Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 29 aprile 2010

Messa in suffragio del Duce

Libero





Scoppia la polemica a Vicenza per una messa in suffragio di Benito Mussolini e un necrologio di dubbia liceità. Non tutti hanno gradito, anzi, partiti e sindacati, ma anche comuni cittadini lanciano accuse di apologia del fascismo contro i responsabili.

La questione si ripresenta puntuale, come ogni anno, in data 28 aprile. Ieri, prima è apparso sul giornale della città un piccolo necrologio pubblicato da "Continuità ideale", un gruppo capeggiato dal presidente provinciale, Luigi Tosin: "Nel 65mo anniversario della sua morte, onore al Duce d’Italia cavalier Benito Mussolini...". Poi, in serata, è stata celebrata la messa da don Alessio Graziani alla Parrocchia dei servi.

La polemica monta con reazioni sdegnate del Pd veneto che ha definito la vicenda "odiosa apologia di reato", e con la replica della Cgil che pubblica un necrologio sullo stesso giornale cittadino: "Nel 65mo anniversario della Liberazione, la Cgil onora i partigiani...".

Nella bufera finisce anche il parroco che respinge ogni critica, assicurando che "in chiesa non c'erano simboli politici, si trattava di una messa in suffragio e non in onore di qualcuno. La Chiesa e la pietà cristiana non rifiutano una preghiera a nessuno". Alla funzione per il Duce c'erano meno di cento persone.

29/04/2010







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Menu ospedalieri in arabo e inglese

Libero




Una novità all'ospedale Civico di Palermo e al Pediatrico di Cristina dal servizio di Dietologia aziendale, diretto dalla dottoressa Renata Lanzino: i menù presto saranno anche in lingua inglese e araba, le lingue più utilizzate e conosciute dai pazienti stranieri ricoverati nelle strutture.

Ogni menù giornaliero, per pranzo e cena, prevede la scelta tra cinque primi, cinque secondi e tre controni. «E' un’iniziativa che abbiamo deciso di intraprendere _ sottolinea il direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Civico, Dario Allegra _ per rendere più accogliente l’ospedale e più efficienti i servizi e la comunicazione nei confronti dei tanti pazienti stranieri che si rivolgono alle nostre strutture, al Civico, e ancora con maggiore   frequenza al Pediatrico Di Cristina».

Ma non è tutto. Il Pronto soccorso dell’ospedale dei bambini è un importante punto di riferimento per le famiglie straniere: oltre il 15% dei piccoli visitati. Così per migliorare la comunicazione tra medici e  famiglie da due anni viene impiegato un dizionario multilingue: un’iniziativa che rientra nella campagna sociale per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Viene realizzata in sette lingue: inglese, francese, spagnolo, arabo, cinese, rumeno, albanese.

Insomma: due strumenti che sono in grado di facilitare la comunicazione con le  famiglie straniere che non parlano la nostra lingua ma che hanno bisogno di cure ospedaliere. La traduzione del menù è stata effettuata dalla ditta che cura la ristorazione

29/04/2010





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Orrore al parco acquatico

Libero





A provocare la morte dell'addestratrice trascinata sott'acqua da un'orca lo scorso 24 febbraio sono stati i capelli troppo lunghi della vittima. Lo ha rivelato un rapporto della polizia, che ha lasciato ancor più inorriditi gli americani e, in particolare, i visitatori del Seaworld di Orlando, che hanno assistito alla tragedia.

Secondo la ricostruzione di un collega della quarantenne Dawn Brancheau, l'allarme scattò quando la chioma dell'addestratrice finì nella bocca dell'orca. Dopo pochi secondi, la vittima, già trattenuta e strattonata dall'animale, riuscì a liberarsi e risalire verso la superficie, ma l'orca la spinse per altre due volte sotto il livello dell'acqua, fino a uccidere Dawn.

Cena con l'Orca” è il titolo dell’esibizione che si sarebbe dovuta svolgere di lì a poco. Ma Tillikum, l’orca assassina, improvvisamente balzò fuori dall'acqua, per giocare, trascinando l'addestratrice nella vasca. Una testimone scioccata riferì che la donna aveva appena finito di spiegare il numero in programma, quando l’animale la afferò: «È stato violentissimo. L'orca si è lanciata in aria, poi si è girata, ha afferrato l'addestratrice per la vita e ha cominciato a scuoterla. Una delle sue scarpe è volata in aria». Ambulanze e vigili del fuoco erano arrivate sul posto nell'arco di cinque minuti ma troppo tardi per salvare Dawn.

Tillikum, un maschio di 30 anni, aveva già ucciso, prima nel 1991 al Sealand of The Pacific in Canada e poi nel 1998 quando un uomo, probabilmente un senzatetto, aveva scavalcato la recinzione del parco ed era stato ritrovato l'indomani nudo e senza vita sulla schiena dell'animale.

29/04/2010







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Fini, Elisabetta e il contratto Rai della "suocera" Tutti i retroscena

Il Giorno

Mentre Bocchino si dimette da vicecapogruppo alla Camera del Pdl e attacca Berlusconi, Il Riformista ripercorre le tappe della grande lite.
Tutto cominciò quando la Tulliani, all'epoca con Gaucci,  voleva candidarsi alle Europee ma Bondi le disse no...


Roma, 29 aprile 2010

Il contratto della Rai con la società di produzione di cui è socia Francesca Frau, madre di Elisabetta Tulliani, compagna di Gianfranco Fini, continua a tenere banco negli ambienti politici. Il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, replica agli attacchi dei finiani e anche dei pidiellini: "L'ex leader di An minaccia ritorsioni perchè abbiamo raccontato come la tv di Stato usa 1,5 milioni di (nostri) euro. Politici solidali con lui. Informazione falsa? No, verissima. Perciò ci attaccano".  E stamane, Il Riformista pubblica un lungo articolo in cui racconta perchè Fini ce l'abbia tanto con Berlusconi. Scrive Fabrizio d'Esposito: "Un falco del governo liquida così la questione: «La Tulliani? E' l'anima nera di Fini. Lui è come soggiogato da lei». Nel triangolo berlusconiano formato da Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e via dell'Umiltà sono convinti da tempo che la fronda del presidente della Camera sia alimentata anche dalla donna che ha preso il posto di Daniela Di Sotto: la bionda avvocata Elisabetta Tulliani. E per supportare la tesi, alcuni rivelano un aneddoto che risale al 2004. Un fotogramma che fa da preludio al feroce antiberlusconismo della nuova lady Fini.

