Evoluzione a Sinistra

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martedì 1 giugno 2010

Cassassione: vietato espellere i terroristi tunisini

Libero





La Cassazione ha stabilito che i cittadini tunisini condannati per reati collegati al terrorismo non potranno essere espulsi dall’Italia. La sentenza della Suprema corte è stata emessa in conformità a quella pronunciata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Appellandosi all’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’Uomo che sancisce il divieto di tortura, i legali di quattro cittadini tunisini sottoposti a processo in Italia per reati di terrorismo avevano presentato ricorso alla Corte Europea contro i decreti di espulsione emessi dalla Corte d’Assise di Milano il 10 novembre 2008. La Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso perché dai rapporti di alcune organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch, “corroborati da relazioni del Dipartimento di Stato americano”, emergono le violazioni da parte delle autorità tunisine e per questo l’ordine di espulsione non può essere emanato nei confronti dei cittadini tunisini.

I  quattro clandestini, dunque, sconteranno la pena in Italia.

01/06/2010





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A Guatemala City la "porta dell'inferno"

Corriere della Sera
Impressionante buco in una foto pubblicata dallo stesso governo del Paese.
E' un fenomeno naturale

Le devastazioni nel paese centroamericano

A Guatemala City la "porta dell'inferno"


La voragine
La voragine
Una foto impressionante sta facendo il giro del web: la terra si è aperta a Guatemala City creando una voragine grande abbastanza da inghiottire un intero palazzo. Niente fotoritocco: l'immagine è vera ed è stata pubblicata dal governo del Guatemala sulla propria pagina Flickr, che raccoglie altre immagini delle devastazioni provocate dalla tempesta Agatha nel Paese latino-americano. La voragine, larga 15 metri e profonda decine di metri (da 60 a 100, a seconda delle valutazioni), si deve a fenomeni geologici noti, legati alla natura carsica del suolo, al collasso di un sistema di drenaggio dell'acqua e alla inesistente programmazione urbanistica. Le notizie dalla zona parlano di un palazzo di 3 piani e di una casa inghiottiti dal "buco", ma non ci sono conferme su vittime.

La tempesta Agatha

BILANCIO TRAGICO
- Intanto il bilancio del passaggio di Agatha sull'America Centrale è salito a oltre 150 vittime. Proprio in Guatemala le autoritá hanno confermato 123 vittime, mentre 14 persone hanno perso la vita in Honduras e nove a El Salvador. In tutti e tre i Paesi le autoritá hanno proclamato lo stato d'emergenza, mentre i soccorritori lavorano per portare aiuto ai villaggi più colpiti da piogge e inondazioni. In Guatemala, dove sono caduti oltre 90 centimetri di pioggia, decine di migliaia di persone sono state trasportate in sistemazioni di fortuna, mentre nella capitale si è aperta una voragine nel suolo che ha inghiottito due interi edifici. Il principale aeroporto guatemalteco è ancora chiuso a causa dell'eruzione del vulcano Pacaya della scorsa settimana, provocando un forte rallentamento nell'arrivo degli aiuti internazionali. Secondo il presidente Alvaro Colom, la devastazione che stanno provocando le forti piogge potrebbe rivelarsi peggiore di quella causata dagli urgani Mitch nel 1998 e Stan nel 2005, che fecero rispettivamente 268 e 1.967 morti in Guatemala. p. ott.

01 giugno 2010




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Claps, tolto segreto su perizia: «Il killer tagliò ciocche di capelli dopo la morte»

Corriere della Sera
Sul corpo di Elisa 12 ferite da punta e taglio e una da taglio.
«Colpita con una lama piccola, di almeno 5,5 cm»


MILANO - Il 12 settembre 1993 Elisa Claps è stata colpita almeno 13 volte al torace «con una lama piccola, appuntita, della lunghezza di almeno 5,5 centimetri». È quanto emerge dalla perizia fatta dal medico legale Francesco Introna, messa a disposizione delle parti dopo 50 giorni di secretazione. «Attendibilmente - scrive il perito - fu usato un mezzo monotagliente».

