Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 12 giugno 2010

Casa, anche la Bonino si prende un milioncino

Libero



Un milione e spiccioli. Soltanto in "diaria", Emma Bonino e Livia Turco hanno sfondato il muro delle sette cifre. Poco più sotto c'è anche Anna Serafini, moglie di Fassino. Il meccanismo è lo stesso che vi abbiamo spiegato nei giorni precedenti attraverso gli esempi di altri politici di primo piano: le tre signore percepiscono una diaria incassata, in teoria, per pagarsi vitto e alloggio nella capitale: quattromila e tre euro mensili. L'affare sta nel fatto che tutte  a Roma già ci risiedono, ergo vengono finanziate per una trasferta che trasferta non è.  Così la leader dei radicali, dopo 260 mesi di attività parlamentare, ha ammonticchiato 1.040.808 euro. Una vittoria al fotofinish rispetto alla Turco, staccata d'una manciata di euro appena: 259 mesi e 1.032.774 euro in diarie. Oltre signora Fassino (812.609) c'è anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, parlamentare da 219 mesi rimborsato con 876.657 euro.

A chi pensano di darla a bere, i nostri politici? Parlano parlano di austerità, di sacrifici, di misure anti crisi necessarie per rimettere in sesto l'Italia. Ma loro, quando pagano? Intanto, se si fa il conto di quanto hanno accumulato a carico nostro in questi lunghi anni di mangiate, non basterebbe neppure decurtare lo stipendio del 50% per pareggiare i conti. Un esempio per tutti? La storia di Pierferdinando Casini pubblicata ieri su Libero a firma di Franco Bechis. "A Pier Ferdinando Casini gli italiani hanno regalato un casone - ha scritto Bechis - Da quando l’ex braccio destro di Arnaldo Forlani è entrato in Parlamento nel lontanissimo 1983 la Camera gli ha corrisposto un rimborso spesa per pagarsi un appartamento a Roma che tenendo conto dell’inflazione da allora ad oggi ammonta a 1.297.007 euro, una cifra che nella capitale vale una casa di lusso".

E l'ex presidente della Camera non è certo il solo ad aver goduto dei super privilegi di parlamentare. Grazie alla diaria, l'indennità corrisposta per i parlamentari residenti a Roma, onorevoli e senatori si son fatti ricchi. Una manna, quella della diaria, che ha consentito di comprarsi casa (o di pagarsi l’affitto) nella Capitale a spese del contribuente.

I più ricchi sono quelli che hanno registrato una permanenza più lunga in Parlamento. Come Giovanna Melandri, per esempio, "Nonostante figuri da lustri alla voce “giovani promesse della sinistra”, l’ex ministro è alla Camera da un pezzo. Precisamente dal 1994: a oggi fanno cinque legislature tonde, per un totale di 182 mesi. Calcolando la diaria sull’importo attuale di 4.003 euro mensili, il totale dà 728.546 euro. Che, oltre che per quella a Roma, non è da escludere possano essere serviti anche per l’acquisto della seconda casa della Melandri, comprata in Kenya (a Watamu, vicino a Malindi) dalla moglie di Roberto Vecchioni" si legge su libero, nell'articolo a doppia firma Bolloli-Gorra.

"Altro colosso della diaria è Fabrizio Cicchitto. Il capogruppo del PdL a Montecitorio, fra Camera e Senato, fra Psi, Forza Italia e PdL, ha inanellato 205 mesi da parlamentare (esordio nella settima legislatura, anno di grazia 1976). La diaria accumulata in tale periodo assomma a 820.615 euro. A proposito di ex socialisti, da segnalare il caso di Margherita Boniver. L’ex presidentessa di Amnesty Italia è alla quinta legislatura: per 198 mesi ha ritirato lo stipendio alla Camera o al Senato, trovandoci dentro una voce “diaria” ammontante nel complesso a 792.594 euro. I recordman della Camera, tuttavia, sono Casini e Gianfranco Fini: otto legislature otto (primi timidi passi a Montecitorio nel giugno 1983: presidente del consiglio Amintore Fanfani, Roma campione d’Italia con 43 punti, ultima avveniristica novità dell’automobile la Polo, costo otto milioni). A oggi fanno 306 mesi da parlamentari. Equivalenti all’inezia di 1.224.918 euro complessivi.




11/06/2010




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L'Arabia Saudita concede un corridoio a Israele per attaccare l'Iran

Libero





Secondo l’edizione odierna del Times di Londra, l’Arabia Saudita ha effettuato test per ritirare le sue difese aeree, per consentire possibili raid dei caccia israeliani contro i siti nucleari iraniani. Riad avrebbe dunque aperto un corridoio aereo a Israele. "I sauditi hanno dato il permesso di sorvolo agli israeliani", ha dichiarato una fonte della difesa statunitense al quotidiano britannico: "hanno già effettuato test per accertarsi che i loro stessi caccia non si attivino e nessuno sia abbattuto. Tutto questo è stato concordato con il Dipartimento di stato" americano.

