Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 12 marzo 2010

Sesso nel locale Bancomat, denunciati

Corriere della Sera



I due, 38 e 28 anni, sono stati sorpresi da una volante della polizia: accusati di atti osceni in luogo pubblico


MILANO - Al cuore non si comanda: questo devono aver pensato i due giovani milanesi che, alle dieci di sera e in pieno centro, non hanno saputo resistere alla reciproca passione e hanno deciso di consumare un rapporto sessuale completo allo scarso riparo offerto dal vano Bancomat di un istituto di credito. I due - lui 38 anni, operaio, lei 28, studentessa - sono stati però sorpresi da una volante della polizia, e la «bravata» è costata loro una denuncia per atti osceni in luogo pubblico.

LA VOLANTE IN SERVIZIO - L'episodio è avvenuto giovedì sera, intorno alle 22. Una volante della polizia, in servizio in piazzale Cadorna, in pieno centro della città, come da prassi ha controllato se nelle aree Bancomat era tutto regolare. Nel locale di Banca Intesa all'angolo con Foro Bonaparte, gli agenti hanno notato la coppia, inequivocabilmente intenta a fare sesso. I due, che hanno entrambi piccoli precedenti, sono stati interrotti e denunciati. Si sono giustificati dicendo che pensavano «che i vetri blindati fossero oscurati per chi guarda dall'esterno».

Redazione online
12 marzo 2010



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Cassazione: "Critiche alle donne? Diffamazione"

di Redazione

Le critiche legate soltanto al "dato biologico" del sesso femminile sono da considerare come diffamazione. Lo stabilisce una sentenza della Suprema corte. Condannato chi dice "quel posto sarebbe meglio affidarlo a un uomo"



Roma -  Le donne non possono esser criticate solo per la loro appartenenza al genere femminile e non si può dire che, ad esempio, in un determinato posto di lavoro, sarebbe meglio sostituirle "comunque, con un uomo". Lo stop alle critiche nei confronti delle donne, sganciate da qualunque riferimento a fatti specifici e riferite solo al "dato biologico", sono lesive della dignità della persona e si pagano con la condanna penale e il risarcimento dei danni. Lo sottolinea la Cassazione confermando la condanna per diffamazione nei confronti di un giornalista e di un sindacalista per le critiche di genere che avevano rivolto alla direttrice del carcere di Arienzo (Caserta).




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Milano, bar condannato a pagare i diritti della musica trasmessa nel locale

Corriere della Sera


Il gestore aveva fatto ascoltare la radio senza aver corrisposto i compensi dovuti


MILANO - La musica è un fattore di business. Con questa motivazione il tribunale di Milano ha condannato il gestore di un bar, citato per il mancato pagamento dei «diritti connessi discografici», a pagare la somma annua di 69,38 euro (IVA inclusa), oltre alle spese processuali, pari a euro 2.400. Si tratta di una sentenza storica in materia di diritti connessi discografici, visto che il tribunale ha condannato il gestore del bar per aver diffuso musica attraverso una radio senza aver corrisposto i compensi dovuti per legge ad artisti e produttori discografici attraverso SCF, il consorzio maggiormente rappresentativo delle imprese nella gestione dei diritti discografici.

LA SENTENZA - Il giudice ha stabilito che la musica registrata diffusa dall'esercente rientra nella fattispecie disciplinata dall'articolo 73 della Legge sul Diritto D'autore. La sentenza riconosce il «valore della musica» quale componente ad alto valore aggiunto per il business degli operatori professionali che scelgono di diffonderla nell'ambito della propria attività. La musica d'ambiente, insomma, rappresenta un servizio aggiuntivo perchè intrattiene i clienti, ne attrae di nuovi, con evidenti benefici in ambito commerciale ed economico.

«La decisione del Tribunale di Milano - commenta Gianluigi Chiodaroli, Presidente di SCF - rappresenta un provvedimento storico che costituirà sicuramente un precedente significativo nell'ambito dell'attività della magistratura. Riafferma e chiarisce in via definitiva che il pagamento del compenso a SCF per i diritti discografici è dovuto qualsiasi sia il mezzo utilizzato, anche nel caso di una radio». Nel 2009 hanno aderito alle proposte tariffarie di SCF oltre 20.000 bar e ristoranti, più di 15.000 alberghi e altrettanti esercizi della GDO, oltre a 5.000 negozi di abbigliamento e circa 3.000 parrocchie.

Redazione online
12 marzo 2010



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La Resistenza accusata di genocidio

di Eugenio Di Rienzo

La Corte internazionale dell’Aia accoglie il ricorso del figlio di un milite della Repubblica sociale assassinato senza processo dai partigiani comunisti. Chiede giustizia per altri 400 caduti

 

La malinconica profezia espressa da Piero Buscaroli nel suo bel libro, Dalla parte dei vinti (Mondadori) secondo la quale la memoria degli sconfitti del 1945 sarebbe stata per sempre condannata all’oblio non si avvererà. Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia ha accolto la domanda che chiede l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani (milite scelto della Guardia nazionale repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale, trucidati dalle bande partigiane. 

