una serie di episodi" in cui "si è riscontrato un certo pregiudizio nei confronti di questi bambini quasi fossero colpevoli di aver frequentato il ‘Cip e Ciop’ e non di esserne vittime".



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Pisanu: "Nel 1992-93 ci fu una 'quasi trattativa' fra Stato e mafia"

Quotidianonet

Nel dossier l'ex ministro ripercorre quegli anni: “Le stragi fecero temere il colpo di Stato.
C’è stata convergenza interessi con massoni, affari e politica.
E Cosa nostra non ha rinunciato alla politica”

Roma, 30 giugno 2010

Negli anni delle stragi di mafia di quasi vent’anni fa, tra governo italiano e Cosa nostra “qualcosa del genere” di una trattativa “ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza”. E’ quanto scrive il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia, Giuseppe Pisanu, nella relazione ‘I grandi delitti e le stragi di mafia 1992-1993’ presentata oggi.


Nel dossier Pisanu ripercorre
quel periodo, ricordando gli attentati, i morti e le ‘manovre’ organizzate dalla mafia per destabilizzare lo Stato. Secondo il senatore del Pdl “la spaventosa sequenza del 1992-93 ubbidì ad una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti: perché se da un lato determinò un tale smarrimento politico-istituzionale da far temere al presidente del Consiglio in carica l’imminenza di un colpo di stato; dall’altro lato determinò un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e, alla fine, a prendere la via, finora senza ritorno, dell’inabissamento. Nello spazio di questa divergenza - aggiunge - si aggroviglia quell’intreccio tra mafia, politica, grandi affari, poteri occulti, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato che più volte, e non solo in quegli anni, abbiamo visto riemergere dalle viscere del paese”.


Per Pisanu, che lascia aperte
le diverse discussioni politico-giudiziarie su quegli anni, è in ogni caso “ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della Borghesia mafiosa”.



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Dell'Utri, il Csm apre pratica a tutela dei giudici Nel mirino gli articoli del Fatto: "Screditati i pm"

di Redazione

Aperta una pratica a tutela dei tre giudici della seconda sezione penale della Corte di Appello di Palermo.

Nel mirino alcuni articoli di stampa, in particolare uno apparso sul quotidiano Il Fatto, pubblicati prima della sentenza a carico di Dell’Utri: "Discreditano la magistratura"


 

Roma - La prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha deciso, a maggioranza, di aprire una pratica a tutela dei tre giudici della seconda sezione penale della Corte di Appello di Palermo che ieri ha condannato Marcello dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggetto della pratica a tutela è il contenuto di alcuni articoli di stampa, in particolare uno apparso sul quotidiano Il Fatto, pubblicati prima della sentenza a carico di Dell’Utri e in cui - secondo quanto ipotizzato dal consigliere laico del Pdl Gianfranco Anedda che ha chiesto e ottenuto l’apertura della pratica - i giudici Claudio Dall’Acqua, Sergio La Commare e Salvatore Barresi sarebbero stati oggetto di "insinuazioni e sospetti" che getterebbero "discredito sulla magistratura giudicante".

La decisione del Csm Quattro i voti a favore dell’apertura della pratica, due i contrari (il consigliere Giuseppe Maria Berruti di Unicost e il presidente della prima commissione, Mario Fresa, togato della corrente Movimento per la giustizia). La Commissione dovrà ora valutare se con questi articoli sia stata messa in atto una delegittimazione del collegio e lo farà al termine di un’istruttoria con l’acquisito di documenti e probabilmente anche di una relazione del presidente della Corte di appello di Palermo. Solo allora la prima commissione deciderà se mettere a punto un documento di tutela dei tre magistrati da sottoporre poi all’esame del plenum del Csm.

L'articolo incriminato In uno degli articoli di stampa del Fatto pubblicato prima che i giudici si riunissero in camera di consiglio per la sentenza Dell’Utri, si riferiva quanto sostenuto da Marco Travaglio e cioè che la sentenza fosse già stata scritta e che da parte del collegio della corte di Appello ci fosse gran voglia di assolvere il senatore del Pdl, almeno a giudicare dalle ordinanze con cui erano state rigettate quasi tutte le richieste dell’accusa. Secondo il consigliere laico del Pdl, Anedda, si tratterebbe di "insinuazioni" da intendersi anche come "condizionamenti se non intimidazioni" nei confronti dei tre giudici del collegio. La votazione sulla pratica a tutela è avvenuta solo dopo la pronuncia della Corte di appello di Palermo.





