Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 22 giugno 2010

Ha i denti il preservativo che intrappola e denuncia gli stupratori

Corriere della Sera

Ideato in Sudafrica, regalato durante i Mondiali. Cattura il pene dell'aggressore, per toglierlo serve il chirurgo

MILANO

Più che un'invenzione del XXI secolo, sembra uno strumento di tortura medievale. L'hanno ribattezzato «il preservativo antistupro» ed è stato ideato da Sonnet Ehlers, dottoressa sudafricana che da decenni aiuta le donne vittime di violenza carnale. Rape-aXe è una membrana di plastica dura che va inserita direttamente nella vagina. Quest’oggetto che assomiglia a un normale condom, ha nella parte esterna diverse protuberanze a forma di denti che una volta a contatto con il pene causano dolori indescrivibili agli uomini: il preservativo antistupro non solo non permette di esercitare violenza sul gentil sesso, ma una volta impigliatosi sul membro sessuale maschile, può essere asportato solo attraverso un intervento chirurgico. Ciò dovrebbe permettere ai dottori di individuare e denunciare gli stupratori.


 

DISTRIBUZIONE GRATUITA - Come racconta al sitoweb della Cnn la Ehlers, 30.000 condom antistupro saranno distribuiti gratuitamente alle donne sudafricane durante i campionati del Mondo. Più tardi il prodotto sarà messo in vendita al prezzo base di due dollari. La dottoressa ha raccontato che l'idea del prodotto le è stata suggerita circa quaranta anni fa da una ragazza stuprata in piena notte da uno sconosciuto: «Mi guardò e disse: "Se avessi avuto dei denti nelle parti intime!". Allora le giurai che un giorno avrei sfruttato la sua idea per aiutare le vittime di violenza carnale». La Ehlers assicura che la sua invenzione è sicura e racconta di aver ottenuto l'approvazione di eminenti dottori, ginecologi e psicologi: «Una volta a contatto con il pene fa male, non permette di urinare e nemmeno di camminare - dichiara alla Cnn - Se lo stupratore tenta di rimuoverlo, proverà ancora più dolore. Tuttavia non si attacca alla pelle e non provoca alcun problema alla circolazione del sangue».



CRITICHE - La dottoressa conferma che Rape-aXe può
la dottoressa Sonnet Ehlers con il Rape-aXe
la dottoressa Sonnet Ehlers con il Rape-aXe
segnare una svolta nella vita delle donne sudafricane. Il suo paese è quello con il più alto tasso di stupri nel mondo. Secondo uno studio del 2009 di Human Rights Wacht il 28% degli intervistati ha dichiarato di aver stuprato almeno una volta nella vita una donna. Inoltre uno su venti ha rilevato di aver esercitato la violenza carnale proprio nel 2009. Tuttavia la stessa organizzazione internazionale non sembra approvare il prodotto ideato dalla dottoressa. Anche altre associazioni hanno fortemente criticato Rape-aXe, sottolineando che il tragico problema degli stupri non si può risolvere con nuova violenza. Inoltre nessun garantisce che, una volta che lo stupratore si rende conto di non poter violentare la vittima, la lascerà andare via e non le farà del male. La dottoressa, da parte sua, controbatte: «Si, Rape-aXe può sembrare un congegno medievale, ma anche lo stupro è un'azione medievale che ha decenni distrugge la vita delle donne. Qualcosa bisognava pur fare. Grazie all'esistenza del condom antistupro gli uomini ci penseranno due volte prima di assaltare una donna».

Francesco Tortora
22 giugno 2010

Bambino invalido per colpa dei medici ma l'ospedale non paga l'indennizzo

Corriere della Sera

Appello della famiglia del dodicenne, menomato alla nascita per un errore dei sanitari, a Napolitano e al ministro della salute. La madre: «Ci serve aiuto»

ROMA - Reso invalido al 100% alla nascita per accertate responsabilità mediche, Daniele G. e la sua famiglia sono da anni in attesa che l’azienda ospedaliera San Giovanni paghi l’indennizzo determinato con sentenza definitiva dal tribunale civile di Roma. Daniele viene al mondo il 21 giugno 1998. Sino al ricovero in ospedale tutti gli esami ne confermavano il sano sviluppo e nessuna sofferenza, ma la mancata presenza del ginecologo di turno quel giorno non permette di rilevare una sofferenza fetale determinandone una grave ipossia cerebrale, tanto da causare gravissimi problemi neurologici concretizzatisi in un accentuato ritardo psicomotorio. Lui, che adesso ha 12 anni, è invalido al 100%.

