Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 9 febbraio 2010

Il ritorno del lupo, ora non fa più paura


Corriere della Sera


Si ripopolano i branchi nel Parco della Majella. Merito dell'intesa con gli allevatori e della lotta al bracconaggio

MILANO - Il problema, per certi versi, è Cappuccetto Rosso, la prima
fiaba che si impara da bambini. Lì dentro, nelle parole raccontate da
Perrault e dai fratelli Grimm, il lupo è decisamente cattivo. Anzi, è
il cattivo per antonomasia, le ha tutte lui: subdolo, crudele, perfido,
insaziabile. Tutto forse parte da lì. E da credenze e falsi miti
attorno a questo predatore che si sono tramandati nel tempo. Ma il
lupo, fuori dalle favole, è anche e soprattutto un anello importante
della catena alimentare di diverse regioni italiane e l'immagine
negativa che si è portato appresso per tanti, troppi, anni ha fatto sì
che nella storia sia stato spesso considerato una minaccia, per l'uomo
e per il suo bestiame. E di conseguenza da eliminare. In alcuni casi lo
sterminio è riuscito e in diverse aree la sua scomparsa ha provocato
uno sviluppo incontrollato di quelle che sono sempre state le sue
prede, con uno squilibro che ha poi avuto ripercussioni anche sulla
vita dell'uomo.

Foto

INVERSIONE DI TENDENZA -
A volte, però, ci sono anche le notizie

positive. E in questo 2010 anno dedicato dall'Onu alla difesa della
biodiversità, dal Parco nazionale della Majella, in Abruzzo, arriva
l'annuncio che lascia ben sperare: il lupo è tornato. Nella riserva
abruzzese sono stati censiti dodici branchi per un totale di
un'ottantina di lupi. Tra i primi in Italia a mettere in atto un
sistema di sorveglianza sanitaria sulla fauna selvatica, il Parco della
Majella ha lavorato negli ultimi anni per raggiungere l'obiettivo di
una serena convivenza tra i lupi e le popolazioni locali. «Nei 75 mila
ettari del suo territorio protetto, negli ultimi 7-8 anni il conflitto
con il settore zootecnico si è trasformato in gestione collaborativa
del rapporto uomo-lupo - spiegano dalla sede di Badia Morronese, presso
Sulmona -. Indennizzi economici, incentivi per l'adozione di misure di
prevenzione, attività investigativa sul controllo delle morti illegali,
sistemi di controllo e monitoraggio del lupo altamente tecnologici come
la radiotelemetria satellitare hanno permesso di abbattere la mortalità
del bestiame e di migliorare il rapporto tra lupi e allevatori». I
radiocollari consentono di seguire gli spostamenti dei lupi fino a 12
volte al giorno e di intervenire in caso di un loro avvicinamento
eccessivo alle mandrie.

TUTELA E CONTROLLO - Il parco della Majella, assieme a quello

delle Foreste Casentinesi e a quello del Pollino e ad una serie di
altri enti territoriali, sta promuovendo anche un progetto Life (che
usufruisce del sostegno dell'Unione Europea) per il coordinamento delle
misure di monitoraggio del lupo sugli Appennini. «Wolfnet», così si
chiama, sarà presentato venerdì a Sulmona in occasione del workshop che
darà il via all'iniziativa. L'operazione mira a tutelare da un lato la
sopravvivenza della specie (ad esempio con interventi contro il
bracconaggio o con una maggiore protezione dei territori in cui vivono
nei periodi riproduttivi e alle diverse fasi del ciclo biologico della
specie), dall'altro alla messa a punto di di politiche di controllo e
di contenimento che rendano sempre più compatibile la convivenza al
fianco di realtà urbanizzate.

