Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 19 gennaio 2010

Negozio choc: vietato entrare a chi sa solo il cinese

La Nazione

Il proprietario si difende: "Non è razzismo ma provocazione, copiano gli abiti che vendo"



Empoli, 19 gennaio 2010

Roberto Benigni, nel suo film La vita è bella, a un certo punto mostra un cartello esposto sulla vetrina di un bar di Arezzo negli anni ’30: «Vietato l’ingresso a ebrei e cani». Era il suo modo per ricordare l’avanzare strisciante dell’intolleranza razzista in quella stagione sciagurata. Ieri a Empoli, in un negozio di abbigliamento del centro, sulla porta di ingresso è apparso un cartello che a molti ha ricordato quel film: «Vietato l’ingresso a cinesi se non parlano l’italiano». Sottopelle alla civilissima e da sempre accogliente Toscana stanno nascendo nuovi sentimenti di intolleranza?

«Ma per carità! Quale razzismo, quale intolleranza! La mia era solo una provocazione. Ben riuscita, mi pare». E giù una risata falstaffiana, grassa e rotonda come una mina marina. Gino Pacilli è il titolare del negozio di abbigliamento Lulapop e l’autore del cartello che ieri mattina ha fatto sobbalzare mezza Empoli. «Si l’ho scritto io, e tutto per colpa di un idraulico di Castelfiorentino — dice, mentre mostra un paio di jeans a due clienti nigeriani — Se ha voglia di sapere il perché, si sieda che le spiego». Ci sediamo.

La storia che ha di mezzo l’idraulico inizia dunque qualche mese fa, quando il negozio del Pacilli diventa meta di gruppi di cinesi. «Entrano in tre o quattro insieme, non parlano, facendo capire di non sapere l’italiano, toccano tutta la merce, poi se ne vanno. Senza mai comprare niente. E senza mai salutare. Maleducazione allo stato puro». Gli incerti del mestiere. Solo che venerdì scorso succede quello che non ti aspetti. «Il solito gruppo di cinesi è dentro da mezz’ora, sempre senza parlare e toccando tutto — racconta Gino — quando nel negozio entra un idraulico di Castelfiorentino che conosco bene. Questi fa pochi passi, vede i cinesi e li saluta. Loro impallidiscono, balbettano qualcosa, poi se ne vanno di fretta.

 “Ma li conosci?”, dico. E lui: “Certo che li conosco, stanno in un bel palazzo a Castelfiorentino, parlano correttamente l’italiano e sono diventati benestanti facendo confezioni di abbigliamento. Copiano tutto e lo vendono a metà prezzo“. Improvvisamente capisco tutto: “Ecco perché toccano la merce!. E sa che ho fatto?». Questo lo sappiamo. Ha preso carta e penna e ha scritto un cartello dal prepotente sapore di provocazione: vietato l’ingresso ai cinesi che non parlano italiano. «E ora aspetto che l’assessore al commercio, che non si è mai fatto vivo fin qui, mi telefoni che spiego tutto pure a lui», dice Gino Pacilli.

Per ora, a farsi vivo non è stato l’assessore ma chi dal quel cartello si è sentito ferito. E parecchio. «Quantomeno un’uscita non opportuna, di dubbio gusto», si lamenta Celia Pariona Vergaray, membro della consulta degli stranieri, che a Empoli è numerosissima (un residente su 10 è extracomunitario). Ed Enzo Migliorini, consigliere comunale a Certaldo e fra i primi a sollevare il caso: «Facciamo di tutto nelle scuole per educare all’integrazione e poi ci troviamo di fronte a questi episodi che vanificano tutto. Mi meraviglio solo che le istituzioni non si muovano». La preoccupazioni, insomma, che sotto la cenere anche comprensibile dell’esasperazione, trovi terreno fertile una forma di intolleranza strisciante. Questa non giustificabile. Anche perché proprio qui a Empoli, l’ombra del razzismo è rimasta sospesa anche su un episodio avvenuto la scorsa settimana al termine di una gara di pallacanestro.