BATTAGLIE LEGALI - Dopo anni di battaglie legali una sentenza del 2006 della XII Sezione del tribunale civile di Roma condanna l’azienda ospedaliera San Giovanni Addolorata ad un risarcimento di 2.449.000 euro ma, ad eccezione della quota coperta dall’assicurazione, per la famiglia diviene impossibile recuperare la parte del credito eccedente il massimale assicurativo a carico dell’ospedale. La continua condizione di passività dei conti bancari rende impossibile pignorare il credito presso le banche di riferimento del San Giovanni, perché prive di liquidità ed inoltre, per legge, è impossibile procedere con pignoramento dei beni strumentali delle Aziende Ospedaliere - spiegano gli avvocati Danila Paparusso e Luca Cococcia - possibilità che avrebbe certamente costretto l’ufficio legale ed amministrativo a curarsi della pratica invece di ignorarla volontariamente per anni. «Infine»,

spiegano i legali «la legge non permette il pignoramento diretto dei crediti sanitari alla Regione Lazio che nel frattempo ha, però, attivato delle procedure dirette di pagamento per i crediti sanitari».
Dopo gli incontri con l’assessore al bilancio della giunta regionale guidata da Piero Marrazzo e l’inserimento del risarcimento come voce passiva nel bilancio della sanità del Lazio, non si è mosso molto. Per questo gli avvocati Paparusso e Cococcia hanno deciso di inviare un appello al ministro della salute Ferruccio Fazio e di interessare anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Abbiamo mandato tutti i documenti al governatore Renata Polverini. Speriamo che questa situazione si possa risolvere. Anche se continuano a passare i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, e non si fa fronte alle spese che servono per Daniele. Eppure c’è una sentenza di tribunale che dovrebbe essere rispettata».

LA MADRE: «VORREI PORTARLO IN AMERICA» - «Dentro di me c’è tanta rabbia per quello che è successo a Daniele. Perché la vita è un bene sacro e hanno fatto quello che gli pareva». La signora Loredana è la mamma del ragazzino che per un errore al momento del parto è in uno stato di grave handicap. «Lui riesce a camminare con molta difficoltà, ha lo stabilizzatore. Con le cure e la terapia riesce a stare un po’ più dritto con la testa. Dice ’mamma’ e mi fa piangere quando lo fa. Ma non pronuncia molte altre parola. Si fa capire però.

E’ dolcissimo». Loredana era una impiegata di banca. Una vita tranquilla con il compagno. «Dopo la nascita di Daniele mio marito se n’è andato. Mi sono separata e lui ha perso anche la patria potestà. Io invece sto 24 ore su 24 con Daniele. Ho fatto una scelta di vita». Loredana ha avuto due figli da un’altra relazione. «La piccola ha una forma di diabete, ma speriamo passi», dice con ottimismo. Il maxirisarcimento stabilito dal tribunale civile in favore di Daniele potrebbe essere d’aiuto. «Ma non l’abbiamo mai visto. Vorrei portarlo in America, a fare la terapia con la camera iperbarica. Ma servono soldi. E tanti. Mi serve aiuto». (Fonte: Apcom)

22 giugno 2010




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Ustica, la Francia: «Pronti a cooperare»

Corriere di Bologna

Il portavoce del ministero degli Esteri a Parigi: siamo vicini alle famiglie, capiamo la loro voglia di verità


Appena arriverà una richiesta ufficiale dall'Italia, la Francia è pronta a «cooperare pienamente» sul disastro aereo di Ustica. Parole del portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero, che a Parigi ha risposto all’Ansa in merito alle accuse che parlano di una responsabilità francese nella tragedia del Dc9 dell’Itavia che trent’anni fa, il 27 giugno del 1980, causò la morte delle 81 persone. Lo spunto era arrivato dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga che, nel 2008, ha indicato la marina francese come responsabile dell’abbattimento del Dc9.

LA FRANCIA - «Noi - ha detto Valero - non abbiamo informazioni complementari. Per il momento, ci atteniamo a quella che è stata la fine del processo. Sappiamo tuttavia che la giustizia italiana ha riaperto recentemente un’inchiesta. Non appena le autorità italiane ci invieranno una richiesta ufficiale, una rogatoria internazionale, siamo pronti a cooperare pienamente con l’Italia, come abbiamo già fatto in passato, per fare piena luce su questa vicenda». «Nell’anniversario della tragedia - ha concluso il portavoce del Quai d’Orsay - il nostro pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutti i loro cari: siamo con loro e comprendiamo la loro volontà di far luce sulle circostanze di ciò che è accaduto».