L’informazione troverebbe conferma anche negli ambienti militari della monarchia del Golfo, In caso di attacco contro la Repubblica Islamica, è probabile che Israele colpisca i centri strategici cruciali per lo sviluppo del programma nucleare iraniano, ovvero gli impianti d’arricchimento dell’uranio a Qom e Natanz e il reattore ad acqua pesante di Arak. Altri target identificati da Tel Aviv sono il reattore ad acqua leggera di Bushehr, una volta ultimato capace di produrre plutonio per uso militare. Gli obiettivi sono a 2.250 chilometri da Israele, al limite estremo del raggio d’azione del loro bombardieri, anche con rifornimento aereo. Un corridoio aereo ridurrebbe la distanza.

Nonostante esistano attriti fra Arabia Saudita e Israele – scrive il Times - i due governi condividono l’odio per il regime di Teheran e un identico timore per le ambizioni nucleari dell’Iran.

Intanto a Teheran, giusto un anno fa Ahmadinejad rivinceva le elezioni. L’Onda verde composta da giovani scende in piazza nell’anniversario per proseguire la protesta contro il presidente  sebbene i leader riformisti Mehdi Karroubi e Mir-Hossein Mousavi abbiano invitato i propri sostenitori a non partecipare alla mobilitazione per evitare spargimenti di sangue.

12/06/2010




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Brescia, zero passeggeri E l'aereo resta a terra

Corriere della Sera


Festa amara per i nuovi voli verso Rimini.

Il presidente: poca pubblicità, ma è solo un disguido

Trasporti
Brescia, zero passeggeri
E l'aereo resta a terra
Festa amara per i nuovi voli verso Rimini. Il presidente: poca pubblicità, ma è solo un disguido


La sala d'attesa deserta dello scalo bresciano di  Montichiari

MONTICHIARI (Brescia)

Lo avevano già ribattezzato «l'aereo dei bagnanti»: un volo low-cost che ogni fine settimana, con partenza alle 13.50, in 40 minuti avrebbe dovuto portare turisti da Brescia a Rimini. Ieri, sulla carta, al «D'Annunzio» di Montichiari si doveva festeggiare il primo decollo del volo Dnm220, gestito dalla OristanoFly. Peccato che quell'aereo nessuno l'abbia mai visto. Cancellato prima di prendere servizio. Il volo per Rimini non è decollato perché nessun passeggero si è presentato all'imbarco.

Si tratta dell'ennesima partenza falsa di uno scalo nato addirittura con l'ambizione di fare concorrenza a Malpensa e Linate, ma che dopo 11 anni di vita è inchiodato agli ultimi posti della graduatoria nazionale di traffico. La direzione di Montichiari non vuole sentire parlare di flop: «La rotta per Rimini è gestita dalla OristanoFly, la stessa che dal 3 giugno ha riattivato i collegamenti con Roma e per la Sardegna. La cancellazione del volo d'esordio per Rimini è solo frutto di un disguido — chiosa Vigilio Bettinsoli, presidente dello scalo —. La prossima settimana sarà tutto regolare. I collegamenti con la Romagna, la Sardegna e la Toscana saranno fondamentali per farci ripartire». Dallo scalo bresciano ieri sono decollati solo tre aerei: due per Londra (gestiti dalla Ryanair) e uno per Oristano via Roma (riattivato proprio dalla compagnia sarda).

Montichiari si conferma una cattedrale nel deserto dei cieli: i soci — principalmente enti pubblici — devono ripianare ogni anno un debito che è arrivato a sfiorare i 30 milioni di euro. I passeggeri e le compagnie latitano, preferendo muoversi sugli scali di Bergamo e Verona, ciascuno dei quali dista dal D'Annunzio 40 chilometri al massimo. I trentadue poliziotti assegnati allo scalo, assieme a finanzieri, vigili del fuoco e controllori di volo lavorano in concreto solo pochi minuti al giorno. Ieri c'erano dieci taxi in fila davanti agli arrivi. «Neppure una corsa in tutta la mattina», dice uno degli autisti. «Ma non chiamateci aeroporto fantasma — sbotta Bettinsoli —. Abbiamo 100 dipendenti e altrettanti lavoratori stipendiati da cooperative o ditte di servizio. Il nostro core business è legato ai cargo». Sarà, ma anche i cargo non sembrano gradire il D'Annunzio. «Tutta colpa del costo del carburante — spiega il presidente —. A Montichiari si paga il 18% in più rispetto a Malpensa e il 16% in più di Orio al Serio. Anche questo problema sarà risolto entro poco tempo, con un approvvigionamento diverso».
Giuseppe Spatola
12 giugno 2010