Allora un giocatore di colore fiorentino, Andrew Rath, dopo un fallo pesante su un avversario dell’Empoli basket, era stato aggredito al grido di «negro di merda». «Ma non c’era razzismo, solo rabbia quel brutto fallo», hanno spiegato poi i dirigenti della squadra empolese al questore Tagliente che aveva aperto un’inchiesta sull’episodio. Comunque un terreno di inquietudine nel quale si è conficcato il cartello-provocazione di Pacilli. Che non ha certo lasciato indifferente il Comune: «Queste tipo di esternazioni Empoli non le sopporta e le stigmatizza — spiega pacata il sindaco della città, Luciana Cappelli — Anche se è una provocazione, lo è di dubbio gusto. Per questo, ho disposto un’inchiesta della polizia municipale. Acquisiremo gli atti, poi valuteremo il daffarsi. Di sicuro vogliamo evitare un effetto domino. Empoli è una città che ha forte il valore della tolleranza: eviteremo assolutamente che questo tipo di iniziative possano ripetersi».
Stefano Cecchi




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Inghilterra, meno soldi a operai italiani

Corriere della Sera

L'azienda Cmn accusata di pagare oltre mille sterline in meno rispetto all'accordo. Protestano i sindacati




MILANO - Gennaio 2009: al grido di "british jobs for british workers" scesero in piazza gli operai inglesi contro 300 colleghi italiani assunti dalla Irem, che aveva vinto una gara d'appalto in una raffineria della Total nel Lincolnshire. L'accusa: ci rubate il lavoro. Un anno dopo, Midlands orientali: l'azienda italiana Cmn, vincitrice di un subappalto nella centrale elettrica di Staythorpe, viene accusata di pagare la forza lavoro (per la maggior parte italiana) oltre mille sterline in meno rispetto all'accordo siglato tra il maggior sindacato britannico, Unite, e l'Alstom, l'azienda a cui è stato assegnato l'incarico di costruire la nuova centrale. Una questione che rischia di riaprire il capitolo "lavori inglesi per lavoratori inglesi".

REVISIONE DELLE PAGHE - A far suonare il campanello d'allarme è stata la sentenza sulla revisione delle paghe chiesta dai sindacati: ha rivelato che ogni mese, tra aprile e dicembre 2009, una media di 17 operai è stata pagata 1.300 euro in meno rispetto ai loro colleghi dipendenti di ditte inglesi. Unite è sul piede di guerra e chiede che il contratto della Cmn sia rescisso. «Il fatto che questi lavoratori vengano sottopagati è un oltraggio - ha tuonato il segretario generale Les Bayliss al Guardian -.

Queste rivelazioni sono la prova che i lavoratori del settore avevano remore genuine. Alcuni operai impiegati a Staythorpe hanno perso migliaia di sterline che sono loro dovute. Unite non permetterà che i datori di lavoro la facciano franca, non rispettando gli accordi sottoscritti al di là della nazionalità dei lavoratori». Nella centrale arrivano ad essere impiegati oltre 2mila lavoratori, molti sono stranieri ingaggiati dalle aziende che si sono aggiudicate i subappalti.

Redazione online
19 gennaio 2010



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Mozzarella, commissariato il Consorzio Zaia: presidente annacquava il latte

Corriere del Mezzogiorno
 

Il ministro: ho nominato 4 uomini che controlleranno con la lente di ingrandimento i casi di contraffazione



CASERTA - Latte di bufala annacquato dal presidente in persona, lo stesso che, nel programma operativo, aveva annunciato misure per «consolidare ancora di più la qualità e l'eccellenza della mozzarella nelle aree Dop (Caserta, Salerno, Napoli, Benevento e province di Roma, Latina, Frosinone e Foggia). E il ministro Zaia commissaria il consorzio di tutela.

IL COMMISSARIAMENTO - «Ho appena commissariato il Consorzio di tutela della Mozzarella di Bufala». Lo ha rivelato dai microfoni dell’Alfonso Signorini Show in onda su Radio Monte Carlo il ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Luca Zaia. «Ho commissariato il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala, perché - ha spiegato il ministro - durante i controlli lo stesso presidente del Consorzio (Luigi Chianese ndr) è stato sorpreso mentre annacquava il latte. Ho già firmato un decreto in cui ho nominato quattro uomini di mia fiducia, che controlleranno, con la lente di ingrandimento, anche questo grave caso di contraffazione».

AL CONSORZIO NESSUNO SA NIENTE - Eppure al Consorzio di tutela di Caserta è una mattinata tranquilla, nessuno sa niente e il presidente non c'è. Quando il corrieredelmezzogiorno.it telefona la risposta è questa: «Cosa? L'ex presidente? No, lei cerca il presidente. Non c'è nessun commissariamento, almeno non ci hanno avvisato...».

Il consiglio di amministrazione del Consorzio per la tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop aveva nominato Luigi Chianese, già consigliere, presidente del Consorzio all'unanimità. Il nuovo presidente, titolare delle Fattorie del Massico di Piedimonte di Sessa Aurunca, era il successore di Francesco Serra, dimessosi per motivi personali. Chianese, 46 anni, imprenditore conosciuto nel settore lattiero-caseario, aveva già ricoperto il ruolo di presidente nel 2007 all'indomani della scadenza dei primi mandati dello stesso Serra.

