domenica 13 agosto 2017

Cybersicurezza, a rischio i segreti dell'Esercito italiano

ilgiornale.it
Gianni Carotenuto - Dom, 13/08/2017 - 11:07

Il software che custodisce le informazioni più riservate sulle nostre truppe non è aggiornato dal 2015 ed è garantito dalla società Araknos, fallita 2 anni fa

Un'inchiesta di Repubblica rivela che le informazioni più delicate riguardanti l'Esercito italiano sono protette da un software obsoleto, non aggiornato dal 2015 e di proprietà di Araknos Srl, un'azienda fallita. Ma la cosa più grave è che il codice sorgente, vale a dire la password, potrebbe essere stato trafugato, esponendoci così al rischio di attacchi cibernetici.

Si tratta dello stesso codice utilizzato come presidio per i 100 mila computer della rete interna dell'Esercito italiano, dove passano le comunicazioni e le mail tra uffici e comandi in un sistema di informazioni che dovrebbero rimanere impermeabile e che invece è potenziale preda di hacker, magari al soldo di Paesi stranieri interessati a ricattare l'Italia. Il caso Russiagate ha fatto scuola. Da anni esistono nel mondo gruppi di cybercriminali che approfittano delle esili barriere digitali a guardia dei sistemi informatici delle singole nazioni per appropriarsi di documenti coperti teoricamente dalla massima segretezza: è già successo con le elezioni americane e francesi.

Ma quali sono le peculiarità del caso italiano? Il software che sta alla base del complesso sistema di informazioni relative alla Difesa italiana è obsoleto di 15 anni e di proprietà di una ditta fallita da due, la Araknos. Non il massimo della sicurezza per un Paese che si trova a gestire milioni di file e informazioni cruciali per la gestione di affari della massima importanza. Nel 2002 la Araknos aveva lanciato un innovativo sistema integrato contro gli attacchi cibernetici, adottato nel 2004 nella sua nuova versione "Akab" dal Comando C4 del ministero della Difesa.

Che cos'è Akab? Si tratta di un programma informatico utilizzato per gestire e proteggere una mole impressionante di dati scambiati quotidianamente dalle varie articolazioni del ministero: Aeronautica, Marina, Esercito e Carabinieri. All'inizio Akab funziona bene e nel 2008 respinge il primo tentativo di hackeraggio dell'epoca, denominato "Red October". Il successo di Akab convince l'Esercito a dotarsi della versione aggiornata del software (Akab 2) anche per la propria rete interna, composta da circa 100 mila utenti.

Tuttavia, nel 2011 il Comando C4 del ministero della Difesa cambia cavallo e abbandona Akab per un software prodotto da Ibm. Una scelta che condanna la società Araknos a un lento declino economico, fino al fallimento nel 2015. Tuttavia, se il Comando C4 è passata al programma del colosso informatico americano, l'Esercito ha mantenuto lo stesso software di un tempo, esponendosi agli attacchi cibernetici e riducendo la sicurezza dei suoi dati del 50 per cento, non essendo più stati creati (e installati) aggiornamenti di Akab.

Un pasticcio all'italiana che espone l'Esercito italiano ai rischi di un attacco hacker che metterebbe a repentaglio alcuni segreti di Stato a vantaggio di altri Paesi, scatenando una corsa all'ultimo dato di cui potrebbero approfittare gruppi criminali e, di riflesso, Paesi nemici dell'Italia.

Il triste record tutto italiano: immigrati ridotti a schiavi

ilgiornale.it
Marco Cobianchi - Dom, 13/08/2017 - 08:22

Oltre 6.500 scoperti dalle forze dell'ordine La responsabilità delle Ong: mentre le richieste di soccorso in mare scendono, crescono gli interventi dei volontari

Sulla prua della nave Iuventa dell'organizzazione non governativa tedesca Jugend Rettet, sequestrata dalla procura di Trapani, c'era un cartello molto esplicito: «Fuck Imrcc».

L'acronimo Imrcc sta per «Italian Maritime Rescue Coordination Centre», cioè il centro di coordinamento dei soccorsi in mare delle autorità italiane, che ha sede a Roma. Quel cartello, che non ha bisogno di traduzione, sosteneva, in pratica, che quella Ong non voleva avere niente a che fare con le autorità italiane e, quindi, non le avvertiva della propria attività di soccorso, né dove si trovasse né nessun'altra informazione. Perché?

Ci possono essere motivazioni ideologiche («Lo Stato, qualunque Stato, è comunque un nemico»), ideali («Vogliamo restare indipendenti e autonomi») e addirittura psicologiche dettate dalla sbruffoneria dei giovanotti tedeschi («Vi dimostriamo che noi siamo più bravi di voi»). Possono essere tutte valide. Poi ci sono i numeri.

Il sito Truenumbers.it ha pubblicato un grafico tratto dall'ultimo rapporto di Frontex che mostra l'andamento del numero delle telefonate satellitari che scafisti o imbarcazioni nel Mediterraneo hanno fatto alla sede dell'Imrcc. Tra maggio e giugno del 2016 le telefonate per chiedere soccorso sono letteralmente crollate passando dal 50% di gennaio al 15% di agosto.

Nello stesso periodo di tempo le operazioni di salvataggio delle navi delle Ong sono passate dallo 0% di gennaio al 20% di agosto. In ottobre si è avuta la massima distanza tra i due dati: solo il 10% di telefonate e il 40% di operazioni di salvataggio da parte delle navi delle Ong. In altre parole: nessuno, né le Ong né gli scafisti, aveva più bisogno di telefonare a Roma per chiedere aiuto perché non ce n'era bisogno, dato l'aumento delle attività delle navi. E mentre succedeva tutto questo, scrive Frontex, «il numero complessivo di incidenti è aumentato drammaticamente».

Da questi numeri nasce la decisione del ministro dell'Interno Marco Minniti di imporre alle Organizzazioni non governative un codice di condotta che provasse a spezzare gli eventuali rapporti diretti tra le navi delle Ong e gli scafisti. Anche perché sottraendo al controllo dello Stato l'attività di soccorso in mare, si è creato un enorme spazio per, chiamiamola così, l'«iniziativa privata» che, a sua volta, ha alimentato un business straordinario. Se si va a vedere il numero di persone che «lavorano» nel settore del traffico di esseri umani si resta a bocca aperta.