MODELLO DA ESPORTARE - L'obiettivo è inoltre quello di esportare

un modello di gestione, sostenibile sul lungo termine e rimodulato
sulle caratteristiche locali ecologiche e socio-economiche, all'interno
di altre aree protette e territori non protetti della rete Appennino
Parco d'Europa. Per realizzare il progetto, che ha un costo complessivo
di un milione e 600 mila euro di cui un milione finanziati da
Bruxelles, saranno tra l'altro sviluppate nuove procedure di
accertamento dei danni causati dai lupi agli allevamenti e creati
gruppi operativi specialistici composti anche da veterinari che avranno
il compito di effettuare attività diagnostiche e medico-legali e
attività investigative di contrasto alla persecuzione illegale nei
confronti del lupo. «I danni causati al bestiame domestico sono uno dei
motivi principali per i quali i grandi carnivori, orsi e lupi in
particolare, sono stati perseguitati per secoli. L'approvazione del
progetto Life Wolfnet - spiega il direttore del parco Nicola Cimini -
rappresenta il coronamento delle attività intraprese negli ultimi anni
dal Parco nazionale della Majella con impegno e professionalità sulle
problematiche della coesistenza lupo-uomo».

Al. S.

09 febbraio 2010

Il lupo appenninico nel Parco della Majella



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L’Oltraggio impunito

di Paolo Granzotto


A essere scandalose non sono le parole di Massimo Ciancimino, lo scandalo risiede nel fatto che quelle parole gliele si facciano pronunciare nel corso di un procedimento giudiziario che nulla ha a che vedere con Berlusconi, Dell’Utri o Forza Italia. Scandaloso è che non si sia fatto tacere il «dichiarante», incriminandolo per oltraggio alla giustizia e all’intelligenza dei componenti la Corte. Nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone si stanno giudicando il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura, nell’ottobre del ’95, del boss mafioso Bernardo Provenzano. Cosa c’entra, dunque, la fondazione di Forza Italia? E come fa una Corte a non respingere per evidente assurdità, per palese farneticazione la «rivelazione» che Forza Italia fu il frutto della trattativa tra lo Stato e la mafia? Lo Stato rappresentato da chi, dal primo ministro Ciampi? Dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro?

Traendo dal cilindro i suoi conigli - cose dette o fatte dal padre; copie se non addirittura bozze di papelli e pizzini; una lettera scritta da Provenzano ma elaborata dal padre Vito e alla quale manca il destinatario, che però il «dichiarante» assicura fosse destinata a Marcello Dell’Utri e «per conoscenza» - per conoscenza! - a Silvio Berlusconi; memorie relative al disastro di Ustica; figure di ambigui agenti dei servizi segreti - Massimo Ciancimino non fa mistero di voler dar corpo all’immagine di un Silvio Berlusconi mafioso a tutto tondo. Ciò che gli è lecito fare, salvo poi doverne pagare le inevitabili conseguenze penali. Ma non in un’aula dove si dibatte sulle accuse mosse a Mori e a Obinu, non in un’aula dove la ricerca della verità è indirizzata alla presunta collusione dei due imputati con Cosa Nostra, non alle origini di Forza Italia.

È lecito chiedersi perché ciò sia stato consentito a Massimo Ciancimino, non un pentito, un collaboratore di giustizia, non un teste, ma un «dichiarante», figura dai contorni non ben definiti e proprio per questo circoscritti di volta in volta, secondo l’interesse e la disposizione d’animo. È poi doveroso chiedersi perché la Corte, una volta ascoltate le sorprendenti rivelazioni di Ciancimino non ne abbia subito fatto notare la palese contraddizione con quelle che il «dichiarante» giusto l’estate scorsa: «Io a Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte, e rispose sempre allo stesso modo: “È fuori da tutto”.

Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa Nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere, muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni personaggi...». È noto che la magistratura - e ciò va a suo onore - non lascia nulla al caso. Ma riempie faldoni su faldoni di atti, documenti, informative, copie conformi, carte bollate, verbali eccetera su ogni soggetto implicato nella causa in corso (e anche non in corso, se è per questo).

Possibile che mancasse quell’intervista rilasciata da Massimo Ciancimino? Non lo crediamo ragionevole: non si prende in mano un «dichiarante», non gli si offre la platea di un’aula giudiziaria affollata di cronisti senza prima passarlo ai raggi X. Non resta quindi da pensare o a un governo alla carlona dei pentiti e dei «dichiaranti», e allora si fa impellente una legge che ne regoli la gestione. O a una precisa volontà di cogliere l’occasione per coinvolgere in un processo di mafia il presidente del Consiglio. E farlo apparire, ancorché per bocca di un Ciancimino poco credibile perché pronto a cambiare opinione e verità, mafioso anch’esso. Tertium non datur.