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Rapine in banca, Italia maglia nera d'Europa Da noi il 42% dei colpi

di Redazione

La denuncia del sindacato dei bancari della Cisl: "Nel 2009 in Italia ci sono state 1.744 rapine, il 42% del totale europeo".

Dati incoraggianti per l'anno in corso: nei primi mesi del 2010 si riscontra un calo del 15%.

Viene rapinato uno sportello ogni 15-20 sportelli


Roma - Questo è un record di cui avremmo fatto volentieri a meno. Il 45-50% delle rapine compiute nelle banche europee avviene in Italia. Lo afferma la Fiba Cisl riportando i dati dell’osservatorio nazionale del sindacato e sottolineando che "il fenomeno delle rapine in banca in Italia, per quanto in flessione negli ultimi due anni, resta di dimensioni importanti". Nel 2009 in Italia ci sono state 1.744 rapine, il 42,02% del totale di 4.150 in Europa. Seppure le rapine in Italia sono risultate il 42,02% del totale europeo nel 2009, la Fiba Cisl afferma che la percentuale è fra il 45 e 50% perché ci sono alcune realtà dove il fenomeno delle rapine è particolarmente elevato.

Un 2010 in calo Nei primi mesi del 2010, prosegue la tendenza nazionale di flessione cominciata nel 2008, dopo circa otto anni sostanzialmente ininterrotti di crescita. I primi riscontri per quest’anno prefigurano un calo tendenziale del 15% con caratteristiche disomogenee sul territorio. In particolare, spiega la Fiba, diminuiscono in tutte le regioni a eccezione di Campania, Marche, Piemonte e Veneto. Umbria e Puglia sono stazionarie. Le rapine aumentano in modo consistente o molto consistente a Pescara, Napoli, Milano, Torino, Perugia e Verona. Altri significativi aumenti - spiega il sindacato dei bancari - si registrano a Lecce, Sassari e Treviso. Roma è stazionaria ma nel 2009 era cresciuta del 20% sul 2008. In Italia, le rapine tentate e non riuscite sono inferiori al 10% del totale a differenza di percentuali più alte dei Paesi europei e viene ancora compiuta mediamente una rapina in banca ogni 15-20 sportelli (era una ogni dieci fra il 1998 e il 2003).





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Così i camalli affondarono la democrazia dell'alternanaza

di Marcello Veneziani

Il 30 giugno di cinquant'anni fa i portuali misero a ferro e fuoco Genova.

Le violenze minarono il governo di centrodestra e il possibile cambiamento


Se cercate la scatola nera della sinistra italiana, potrete trovarla nel porto di Genova. Là, esattamente cinquant’anni fa, in un giugno più caldo del presente, la sinistra sfregiò la democrazia e fece cadere un governo legittimamente uscito dalle urne con un moto violento di piazza. Sto parlando dei ganci di Genova, come furono chiamati in gergo missino i micidiali ganci usati dai portuali comunisti, i feroci camalli che scesero in piazza per impedire lo svolgersi di un regolare congresso nazionale del Msi. Oggi tv e giornali ricordano i fatti di Genova con un sottinteso epico, quasi a celebrare un’epopea partigiana di giustizia e libertà.

Affiorano rievocazioni nostalgiche di quel clima, in cui perfino le auto bruciate e le magliette a strisce dei portuali sono ricordate con tono elegiaco da commosso amarcord. E invece quell’evento che Aldo Moro definì «il più grave e minaccioso per le istituzioni» dalla nascita della Repubblica italiana, fu un vero e proprio golpe di piazza che tardò la nascita di una democrazia matura fondata sull’alternanza, resuscitò gli spettri della guerra civile e alimentò nella destra frustrata rigurgiti di neofascismo e sogni di golpe. Il principale testimonial e istigatore di quell’evento, con Umberto Terracini, fu Sandro Pertini, che ritrovò in quella mobilitazione lo spirito bellicoso della lotta partigiana, non accorgendosi che si trattava di una mobilitazione violenta contro un pacifico congresso ed un legittimo governo liberal-democratico.