ROGATORIE DA ROMA - E dalla Procura di Roma, titolare dell'inchiesta giudiziaria, alcune rogatorie internazionali sono partite. Dirette, appunto, alla Francia e anche agli Stati Uniti. I pm Maria Monteleone ed Erminio Amelio, magistrati che indagano sulla vicenda, hanno sollecitato una serie di risposte per riscontrare elementi testimoniali relativi al traffico aereo militare di quella sera nello spazio aereo attraversato dal Dc9 partito da Bologna e diretto a Palermo.

LE VITTIME - Intanto, le famiglie delle vittime sperano. «Spero che la Francia risponda ai giudici italiani con chiarezza e volontà di cooperazione», ha commentato Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime. «Mi sembra una risposta dovuta», ha aggiunto la Bonfietti riferendosi alle risposte attese dal Paese d’Oltralpe, ricordando poi che «le accuse nei confronti della Francia non vengono da me ma dal presidente del Consiglio di allora, Cossiga».

22 giugno 2010




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The Beatles a Milano 45 anni dopo

Corriere della Sera


Concerto sul tetto del Pirellone e raduno dei fan per rivivere quel 24 giugno, tra amarcord e cover
 
Foto ricordo per i Beatles sul Duomo, giugno 1965
Foto ricordo per i Beatles sul Duomo, giugno 1965


Il 23 giugno 1965, per la prima e ultima volta, i Beatles arrivarono a Milano per suonare, il giorno dopo, al Vigorelli, tappa iniziale del loro tour italiano. Arrivarono di notte, in treno, da Lione, ed erano in nove: oltre a John, Paul, George e Ringo, il manager Brian Epstein, la segretaria- interprete Wendy Hanson e tre addetti alla sicurezza. L’altoparlante della Centrale, per depistare i fan in attesa, annunciò l’arrivo del convoglio su un binario diverso mentre la stampa era divisa. Se testate come «Ciao Amici» e «Big» regalavano tagliandi-sconto sul prezzo del biglietto (il ticket per i concerti costava 700 lire), il settimanale «Gente» stroncava la band di Liverpool: «Essi non sanno scrivere una nota di musica e hanno composto le loro canzoni fischiettando le arie che poi imparano a memoria».

I Beatles a Milano

Preso alloggio all’Hotel Duomo, fatta la celebre foto-session
tra le guglie e la Madonnina, utilizzata anche per la copertina dell’edizione italiana del 45 giri «She’s a Woman» (oggi una rarità), i Beatles incontrarono i giornalisti per una breve conferenza stampa durante la quale fecero i complimenti all’Inter che aveva appena vinto la Coppa dei Campioni superando in semifinale proprio il Liverpool. Il 24 giugno, i due concerti al Vigorelli: poco più di mezz’ora per esibizione, in scaletta 12 canzoni, primo brano «Twist and Shout», 7.000 paganti per i due show. La sera, a rilassarsi al Charlie Max, club di piazza Duomo, ascoltando l’orchestra di Augusto Righetti che, dieci anni dopo, avrebbe fatto ballare tutta l’Italia scrivendo «Ramaya» cantata da Afric Simone.

Giovedì, 45 anni dopo, Milano tornerà per qualche ora a rivivere il clima beatlesiano di quei giorni. Il «Milano Beatles’ Day 2010», organizzato dai Beatlesiani d’Italia Associati (1.600 soci, un museo a Brescia dedicato al culto dei Baronetti, www.beatlesiani.com) con il patrocinio del Comune e della Regione, prevede il raduno dei fan in piazza Duca d’Aosta davanti alla Stazione Centrale (ore 18), un convegno sui Beatles nel piazzale antistante il Pirellone (18.45), il concerto della tribute band Beatops & Friends, che riproporrà la scaletta del Vigorelli, al 31˚piano del palazzo della Regione. Ospiti attesi: il sindaco Moratti, Peppino di Capri e Fausto Leali (che nel ’65 aprirono i concerti dei Beatles). Evento collaterale, la presentazione del libro «Penny Lane» (Giunti) di Alfredo Marziano e Mark Worden, guida ai luoghi della vita e della musica del quartetto (Fnac, via Torino, oggi, ore 18).