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Vivo sotto le macerie a un mese dal sisma

Corriere della Sera


Haiti, un uomo di 28 anni tratto in salvo durante la rimozione di detriti da un mercato di Port-au-Prince




MILANO - Un uomo di 28 anni è stato estratto vivo dalle macerie di un edificio di Port-au-Prince, dove potrebbe esser rimasto intrappolato dallo scorso 12 gennaio, giorno del devastante terremoto che rase al suolo Haiti. La notizia è stata data dalla Cnn, in particolare dal suo inviato Sanjay Gupta, che è anche un medico..

DENUTRITO MA SALVO - Evan Muncie è stato disseppellito dalle rovine di un mercato dove, secondo i suoi famigliari, vendeva riso: quando è stato trovato il giovane era gravemente disidratato e malnutrito, ma non mostrava segni di ferite gravi. «Era emaciato, non mangiava da chissà quanto tempo - ha spiegato Mike Connelly, uno dei medici che stanno lavorando ad Haiti - e aveva ferite aperte su entrambi i piedi!». Secondo il medico, le persone che lo hanno portato in ospedale, lo hanno trovato mentre liberavano dai detriti tutta la zona del mercato. L'uomo ha raccontato ai dottori che qualcuno gli aveva dato acqua mentre era intrappolato, ma secondo i medici il giovane era visibilmente confuso e a tratti credeva ancora di trovarsi sotto le macerie. I suoi famigliari hanno detto alla Cnn di averlo trovato molto dimagrito e che a loro parere avrebbe perso almeno 15 kg rispetto al suo normale peso.

LO STOP ALLE RICERCHE - Il ritrovamento è avvenuto quasi un mese dopo il terremoto di 7 gradi di magnitudo sulla scala Richter che ha prodotto oltre 200.000 morti e migliaia di feriti. Il governo di Haiti ha interrotto gli sforzi di ricerca lo scorso 23 gennaio, ma sopravvissuti sono stati trovati fino al 27.

Redazione online
09 febbraio 2010





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Marinano la scuola, riportati in classe dalla polizia

IL Secolo xix



Quattro studenti imperiesi minorenni, di cui tre con età inferiore ai 16 anni, che avevano saltato le lezioni, sono stati identificati dalla polizia che ha avvisato i rispettivi genitori, riportandoli in classe.





Sono stati due poliziotti di quartiere, sabato scorso, passando per una piazzetta centrale di Oneglia, che hanno notato un gruppo di giovanissimi, i quali alla vista degli agenti hanno cercato di defilarsi.

Considerato l’atteggiamento piuttosto anomalo, gli agenti li hanno raggiunti identificando quattro di loro. Alla richiesta del perché non si trovassero a scuola, i ragazzi non hanno saputo fornire alcuna giustificazione plausibile.

Gli agenti li hanno quindi riaccompagnati in classe - presso un istituto di scuola secondaria di secondo grado ed uno di secondaria di primo grado - dove i rispettivi dirigenti scolastici hanno confermato che l’assenza dalle lezioni era per tutti ingiustificata. A quel punto sono stati informati i genitori dei ragazzi. Gli alunni hanno, però, terminato le lezioni prima di rincasare.




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Bestemmie in campo, linea dura della Figc

Corriere della Sera


Cartellino rosso e prova tv per punire a tutti i livelli




MILANO - Cartellino rosso per le bestemmie in campo. La federcalcio interverrà con una specifica previsione nelle "decisioni ufficiali della Figc" per punire a tutti i livelli, anche attraverso la prova tv, questo tipo di comportamento. «Interverremo sulle decisioni ufficiali per chiarire che all’interno di comportamenti offensivi e oltraggiosi rientra anche la bestemmia», ha detto il presidente della Figc Giancarlo Abete al termine del consiglio federale che si è tenuto oggi a Roma.