IL 25% MOZZARELLE FALSE - «Da due anni a oggi - ha proseguito il ministro - la mia politica di tolleranza zero ha portato alla scoperta di molti casi di contraffazione di prodotti alimentari. A novembre i numerosi controlli nella grande distribuzione hanno rivelato che nel 25% dei campioni analizzati, le mozzarelle non erano vere mozzarelle di bufala poiché contenevano almeno il 30% di latte di vacca».

COLDIRETTI: AVEVAMO CHIESTO UN CAMBIAMENTO - «Da tempo ritenevamo che sia la compagine che il modus operandi del consorzio doveva avvalersi di un maggior contributo delle imprese agricole e in particolare degli allevatori. Questa situazione, più volte denunciata, anche alla luce dei problemi di carattere sanitario attraversati negli ultimi anni, ci aveva portato a chiedere a una modifica della composizione del consorzio per rilanciare un comparto che usciva da un tunnel maledetto».

Lo dice Vito Amendolara, direttore regionale della Coldiretti campana in merito al commissariamento del consorzio di tutela della mozzarella di bufala. «Anche se sul piano dell’immagine questa iniziativa crea problemi, comunque circoscritti e sui quali attendiamo documentazioni ufficiali, l’auspicio è che nella terra dei commissariamenti - conclude Amendolara - si riesca a risalire la china in maniera definitiva per un comparto che dà lustro alla Campania sul piano economico consegnando risposte concrete alle aziende zootecniche».

NAPPI (REGIONE): NOI, PARTE LESA - «Siamo lieti dell’intervento del ministro Zaia, che ha annunciato il commissariamento del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala. Come Regione ci sentiamo parte lesa di fronte alle violazioni riscontrate durante i controlli nelle aziende, perchè è inconcepibile che per le inaccortezze e le frodi di alcuni un’intera filiera, altamente strategica per la Campania, rischi di essere fortemente penalizzata». L’assessore all’agricoltura della Regione Campania, Gianfranco Nappi, commenta così la notizia del commissariamento del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala da parte del Governo.

«È venuto il momento di rafforzare il sistema dei controlli sui Consorzi, che ad oggi risulta ancora centralizzato - aggiunge Nappi - la Regione a tale proposito rivendica un ruolo più attivo, non contrapposto ma complementare a quello dei livelli nazionali. E fin dalle prossime ore incontrerò tutti gli attori della filiera bufalina per sviluppare un programma di promozione della mozzarella campana, su cui la giunta regionale ha già individuato le risorse economiche, che si fondi irrinunciabilmente su qualità e rintracciabilità dei prodotti».


R. W.
19 gennaio 2010





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La Cina censura Avatar

La Stampa


Lo stop per motivi politici e per proteggere le pellicole made in Pechino




PECHINO

La Cina ha deciso di bloccare le proiezioni del film «Avatar», nonostante il grande successo di pubblico. Lo afferma la stampa cinese. Dietro lo stop ad un film che nei primi otto giorni di programmazione ha raccolto l’equivalente di 40 milioni di dollari, vi sarebbero motivi politici. Pare che molti spettatori abbiano visto nella battaglia degli abitanti di Pandora per proteggere la loro terra e cultura, quella dei tanti cinesi che si sono opposti alle autorità per proteggere le loro case che dovevano essere abbattute per grandi progetti edilizi del governo. Secondo il quotidiano «Apple Daily», le autorità vogliono anche assicurare il successo di un costoso film approvato dal governo sulla vita del filosofo Confucio, la cui uscita nelle sale è prevista per venerdì.

Per stoppare il film a stelle e strisce la censura sta utilizzando una strada molto sottile: indiretta, ma efficace. Una comunicazione inviata alle sale di tutto il Paese dalla China Film Group Company, distributrice di «Avatar» in Cina, impone infatti di sospendere le proiezioni della versione «normale» del film. Rimarrà in circolazione solo la versione tridimensionale, per la quale è richiesto l’uso di speciali occhiali che vengono distribuiti all’ingresso delle sale. Siccome le sale attrezzate per il tridimensionale sono pochissime, la decisione equivale di fatto al ritiro dalla circolazione di un film che sta battendo tutti i record di incassi, in Cina come nel resto del mondo.