Ideatore della manifestazione è Rolando Giambelli, presidente dei Beatlesiani d’Italia, leader dei Beatops e anima di ogni evento celebrativo che riguarda i Fab Four nel nostro Paese. «Basta un pretesto e organizziamo un tributo», ammette Giambelli. Non è il solo. Ogni anno, in tutto il mondo le commemorazioni al culto del quartetto non mancano, senza dimenticare le pubblicazioni con presunti inediti e rarità che escono a getto continuo. «Crediamo e speriamo che ci sia sempre qualcosa di nuovo da scoprire», spiega ancora Giambelli. L’ultimo brivido? «L’anno scorso, una foto inedita di John Lennon giovanissimo che suona in oratorio».

Giovedì 24 giugno il «Beatles' Day», che culminerà con un concerto dei Beatops al 31° piano del Grattacielo Pirelli
 
Roberto Rizzo
22 giugno 2010



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I venti chili d'oro del cardinal Sepe

Libero





Di Gianluigi Nuzzi

 
Uno dei più stretti collaboratori di Sepe è titolare di una cassetta di sicurezza allo Ior. È il primo collegamento tra l'istituto di credito e i presunti membri della "cricca"

Spuntano decine di lingotti d’oro tra i beni nascosti di alcuni dei protagonisti dell’inchiesta per corruzione che la procura di Perugia sta conducendo sulle attività immobiliari di De Propaganda Fide e che coinvolge l’ex ministro Lunardi e diversi alti prelati del Vaticano.  Infatti, secondo quanto risulta a Libero, nella banca del Papa, allo Ior, l’istituto opere di religione, sono custoditi oltre 20 chilogrammi in lingotti d’oro in una cassetta di sicurezza riconducibile a uno dei più stretti collaboratori del cardinale Crescenzio Sepe. Protetti da una banale carta da pacchi e riposti in una scatola di cartone, i lingotti sono stati protetti in banca da diversi anni. Non è chiaro se ultimamente questa fortuna sia stata spostata in tutta fretta o se i lingotti siano tuttora siano lì, sebbene le indagini si avvicinino sempre più ai conti e ai beni a coloro che hanno gestito sia Propaganda Fide, sia lo sterminato patrimonio immobiliare.

Prima volta
È la prima volta che si conosce il contenuto segreto di una cassetta di sicurezza aperta allo Ior da uno dei personaggi emersi nell’inchiesta della cricca. Del resto il suo nome compare con evidenza nelle carte riservate dello sterminato archivio di monsignor Renato Dardozzi, rettore dell’accademia pontificia delle scienze e negli anni ’90 consigliere occulto dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano. Chiamato a gestire ogni affare finanziario opaco che potesse imbarazzare i Sacri Palazzi dai tempi dell’Ambrosiano, Dardozzi coltivava un rapporto diretto con la gerarchia vaticana. Sia, quindi, con Karol Wojtyla ma anche con lo stesso Sepe.

Dardozzi avrebbe gestito i primi delicati passaggi di questo tesoro in lingotti d’oro portati in Vaticano e in banca senza che gli impiegati conoscessero il contenuto dei cartoni. La tesi che gli stessi fossero frutto di risparmi e sacrifici è risultata non credibile dallo stesso Dardozzi al punto che entrò in contrasto con lo stretto collaboratore di Sepe, come risulta dalla documentazione raccolta dal monsignore. Quindi sia le operazioni di custodia dei lingotti sia l’apertura e la gestione della cassetta di sicurezza vennero inizialmente seguite in primis da Dardozzi, mentre dal 2004, dopo la scomparsa del prelato, il proprietario dei lingotti ritornò a curare questa fortuna, a gestire quindi direttamente la pratica intestando a un codice alfanumerico la cassetta contenente i chili d’oro.

Una riserva aurea che non compare negli atti di indagine della procura di Perugia ma che risulta in contrasto se non addirittura incompatibile, per valore e misteriosa origine, con il tenore di vita del proprietario. Il periodo coincide sia con il Giubileo sia con la permanenza di Sepe e del suo gruppo di collaboratori alla congregazione De Propaganda Fide. Il papa rosso infatti, come viene soprannominato il prefetto della congregazione visto l’ampio potere che determina la gestione della stessa, arrivò al ponte di comando di Propaganda Fide nell’aprile del 2001 ed era considerato uno dei cardinali più apprezzati e valorizzati da Wojtyla. Chiamato quindi a gestire sia l’impero immobiliare della congregazione (duemila appartamenti solo a Roma), sia il delicato capitolo proprio delle missioni all’estero che si intrecciano inevitabilmente con la nostra cooperazione internazionale.