Abete ha specificato che "l’arbitro può sanzionare con il cartellino rosso un comportamento del genere" e che "se tale comportamento non verrà rilevato dal direttore di gara, sarà possibile intervenire attraverso la prova tv con una sanzione successiva". Per dare modo alla procura federale di acquisire la documentazione e certificare il contenuto di eventuali deferimenti, saranno allungati di quattro ore i tempi per l’acquisizione della prova tv: il termine non sarà più le ore 12 del giorno feriale successivo alla partita, ma le ore 16.

Il consiglio federale ha dunque pienamente condiviso il recente intervento del presidente del Coni Gianni Petrucci contro l’inaccettabile comportamento di chi bestemmia sui campi di gioco. Ma non solo. Sarà punita anche l’esibizione di scritte sotto la divisa da gioco. Il presidente Abete ha ricordato che "i giocatori non possono esibire scritte con contenuto personale, politico o religioso". Eventuali violazioni, segnalate dall’arbitro o dai collaboratori della procura presenti sui campi di gioco, saranno punite con ammende. Decisioni che sono state assunte da parte del consiglio con ampio consenso da parte dell’Associazione calciatori. "E’ fondamentale - ha spiegato ancora Abete - richiamare tutti ad un comportamento adeguato alla visibilità del mondo del calcio". (Fonte Apcom)

09 febbraio 2010





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L'ultrà Speziale condannato a 14 anni per la morte dell'ispettore Raciti

La Stampa


Il tribunale per i minorenni di Catania ha condannato a 14 anni di reclusione per omicidio
preterintenzionale Antonino Speziale, imputato per la morte dell’ispettore capo della polizia Filippo Raciti. La sentenza è arrivata dopo una lunga riunione in camera di consiglio.

«Sono sicuro di essere innocente. C’è un complotto, ma non mi arrendo. Con il mio avvocato
faremo appello» ha commentato Speziale.

Giuseppe Lipera, il legale di Speziale, aveva chiesto per il giovane l’assoluzione per non avere commesso il fatto o, in subordine, per mancanza di prove, mentre ieri l’accusa aveva chiesto una condanna a 15 anni. L’ispettore Filippo Raciti morì il 2 febbraio del 2007 in seguito agli scontri tra ultras e polizia nel corso del derby Catania-Palermo.

Il processo per Speziale si è svolto davanti al Tribunale per i Minorenni perchè all`epoca dei fatti il giovane aveva 17 anni. Alla lettura della sentenza in aula erano presenti l’imputato e i suoi genitori, la vedova di Raciti, Marisa Grasso, e i genitori dell’ispettore di polizia.

Secondo l’accusa Speziale durante l’arrivo dei tifosi del Palermo al Massimino avrebbe lasciato il suo posto allo stadio per scontrarsi con gli ultras ’rivalì e avrebbe utilizzato un sottolavello in metallo, usandolo a mò d’ariete, contro le forze dell’ordine che cercavano di bloccarli.

In quell’occasione, davanti all’ingresso della Curva Nord, avrebbe ferito mortalmente, con una lesione al parenchima del fegato, l’ispettore Raciti.

Con lui avrebbe agito anche un altro ultras del Catania, Daniele Michele, per il quale, in un processo separato davanti la Corte d’assise di Catania, l’accusa ha chiesto oggi la condanna a 11 anni di reclusione: 10 per omicidio preterintenzionale e un anno per resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

Per quest’ultimo reato Speziale è stato già condannato, con sentenza definitiva, a due anni di reclusione, che ha già scontato.




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La strana bugia di Di Pietro: "Non conosco quest'uomo"

di Gian Marco Chiocci

L'ex pm finge di non aver nulla a che fare con il fondatore del partito Mani pulite, Piero Rocchini.

 

 L'intervista all'ex leader

 


Nega spesso l’evidenza incurante di smentire se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel tradimento degli amici, poi s’è perfezionato nel rinnegare qualsiasi frequentazione scomoda per l’opinione pubblica: dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone (quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli incontri con Antonio Saladino, l’indagato principe dell’inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi, decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della politica, Antonio Di Pietro. 