Era l’epoca del governo Tambroni, il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi. Il Paese viveva il boom economico, ormai pacificato, la violenta contrapposizione tra fascismo e antifascismo si era spenta, e anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita (salvo poi riaggravarsi a Cuba), assopendo l’antitesi comunismo-anticomunismo. Non era ancora stato eretto il Muro di Berlino.

In quel tempo l’Msi era guidato da Arturo Michelini, un nazional-conservatore che voleva inserire il suo partito nel gioco politico delle alleanze. Del resto, negli anni cinquanta, molte amministrazioni del sud erano rette dall’appoggio monarchico e missino, e perfino il Pci di Togliatti aveva trescato in Sicilia con l’Msi per sostenere la giunta Milazzo. Insomma, la guerra civile del ’45 e il frontismo radicale del ’48 erano ormai ricordi sepolti, come ricordo lontano erano ormai i celerini di Scelba contro i manifestanti o la legge dello stesso Scelba che vietava la ricostituzione del disciolto partito fascista. L’Msi ebbe l’infelice idea di celebrare il suo congresso a Genova, città antifascista con un forte movimento sindacale e comunista.

Di fronte alle minacce della sinistra, il Prefetto di Genova aveva saggiamente proposto di spostare il congresso missino a Nervi. Ma social-comunisti, Anpi, Cgil e portuali non accettarono il compromesso; volevano cogliere il pretesto del congresso missino per abbattere il governo di centro-destra. Sarà proprio Sandro Pertini (che perfino il suo compagno di partito Pietro Nenni considerava un violento) ad accendere il fuoco della rivolta con il «discorso del brichettu» (il fiammifero) del 28 giugno. Due giorni dopo la città fu messa a ferro e fuoco dagli insorti, come accadde poi nel luglio del 2001 ad opera dei no-global. Aggressioni ai delegati missini, rifiuto di accoglierli in albeghi e locande, la celere travolta dai camalli, le jeep della polizia capovolte, incendi e assalti. Forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco e fecero bene i missini a non mobilitare il loro servizio d’ordine che comunque sarebbe stato soccombente.

Ci sarebbero stati molti morti, non solo a Genova. Alla fine a morire fu il governo Tambroni e a restare invalida fu la democrazia italiana, che perse da allora il fianco destro. La spuntarono loro, i camalli d’assalto e le sinistre di piazza. Sotto i colpi della piazza i ministri della sinistra dc rassegnarono le dimissioni, il governo Tambroni cadde e gli stessi che avevano giudicato con allarme la violenza di piazza, come Moro e Fanfani, aprirono poi alla stagione del centro-sinistra, portando i socialisti al governo.

Quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’Italia tra il ’64 e il ’70, da De Lorenzo a Borghese, coinvolgendo i partigiani Sogno e Pacciardi, si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia. Quel clima violento perdurò a Genova fino ai primi anni 70, se si considera che tra i primi passi del terrorismo rosso in Italia ci furono l’assassinio del militante missino Ugo Venturini e il rapimento del magistrato “destrorso” Mario Sossi.

L’insurrezione di Genova diventerà la madre di tutte le mobilitazioni di piazza con cui la sinistra in Italia ha inteso forzare la democrazia italiana, i suoi governi, le sue scelte, le sue alleanze. Un metodo che viene tuttora utilizzato per abbattere con una spallata di piazza i governi usciti dalle urne. Per fortuna il clima è cambiato, i camalli si sono imborghesiti, non portano più le magliette a strisce e i ganci micidiali, né ci sono in giro partigiani pronti a riprendere le armi. Ma quel governo di centro-destra avrebbe accelerato la nascita di una destra postfascista e avrebbe insieme creato le premesse per una democrazia dell’alternanza, spingendo anche la sinistra a superare il massimalismo e a disporsi così a governare. Ma il Pci dell’epoca prendeva ancora ordini e soldi da Mosca e considerava l’America e il Capitalismo due mali da cui liberarsi. Così la Dc, con i suoi alleati, restò al governo vita natural durante.