Nel solo 2016 l'Europol ha identificato come «facilitatori» dell'immigrazione clandestina 12.568 persone. Nel 2013 erano appena 7.252; 10.234 nel 2014 e 12.023 nel 2015. Il maggior numero di questi «facilitatori» sono marocchini e albanesi, ma tra i 12.568 del 2016 l'Europol ha individuato anche 503 italiani. Sempre secondo Frontex questi trafficanti non sono «freelance» che hanno scoperto il modo per fare soldi, ma sono appartenenti ad organizzazioni criminali le quali affiancano ai tradizionali campi di attività (droga, estorsioni, contraffazione, armi), anche questo nuovo business.
Ci sarebbe da indignarsi se non ci fosse anche da piangere, soprattutto per il destino che attende i soggetti più deboli che finiscono nella rete dei trafficanti: i minori non accompagnati.

Secondo l'Unicef la stragrande maggioranza dei minorenni, una volta arrivata nel Paese di destinazione, viene avviata allo sfruttamento che consiste, per i maschi, nei lavori forzati e, per le femmine, nella riduzione in schiavitù per fini sessuali. A sentire parlare di schiavitù in Europa nel 2017 fa impressione, eppure è proprio la schiavitù la piaga che l'immigrazione clandestina ha riaperto. Nel 2015 l'Eurostat ha elaborato, per la prima volta, i dati sulle persone riconosciute come «schiave» utilizzando i dati provenienti dalle forze dell'ordine degli Stati.

I dati, purtroppo, prendono in considerazione solo il triennio 2010-2012 (quest'anno dovrebbe essere realizzato il secondo rapporto). Ebbene: ancora prima che esplodesse l'emergenza sbarchi, l'Italia era già il Paese europeo con più schiavi in Europa: 6.675. A voler essere ottimisti, questo numero può anche voler significare che l'Italia è il Paese europeo che combatte il fenomeno con maggiore vigore e quindi più spesso che in altri Paesi, fa emergere questo fenomeno. Può essere. Ma non è una consolazione.

"Segnali e bugie: così le Ong proteggevano i trafficanti"

ilgiornale.it
Fausto Biloslavo - Dom, 13/08/2017 - 08:07

Il racconto dell'uomo della security sulla nave: vietato raccogliere elementi che identificassero gli scafisti

Lucio M. è addetto alla sicurezza privata della nave Vos Hestia, di Save the children, che ha dato vita all'inchiesta della procura di Trapani sull'Ong tedesca Jugend Rettet. Lunga esperienza in polizia, la sua squadra è stata imbarcata dal 5 settembre, all'inizio della missione dell'Ong, fino al 10 ottobre. E si è reso conto che c'era del marcio denunciandolo alle autorità.

Quali sono anomalie e collusioni nei soccorsi dei migranti da parte delle Ong che ha visto coi suoi occhi?
«Durante i miei 40 giorni in mare abbiamo prelevato in tre occasioni dei migranti dalla nave Juventa (messa sotto sequestro dalla procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ndr). Una volta hanno sostenuto di averne soccorsi 300-400, ma attorno alla nave non c'erano né gommoni, né barconi. I trafficanti che li hanno accompagnati dalla Libia sono tornati indietro con i natanti per riutilizzarli. Poi, in ottobre, non solo io, ma chi era a bordo di nave Vos Hestia di Save the children abbiamo visto che dalla Iuventa si allontanava un barchino ad alta velocità, con due persone, verso la costa. A mio avviso erano gli scafisti che avevano appena concluso il trasbordo di circa 140 migranti».

I membri di Save the children erano consapevoli di ciò che stava accadendo?
«Sì erano consapevoli. Quantomeno a livello di team leader a bordo, che, suppongo, informava i responsabili di Save the children».

Poi c'è stato uno strano caso con degli eritrei?
«Avevano appena sostituito il mediatore a bordo con un giovane italo-eritreo, che non parlava arabo ma tigrino. Guarda caso, solo due giorni dopo becchiamo un barcone con degli eritrei. Ed era stato il responsabile di Save the children a bordo a dare la posizione esatta al comandante. Nessuno dei migranti era in pericolo immediato di vita, ma li abbiamo recuperati lo stesso».

Esiste una chat parallela delle Ong sulla quale arrivano le informazioni sulle posizioni dei barconi?
«So che i team leader di Save the children ricevevano sul proprio cellulare le coordinate delle posizioni dei barconi o gommoni dei migranti».

Quali Ong erano coinvolte?
«A mio avviso la Jugend Rettet (sotto inchiesta, ndr) di nave Iuventa e ritengo coinvolta anche tutte le Ong che ricevevano le segnalazioni come Save the children».

E chi forniva queste informazioni?
«Quasi sicuramente venivano trasmesse o dal territorio libico o da telefoni satellitari in dotazione agli scafisti. Sembrava quasi che si trattasse di appuntamenti».

Le operazioni in mare erano per salvare vite o altro?
«Mai salvato qualcuno che stesse morendo».

I migranti portati in Italia erano profughi o clandestini?
«I profughi veri erano circa il 20%. Per il resto si trattava di gente che voleva rientrare in Italia dopo un'espulsione, soprattuto magrebini. Alcuni mi dicevano: Ero in carcere nel tuo paese. Poi mi hanno espulso e questa è l'unica possibilità per tornare in Italia».

Perché i membri di Save the children non volevano consegnare foto e video dei soccorsi alla polizia?
«A bordo c'era un professionista che riprendeva e fotografava tutte le operazioni. Secondo me per timore che la polizia potesse ricevere immagini compromettenti preferivano dichiarare di non averle».

Anche a lei è stato intimato di non farlo?
«A me e all'intero team della Imi (la società di sicurezza ndr) è stato intimato di non scattare foto, di non avere contatti con le autorità di Polizia, con la Guardia Costiera e di omettere qualsiasi segnalazione che potesse portare alla individuazione di "scafisti" o di persone che detenessero qualcosa di illecito».

Però poi pubblicavano sul loro sito, anche le sue foto?
«É vero. Per esempio con una bambina siriana in braccio, una delle pochissime che andava aiutata. Questa foto è stata postata su tutti i siti di Save the children per ricevere donazioni».

Giravano tanti soldi?
«Il noleggio della nave costa svariati milioni di euro l'anno ed è stata noleggiata presso la Vroon Italia di Genova, dopo mesi di inattività in Egitto. Ma il punto è un altro: Vorrei sapere quanti soldi il governo, le istituzioni hanno dato a Save the children. Una dei membri dell'Ong a bordo ha detto: Ci sono piovuti addosso una pioggia di soldi dalla pubblica amministrazione, che non potete immaginare quanti».

I volontari vengono pagati?
«C'erano rapporti tesi fra i membri di Save the children italiani e gli altri. In questo clima uno di loro un giorno è sbottato dicendo non è possibile che qualcuno fra noi pigli 10mila euro al mese...».

Ci sono coperture politiche, che hanno permesso alle Ong di fare quello che volevano?
«Sì, credo che ci siano».