Questo: anticamera di Sandro Bondi, nel suo ufficio di via dell'Umiltà, all'epoca sede di Forza Italia. Bondi è il coordinatore del partito (con Fabrizio Cicchitto vice) e Tulliani è la fidanzata di Luciano Gaucci, esplosivo presidente del Perugia calcio. Gaucci e la compagna attendono di essere ricevuti da Bondi. Le elezioni europee sono alle porte e Tulliani ha chiesto e ottenuto un colloquio per avere un posto nella lista forzista dell`Italia centrale.

Bondi accoglie i due, li ascolta, sorride a tratti e poi li congeda. Dice un testimone che ricorda il "fotogramma": «Probabilmente Bondi non disse nemmeno nulla a Berlusconi». Tulliani, infatti, non viene candidata e di lì a poco la sua storia con Gaucci finisce, anche per le peripezie giudiziarie del suo fidanzato, fuggito a Santo Domingo.

La passione tra Fini e Tulliani divampa nel 2007 e diventa subito materia di divisione tra il Cavaliere e il suo delfino. E' il novembre di quell'anno quando Striscia la notizia, su Canale 5, ironizza sulla «nota principessa del foro», sui suoi esordi tv e sulla storia con Gaucci. Fini, che già aspetta una figlia dal suo nuovo amore, s'infuria.

E Mediaset è costretta a un'insolita nota firmata dal presidente Fedele Confalonieri, che prende le distanze dal programma di Antonio Ricci: «La derisione che si trasforma in dileggio non è accettabile nei confronti di scelte sentimentali che non hanno alcuna attinenza con la vita pubblica del paese». Anche Berlusconi interviene: «Ho chiamato Fini per dirmi addolorato per il servizio di Striscia la notizia. Sono cose che non si fanno».

Un'altra crisi viene solo sfiorata nell'estate del 2008. Fini e Tulliani vengono paparazzati su una barca al largo di Porto Ercole in pose a luci semirosse. A pubblicare le foto è Novella 2000, scoop d'esordio della nuova direttrice Candida Morvillo. Ma in giro c'è l'intera sequenza che ha un finale hard e qualcuno la toglie dalla circolazione.

Nel frattempo, dentro An, iniziano i primi mugugni contro la nuova compagna del capo. Amici storici di «Gianfranco», cui è stata sbattuta d'improvviso la porta in faccia, si fanno scappare a mezza bocca: «Lei gli sta facendo terra bruciata attorno. Gianfranco ha litigato quasi con tutti. Le è rimasto solo Donato (il fedelissimo Lamorte, ndr) da eliminare». I vecchi rapporti del leader di An vengono sostituiti dalla «rete familiare» di Tulliani.

Il fratello Giancarlo comincia a farsi vivo a Viale Mazzini. Fiction, documentari, format vari. Costituisce società. Produttori di solida fama, tra cui Angelo Rizzoli, si preoccupano, qualche manager del centrodestra mostra imbarazzo e girano le prime voci, anticipate dal Riformista l'anno scorso.

Il resto è cronaca di questi giorni. La campagna del Giornale di Vittorio Feltri contro il presidente della Camera ritorna sulla questione Rai, tirando in ballo anche la società di produzione di Gabriella Buontempo, moglie del braccio destro di Fini, Italo Bocchino. Lo scoop, però, è di Dagospia che da mesi sbeffeggia il coté "terzista" che va da Montezemolo a Casini passando per Fini: stavolta è una sigla, ATMedia, della mamma di Tulliani, Francesca Frau, a sbarcare a Viale Mazzini.

Contratti milionari con Raidue e Raiuno. Quest'ultima è diretta da Mauro Mazza, finiano doc, che ieri in privato ha consegnato la sua versione sulla produzione di un talk all'interno di Festa Italiana e affidata all'Absolute Television Media di Frau: «Non ne sapevo nulla della "suocera" di Fini. Conosco Roberto Quintini (riconducibile all'ATMedia, ndr) da 23 anni e mi fido di lui. Non ho approfondito la composizione societaria, quando è venuto a parlarmi».

In ogni caso, la «rete familiare» di Elisabetta Tulliani rischia di procurare parecchi fastidi al frondista ribelle del Pdl, come promettono minacciosamente i falchi berlusconiani. E dire che con lei, Fini, nel 2007 ha iniziato una nuova vita (due bimbe e tante passeggiate mano nella mano a Villa Borghese puntualmente riportate sul settimanale Chi di Alfonso Signorini) per liberarsi da un passato pericoloso: dalle inchieste sull'ex portavoce Salvo Sottile a quelle sull'ex moglie Daniela Di Sotto. Senza dimenticare lo scandalo escort di un altro fedelissimo, Checchino Proietti, altro capitolo della feltreide antifiniana. E tre annidi legislatura sono ancora tanti..." 

Sin qui Il Riformista. Ma c'è dlel'altro. "E’ evidente il tentativo di Berlusconi in prima persona di arrivare a una epurazione mia per colpire l’area a me vicina”. Così Italo Bocchino ha spiegato la scelta di dimettersi da vice capogruppo vicario. “Essendoci stata una direttiva personale di Berlusconi - ha aggiunto - ho confermato le mie dimissioni per far comprendere che il nostro è un problema politico e non di posti”.

E’ lo stesso esponente ‘finiano’ a svelare il retroscena. “C’è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò - ha spiegato ai giornalisti alla Camera - che chiedeva la mia testa. Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano”.