In alcuni commenti affidati ad Internet la decisione viene spiegata con la necessità di fare spazio non soltanto al film «patriottico» su Confucio, prodotto ad Hong Kong, ma anche agli altri film cinesi, schiacciati dal successo di «Avatar». Altri affermano che le autorità avrebbero visto nel film pericolosi riferimenti alla situazione delle minoranze etniche della Cina, come i tibetani e gli uighuri. Secondo «Apple Daily» di Hong Kong, l’ordine di bloccare il film sarebbe venuto direttamente dal Dipartimento Centrale di Propaganda del Partito Comunista Cinese



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La Nasa rottama gli Shuttle

La Stampa

In vendita ai privati le navette. I motori saranno regalati a chi se li porta via





CAPE CANAVERAL

Come giocattoloni sono decisamente ingombranti, anche per piazzarli in giardino. Ma chissà che non si faccia avanti il solito miliardario bizzarro: la Nasa ha deciso di vendere ai privati le vecchie navette degli Shuttle. E per portarsi - si fa per dire - a casa un motore non si spenderà manco un cent, benché si tratti degli oggetti che hanno volato più in alto e più velocemente di qualsiasi altre macchine mai costruite dall’uomo.

In vista del probabile prossimo pensionamento alla fine del 2010 la Nasa cederà gli Space Shuttle per meno di 30 milioni di dollari ciascuno. Come riporta il quotidiano britannico «The Independent», «Discovery» (con alle spalle 37 missioni e il cui contachilometri segna 5.247 orbite) è già stato promesso allo «Smithsonian Institute», ma «Atlantis» ed «Endeavour» sono ancora disponibili a 28,2 milioni di dollari; e pur di far cassa la Nasa potrebbe decidere di vendere anche il prototipo delle navette, l’«Enterprise». Se il costo vi sembra troppo alto, sappiate che il vero affare è costituito dai motori delle navette, non più necessari una volta che queste siano parcheggiate in un museo: il prezzo di listino era compreso fra i 400mila e gli 800mila dollari, ma vista la mancanza di acquirenti la Nasa li offre gratis: basta che chi li vuole abbia i mezzi per portarseli a casa.

La flotta degli space shuttle - persa la decana «Columbia» nell’incidente del 2002 - comprende attualmente la «Atlantis», la «Discovery» e la «Endeavour» - l’ultima navetta ad essere costruita per sostituire la «Challenger», esplosa al decollo nel 1986. Il primo space shuttle ad essere costruito, «Enterprise» (battezzato in tal modo su richiesta dei fan di Star Trek), è rimasto un modello statico e non è stato mai dotato di propulsori, dopo che i tecnici decisero di apportare alcune modifiche al progetto originale. Il nuovo programma spaziale statunitense si chiama «Constellation», nome scelto da un’azienda pubblicitaria newyorchese.

La Casa Bianca aveva calcolato in 230 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni la spesa necessaria, dei quali 8 miliardi già appaltati e tre miliardi già spesi. Sono in corso la progettazione della nuova capsula Orion e del relativo vettore Ares I; per la prima missione con equipaggio si dovrà invece attendere il 2015. L’intero programma spaziale potrebbe però essere rivisto dall’Amministrazione Obama, anche alla luce della crisi economica globale. Il mantenimento della flotta degli space shuttle oltre la data di ritiro prevista del 2010 costerebbe tre miliardi di dollari l’anno oltre ad aumentare il rischio di incidenti mortali.





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I versetti della Bibbia nei mirini dei fucili americani

Corriere della Sera


La ditta che rifornisce l'esercito Usa ignora il divieto di proselitismo imposto ai militari in Afghanistan e in Iraq




WASHINGTON - Ai militari americani in Afghanistan e in Iraq è vietata qualsiasi forma di proselitismo religioso, verbale o scritta, per rispetto all’Islam. Ma la ditta fornitrice dei mirini dei fucili ad alta precisione dei marines ha sempre ignorato e continua a ignorare il divieto. La tv Abc ha rivelato che la Trijicon del Michigan iscrive in codice sui mirini passi del vecchio e nuovo testamento. Un esempio è JN 8:12 (Gv 8: 12), l’invito di Gesù sul vangelo di Giovanni: «Chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita». Un altro è 2 COR 4:6, un passo della seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, dove si parla della «gloria divina che rifulge sul volto di Cristo»
.
POLEMICHE - La rivelazione della Abc ha diviso in due il Congresso. Secondo i liberal, ai musulmani i codici della Trijicon possono evocare il ricordo delle crociate, termine usato inizialmente dal presidente Bush, che poi lo abbandonò, per la lotta al terrorismo, e possono conferire alle guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan il connotato di guerre di religione, esattamente come sostengono i jihadisti. Secondo i conservatori invece non ci sono rischi del genere, anzi i codici della Trijicon sono di conforto ai soldati che, dice, nutrono una profonda fede.