Forza e potere
Da qui la forza e il potere del cardinale Sepe che già nel 2000 aveva cristallizzato una posizione di rilievo quando Giovanni Paolo II gli affidò calendario eventi e organizzazione del Giubileo. Di fronte a queste prospettive, la procura di Perugia ha deciso di percorrere l’unica strada che si prospettava di qualche fattibilità, ovvero indagare sì il cardinale, viste le emergenze investigative, senza però scivolare nel clamore, negli eccessi o nelle personalizzazioni che hanno azzoppato tante altre indagini.
22/06/2010




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Mezzaluna rossa: la nave iraniana con gli aiuti per Gaza salpa domenica

di Redazione

La nave proverà a forzare il blocco israeliano per portare gli aiuti a Gaza. Non è prevista una scorta militare

Teheran 


Una nave iraniana destinata a portare aiuti a Gaza, forzando il blocco israeliano, salperà domenica dal porto di Bandar Abbas, sul Golfo. Lo ha detto oggi all’agenzia Isna Abdol Rauf Adibzadeh, direttore per gli affari internazionali della Mezza Luna rossa iraniana. Adibzadeh ha detto che non è prevista una scorta militare per la nave, che si chiama "Bambini di Gaza" e che dovrebbe impiegare circa 14 giorni a raggiungere le acque antistanti la Striscia di Gaza. "Quando si troverà là - ha sottolineato Adibzadeh - contatterà i dirigenti della Mezzaluna rossa iraniana, ai quali spetterà una decisione su come fare arrivare gli aiuti".

Riguardo all’ipotesi che le forze israeliane intervengano per fermare l’unità, il funzionario dell’organizzazione iraniana ha affermato: "Abbiamo seguito speciali canali internazionali (per preparare l’operazione). Accetteremo le difficoltà che si presenteranno per inviare questi aiuti, ma non siamo in cerca di avventurismi e di combattimenti". Secodo Adibzadeh, oltre all’equipaggio sulla nave ci saranno cinque giornalisti e cinque "esperti negli aiuti umanitari". "Il carico sarà di 1.100 tonnellate, delle quali 500 tonnellate di medicinali e viveri", ha aggiunto, senza chiarire da cosa siano composte le altre 600 tonnellate.



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Balbo, l'anti-Duce che non voleva entrare in guerra

di Francesco Perfetti



I l 28 giugno 1940, pochi minuti dopo le 17,30, nel cielo di Tobruk si verificò la tragedia che sarebbe costata la vita al Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo. Quel pomeriggio il Governatore della Libia si trovava, con altre otto persone (fra le quali il suo amico di sempre, Nello Quilici, chiamato in Africa per redigere il diario della guerra) a bordo di un trimotore S. 79. L’apparecchio, seguito da un secondo velivolo, era decollato da Derna. Dopo circa una mezz’ora di volo giunse in vista del campo di atterraggio nella cinta fortificata di Tobruk, che poche decine di minuti prima era stato attaccato da una quindicina di aerei inglesi, che avevano provocato, oltre a danni materiali, anche diversi morti. Il velivolo di Balbo, non riconosciuto, fu colpito dalla batteria contraerea italiana e precipitò in fiamme.

La notizia della tragica morte di Balbo giunse in Italia poche ore dopo la tragedia. Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, fu avvertito per telegramma dal comando delle Forze Armate in Africa Settentrionale, e Mussolini venne informato mentre stava ispezionando i reparti sul fronte alpino. Già all’epoca, e anche negli anni successivi, si parlò di un complotto per togliere dalla scena politica una personalità di rilievo del regime, e, soprattutto, un potenziale avversario del Duce al quale non aveva fatto mistero della sua irriducibile opposizione alla promulgazione delle leggi razziali e della sua contrarietà a imbarcarsi nell’avventura bellica. Tuttavia, le inchieste ufficiali e ufficiose - e anche le ricostruzioni storiografiche - esclusero l’ipotesi di un attentato politico e confermarono che si trattò di un drammatico errore.

Quando, la sera stessa del 28 giugno, Dino Grandi seppe della morte del Maresciallo dell’Aria, considerò il fatto «un evento funesto» e disse ad alcuni amici che erano con lui: «Balbo è un fortunato perché la morte lo ha sorpreso al suo posto di combattimento ed egli non vedrà, come noi vedremo, la rovina dell’Italia». Balbo e Grandi erano stati amici da sempre. In alcune pagine memorialistiche, ancora inedite conservate nelle Carte Grandi presso l’archivio del MAE, Grandi scrisse che la morte del Governatore della Libia gli provocò «un dolore profondo».