"Berlusconi è ossessionato da me - aggiunge -. È da almeno un anno che chiede a Fabrizio Cicchitto la mia testa, perchè ritiene che non possa esserci uno non allineato".

"Berlusconi mi ha pure chiamato - prosegue - per dirmi di non andare in televisione. Che un leader chiami un dirigente per dirgli questo, è una cosa che non esiste al mondo. In una telefonata, con toni concitati, mi ha pure detto: ‘Farai i conti con me'".

ATTACCO AL PARTITO - "L’assenza di una vera democrazia si manifesta proprio in questo: un gruppo parlamentare che non ha ancora approvato il suo regolamento né eletto come previsto il direttivo, né dato vita ad un processo democratico interno. Può però dar vita ad un processo sommario, ad una epurazione da parte di chi ritiene di poter disporre all’interno del partito". Lo dice Italo Bocchino, parlando con i giornalisti alla Camera.

"È il segnale che Fini aveva contestato in direzione - ha aggiunto - e ci convince ancora di più di dover portare avanti questa battaglia, senza contestare la leadership di Berlusconi ma per cambiare Pdl per renderlo più democratico valorizzando la pluralità di opinioni".

LASCIA VIA SMS - "Le mie dimissioni sono irrevocabili". Così ha scritto Italo Bocchino in un sms inviato a tutti i colleghi del gruppo Pdl alla Camera. Di conseguenza - come rende noto l'ufficio stampa del gruppo - l’assemblea dei deputati del Pdl per discutere sulla lettera di dimissioni e su quella successiva di ritiro delle stesse del vicepresidente vicario è stata revocata.

IL PRIMO COMMENTO - "Un gesto di responsabilità". Così Fabio Granata, Pdl vicino a Fini, spiega le dimissioni irrevocabili del vicecapogruppo vicario Italo Bocchino, dalla sua carica. "In una Italia in cui nessuno si dimette, da Bocchino è giunto un gesto di responsabilità. È venuto meno il rapporto di fiducia del vicecapogruppo vicario con il suo capogruppo, e sia chiaro però che le dimissioni non sono motivate da un giudizio negativo sull’operato di Bocchino. Ora, visto che c’è una situazione di stand by nel partito dopo la direzione, è giusto che ci sia uno stand by anche nel gruppo. Ma è anche chiaro che non ci debbono essere forzature. Non si pensi di calare dall’alto un altro vicacapogruppo vicario. Da adesso in poi le decisioni nel gruppo si prendono votando".





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Anche Travaglio ha paura dei giudici

Libero





Di Gianluigi Nuzzi

Adesso i corsari del quotidiano il Fatto temono i magistrati, i tribunali, insomma le toghe che hanno sempre sostenuto. Come se i giudici non fossero così saggi e così liberi nelle loro decisioni dal 1992 come proprio le penne del Fatto ripetono da sempre assumendo posizioni che non condividiamo.
La questione, come sempre, è di soldi. Ieri apertura, editoriale e le pagini nobili del quotidiano di Travaglio & C erano tutte dedicate all’azione civile intentata dal presidente del Senato Renato Schifani contro il foglio movimentista. Schifani chiede al il Fatto 720 mila euro di danni per una campagna di articoli sui suoi trascorsi in Sicilia e su presunti contatti che ebbe con personaggi legati a Cosa Nostra. La seconda carica dello Stato ritiene gravemente diffamatori quei servizi e ha presentato denuncia. Che altro doveva fare se non chiedere giustizia ai tribunali? Ma quelli del il Fatto non ci stanno.

Da una parte rivendicano l’assoluta veridicità delle loro ricostruzioni, ci mancherebbe altro. Dall’altra parte, però, ed è quello che sorprende, dicono chiaro e tondo che qualche giudice potrebbe riconoscere le doglianze di Schifani. Ma come, non bisogna fidarsi della magistratura? “Oggi pensiamo che la causa miri più che altro a mettere una spada di Damocle economica sulla testa di un giornale appena nato”.La frase è pretestuosa per diversi motivi. Insomma, se ci fosse certezza granitica del proprio agire e fiducia piena nella magistratura cosa si dovrebbe temere? Peter Gomez e Marco Lillo sono dei giornalisti che non mollano la presa, quando imboccano un filone investigativo cerco sempre di andare più a fondo, quindi non è certo questa la sede per valutare il loro lavoro. Saranno appunto i magistrati a stabilire se Schifani è stato diffamato o meno. Ma questa “spada di Damocle” non capiamo dove penda se non sulla testa di Schifani che si lamenta di aver patito ogni angheria per mezzo stampa.

I giudici pronunceranno sentenza e quelli del il Fatto dovrebbero aver un po’ più fiducia nella magistratura, seguendo la loro tradizionale impostazione che la indica come perno di ogni agire, ogni saggezza, baluardo contro ogni arroganza.
Invece il Fatto quando finisce sotto schiaffo assume un atteggiamento francamente inaspettato. Serve una premessa: per una patita diffamazione mai somma simile è stata risarcita, nemmeno a un magistrato, categoria professionale che incassa storicamente le più rilevanti liquidazioni dai giudici chiamati a pronunciarsi su cause promosse da colleghi. E questo dettaglio a il Fatto lo sanno benissimo ma si dimenticano di dirlo ai lettori. Sanno bene che le richieste risarcitorie così esorbitanti segnano solo la gravità del danno patito secondo il denunciante ma non vengono mai soddisfatte né impressionano i magistrati chiamati a decidere. Ma non è l’unica cosa dimenticata.