L’ipotesi di reato è genocidio. Il Tribunale dell’Aia ha risposto così al figlio di Tiramani, Giuseppe, che, attraverso la consulenza del suo legale Michele Morenghi, ha chiesto l’apertura del procedimento tramite una memoria dove si sostiene che: «Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo nel piacentino nel luglio del ’44 da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Mia madre lo trovò crivellato di colpi. Io non voglio vendette, ho già perdonato tutti coloro che uccisero mio padre, abitavano nel mio paese e li ho conosciuti personalmente dopo la guerra. Chiedo sia fatta giustizia per il suo caso e per tutti gli altri combattenti della Repubblica sociale uccisi in quegli anni nel piacentino».

In questo modo, l’International Criminal Court, la cui competenza si estende a tutti crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale, come il genocidio appunto, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, potrebbe intervenire su una vicenda italiana che per tanti decenni è rimasta volutamente occultata dalla storiografia ufficiale ed è sopravvissuta solo grazie alla memoria dei sopravvissuti. Fino alla comparsa dei libri di Giampaolo Pansa (un grande giornalista che sa bene di storia), quanti italiani conoscevano le tristi vicende della caccia al repubblichino, che si aprì dopo il 25 aprile 1945 per protrarsi fino al 1946 e al 1947? Pochi, pochissini. 

Soltanto i parenti delle vittime o quanti di noi avevano un amico, un conoscente che visse personalmente quella tragedia. A me capitò di avere questa triste «fortuna» e di apprendere dell’uccisione di un proprietario agricolo dell’Emilia, fucilato insieme al nipote dodicenne, con l’accusa di vaghe simpatie fasciste; della morte di un contadino del bellunese fatto fuori dopo aver rifiutato di vettovagliare una banda partigiana; e del linciaggio di alcuni giovanissimi «ragazzi di Salò» che ora giacciono interrati nel Campo X al cimitero di Musocco a Milano. Ma di tutto questo fino a pochissimo tempo fa neanche un rigo sui libri di storia e ancora oggi nessun accenno nei manuali di scuola che vanno in mano ai nostri giovani.

Eppure autorevoli testimoni di quella guerra fratricida, che si trasformò in tiro al piccione, sapevano. Sapevano e tacquero. Benedetto Croce, ad esempio. Dalla lettura dei Taccuini di guerra del vecchio filosofo, editi solo nel 2004, emerge con forza il timore che la guerra partigiana possa trasformarsi in una rivoluzione «comunistico-socialista», che, in breve, avrebbe consegnato l’Italia a un altro totalitarismo, forse più spietato, come andava dimostrando con abbacinante chiarezza la «liberazione» di Polonia, Ungheria e degli altri paesi danubiani e balcanici, operata dalle truppe sovietiche, coadiuvate dalle formazioni partigiane comuniste. 

La rivelazione della strage di Katyn, avvenuta da parte dell’Armata Rossa, tra marzo e maggio del 1940, confermava in Croce questo timore, quando anche in Italia si era appreso dell’«eccidio fatto dai russi di migliaia di ufficiali polacchi, che erano loro prigionieri». La minaccia di una sovietizzazione imposta con la violenza, scriveva il filosofo, si avvicinava anche al nostro paese. Era già attiva nelle regioni orientali esposte alle violenze delle «bande di Tito». La si scorgeva serpeggiare nella gestione dell’epurazione antifascista delle strutture statali «maneggiata dai commissari comunisti» che tentavano di attuare «un’infiltrazione del comunismo», perpetrata «contro le garanzie statutarie, conto le disposizioni del codice, per modo che nessuno è più sicuro di non essere a capriccio fermato dalla polizia, messo in carcere, perquisito».

Tutto questo avveniva, in ossequio alla «rivoluzione vagheggiata e sperata». E sempre in ossequio a quel progetto eversivo, le regioni settentrionali dell’Italia, controllate dagli elementi estremisti del Cnl, divenivano il teatro di stragi di massa contro fascisti, ma più spesso contro vittime del tutto innocenti. L’8 agosto 1945 la famiglia Croce riceveva la visita di un conoscente «che ci ha commossi col racconto del fratello incolpevole, non compromesso col fascismo, ucciso con molti altri a furia di popolo a Bologna». Nella stessa pagina del diario, si annotava: «In quella città gli uccisi sono stati due migliaia e mezzo, tra questi trecentocinquanta non identificati».