Uno che s’è comportato alla solita maniera anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite», ha avuto l’ardire di chiedergli spiegazioni in merito al cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio negli States: «Ebbi l’impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo riconoscevo più». 

Anche Tonino non l’ha più riconosciuto, a Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell’anno 2000. Di Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in un processo per diffamazione. C’è da chiarire i reali rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto, ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla testimonianza di Tonino. 

Alle prime domande del pm e del presidente, Di Pietro risponde però come un teste dell’accusa: inizia a dire che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava vagamente d’averlo incontrato in un viaggio all’estero, che era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo, eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa una chiavica. 

L’avvocato di Rocchini di fronte a quel disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?». No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e fotografie con l’amico carneade, il Molisano mette le mani avanti. 

E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate voi. 

Pm: «(...) allora, se può sinteticamente riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se c’era un rapporto connotato d’amicizia o da frequentazione, e i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista personale beh... non è che non lo conosco, però non lo conoscevo prima dell’inchiesta. L’ho conosciuto durante la mia attività di magistrato credo in relazione a un convegno in Australia o in Spagna dove l’ho incontrato con la moglie (...)». 

Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni, vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro a Fiumicino.
Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite, lei quando lo è venuto a sapere?». 

Di Pietro: «Il fatto stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per mantenere una differenziazione, che quando questi mi invitavano, a tutti dicevo. “Non posso venire mi dispiace”». 

Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto così in occasione di svariati convegni, in giro per l’Italia, organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà un’occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere occulto!“. Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non è casuale.

Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le scrivono risponde dicendo: “Faccia riferimento al signor Rocchini”...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...». 

Non è così. Il Pm tira fuori un altro biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi entrati fattivamente nell’Idv. Si legge: «Sarà bene che prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le lettere che riceveva ogni giorno (...). “Non me ne voglia Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila Rocchini, non ricordo». Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due: «Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro movimento». L’avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei si sta interessando molto a questo movimento», o no?. 

Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».

Non sembrerebbe così. Stando alle contestazioni documentate dell’avvocato di Rocchini, il 7 novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io», «Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa», «l’analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee: «Controllo dell’immagine: Directa», «Movimento Mani pulite» appunto quello di Rocchini. 

Di Pietro: «La parola “Io” l’ho scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto quell’organigramma, non solo la parola io, ma tutto l’organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi c’è scritto anche Mani pulite». 

Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini, ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l’ha scritto lei». Di Pietro: «No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In quell’occasione erano presenti queste persone, Stajano, Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì (...). C’era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che Rocchini aveva avuto a che fare con l’estrema destra, con Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari su Rocchini...». 

Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978. 

Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto che c’è un signore, che conosco in un convegno, che frequento in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c’è tanto di fotografia, ma non l’ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini: «Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? Che io devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...». Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è venuto a casa mia». 

Avv.: «Dov’è avvenuta questa ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov’è avvenuta». Avv. «Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro: «(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv: «Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli, ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.





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Di Pietro nega all’Idv la lista delle sue ricchezze

di Paolo Bracalini

Quando lasciò la magistratura aveva due immobili, ora ne ha dieci tra Milano, Roma e Montenero. 


Al congresso l’ala grillina propone d’istituire una "anagrafe patrimoniale" per controllare gli eletti, ma l’idea viene annullata dopo l’intervento del leader

 




Una volta le case erano due, poi sono diventate dieci. Nel mezzo una carriera politica. Difficile, poi, presentarsi come il paladino dell’anti-casta. Spiegatelo all’ala grillina dell’Idv, che l’altro giorno al congresso del partito si è vista sfilare di mano una proposta per fare trasparenza sull’attività e sui patrimoni dei vertici. Nella grande sala dell’hotel Marriott a Roma è andato in scena un giallo, che si scioglierà forse solo quando la famosa mozione Pardi verrà riscritta sulla base delle modifiche fatte a voce ma non verbalizzate. 

