martedì 8 agosto 2017

"Ho perso il camion, mio zio mi odia". E la toga dà l'asilo al migrante

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Sab, 02/09/2017 - 12:59

Le assurde sentenze per accogliere falsi rifugiati. Le Commissioni territoriali rigettano le domande di asilo dei migranti che però fanno ricorso e il giudice gli dà ragione

Non è certo una notizia che i Tribunali italiani siano l'ancora di salvataggio degli immigrati che si vedono rifiutare la domanda di asilo. Se da una parte le Commissoni territoriali rigettano le istanze del migrante, dall'altra i giudici si adoperano per accettarne le giustificazioni ed emettere d'imperio un permesso di soggiorno.

È il cortocircuito italiano.
Il mantra si ripete quotidianamente più o meno così. Un nigeriano arriva col barcone sulle coste italiane. Viene inserito in un programma di accoglienza e presenta domanda di asilo. A spese degli italiani soggiorna per circa 2 anni, visto che le Commissioni territoriali sono oberate di lavoro e per esaminare le richieste ci vuole più tempo di quanto ci si attenedva (all'inizio si pensava che in sei mesi si potesse sbrogliare la matasse: ingenui). Non appena la Commissione chiama il suddetto migrante per l'audizione, questi deve presentarsi e raccontare la sua storia personale: per quale motivo è fuggito, cosa lo porta in Italia e perché teme di morire nel caso in cui dovesse essere rimpatriato. La commissione (formata da un viceprefetto, un poliziotto, un inviato dell'Unhcr e un rappresentante del Comune) valuta, decide e poi informa: istanza rigettata oppure accolta.

Sebbene la stampa ci voglia far credere che tutti i stranieri fuggano da guerre indicibili e sono dunque tutti "rifugiati", i numeri dicono tutt'altro. Anzi: l'opposto. Come rivelato dal Giornale.it già un anno fa, infatti, il 77%% degli immigrati sbarcati non è tecnicamente un "rifugiato", visto che il 61% delle richieste d'asilo si concludono con un diniego e un altro 20% ottiene un permesso di soggiorno molto speciale che solo l'Italia dona generosamente (a differenza degli altri Stati Ue, che lo usano solo in via residuale). I numeri del 2016 lo confermano: su 90.473 domade esaminate, ben 55.425 sono state respinte. Il problema è che la quasi totalità di chi riceve il secco "niet" si rivolge al tribunale per fare ricorso. In fondo non costa niente (a loro), visto che l'avvocato lo paghiamo noi col gratuito patrocinio e ci costa circa 600 milion di euro l'anno.

Ma soprattutto la possibilità di convincere le toghe è molto alta, trasformandosi così per sentenza da migranti economici a rifugiati. Ma perché se la Commissione territoriale ha valutato negativamente quella domanda il giudice deve accoglierla? Oggi La Verità ha raccolto alcune delle grottesche sentenze dei tribunali italiani con cui i togati hanno regalato accoglienza. Per esempo un immigrato del Gambia aveva raccontato alla commissione prefettizia di essere arrivato in Italia perché nel 2011 aveva perso un camion e suo zio, proprietaro del mezzo, "lo aveva minacciato di morte e denunciato alla polizia". La commissone non ci aveva creduto (e ci mancherebbe), ma un giudice a Perugia gli ha dato ragione.

Pur riconoscendo di "non poter ritenere i fatti esposti come atti persecutori, trattandosi sostanzialmente di una controversia di natura economica tra il ricorrente e lo zio in ordine alla perdita del camion" e pur convinto che non ci sia "alcuno specifico elemento da cui desumere che se il ricorrente tornasse nel suo Paese sarebbe esposto a pericolo", la toga gli ha conferito comunque il permesso di soggiorno. Domnda: perché? "Il rimpatrio - si legge nella sentenza - porrebbe il ricorrente in estrema difficoltà economica e sociale". Avete capito? Non era in pericolo di vita e nessuno lo minacciava. Ma dobbiamo tenercelo lo stesso. E pensare che il più delle volte le storie raccontate dai migranti sono inventate o palesemente esagerate.

A raccontarcelo fu una mediatrice culturale, anche questa di Perugia, che ogni giorno si trovava a tradurre assurde giustificazioni avanzate dai profughi. Ma andiamo avanti. A Milano un giudice ha graziato un pakistano che sosteneva di aver "frequentato una scuola coranica dov’era stato avvicinato da alcuni imam radicalizzati e da terroristi del gruppo Lashkar e Jhangvi". I jihadisti avrebbero cercato di convincerlo "ad arruolarsi per combattere la guerra santa" e al suo rifiuto lo avrebbero minacciato, tanto da indurlo a scappare in Italia. Per il magistrato "le vicende sono narrate in modo alquanto generico e poco credibile", probabilmente frutto di "racconti sentiti da altri". E allora perché gli ha concesso il soggiorno? Perché nel suo Paese esiste "una situazione di violenza indiscriminata e di scontro tra gruppi armati".

Non basta? Ci sono il disertore che non sa neppure quanto rischiebbe in patria (a Napoli), oppure il senegalese che sostiene di aver incendiato per errore un allevamento di polli uccidendo tre persone. E ancora il profugo del Burkina Faso che non poteva tornare a casa perché "il padre, a causa di una malattia che gli ha provocato cecità, non poteva più pagargli tasse scolastiche" e il bengalese beccato dal mullah a fare sesso con un uomo.

Benvenuti in Italia.