LA TRIJICON E IL PENTAGONO - La Trijicon, che fornisce ai marines 800 mila mirini ogni anno, e ne fornisce altri all’esercito, per 660 milioni di dollari circa, ha smentito di fare del proselitismo occulto. Ha ricordato che il fondatore della ditta, Glen Bunde, un sudafricano scomparso in un incidente aereo nel 2003, era molto religioso, ed esigeva che i dipendenti studiassero la Bibbia. L’America, afferma la Trijicon, «è una nazione buona perché i suoi valori si basano sull’insegnamento biblico» che non deve essere abbandonato. La ditta aggiunge di fare parte dell’establishment industriale militare perché crede nelle guerre giuste. Sulla questione il Pentagono non si è ancora pronunciato, pur avendo protestato dietro le quinte che la rivelazione della Abc mette in pericolo i marines in Afghanistan e in Iraq. Non è escluso che imponga alla ditta di non iscrivere più codici sui mirini. Sulla religione il suo regolamento è ferreo: ciascun soldato americano, anche musulmano – e ve ne sono alcuni - deve potere praticare la propria senza interferire minimamente in quella altrui.

Ennio Caretto
19 gennaio 2010






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Fano, ritrovata la 17enne pakistana Arrestati il padre-padrone e la madre

Corriere della Sera

L'hanno rapita davanti al centro di accoglienza dove vive, poi la fuga: volevano che sposasse un connazionale

ESARO - Almas è salva. Dopo ore di ansia, è finito bene il sequestro della 17enne pakistana prelevata dal padre-padrone a Fano, davanti al centro di accoglienza dove la ragazza vive. Martedì mattina i carabinieri hanno intercettato l'auto mentre era in viaggio sulla A14, tra Fano e Marotta. «Sta bene ed è stata molto felice di vederci» ha detto un militare. I genitori sono stati portati, insieme agli altri due figli, al Comando dei carabinieri di Fano: il padre è stato arrestato per sequestro di persona e la madre per concorso in sequestro. I due vengono interrogati in queste ore dal pm Maria Letizia Fucci. È indagato anche il fratello sedicenne di Almas: la sua posizione sarà valutata dalla procura del Tribunale dei minori. In ogni caso, sia per lui che per la sorella più piccola (14 anni) si apre l'ipotesi di un affido. Almas, che non ha subito violenze anche se è fisicamente provata, è tornata nella comunità di accoglienza.

IL RAPIMENTO - Akatar Mahmood, ambulante di 40 anni, progettava il blitz da mesi. Forse dallo scorso agosto, quando la Sezione minori della Corte d'Appello di Ancona ha stabilito che Almas, finita in ospedale ad aprile per le botte del padre, doveva stare lontano dalla famiglia. Lunedì alle 13.30 il sequestro: Almas ha trovato l'auto di famiglia ad attenderla davanti alla comunità Fenice della onlus Cante di Montevecchio, dove vive per disposizione della magistratura minorile. Stava rientrando da scuola, l'istituto commerciale "Cesare Battisti", ed era sola. Ha tentato di chiedere aiuto ma l'auto è ripartita prima che qualcuno potesse intervenire. A bordo, oltre al padre, c'erano anche la madre (Aslam, 37 anni) e i due fratelli, il maschio di 16 anni e una femmina di 14. Alla scena ha assistito un consigliere comunale che ha preso la targa del veicolo e dato l'allarme: le ricerche sono cominciate immediatamente, con posti di blocco e controlli sui cellulari dei componenti della famiglia. Nelle indagini sono state impegnate centinaia di carabinieri tra Marche, Umbria, Lazio ed Emilia Romagna. L'auto è stata così seguita attraverso le varie celle. Akatar Mahmood è però riuscito a raggiungere Roma o una località vicina, appoggiandosi a dei familiari o membri della comunità pachistana. La famiglia è ripartita per Bologna, intorno alle 3-4 del mattino. Non si sa dove fosse diretta, ma è probabile che, constatata l'impossibilità di lasciare l'Italia, considerato che c'erano posti di blocco ovunque, il capofamiglia abbia deciso di tornare nelle Marche, a Senigallia, dove la famiglia risiede da una decina d'anni. Di certo i familiari della diciassettenne non avevano messo in conto il clamore che il sequestro ha suscitato.

MALTRATTAMENTI - Quella di Almas è la storia di un inferno familiare. Il padre non accettava lo stile di vita della figlia, troppo occidentale, e le sue amicizie e voleva costringerla a sposare un connazionale contro la sua volontà. La madre, con il suo atteggiamento remissivo, non avrebbe saputo o voluto contrastare l'atteggiamento del marito nei confronti della figlia. Ciò, hanno spiegato gli investigatori, aveva creato una situazione di «forte disagio psicologico» nella diciassettenne, e da qui era scaturita la decisione dei giudici minorili. Akatar Mahmood è un uomo rigido e violento: tante volte aveva maltrattato la ragazza. Ad aprile l'ha picchiata selvaggiamente e Almas è finita in ospedale. È quindi scattata una segnalazione ai Servizi sociali e il Tribunale l'ha affidata alla comunità di accoglienza gestita dalla onlus Cante di Montevecchio. Akatar Mahmood ha fatto ricorso in Corte d'appello ma la diciassettenne aveva implorato i magistrati di trovarle una sistemazione alternativa alla famiglia. Così è iniziata la sua nuova vita. Quella che il padre ha tentato di troncare con il rapimento e la fuga, senza riuscirci.