I colleghi si scordano anche una prassi consolidata: la causa civile è ormai il tipo di reazione classica a un articolo ritenuto diffamatorio. Gli stessi pubblici ministeri che si sentono offesi non ricorrono più alla denuncia penale. Il motivo? I soldi, come sempre. Il penale stabilisce una pena e delega poi al civile la quantificazione del danno allungando i tempi a dismisura. Meglio allora ricorrere subito al tribunale civile che in un paio d’anni si pronuncia liquidando eventuali somme. Non sappiamo se sia stato questo il ragionamento di Schifani ma loro sono sicuri del contrario, ovvero che il presidente del Senato abbia scelto il civile perché “teme un processo pubblico”. Non conosciamo la fonte di questa notizia ma ne dubitiamo la veridicità: un politico di lungo corso come Schifani ha messo in conto che il Fatto avrebbe amplificato ogni azione di rivalsa rendendo pubblici tutti gli atti di causa. Infatti, l’editoriale ha come inevitabile titolo quel “Scriveremo tutto”, facilmente immaginabile. Insomma, civile o penale conta poco. Eppoi, davvero a il Fatto ritengono che in Italia, nei tribunali bisogna aspettare una denuncia penale per diffamazione per trovare un pubblico ministero che indaghi sull’onestà del presidente del Senato? Evidentemente i loro racconti sull’etica di Schifani non hanno la valenza penale attesa o sperata da alcuni. Per il resto si rassegnino ad aver fiducia nella magistratura, anche quando tocca il loro lavoro, il loro portafoglio.
gianluigi.nuzzi@libero-news.eu

29/04/2010





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Da cassintegrato a ladro "per sfamare moglie e figli"

Il Resto del Carlino

L'uomo, un 50enne residente a Cagli, è uno dei 1.200 operai del gruppo Merloni in cassa integrazione.
Si è trasformato in ladro di borselli lasciati incustoditi in auto da anziani cercatori di asparagi


Ancona, 29 aprile 2010

Era in cassa integrazione da due anni e non sapeva come mantenere la famiglia. Così un operaio dell’Antonio Merloni di Fabriano, I. V., 50 anni, residente a Cagli (Pesaro Urbino),  si è trasformato in un ladro di borselli e portamonete lasciati incustoditi in auto da anziani cercatori di asparagi. Ma gli agenti di polizia stamattina lo hanno colto sul fatto. A loro ha dichiarato: ''L'ho fatto per dar da mangiare a mia moglie e ai miei due figli''.

L'uomo è uno dei 1.200 operai in cassa del gruppo elettrodomestico in amministrazione straordinaria. Una persona normale, incensurata, che da tre mesi era diventato il terrore degli anziani appassionati di raccolta di asparagi selvatici che frequentavano le campagne attorno alla frazione di Cancelli.

Cinque le denunce di furto giunte alla polizia, più altre due per un tentativo di scippo e una rapina mancata: in un paio di casi l’operaio aveva avvicinato la vittima presa di mira per sfilargli il portafoglio dai pantaloni. Uno dei due vecchietti però aveva reagito, c’era stato un parapiglia di spintoni, e alla fine I. V. era scappato. Stamattina alle 7 la svolta.

Gli agenti hanno lasciato un borsello in una vettura con il finestrino semiaperto, si sono nascosti nel verde, e poco dopo hanno sorpreso in azione l’Arsenio Lupin dei pensionati. Nel bagagliaio della sua auto aveva ancora materiale e documenti rubati di cui non si era disfatto. Non gli restava che confessare. Il magistrato di turno ha deciso per la denuncia a piede libero, per furto, tentato furto e tentata rapina.





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Napoli, stipendi gonfiati al Cardarelli 5 indagati, pagate 800 ore di straordinario

Il Mattino

NAPOLI (29 aprile)

Cinque persone risultano indagate nell'ambito di un'inchiesta su stipendi «gonfiati» all'ospedale Cardarelli di Napoli, il più grande del Mezzogiorno. Si tratta di un impiegato del Ced e di quattro infermieri che per mesi, grazie all'intervento dell'impiegato amministrativo, avrebbero percepito stipendi più alti del dovuto grazie all'aggiunta di ore di straordinario. Le indagini sono state avviate dopo una segnalazione del direttore generale dell'ospedale, a sua volta messo in allarme da un dipendente amministrativo. Nell'ambito dell'inchiesta, coordinata dal pm Giancarlo Novelli e delegata ai carabinieri della compagnia Vomero, sono state fatte perquisizioni sia nell'ospedale sia in casa dell'impiegato; sequestrati un computer e alcuni documenti che saranno esaminati nelle prossime settimane. Al momento, il dipendente del Ced è accusato di truffa aggravata e violazione di sistema informatico; la sola truffa è contestata agli altri indagati. Dai primi accertamenti è emerso che ogni mese il Cardarelli pagava agli infermieri circa 800 ore di straordinario mai svolte. Ianniello, secondo l'accusa, alterava i tabulati con le ore di lavoro che arrivavano al Ced dai vari reparti e aumentava gli straordinari in maniera arbitraria. Sono in corso approfondimenti per chiarire se in cambio di ciò abbia ricevuto un compenso dagli infermieri.





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Truffe a nome dell'Ira, presi due inglesi

Corriere della Sera
l'uomo È stato condannato a 8 anni di carcere, la moglie a 3 e mezzo
Dennis e Bianca McGinley chiedevano riscatti a chi aveva prestato dei soldi: hanno accumulato 2,3 milioni di euro


MILANO - Terrorizzavano la gente facendo credere di avere legami con l'IRA (l'Irish Republican Army) e, in questo modo, nel giro di tre anni, una coppia di furfanti inglesi di Taunton, nel Somerset, ha accumulato almeno 2 milioni di sterline (pari a oltre 2,3 milioni di euro), che ha speso perlopiù in caravan e auto di lusso, fra cui Lamborghini, Bentley Continental e Posche 911. Il piano di Dennis e Bianca McGinley era semplice: individuati i potenziali bersagli, in genere persone che avevano prestato del denaro ad altri, li convincevano che potevano riavere i loro soldi in cambio di un pagamento minimo, ma poi il "riscatto" aumentava, fino a raggiungere cifre a cinque zeri. E chi si rifiutava di versare l’obolo, veniva minacciato di possibili rappresaglie, stante il millantato legame dei due con l’organizzazione criminale irlandese.