Migranti, la Cei predica accoglienza (ma la fa a spese dello Stato)

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Lun, 07/08/2017 - 12:36

Oltre 23mila migranti ospitati dalla Chiesa. Ma solo 4mila sono pagati con fondi ecclesiastici. Il 79% lo paga il governo



Il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, lo ha detto in tutte le salse: bisogna accogliere i migranti. Posizione legittima, per carità. Ma a spese di chi? Già, perché a conti fatti lo slancio caritatevole della Chiesa non lo sostengono le casse del Vaticano. Ma gli italiani.

A documentarlo sono i dati dell’ultimo rapporto della Caritas sulla "Protezione internazionale in Italia": a giugno 2016, il 17% degli stranieri accolti nel Belpaese erano presi in carico dalla Cei. Mica male. Anche perché di questi 23.201 immigrati che risultano nelle strutture religiose, solo 4.929 mangiano grazie a fondi ecclesiastici o donazioni. I restanti 18.272 (il 79%) la Chiesa li accoglie sì, ma usando i soldi dello Stato.

Difficile fornire una somma precisa. Galantino ad aprile li quantificava in 150 milioni di euro all’anno. A far man bassa di appalti sono le diocesi e la Caritas. L’ente della Cei compare come aggiudicatario in almeno 26 diverse prefetture attraverso le sue diramazioni locali o le fondazioni direttamente controllate. Sondrio, Latina, Pavia, Terni e via dicendo per un importo ben oltre i 30 milioni di euro l’anno. I dati risalgono a tutto il 2016: tra le più ricche la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664mila euro).

Un capitolo a parte lo merita Cremona, città che ha dato i natali a Monsignor Gian Carlo Perego, direttore Generale di Migrantes (l’ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema. L’attuale vescovo di Ferrara, soprannominato “il prelato dei profughi”, quando guidava la Caritas cremonese lasciò in eredità la cooperativa “Servizi per l’accoglienza” degli immigrati. Coop che ovviamente non si è fatta sfuggire 1,2 milioni di euro di finanziamento nel circuito Cas e altri 2,4 milioni per la rete Sprar 2014/2016 da spartire con altre due associazioni.

“La Chiesa accolga gratis i migranti”, ha chiesto più volte Matteo Salvini invitando i vescovi a dichiararsi pure ospitali, ma senza pesare sui contribuenti. Parole al vento. E così per capire il variegato mondo cristiano nella gestione dell’immigrazione, bisogna pensare al sistema solare: al centro la Caritas (che di solito si occupa solo di coordinare) e tutto intorno un’immensa galassia di organizzazioni più o meno collegate.

Vicine al sole ruotano decine di cooperative nate in seno alle diocesi e operative su suo mandato. Spiccano tra le altre la Diakonia onlus di Bergamo, che ha incassato 8,1 milioni. Oppure la Intrecci Coop di Milano, con i suoi 1,2 milioni di euro per l’accoglienza straordinaria a Varese. Dove non arriva la curia ci pensano i seminari, le parrocchie, gli ordini religiosi e le fondazioni. Come la “Madonna dei bambini del villaggio del ragazzo”, che l’anno scorso ha festeggiato l’assegnazione di 1,5 milioni di euro.

A poca distanza dal cuore del sistema si posizionano invece centinaia di associazioni che si richiamano a vario titolo alla dottrina sociale della Chiesa. Qualche esempio? Tra un coro dello Zecchino d’Oro e l’altro, la Antoniano onlus di Bologna ha accolto pure un piccolo gruppo di migranti. E con il sottofondo del “Piccolo coro” si è vista liquidare 129mila euro in un anno. Alla faccia di Topo Gigio. E ancora la cooperativa Edu-Care di Torino (2,6 milioni assegnati), la San Benedetto al Porto di Genova (fondata dal prete “rosso” Don Gallo), le Acli e via dicendo. L’elenco è sconfinato.

Papa Francesco l’ha detto chiaramente: “Chi non accoglie non è cristiano e non entrerà nel regno dei cieli”. Molti fedeli si sono adeguati, facendo il possibile per non perdere un posticino in Paradiso. E così si sono attivate pure una lunga serie di grandi cooperative bianche, gli ultimi tasselli che completato il puzzle. Al banchetto caritatevole partecipano tutte, dalle coop citate nelle carte di Mafia Capitale fino ad arrivare alla diffusa rete delle Misericordie d’Italia. La sezione più famosa è quella che gestisce il Cara di Isola di Capo Rizzuto, finito nella bufera con l’accusa di collegamenti con la mafia e trattamenti inumani verso i migranti.

Ma le maglie della Venerabile Confraternita sono fitte e le sue affiliate non si fermano in Calabria. Alcune sezioni controllano diversi Cas tra Arezzo, Firenze, Ascoli, Pisa (e non solo). In Toscana l’introito complessivo per il 2016 è succulento: 6,2 milioni di euro.

E pensare che nel vademecum dei vescovi c’è scritto che l’ospitalità può essere anche “un gesto gratuito”. Alcuni non devono essersene accorti.

Oltre 260 euro al giorno ​per mantenere un minore

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Fabrizio Tenerelli - Lun, 07/08/2017 - 17:17

Minori non accompagnati a peso d'oro, anzi al prezzo di un hotel a cinque stelle



Ventimiglia - Minori non accompagnati a peso d'oro, anzi al prezzo di un hotel a cinque stelle. Una follia? No, è la realtà. Basti pensare che il Comune di Ventimiglia (al trenta per cento) e l'Asl (al settanta per cento) spendono assieme 260 euro al giorno per mantenere un minore non accompagnato, in una comunità terapeutica di Genova: la "Tuga", di via Creto. Se a questa cifra aggiungiamo l'Iva al cinque per cento, i conti sono presto fatti. Questo ragazzo costa alla comunità: 273 euro al giorno e il Comune frontialiero ha messo a bilancio 17.500 euro per il suo mantenimento, fino al 31 dicembre del prossimo anno. Moltiplichiamo questa cifra per chissà quanti altri minori stranieri in tutta Italia, nelle sue stesse condizioni, e poi facciamoci due domande.