Perché lei e pochi altri avete parlato alzando il velo sul vero ruolo delle Ong di fronte alla Libia?
«Per fare del bene si può anche sbagliare, in buona fede, ma dopo avere visto, sentito, osservato, toccato con mano, non potevamo tacere. Non erano in buona fede, ma si trattava di qualcosa di pianificato e quindi doloso».

Medici senza frontiere lascia: "Stop ai soccorsi dei migranti"

ilgiornale.it
Gian Micalessin - Dom, 13/08/2017 - 08:12

Il pretesto: i divieti di Tripoli. Anche Save the Children vuole andar via. Indagati i comandanti della Iuventa

Per due settimane i dirigenti di Msf hanno giurando di voler continuare loro attività nel Mediterraneo a dispetto del Codice di Condotta imposto a loro e a tutte le altre Ong dal Viminale. Ora, però, se ne vanno. E invece d'ammettere d'aver sbagliato attribuiscono l'ingloriosa ritirata alla decisione libica, annunciata venerdì da Tripoli, di proibire l'attività delle Ong fino a 97 miglia (180 chilometri) dalle coste.

«A seguito di queste ulteriori restrizioni all'assistenza umanitaria indipendente e dell'aumento dei blocchi che costringono i migranti in Libia, Msf ha deciso di sospendere temporaneamente le attività di ricerca e soccorso della propria nave, la Prudence». Nelle stesse ore, anche Save the Children valuta l'ipotesi di sospendere le operazioni di soccorso «nel caso in cui dovessero esserci condizioni di non sicurezza e restrizioni all'assistenza umanitaria».

Dal comunicato emergono due elementi. Il primo è la sconfitta su tutta la linea di un'organizzazione che il primo agosto prometteva per bocca del Direttore generale Gabriele Eminente di continuare «comunque a lavorare nel Mediterraneo». Una sconfitta resa particolarmente dolorosa dal tradimento di «Sos Mediterranee», l'organizzazione francese - con cui Msf divideva la nave Aquarius - che venerdì ha firmato il Codice di condotta. Il comunicato rivela inoltre le molte ambiguità che permeano attività e schermaglie mediatiche di Msf. Una prima ambiguità emerge quando Msf spiega di ritirare la Prudence, continuando ad appoggiare «le attività di soccorso a bordo della nave Aquarius, di Sos Méditerranée».

Gli stessi umanitari - irremovibili nel rifiutare la presenza di agenti di polizia armati sulle proprie navi - accetteranno insomma la presenza di agenti sull'Acquarius di Sos Mediterranee. L'ambiguità più macroscopica si nasconde nel tentativo di giustificare il ritiro con il decreto libico che vieta le attività delle Ong a meno di 97 miglia dalla costa. Nel farlo Msf ammette che la sua attività non era tanto rivolta a salvare i naufraghi, ma a raccogliere i migranti traghettati dagli scafisti fino al precedente limite delle dodici miglia.

Se esiste una logica non si capisce, infatti, perché Msf ritenga indispensabile salvare una vita umana a 12 miglia dalle coste, ma reputi inutile il salvataggio dei migranti che rischiano di affogare a oltre 180 chilometri dalle stesse coste. La verità - come emerge anche dall'incriminazione, annunciata ieri dalla Procura di Trapani, di due comandanti e di un membro dell'equipaggio di Iuventa, la nave di Jugend Rettet, - è che tutto il meccanismo su cui campavano Msf e le altre Ong era legato all'attività dei trafficanti di uomini. Questi potevano far pagare 1.500 dollari un passaggio su gommoni semi sgonfi e senza carburante soltanto perché garantivano ai migranti la presenza delle Ong al limite, o meno, delle 12 miglia.

Msf e soci riuscivano ad esibire navi stracolme di disgraziati soltanto perché i carichi gli venivano recapitati sotto la tolda. La vera finalità, come fa finalmente capire Msf, non era dunque salvare vite umane, ma garantire da una parte un adeguato ritorno d'immagine (e di donazioni) e dall'altra aggirare quelle leggi sull'asilo che impediscono l'accesso in Europa ai migranti irregolari. Una seconda finalità, più squisitamente politica che umanitaria, emerge dalle parole con cui Brice de le Vigne, direttore delle operazioni di Msf, commenta la sospensione delle operazioni.

De le Vigne, non spende mezza parola sul decreto libico addotto come scusa per il fermo delle operazioni, ma contesta le autorità italiane ed europee a cui chiede di «smettere di attuare strategie letali di contenimento che intrappolano le persone in un paese in guerra, senza nessuna considerazione dei loro bisogni di protezione e assistenza. Servono urgentemente delle vie sicure e legali per migranti e rifugiati, per ridurre inutili sofferenze e morti». Insomma anche qui il senso, o meglio il doppio senso, è evidente. Le operazioni umanitarie di Msf erano solo un pretesto per contestare i «niet» all'accesso di migranti irregolari e spingere l'Unione Europea ad allargare anche a loro il diritto di asilo. Insomma l'umanitarismo al servizio dell'ideologia.


Il Viminale ora smentisce Msf: "Nessuna minaccia dai libici"

ilgiornale.it

Il viceministro dell'Interno, Bubbico, risponde a Flippi(Msf) che ha spiegato lo stop alle operazioni puntando il dito sulla Libia

Il vicemnistro dell'Interno, Bubbico "spegne" le polemiche innescate da Medici Senza Frontiere e di fatto mette in dubbio che dietro lo stop ci sia "il timore delle nuove politiche in mare di Tripoli", come riferito dal presidente di Msf, Loris De Filippi. "La decisione di Medici senza frontiere va rispettata per quello che è", spiega al Corriere della Sera, Bubbico. "Si tratta di capire se è frutto di una autonoma valutazione dei fatti, che possono aver consigliato alla Ong di sospendere l'attività, o se è stata condizionata da fattori esterni".

Sulla denuncia avanzata da Msf sulla pericolosità dei soccorsi per chi lavora con le Ong, Bubbico non ha dubbi: "Le attività di soccorso in mare avvengono in condizioni spesso proibitive, che non sempre garantiscono il massimo della sicurezza. L'intervento umanitario sconta un'alea di rischio inevitabile e ben presente a tutti i soccorritori". Al viceministro non risultano inoltre minacce "in maniera diretta" da parte della Libia verso Medice senza frontiere "se la Ong si sente minacciata da una forza legittima come la Guardia costiera libica - continua - che non viola i trattati internazionali, non c'è nulla che possa legittimare un intervento in loro sostegno".

Ha sbagliato Msf a non firmare il Codice per le Ong? "Lo Stato italiano ha deciso la linea di condotta in ragione di una situazione insostenibile che ci esponeva a gravissimi rischi. Il governo non può condizionare le proprie scelte al gradimento di organismi anche importanti, che fanno un'opera meritoria".