MINACCE DI MORTE - Il raggiro è finito mercoledì, quando la Corte di Leeds ha condannato i due per truffa, comminando all’uomo 8 anni di carcere e alla moglie 3 anni e mezzo. Ad aggravare la posizione di McGinley, tre ricatti perpetrati ai danni di altrettante ignare vittime. Stando alla ricostruzione del pubblico ministero, Andrew Dallas, il primo a cadere nella rete della coppia sarebbe stato un 71enne dello Staffordshire (identificato come "Mr. A" in tribunale) che, dopo aver prestato 78mila sterline (90mila euro) a tre sconosciuti irlandesi, sarebbe stato avvicinato dai McGinley all’inizio del 2008: questi gli avrebbero detto che il suo denaro era servito a finanziare un giro di droga e che, quindi, era coinvolto nel riciclaggio di soldi sporchi. «Poche settimane dopo, McGinley gli avrebbe raccontato di lavorare per l'IRA - ha spiegato Dallas alla corte - e lo avrebbe anche minacciato di morte, sostenendo di avere una pistola nella sua auto e di essere pronto a usarla». A quel punto, il pensionato si sarebbe convinto a consegnare al truffatore 250mila sterline (quasi 290mila euro) e nello stesso raggiro sarebbe poi caduto anche il figlio, tanto che alla fine i due avrebbero scucito complessivamente oltre 793.800 sterline (ovvero, quasi 915mila euro).

CINQUE VITTIME - Con lo stesso metodo, i McGinley avrebbero fregato un agricoltore che viveva con l’anziana madre nella sua fattoria da 600 acri nel North Yorkshire, portandogli via poco più di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) in un anno. A detta del procuratore, in totale le vittime sarebbero state cinque, fra cui un 59enne con disturbi della personalità, finito in bancarotta dopo aver perso tutti i suoi averi (81.600 sterline - pari a 94mila euro). «È difficile capire come qualcuno possa perdere un milione di sterline senza contattare la polizia - ha spiegato al Daily Mail l'ispettore Adam Harland della North Yorkshire Police -, ma il timore generato da Dennis McGinley era così autentico da spingere le sue vittime a consegnargli ingenti somme di denaro piuttosto che a chiedere aiuto». Pare che la polizia non sia ancora riuscita a recuperare tutto il denaro coinvolto nella truffa.

Simona Marchetti
29 aprile 2010



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Grillo: «Telecom ha venduto tutto Celebro il funerale della società»

Corriere della Sera
con una fascia a lutto Il comico è intervenuto all'assemblea degli azionisti
«Stimo Bernabè ma doveva denunciare le precedenti gestioni».
L'ad: «Siamo un’azienda sana, viva e vivace»


ROZZANO (Milano) - «Se la Telecom in questi ultimi dieci anni ha venduto quasi tutto, le partecipazioni, gli immobili, addirittura le centrali telefoniche, il debito è rimasto di 34 mld, i ricavi sono scesi, la domanda da ragioniere è: dove sono finiti i soldi?». Alla domanda che pone Beppe Grillo intervenendo all'assemblea degli azionisti Telecom. «Semplice», risponde Grillo, «sono finiti in stock options milionarie, dividendi agli azionisti del salotto buono, che hanno spolpato viva la Telecom». Grillo suggerisce: «fate un'indagine nei confronti del management degli ultimi dieci anni e guardate il loro stato patrimoniale prima e dopo» l'ingresso in Telecom.

BERBABÈ - «Io stimo Bernabè», ha aggiunto il comico e blogger genovese, «ma non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare», ovvero «denunciare Colaninno, Buora, Ruggiero, ecc». Secondo Grillo bisognerebbe fare una legge che stabilisca che non si possono distribuire dividendi se il debito supera il 50% degli utili». Grillo si è presentato con una fascia nera al braccio». «Celebro il funerale della società - ha detto - la più grande società tecnologica del nostro paese ruba il futuro di mio, tuo figlio», quando decide di mettere in vendita gli asset tecnologici, esternalizzandoli in una una scatola (Ssc), che «sarà efficientata e venduta». Insomma, ha detto, «che futuro ha il paese quando Telecom efficienta gli ingegneri?». Secondo Grillo, «Telecom è morta ma si possono ancora espiantare gli organi ancora caldi». e in ogni caso, ha continuato, l'azienda dovrà «essere venduta a Telefonica, lo sappiamo tutti, o qualche gruppo internazionale».

D'ALEMA - Grillo ha quindi puntato l'indice sul «conflitto di interesse» del presidente Gabriele Galateri, che siede nel cda di 4 società. Il comico ha quindi rammentato che al tempo della Sip, quando i boiardi di Stato «rubavano» e quando «Pascale aveva acquistato per il proprio ufficio un Canaletto da un falsario e lo aveva messo in bilancio alla Telecom», l'azienda di tlc aveva un patrimonio immobiliare di 40mila miliardi: immobili, un parco auto e circa 300 partecipazioni in società nel mondo. Il suo debito era irrisorio, attorno a un miliardo di vecchie lire. Telecom è poi stata «disintegrata» dalla politica. «Bernabè non fa un nome - ha asserito Grillo - non menziona D'Alema, Draghi, Ciampi. D'Alema - ha detto Grillo - regalò a Colaninno, Gnutti e altri capitalisti la società, indebitandola con 45-46 miliardi di euro». Grillo ha infine criticato il fatto che l'azienda, pur essendo altamente indebitata, continui a distribuire dividendi. «È come se - ha spiegato - mentre la casa va a fuoco, si utilizzasse l'acqua per farsi la doccia».