Ma non finisce qui. Se questo può essere considerato un caso limite, il Comune di Ventimiglia proprio oggi ha messo a bilancio 142mila euro per l'assistenza di altri quattordici minori non accompagnati, sempre con scadenza la fine dell'anno. Una spesa che si aggiunge a tutte quelle già avvenute in precedenza. E' il 3 gennaio del 2017, quando il Comune di Ventimiglia assume un impegno di spesa di 42.510 euro per l'ospitalità di minori non accompagnati, nel periodo da marzo a dicembre.

Il 2 febbraio, l'impegno di spesa sale a 182.500 e il periodo di riferimento è quello che va da gennaio al 30 giugno 2017. Il 17 febbraio, una nuova determina, con il il Comune che stanzia 102.396,31 euro per minori stranieri non accompagnati, con periodo di riferimento da settembre a dicembre del 2016. Il primo marzo 2017, ancora una delibera, questa volta pari a 141.176,05 euro e il periodo di riferimento è (così recita la delibera) "mesi diversi". Ma dove vengono assistiti questi ragazzi?
Per quanto riguarda, quest'ultima delibera: 3 dei minori sono stati affidati al "Centro di aiuto alla vita - Miracolo della Vita", di Sanremo; 1 a "Casa Bea - Il Volo della Gabbianella", di Ortovero (Savona); 3 alla "Opera Nazionale per il Mezzogiorno - Istituto Padre Semeria", di Coldirodi, a Sanremo; 4 a "Il Cortile", di Ventimiglia; 1 alla "Casa dell'Angelo - Opera Don Guanella", di Genova; 2 alla "Comunità L'impronta", di Genova.

Quell'armata buonista che invece dei disperati protegge i trafficanti

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Gian Micalessin - Dom, 06/08/2017 - 17:53

Da Saviano alla Boldrini: pur di schierarsi con il migrante si mettono contro chi, finalmente, combatte i criminali



C' era una volta la Sinistra. Oggi - come dimostra la difesa di Ong e, implicitamente, dei trafficanti di uomini - è un gruppuscolo talebano affascinato dallo «scafismo umanitario», ma estraneo a realtà e buon senso.

Purtroppo la galassia ideologica - da cui tracimano gli articoli di Roberto Saviano, le geremiadi di Laura Boldrini o le invocazioni di Emergency - continua ad affascinare milioni di svagati «Ecce Bombo» italiani figli di un paese dove scuole, università e media sono stati per 50 anni monopolio della sinistra. E così la tribù perduta degli «Ecce Bombo» pur di difendere lo «scafismo umanitario» arriva a lapidare un ex comunista come il ministro dell'Interno Marco Minniti colpevole di difendere l'interesse nazionale anziché vuote ideologie.

Ma partiamo dall'alto, ovvero da quella presidenza della Camera occupata da Laura Boldrini. Il 7 luglio scorso, intervistata da Repubblica, la signora si scaglia contro il codice delle Ong appena sottoposto ai ministri europei riuniti a Tallin. «Vedo spiega la Boldrini - una profonda mancanza di coraggio e di visione, pensare di arginare i flussi di migranti rendendo più problematici i soccorsi non è solo cinico ed eticamente inaccettabile, ma è anche una misura che non funziona. Non sarò mai abbastanza grata alle Ong per quello che stanno facendo».

A un mese di distanza quelle parole suonano paradossali. E non solo perché l'Unione Europea condivide, per una volta, la mossa italiana, ma anche perché - come dimostrano le inchieste giudiziarie - l'attività di alcune Ong spazia fino alla collaborazione con i trafficanti di uomini. In campo culturale, chiamiamolo così, Roberto Saviano è la novella Diche, un Dio della giustizia inesorabile nel liquidare come Mafia quel che non gli aggrada.

«Spesso scrive su Repubblica - è più facile attaccare chi combatte la mafia piuttosto del mafioso. Un paese al collasso economico e demografico ha l'esigenza di trovare altrove i colpevoli, i migranti sono il capro espiatorio perfetto». Le misure per regolamentare le Ong e la missione in Libia sono, insomma, solo specchietti per le allodole e non atti imprescindibili di fronte a quell'emergenza migranti vissuta sulla propria pelle da chiunque non abbia il privilegio di vivere sotto scorta e lontano, grazie a lauti diritti d'autore, dal fastidio delle plebi.

Prigioniero di questa dimensione comoda, ma onirica Saviano dimentica la vera mafia, quella dei trafficanti di uomini. Una mafia che grazie alla collaborazione delle Ong - pronte a raccogliere i migranti dentro le acque libiche - incassa ogni anno, come rivelano i dossier della missione Eunavfor Med, dai 250 ai 300 milioni di euro. Il meglio del Saviano-pensiero è però la difesa del diritto di Msf di non far salire a bordo delle proprie navi agenti di polizia giudiziaria regolarmente armati. «A Mosul, ad Haiti, in Congo i soldati di qualsiasi esercito scrive - lasciano le armi fuori dai presidi di Msf. Invece il governo italiano vorrebbe portare agenti armati sulle navi». Al Saviano, prigioniero del proprio immaginario letterario, sfugge che i cosiddetti «soldati» costretti a lasciare i kalashnikov davanti agli ospedali di Msf sono ribelli armati, tagliagole jihadisti e gruppuscoli criminali.