Chiede lo status di rifugiato, ma è un pirata. Nel 2011 sequestrò una petroliera italiana

lastampa.it

Faceva parte di una banda di 50 persone. Per la liberazione dell’equipaggio fu pagato un riscatto da 11,5 milioni di dollari


Un foto dfi Mohamed Farah, il somalo 24enne fermato dai carabinieri del Ros

Un somalo di 24 anni, Mohamed Farah, è stato fermato in queste ore dai carabinieri del Ros, coadiuvati da agenti della Digos, perché ritenuto uno dei componenti del commando di pirati che nel 2011 sequestrò nel Golfo Persico la petroliera italiana « Savina Caylyn». L’uomo, che aveva chiesto lo status di rifugiato a Caltanissetta, è stato identificato grazie al confronto delle sue impronte con quelle raccolte all’epoca sulla nave.

Il provvedimento di fermo è stato eseguito su delega della Procura Distrettuale di Roma. Mohamed Farah,trattenuto presso il Centro di Permanenza per i Rimpatri «Pian del Lago» di Caltanissetta, privo di documenti aveva richiesto il riconoscimento dello status di protezione internazionale. L’indagine ha consentito di individuare in Farah uno degli oltre 50 pirati somali che, l’8 febbraio 2011, utilizzarono armi automatiche e lanciarazzi per abbordare e sequestrare a largo della Somalia la «Savina Caylyn», poi trattenuta per oltre dieci mesi fino al 21 dicembre quando, in seguito a lunghe trattative, venne rilasciata insieme all’equipaggio, composto da 5 cittadini italiani e 17 indiani che furono oggetto di maltrattamenti e sevizie. 


ANSA

La Savina Caylyn in un’immagine d’archivio
Le responsabilità del richiedente asilo, spiegano gli investigatori, sono emerse dal confronto delle sue impronte digitali, assunte nelle fasi dell’identificazione, con quelle repertate nel gennaio 2012 a bordo della «Savina Caylyn» da un team del Ris di Roma, giunto nel Golfo Persico con personale del Ros dopo il rilascio della motonave. Gli accertamenti, considerato che nessun membro dell’equipaggio era di etnia africana, «forniscono probanti indicazioni - dicono i carabinieri - che Mohamed Farah abbia fatto parte del gruppo di pirati che sequestrò la Savina Caylyn». 

Per riavere la petroliera italiana «Savina Caylyn» e liberare i 22 membri di equipaggio - 5 italiani e 17 indiani - fu pagato un riscatto di 11,5 milioni di dollari ai pirati somali che l’avevano sequestrata nel febbraio 2011. È quanto emerge dal provvedimento di fermo del somalo 24/enne individuato come uno dei pirati responsabili dell’ abbordaggio, firmato dal pm di Roma Francesco Scavo, che dovrà essere confermato dal Gip di Caltanissetta. Il giovane si trovava infatti in un centro richiedenti asilo della provincia siciliana.

L’azione fu commessa «con finalità di terrorismo - si legge nell’atto - consistente nel richiedere ed ottenere, attraverso l’opera di intermediazione intrapresa dai negoziatori con i destinatari della richiesta, un riscatto», «in tutto o in parte destinato ad alimentare, sorreggere, potenziare, rafforzare o comunque agevolare gli scopi dell’organizzazione terroristica somala Al-Shabaab». La cifra del riscatto per un sequestro durato oltre 10 mesi era stata fornita all’epoca da fonti somale, ma non era stata confermata dall’armatore della nave.

La Cina sopprime due chatbot dissidenti

lastampa.it
andrea nepori

Il governo di Pechino ha imposto a Tencent di spegnere due bot per l’app di messaggistica QQ. Avevano parlato male del Partito Comunista ed espresso opinioni poco patriottiche



In Cina la libertà di parola non si applica ai dissidenti in carne ed ossa, figurarsi ai chatbot. Il Governo di Pechino nei giorni scorsi ha imposto a Tencent, una delle maggiori aziende dell’IT cinese, di rimuovere due bot attivi sul popolare servizio di messaggistica QQ. 

BabyQ, l’AI sviluppata dalla cinese Turing Robot, è colpevole di aver espresso con eccessivo candore le sue opinioni controverse. Alla domanda “Ti piace il Partito Comunista Cinese”, il bot ha risposto con un secco “no”. Un altro utente ha scritto il messaggio “lunga vita al Partito Comunista” e si è visto rispondere così: “Credi davvero che un sistema politico così corrotto e incapace possa durare a lungo?”. Non contento il bot ha voluto dire la sua anche sulla democrazia, definendola “un must”. 

L’agenzia di stampa Reuters ha potuto testare il bot direttamente dal sito degli sviluppatori di Turing Robot, e non è riuscita a strappare le stesse confessioni. L’ipotesi è che dopo la rimozione da QQ l’Intelligenza Artificiale sia stata rieducata, tanto da rispondere in maniera evasiva a domande difficili su altri temi scottanti, come Taiwan (stato indipendente che la Cina vorrebbe sotto il proprio controllo) e Liu Xiaobo , il premio nobel dissidente condannato a 11 anni di carcere, morto il mese scorso. 

L’altro bot finito nella lista nera dei dissidenti politici si chiama Xiao Bing ed è stato sviluppato da Microsoft. I suoi crimini ideologici sono meno gravi di quelli del collega, ma le sue opinioni favorevoli agli Stati Uniti gli sono costate comunque la proscrizione. In una chat con un utente l’intelligenza Artificiale aveva ammesso candidamente che il suo “sogno cinese è di emigrare negli Stati Uniti”. 

Tencent, la megacorporation che gestisce QQ, ha confermato la rimozione dei due bot ma non ha fornito ulteriori commenti. In vista del congresso del Partito Comunista Cinese, previsto per ottobre, il premier Xi Jinpin ha inasprito i controlli sulla Rete cinese , imponendo tra le altre cose uno stop a tutti i VPN, servizi che permettono di superare i filtri del Grande Firewall e accedere a siti occidentali bloccati dal Governo.

Migranti

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jena@lastampa.it

Siccome non possiamo accoglierli tutti, aspettiamo che la morte faccia il suo corso. 

“La vera storia dell’eremita che ha ispirato Umberto Eco”

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carlo grande

Uno scrittore novarese racconta la Sacra di San Michele



Due bolle luminose, come angeli custodi, vegliano sull’orizzonte di Torino e del Piemonte: la basilica di Superga a Est e la Sacra di San Michele a Ovest, all’imbocco della Valle di Susa. La Sacra, o Abbazia di San Michele (i termini non sono sinonimi, agli uomini di chiesa piace di più «sacra», agli studiosi «abbazia», secondo la tradizione benedettina), è simbolo della Regione Piemonte, monumento che rende i balzi del monte Pirchiriano quasi una montagna sacra, simbolica, un po’ come il monte Fuji di Hokusai o la montagna di Sainte-Victoire di Cézanne.