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Padova, «Siete gay e vestiti da comunisti» Coppia presa a bastonate in centro

Il Messaggero

Camminavano abracciati: calci e pugni da un altro uomo
Gli amici dell'aggressore li avrebbero ulteriormente minacciati

 

PADOVA (12 giugno)

Due giovani sono stati presi a bastonate nel centro di Padova da un uomo vistosamente irritato dal fatto che camminavano abbracciati e che, dal modo di vestire, a suo avviso non potevano che essere "comunisti".
È successo la notte di mercoledì scorso: gli aggrediti, di 27 e 31 anni, hanno riportato otto giorni di prognosi ciascuno e hanno denunciato il pestaggio alla Digos di Padova, che sta selezionando i filmati del luogo dove si sono svolti i fatti e delle zone circostanti per risalire al responsabile.

L'aggressore, un giovane sui 25-27 anni, italiano, era seduto con altre persone al tavolino di un locale di Larga Europa, il "P.Bar". Al passaggio dei due li ha ripetutamente insultati in quanto gay e perché secondo lui dall'abbigliamento non potevano che essere comunisti. Ad una loro richiesta di spiegazioni, li ha raggiunti colpendoli con calci e pugni. Ad uno ha rotto gli occhiali da vista causandogli una ferita all'occhio destro, l'altro è stato colpito alla bocca e con un calcio.

Gli amici dell'aggressore non l'hanno fermato
, ma, secondo quanto denunciato, fattisi attorno hanno consigliato ai due malmenati di andarsene, se no sarebbe stato peggio per loro. I due giovani si sono allontanati e hanno chiamato la polizia, che è immediatamente intervenuta, ma nel frattempo al bar non c'era più nessuno. Indagini sono in corso per individuare l'autore del pestaggio e le persone che erano con lui.




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Inchiesta G8, il pranzo che inguaia Matteoli

Il Secolo xix

Clicca e scarica i verbali dell’interrogatorio
qui quello che riguarda il pranzo all’Harry’s Bar
qui (1 - 2 - 3) gli altri

Le inchieste sulla “cricca” rischiano di arenarsi tutte nella Capitale, dopo la sentenza della Cassazione. Ma la procura di Firenze dà il colpo di coda. Deposita una serie di verbali: con un interrogatorio che imbarazza il ministro Matteoli.
Il 17 maggio scorso i pm Giuseppina Mione e Luca Turco interrogano a Firenze Geraldo Mastrandrea. È un magistrato del Consiglio di Stato distaccato al ministero delle Infrastrutture come capufficio legislativo dal maggio 2008. Ovvero, con l’arrivo di Altero Matteoli. I magistrati fiorentini vogliono sapere qual è il suo ruolo nella “guerra” tra la Btp dell’imprenditore Paolo Fusi e la Astaldi per l’appalto della scuola dei Marescialli di Firenze. Che è poi il primo episodio da cui parte tutta l’inchiesta sul sistema della “cricca”.
I pm, in particolare, vogliono sapere del ruolo di Matteoli nella controversia giuridica che Fusi, amico del coordinatore Pdl Denis Verdini, ha scatenato contro Astaldi. Minacciando di chiedere un maxi danno erariale, 40 milioni di euro, allo Stato.
Il suo tentativo è quello di “rientrare” nell’affare che lui giudica «scippato» alla sua azienda. e che sarebbe anche all’origine del pesante indebitamento di Btp con le banche, a cominciare dal credito cooperativo fiorentino presieduto da Verdini con le banche.
Racconta Mastrandrea ai pm: «Un giorno verso fine maggio, massimo prima metà di giugno, il ministro riceve Fusi e io ero in ufficio, mi chiama e alla sua presenza dice: guardi qui c’è una situazione...». Fusi, prosegue il racconto di Mastrandrea, aveva portato a Matteoli una bozza di denuncia alla corte dei conti e sosteneva «in maniera ossessiva che c’era stata una truffa, che gli era stato tolto questo appalto, ma che loro avevano un lodo favorevole che avrebbe condannato il ministero a pagargli 30 e passa milioni di euro». A quel primo incontro Mastrandrea racconta che, oltre al ministro e a Fusi, erano presenti dei dirigenti della Btp. I pm chiedono: Fusi si conosceva già con Matteoli? La risposta: «Ho avuto l’impressione che si conoscessero, per il fatto della Toscana». Da lì in poi, racconta il dirigente, Fusi e i suoi avvocati si fanno sempre più insistenti. Con lui e con gli altri dirigenti incaricati di gestire la faccenda.
I pm gli chiedono anche se in quest’opera di “pressing” venga contattato da Verdini e Mastrandrea, nel negare, apre uno squarcio inedito sul ministro e su un incontro fuori dalle sedi istituzionali. Racconta il capo del legislativo: «Un giorno, intorno al 20-25 ottobre, il ministro mi convoca all’Harry’s bar dicendomi: mi raggiunga a questo pranzo». Il dirigente corre subito e con Matteoli trova Verdini e Fusi. «Io ho avuto proprio l’impressione che il ministro volesse in qualche nodo dimostrare a Fusi che aveva fatto un lavoro di “messa in contatto”. Il ministro mi disse: che cosa state facendo? ». Lui risponde vago: «Abbiamo fatto questa delibera, adesso vedremo».
Tra le altre carte depositate dai pm fiorentini un rapporto di 224 pagine del Ros. Le “prove” delle corruzioni. Favori, posti di lavoro, cadeaux. Orologi Audemars-Piguet Chopard regalati dai costruttori ai mandarini del ministero. Un incarico alla figlia di un dirigente delle Infrastrutture in un’azienda del giro Balducci.