Tra il vero antifascismo e resistenza si scavava, con questa testimonianza, un abisso profondo. Si alzava uno steccato, che soltanto la costruzione di una memoria contraffatta di quegli anni terribili ha potuto per molto tempo celare.

eugeniodirienzo@tiscali.it




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In Cina 200 arbitri sono stati obbligati a frequentare i "campi anticorruzione"

Quotidianonet


A parte la facile ironia sulla situazione di casa nostra, nel Paese asiatico la situazione è molto grave.
L’iniziativa rientra nel tentativo di ricostruire l’immagine del calcio cinese, dopo gli scandali a catena che lo hanno colpito

Pechino, 12 marzo 2010

Più di 200 arbitri di calcio cinesi sono stati obbligati a frequentare "campi anti-corruzione", dove per cinque giorni vengono istruiti su come migliorare le proprie prestazione e mantenere la propria integrità.

L’iniziativa rientra nel tentativo di ricostruire l’immagine del calcio nel Paese, dopo gli scandali a catena che lo hanno colpito.

Questa settimana è stato fermato e interrogato Huang Junjie, fischietto internazionale dal 1998.

Nei campi di rieducazione per arbitri vengono impartiti corsi su come combattere la corruzione e di tecniche arbitrali, con un esame finale.

agi




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Identificato il leader del Ku Klux Klan italiano

Quotidianonet


Si tratta di un uomo di 33 anni, residente nella provincia di Modena e già noto alle forze dell'ordine, che dopo la perquisizione domiciliare è stato denunciato in stato di libertà per aver commesso "atti di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, movimenti che hanno il medesimo scopo"

Roma, 12 marzo 2010

Con un’operazione denominata "Kkk Italia", la polizia postale del Lazio ha identificato il referente del Ku klux klan in Italia, l’organizzazione dell’estrema destra inneggiante la diversità razziale, nata nel 1865 negli Stati Uniti dove attualmente riveste carattere di legalità.

Si tratta di un uomo di 33 anni, residente nella provincia di Modena, che dopo la perquisizione domiciliare effettuata in collaborazione con la sezione della polizia postale e la Digos di Modena, è stato denunciato in stato di libertà per aver commesso "atti di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, movimenti che hanno il medesimo scopo".

L’uomo, già noto alle forze dell’ordine come simpatizzante degli skinheads, era anche il responsabile dell’area italiana del sito www.unskkk.com. L’intento del movimento italiano - spiegano gli investigatori - era "farsi pubblicità, richiamare a sè nuovi adepti, coordinandone i movimenti per azioni inneggianti l’odio razziale".

agi




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Via Poma, riparte il processo a Busco

La Stampa

Stamane nuova udienza al dibattimento sul giallo di Simonetta Cesaroni

ROMA


Riprende oggi il processo contro l'ex findanzato di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, davanti ai giudici della III Corte d’Assise del tribunale di Roma. All'udienza di stamane avrebbe dovuto deporre Pietrino Vanacore, il portinaio del palazzo di via Poma in cui il 7 agosto 1990 fu uccisa Simonetta. Vanacore si è ucciso martedì, e ai suoi funerali, tra dolore e tensione, una donna ha gridato: «Assassini, battete le mani!», mentre sotto i suoi occhi sfilava la bara di Vanacore coperta da un grande mazzo di rose rosse.

Vanacore era stato citato come testimone, ma avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere per essere stato coinvolto, accusato di favoreggiamento, nel primo processo. Fu poi prosciolto.

All’udienza di oggi sono previste le deposizioni dell’ex datore di lavoro della ragazza, Salvatore Volponi, del figlio Luca, nonché di due esperti della polizia scientifica che esaminarono la scena del crimine nell’imminenza del fatto. Non ci saranno, invece, Giuseppa De Luca, moglie di Vanacore e il il figlio Mario.



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New York indennizza gli operai intossicati l'11 settembre 2001

La Stampa




Stanziati oltre 657 milioni di dollari
NEW YORK

Le autorità municipali newyorchesi hanno accettato di indennizzare con 657,5 milioni di dollari gli oltre 10mila soccorritori ed operai intossicati dai lavori di salvataggio e di sgombero delle macerie dal Ground Zero: perché entri in vigore, l’accordo dovrà essere approvato da un giudice e accettato almeno dal 95% di coloro che hanno intentato causa. Come riporta il sito della Bbc, il denaro proviene da uno speciale fondo federale di cui il municipio ha il controllo; il sindaco Michael Bloomberg ha definito l’intesa «una soluzione equa e ragionevole ad un insieme di circostanze molto complesse».

Alcuni operai potrebbero ottenere un risarcimento di oltre 1 milione di dollari, mentre per altri l'indennizzo si limiterebbe ad alcune migliaia di dollari. La cifra dipende dalle lesioni subite.

L’accordo potrebbe inoltre mettere fine alla battaglia legale innescata dagli attentati dell’11 settembre: delle oltre 10mila richieste presentate alla speciale compagnia assicuratrice creata dal municipio all’indomani delle stragi, ne sono state pagate solo sei. Fino ad ora i legali municipali avevano infatti sottolineato come le autorità abbiano fatto tutto il possibile per fornire l’equipaggiamento necessario per evitare l’inalazione delle polveri tossiche, ritenendo alcune delle cause intentate contro la compagnia basate su prove mediche inconsistenti.