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Gite dell’orrore a casa Maso Il proprietario:«Vergogna, sono deviati»

Corriere del Veneto

Sul web l’abitazione del delitto tra le mete consigliate. L’inquilino: «Li denuncio questo non è un museo, io qui ci abito».




VERONA — Ci sarà stato perfino chi s’è messo in posa per una foto ricordo. Sorriso guascone, zainetto in spalla e cappellino ben calato sulla fronte per proteggersi dal sole. Quasi un turista qualunque. Un turista dell’orrore. Sembra essere l’ultima moda, se il luogo del pellegrinaggio è la casa di Pietro Maso, il killer di Montecchia di Crosara che nel 1991, quando aveva 19 anni, uccise i genitori per intascare i soldi dell’eredità e «continuare a fare la bella vita». In quella villetta di due piani, Pietro ammazzò a padellate mamma e papà con la complicità di tre amici: Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato. «Li attesero al buio, in cucina. È lì che li aggredirono », ricorda Michele Grassi, 49 anni, che ha comprato la casa del massacro, ne ha ricavato due appartamenti e ora li affitta a 400 euro al mese. I locali se li spartiscono una famiglia di indiani e un italiano. Ma nessuno di loro sembra turbato dal ricordo di quanto avvenuto tra quelle mura. L’interesse, a quanto pare, arriva dall’esterno.

Perché sui siti internet (alcuni dei quali specializzati in fenomeni paranormali e misteri dell’occulto) da qualche tempo è comparsa una lista di luoghi che vale la pena visitare. È il tour delle case dell’orrore. Dall’appartamento di via Poma dove venne ritrovato il corpo di Simonetta Cesaroni, alla villetta di Garlasco in cui è morta Chiara Poggi. Senza scordare lo chalet di Annamaria Franzoni a Cogne, e il podere di Terrazzo in cui Gianfranco Stevanin seppelliva le sue vittime. Per facilitare il turismo del macabro, ciascun luogo viene indicato con tanto di indirizzo e numero civico. E lo stesso accade per l’edificio di via San Pietro in cui vennero uccisi Antonio Maso e sua moglie Rosa Tessari. Michele Grassi, che quella casa l’ha acquistata direttamente dalle sorelle di Pietro, è arrabbiato. «Solo una persona deviata - dice - può fare un tour del genere.

Sarà che a distanza di anni i giornali ne parlano ancora e che il delitto ha scosso profondamente l’opinione pubblica, però è una vergogna che ci sia ancora qualcuno che vuole speculare su quanto accaduto. Non voglio aver niente a che fare con tutto questo: presenterò una denuncia alla polizia postale per far togliere i riferimenti della mia abitazione da quei siti internet». A Montecchia di Crosara nessuno ha dimenticato il massacro. «Per tutti siamo il paese di Maso - spiega - di noi si parla solo per il delitto, invece che per la ricchezza di questa terra o per le ciliege che si producono. Ogni tanto c’è qualcuno che mi telefona e mi chiede della casa, di quel accadde quella maledetta notte.Non solo giornalisti, ma anche fanatici in cerca di informazioni». Grassi ha completamente ristrutturato l’edificio. Al posto della cucina in cui vennero massacrati i coniugi ora c’è una camera da letto.

All’esterno, una scala conduce all’appartamento del piano superiore. Uno degli inquilini, che chiede l’anonimato, ammette che, a distanza di quasi vent’anni, non mancano i curiosi. «Capita che qualcuno mi chieda se è proprio questa la casa di Pietro Maso - ammette - e una volta ho visto un tizio che scattava delle foto. Se c’è chi arriva fin qui solo per vedere l’abitazione è libero di farlo, affari suoi. Ma questo non è un museo, non può certo entrare: io qui ci abito...». Oggi il killer di Montecchia ha 39 anni, da qualche tempo il giudice gli ha concesso di lasciare il carcere durante il giorno per recarsi al lavoro. Ha una fidanzata con la quale sembra in procinto di sposarsi e nelle scorse settimane è stato paparazzato assieme al re del gossip Fabrizio Corona.