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Noi facevamo scoop anche senza avere una sola registrazione"

Il Tempo

Parla l'ex cronista de "Il Tempo" Ulderico Piernoli: "Troppo spesso nelle intercettazioni si perde di vista il reato e ci si infila di tutto. Sui giornali poi esce il gossip e così si imbrattano di fango persone che non c'entrano nulla".
 

«I giornalisti tornino ad alzare il culo dalle sedie altro che leggi bavaglio». Non va per il sottile Ulderico Piernoli per anni inviato de Il Tempo, poi caporedattore al Tg2 e oggi direttore del Tgnews di Televita. Giornalista da strada, inviato sui fronti di guerra è stato testimone per anni di fatti di cronaca tra gli anni di piombo e le mattanze di mafia.

Allora non ci troviamo di fronte a un tentativo di censura?
«Assolutamente no. È una legge che rimette un po' d'ordine in anni di libero arbitrio. Fatto salvo che tutto quello che arriva in mano al giornalista va pubblicato, la verità è che in questi anni è arrivato alle redazioni di tutto e di più. Brogliacci di investigatori che i pm si sono limitati a copiare e incollare senza discernere fra ciò che riguardava l'indagine propriamente detta e il contorno, magari piccante. Troppo spesso nelle intercettazioni si perde di vista il reato e ci si infila di tutto. Sui giornali poi esce il gossip e così si imbrattano di fango persone che non c'entrano nulla con le conseguenze che sappiamo».

Una volta come si faceva questo mestiere?
«Infatti. Mi meraviglia sentir dire che ora non sarà più possibile fare inchieste e pubblicare notizie. Penso agli anni in cui cominciai questa professione. Giornalisti di "giudiziaria" del calibro di Guido Guidi de La Stampa, Franco Salomone de Il Tempo, Roberto Martinelli del Corriere della sera e tanti altri che giravano per i tribunali, pubblicavano scoop e inchieste senza avere bisogno di intercettazioni».

Forse c'erano di meno?
«La verità è che all'epoca non si poteva fare copia-incolla. I brogliacci della questura con le trascrizioni dovevano essere riscritte e quindi veniva preso solo quello che effettivamente era d'interesse per le indagini. Ora i pm copiano tutto nelle loro ordinanze anche cose insignificanti ai fini dell'inchiesta giudiziaria».

E la tua esperienza personale?
«Ho seguito le inchieste e i processi delle Brigate Rosse, il primo maxi processo di Mafia. I verbali delle confessioni di Buscetta e quelli degli interrogatori venivano pubblicati e ce li contendevamo tra colleghi. La verità e che quei verbali erano pieni solo di notizie attinenti ai fatti. Oggi, soprattutto le intercettazioni, sono un mix di tante conversazioni a volte insignificanti tra gente che è estranea alla stessa inchiesta, ma che possono diventare un'arma politica e come tale usata dai giornali. Per ritornare alla mia esperienza, ricordo ancora quando fu rapito il rampollo della famiglia Getty, Paul III, dopo la sua liberazione riuscii a impossessarmi del verbale con il racconto della sua prigionia. Fotocopiai tutto e lo rimisi a posto. Sul giornale uscì in esclusiva tutto il racconto».

Sul filo del rasoio...
«Certamente. Questo vuol dire però lavorare sul campo, non aspettare via mail o sul telefonino le notizie. Notizie che spesso sono interpretazioni della verità così come viene dispensata dalla gola profonda di turno. Altro aspetto che andrebbe indagato. Mi chiedo, infatti, che fine abbia fatto l'inchiesta sui due reporter di Repubblica filmati mentre entrano negli uffici della Procura di Trani. Gli stessi che poi hanno pubblicato sul giornale i documenti che lì erano custoditi. Chi ha indicato dove fossero le carte? Questo è il vero tema».