Gli agenti che il Viminale vuole far salire sulle navi di Msf sono invece rappresentanti di uno stato di diritto. Ed in quanto agenti di polizia giudiziaria non sono neanche attori del governo, ma collaboratori di quella magistratura rappresentanti, come un esperto di «mafie» dovrebbe sapere, di un potere diverso da quello esecutivo. Dulcis in fundo arriva Emergency, inesorabile nel definire un atto di guerra la missione contro i trafficanti di uomini. E non poteva essere diversamente.

L'organizzazione fondata da Gino Strada è, infatti, la vera battistrada di quell'umanitarismo ideologico che spinge l'Ong tedesca Jugend Rettet a collaborare con i contrabbandieri di uomini pur di difendere il diritto di qualsiasi migrante, regolare o irregolare, a raggiungere l'Europa. Esattamente l'insegnamento impartito da Emergency in Afghanistan, dove Gino Strada e i suoi preferivano colloquiare con i talebani anziché con la Nato.

La Mogherini a Teheran ​con il capo coperto

ilgiornale.it
Luca Romano - Dom, 06/08/2017 - 15:21

Federica Mogherini, ha preso parte a Teheran alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Hassan Rohani



L'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini, ha preso parte a Teheran alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Hassan Rohani, che si è tenuta in ParlamentoPresenti oltre 70 delegazioni di Paesi esteri. Il governo italiano era rappresentato dal sottosegretario agli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Vincenzo Amendola. Nelle immagini la Mogherini indossa il classico velo islamico per coprire il capo.

E sulla presenza della Mogherini a Teheran è intervenuto Lucio Malan di Forza Italia: "La presenza dell'alto rappresentante della Ue Federica Mogherini all'insediamento di Hassan Rouhani alla presidenza dell'Iran è imbarazzante per tutta l'Europa". E ancora: "Secondo Amnesty International l'Iran ha il record mondiale di esecuzioni capitali per milione di abitanti, in costante crescita almeno dal 2005, anno dal quale le esecuzioni si sono decuplicate. Ricordiamo bene con quale enfasi l'allora ministro degli Esteri Mogherini nel 2014 disse che la moratoria sulla pena di morte sarebbe stata la priorità per il semestre italiano di presidenza dell'Unione Europa. Ora va, probabilmente velata, a rendere omaggio al campione mondiale dei patiboli? Va anche ricordato che in Iran c'è la pena di morte anche per adulterio e omosessualità e che non mancano esecuzioni di donne e minorenni".

(Clicca qui per guardare il video).

Il mio bisnonno che voleva ammazzare Salandra

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Stefano Zurlo - Dom, 06/08/2017 - 10:00

Il fante Alfonso Basile cadde negli ultimi giorni della Prima Guerra mondiale. Per il dolore suo padre voleva uccidere il premier Salandra, suo compaesano



La lettera, scritta in un italiano zoppicante, porta la data del 10 luglio 1918. Il fante Alfonso Basile non sa che la guerra è ormai alle battute finali. Il soldato ragazzino, classe 1899, sa solo che lui e tanti giovani della sua età hanno fatto il loro dovere, hanno combattuto in condizioni proibitive e, in qualche modo, hanno fermato il nemico.

Così Alfonso scrive ai genitori annunciando che gli è stata concessa una licenza premio e che presto, molto presto, tornerà a casa in Puglia, a Troia, per abbracciare papà Michele e mamma Enza. È raggiante Alfonso e in quelle poche righe lo fa capire: «Genitori carissimi, oggi parte il sergente che farà 6-7 giorni, poi partirò anch'io ma invece di 10 giorni me ne farò 15, con altri 5 di premio in più. Perché con tutti i soldati dell'Armata del Grappa abbiamo resistito eroicamente al nemico».

Troia è solo un puntino fra le montagne del Subappennino Dauno, in provincia di Foggia, ma è anche il paese natale di Antonio Salandra il presidente del Consiglio che ha voluto portare a tutti i costi l'Italia in guerra, facendo leva sulla piazza e mettendo fuori gioco il prudente Giolitti e il partito della neutralità. Salandra è nato a Troia, ha studiato nella vicina Lucera, si è laureato a Napoli nell'ambiente dell'idealismo che fa capo a Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis, poi ha intrapreso una carriera politica di primo ordine a Roma, senza tagliare le radici pugliesi e meridionali.
Un conservatore che si considera erede della Destra storica, al potere fra 1861 e 1876. Ma tutte queste cose i suoi concittadini non le sanno.

La vita in quel piccolo borgo a quei tempi è grama: miseria ed emigrazione. E poi c'è la guerra: Michele ed Enza abitano a non più di 200 metri da casa Salandra, ma hanno altri problemi. Due figli al fronte: Amedeo e appunto Alfonso. Michele è un venditore di tessuti, il giovanissimo intraprendente Alfonso ha trovato lavoro, prima di partire per il fronte nel '17, nell'impresa che produce e distribuisce l'energia elettrica per la zona. Ha familiarità con i motori a olio pesante, tipo diesel. E ha anche svolto il compito di guardafili per la Società Telefoni di Troia.

Perché nella vita non si butta via niente, il 26 maggio 1918 ha scritto ai superiori chiedendo di raggiungere il fratello Amedeo al Terzo genio telegrafisti. Intanto è lassù sulle montagne, a vedersela con gli austriaci. Con la testa però è già a casa, nel paese del Nero, un vino che oggi conosce una certa celebrità, e della cattedrale del superbo rosone romanico che da solo vale il viaggio. Chissà se il leader politico e il soldatino si sono mai incontrati sul Corso. Chissà. Se non è successo non accadrà più.