Tutti gli italiani, aggiunse, amavano profondamente Balbo «per le sue qualità e anche per i suoi stessi difetti», ma pure «per ripagarlo dell’antipatia profonda che contro di lui aveva sempre sentito Mussolini» e perché «lo sapevano contrario alla dittatura e contrario alla guerra». I due si conoscevano da lunga data: «Eravamo stati compagni di scuola, amici provati e fedeli dal tempo dell’adolescenza, camerati di guerra negli alpini, compagni inseparabili nei primi anni delle battaglie fasciste. Eravamo due caratteri e due nature profondamente diverse e forse anche per questo ci volevamo bene. M. che ci odiava ambedue, odiava ancora più la nostra amicizia ed aveva fatto di tutto per distruggerla con perfidia sottile. Non vi era riuscito. Ma era riuscito tuttavia a tenerci per lunghi anni separati e lontani, l’uno a Londra l’altro a Tripoli».

Forse, le parole di Grandi erano dettate da antico e comprensibile risentimento, ma che Mussolini diffidasse di entrambi è fuor di dubbio, tanto più che, all’inizio degli anni Trenta, si era vociferato di complotti - le voci erano subito rifluite in informative di polizia - che avrebbero dovuto avere per protagonista Balbo. E non è escluso che il rimpasto ministeriale del 1932 abbia avuto origine dalla preoccupazione del Duce di escludere Grandi dal governo e impedire il saldarsi di una temuta alleanza Grandi-Balbo.

I due non ebbero più molte occasioni di incontrarsi, ma si rividero alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia. Ecco come Grandi racconta, nella stesse pagine memorialistiche, l’incontro: «L’ultima volta che ho visto Balbo fu ai primi del mese di maggio 1940 durante una sua breve visita a Roma. Era scoraggiato e triste. “Quest’uomo (Mussolini, ndr) finirà un giorno o l’altro col portarci alla guerra e la guerra, qualunque esito essa possa avere, sarà la rovina del Paese. La Libia è disarmata e non potrebbe giammai resistere su due fronti. Ho domandato a M. armi e materiali ma egli mi ha risposto negativamente dicendo che non occorrono. Ha aggiunto che la guerra non vi sarà. Ma non vorrei che mi avesse mentito e che in cuor suo stia preparandosi a fare trovare la Nazione davanti al fatto compiuto”. Balbo aveva purtroppo ragione».

Anche Grandi era contrario alla guerra. C’è una pagina di diario, pur essa inedita, nella quale Grandi racconta - una volta saputo dell’ordine dato da Mussolini di sferrare l’offensiva contro la Francia - il suo incontro con Badoglio: «Con un pretesto vado a vedere Badoglio. Gli domando se la notizia è vera. “È vera”, mi risponde. Replico: “È un colossale errore. I casi sono due: la guerra sta per finire come credono i tedeschi ed allora è troppo tardi per intervenire aggredendo la Francia sconfitta. Ovvero la guerra sta per cominciare e si prepara ad essere una guerra lunga come sono sempre state le guerre inglesi ed allora è per noi troppo presto…”.

Risponde Badoglio: “Sono d’accordo con lei. Ma il Duce vuole un concreto sacrificio da parte italiana, onde poter sedere con qualche carta in mano, al tavolo della pace”. Congedandomi dico ancora: “Nessun esercito guadagna prestigio ed onore aggredendo un nemico già sconfitto…”. Badoglio si stringe nelle spalle, poi aggiunge: “La responsabilità è del Duce”». La mattina successiva a questo incontro - è il 14 giugno 1940 - Grandi ricevette da Badoglio una lettera manoscritta di questo tenore: «Carissimo Grandi. Ho la più completa fiducia nella nostra vittoria. Vi ringrazio per la Vostra lettera affettuosa. Voi sapete che io Vi voglio bene. Aff.mo Badoglio».

In un primo momento Grandi non se ne spiegò il motivo, poi lo attribuì alla furbizia e alla doppiezza badogliane e annotò, in quella stessa pagina di diario: «La spiegazione mi appare quindi chiara. Badoglio ha riflettuto sul nostro colloquio e alle parole che egli si è lasciato sfuggire vuole, con un trucco da basso politicante, “mettersi a posto” col Duce per l’eventualità di qualche indiscrezione da parte mia. Queste appaiono essere in questo momento le preoccupazioni del Capo di Stato Maggiore Generale, corresponsabile delle nostre operazioni di guerra. Mio Dio, in quali mani è il nostro Paese».
Dopo appena due settimane, o giù di lì, la tragedia nella quale perse la vita Italo Balbo. Il quale, malgrado le difficoltà spesso insormontabili legate alla scarsità di mezzi e di strutture, si adoperò (lo testimoniano gli appunti manoscritti stilati da Nello Quilici fra il 12 giugno e il 17 giugno) non si risparmiò, come sempre, sul piano organizzativo. Una tragedia quasi emblematica e sinistramente premonitrice.