Marc Bern, uno dei principali negoziatori dell'accordo, ha affermato: «Siamo compiaciuti che donne e uomini eroici che hanno svolto il loro



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Marito tradito, la figlia non è sua Giudice: obbligato a darle il cognome

di Alessandra Pasotti

Il marito tradito deve lasciare il nome alla bimba fino ai 18 anni.

Il motivo: "Oggi è piccola e sarebbe un trauma troppo forte"


Milano - Arianna non sa che quell’uomo che ha sempre chiamato papà, in realtà non è biologicamente suo padre. Qualcuno proverà forse a spiegarglielo, ma intanto Arianna (nome di fantasia), 6 anni, continuerà a portare lo stesso cognome con il quale è stata registrata quando è nata. Sul suo certificato di nascita sarà scritto che quel papà non è il suo papà, ma lei fino ai 18 anni non sarà obbligata a cambiare il suo cognome. Alla maggiore età poi sarà lei che deciderà se quel rapporto di affetto e di amore potrà continuare ad essere sancito anche da un vincolo anagrafico oppure no. Così ha deciso il tribunale civile di Monza che, con una sentenza apripista ha sancito che di fronte a un disconoscimento di paternità non segue, automaticamente, la variazione del cognome del bambino.

In particolare il Tribunale ha invocato «il diritto del figlio naturale di mantenere il cognome, del quale era in precedenza titolare, quando lo stesso sia divenuto un autonomo segno distintivo della sua identità personale». Il procedimento del quale si sono occupati i giudici della IV sezione civile ha preso avvio dalla richiesta da parte del Tribunale dei minorenni di Milano di vederci chiaro sulla reale paternità di Arianna. Entrambi i genitori avrebbero voluto infatti l’affidamento della bimba dopo la separazione. Proprio l’eccessiva litigiosità della coppia aveva costretto gli assistenti sociali a far intervenire il Tribunale che però si era trovato di fronte la prima sorpresa. La madre aveva infatti confessato che quella bambina non era figlia naturale del suo ex marito.

La prova del Dna non lasciava margini di dubbio: nessuna connessione biologica tra Arianna e il presunto padre. Da qui la richiesta di disconoscimento di paternità. «La bambina ha diritto di sapere chi è il suo padre naturale - spiega il curatore della bimba, l’avvocato Maria Gabrielle Tamborini -, ma nello stesso tempo il Tribunale dimostrando grande sensibilità non ha voluto interferire nel legame che ormai si è creato fra Arianna e il padre. Il cambio del cognome è sicuramente un fatto traumatizzante per una bimba che il prossimo anno frequenterà la prima elementare. Si è voluto lasciare alla figlia la possibilità di decidere e valutare, quando avrà l’età per farlo, l’intensità di quel rapporto, evitando inutili traumi. L’importanza di questa pronuncia sta, dunque, nel fatto di sottolineare, per la prima volta, l’assenza di automatismo giuridico tra intervenuto disconoscimento e modifica del cognome». «È evidente, infatti, - si legge nella sentenza - che se il nome, (inteso nelle sue due componenti) è elemento identificativo della persona, ogni modificazione dello stesso è suscettibile di incidere sulla persona che identifica e sulla percezione che questa ha del sé, in relazione con il mondo esterno». Ma non solo.

Il tribunale di Monza bacchetta la pretesa del padre di «voler continuare a mantenere il rapporto con Arianna subordinando però l’assunzione degli impegni economici alla decisione del Tribunale di confermare o meno la sua paternità» come «egoistica» e «che evidentemente mal si attaglia con il bene della bambina». Ma su questo punto, se dovrà continuare a mantenere la bimba o meno, sarà il Tribunale dei minori a doversi pronunciare.





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Cina, la campagna contro la stampa: esame di comunismo per giornalisti

di Gian Micalessin

Regime contro la proliferazione di tv e giornali commerciali: dimostrare la conoscenza delle ideologie di partito per esercitare la professione





Pechino - E' la stampa bellezza! Sessant’anni dopo il film «L’ultima minaccia» con Humphrey Bogart nei panni del giornalista Ed Hutchinson anche i comunisti cinesi incominciano a capirlo. Non che non avessero ricevuto spiegazioni. Il vecchio capo Mao Tze Dong lo ripeteva sempre. 

«Il successo del comunismo riposa nella canna del fucile e nella punta della penna». I nuovi signori di Pechino - distratti dopo la sua morte da investimenti e rendite miliardarie - avevano scordato l’aurea regola annotata nel Libretto Rosso. E così la proliferazione di tv e giornali ha offerto a inviati e giornalisti la possibilità di approfittarne. Ma quando è troppo è troppo. 