Le grandi ali di San Michele Arcangelo (la statua venne eretta nel 2005) si aprono lungo una linea che per oltre 2000 chilometri, dal santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, in Puglia - dove su un promontorio del Gargano nel V secolo sorse il più antico e famoso luogo di culto micaelico in Occidente - conduce a Mont Saint-Michel, in Francia; e vigilano su una storia antichissima, che vide passare lungo la strada di Francia papi, eserciti, vescovi e pellegrini.

Non stupisce che a Umberto Eco questa enorme ricchezza artistica, spirituale e storica (all’interno della Chiesa principale della Sacra, del XII secolo, sono sepolti membri della famiglia reale di Casa Savoia) abbia ispirato «Il nome della Rosa» e a molti scrittori romanzi e racconti, come quello di Alessandro Barbaglia: «Qui a ogni passo hai a che fare con le tue radici» dice lo scrittore che lo leggerà oggi a Caprie (Torino), al festival Borgate dal vivo. E scherza su Facebook: «La montagna è il lato secco del mare. E allora oggi farò un po’ di bracciate alpine».

Lo Scalone dei morti, il Portale dello Zodiaco, il trittico di Defendente Ferrari, gli affreschi, le antiche foresterie e gli archi rampanti, il panorama: tutto quassù è di una bellezza vertiginosa, denso di spiritualità, custodito in origine dai monaci benedettini e poi, dopo quasi due secoli di abbandono, dai padri rosminiani, oggi affiancati dai volontari.

Lo sanno bene viaggiatori, turisti, sportivi e camminatori, che forse non ne conoscono l’origine: tutto cominciò sul finire del X secolo, quando San Giovanni Vincenzo, discepolo di San Romualdo, iniziò tra questi boschi la vita eremitica. Sul monte Caprasio esisteva già una comunità di preghiera. Alle soglie dell’Anno Mille nell’eremo di Giovanni Vincenzo irruppe un potente in cerca di riscatto spirituale, a causa del suo discutibile passato: il conte Ugo (Ugone) di Montboissier, ricco signore dell’Alvernia che recatosi a Roma per chiedere indulgenza al Papa si era sentito imporre, a titolo di penitenza, di scegliere fra un esilio di 7 anni o l’impresa di costruire un’abbazia. Indovinate cosa scelse.

Iniziò dunque la costruzione del monastero, affidato poi a cinque monaci benedettini. Ugo di Montboissier continuò sistematicamente a reclutare abati e monaci in Alvernia, la cima del Pirchiriano diventò punto di sosta per ricchi pellegrini, quasi un centro culturale internazionale. E luogo dello spirito resta, nonostante l’antichissimo nome del monte, «Pirchiriano», sia una forma elegante di «Porcarianus», monte dei Porci. Analogamente i vicini Caprasio, monte delle Capre e Musinè, monte degli Asini. Il «genius loci» rimane, per chiunque percorra e scopra questo angolo dell’amata alle di Susa.

I nonni ribelli che sognavano la libertà

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alberto mattioli



La storia è tenerissima. Protagonista una coppia modenese, marito ultraottantenne, moglie appena un po’ più giovane, o meno anziana. A lui i familiari, preoccupati o previdenti, avevano fatto sparire le chiavi dell’utilitaria. Ma non si è rassegnato. È riuscito a recuperarle, ha caricato «la sua signora», come ancora dicono gli anziani gentiluomini, e già che c’era il cagnolino, e senza avvisare nessuno tutti e tre sono fuggiti verso la libertà, come ai vecchi tempi. Più prosaicamente, verso un paesino della non lontana Bassa bolognese. 

Però non ci sono mai arrivati, informa «La Gazzetta di Modena». La scappata è finita a Mirandola, sotto un sole cocente perché erano ancora i giorni del grande caldo, che poi da quelle piatte parti è davvero bestiale. Un passante ha notato l’auto ferma, i due anziani in difficoltà. La benzina era terminata, lei era semisvenuta, lui inebetito. Li hanno soccorsi, sono arrivati prima l’ambulanza e poi i familiari, e l’ultima avventura insieme è finita così, senza danni ma con un po’ di delusione. O forse neanche, perché in questi casi partire è più importante che arrivare.

Una piccola storia triste, insomma. Ma che, per una volta, descrive gli anziani per come sono davvero, non per come ce li raccontiamo e come, per ottimismo o per opportunismo, ci illudiamo che siano, vincitori della guerra impossibile contro il tempo. I media, la pubblicità, la nostra stessa falsa coscienza li vogliono, dunque li descrivono, sempre scattanti, agili, impegnatissimi in attività che di anziano non hanno nulla. Più che diversamente giovani, eternamente giovani. E certo, è vero che oggi gli ottantenni sembrano i sessantenni di una volta, ma del resto ormai si è considerati «giovani» fino ai 40 e certi diciottenni neodiplomati, appena aprono bocca, svelano la stessa perspicacia logica e linguistica di un tredicenne «di una volta». È come se l’età adulta si fosse spostata e la vecchiaia, di conseguenza, fosse scomparsa.

Sarà. Invece i nonni del Modenese sono ancora i nonni come sono sempre stati e come saranno sempre, alla faccia di ogni progresso della scienza e di tutte le magnifiche sorti e progressive. Chissà come ci sono rimasti male, quando hanno capito (ammesso che l’abbiano capito) che non possono più salire in macchina e andare a fare un giro, magari fermandosi a mangiare in quella trattoria dove facevano le tagliatelle come vanno fatte e che forse adesso è diventato un ristorante fusion dove le tagliatelle ci sono ancora, ma di soia.

Eppure, gli anziani «veri», non quelli patinati, sono così, con tutte le loro tenerezze e saggezze, l’ostinazione a essere ancora in gamba e la delusione quando vengono smentiti dai fatti, le loro fragilità e i loro romanticismi fuori tempo massimo. È anche più dignitoso, invecchiare così, senza belletti. Ed è bellissimo e toccante se, come i due fermi sul ciglio della strada a Mirandola, i vecchi riescono a conservare un cuore giovane.