LE FERITE - Sul corpo ci sono 12 ferite da punta e taglio e una da taglio. «Delle prime, nove furono inferte posteriormente e tre anteriormente. Delle nove che attinsero la vittima posteriormente, tre attinsero l'emitorace posteriore sinistro e sei attinsero l'emitorace posteriore destro» si legge nella perizia di 300 pagine. I colpi «erano tutti orientati dal dietro in avanti, sia pure con diversa inclinazione». «Delle tre lesioni anteriori - aggiunge Introna - quella che raggiunse la prima vertebra toracica aveva inclinazione dall'alto in basso, dall'avanti indietro e da destra a sinistra». L'unica lesione rilevabile da taglio - precisa ancora il perito - «attinse la vittima in corrispondenza delle regioni laterali dell'emitorace destro». Il medico legale, infine, sottolinea che non sono risultate rilevabili lesioni «indicative di una morte, o della messa in opera di tentativi asfittici, per strozzamento e soffocamento».

CAPELLI TAGLIATI - L'assassino ha tagliato diverse ciocche di capelli alla vittima: «Alcune - si legge - furono tagliate di netto nell'immediatezza della morte». Un dato che porterebbe dritto a Danilo Restivo, accusato più volte di tagliare ciocche di capelli alle ragazze che incontrava sugli autobus, tanto a Potenza quanto in Inghilterra. Ma nella perizia, secondo il difensore del 38enne Mario Marinelli, «non c'è prova della sua responsabilità in riferimento al reato contestato». Per quanto riguarda l'ipotesi di violenza come possibile movente dell'omicidio, il medico legale sottolinea che gli indumenti e alcune lesioni della salma «fanno supporre» che ci sia stata un'aggressione sessuale. I pantaloni avevano la «cerniera aperta, abbassati al pari delle mutandine al di sotto dei fianchi»; gli slip avevano l'elastico rotto e «il reggiseno era rotto anteriormente, a livello della giunzione delle coppe».

«Tutto questo lascerebbe supporre - scrive Introna - che l'aggressione mortale possa essere occorsa nel corso di atti sessuali». Alla stessa conclusione il perito arriva per alcune lesioni della salma, «all'interno della coscia destra e delle mammelle». Infine, è accertato che la ragazza è arrivata in vita nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza e che la morte è avvenuta nel giorno stesso della scomparsa. «La salma fu trascinata per i piedi - continua il perito -, fatta rotolare lateralmente, fino al sito in cui fu rinvenuta». Lì è avvenuta la successiva decomposizione: gli «effluvi cadaverici» potrebbero essere stati «stemperati per la conformazione del luogo».

RESTIVO - L'unico sospettato per la morte di Elisa Claps è Danilo Restivo. «Le indagini autoptiche - ha ribadito il capo della Procura di Salerno Lucio Di Pietro - hanno permesso di raccogliere elementi di colpevolezza a carico di Restivo». Ma dopo la diffusione della perizia medica la difesa del 38enne avanza dei dubbi: «Quanto affermato dal procuratore generale ci lascia completamente esterrefatti in ordine alla dedotta sussistenza della prova» dice Marinelli, aggiungendo che fino a lunedì non gli era stata notificata l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Salerno. Restivo è stato raggiunto da un mandato di arresto europeo: il provvedimento gli è stato notificato in un carcere inglese nel Dorset, dove è detenuto dal 19 maggio con l’accusa di aver assassinato nel 2002 la sua vicina di casa Heather Barnett. Il corpo di Elisa Claps è stato trovato il 13 marzo di quest'anno, 17 anni dopo l'omicidio.

Redazione online
01 giugno 2010



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Al setaccio i conti dello Ior

Il Tempo

E ora nel mirino della Guardia di finanza finisce lo Ior, la banca della Santa Sede. E precisamente quei misteriosi clienti che avrebbero sfruttato lo scudo vaticano per occulare fiumi di denaro e sfuggire alla legge italiana. I sospetti della polizia tributaria riguardano alcune operazioni a molti zeri, grazie alle quali massice quantità di denaro sarebbero transitate dai conti «protetti» dell'Istituto di credito per finire nei forzieri nascosti e sfuggire alla norma antiricilaggio. Coprendo quindi passaggio di euro e intestatari dei conti.