Una battaglia, un'unghiata del destino e Alfonso da ingrossare le file dei caduti, 600mila alla fine del conflitto. Altro che licenze e trasferimenti. Con ogni probabilità il giovane è vittima del gas austriaco. Forse, ma sono ipotesi basate su racconti incerti, non ha fatto in tempo ad indossare la maschera o forse se le era appena tolta, dopo un attacco, perché quell'armamentario è ingombrante e fastidioso e Alfonso non ha calcolato che il vento ti tradisce in un attimo e ti uccide. Michele riceve la lettera col timbro del 10 luglio poi, non sappiamo quando, arriva la notizia che Alfonso non c'è più.

Gli sarà stata portata sicuramente inguantata nella marmorea retorica dell'epoca, ma il cordoglio di Stato non lo consola. E poi rispetto a migliaia e migliaia di padri disperati come lui, Michele può almeno costruirsi un nemico in carne e ossa: Antonio Salandra che ha la responsabilità morale di quel che è successo e che tutti in paese venerano per la strepitosa ascesa. Lui no, nelle foto di famiglia gelosamente conservate, Michele è un signore fiero e la sua virilità è tutta in quei baffi che svettano anche nei ritratti del compaesano Salandra.

La guerra finalmente finisce. Amedeo, che poi andrà a vivere negli Stati Uniti, è salvo, Alfonso soldatino della Terza armata di fanteria, numero di matricola 16446, no. La sua memoria è affidata a una lapide, posta su uno dei primi gradoni del Sacrario di Redipuglia. Alfonso è anche un dolore che non si riesce a controllare, un dolore che uccide anno dopo anno mischiato, come spesso capita, a malattie, povertà, necrologi senza fine. Nel 1919 l'epidemia di spagnola si porta via Angiolina vent'anni, sorella di Alfonso e Amedeo. E ancora prima, nel 1914, se n'è andata Marietta, la primogenita, che non ha retto a una gravidanza difficile.

La mamma Enza, sopraffatta da troppe disgrazie, muore di crepacuore, come si diceva all'epoca, a 57 anni. E allora, intorno al 1920, Michele Basile bisnonno di chi scrive questo articolo, decide di regolare i conti con la Storia. La Storia che si è fermata a pochi metri dalla sua modesta casa. Si apposta nei pressi del palazzo in cui Salandra vive quando non è nella capitale. L'obiettivo è uno solo: ammazzare il nemico. Come Bresci ha fatto fuori il re e Gavrilo Princip l'arciduca Francesco Ferdinando, per quel che valgono i paragoni. Ma qui non c'è alcuna ideologia, c'è solo il dramma: troppe lacrime in una famiglia distrutta dai lutti.

Perlustrazioni e prove generali dell'agguato vanno avanti per giorni. Forse per settimane. Non conosciamo i dettagli. Sappiamo che ci sono altri due figli da tutelare: Agnese, classe 1904, Leonardo ancora più piccolo. La rabbia comincia a confrontarsi con la ragione e Michele inizia a riflettere sulle conseguenze inevitabili cui andrebbe incontro: «Papà - ha sempre raccontato Agnese al figlio Armando Zurlo che ha pubblicato tutta la storia sul periodico locale l'Aria di Troia - voleva ammazzare Salandra, ma poi cominciò a pensare che lui, cristiano, non poteva macchiarsi del sangue altrui e poi ancora si preoccupava immaginando che cosa sarebbe successo, con lui in carcere, a me e a Leonardo».

Michele abbandona il progetto più grande di lui. Qualche anno ancora e pure lui scompare. Amedeo invece vivrà a lungo. Ma il destino, che è stato benevolo e l'ha risparmiato, gli chiederà il conto vent'anni dopo quando suo figlio Ralph, Raffaele, questa volta avvolto nella divisa a stelle e strisce, troverà la morte in Estremo Oriente contro i giapponesi. «Nella jungla», ripeteranno per decenni i vecchi compaesani, quasi a indicare un luogo misterioso e maligno. Destini diversi e uguali. La foto del soldatino morto sul Grappa: un ragazzo in posa, con l'uniforme, il berretto e la mano poggiata sul fianco.

Multe per chi rifiuta pagamento con carta

ilgiornale.it
Luca Romano - Dom, 06/08/2017 - 12:44

Chi non accetta il bancomat adesso rischia pesanti sanzioni e multe salate: cosa cambia dal 30 settembre



Chi non accetta il bancomat adesso rischia pesanti sanzioni e multe salate.Secondo quanto riporta Repubblica, a partire dal prossimo 30 settembre tutti i prfessionisti e i negozianti saranno obbligati ad accettare i pagamenti con il bancomat e le carte di credito. Le prime sanzioni saranno per il momento di 30 euro. Dunque arriva una sterzata decisa su imetodi di pagamento. Già nell'ultima manovra era stato inserito l'obbligo di dotarsi di Pos per i pagamenti che superano i 5 euro. Adesso via xx settembre sta studiando un sistema per aggiornare la normativa e dunque per far scattare le sanzioni in caso di inadempienza da parte degli esercenti. Sul fronte dell'uso dei Pos, l'Italia è indietro rispetto a tutti gli altri Paesi d'Europa proprio per quanto riguarda i metodi di pagamento e la dotazione di Pos. Infine l'esecutivo potrebbe varare un piano che prevede "premi" per chi userà le carte per pagare con alcuni sgravi fiscali.