 Vuoi dire che i giornalisti si fanno manipolare?
«I giornalisti si devono dare una regolata. Il problema non è l'intercettazione ma l'uso che se ne fa. Pensiamo all'inchiesta della procura di Bari sullo scandalo sanità in Puglia. Lì c'è un giro di tangenti e di corruzione ed è intercettato un certo Tarantini. Eppure sui giornali per mesi si è parlato delle telefonate di Silvio Berlusconi e della signora D'Addario, di professione escort. L'inchiesta scomparsa, sepolta sotto paginate di gossip. Il processo mediatico ha fatto già troppe vittime illustri. Penso a Rino Formica o a Calogero Mannino, triturati sulla stampa e poche righe quando dopo decenni sono stati assolti».

Che fare?
«Darsi una mossa ed evitare di ragionare, seduti in redazione, intorno a teoremi senza fare la tara a quello che viene sapientemente distribuito per scopi non certamente di giustizia».

Maurizio Piccirilli
12/06/2010




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Ripreso mentre fa avances ad attore che si finge omosessuale: prete sospeso

Il Messaggero

BERGAMO (12 giugno)

Prete faceva avances a un attore che si è finto omosessuale. Dopo un servizio mandato in onda da Le Iene, un sacerdote bergamasco di 51 anni è stato sospeso dall'incarico che ricopriva al santuario di Caravaggio (Bergamo). Il programma andato in onda ad aprile lo aveva ripreso con una telecamera nascosta dopo la segnalazione di un giovane, che accusava il sacerdote di molestie sessuali. Anche l'incontro con l'attore, ripreso da una telecamera nascosta, era sfociato ben presto in un esplicito tentativo di approccio.

Nonostante gli accorgimenti per non svelare l'identità del sacerdote, chi conosceva il prete lo ha subito riconosciuto e ha avvisato il vescovo di Cremona (diocesi da cui dipende il santuario di Caravaggio), che lo ha sollevato dall'incarico. Il prelato ha spiegato al quotidiano L'Eco di Bergamo, che oggi riporta la notizia, che si tratta di una sospensione provvisoria, poiché «i casi di questo genere - ha detto - vengono poi trattati a Roma. Dal nostro punto di vista non possiamo prendere altre decisioni, né aggiungere alcun commento. Possiamo solo aspettare».




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Assume disabile e gli ruba stipendio: arrestato dirigente di cooperativa sociale

Il messaggero

 

ROMA (12 giugno)

Conosceva il suo disagio mentale e lo aveva assunto per questo nella società che dirigeva, in modo da approfittarne corrispondendogli solo una minima parte di quello che avrebbe dovuto pagargli. È così che un giovane romano di 23 anni, dirigente di una cooperativa sociale specializzata in servizi di manutenzione per conto terzi, è stato arrestato dai carabinieri della Stazione Roma Aventino dopo che la storia è venuta a galla a seguito di accertamenti effettuati dall'Inps.

L'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale aveva comunicato agli anziani genitori dell'invalido di 45 anni che il proprio figlio non avrebbe più percepito la pensione di inabilità poichè risultava incompatibile col suo attuale status di lavoratore stipendiato. Solo allora la denuncia sporta ai carabinieri ha permesso di accertare le responsabilità del giovane imprenditore. Il 23enne, infatti, aveva assunto l'invalido per lavori saltuari e ogni mese gli faceva firmare la busta paga di 800 euro quando, nella realtà, gliene corrispondeva solo 100.

Scoperta la truffa i militari hanno arrestato il giovane. Continuano le indagini dei carabinieri sulla voluminosa documentazione della cooperativa acquisita per accertare eventuali altri illeciti.




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A Caserta il pizzo sulla patente: chi paga i vigili non perde i punti

di Carmine Spadafora

Due arresti in un comune in provincia di Caserta, altri sei indagati: distruggevano i verbali.

Coinvolto anche il titolare della società che gestiva gli autovelox


 

Caserta

Due vigili urbani arrestati, altri sei indagati e sospesi dal servizio per due mesi, con l'accusa di associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato, abuso d'ufficio, peculato, falso ideologico e materiale in atti pubblici commessi da pubblici ufficiali incaricati di pubblico servizio. In sostanza gli otto vigili urbani, in forza al Comune di Piedimonte Matese (Caserta) e il titolare di una società, la «All Service srl», (per l'imprenditore la misura del divieto di dimora in Campania), convenzionata con il comune di Piedimonte Matese per la gestione degli apparecchi per la rilevazione automatica della velocità, sono accusati di aver manipolato oppure distrutto verbali elevati per violazione dei limiti di velocità.