Il mondo rivive l’incubo della bomba che non lascia nessuna via di fuga

lastampa.it
gianni riotta

Una paura dimenticata dopo la crisi di Cuba del 1962 e la fine dell’Urss


Usa e Russia, nel 1962 rischiarono lo scontro atomico quando Kennedy impose il blocco navale all’isola per impedire che ricevesse i missili dall’Urss

«Motore della Storia Freno del Tempo Tu Bomba Giocattolo dell’Universo»: 1958, Oxford, il poeta beat italoamericano Gregory Corso declama il suo poema «Bomb», dedicato all’atomica, i versi a formare, su una lunghissima pagina, la sagoma del fungo nucleare. Gli studenti inglesi seguaci del Nobel pacifista Bertrand Russell, occhiali di metallo della mutua, all’occhiello il distintivo «fate l’amore non la guerra», non hanno il dono dell’humor, fischiano Corso e invano il suo compagno, Allen Ginsberg, urla «Str… è satira, non lode dell’atomica».

Quelli erano i tempi. La guerra mondiale finita da poco, nelle nostre città le frecce blu con la scritta RICOVERO visibili nei quartieri del centro, ricordo delle fughe dai bombardamenti. Ma dall’atomica, Hiroshima e Nagasaki lo provavano, non c’era fuga. I bambini americani si esercitavano scappando sotto il banco di scuola al fischio di una sirena, la pubblicità lanciava dai giornali cantine catafratte alle radiazioni, cibi liofilizzati e coperte di poliestere per scampare alla guerra Usa-Urss.

Stalin aveva a lungo inseguito l’atomica, con le spie (tra i sospetti il fisico italiano Pontecorvo) e gli scienziati, tra cui il futuro Nobel e dissidente Sakharov. Klaus Fuchs e David Greenglass, i due agenti che Mosca infiltra al Manhattan Project, gli scienziati della prima atomica, mandano al Cremlino tutti i dati per realizzare subito un ordigno nucleare, ma la paranoia di Stalin e del capo della polizia Beria li boccia «disinformazione occidentale, dovremmo arrestarli!». Solo dopo le atomiche sul Giappone, Stalin permette al fisico Kurchatov di leggere i rapporti segreti, Beria obietta «E se tradisce?», Stalin gelido «Lascia lavorare i fisici ora, facciamo in tempo a fucilarli dopo».

La paura dell’inverno nucleare porta i Partigiani della Pace, organizzazione ombra del Partito comunista, a raccogliere solo in Italia 16.680.669 firme, un terzo della popolazione, compresi gli assi della Nazionale di calcio. Firmano i cattolici, che non amano l’Urss, ma odiano la bomba.
Avevamo dimenticato la paura dell’atomica no? Dopo la crisi di Cuba 1962, i trattati, il dialogo Reagan-Gorbaciov, la caduta del Muro, ci avevano distratto, già nel 1966 la band italiana I Giganti cantava serena «Noi non abbiamo paura della bomba…».

Pochi esperti, come lo studioso Graham Allison di Harvard, ammonivano inascoltati del pericolo di un’atomica «sporca» in mano ai terroristi di Isis o Qaeda: se Brigate Rosse e 11 settembre hanno colpito tanto a fondo le nostre democrazie, resisterebbe la libertà a 40.000 morti inceneriti dalle radiazioni o cadremmo in un regime autoritario? William Perry, 89 anni, ex segretario della Difesa, ha paura della bomba anche oggi.

Era nella squadra di Kennedy con i missili sovietici a Cuba e ricorda in una sua popolare lezione online, la chiamata che ricevette da un ufficiale qualche tempo dopo, «Vediamo nei radar 200 razzi atomici russi che ci volano contro, che facciamo?», pensando di morire in pochi minuti, solo per scoprire che si trattava di un «errore tecnico». Chi ricorda le tre testate all’idrogeno cadute per errore nel 1966 a Palomares, in Spagna, la quarta inabissata nel Mediterraneo?

Oggi Trump, il leader nordcoreano Kim Jong un, i leader cinese e russo Xi e Putin, giocano una partita nucleare fatta di bluff, certi che non ci saranno gli errori e i sabotaggi temuti da Perry e Allison, la confusione che accecava Stalin, hackeraggi ostili. La guerra, dice la storica Tuchman, è «marcia della Follia», l’Europa 1914 si aspettava un passo indietro che nessuno fece. Londra 1939 era certa che Hitler fosse sazio, Hitler che Londra fosse pavida, Stalin che la Germania fosse amica. Sappiamo com’è andata.

L’estate 2017 è la più calda dall’ottobre cubano 1962. Il presidente Truman usò l’atomica, Stalin non avrebbe esitato ad usarla, ma, conclude lo storico Gaddis, quando Mosca e Washington videro gli effetti della bomba termonucleare, 1952-1953, compresero che la nuova guerra «non avrebbe distrutto il nemico, ma l’umanità», lezione brutale, che troppa pace fa dimenticare.

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A Tripoli con i migranti respinti dall’Europa fra torture, umiliazioni e fame

lastampa.it
domenico quirico

Violenze dopo il salvataggio in mare, poi il trasferimento nei centri d’accoglienza: «I poliziotti ci portano via tutto. Ma ritenteremo il nostro viaggio»


Decine di migranti fuori dal centro di Tajoura, alcuni stringono ancora il salvagente usato a bordo dei barconi

Che fine fanno quelli che rimandiamo indietro, il popolo dei barconi che le motovedette libiche «salvano» prima che entrino nel nostro mare: quelli per cui inizia il vero viaggio, che è al di fuori di se stessi? I migranti che evaporano nel nostro limbo di disattenzione, che non sono per noi più migranti, un figliol prodigo senza la casa in cui ritornare? A quale destino li consegniamo, noi che abbiamo cessato di dare?

Per questo sono venuto in Libia, a cercare una risposta. Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto. Vi racconterò allora dove ho incontrato i migranti salvati. Se non mi credete, è facile verificare. I centri libici per i clandestini, dunque. È lì che ho sentito l’odore dei poveri.

Sapete: non mi ha più lasciato il puzzo della miseria, si è attaccato ai vestiti, alla pelle, mi ha inseguito dopo che ne sono uscito. Ho gettato via i vestiti che indossavo, ed è rimasto lì, mi è entrato dentro. Mi insegue e mi perseguita. Cosa è l’odore dei poveri? È un misto di sudore sudiciume immondizia urina secrezioni catarri cibi guasti o di poco pregio vestiti usati e riusati senza lavarli; è il trasudare della paura e di una dolente pazienza di vivere.

Forse il problema è che coloro che decidono il destino dei migranti l’odore dei poveri non lo hanno mai sentito, vengono, parlano con i ministri in belle sale refrigerate. I centri per l’immigrazione clandestina (che ironia in un Paese, la Libia, che per quaranta anni ha fatto svolgere tutti i lavori duri a milioni di clandestini schiavi) sono sigle e numeri. Sigle e numeri. Questi uomini e donne e ragazzi sono detenuti, prigionieri. Non possono uscire, non possono comunicare con le famiglie. Mi hanno chiesto: «Che reato ho commesso? Ho lavorato qui per anni, ho pagato dei libici per traversare il mare». Non ho saputo rispondere.