Redazione online
19 gennaio 2010







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British Airways lo obbliga a cambiare a posto, lui li denuncia

Corriere della Sera

Le norme della compagnia proibiscono agli uomini di sedersi in aereo accanto a minorenni non accompagnati


MILANO - I regolamenti interni delle compagnie di trasporti non finiscono di stupire. Una delle più bizzarre è costata alla British Airways una querela per diffamazione. La policy della compagnia di bandiera britannica vieta ai passeggeri uomini di sedersi accanto a minorenni che non siano accompagnati dai genitori, onde evitare abusi sessuali. E l’aereo non decolla finché l’adulto non cambia posto. Ma la norma interna ha trovato un vivace oppositore in Mirko Fisher, manager di 33 anni, che ha sporto denuncia, come riporta il quotidiano Daily Mail.

SEX OFFENDER – Fisher viaggiava con la moglie incinta, Stephanie, che aveva chiesto di sedersi accanto al finestrino. Così il passeggero si trovava tra la moglie e un dodicenne, i cui genitori erano seduti più indietro. Quando lo steward, controllando la cabina prima del decollo, lo ha invitato a cambiare posto, Mr. Fisher ha risposto che voleva viaggiare accanto alla moglie. Ma l’assistente di volo ha insistito appellandosi al regolamento della British e al fatto che altrimenti non sarebbero partiti. Da qui il conflitto fra i due e la denuncia. «Mi sono sentito un delinquente davanti agli altri passeggeri e chissà cosa avrà pensato il bambino. Con questa norma etichettano tutti gli uomini come pedofili e perversi. I viaggiatori innocenti sono pubblicamente umiliati», ha commentato il manager esperto di finanza, che vive in Lussemburgo e ha una figlia.

DISCRIMINAZIONI SESSUALI – Una delle accuse mosse dal manager alla British Airways è la discriminazione sessuale, perché lo stesso trattamento non è riservato alle donne adulte. «Inoltre statisticamente è più probabile che i bambini ricevano offese e violenze all’interno delle mura domestiche che non nello spazio ristretto di un aereo», ha aggiunto Fischer. La sentenza sarà emessa il prossimo mese e nel caso che la corte dia ragione al passeggero, la compagnia britannica sarà tenuta a cambiare il regolamento e a risarcire il querelante. Fisher promette, in quel caso, di devolvere il risarcimento per i danni all’immagine subiti in favore della Nspcc, l’organizzazione britannica che previene la crudeltà sui bambini.

Ketty Areddia
19 gennaio 2010





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Rivelazione: Wojtyla delegò Papa Pio XII a fare il miracolo

di Andrea Tornielli

Una giovane mamma era affetta da un tumoreWojtyla gli apparve in sogno e gli disse di rivolgersi a Papa Pacelli


C’è un presunto miracolo attribuito all’intercessione di Pio XII che potrebbe portare in tempi relativamente brevi alla sua beatificazione. Un miracolo che vedrebbe in qualche modo misteriosamente coinvolto anche Giovanni Paolo II, il cui decreto sull’eroicità delle virtù è stato promulgato da Benedetto XVI lo stesso giorno di quello su Papa Pacelli: la guarigione di una giovane mamma da un linfoma maligno. Il condizionale è d’obbligo, in queste circostanze, ma il caso viene attentamente vagliato dalla postulazione della causa e dalla diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, dov’è avvenuto. La notizia è stata resa nota dal giornale online «Petrus», senza alcun particolare, ma con l’importante conferma del vicario della stessa diocesi. Il Giornale ha potuto ora ricostruire l’intera vicenda, che sarà studiata nei prossimi mesi.



Siamo nel 2005, poco tempo dopo la morte di Papa Wojtyla. Una giovane coppia che ha già avuto due bimbi, ne aspetta un terzo. Per la madre trentunenne, che fa l’insegnante, la gravidanza si presenta in salita: ha forti dolori e i medici non riescono inizialmente a comprendere l'origine dei suoi disturbi. Alla fine, dopo molte analisi e una biopsia, le viene diagnosticato un linfoma di Burkitt, tumore maligno del tessuto linfatico piuttosto aggressivo, che insorge di frequente nelle ossa mascellari per diffondersi poi ai visceri dell’addome e del bacino e al sistema nervoso centrale. L’attesa della nuova vita che la donna porta in grembo si trasforma in un dramma.