Il fascicolo processuale aperto presso la procura di Roma per il momento è contro ignoti e non riguarda l'istituto della Santa Sede, sul quale la magistratura italiana non ha competenza a indagare, ma esclusivamente le banche italiane. L'inchiesta è partita circa un anno fa passando al setaccio un conto corrente nella disponibilità della banca vaticana in un'agenzia della Banca di Roma, ora Unicredit. A segnalare agli investigatori del Nucleo speciale di polizia valutaria della Finanza la possibile non trasparenza della titolarità dei conti correnti era stata l'Unità di informazione finanziaria, struttura di «Financial intelligence» della Banca d'Italia.

In particolare, era stato accertato che il conto sospetto fu aperto nel 2003 presso la filiale della Banca di Roma di via della Conciliazione, al confine con le Mura Leonine. Su quella provvista sarebbero transitati, protetti dalla discrezione che caratterizza la finanza vaticana, milioni di euro. Il procuratore aggiunto Nello Rossi e il sostituto Stefano Rocco Fava vogliono capire chi siano i manovratori e chi i destinatari. Una geometria che è la vena centrale dell'inchiesta avviata dagli inquirenti romani e che taglia fuori lo Ior da ogni possibile azione giudiziaria.

Di riciclaggio, banca vaticana e indagati eccellenti si era parlato nei giorni scorsi in relazione alla cricca che avrebbe gestito gli appalti delle Grandi opere per il G8. Rogatorie sono state inoltrate oltre che in Svizzera, anche in Lussemburgo, in Francia, in Belgio e a San Marino. L'Istituto delle opere religiose era saltato fuori ma perché figurasse nella carte con le quali i magistrati chiedevano le rogatorie. Bensì, perché l'ex provveditore alle opere pubbliche Angelo Balducci - coinvolto nella maxinchiesta sul G8 - ha un cont conto corrente.

Il sospetto degli investigatori è che Balducci, Rinaldi ma anche Verdini e Toro abbiamo messo al sicuro all'estero ingenti somme di denaro. Qualche risposta importante, gli inquirenti l'attendono anche dall'analisi dei file del computer del commercialista Stefano Gazzani: secondo l'accusa gestiva le operazioni coperte del gruppo, che potrebbero ampliare il quadro già disegnato da Zampolini e fare chiarezza sui passaggi di denaro. A questo tassello dell'inchiesta è legato anche un altro, quello relativo alla lista Anemone, l'elenco con oltre 350 nomi di persone che avrebbero usufruito di lavori effettuati dalle ditte dell'imprenditore. La lista sarà è stata al centro di un incontro tra gli inquirenti perugini e gli investigatori della Guardia di finanza. L'obiettivo: verificare se quei nomi, e quanti, abbiano a che fare con operazioni di ristrutturazione fatte dalle ditte di Anemone come "compenso" per appalti ricevuti o per altri favori ottenuti dai funzionari pubblici. Fab. Dic.

Fabio Di Chio

01/06/2010





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La flotta battezzata da Hamas

Il Tempo

L'annuncio alla partenza: è un test che porterà alla guerra.
Obiettivo di una parte dell'equipaggio non era aiutare i palestinesi.
Sulle altre navi operazioni in regola.


Di certo qualcosa non ha funzionato nell’assalto dell’esercito israeliano contro la flotta di navi dirette verso Gaza cariche di aiuti umanitari e pronte a forzare l'embargo imposto dal governo di Tel Aviv. L'operazione era nota da mesi, se ne conoscevano dettagli e intenzioni, i rischi erano stati a lungo calcolati da tutte le parti in gioco. Nessuno dunque si aspettava l'epilogo tragico che ha portato a 19 morti e decine di feriti. L'impressione infatti è che il commando israeliano sia arrivato alla fase finale dell'arrembaggio senza essere preparato allo scenario peggiore pur avendo avuto tutto il tempo e tutti i mezzi per prevenirlo.