«NON C’È NESSUN FUNERALE DA CELEBRARE» - «Non condivido assolutamente la scelta di presentarsi all’assemblea con una fascia per celebrare un funerale, qui non c’è nessun funerale da celebrare perché Telecom è un’azienda sana, viva e vivace e ha tutto il potenziale per tornare uno dei protagonisti».Questa la replica dell’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè, alle ’accuse’ di Beppe Grillo. Anche Gabriele Galateri, presidente di Telecom Italia, nel prendere la parola dopo che si è conclusa la fase degli interventi dei piccoli azionisti, ha sconfessato Grillo: «Rifiuto categoricamente le affermazioni secondo cui l’azienda è in crisi. «Sentire che l’azienda è in crisi e la fascia funebre al braccio sono estremizzazioni fuori luogo», ha detto, riferendosi indirettamente al look di Beppe Grillo. «La ristrutturazione è necessaria per essere competitivi, per stare sul mercato e questo non vuol dire essere in crisi ma essere un’azienda viva», ha sottolineato Galateri.

Redazione online
29 aprile 2010





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Al G8 cercarono di avvelenare Bush"

La Stampa

Il libro dell’ex first Lady Laura sui retroscena della presidenza



WASHINGTON

Il Vertice 2007 del G8 a Meckleburg, in Germania, è passato alla storia per lo scherzoso massaggio di George W. Bush sulle spalle di Angela Merkel. In realtà, come svela nelle sue memorie in uscita la prossima settimana l’ex First lady Laura Bush, la vera notizia è un’altra. L’allora presidente degli Stati Uniti e parte del suo staff sarebbero stati avvelenati - non si capisce bene in che circostanze - al Vertice in cui l’Italia era rappresentata dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. La Bush si riferisce al pranzo ufficiale del summit del 7 giugno.

Il mattino dopo, ricorda Laura, il presidente si svegliò con un problema di stomaco e fu costretto ad annullare diversi appuntamenti, compreso l’incontro con l’appena eletto presidente francese Sarkozy. Ora, rivela Laura, non fu solo Bush ma un pò tutta la delegazione statunitense ad avere problemi e i servizi segreti Usa furono chiamati a investigare anche se i dottori opeativi al G8 furono concordi nel sostenere la tesi che il malore era provocato da «Un virus intestinale». E la Bush scrive: «Non abbiamo mai saputo se vi furono problemi anche per altre delegazioni o se solo la nostra, misteriosamente, sia stata colpita».

Intanto, mentre escono le prime anticipazioni sul libro di Laura, Spoken From the Heart (Dal profondo del cuore), si torna a parlare dell’ipotesi di un terzo Bush in corsa per la Casa Bianca, dopo George padre e George W. Il possibile candidato, che viene considerato tra i più bravi e competenti in seno al partito repubblicano all’ opposizione, è l’ex governatore della Florida Jeb Bush, che ha lasciato la politica una volta scaduto il suo mandato a Talahassee. «Se il suo cognome fosse un altro...»: secondo il quotidiano online The Politico questa è la frase che i principali leader repubblicani pronunciano privatamente quando si parla delle candidature per le presidenziali del 2012 e in particolare dell’ipotesi Jeb. Le memorie di Laura sono in uscita il 4 maggio, ma il New York Times è riuscito ad acquistarne una copia in anticipo.

Secondo l’ex first lady suo marito ed alcune persone del suo entourage si sono misteriosamente sentiti male al vertice tedesco del G8, ma dopo un’inchiesta il Secret Service incaricato di proteggere l’inquilino della Casa Bianca ha concluso che la causa dell’avvelenamento era soltanto un virus. «Non abbiamo mai saputo se altre delegazioni sono state male - scrive la Bush - o se è stata soltanto la nostra, misteriosamente, l’unica ad essere colpita».

Nel libro, oltre a difendere l’operato del marito durante l’uragano Katrina che praticamente distrusse New Orleans in Lousiana nel 2005, Laura ricorda il dramma che le cambiò la vita e le fece perdere la fede per diversi anni: nel 1963, all’età di 17 anni, la giovane Laura aveva provocato un incidente d’auto nel quale era morto un suo amico studente.



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Bisogna lasciare che Atene fallisca

di Francesco Forte

I titoli greci sono stati degradati a spazzatura, mentre quelli del Portogallo passano da A+ ad A-. Il debito portoghese è solo il 77% del Pil, il livello della Francia. Però questo Stato è poco solvibile perché ha un elevato debito di famiglie e imprese, che portano il debito totale al 240% del Pil. E ha anche un buco nella bilancia con l’estero. Molto del suo debito è nei portafogli di banche straniere e queste temono che il governo di Lisbona non sia in grado di rimborsare i prestiti che verranno a scadenza. La Germania com’è noto, subordina il suo aiuto ad Atene a condizioni molto dure, che la Grecia, patria di mercanti, ha cercato sin qui di attenuare perdendo tempo. C'è chi dice che se «cade la Grecia», va in crisi l’euro nel suo complesso. E invoca un rapido salvataggio europeo di Atene.

Ma si tratta di una tesi sbagliata, che viene sfruttata abilmente sia dai greci sia dalle banche tedesche e francesi che sono piene di titoli del debito ellenico. Il salvataggio della Grecia, a spese del complesso dei Paesi di Eurolandia, in realtà è un ennesimo soccorso alle grandi banche che in Europa e fuori hanno comperato il debito di Atene. Ma non c’è una ragione per cui la Grecia, posto che non sia in grado di onorare il suo debito, debba uscire dall’euro.
Essa ha firmato un impegno irreversibile a stare nell’euro e non ne può uscire. Non esiste, poi, l’espulsione dall’area dell’euro. E non è scritto, né nel Trattato di Maastricht né in altre leggi di grado costituzionale a esso paragonabili, che uno Stato che è nell’area euro non possa fallire. Quando l’Italia aveva la lira, e il Comune di Napoli era pieno di debiti che non riusciva a pagare, esso avrebbe dovuto fallire. Non esiste una legge che dica che i Comuni che si indebitano non possano fallire. Il governo italiano, però, per ragioni sociali, decise di ripianare quei debiti. Le banche che avevano prestato i soldi a Napoli si fregarono le mani e il Comune, in seguito, ha fatto altri debiti.