Pare che, in prigione, ricevesse migliaia di lettere di fan. «Ai ragazzi che mi scrivono emi raccontano che vogliono uccidere i genitori - ha spiegato in una intervista rilasciata nel 2007 a Repubblica - dico di fermarsi, di ragionare, di ricucire i rapporti. Non ho potuto salvare me stesso, almeno ci provo con gli altri». Ma alla sua redenzione in paese ci credono in pochi. «Qui è meglio che non si faccia vedere. Gli auguro un giorno di avere dei figli, per capire cose significa essere genitori», taglia corto Grassi. All’epoca del delitto, abitava nello stesso palazzo di Burato, l’unico minorenne del gruppo. «Quella notte, pochi minuti dopo aver ammazzato i Maso - ricorda - si ritrovarono proprio nella sua cantina. Accesero lo stereo ad alto volume e mi svegliarono. Ero arrabbiato, emi rivestii per andare a rimproverarli, ma dopo qualche minuto la musica cessò. Solo in seguito scoprii cosa stavano festeggiando... ».

Andrea Priante
30 giugno 2010

Maso si sposa e incontra Corona per l’esclusiva foto




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Sotto processo da cinque anni per un tappino da 10 centesimi

Corriere della Sera

L’imprenditore è accusato di furto aggravato ma non è mai stato interrogato. La procura aveva chiesto l’archiviazione

Cagliari

Sotto processo da cinque anni per un tappino da 10 centesimi


CAGLIARI — Accusato di aver «rubato» un piccolo tappo di pneumatico (valore neanche 10 centesimi), un imprenditore edile è da 5 anni sotto processo. Se dovesse essere condannato — Salvatore Schievenin, 68 anni, è imputato di furto aggravato — rischia da 2 a 8 anni di reclusione. Lui giura: «Non so nulla». E in questi 5 anni non è stato interrogato una sola volta: né dai carabinieri né da magistrati della procura né dal gip.

La «vittima» del furto, invece, fra verbali e testimonianze si è dovuto presentare più volte.
Comprensibilmente esasperato: «Non ho fatto alcuna denuncia, non so chi abbia preso quel cappelletto, non mi importa saperlo—si è sfogato lunedì in udienza — ho perso molto tempo, voglio essere lasciato in pace». Tutto è cominciato nel settembre 2005: un battibecco fra due automobilisti per un parcheggio davanti a una banca. Giuseppe Orrù, che riesce a occupare il posto auto, entra nell’istituto di credito. L’altro per dispetto si avvicina a una ruota e porta via il cappelletto coprivalvola. Ma un’impiegata della banca vede tutto. Si precipita fuori, appena in tempo per apostrofare l’automobilista «ladro » e sentirsi rispondere: «Si faccia gli affari suoi e vada a quel paese». L’auto si allontana, l’impiegata annota il numero di targa, va dai carabinieri e denuncia l’aggressione verbale. Così si risale al proprietario: la vettura è intestata a una società dell’imprenditore Salvatore Schievenin, ma è utilizzata anche dai suoi dipendenti. Difficile risalire all’autore del furto.

Le indagini procedono: rapporto dei carabinieri, decreto penale di condanna dell’imprenditore, opposizione del suo legale. La procura col pm Chiara Maria Manganiello chiede l’archiviazione. Ma il gip Daniela Amato non è d’accordo: l’auto e il tappino coprivalvola erano «beni esposti alla fede pubblica», si tratta perciò non di «semplice» furto, ma di furto aggravato; che ci sia o no denuncia del derubato non importa: il reato è perseguibile d’ufficio. È il 2007, il processo inizia e si trascina tre anni, da un giudice monocratico all’altro. Francesco Viola, avvocato di Schievenin, si appella alle leggi e al buon senso: «Il mio assistito è incensurato; può avere le attenuanti generiche e il reato sarebbe furto semplice, procedibile a querela di parte» (che Orrù non ha mai voluto presentare: quindi, il processo sarebbe chiuso).
Come pure chiuso è il processo «parallelo»: l’impiegata che aveva denunciato l’automobilista (ma non ha riconosciuto in lui Schievenin) ha ritirato la querela. Il «giallo» del tappino coprivalvola andrà a sentenza l’8 novembre.

Alberto Pinna
30 giugno 2010



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