Ritrovata in Israele la città degli apostoli Pietro, Andrea e Filippo

lastampa.it
giordano stabile

La scoperta che ha convinto gli archeologi di essere in presenza della città citata dagli storici di epoca romana ma mai ritrovata, è stata quella di un complesso di bagni


Il lago di Tiberiade

Archeologi israeliani hanno ritrovata l’antica città di Julias, dove nacquero gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo. Un sito stratificato, con resti bizantini e romani di epoca classica è stato individuato e portato alla luce sulla sponda settentrionale del Lago Tiberiade, nella valle di Bethsaida.

I bagni ritrovati
La scoperta che ha convinto gli archeologi di essere in presenza della città citata dagli storici di epoca romana ma mai ritrovata, è stata quella di un complesso di bagni, il che indica che siamo di fronte a una “polis” romana, non un villaggio, una città dotata di servizi pubblici, come ha sottolineato il professor Mordechai Aviam del Kinneret College, citato dal quotidiano Haaretz.

Lo storico ebreo
L’esistenza di Julias è citata dallo storico ebreo Josephus Flavius. Venne fondata nel I secolo dopo Cristo dal re Filippo Erode, figlio dell’Erode sterminatore dei bambini alla nascita di Cristo. Il re trasformò il villaggio di pescatori di Bethsaida in una vera città. E i bagni scoperti dimostrato che lo storico aveva ragione.

La moglie dell’imperatore
Julias prese il nome dalla moglie dell’imperatore Tiberio e fu protagonista della grande rivolta contro i romani del 67 dopo Cristo, repressa nel sangue e con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, un altro episodio raccontato in prima persona dallo storico Josephus.

Ricostruita in epoca bizantina
Julias si trova in quello che era il delta del fiume Giordano sulle sponde del lago Tiberiade. Venne probabilmente distrutta, sommersa dal fango trasportato dal fiume e poi riedificata in epoca bizantina, come ha ipotizzato lo studioso Noam Greenbaum dell’Università di Haifa. Gli archeologi sono convinti di aver trovato anche i resti di una basilica bizantina, citata da un vescovo in viaggio in Terra Santa nell’VIII secolo.

La casa degli apostoli
I ricercatori hanno anche ritrovato monete dell’epoca dell’imperatore Nerone, che dimostrano come fosse abitata attorno al 65 dopo Cristo. La basilica venne invece edificata nel III o IV secolo dopo Cristo, sulle fondamenta di quella che si pensava fosse la casa di Pietro e Andrea.

Porno, calcio e scommesse online: lo scandalo dei telefonini di Stato

repubblica.it
di FABIO TONACCI

Dai cellulari in dotazione alle amministrazioni pubbliche sono partite migliaia di chiamate verso numeri ben poco istituzionali. Con un danno di quasi 8 milioni di euro. Lo studio sul traffico di oltre 400 mila sim card Coppola (Pd): "Molte potrebbero essere truffe". Donazioni via sms a carico del contribuente, biglietti per eventi e abbonamenti a oroscopi

Porno, calcio e scommesse online: lo scandalo dei telefonini di Stato

ROMA. Siamo sicuri che tra gli 840 dipendenti pubblici che hanno attivato l'abbonamento a "SexyLand" sul telefono di servizio, pagato coi soldi degli italiani, ci sia qualcuno che lo ha fatto per sbaglio. E siamo anche ragionevolmente certi che tra i 665 funzionari, assessori e dirigenti statali che risultano abbonati a "Le porno Erasmus", ci sia chi è soltanto vittima di una truffa telefonica.

Così come se andiamo a frugare tra i 564 abbonamenti attivati tra aprile e giugno di quest'anno a "Video hard casalinghi", i 12.000 abbonamenti a "Serie A Tim", i 630 a "Dillo alle Stelle" e i 260 a "Pronto a tavola", troveremo certamente chi ignora di avere questa roba nelle bollette. Ma che c'entra il televoto con l'uso del cellulare "per ragioni di servizio"? Cosa c'entrano le telefonate ai call center per i biglietti dei concerti, o le donazioni via sms addebitate allo Stato?

Quel che ha scoperto la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla digitalizzazione (e gli sprechi) dell'Amministrazione pubblica analizzando i 401.839 cellulari a carico dello Stato è un quadro assai poco edificante, di sciatteria e di consapevole sperpero. Tanto, appunto, paga lo Stato. La Commissione si è fatta mandare da Telecom Italia il prospetto con il traffico - telefonate, sms e dati Internet - di tutte le sim dei cellulari consegnati ai dipendenti pubblici. Rientrano nelle due distinte convenzioni Consip (Telefonia mobile 5 e Telefonia mobile 6) che hanno rifornito circa 4.400 amministrazioni centrali e locali. L'obiettivo era capire quanto si può risparmiare se si eliminano i consumi che niente hanno a che fare con il lavoro di un sindaco, di un assessore, di un funzionario ministeriale, di un dirigente statale.

Sono quindi andati a vedere quanto è stato speso, dal 2012 al 2017, per chiamate a numeri speciali con addebito (i call center), per servizi di intrattenimento via sms e mms, per i servizi interattivi sulla Rete. Risultato: 7,7 milioni di euro sprecati. Una media di quasi due milioni all'anno, con picchi tra il 2013 e il 2015. Non sono cifre che sconvolgono il bilancio di un Paese, ma dicono molto dei suoi costumi. "Basterebbe fare i controlli sulle bollette, smettendola di complicare le norme, e non ci troveremmo di fronte a questo spreco", osserva il deputato del Pd Paolo Coppola, presidente della Commissione.