Trentatre anni dopo la scomparsa del «gran timoniere» la Cina corre ai ripari e annuncia una severa campagna di rieducazione per imbrigliare le penne in libertà. D’ora in poi chiunque occupi un posto di responsabilità in un giornale o in una televisione dovrà tornare a studiare le sane vecchie regole annotate nel codicillo di Mao. 

E potrà continuare a svolgere la professione solo se riuscirà a superare un esame in cui dimostrerà di conoscere le fondamenta del comunismo e di esser pronto a servirlo. 

Ad annunciare la resa dei conti con una categoria di cronisti illusisi di poter servire la verità dei fatti anziché quella di partito è la signora Li Dongdong, numero due dell’Amministrazione generale della stampa e della pubblicazioni. «I compagni che desiderano lavorare sul fronte dell’informazione giornalistica devono conoscere molto bene la versione cinese del socialismo e tener sempre presente la visione di Mao sull’informazione, l’etica del giornalismo e la disciplina prevista dal partito comunista per l’informazione e i media», spiega la funzionaria in una serie di dichiarazioni pubblicate dal South China Morning Post e dall’agenzia di Stato Nuova Cina. 

Le preoccupazioni dei comunisti cinesi non sono, dal loro punto di vista, del tutto infondate. Da quando la pubblicità ha incominciato a gonfiare i bilanci di giornali e televisioni e a renderli indipendenti dai finanziamenti e dai controlli di partito, i giornali cinesi si sono convinti di poter fare il bello e brutto tempo. E l’immagine del sistema ha incominciato a vacillare. Per capirlo basta scorrere le cronache degli ultimi anni. 

Uno dei primi a infrangere le sacre regole della discrezione di regime è Li Changqing, un inviato del Fuzhou Daily colpevole - nel 2004 - di aver descritto una pericolosa epidemia di dengue alla vigilia di un’importante fiera internazionale nella sua città e di aver denunciato - grazie alle rivelazioni di un funzionario di partito - la rete di corruzione gestita dalle autorità comuniste della provincia di Lianjiang. Quella non richiesta passione per la verità costa a Li Changqing tre anni di carcere inframmezzati da un corollario di torture. 

L’esemplare punizione non basta a rimettere in riga l’odiosa e incontrollabile categoria. Seguendo l’esempio di Changqing decine di altri cronisti fuori controllo si sono esibiti negli ultimi anni in una serie di rivelazioni che hanno fatto schiumare di rabbia i vecchi gerarchi del comunismo cinese. Gli esempi non mancano. Dopo il disastroso terremoto del maggio 2008 nella provincia del Sichuan, il giornalista Tan Zoruen denuncia la tragedia di migliaia di bambini sepolti sotto le macerie di scuole costruite senza tenere conto del rischio sismico. 

I cinque anni di galera comminati all’indiscreto cronista da un tribunale del popolo non bastano nei mesi successivi ad arginare le dettagliate e scandalose cronache sull’avvelenamento di oltre 50mila bimbi vittime del latte alla melamina. Per metterci una pezza le autorità non esitano a mandare al patibolo due dirigenti responsabili dello scandalo, ma la punizione non basta ad arginare il malcontento della popolazione che in alcune zone si trasforma in proteste di piazza e rivolte locali. Così le autorità hanno ora deciso di risolvere il problema alla vecchia maniera. 

Dopo aver favorito gli investimenti che hanno portato allo sviluppo, alla diffusione e alla crescita di televisioni e giornali i gerarchi di Pechino cercano d’ arginarne l’attività imponendo i dogmi dell’antica ideologia.

La nuova parola d’ordine per i circa 230mila redattori e inviati di circa 2.000 quotidiani e 10mila riviste disseminate sul territorio cinese torna a essere la vecchia regola secondo cui «il giornalista deve servire il partito e non contestarne i principi». Peccato che il partito sia, ormai, una gigantesca società per azioni alla testa di un sistema economico fuori controllo. E chi paga per un giornale non s’accontenta più delle vecchie favole del Grande Timoniere. «È il mercato bellezza e tu non puoi farci niente, niente».




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Troppo bella per le bulle: 13enne si impicca in casa L'Inghilterra è sotto choc

di Domenico Ferrara

L'ultima tragedia del bullismo: ragazza inglese si impicca in casa perché era tormentata dalle compagne gelose del suo aspetto. 


Meloni: "Il dolore nascosto dei giovani che soffrono più dei loro genitori"






Londra - Capelli biondi, occhi grandi e intensi, viso ben truccato, labbra luccicanti. L’unica «colpa» di Poppy Bracey, tredicenne di Manchester, era quella di essere bella. E per la sua bellezza era stata presa di mira dalla gelosia delle compagne di classe della Lowton High School di Leigh. Forse volevano essere come lei, forse non riuscivano a sopportare la concorrenza della coetanea nella conquista dei ragazzini, forse non potevano reggere il confronto con madre natura. 