Avrebbero così procurato un danno alle casse comunali pari ad oltre 20mila euro. Gli indagati avrebbero non solo consentito agli automobilisti indisciplinati e multati di evitare il pagamento delle sanzioni o di pagarle con importi ridotti, ma anche di evitare l'applicazione delle sanzioni accessorie, consistenti nella decurtazione dei punti dalla patente di guida. Insomma il «pizzo» anche sulle multe. Chi pagava si ritrovava la patente ancora immacolata.

L'indagine è stata coordinata dal Procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) Luigi Gay e condotta dalla Guardia di finanza. Le fiamme gialle hanno eseguito perquisizioni nelle abitazioni degli indagati e in Comune e hanno acquisito oltre cinquemila verbali di contravvenzioni per violazioni al codice della strada, compilati nel triennio 2005-2007. Gli investigatori hanno anche eseguito accertamenti informatici e interrogato oltre trecento persone coinvolte nella vicenda.

Il procuratore aggiunto Gay ha definito la vicenda «un complesso ed esteso fenomeno criminale, che da anni veniva gestito da appartenenti alla Polizia municipale di Piedimonte Matese». In particolare i pubblici ufficiali coinvolti, costituendo una vera e propria «associazione per delinquere finalizzata alla commissione di un numero elevatissimo di reati contro la fede pubblica, la pubblica amministrazione ed il patrimonio», hanno, di fatto, per anni, strumentalizzato per interessi privati il servizio pubblico - spiegano in Procura - concernente la rilevazione delle violazioni del codice della strada per superamento dei limiti di velocità, attraverso la soppressione o la falsificazione degli originari verbali di contravvenzione con l'ausilio tecnico della ditta preposta alla gestione degli autovelox».

Il comune di Piedimonte Matese nel triennio 2005-2007 aveva stipulato un contratto di appalto con la «All Service srl», impegnatasi a fornire tecnici e attrezzature per la rilevazione delle infrazioni stradali. La «All Service» si occupava anche dello sviluppo delle foto, della ricerca dei proprietari delle auto sorprese in flagrante dagli autovelox e della spedizione dei verbali elaborati e dell'eventuale formazione del ruolo.

Gli inquirenti della Procura di Santa Maria Capua Vetere avrebbero accertato che nel sistema truffaldino i vigili acquisivano preliminarmente dalla società «All service», tramite posta elettronica, le «prestampe» relative alle infrazioni rilevate, contenenti i dati identificativi degli automobilisti che avevano trasgredito il codice della strada, allo scopo di individuare, preliminarmente e arbitrariamente, i nomi da eliminare dalla lista, ai quali non veniva notificato il verbale di contravvenzione, ma veniva recapitato un nuovo verbale, modificato e quindi falsificato rispetto a quello originario.



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Battaglia Terme, c'è l'esame di dialetto per chi vuole fare il vigile urbano

Il Mattino di Padova

"Non è una provocazione - assicura l'assessore leghista Alfredo Bedin - si tratta di una decisione presa per andare incontro a quella parte della cittadinanza che qui è composta in gran parte da anziani"


BATTAGLIA TERME.

Niente posto di vigile urbano a chi non sa il dialetto veneto. A stabilirlo, è il bando per l’assunzione di un nuovo agente di polizia locale pubblicato per un concorso ancora aperto. Tra i criteri, l’assegnazione di 2 punti su 30 per la comprensione della «parlata veneta». Al prossimo agente che prenderà servizio, dunque, non basterà conoscere a menadito codici, leggi e regolamenti della strada.

Durante la prova di cultura generale, dovrà dimostrare alla commissione tecnica di capire parole o domande in dialetto veneto. Questo nonostante il Comune non sia esattamente un baluardo del Carroccio. Il sindaco Pdl Daniele Donà è espressione di una civica moderata. A prevalere è stata però la proposta dell’assessore leghista Alfredo Bedin che spiega così il provvedimento.

«Non è una provocazione - dice Bedin - si tratta di una decisione presa per andare incontro a quella parte della cittadinanza che qui è composta in gran parte da anziani. E’ giusto che possano rivolgersi ai dipendenti dell’amministrazione pubblica in modo diretto e con l’idioma che li ha visti nascere e crescere. Vogliamo solo far sì che il posto non sia vinto da chi è di passaggio, ma risiede qui da tempo. L’obiettivo è che quanto meno il nuovo dipendente capisca e si faccia capire».