Andiamo con ordine. Per avere un'indicazione statistica dei consumi abusivi è stato chiesto alla Tim il dettaglio del traffico di tutte le sim pubbliche nei mesi tra aprile e giugno 2017. In numeri speciali spendiamo 39mila euro non dovuti per colpa di 1.382 chiamate al call center di Trenitalia (11.500 euro), 1.108 a quello di Alitalia (8.754 euro), 267 al desk di Ticketone per avere informazioni su biglietti e concerti (1.907 euro), 120 telefonate al call center di Sky (293 euro) e altro. Piccole cifre, ma che non dovrebbero esistere visto che l'uso del cellulare è consentito solo nell'ambito dell'incarico svolto.

Un po' di più, 132 mila euro, è stato buttato via con gli sms per comprare prodotti bancari e promozioni di natura sociali. Si contano 15.000 messaggini (costati 52.390 euro) ricevuti da Banca Intesa per le comunicazioni di home banking che, ovviamente, non dovrebbero essere attivate col telefono di servizio. Facendolo, furbescamente il possessore carica la commissione della banca su una bolletta non sua. Ci sono anche alcune voci che si riferiscono ad acquisti con Mediaset e altre televisioni. Pure un migliaio di euro in sms di beneficenza, perché è facile essere generosi con i soldi di tutti. Per non parlare di chi ha entusiasticamente partecipato con gli sms (altri 1.000 euro) al televoto di Sanremo e Miss Italia. Ripetiamo: piccole cifre, ma esemplari.

Arriviamo al tasto più doloroso e oneroso, da mezzo milione di euro in tre mesi: le transazioni sulla Rete per contratti con strani provider. Qui, a voler stare al prospetto della Tim, si entra nella fiera del futile. Dunque: 6.976 abbonamenti mobilepay a Beengo Tuk Tuk (in Rete si trovano decine di utenti che si lamentano per l'attivazione non voluta); 9.176 a Mobando; 6.438 a TimGames, 12.000 circa a Serie A Tim, migliaia e migliaia di servizi per entrare nelle chat erotiche e ricevere e materiale pornografico, oroscopi, ricette, scommesse sportive. "Credo che la maggior parte di questi abbonamenti siano stati attivati involontariamente, frutto di truffe telefoniche", sostiene Paolo Coppola. "Se chi lavora nella pubblica amministrazione ci casca così facilmente, chissà quanti utenti privati vengono fregati".

Rimangono però un paio di punti da chiarire. Pure in presenza di truffe, c'è da chiedersi perché non vengano rilevate da chi controlla i bilanci di comuni, province, regioni, ministeri. Basterebbe avvertire il dipendente, disattivando il servizio, e risparmieremmo tutti. Non solo. Gli sms per il televoto a San Remo, le chiamate ai call center a pagamento, l'home banking, la beneficenza farlocca: tutto ciò assomiglia più al reato di peculato che a un inconsapevole errore. "Ci penserà la procura, nel caso", dichiara Coppola. "Più avanti consegneremo la relazione finale complessiva al Parlamento, e immagino che i magistrati saranno interessati. Sull'immediato, come commissione di inchiesta, daremo l'indicazione perché nella convenzione Consip sia inserita una clausola per mettere automaticamente nella black list questo tipo di servizi".

Cartoline dall'Europol: destinatari 21 tra i più pericolosi criminali

repubblica.it
a cura di VALENTINA BARRESI

Cartoline dal Vecchio Continente, indirizzate ai 21 criminali più ricercati dall'agenzia di polizia europea. A richiamarli in patria è una campagna estiva, che in chiave umoristica mira ad attrarre utenti sul sito dell'Europol nel tentativo di rintracciare i fuggitivi, corredati anche di scheda personale. Dagli inviti ai party del conte Dracula alle patatine belghe, dalle soleggiate coste italiane sino agli appelli di Babbo Natale in persona, sono diverse le trovate per provare a 'riacciuffarli'. Da gennaio 2016, grazie al lancio della pagina web, che consente segnalazioni anonime sui latitanti di primaria importanza, sono 14 i ricercati finiti in manette

Cartoline dall'Europol: destinatari 21 tra i più pericolosi criminali

  • "Caro Ernest, abbiamo provato a rintracciarti ma sei offline da un bel po'. Per favore, ricontattaci. Saluti, la polizia".
    Ernest Gammer. Nato in Russia il 21 aprile 1985, è stato condannato a quattro anni per tentato omicidio e lesioni aggravate: nel 2010, in un nightclub di Tallin, ha accoltellato diverse volte un uomo. Alto circa 1 metro e 80, parla il russo e l'inglese.  
Cartoline dall'Europol: destinatari 21 tra i più pericolosi criminali

"Caro Tibor, non ti si vede da un po'! C'è ancora un posto per il nostro prossimo viaggio sugli sci. Per favore, torna per goderti le nostre belle Alpi. A presto. La polizia austriaca". 
Tibor Foco. 2900 euro di ricompensa per chiunque fornisca informazioni utili alla sua cattura. Nato il 18 aprile 1956 in Austria, è alto un metro e 75. Occhi blu, parla inglese, francese, tedesco e ungherese. Sospettato di avere ucciso una prostituta il 13 marzo 1986, un anno dopo è stato condannato all'ergastolo: il suo caso è stato riaperto nel frattempo. Il 27 aprile 1995 l’evasione: si è dato alla macchia, mentre era in permesso studio. 