Quello che è certo però è che almeno una parte dell'organizzazione che ha promosso la «Freedom Flotilla» riteneva l'eventualità di un confronto violento come possibile se non addirittura desiderabile, mentre buona parte dei pacifisti, premi nobel e parlamentati imbracati nell'operazione guardavano altrove. Delle sei navi che componevano la flotta, cinque si sono arrese senza fare resistenza ai soldati israeliani.

Solo su una, la Mavi Marmaris, battente bandiera turca ha ingaggiato una forte resistenza armata innescando la reazione dei militari. La Marmaris era partita da Istanbul il 22 maggio dopo una solenne cerimonia inaugurale dove garrivano le bandiere di Hamas e in prima fila c'erano uomini chiave dell'organizzazione palestinese e dei Fratelli Musulmani. La nave era voluta e finanziata dall'IHH, un'organizzazione molto impegnata nell'assistenza alla popolazione di Gaza e con strettissimi legami con i vertici di Hamas che dall'IHH ricevono importanti finanziamenti.

Un attivista di questa organizzazione impegnato in Giudea e Samaria, Izzat Shahin, è stato recentemente accusato dal governo israeliano di finanziare le famiglie dei terroristi suicidi di Hamas ed è stato estradato in Turchia. Il direttore dell'IHH, Bulent Yilidrim, alla cerimonia inaugurale aveva arringato la folla senza mezzi termini: «La flotta sarà un test per Israele e se ci sarà un tentativo di bloccarla la considereremo come una dichiarazione di guerra. Se Israele proverà a fermarci rimarrà isolata nel mondo e farà molto male a se stessa». È esattamente quello che è successo pochi giorni dopo, quando - a seguito dell'incidente - è addirittura saltato il tanto atteso incontro tra Netanyahu e Barack Obama.

E in molti avranno di che festeggiare per questo. È difficile dunque credere che l'obiettivo principale degli organizzatori del convoglio fosse quello di portare aiuto alla popolazione di Gaza. Anche perché in questo caso sarebbe stata accettata la proposta di Tel Aviv di sbarcare in un porto israeliano e portare gli aiuti via terra dopo un normale controllo di sicurezza. Sembra molto più probabile che lo scopo del «convoglio umanitario», almeno per una parte dei suoi promotori, fosse esattamente quello che si è raggiunto e che Israele sia caduta appieno nella trappola. Ora tutto il mondo chiede commissioni di inchiesta: se ne annunciano già dell'Onu e dell'Unione Europea. Ben vengano. Anche se sappiamo per esperienza, che se si mette da parte ogni residuo ideologico e di propaganda, le commissioni di inchiesta più rigorose, efficaci e impietose sono quelle che l'esercito israeliano è capace di fare su se stesso. E, almeno da parte israeliana, se qualcuno ha sbagliato pagherà. Molto più difficile sarà far emergere tutte le altre responsabilità.


Giancarlo Loquenzi

01/06/2010





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Sarah Ferguson e la mazzetta: «Quel giorno ero ubriaca»

Il Mattino
 

NEW YORK (1 giugno) - Sarah Ferguson era ubriaca quando ha tentato di vendere a un giornalista l'accesso all'ex marito, il principe Andrea: lo ha confidato la stessa Duchessa di York nel salotto televisivo di Oprah Winfrey.

«So che avevo bevuto, che non ero al mio posto», ha ammesso l'ex nuora della regina alla Winfrey. Sarah era stata segretamente filmata dal tabloid News of the World mentre tentava di vendere a un uomo di affari - in realtà un giornalista - la possibilità di incontrare l'ex marito in cambio di 500 mila sterline.





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La Regione butta i soldi nel water Bagni d'oro: costano 665 mila euro

Il Tempo

Lazio, l'appalto prevede la manutenzione per 12 mesi.
La governatrice: rimoduleremo il contratto.
È stato Calderoli a rivelare le spese pazze per le toilette supertecnologiche.
Bilanci, impegnati quasi 366 mila euro nel 2010.