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De Luca: «A Salerno negozi sospetti, attività gestite soprattutto da napoletani»

Corriere del Mezzogiorno

La denuncia del sindaco al Salone del Gonfalone: non sono razzista, ho informato la guardia di finanza

Vincenzo De Luca
Vincenzo De Luca
SALERNO


Non dice chiaramente che sono in odore di camorra. Ma quando il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca riferisce che nella sua città ci sono ristoranti e imprese tessili gestiti da napoletani che rappresentano dei «campanelli di allarme», la denuncia è chiara. E diventa anche pubblica se si considera il contesto in cui il primo cittadino lancia l’allerta: il Salone del Gonfalone dove, ieri, lunedì pomeriggio, la Fiba Cisl di Salerno ha organizzato un convegno sulle norme antiriciclaggio e sui metodi per arginare il fenomeno criminale. «Non sono razzista — dice il capo dell’opposizione in consiglio regionale— ma a Salerno ci sono attività commerciali gestite da napoletani, aperte soprattutto nell’ultimo periodo che fanno pensare». Il sindaco si riferisce chiaramente a quelle attività che gravitano nella ristorazione e nel settore tessile. Poi, però, prende di mira anche i bar. Uno in particolare, di cui non fa nome, ma che — secondo il primo cittadino — ha speso due milioni di euro «solo per la ristrutturazione dei locali».

LA DENUNCIA DI DE LUCA - E’ un De Luca senza freni quello che prende la parola dinanzi ad una platea di imprenditori e funzionari di banca che affollano il convegno. E su cui cade il gelo, perchè tra i partecipanti c’è anche qualcuno che proviene da Pompei. Il sindaco lo sa e perciò corregge il tiro più volte. Eppure, di questa esplosione di attività commerciali, di cui il sindaco insinua presunte irregolarità, De Luca ne ha già parlato con gli inquirenti. Ed è proprio lui a confermarlo quando dichiara pubblicamente che «di questo problema è stata investita anche la guardia di finanza». L’intervento del sindaco dura appena dieci minuti, ma quanto basta per lanciare la seconda stangata anche a chi dovrebbe controllare le imprese che partecipano a bandi pubblici. Le procedure di gara al massimo ribasso sono un vecchio cruccio per il sindaco che, due anni fa, denunciò anche il bando redatto dal suo predecessore Mario De Biase per l’aggiudicazione dei lavori della Cittadella giudiziaria, ancora in fase di completamento.

CONTRO LE PROCEDURE AL RIBASSO - «Le procedure al massimo ribasso — dice — rendono impossibile il controllo di merito e paralizzano le pubbliche amministrazioni. Noi, al Comune di Salerno, facciamo un doppio miracolo». Più complicato, invece, stare dietro alle informative antimafia che arrivano dalla Prefettura. «Se non la seguiamo rischiamo un processo — aggiunge il sindaco — e se, al contrario, le diamo ascolto rischiamo di pagare i danni all’impresa che risulta poi aver vinto il ricorso al Tar». Il risultato è che «l’informativa antimafia non ci tutela affatto». Colpa anche delle disposizioni di legge che regolano la regolano: «non è necessaria presentarla insieme al bando di gara».

Angela Cappetta
22 giugno 2010



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Quando Franco spediva a Hitler le liste degli ebrei da sterminare

Il Messaggero

Scoperti documenti inoppugnabili con 6mila nomi

dal nostro corrispondente Josto Maffeo

MADRID (21 giugno) 



Una lista di ebrei sefarditi da avviare verso l’Olocausto, seimila nomi, un regalo del “generalissimo” Francisco Franco ad Adolf Hitler. O meglio, un “omaggio” di José Finat Escrivá de Romaní, conte di Mayalde, direttore generale per la Sicurezza franchista e poi ambasciatore a Berlino, all’amico Heinrich Himmler, capo delle SS.