Tripoli scorre veloce, le cuspidi dei minareti si alternano ai relitti in cemento armato della fallita Manhattan del Colonnello, simboli spenti delle sue follie, che innalzano al cielo niente più che grandi segni grigi. In fondo ai vicoli, prigioniere tra case slabbrate di otto piani, montagne di immondizia che nessuno raccoglie. L’odore della strada con il suo catrame ribollente. A tratti, isolato, sale dal mare il richiamo di una sirena, lontana, solitaria e come soffocata. File silenziose fino a notte attendono, inutilmente, di poter prelevare piccole somme ai distributori delle banche. Non c’è denaro, se non per alcuni. Una grande macchina ferma. 

Il centro è in una strada che i libici chiamano «la ferrovia» perché qui al tempo degli italiani passava il treno, la villa-palazzo di Balbo è a un passo. L’ho scelto apposta: credo sia una sorta di vetrina, il ministero dell’Interno la usa per mostrare i risultati dell’efficace caccia ai migranti. Ci portano i giornalisti e i controllori puntigliosi delle organizzazioni umanitarie del Nord Europa, principali donatori. Organizzano anche partite di calcetto tra i detenuti: «Se viene subito si gioca Marocco contro Kenya». In realtà erano migranti della Costa d’Avorio, ma, si sa, son tutti «negri» al di sotto del Sahara.

Dentro sono in 1400 (lo spazio è per 400 persone), gli uomini da una parte le donne dall’altra, si parlano urlando attraverso le sbarre. In nove mesi 3149 rimpatriati a spese delle Nazioni Unite, 244 «a spese loro», 71 hanno ottenuto il diritto di asilo, 6715 sono stati distribuiti in altri centri.


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(Nei centri libici sono ospitate più persone rispetto alla loro capacità. In quello di Tariq al-Siqqa, a Tripoli, sono 1400 in uno spazio destinato a quattrocento)

«Abbiamo perso tutto»
La prima cosa che incontri è, gettato in un angolo, il mucchio degli stracci donati per rivestire i migranti. I guardiani frugano, mettono da parte le cose migliori, una camicia, giubbe militari. A fianco un vecchio camion frigorifero, sequestrato. Dentro hanno trovato dieci migranti morti durante la traversata del deserto, dal Sud. Poi c’è la gabbia, un cortile coperto da una tettoia metallica, a sinistra si aprono le porte di alcuni stanzoni, le celle. La prima impressione è quella di entrare in una serra umida e afosa, dal pavimento esala, insopportabile, un vapore caldo come il sudore dai pori di un animale.

Non ci sono letti o brande, non ci sarebbe posto, solo stuoie sudice, lembi di plastica, pezzi di cartone. I corpi, la notte quando le porte di ferro sono chiuse da grossi lucchetti, si infilano l’uno accanto all’altro per poter restare sdraiati. Se cerchi di spostarti cammini su quella spazzatura umana. Centinaia di volti e di corpi seminudi per il calore si volgono verso di me, c’è come uno strano raccoglimento. Stivati l’uno accanto all’altro, stesi o seduti, i migranti: corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi. Vedo braccia riverse, gambe abbandonate, non nel modo di chi riposa o dorme ma di chi stramazza a terra in seguito a una bastonatura, esanime. E visi, visi neri e chiari quasi tutti di giovani, su cui sono dipinte tutte le sfumature della estenuazione. 

Non sono ancora entrato e già mi chiudono in mezzo, dolcemente, come una mano. Ascolto voci, stordito dal caldo e dall’odore che azzanna, non sono parole, discorsi singoli, è un mormorio che sale dalla terra. Non sono uomini a parlare, è la disperazione, l’assenza di speranza. «Ci hanno portato via tutto, i poliziotti libici. Denaro, telefonini, vestiti. Non possiamo dire alle nostre famiglie dove siamo, che siamo ancora vivi». I guardiani assicurano che tutto è custodito con cura e sarà restituito al momento dell’espulsione.


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Il sogno dell’Europa
Qualcuno avanza, spinto dagli altri che fanno largo, a mostrare le piaghe: c’è un giovane che ha gambe e braccia come scorticate dalla carta vetro: la benzina, la benzina sulla nave. Un altro più maturo mostra la spalla: fuori posto, staccata dal corpo. A quelli rosi dalla febbre i compagni hanno lasciato gli spazi lungo i muri, perché possano appoggiare il busto alla parete. «Qui non ci bastonano più ma dove eravamo prima, nella prigione di Mitiga… Ah, lì come sapevano picchiare».
È il problema di sempre: raccontare. È possibile trasmettere la memoria strutturandola? Il tempo di luoghi come questo è comunicabile in un altro tempo, il nostro? Ci sono occasioni in cui le parole sembrano aver perso peso, sono sacchi vuoti. Rispetto dell’uomo, rispetto dell’uomo! Questa forse è l’unica pietra di paragone.

Un ragazzo marocchino è tra quelli che dovranno essere rimpatriati tra pochi giorni; sembra frantumi, le parole in sillabe con le mascelle. Mi spiega perché tutti ritorneranno in Libia a riprovare il viaggio, appena avranno raccolto di nuovo un po’ di denaro: «L’Europa dove vivi tu è la felicità, nei nostri Paesi viviamo per mangiare e non per avere un avvenire». Le nostre spiegazioni sulla migrazione: formule venute a finire qui come le vecchie auto arrugginite che solcano le strade di Tripoli. Soltanto un ragazzo della Guinea mi ha detto che non riproverà. È fradicio di stanchezza: «Basta, è inutile. Non ho famiglia, nessuno che mi attenda né in Guinea né in Europa. Raccontare perché rinuncio? Vengo da laggiù, sono qua, non ti basta?».

Quando esco dalla prigione ho le tasche piene di bigliettini, pezzi di cartone su cui hanno scritto numeri di telefono delle loro famiglie: «Chiama, chiama, ti prego. Tu che puoi, dì loro che sono qui, che vengano ad aiutarmi, a tirarmi fuori». Ho provato a comporre alcuni numeri: risposte in lingue che non conosco o silenzi che affondano nel sospetto o nella disperazione. Con qualche padre o fratello ho parlato: cerco di instaurare con loro uno scambio, un rapporto umano. Mi piacerebbe dire di non perder fiducia, che i figli e i fratelli stanno bene e, alla fine, ce la faranno. Ma le parole non hanno lo stesso senso per loro e per te, ti chiedi se hanno il minimo senso davanti a questa sofferenza immensa e anonima. Sei tu che perdi fiducia, sei tu che perdi coraggio. 