Bagni d’oro alla Regione Lazio: costano 665 mila euro l’anno. Il contratto per la manutenzione dei wc è stato firmato per la prima volta il 16 ottobre 2001 e aggiornato negli anni seguenti. Ora prevede la fornitura di copriwater in plastica nelle toilette del palazzo della Giunta in via Cristoforo Colombo e negli altri uffici dell’amministrazione laziale.  A conti fatti, dunque, il Lazio spende per i bagni quasi 1.824 euro al giorno. All'inizio l'appalto comprendeva soltanto le toilette delle donne. Poi, dopo un lungo braccio di ferro con i sindacati, è stato esteso anche ai bagni riservati agli uomini. La tecnologia dei water è sofisticata: il copritavoletta è in plastica, viene azionato da un pulsante che fa scorrere il nastro e che garantisce la pulizia. Un sistema ingegnoso che costa, precisamente, 665 mila 583,32 euro per dodici mesi.

Le determine sono due: una assegna l'appalto per il periodo da agosto a dicembre 2009, l'altra da gennaio a luglio 2010. La prima, capitolo S23401 del bilancio 2009, assegna alla società Feam, distributrice esclusiva per il Lazio delle apparecchiature prodotte dalla Hygolet di Zurigo, quasi 300 mila euro (166 mila e rotti per il servizio e poco più di 133 mila 580 euro per le forniture). La seconda determina impegna invece sul bilancio 2010 quasi 366 mila euro (più di 232 mila per il servizio e 133 mila 583 euro e rotti per le forniture). All'inizio gli unici bagni a contare sul servizio erano quelli in via Cristoforo Colombo (230 water), poi la tecnologia è stata prevista anche per le toilette dei palazzi regionali in via del Caravaggio (96 bagni), via del Giorgione (33), via Capitan Bavastro (168).

A cui aggiungere anche i 65 sedili con copritavoletta in plastica in via del Tintoretto e i 104 in via del Pescaccio. In tutto 696 water. Ognuno ci costa 956 euro all'anno. È stato il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, intervistato due giorni fa dal «Corriere della Sera» a rivelare in un passaggio: «Sa che cosa ho scoperto? Che la povera Renata Polverini, la presidente del Lazio, si è ritrovata un appalto per la manutenzione delle assi dei water delle sedi regionali da 750 mila euro all'anno».

Le carte dicono 665 mila euro ma cambia poco. Altro che tagli nella sanità, qui da tagliare sono i sanitari. Dal canto suo la governatrice del Lazio assicura che interverrà: «Non so come Calderoli lo abbia saputo ma lo confermo. Stiamo vedendo come rimodulare questo appalto». E tanto per soddisfare la curiosità dei cronisti, Renata Polverini, alla fine della conferenza stampa per presentare i decreti firmati in qualità di commissario di governo alla sanità del Lazio, ha regalato ai giornalisti un giro «turistico» nei bagni della Regione.

«Abbiamo splendide tavolette - ha detto ironicamente - ma in compenso non c'è un water che non perda acqua». Dunque il servizio costa caro eppure le toilette non funzionano come dovrebbero. Dal canto suo anche l'opposizione, ex maggioranza guidata da Piero Marrazzo, ha voluto vederci chiaro. È stato il capogruppo del Pd Esterino Montino, alla fine della controconferenza stampa in cui ha illustrato i tagli agli ospedali e il rischio di aumento delle tasse regionali, a telefonare ad alcuni dirigenti che nella scorsa legislatura si sono occupati degli appalti. Nessuna risposta. Anche se il Pd assicura che oggi avrà un rapporto sulle spese di manutenzione delle toilette. L'azienda che realizza i bagni «tecnologici», la Hygolet Toilette Service si tira indietro: «Noi li importiamo solamente, non abbiamo alcun contratto con la Regione Lazio - spiegano dalla società - Piuttosto ci sono altre ditte che si occupano di fornire questi servizi agli enti locali».





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Pure Scalfaro difende Silvio

Il Tempo


Persino l’ex capo dello Stato ha sentito il dovere di opporsi ai rinnovati e rivoltanti tentativi di coinvolgere il presidente del Consiglio nelle stragi mafiose del 1993.