È stato il lavoro certosino di un giornalista ebreo, Jacobo Israel Garzón, a far luce su un episodio che la polvere della Storia stava occultando da troppo tempo. Un documento custodito miracolosamente all’Archivio Nazionale, sul quale ha poi lavorato il quotidiano El País, sembra poter dimostrare che il 13 maggio 1941 i governatori civili, corrispondenti ai nostri prefetti, ricevettero da Madrid l’ordine di elaborare liste dettagliate degli ebrei sefarditi. Ne vennero fuori seimila nomi e non fu facile perché, come precisavano le autorità franchiste, i sefarditi passavano inosservati “per le similitudini” con “il temperamento spagnolo”. In realtà, i sefarditi erano spagnoli a tutti gli effetti.

Secondo El País, che ricostruisce la vicenda nelle sue pagine culturali del supplemento domenicale, la circolare di José Finat ai governatori di tutte le province nacque dopo alcuni incontri del marchese di Mayalde con Himmler e lo spagnolo già pensava di portare le liste dei sefarditi a Berlino quale presente per Himmler. Già, perché il capo della sicurezza di Franco sapeva che sarebbe stato nominato ambasciatore presso Hitler.

Le schedature erano accurate. Nomi, professioni, composizione familiare, amicizie, ideologia e inclinazioni finivano nelle schede personali degli ebrei identificati come tali dalla polizia del regime franchista. Il dossier con i seimila nomi fu consegnato ai nazisti poco prima che sulle rive del Wannsee, alle porte di Berlino, i gerarchi del Terzo Reich decidessero la nuova strategia della “soluzione finale” per “ottimizzare” e rendere sistematico lo sterminio degli ebrei.

Ma più tardi, caduto il Terzo Reich, la Spagna franchista tentò di rifarsi una verginità e tirarsi fuori dagli orrori. Madrid tentò di cancellare ogni traccia, ogni documento che potesse provare la benché minima collaborazione o connivenza nello sterminio. Finché la pazienza di un giornalista ebreo è riuscita a portare alla luce un documento inoppugnabile, una delle circolari del conte di Mayalde, quella al governatore di Saragozza. Che inchioda ancora una volta il franchismo.




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Bimba autistica cacciata dal ristorante

La Stampa

Polemiche a Reggio Emilia per il comportamento del vigilante in un megastore
REGGIO EMILIA


Polemiche a Reggio Emilia per il presunto allontanamento forzato dal ristorante di un grosso centro commerciale di una bambina autistica che, mangiando alla mensa, sarebbe stata colpevole di «allarmare la clientela» con la sua presenza.

La vicenda, raccontata oggi dalla Gazzetta di Reggio, è avvenuta ieri al mega store Free Flow di via Kennedy. Verso le 13 una bambina autistica di 10 anni e la terapista che la accompagnava si sono accomodate per pranzare nel self service del centro Meridiana. Dopo poco, però, uno degli addetti al servizio di sicurezza le avrebbe spinte ad allontanarsi. «Quello non era il posto giusto per noi - racconta la dottoressa Maddalena Algeri - io la imboccavo e le tenevo ferme le mani, ma ci è stato detto che allarmavamo la clientela che ci circondava».

Dal responsabile del servizio di sicurezza al responsabile del servizio mensa, sino ai responsabili del Meridiana stesso, tutti hanno chiesto conto al vigilante di cosa fosse realmente accaduto. Questi ha però fornito una versione dei fatti contrastante con quella della terapista, sostenendo «non ho mandato via nessuno» e di essere intervenuto dopo aver notato una sorta di aggressività della dottoressa nei confronti della bambina.

Dalla parte della guardia, riferisce ancora il quotidiano, coloro che gli lavorano accanto: «Ha figli anche lui, impossibile che si sia comportato male. Forse è intervenuto perché i clienti l’hanno sollecitato a capire cosa stesse accadendo». Il presidente dell’associazione Aut Aut (una onlus di Famiglie con portatori di Autismo) ha denunciato il fatto ai carabinieri. Ma il presidente dell'associazione Aut Aut non ammette giustificazioni. Ha dichiarato al giornali emiliano:

«Quanto accaduto è semplicemente vergognoso, la mamma di quella bambina sta ancora piangendo per il trattamento riservato alla figlia. La terapista è una professionista seria che fa questo mestiere da tanti anni. Tutti i giorni accompagna bambini autistici a pranzare fuori, proprio per far sì che si ambientino, e mai, mai le era capitata una cosa del genere. I dirigenti del centro mi hanno chiamato costernati per chiedere scusa alla ragazzina e a sua madre: nessuno mi ha raccontato una differente versione dei fatti. Anzi. Da quel che so, il vigilante ha avuto il coraggio di dire alla dottoressa "tanto non hai testimoni". I testimoni, invece, ci sono. E vedremo chi è che non racconta la verità».




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