A sdrammatizzare ci pensa il vicesindaco Alessandro Baldin: «Un vigile deve pur sapere se qualcuno lo offende in dialetto veneto». Dura, invece, la minoranza del Partito Democratico. «Avevamo già espresso le nostre perplessità sull’opportunità di inserire in organico un terzo vigile visti i problemi al bilancio - dice il consigliere comunale Angela Temporin - Dopodiché vorremmo ricordare che lavorerà in una zona turistica ed essendo Battaglia parte del nuovo distretto, farà servizio anche ad Abano e in tutti i Comuni termali. Eppure nel concorso si chiede attenzione alla parlata veneta e neanche un po’ a una lingua straniera, all’inglese o al tedesco per esempio. Questo la dice lunga», è la sua conclusione.
(11 giugno 2010)




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Per soldi Prodi difende i petrolieri che hanno avvelenato l’Atlantico

di Redazione

L’ex premier reclutato dalla Bp con l’incarico di "ridare un buon nome" alla multinazionale dopo il disastro ecologico nel golfo del Messico 


 

Le facce si comprano. Basta pagare. La macchia nera che galleggia nel Golfo del Messico e minaccia gli oceani di mezzo globo non è facile da cancellare. È qualcosa che resta nella testa della gente come il più grande disastro ambientale della storia. Quel mare nero di petrolio è un marchio d’infamia. È per questo che la Bp, il colosso energetico britannico, sta cercando di ripulire in fretta la sua maschera. Che fare? Serve un gruppo di esperti internazionali. Gente con la faccia giusta. Rassicurante. Magari un buon parroco che dica ai fedeli «tranquilli, non c’è problema, tutto si sistema». La multinazionale è andata in giro per il mondo e ha pescato Romano Prodi. Il professore, secondo il Times, avrebbe detto sì.

Prodi deve rassicurare e pensare a una strategia per ridare il buon nome ai signori del petrolio. L’oro nero, come la pecunia, non olet. Non importa che l’ex premier italiano per governare con le sue coalizioni arcobaleno negli anni abbia indossato anche il sorriso ambientalista: da tempo, a sinistra, il sole non ride più. Né Pecoraro Scanio né i mulini a vento. I suoi elettori che bazzicano la sinistra equa e solidale saranno contenti. Il professore invita i giovani a cacciare i vecchi a calci ma intanto sogna un ritorno alla grande in politica. Nel frattempo si dedica agli affari, con questa mission: come far passare una multinazionale, che ha appena dipinto di nero un oceano, come una banda di buoni samaritani? È un’impresa per cui serve una bella faccia tosta. E, appunto, certe facce si pagano. Tanto.

Il professore non è uomo che si tira indietro quando c’è da incassare. Non lo ha mai fatto. Gratis, lui, non si lascia mettere il cappello in testa da nessuno. È un uomo tutto di un pezzo, morale. Volete che dica che il petrolio non inquina. Pagate. È una cosa che fanno tutti. Lui ci aggiunge l’aria da prete. Quando la British Petroleum si sposò con la Amoco lanciò un nuovo slogan per sottolineare la sua vocazione verde: «Non solo petrolio». E con l’elio come stemma, simbolo, virtù. Energia pulita, bianca, leggera, solare, che non sporca. Energia pura e stellare come quel buco nero galleggiante che nuota nel golfo.

Non c’è dubbio che Prodi con il suo sorriso tirato riuscirà a risolvere questa difficile equazione. Il problema è che la Bp non è riuscita, per ora, a ripulire il mare. I tecnici ci stanno provando. Ma finora tutti i tentativi sono falliti. Qualche tempo fa hanno ammesso: non sappiamo cosa fare. La situazione è così disperata che hanno perfino chiesto aiuto agli internauti. Hanno aperto un sito per ricevere consigli su come cavolo si può prosciugare quel mare di petrolio. Non sorprende, quindi, che abbiano pensato anche a Prodi. E lui deve essere convinto di riuscire.

In fondo cosa volete che sia una marea nera in confronto ai veleni di D’Alema, le congiure di Marini, le esternazioni di Bertinotti e il Pd di Veltroni?
È vero. La Bp non sarà l’Ulivo né l’Unione, ma l’impresa è altrettanto disperata. Quella piattaforma è diventata un incubo. Obama, oltretutto, è sempre più nervoso. La macchia nera ha oscurato i paradisi della Florida. Fa male ai pesci, all’uomo e al denaro. Il presidente statunitense è sbottato: «Vorrei sapere di chi è il sedere che devo prendere a calci». Tutti si sono girati dall’altra parte, fischiettando. Ecco il guaio in cui si è andato a cacciare il professore. L’obiettivo è sempre lo stesso: far dimenticare alla gente i disastri compiuti. Possibilmente senza essere preso a calci. Dopo tutto il professore ha una certa età.