Scalfaro Persino l’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non sospettabile certamente di simpatie per Silvio Berlusconi ha sentito il dovere di opporsi ai rinnovati e rivoltanti tentativi di coinvolgere il presidente del Consiglio nelle stragi mafiose del 1993. Che, secondo i detrattori del Cavaliere, sarebbero state ideate e realizzate per spianare la strada alla sua avventura politica. Il fatto che ad accreditare in qualche modo una così cervellotica e criminale rappresentazione della storia berlusconiana siano stati in questi giorni anche il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca di quelle stragi presidente del Consiglio, non ha trattenuto Scalfaro da un dissenso tanto onesto quanto risolutivo. Dico risolutivo sia per il credito di cui egli dispone tra i nemici di Berlusconi sia perché, nel 1993, egli era al Quirinale, dove poteva disporre, anche in veste di ex magistrato, di ex ministro dell’Interno e di ex commissario parlamentare antimafia, di elementi non comuni di conoscenza e di valutazione del fenomeno mafioso.

È quindi con una cognizione di fatti e di uomini superiore a quella di Ciampi, suo successore al vertice dello Stato, e di tanti altri improvvisati esperti ed inquirenti, ch’egli ha ieri ammonito i denigratori di Berlusconi che «occorrono risposte documentate, sentenze, verifiche». E lo ha detto procurandosi questa insofferente domanda dell’intervistatore de La Repubblica: «Perché è così restio a ipotizzare zone grigie e regie uniche» dietro i torbidi fatti del 1993? Perché - gli ha pazientemente spiegato Scalfaro - «continuo a pensare che sia compito della magistratura e degli apparati investigativi darci una verità definitiva» e che «sia compito di noi tutti mantenere misura e sangue freddo fino a quando questa verità sarà accertata». No insomma ai soliti e sommari processi mediatici, che s’intentano a volte per sostituire, altre volte per indirizzare i processi giudiziari ai danni di chi ha poi dovuto aspettare undici anni, come nel caso di Giulio Andreotti, o 16, come nel caso di Calogero Mannino, o 17, come è appena accaduto a Rino Formica, per sentirsi riconoscere la propria innocenza, e vederla relegata in qualche pagina interna dei giornali o addirittura ignorata.

Questa purtroppo è diventata in Italia la giustizia, rigorosamente al minuscolo, per responsabilità - debbo dire - anche di Scalfaro. Che avrebbe potuto fare di più al Quirinale per impedirne la crescita, ma che almeno adesso mostra segni consolanti di ravvedimento e di preoccupazione: sino a invitare i suoi colleghi d’opposizione, come ha fatto ieri, anche a non cercare la scorciatoia di un processo di mafia a Berlusconi in Parlamento, con qualche sonoro dibattito o commissione d’inchiesta, giusto per intorbidare «una realtà politica che fa acqua» e per «spararsi addosso da una parte e dall’altra». Ben detto, finalmente, signor presidente emerito della Repubblica.

Francesco Damato

01/06/2010





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In una mostra il viaggio nelle "case chiuse"

La Stampa

A 58 anni dall'abolizione delle case chiuse un'esposizione per rivivere quegli ambienti del piacere a pagamento.
In "Mi piace un casino", esposizione organizzata da Crazy art di Giancarlo Ramponi, dal 1 maggio al 31 luglio, nella Cittadella del Mastro artigiano di Prarolo vicino Vercelli, in mostra i pezzi raccolti nelle case del piacere genovesi.


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Pirati del Caribe

La Stampa

YOANI SANCHEZ
La tele ronza nella sala anche se nessuno la guarda, la lasciano accesa per ore senza farle caso come se si trattasse di un familiare sbadato. Apprendiamo dalla programmazione che tra mezz’ora inizierà il serial criminologico CSI, seguito poco dopo da un format molto simile chiamato Jordan Forense. Per rilassare un poco, sul canale 21 vedremo i simpatici protagonisti di Friends mentre il film di mezzanotte è stato girato negli studi della 20th Century Fox.