La Germania non vuole fare con la Grecia l’errore che noi abbiamo fatto con Napoli e altri Comuni e con i debiti sanitari delle Regioni. Che sono stati regolarmente ripianati dallo Stato, un anno dopo l’altro. Se lo Stato italiano non avesse ripianato tutti questi debiti, ora il governo generale del nostro Paese, comprensivo del governo statale e dei governi regionali e locali, avrebbe un debito pubblico inferiore all’80% del Pil, non un debito che viaggia verso il 115. Infatti, lo Stato avrebbe meno debiti perché non si sarebbe assunto quelli degli altri. Inoltre le Regioni e gli enti locali italiani non avrebbero fatto tutti i debiti che, via via, hanno fatto, perché le banche non avrebbero rischiato di dar loro molto credito, non potendo contare sull’intervento statale.
Ora la Grecia chiede l’aiuto del Fmi, che può aumentare l’intervento. Poi, se passerà gli esami del Fmi, Atene avrà il sostegno europeo. Oppure fallirà. Il Portogallo dovrà sforzarsi di essere credibile, perché è escluso che l’Ue possa chiedere che i Paesi membri lancino un salvagente a Lisbona per 30 miliardi, come per la Grecia. Ciò comporterebbe per la Germania un nuovo prestito di 8,5 miliardi, per la Francia da 6,5 e per l’Italia da 5,5.

Inoltre, se il salvataggio greco andasse in porto, sapendolo il giorno prima, le banche internazionali che ora speculano al ribasso, inizierebbero operazioni a termine al rialzo sui derivati, cioè i differenziali di quotazioni dei titoli. E ciò, salvo puntare di più al ribasso sul Portogallo, lasciato solo. Se noi lo aiutassimo, poi sarebbe la volta della Spagna e dell’Italia. Nessuno avrebbe i mezzi per aiutarci. In questo scenario, dobbiamo aiutarci da soli. L’euro non è «un pasto gratis» o con lo sconto, come aveva fatto credere Romano Prodi. La burrasca sta montando e bisogna guidare la nave in modo fermo. Perciò non è tempo di liti nel governo. Sarebbe meglio avere, come in Francia, una Repubblica presidenziale o, come in Germania, un premier con grandi poteri. Ma abbiamo un sistema parlamentare per sua natura scarsamente compatibile con l’euro. Lombardo dovrà scordarsi il partito del Sud e Fini guardarsi dal favorirlo. Anche Calderoli deve essere cauto con le modifiche tributarie per quanto bene intenzionate. E Carlo De Benedetti dovrà rinunciare a proporre una patrimoniale, che potrebbe cadere anche sul debito pubblico e alla riduzione choc delle imposte sul lavoro. Sono possibili solo limature. Non c’è trippa per i gatti. Questo è l’avviso per tutti.



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Sevizie e abusi su minori: arrestato il gallerista Francesco Tadini

Corriere della Sera

Lui: «quelle immagini mi servivano per le mie ricerche artistiche sull'abiezione»
Il figlio del pittore Emilio accusato di rapporti con una 16enne e detenzione di materiale pedopornografico


MILANO

Francesco Tadini, noto gallerista milanese 50 enne, responsabile dello Spazio Tadini e figlio del pittore Emilio Tadini, è stato arrestato con l'accusa di avere avuto rapporti sessuali con una minorenne in cambio di denaro e di detenere un ingente quantità di materiale pedopornografico, foto e video, tra cui anche immagini di bambini seviziati, torturati, legati con funi e costretti ad atti sadici . Il 17 febbraio scorso Tadini era stato interrogato per oltre due ore in Procura, a Milano, perché indagato con l'accusa di favoreggiamento della prostituzione minorile nell'ambito di un'inchiesta del pubblico ministero Antonio Sangermano sullo sfruttamento di giovani ragazze straniere. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, il gallerista avrebbe avuto rapporti con prostitute minorenni e, a suo carico, ci sarebbero anche alcune intercettazioni telefoniche che dimostrerebbero la sua volontà di avere incontri con bambine.

LA PERQUISIZIONE - Le immagini trovate durante una perquisizione nei supporti informatici di Tadini ritraggono anche bambini di meno di 10 anni sottoposti a torture e sevizie a sfondo sessuale. Il gallerista, arrestato su un ordine di custodia cautelare in carcere firmato dal Gip Michaela Curami su richiesta del Pm Antonio Sangermano, si sarebbe giustificato di fronte ai magistrati e agli investigatori sostenendo che il materiale trovato era custodito «per indagare artisticamente l’abiezione umana».

LE BANDE DEGLI SFRUTTATORI - Tadini era indagato dal gennaio scorso nell’ambito di un’inchiesta su due bande costituite, una da cittadini albanesi e l’altra da cittadini romeni, accusati di sfruttamento della prostituzione. Tra il gennaio e il febbraio scorso le indagini avevano portato all’esecuzione di quattro diverse ordinanze, che avevano consentito alla polizia di arrestare una ventina di persone.

«UNA BAMBINA DI 3 ANNI» - Secondo quanto è possibile apprendere, Tadini avrebbe allora contattato per telefono la banda di romeni per chiedere una prestazione sessuale con una 16enne e contatti sessuali con bambine di 3 e 10 anni. La prima richiesta era stata accontentata in cambio di 500 euro, mentre la seconda no perché la banda non aveva bambine così piccole a disposizione. A carico dell'uomo ci sarebbero numerose intercettazioni telefoniche. All’inizio dello scorso febbraio, grazie a un decreto di perquisizione, gli agenti della Mobile avevano condotto una perquisizione presso gli spazi a disposizione del gallerista, scoprendo un’enorme mole di materiale pedopornografico: 14.0028 file visibili direttamente, 424 file compressi, 4 video compressi, 46 video immediatamente consultabili e 34 file protetti da password. Il gallerista è stato recluso nel carcere di San Vittore a Milano.