Ma cos’è successo veramente? L’ennesima magia: complice probabilmente il bailamme dei lavori finali, è successo che l’«anagrafe patrimoniale» degli eletti, proposta dalla mozione, si è trasformata semplicemente (e magicamente) in una «anagrafe» degli eletti. 

Ma la differenza non è lieve, la prima sarebbe una radiografia delle proprietà del dipietrista, prima e dopo la parentesi politica, la seconda la semplice identificazione anagrafica dei parlamentari e dei vari consiglieri Idv eletti nei vari enti.
Dunque due cose completamente diverse, che però Tonino - forse confondendosi - ha mescolato, trasformando un’opzione di trasparenza in un’ovvietà amministrativa, tanto che lo stesso Di Pietro ha aggiunto - un po’ comicamente - che quella richiesta era ridondante, perché «i dati degli uomini politici dell’Idv sono già tutti noti»: nome, cognome, luogo di nascita etc. 

Certo, «ma si parla di anagrafe patrimoniale!!!», ha allora urlato dalla sala l’onorevole Renato Cambursano, deputato piemontese dell’Idv già tesoriere della Margherita. Infatti nel testo originario si leggeva: «Il partito deve garantire la più trasparente anagrafe degli eletti: gli elettori devono sapere con quali mezzi gli eletti entrano ed escono dalla politica». 

Ma il concetto, ingombrante anche per il partito degli onesti, è sparito sotto gli occhi di tutti, annacquato nell’anagrafe senza patrimonio, una banalità che non serve a niente. Eppure Pardi, autore della mozione che ha portato un barlume di critica dentro un congresso superblindato per la rielezione plebiscitaria del leader, sventolava le fotocopie del suo documento come se avesse vinto lui contro l’apparato. Si vedrà, quando (e se) le modifiche verranno scritte, cosa rimarrà dello spirito «riformista» iniziale. Probabilmente ben poco, se le modifiche corrisponderanno a quelle fatte a voce dal capo durante la discussione. 

Se l’anagrafe dei beni posseduti, prima e dopo aver fatto parte della Casta, esistesse davvero nell’Idv, il primo a poter raccontare un’evoluzione patrimoniale davvero straordinaria sarebbe proprio il leader Di Pietro, l’inventore dell’Idv, il partito che dieci anni fa non era niente e oggi aspira al 10% (anche se i sondaggi per le Regionali lo danno in discesa, dall’8% delle Europee al 6 e qualcosa). 

Se ci fosse, l’anagrafe patrimoniale di Tonino racconterebbe una passione per il mattone che nel giro di dodici anni ha portato il leader dell’Idv a possedere una decina di case (tra acquisti per sé, la moglie e per i figli), passando dalle due della fase pre-politica: la masseria di Montenero di Bisaccia ereditata dalla famiglia e la villa a Curno. Da lì a poco sarebbe cominciato uno shopping immobiliare di tutto rispetto per l’ex Pm nel frattempo diventato politico. Nel 1999 Di Pietro è europarlamentare, e per la bisogna compra un appartamento a Bruxelles, per 200milioni di lire circa.

Ma è solo un piccolo colpo, quelli veri arrivano più tardi. Nel 2002 si aggiudica un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: otto vani per un totale di 180 metri quadrati, pagato circa 650mila euro (in parte con un mutuo acceso alla Bnl). L’anno dopo, a Montenero, Tonino cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati, sei vani e mezzo poi ampliati a otto grazie al condono edilizio del 2003. Spesa: attorno ai 300mila euro. 

Non basta, il fiuto immobiliare di Tonino colpisce ancora, e l’ex Pm compra a Bergamo un quarto piano di 190 metri quadrati, in un palazzo Liberty in centro a Bergamo. Un dono per i figli Anna e Toto, un regalo importante. Lo stesso giorno la moglie compra un appartamento, due cantine e garage sempre a Bergamo: il costo oscillerebbe intorno agli 800mila euro. Passa un altro anno e nel 2004 Di Pietro (tramite la sua società Antocri) acquista un’altra casa, questa volta a Milano, nella centrale Via Felice Casati. 