La figlia adolescente non vuol perdere l’ennesimo capitolo de Le ragazze Gilmore, ma il padre pretende di sintonizzarsi su un documentario di Discovery Channel che parla di squali. Alle prime luci dell’alba - quando sono svegli soltanto i guardiani, i ladri e i gatti - forse ritrasmetteranno l’ultima puntata del Dottor House. Il nostro piccolo schermo presenta due caratteristiche fondamentali: l’estrema ideologizzazione di certi spazi e l’abbondanza di materiali rubati a produzioni straniere. Un incendiario discorso antimperialista convive in maniera singolare con la costante diffusione di produzioni realizzate nel paese del Nord. Pellicole che fino a due settimane prima esordivano davanti al pubblico nordamericano, oggi sono diffuse senza pagare un solo centesimo di diritti d’autore.

È chiaro che questa urgenza dell’Istituto Cubano di Radio e Televisione (ICRT) di diffondere programmi stranieri è un beneficio per noi spettatori, ma lascia l’amaro in bocca sapere che senza il contrabbando la nostra programmazione televisiva non andrebbe avanti. Per mitigare la depressione in cui sono cadute le produzioni locali, specialmente serial, telenovelas e programmi a partecipazione, abbiamo attinto a programmi esteri senza compensare - quasi mai - creatori e distributori. Quando il saccheggio viene istituzionalizzato perdono forza i richiami alla popolazione per non sottrarre risorse statali, perché basta sintonizzare un canale per vedere le prove di un furto su vasta scala. Non solo, nel tentativo di nascondere la mancanza, coprono con una banda oscura il simbolo della televisione che ha trasmesso il programma originale, rendendo ancora più evidente la sottrazione.

Frequentemente il sabato notte proiettano riprese realizzate sullo schermo di un cinema, durante le quali a metà della storia uno spettatore si alza per andare al bagno e ci impedisce di leggere una parte del dialogo. I sottotitoli scritti da un appassionato, disseminati di errori di ortografia - tipici delle copie scaricate da Internet - possono vedersi persino nel corso di programmi abbastanza seri di critica cinematografica. Cosa accadrà se in un prossimo futuro il paese non potrà continuare a comportarsi come un corsaro senza etica nei confronti della altrui creazione artistica? I funzionari del Ministero della Cultura staranno già pensando a come saziare i nostri appetiti televisivi senza ricorrere alla pirateria? La soluzione - evidentemente - sta nello stimolare la produzione nazionale, permettere alla televisione di generare introiti da impiegare per miglioramenti e per acquistare diritti di diffusione.

Tutto ciò potrebbe essere incompatibile con le lunghe ore di discorsi ideologici, con i noiosi programmi che piacciono a pochi ma che ci somministrano come dose obbligatoria di indottrinamento. Non si rendono conto che non può esistere una programmazione dinamica, attraente ma nei confini della legge, in una situazione di totale statalizzazione dei mezzi di diffusione?

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi




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E morto il poeta Peter Orlovsky, per 30 anni compagno di Ginsberg

Corriere della Sera


Erano la coppia beat che «bruciava d'amore e poesia». Si giurarono amore con un voto nuziale nel 1955 

MITI LETTERARI
È morto il poeta Peter Orlovsky, per 30 anni compagno di Ginsberg 


Peter Orlovsky e Allen Ginsberg in una storica foto di   Richard Avedon
Peter Orlovsky e Allen Ginsberg in una storica foto di Richard Avedon
MILANO- Peter Orlovsky è morto domenica sera nel Vermont all'età di 76 anni per un tumore ai polmoni. Con Allen Ginsberg aveva formato la coppia gay della Beat Generation. L'annuncio della scomparsa del poeta statunitense è stata pubblicata su un blog del Los Angeles Times.

Orlovsky, che amava definirsi «un poeta buddista», era ricoverato da tempo nel Karmê Chöling Meditation Center di Barnet, nello stato del Vermont. Una coppia che «bruciava di amore e poesia», secondo la definizione di Fenanda Pivano, loro intima amica. Una coppia ritratta molte volte anche da fotografi celebri, come Richard Avedon: una delle immagini più famose è quella in bianco e nero che li mostra nudi ed abbracciati.

Una storia raccontata anche dal film Howl, dall'omonimo titolo del poema di Ginsberg, considerato uno dei manifesti della Beat Generation e sottoposto a processo per oscenità, nel 1957 , perché incentrato su droga e sesso sia etero che omosessuale.