E così avrebbero scagliato la loro invidia contro Poppy, giorno dopo giorno. Le cause che hanno condotto la tredicenne a impugnare la cravatta della divisa scolastica e ad attorcigliarla intorno al collo sono al vaglio degli inquirenti. L’ipotesi più accreditata è che la teenager sia stata vittima di bullismo. L’ennesima vittima, delle bulle però. Poppy si è impiccata nella sua camera da letto a casa dei genitori adottivi una volta rientrata da scuola. È stata trovata priva di sensi, inutile la corsa verso l’ospedale. 

Il preside della Lowton High School, John Shanahan, la ricorda «vivace, socievole e popolare sia tra gli studenti sia tra gli insegnanti». In un comunicato apparso sul sito web dell’istituto si legge: «La felicità dei nostri studenti è un elemento centrale». Poppy, però, non era felice. All’apparenza, aveva tutti i motivi per esserlo. Era nel pieno della giovinezza, andava bene a scuola, era carina. Eppure, c’era qualcosa che non è riuscita a sopportare e che l’ha portata a compiere un gesto così estremo. Forse, e paradossalmente, il non essere accettata perché troppo bella.

«È triste vedere che la tua morte è stata causata da un branco di persone patetiche, che prendevano in giro te solo per sentirsi meglio con loro stessi», «È una vergogna, eri una ragazza splendida. Cosa può averti ucciso, se non l’invidia?». Sono solo alcuni delle centinaia di messaggi apparsi sul web, firmati da amici e conoscenti di Poppy. Tutti arrabbiati con chi la prendeva di mira. «La tragica morte di Poppy - ha commentato la presidente dell’associazione antibullismo “Beatbullying” – sottolinea ancora una volta l’impatto devastante che il bullismo può avere sui giovani». Non solo maschi ma, sempre più spesso, anche ragazze. Per aiutare le vittime, l’associazione ha lanciato una help line che, in solo un anno, ha ricevuto richieste di aiuto da parte di duecentomila giovani. Duecentomila vittime di bullismo.





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Virgilio, maglietta osé in classe «Umiliata dalla prof, la denuncio»

Corriere della Sera

Sotto accusa una frase della t-shirt. La docente: nessuna offesa


MILANO -

La studentessa indossava una t-shirt, mercoledì mattina a scuola. Una maglietta blu con la scritta Kiss me before my boyfriend comes back, baciami prima che torni il mio ragazzo. Messaggio semiserio, poco gradito a una professoressa. Forse anche giustamente, «ragazze pensate bene alle frasi che veicolate con il vostro corpo», ha detto la docente alle studentesse di prima liceo. Ma la ramanzina è andata avanti. La ragazza racconta: «La prof mi ha umiliata invitando la classe a commentare il mio gesto. Poi ha aggiunto alcuni suoi commenti. Tra questi uno in particolare: "cagna in calore che cammina"». Possibile? La mamma della studentessa riusciva a stento a crederci. Poi, mercoledì sera, ha querelato l’insegnante. Che a sua volta si difende: «Mai detto nulla del genere».

La versione di una quindicenne e quella di una professoressa stimata, da oltre vent’anni al Virgilio. La ragazzina mostra il quaderno, è seria e combattiva. «La prof ci ha fatto scrivere i commenti emersi dal dibattito sul mio comportamento. La mie compagne (è una classe tutta al femminile) hanno parlato di "mancanza di rispetto, mancanza di fedeltà, tradimento, superficialità". A quel punto la docente ha suggerito altre interpretazioni. Sì sì, le sue, guardi qui, le ho scritte (la prof ci chiede sempre di prendere appunti): "esplicito messaggio sessuale, ragazza facile, idea di sesso prevalente". E poi quella cosa della cagna...». Una versione confermata ieri alle 13 fuori da scuola, in via Pisacane: «Sì, l’ho sentito con le mie orecchie, ha detto prima cane e poi cagna». Un’altra ragazza: «Io da settembre indosso solo magliette a tinta unita per questo motivo».

Un caso difficile. E una mamma sconvolta: «Certe cose non devono succedere. Un docente non si può permettere certi atteggiamenti». La donna, accompagnata dalla figlia, ha presentato una querela contro la docente «per tutti i reati che si possono ravvisare nei fatti esposti», allegando anche il quaderno della ragazza con le frasi incriminate. «Mia figlia? È una ragazza in gamba, non ha paura». Ieri la studentessa ha chiesto alle compagne un gesto di solidarietà.

Ma in molte «hanno paura». Dal canto suo il preside del liceo (1.700 studenti, due sedi e un’ottima fama), ieri mattina ha convocato la professoressa. «È caduta dalle nuvole», riferisce Paolo Saporiti. «Mi ha semplicemente spiegato che ha preso spunto dalla vita quotidiana per impostare la lezione. Succede spesso, soprattutto al primo anno». Una lezione «partecipata». Con gli adolescenti che espongono sensazioni e si confessano. «La docente, con vent’anni di esperienza, mi ha assicurato di non aver pronunciato alcuna frase offensiva», continua il dirigente. «È convinta di essere stata male interpretata. E comunque ha ripetuto più volte di non aver detto la parola cagna».