Un appartamento di 190 metri quadrati che viene via con 614mila euro, di cui 300mila con un mutuo. Siamo al 2005 e anche quell’anno non passa senza un altro colpo immobiliare, a Roma però. Qui si aggiudica, per più di 1 milione di euro, un appartamento in via Principe Eugenio a Roma, come sede capitolina del partito. Passa ancora del tempo e arriviamo al 2006, quando Tonino compra all’asta, in condizioni rocambolesche, un altro appartamento a Bergamo, in via Locatelli, ad un prezzo molto scontato, meno di 210mila euro, grazie alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare Inail. Nel 2007, poi, inizia i lavori di ristrutturazione della masseria di Montenero di Bisaccia, operazioni che devono costare care viste le dimensioni della proprietà: 33 frazionamenti pari a 16 ettari.

Lo stesso anno papà Tonino regala un altro appartamento ai figli, a Milano in piazza Dergano. Finita? No, l’amore per la terra natìa è troppo forte e nel 2007 compra una nuova masseria, proprio dirimpetto al vecchio terreno. Spesa di 70-80mila euro, a cui va aggiunto il lavoro di ristrutturazione già avviato e costato finora una cifra - così dicono dal paese - pari a 120mila euro. Dunque uno shopping immobiliare di 200mila euro totali. Di Pietro ha spiegato che non c’è nessun mistero, ma i conti sono complicati. Certo farebbe un bell’effetto, questa sfilza di immobili, nell’anagrafe patrimoniale che vorrebbero i grillini dell’Idv.






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Iran, assalto con pietre all'ambasciata I miliziani del regime: "Morte all'Italia"

di Redazione

l ministro degli Esteri in Senato denuncia l'attacco da parte dei basiji: "Cento miliziani con pietre e bastoni contro al nostra ambasciata.

Gridavano 'Morte all'Italia' e 'Morte a Berlusconi'".

Fonti da Teheran: l'ambasciatore italiano convocato dopo le frasi del premier alla Knesset



Teheran - Decine di basiji, la milizia paramilitare iraniana ha tentato di assaltare l’ambasciata italiana a Teheran. Lo ha comunicato il ministro degli Esteri Franco Frattini, nel corso di un’audizione al SeUn centinaio.  di miliziani, ha detto Frattini, hanno tirato pietre contro l’ambasciata e urlato slogan come "Morte all’Italia" e "Morte a Berlusconi". La polizia iraniana ha "scongiurato l’assalto vero e proprio all’ambasciata". Lo ha detto il Ministro degli Esteri Franco Frattini, lasciando il Senato. E ha assicurato che, grazie a questo intervento, "non ci sono danni seri" all’ambasciata.

La denuncia "Vi comunico - ha detto Frattini - che si è appena svolta una manifestazione ostile verso l’ambasciata italiana a Teheran. Un centinaio di basji, che si sono resi protagonisti di violazioni contro civili, hanno tentato di assaltare l’ambasciata a colpi di pietre e al grido di 'Morte all’Italia e a Berlusconi' e lo stesso stanno facendo con l’ambasciata di Francia e Olanda".

La festa della Rivoluzione Per questa ragione, "l’Italia non invierà l’ambasciatore alle manifestazioni dell’11" ha annunciato il ministro, secondo cui "c’è una consultazione europea per capire se vi sarà una sorta di osservazione diplomatica da parte delle cancelliere europee, ma credo che quello che è stato deciso dall’Italia sarà condiviso da altri Paesi, come Germania e Gran Bretagna".

Problemi con tutti Non ci sono rapporti "tesi" in particolare con l’Italia, purtroppo l’Iran "ha rapporti complessi e problematici con l’intera comunità internazionale". Così il ministro degli Esteri, lasciando Palazzo Madama, ha risposto a una domanda se il tentato assalto di oggi all’ambasciata italiana a Teheran potesse essere collegato alle recenti dichiarazioni fatte in Israele dal premier Silvio Berlusconi nei confronti dell’Iran. Il giorno dopo il regime degli ayatollah aveva accusato il premier italiano di "rendere servigi a Israele".