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Assolse Cavour e fu perseguitato

Corriere della Sera
La Chiesa sospese «a divinis» il frate che confessò il conte moribondo senza costringerlo a rinnegare l'Unità d'Italia

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Assolse Cavour e fu perseguitato


Camillo Cavour
Camillo Cavour
PISA

Perseguitato e minacciato dall’Inquisizione, convocato d’urgenza dal Papa per giustificarsi e poi sospeso a divinis e scacciato come l’ultimo dei miscredenti. Eppure l’unico «peccato» del francescano Fra Giacomo da Poirino (al secolo Giacomo Marrocco), rettore della parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Torino, era stato quello di assolvere sul letto di morte un moribondo. Quell’uomo non era un comune miscredente, bensì uno dei nemici della Chiesa: lo scomunicato Camillo Benso di Cavour. A duecento anni dalla nascita del Conte e a 150 dall’Unità d’Italia, un professore dell’Università di Pisa, Lorenzo Greco, pubblica un romanzo storico (Il confessore di Cavour, edizioni Manni, Lecce) dedicato a quel prete atipico e straordinario capace, prima davanti al pontefice e poi sotto le minacce dell’inquisitore, di non tradire se stesso e il suo apostolato, e subire punizioni e persecuzioni e la riduzione allo stato laicale.

DOCUMENTO ECCEZIONALE Per ricostruire i fatti, il professor Greco si è basato su un documento eccezionale trovato in un archivio toscano. Si tratta di un racconto autobiografico nel quale, come in un diario, Giacomo da Poirino racconta quei momenti terribili e dimostra il coraggio con il quale, davanti a Pio IX, rifiuta di sconfessare il suo operato (come richiesto dal Papa) e conferma la validità misericordiosa dell’assoluzione davanti a un’anima in cerca di Dio. Fra Giacomo si rifiuta di certificare una mai avvenuta ritrattazione di Cavour del suo operato contro il potere temporale della Chiesa e che invece il papa avrebbe voluto per dimostrare il pentimento del Conte. «Santità, mi perdoni, a fare tale dichiarazione non posso senza tradir la mia coscienza ed infamar me stesso, epperciò sono pronto a soffrir ogni cosa, anche la morte, piuttosto che cedere».

E’ un episodio oscuro quello raccontato da Greco con particolari inediti che anche i maggiori biografi del Conte non conoscevano. «Giacomo fu parroco nella chiesa vicino al palazzo di Cavour – spiega Lorenzo Greco -, e si trovò per insistenza del Conte a promettergli di assisterlo in punto di morte con i conforti religiosi. Cavour era cattolico come tanti, non praticante, però si preoccupava che la sua morte non fosse un giorno occasione di scandalo nella società torinese e nazionale. Essendo Cavour scomunicato per il suo impegno politico nel contrastare i privilegi della Chiesa, e nell’attentare al potere temporale del Papa, il frate non avrebbe potuto dargli i sacramenti». Invece il frate mantenne la promessa. Confessò «il nemico della Chiesa» e gli impartì i sacramenti.

TERREMOTO IN VATICANO La «salvezza spirituale» dello stratega dell’Unità d’Italia, provocò un terremoto in Vaticano. Pio IX, informato della «scandalosa decisione», volle un incontro personale con Fra Giacomo. Appena si trovò davanti a Pio IX questi gli disse: «Alzatevi e mettetevi davanti a me e rispondete alle interrogazioni che sono per farvi. Voi dunque avete confessato Cavour?» «Santità io confesso tutti quelli che mi chiedono di confessarsi da me».” «Intanto: ditemi un poco, questa ritrattazione di Cavour esiste o no? Se esiste pubblicatela. Se no! dichiarate che voi avete mancato al vostro dovere d’imporgliela di fare». (Si pretendeva che Cavour prima di ricevere i sacramenti ritrattasse il suo operato politico)

A tale interrogazione dissi: che di ritrattazione non ne sapevo nulla; l’avrà fatta, o non l’avrà fatta non so! Allora il Santo Padre mi disse: «E chi deve saperlo? Non s