Il marito della donna inizia a pregare Papa Wojtyla, da poco scomparso, per chiedergli di intercedere per la sua famiglia. Una notte, l’uomo vede in sogno Giovanni Paolo II. «Aveva il volto serio. Mi disse: “Io non posso fare niente, dovete pregare quest’altro sacerdote...”. Mi mostrò l’immagine di un prete smilzo, alto, magro. Io non lo riconobbi, non sapevo chi fosse». L’uomo rimane turbato dal sogno, ma non può identificare il prete che Wojtyla gli ha indicato. Pochi giorni dopo, aprendo casualmente una rivista, ecco una foto del giovane Eugenio Pacelli che attira la sua attenzione. È lui quello che aveva visto ritratto in sogno.



Si mette in moto una catena di preghiera che chiede l’intercessione di Pio XII. E la donna guarisce dopo le primissime cure. Il risultato è considerato così importante che i medici ipotizzano un possibile errore diagnostico iniziale. Ma gli esami e le cartelle cliniche confermano l’accuratezza dei risultati delle prime analisi. Il tumore è sparito, la donna sta bene, ha avuto il suo terzo figlio, è tornata al suo lavoro a scuola. Lasciato passare un po’ di tempo, è lei a rivolgersi al Vaticano per segnalare il suo caso.

Una conferma il vicario generale della diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, don Carmine Giudici: «È tutto vero - ha dichiarato a “Petrus” - la Santa Sede ci ha comunicato di essere stata contattata da un fedele della nostra diocesi che sostiene di aver ricevuto un miracolo per intercessione di Pio XII. L’arcivescovo Felice Cece ha quindi deciso di istituire a giorni l’apposito Tribunale diocesano». Sarà questo tribunale a vagliare il caso per formulare un primo responso. 

Se sarà positivo, le carte passeranno a Roma, alla Congregazione delle cause dei santi: qui dovranno essere studiate prima dalla Consulta medica, chiamata a pronunciarsi sull’inspiegabilità della guarigione. Se anche i medici che collaborano con la Santa Sede diranno di sì, il caso della mamma guarita sarà discusso prima dai teologi della Congregazione, quindi dai cardinali e vescovi. Soltanto dopo aver superato questi tre gradi di giudizio, il dossier sul presunto miracolo arriverà sul tavolo di Benedetto XVI, che deciderà sul riconoscimento finale. Allora e solo allora, Papa Pacelli potrà essere beatificato.

L’istituzione di un Tribunale diocesano e l’eventuale arrivo della documentazione al dicastero che studia i processi di beatificazione e canonizzazione non significano alcun riconoscimento, ma soltanto che il caso in questione è giudicato interessante e degno di attenzione. È dunque del tutto prematuro ipotizzare sviluppi, ancora di più immaginare date. Quello che colpisce, nella storia della famiglia di Castellammare di Stabia, è il ruolo avuto nella vicenda da Papa Wojtyla, che in sogno avrebbe suggerito al marito della donna la preghiera a quel «prete smilzo» rivelatosi poi essere Pacelli. Quasi che Giovanni Paolo II avesse voluto in qualche modo aiutare la causa del suo predecessore. La notizia del presunto miracolo è arrivata in Vaticano pochi giorni prima che Benedetto XVI promulgasse il decreto sulle virtù eroiche di Wojtyla e a sorpresa sbloccasse anche quello di Pio XII, rimasto in attesa per due anni a motivo di ulteriori verifiche negli archivi vaticani.






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Toghe, ecco le vere cifre sui fannulloni

di Stefano Zurlo

La maglia nera spetta ai gip di Catanzaro. Secondo il sistema di rilevazione voluto dall’ex Guardasigilli Castelli, nel 2008 i giudici di Bari hanno chiuso 367 processi.

In Calabria? Solamente 37. Anche il Csm deve ammettere: "Un giudice su tre lavora poco"





Semaforo verde a Bari, semaforo rosso a Catanzaro. L’enigma Italia raccontato attraverso i numeri della giustizia di due città vicine geograficamente, ma lontanissime quanto a efficienza. Bari è largamente in «attivo». Nel 2008 sono arrivati 25.453 fascicoli e ne sono stati smaltiti molti di più: 43.812. 

L’indice di ricambio che misura il rapporto fra procedimenti sopravvenuti e procedimenti definiti, è il più verde d’Italia, e si attesta al 172,13 per cento; a Catanzaro le cifre precipitano: l’indice è del 62,89 per cento, ovvero per 7.470 fascicoli nuovi ne sono stati smaltiti 4.698. È profondo rosso.
Perché capita questo? È su questa pista che si era spinta negli anni scorsi la Global Brain, chiamata al capezzale della giustizia dall’allora Guardasigilli Roberto Castelli. 