Teheran contro Berlusconi Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato domenica l’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, per trasmettergli una protesta ufficiale per le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Berlusconi nella recente visita in Israele. Lo hanno riferito fonti locali attendibili che hanno voluto mantenere l’anonimato. In particolare, hanno sottolineato le stesse fonti, il premier Berlusconi ha detto che è nostro "dovere sostenere e aiutare l’opposizione" nella Repubblica islamica.





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Di Pietro così mentì in tribunale: "Io quest'uomo non lo conosco"

di Gian Marco Chiocci


l verbale della fantozziana deposizione dell’ex pm in tribunale: finge di non aver nulla a che fare con il fondatore del partito Mani pulite.


Ma foto e documenti lo smascherano. L'ex leader della lista Mani pulite: "Era di destra, poi torna dagli Usa e passa alla sinistra".


Caso Campania, De Magistris è infuriato

 

 




Nega spesso l’evidenza incurante di smentire se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel tradimento degli amici, poi s’è perfezionato nel rinnegare qualsiasi frequentazione scomoda per l’opinione pubblica: dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone (quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli incontri con Antonio Saladino, l’indagato principe dell’inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi, decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della politica, Antonio Di Pietro. 

Uno che s’è comportato alla solita maniera anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite», ha avuto l’ardire di chiedergli spiegazioni in merito al cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio negli States: «Ebbi l’impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo riconoscevo più». 

Anche Tonino non l’ha più riconosciuto, a Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell’anno 2000. Di Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in un processo per diffamazione. C’è da chiarire i reali rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto, ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla testimonianza di Tonino. Alle prime domande del pm e del presidente, Di Pietro risponde però come un teste dell’accusa: inizia a dire che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava vagamente d’averlo incontrato in un viaggio all’estero, che era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo, eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa una chiavica. 

L’avvocato di Rocchini di fronte a quel disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?». No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e fotografie con l’amico carneade, il Molisano mette le mani avanti. E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate voi.

 Pm: «(...) allora, se può sinteticamente riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se c’era un rapporto connotato d’amicizia o da frequentazione, e i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista personale beh... non è che non lo conosco, però non lo conoscevo prima dell’inchiesta. L’ho conosciuto durante la mia attività di magistrato credo in relazione a un convegno in Australia o in Spagna dove l’ho incontrato con la moglie (...)». 

Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni, vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro a Fiumicino.
Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite, lei quando lo è venuto a sapere?». 

Di Pietro: «Il fatto stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per mantenere una differenziazione, che quando questi mi invitavano, a tutti dicevo. “Non posso venire mi dispiace”». 

Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto così in occasione di svariati convegni, in giro per l’Italia, organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà un’occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere occulto!“. Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non è casuale.

Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le scrivono risponde dicendo: “Faccia riferimento al signor Rocchini”...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...». 

Non è così. Il Pm tira fuori un altro biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi entrati fattivamente nell’Idv. Si legge: «Sarà bene che prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le lettere che riceveva ogni giorno (...). “Non me ne voglia Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila Rocchini, non ricordo». Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due: «Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro movimento». L’avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei si sta interessando molto a questo movimento», o no?. 

Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».

Non sembrerebbe così. Stando alle contestazioni documentate dell’avvocato di Rocchini, il 7 novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io», «Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa», «l’analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee: «Controllo dell’immagine: Directa», «Movimento Mani pulite» appunto quello di Rocchini. 

Di Pietro: «La parola “Io” l’ho scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto quell’organigramma, non solo la parola io, ma tutto l’organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi c’è scritto anche Mani pulite». 

Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini, ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l’ha scritto lei». Di Pietro: «No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In quell’occasione erano presenti queste persone, Stajano, Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì (...). C’era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che Rocchini aveva avuto a che fare con l’estrema destra, con Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari su Rocchini...».

Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978. 

Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto che c’è un signore, che conosco in un convegno, che frequento in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c’è tanto di fotografia, ma non l’ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini: «Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? 

Che io devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...». Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è venuto a casa mia». Avv.: «Dov’è avvenuta questa ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov’è avvenuta». Avv. «Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro: «(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv: «Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli, ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.




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