Redazione online
29 aprile 2010

Interrogato per due ore il figlio di Tadini (18 febbraio 2010)




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Non lo pagano, fa lo sciopero della fame «Dormo nel cortile dell’azienda debitrice»

Corriere del Veneto

Piccolo imprenditore protesta per onorare gli stipendi.
Il trevigiano Matteo Portalupi vanta crediti anche dalla Provincia


VENEZIA — Fa lo sciopero della fame perchè il cliente non lo paga e lui non riesce a versare contributi e stipendi ai suoi quattro dipendenti, che avanzano 14 mila euro. Matteo Portalupi, trevigiano di 36 anni e proprietario della «Gobbo Servizi » di Badoere (trasporto pubblico locale), da lunedì «fa picchetto » nel cortile della «Brusutti srl» di Tessera, che gli deve 9 mila euro, su un totale di 16.571. La prima tranche, di 7571 euro, l’ha ottenuta martedì, a 24 ore dalla protesta. La srl veneziana sta a sua volta aspettando di essere saldata dalle Ferrovie dello Stato proprio per il servizio erogato attraverso la «Gobbo Servizi», cioè il trasporto di macchinisti, controllori e altro personale dei treni dalle stazioni di Mestre e Venezia Santa Lucia al deposito locomotori di Marghera. In più aspetta 70 mila euro dalla Provincia, deputata a pagare le aziende di trasporto pubblico locale con i fondi corrisposti dalla Regione ma non ancora ricevuti. Insomma una catena che, soprattutto con la crisi, soffoca i piccoli.

«Non tocco cibo da lunedì— racconta Portalupi—e rimarrò nel cortile della Brusutti fino a saldo avvenuto. La prima notte l’ho trascorsa in un pullmino navetta, ma si sono lamentati, perciò ora dormo in auto. Avanzo 16.571 euro per il periodo ottobre 2009/febbraio 2010 e altri 15 mila dalla gestione precedente, che però l’attuale non riconosce. I vertici della srl dicono che non mi versano il dovuto perchè non hanno ancora incassato dalle Ferrovie dello Stato, ma io il rapporto di lavoro ce l’ho con loro e gli accordi vanno rispettati». Non è tutto. Portalupi sostiene di essere creditore di altri 115 mila euro dalla Provincia di Treviso, da lui anticipati per l’attività dei primi cinque mesi dell’anno. «Un sacrificio non indifferente— rivela—ormai le banche non ci sostengono. E poi noi privati prendiamo 1,031 euro al chilometro, cui va sottratto il 10% di Iva, mentre i vettori pubblici guadagnano il 20% in più e possono contare sui fondi statali, perciò soffrono meno. E infatti in Veneto il 90% del servizio è in mano ad aziende pubbliche, capaci comunque di intentare una causa da 30 milioni di euro alla Regione perchè dal 1996 i contratti non sono stati adeguati all’inflazione programmata. La seconda udienza, al Tar, è prevista per maggio, ma in altre parti d’Italia per lo stesso contenzioso il Consiglio di Stato si è espresso a favore dei ricorrenti e le giunte senza liquidità hanno saldato in... pullman. Sono felice di aver scoperchiato un pentolone in ebollizione: proseguirò la protesta a Palazzo Ferro Fini».

Intanto i suoi dipendenti continuano a lavorare, coprendo le corse da Zero Branco a Castelfranco. «Sanno che farò di tutto per versare i loro compensi — assicura il trevigiano —. E’ una responsabilità che sento molto, siamo un’azienda piccola, una famiglia. L’anno scorso per corrispondere le buste paga agli autisti non ho pagato il riscaldamento di casa e ho trascorso l’inverno con una temperatura di 8 gradi. Ho i reni compromessi dalla nefrite, sto rischiando molto, ma in gioco c’è tanto e poi sono stanco di sentire tutte le baggianate che racconta chi non rispetta le scadenze, nascondendosi dietro un gioco di scatole cinesi. Che almeno certa gente si assuma le proprie responsabilità». Tiene duro, Portalupi, sorretto dal Consorzio «Attiva Scarl», di cui fa parte e che comunica: «La sua vicenda riflette la situazione di tutti noi, piccoli imprenditori privati che operiamo nei servizi di pubblica utilità e che, specie in questa prima parte dell’anno, rileviamo un ritardo crescente nei pagamenti per i servizi svolti. Questi ritardi da parte delle Regioni provo cano una crescente tensione finanziaria e inevitabili difficoltà gestionali». Una rivolta che irrita Valter Varotto, proprietario del 66,5% delle azioni della Brusutti: «Sono polemiche di bassa lega, verseremo la seconda rata quando a nostra volta incasseremo dalle Ferrovie dello Stato, cioè tra qualche giorno. Rientra nei normali rapporti tra clienti e fornitori: paghiamo a 90 giorni e nessuno, prima d’ora, si era mai lamentato. Se Portalupi ha problemi di liquidità, non possiamo fargli da banca. Se vorrà continuare a lavorare con noi e non creerà altri problemi ben venga, altrimenti ci rivolgeremo altrove».

Per la Provincia di Treviso parla invece il presidente, Leonardo Muraro: «Gli abbiamo pagato il 2009, per il 2010 avanza poco più di 70 mila euro, compresi gli adeguamenti contrattuali, non 115 mila. I contratti di trasporto pubblico locale sono scaduti il 31 dicembre 2009 e la Regione doveva indire le gare per assegnare le nuove concessioni, ma è andata in proroga fino al marzo 2010. Il mese scorso ha approvato la delibera che prolunga le concessioni fino al 31 dicembre 2010, sbloccando così la situazione. In attesa dei fondi da Palazzo Balbi stiamo rinnovando i contratti ai concessionari per tutto il 2010 e a quelli con la documentazione in regola pagheremo i primi quattro mesi dell’anno. Appena Portalupi ci porterà le carte, se risulteranno a posto, in 15 giorni sarà saldato ». Quanto alle responsabilità della Regione, annuncia il governatore Luca Zaia: «Sarà mia cura condurre un’attenta verifica sul caso, nell’interesse di tutti ».

Michela Nicolussi Moro
29 aprile 2010