La Global Brain non ha avuto il tempo per approfondire le cifre, ma certo se si segue la catena di montaggio dei fascicoli si scoprono altri dati sorprendenti. Se paragoniamo gli uffici del gip-gup delle due città troviamo altre incongruenze e anomalie. 

L’indice di ricambio a Bari è del 108,67 per cento, a Catanzaro sprofondano, ancora una volta, al 71,64 per cento. L’ufficio del gip-gup è l’imbuto in cui finiscono le inchieste della Procura. Come mai questo ritardo? Allarghiamo ancora il dettaglio: ogni gip-gup di Bari ha definito in un anno 367 procedimenti, a Catanzaro solo 37. Trecentosessantasette contro trentasette. 

Numeri che stridono. E che autorizzano qualche domanda impertinente sulla produttività dei singoli. E qualche proiezione ulteriore; il team di Castelli aveva calcolato la durata in prospettiva dei processi, scoprendo ancora una volta le diverse velocità: a Bari 1,23 anni, a Catanzaro 1,72. 

Certo, si possono sollevare altre questioni, critiche e obiezioni; si può discutere sul fatto che un procedimento non sarà mai uguale ad un altro e su mille altri punti, anche sofisticati, ma non si può sfuggire al ragionamento complessivo: si può e si deve trovare un modo per far funzionare meglio la macchina. 

Castelli nel 2001 aveva trovato un varco e aveva chiamato la Global Brain di Alberto Uva. Uva ha lavorato quattro anni coltivando un progetto ambizioso: sottoporre ad uno scrupoloso check up la giustizia italiana. Malandata per definizione. 

Una scommessa che però è stata persa: «Ci hanno attaccato in tutti i modi - racconta Uva - si è messa di traverso la corporazione dei giudici, si sono messi di mezzo alcuni burocrati del ministero, infine il colpo di grazia ce l’ha dato l’inchiesta della Corte dei conti». È la storia che il Giornale ha raccontato ieri: il cruscotto che doveva illuminare la giustizia italiana è rimasto spento. 

Ma il progetto, per quanto mai decollato, era e resta valido e qualche coraggioso dirigente di via Arenula l’ha perfezionato. I dati, relativi al 2008, sono disponibili e danno un’indicazione di quel che va e soprattutto di quel che non va nel nostro apparato giudiziario. Il problema fondamentale, quello da cui era partito Castelli, è la lunghezza interminabile dei processi penali e civili. 

Dunque, il primo passaggio è conoscere la situazione, ufficio per ufficio, distretto per distretto, volendo giudice per giudice. Il sistema elaborato dalla Global Brain è assai semplice e suggestivo: i pallini verdi indicano quelle realtà che marciano positivamente perché il numero dei processi definiti è superiore a quello dei processi sopravvenuti. Insomma, quelle scrivanie non producono altro debito giudiziario, ma per il loro comportamento virtuoso o, più banalmente perché hanno risorse sufficienti a disposizione, ogni anno sfoltiscono l’arretrato e dunque danno qualche certezza ai cittadini.

I pallini gialli indicano quelle situazioni in stallo, né buone né cattive per usare un linguaggio un po’ forte e semplificato: qui le nuove cause equivalgono a quelle risolte. Infine, eccoci così al terzo capitolo, il più corposo, quello dell’Italia da terzo mondo: le drammatiche, talvolta scandalose situazioni di procure e tribunali che sono letteralmente sommersi da migliaia di pratiche che non riescono assolutamente ad eliminare. 

In queste realtà, la macchina è in grave ritardo, i procedimenti si accumulano, le cause si allungano come elastici nel tempo. È l’Italia che manda in prescrizione migliaia di fascicoli penali, è l’Italia che per una bega condominiale resta in lite dieci, quindici, anche vent’anni. «Il passo successivo - spiega Uva - sarebbe stato interfacciare questi numeri con le piante organiche degli uffici per valutare sul campo, caso per caso, le diverse situazioni». 

Un tribunale può essere in affanno perché le forze in campo sono insufficienti, ma naturalmente la ragione può essere anche un’altra: le energie sono dislocate male, i vertici dell’ufficio hanno organizzato le risorse in modo confuso e irrazionale. L’Italia a tre colori, dunque, a seconda delle percentuali dell’indice di ricambio, l’unità di misura studiata da Castelli e Uva per rifondare la giustizia. Una rifondazione strozzata nella culla.



Sciopero in difesa del dirittto di continuare a far danni