Due versioni completamente diverse. Di certo c’è solo la querela presentata ai carabinieri, lo sconforto della quindicenne e l’amarezza di sua mamma: «Quella maglietta l’abbiamo comprata insieme, in vacanza. È accollata e lunga, per nulla sexy. È vero, l’altra mattina non ho controllato come fosse vestita mia figlia, ma non avrei mai immaginato che potesse succedere tutto questo».

Annachiara Sacchi
12 marzo 2010





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Ammucchiata in piazza

Libero





Di Mario Giordano





E Pecoraro Scanio? Dov’è Pecoraro Scanio? Salterà fuori anche lui, ne siamo sicuri, magari con Er Piotta Paolo Cento con la sciarpa della Roma e la bandiera Arcobaleno. E poi dietro di loro tutto il resto della carovana da Padoa Schiappa a Luxuria, passando per Intini e Turigliatto: venghino, siori, venghino, il grande circo dell’Unione sta per tornare in piazza e lo spettacolo  è assicurato. Grandi e piccini non stanno più nella pelle, l’attesa è febbrile: si vedranno equilibristi, domatori, alcuni cavallerizzi, diversi   acrobati, lanciatori di coltelli (nella schiena), ex pm,  mangiatori di fuoco. Ma soprattutto tanti pagliacci. Come un flashback, come un sussulto di ieri, come un singhiozzo del passato: a volte ritornano.


Eccola lì la grande Unione della sinistra, l’armata Brancaleone dell’antiberlusconismo: domani, sabato 13 marzo, sarà schierata tutta in piazza a Roma, come ai bei tempi di Romano  Prodi quando i sottosegretari s’incontravano in corteo e manco si riconoscevano talmente erano numerosi. Saranno di nuovo lì, tutti insieme (si fa per dire), accozzaglia di mondi lontani, cocktail velenoso, insalata russa ormai andata a male, insieme di persone capaci di stare insieme senza litigare giusto il tempo che basta per insultare il Cavaliere. Ognuno con la propria bandierina, ognuno con la propria siglettina, ognuno con la propria ambizioncina di conquistare la poltroncina. Compatti come le figure di Picasso, uniti da un legame saldo come un semolino di patate.


Ci saranno tutti: Bersani del Pd, Di Pietro dell’Idv, Paolo Ferrero di Rifondazione, Oliviero Diliberto del Pdc, Nichi Vendola per la Sel, Angelo Bonelli per i Verdi, Emma Bonino per i radicali, Riccardo Nencini per i socialisti più i rappresentanti del popolo viola. Si sono perse le tracce dei trotzkisti, dei marxisti-leninisti, degli eredi della socialdemocrazia di Gattinara, dei Consumatori Uniti, dei Repubblicani Democratici e del Partito Democratico Meridionale, ma probabilmente nascosti in mezzo alla  folla ci saranno anche loro.

Qualche vecchio militante si domanderà un po’ stupito: ma il Pd non doveva mettere insieme tutte le anime della sinistra? Domanda sciocca: mettere insieme tutte le anime della sinistra è come provare a suonare la nona di Beethoven con l’ocarina. Impossibile.

E così eccoli di nuovo tutti insieme sul palco di Roma come fu alla reggia di Caserta, quando i rappresentanti dell’Unione di Prodi non riuscirono a mettersi d’accordo nemmeno sul menu. Ricordate quei giorni meravigliosi del Romano II? Per riuscire a soddisfare tutti il Professore varò il governo più ciccione della storia della Repubblica: ben 102 nomine, fra ministri e sottosegretari. Per riunirli tutti dovette affittare, per l’appunto, la Reggia del Vanvitelli.

Nei primi 80 giorni, poi, cercò di accontentare gli appetiti anche di tutti i burocrati dell’Unione:  così spostò, oltre a quelle ministeriali, ben 123 seggiole. Le Poste arrivarono a 111 consiglieri d’amministrazione, Sviluppo Italia a 119. Roba da far brillare il made in Italy nel mondo: nemmeno Frau e Natuzzi, messi insieme, riuscirebbero a produrre tante poltrone così.


Fu un periodo di divertimento assoluto. C’era il ministro dei Trasporti Bianchi  che si batteva per le norme di sicurezza stradale e poi ammetteva: “Io sorpasso i limiti di velocità”. C’era il ministro Cesare Damiano, che faceva il paladino della lotta contro il precariato, e poi aveva 30 precari (alcuni senza stipendio) nel suo dicastero. C’era la Melandri che ballava nella villa di Briatore in Kenya e poi giurava di non esserci mai andata.