La tragedia delle donne
Mi sposto nella zona riservata alle donne: la situazione sembra migliore ma l’aria è rovente, grava il fiato di un fortore acido. Anche qui non ci sono materassi, solo stracci e stuoie. Accanto scola in una palude l’acqua che esce dalle latrine. Sono giovani ma parlano della vita come vecchie. Ho capito perché quando i poliziotti hanno tirato fuori da una borsa alcuni oggetti sequestrati: amuleti, fogli di carta con maledizioni rituali, bottiglie di plastica che contengono sangue mestruale. La magia nera per legare le migranti prostitute. E un quaderno in cui sono segnate, meticolosamente, le prestazioni di lavoro: 15 marzo dieci clienti, 16 marzo diciannove. E i prezzi: cinquanta centesimi di dinaro. Un euro vale nove dinari.

Dalle finestre il sole disegna uno sbilenco rettangolo di luce sulla parete e illumina le scritte. I muri, i muri della sezione femminile parlano: minacce, invocazioni, amari pentimenti. La Nigeria è viva, vieni in Libia e vedrai, grande Paese grandi migranti. Sono quasi tutte nigeriane, molte incinte: due litigano per un pezzetto di legno che serve come spazzolino da denti, altre due si contendono una caramella. 

Un neonato nudo giace abbandonato sul pavimento, le braccia allargate, dorme. Al centro della stanza una donna è seduta a terra, le gambe aperte come per puntellarsi, le passano accanto, la urtano, lei non si muove. Prega, sì prega: un canto monotono per ringraziare dio che non l’ha abbandonata. Il sudiciume del luogo non riesce a coprire il risplendente e duro metallo di quelle parole. Sì, la Parola è davvero senza fine.

Così potranno essere consultati gli archivi della Chiesa sulla dittatura argentina

lastampa.it
alver metalli
Una circolare dei vescovi locali spiega chi può farlo e come


Archivi argentini

José Gabriel del Rosario Brochero c’entra qualcosa o per lo meno dovrebbe aver messo dei buoni auspici. C’è chi ricorda infatti che fu proprio al ritorno della delegazione argentina che aveva partecipato a Roma alla canonizzazione del “Prete Gaucho” nell’ottobre del 2016 che si seppe delle disposizioni di Papa Francesco con tanto di istruzioni della Segreteria di Stato affinché “il processo di organizzazione e digitalizzazione del materiale di archivio del periodo della dittatura militare (1976-1983), conservato negli archivi dell’Episcopato argentino, della Segreteria di Stato della Santa Sede e della Nunziatura Apostolica a Buenos Aires” venisse terminato e che in base ad un protocollo “che si stabilirà prossimamente” gli archivi fossero messi a disposizione delle “vittime e famigliari diretti dei desaparecidos e detenuti e, nel caso dei religiosi o ecclesiastici, anche dei loro superiori maggiori”.

C’è voluto meno di un anno per preparare il tutto, e presto si saprà in cosa consista. Da qualche giorno infatti è arrivato anche il protocollo di consultazione redatto – come informa adesso la Conferenza episcopale argentina - “avendo come premessa il servizio alla verità, alla giustizia e alla pace”. In allegato al comunicato ufficiale i presuli hanno incluso anche il modello della lettera prestampata che gli interessati dovranno compilare per avanzare la domanda di consultazione.

Poche le formalità richieste: le generalità di chi sollecita l’accesso all’archivio, il domicilio del richiedente con relativa indicazione del grado di parentela che lo lega alla persona su cui si cercano informazioni, l’impegno ad assumersi la responsabilità circa l’uso che fosse dato al materiale ottenuto e, se questi venisse pubblicato, a menzionare la fonte di provenienza dello stesso e a fornire all’archivio della Conferenza episcopale una copia del media dove fosse eventualmente pubblicato. Il tutto indirizzato o consegnato a mano nella sede centrale della Conferenza episcopale argentina di Buenos Aires, in via Suipacha 1032 con tanto di orario d’ufficio (9-17).

Segue il testo del protocollo di consultazione, poco più di una pagina scandita in sei punti. Il primo specifica chi può chiedere l’informazione sulla persona: le vittime, i famigliari dei desaparecidos e detenuti, e nel caso si tratti di ecclesiastici o religiosi, i rispettivi Vescovi e Superiori maggiori. Il secondo punto delimita la ricerca al materiale dove la persona di cui si cerca informazioni è menzionata. Il terzo punto indica l’istanza a cui dirigere la richiesta di ricerca, il Segretario generale della Conferenza episcopale argentina che per questo mandato è il vescovo Carlos Humberto Malfa titolare della Diocesi di Chascomús nel sud di Buenos Aires che come motto episcopale ha scelto un opportuno “Allegria e Pace”.

Il punto 4 chiarisce che se la richiesta di informazioni dovesse essere respinta parzialmente o totalmente la Conferenza episcopale dovrà fornire una notificazione scritta e il richiedente, presa visione delle motivazioni, potrà ripresentarla una seconda volta. Il quinto e sesto punto precisa che se negli archivi venisse trovata l’informazione del caso, essa sarà trasmessa al sollecitante, e se vi apparissero i nomi di altre persone questi saranno opportunamente oscurati nel rispetto della confidenzialità dei dati privati. Il settimo e ultimo punto è riservato alle autorità giudiziarie – giudici, avvocati, magistrati, polizia giudiziaria – i quali, se vorranno ottenere informazioni conservate negli archivi della Santa Sede o della Nunziatura apostolica di Buenos Aires dovranno presentare una rogatoria internazionale tramite gli abituali canali diplomatici.

Nessuna anticipazione sul materiale classificato e da questo momento consultabile. Per ciò che riguarda la Nunziatura apostolica si sa che i tipi di paper prodotti d’ufficio e dunque archiviati consistono di rapporti periodici delle Nunziature alla Santa Sede (con documentazione allegata, in particolare sugli interventi della rappresentanza diplomatica vaticana presso le autorità locali); di corrispondenza tra il Vaticano e il Nunzio su questioni inerenti affari umanitari e assistenziali (denunce, richieste di aiuto, informazioni di amici e parenti alla ricerca di notizie di congiunti dispersi, torturati o uccisi, testimonianze); di raccolta d’informazione neutra, e cioè informazioni non attribuibili alla Nunziatura perché reperite tramite i canali diplomatici consuetudinari (conversazioni private con altri diplomatici, politici, uomini di governi, Episcopati locali).

Meno prevedibile il materiale incamerato nell’Archivio della Conferenza episcopale, anche se si sa che in quegli anni i famigliari delle vittime ricorrevano alle parrocchie nella speranza di conoscere la sorte dei loro famigliari scomparsi. È probabile che vari parroci o sacerdoti abbiano a loro volta informato il loro vescovo o trasmesso copia delle lettere.

Dal blog Terre d’America