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Le bugie anticattoliche, ecco a bufala della foto di Ratzinger "nazista"

di Andrea Tornielli

Nel suo saggio autodefinito "documentatissimo", il giornalista-scrittore Eric Frattini parla di un’immagine in cui un giovane Papa fa il saluto hitleriano in tonaca.

Ma è un falso: l’altro braccio è stato "tagliato" 


 
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Quell’immagine un po’ inquietante viene esibita sul Web come la prova regina: Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, non è stato soltanto iscritto a forza nella Hitlerjugend, come lui stesso ha raccontato nella sua autobiografia, ma era così convinto dall’ideologia hitleriana da fare il saluto nazista persino mentre indossava i paramenti sacerdotali. La foto, ripresa da molti siti Internet e inserita in brevi filmati su Youtube, ritrae un Ratzinger giovanissimo, magro, con i capelli neri, con lo sguardo serio e compunto, mentre veste la stola sacerdotale e ciononostante alza convinto il braccio destro con la mano tesa.
Una delle tante bufale antiratzingeriane, come se ne trovano a bizzeffe navigando in rete, ma che da qualche giorno ha ricevuto la sua consacrazione scritta nientemeno che in un «saggio documentatissimo e sconvolgente» - come si legge nella quarta di copertina – un libro-inchiesta scritto da Eric Frattini, «professore universitario, giornalista e scrittore eclettico, appassionato di storia e di politica», autore di una ventina di volumi, alcuni dei quali schierati contro il Vaticano. La sua ultima creatura è I papi e il sesso (ed. Ponte alle grazie).
Non è questo il luogo per citare le innumerevoli perle presenti nel testo, che denotano la scarsa conoscenza che l’autore ha della materia trattata, e ci riferiamo - ovviamente - alla storia della Chiesa, non a quella del sesso. Ad attirare l’attenzione, a pagina 377, è la citazione dell’esistenza di una foto «in cui si vede il futuro Papa vestito da sacerdote mentre fa il saluto nazista». Quale attinenza abbia l’argomento nazista con il tema portante del libro – il sesso – non è dato di saperlo, anche se appare piuttosto evidente che Frattini, non riuscendo a trovare nulla che possa accostare l’attuale Pontefice a qualcuno dei suoi lontani predecessori dai costumi non irreprensibili, abbia voluto presentarlo almeno come un nazista.
Frattini, essendo «professore universitario» nonché «appassionato di storia», come si legge nell’autobiografia all’inizio del volume, alla foto di Ratzinger che sembra fare «Heil Hitler!» ha voluto dedicare anche una nota in calce (numero 28, pag. 426) che recita: «L’autore non è riuscito a risalire alla persona che scattò questa seconda foto, in cui Ratzinger è ritratto vestito da sacerdote mentre fa il saluto nazista, né a verificare se si tratta di un fotomontaggio. La fotografia potrebbe essere stata realizzata tra il 1944 e il 1945, quando il futuro Papa aveva diciassette o diciotto anni».
In effetti, invece di cercare negli archivi l’autore della foto, sarebbe bastato navigare qualche minuto sul Web, per accorgersi della bufala, anzi del taglio tattico. Sarebbe bastata una Garzantina, il sito Internet della Santa Sede oppure Wikipedia per scoprire che l’attuale Pontefice è stato ordinato prete a Frisinga il 29 giugno 1951, dunque sei anni dopo la fine del Terzo Reich e della guerra.
Qualche «clic» in più con il mouse, senza dover consultare polverosi archivi (basta digitare su un motore di ricerca le chiavi «Ratzinger» e «1951»), gli avrebbe permesso di scoprire che quella foto è stata scattata nei giorni immediatamente successivi all’ordinazione sacerdotale, quando Joseph Ratzinger, insieme al fratello maggiore Georg, anch’egli ordinato prete lo stesso giorno, e a un altro sacerdote novello originario del paese, Rupert Berger, celebrarono la loro prima messa a Traunstein, nella parrocchia di Sant’Osvaldo.
La presunta foto nazista è in realtà un tarocco: nell’originale – reperibile facilmente sul Web – si vede benissimo Ratzinger, accanto al fratello, che impone entrambe le mani per benedire i fedeli. Dunque non faceva alcun saluto romano o nazista, peraltro fuori tempo massimo, ma semplicemente benediceva. Ovviamente rivestito della stola sacerdotale. Non c’è che da sottoscrivere almeno in parte la presentazione forse un tantino trionfale che l’editore ha posto in quarta di copertina: il volume di Frattini non è «documentatissimo» ma nemmeno documentato. Rimane, invece, inequivocabilmente «sconvolgente». Sì, che si continui a dar credito a certe bufale anticattoliche.




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