Ogni giorno uno show, ogni giorno una gag. I ministri scendevano in piazza contro il loro stesso governo. Mastella si faceva prendere a torte in faccia al Bagaglino, D’Alema passeggiava sotto braccio con i terroristi. Dichiarazioni ai giornali, tradimenti, messaggi mafiosi, pizzini e ricatti. Per cercare di mettere tutti d’accordo Prodi riunì di nuovo tutti in a San Martino al Campo in un ristorante dal nome emblematico, Pantagruel: risotto al tartufo e piccione, timballo di bietole e fave, chianina con olive nere, tartine di pere e mele e gelato all’uvetta. Si mangiarono tutto. Anche quel po’ di credibilità che era rimasta.


Come si dice? L’Unione fa la forza. Ma non sempre però: da quel minestrone indigesto nacque infatti quello che è stato unanimemente giudicato il peggior governo della storia della Repubblica italiana. Così brutto che alla fine era persino spettacolare. Il fascino dell’orrido. Il governo si schiantò in 722 giorni, l’Unione pure. Non sempre sono i migliori che se ne vanno, in effetti. Però sono sempre i peggiori che tornano indietro. Edinfatti  ecco qua, di nuovo il caravanserraglio schierato domani in piazza con tutti i suoi Diliberti e il suo folklore. Chiamate Er Piotta, chiamate Luxuria, date di nuovo un po’ di spazio a Pecoraro. Il grande circo ricomincia e noi saremo lì, in prima fila, a goderci lo spettacolo: già la prima versione fu uno splendido disastro. E noi siamo pieni di speranze: i remake, si sa, sono sempre peggio dell’originale…

12/03/2010




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Petrolio», il mistero in mostra

Corriere della Sera



Dell’Utri: «Non sarà esposto, ma l’ho visto: 70 veline con appunti a mano». Il vero titolo: «Lampi su Eni»

Il capitolo scomparso di Pasolini ritirato dalla manifestazione milanese
«Petrolio», il mistero in mostra
Dell’Utri: «Non sarà esposto, ma l’ho visto: 70 veline con appunti a mano». Il vero titolo: «Lampi su Eni»



Questa è la strana storia di gente che dice e non dice, che afferma e poi si tira indietro, che allude e si guarda bene dal confermare, che ricorda e poi perde la memoria. Tanto che anche chi non avesse nessuna tendenza al complottismo a tutti i costi, alla fine qualche brutta idea se la fa venire per forza. Per esempio: il senatore Marcello Dell’Utri annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico (martedì 2 marzo), che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio, l’ultimo romanzo (rimasto incompiuto) di Pier Paolo Pasolini, misteriosamente scomparsi dopo la sua morte. Annuncio clamoroso. I giornali ovviamente si scatenano e, a poco a poco, col passare dei giorni, la notizia perde credibilità: sì, forse, ma... e alla fine non se ne fa niente. La Mostra si inaugura (oggi alla Permanente di Milano) e i fogli non ci sono: 

«La persona che me li ha promessi è scomparsa ». Ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano». Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento ». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta: «Più esattamente Lampi su Eni». Che la preposizione sia semplice o articolata, si tratterebbe, dunque, delle pagine del famoso Appunto 21 che nel romanzo coincidono con un foglio in bianco e che, secondo alcuni, dovevano contenere il racconto «sconvolgente» della scalata di Cefis all’ente petrolifero italiano e forse il mistero della morte di Mattei. O più probabilmente rivelazioni sull’oscuro passato partigiano dello stesso Cefis in val d’Ossola.

Ma cosa che già non si sappia? E cosa che non sia contenuto in un libro, Chi è Cefis? L’altra faccia dell’onorato presidente, firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz, pubblicato nel ’72 dall’Ami (Agenzia Milano Informazioni) e fatto immediatamente sparire dalla circolazione? Pamphlet di cui—è acclarato—Pasolini possedeva una delle rarissime copie sopravvissute e a cui lo scrittore attinse a piene mani per costruire il suo romanzo. Quel che rimane del presunto documento destinato alla Mostra sono esili tracce: sarebbe stato proposto a Dell’Utri da una persona di Roma che spaventata dal rumore seguito all’annuncio avrebbe pensato bene di tirarsi indietro (dopo aver offerto il libro di Steimetz, che invece è regolarmente esposto, accanto a un altro volume raro, intitolato L’uragano Cefis, a cura di Laura Betti, Giovanni Raboni e Francesca Sanvitale, pubblicato sotto la sigla editoriale EGR e privo di data). Insomma, tanti condizionali d’obbligo, a questo punto, se non si riesce neppure a capire come mai sia stato dato l’annuncio del sorprendente ritrovamento (sia pure in forma dubitativa) quando ancora l’acquisizione per la Mostra non era certa. Mistero gaudioso. O doloroso, a seconda dei punti di vista.

Ora, la soluzione più comoda sarebbe quella di tagliare la testa al toro e sentenziare che quel testo non è mai esistito e che si tratta solo di ipotesi fantasiose di impenitenti dietrologi, allineandosi così tranquillamente all