Cartoline dall'Europol: destinatari 21 tra i più pericolosi criminali
"Caro Marko, le acque dell'Adriatico sentono la tua mancanza. Salpa con noi per un viaggio che non dimenticherai!". 
Marko Nikolic. Croato, occhi neri, è nato il 26 aprile 1963 ed è alto circa un metro e 70: il 22 marzo 2001 a Zagabria ha partecipato all'organizzazione dell'omicidio di Vjeko Slisko. Condannato a 15 anni di prigione, parla croato e spagnolo.  

Non solo abbracci a bordo piscina tra la coppia gay: «Esibizionisti, sarebbero stati richiamati anche se etero»

il mattino.it



Non ci sarebbero stati solo teneri abbracci tra i due giovani casertani che sabato hanno denunciato, attraverso i circoli territoriali Arcigay di Salerno e Caserta, di essersi visti costretti ad abbandonare un popolare stabilimento balenare della costa salernitana a causa di una discriminazione omofoba. A segnalarlo, un lettore del Mattino. «In riferimento alla presunta discriminazione sessuale verificatasi venerdì scorso presso il lido Arcobaleno di Salerno, vorrei contestare quanto denunciato dagli esponenti dell'Arcigay -  scrive -, rilevato che i due ragazzi in questione, si sono esibiti in una danza acquatica, in braccio, con ripetuti plateali baci alla francese".

Il fatto è accaduto venerdì pomeriggio presso un lido del quartiere Torrione, a Salerno, dal quale i due fidanzati sarebbero andati via sdegnati per essere stati ripresi dal bagnino che li aveva invitati ad avere una maggiore compostezza vista la presenza di decine di bambini a bordo piscina. Sia la proprietà che i diretti interessati hanno da subito riconosciuto al bagnino - che aveva subito pressioni da alcuni genitori - grande garbo nell'approcciarsi ai giovani ma i due protagonisti hanno comunque preferito lasciare lo stabilimento. «Credo che, doverosamente, anche una coppia etero sarebbe stata richiamata. L'esibizionismo non ha sesso», conclude il lettore che ha fatto pervebire al nostro giornale una versione molto accreditata tra alcuni presenti fin dal momento in cui la polemica è scoppiata, poco dopo la diffusione di una nota congiunta di Acigay Salerno e Caserta. 

Domenica 6 Agosto 2017, 22:23 - Ultimo aggiornamento: 06-08-2017 22:29

Ikea, svelato il complotto dietro il catalogo che arriva in tutte le case

ilmattino.it




Ikea è arrivata nelle case di tutti gli italiani, così come i suoi cataloghi che collezione dopo collezione i clienti si vedono comodamente recapitati a casa. La genialità dei pubblicitari del colosso svedese è nota, e anche stavolta non hanno deluso con una campagna per la presentazione del nuovo catalogo che fa il verso alle teorie del complotto tanto diffuse sul web riguardo gli argomenti più disparati.
Una serie di otto video mostra come dietro le pagine di arredamento si nascondano previsioni e presagi oscuri, come la fine del mondo del 2012 o il Millennium Bug nel 2000, ma anche la Brexit nel 2016. I video hanno uno stile alla Voyager, così come un'immancabile voce guida.

Rio de Janeiro dai fasti olimpici ridotta alla bancarotta e alla fame

lastampa.it
emiliano guanella

La maggior parte degli impianti sono abbandonati o chiusi. I dipendenti pubblici e i pensionati non ricevono soldi da aprile


REUTERS
 Maracanà. Il più famoso stadio del mondo è chiuso perché è fallito il consorzio che lo gestiva

«E come se tutto questo non bastasse, ci voleva anche un incendio sul tetto del velodromo». A parlare è un pensionato che passeggia la domenica mattina nella gigantesca spianata dell’ex villaggio olimpico di Rio 2016, aperto al pubblico nei fine settimana, ma quasi sempre vuoto.Della «città dello sport» dove un anno fa si cimentarono Michael Phelps, Andy Murray, i nostri bravissimi schermitori e le stelle della Nba oggi sono rimaste praticamente solo le strutture.

Lo scorso 30 luglio un pallone d’aria ha preso fuoco ed è caduto sul tetto dello stadio del ciclismo, che adesso dovrà essere ricostruito. Per la manutenzione di questo parco olimpico fantasma si spende circa un milione di euro al mese, soldi che non abbondano certo di questi tempi. Il Comitato organizzatore delle Olimpiadi ha ancora un debito di 35 milioni di euro con una trentina di fornitori, devono pagare entro il 17 settembre quando si aprirà a Lima la sessione del Cio che ufficializzerà l’assegnazione dei Giochi 2024 a Parigi e di quelli 2028 a Los Angeles.

Si parlerà della famosa «legacy», l’impatto sociale delle Olimpiadi, senza dire che, salvo rarissimi casi, nella storia dei Giochi quell’eredità è fatta quasi sempre di debiti e disastri finanziari. Rio 2016 non è stata da meno, anzi si prepara a diventare l’edizione più fallimentare dal punto di vista delle conseguenze sociali.

Dei 32 impianti sportivi costruiti ad hoc una dozzina è stato smantellato, altri 10 sono chiusi, gli altri vengono aperti il minimo necessario per non dire che non servono più a nulla. Due palazzetti dello sport sarebbero dovuti diventare delle scuole pubbliche ma dal governo statale hanno detto che non ci sono i fondi necessari per la loro riconversione. La piscina dove Phelps ha fatto incetta di medaglie oggi è inutilizzabile, ma costa più buttarla giù che metterla a posto.

Un altro grande «successo» dei Giochi era il sistema di trasporto integrato tra la moderna linea 4 della metropolitana e i nuovi autobus a corsie preferenziali Brt. Ci sono, ma per prenderli insieme si devono pagare due biglietti diversi, per un totale di 3 euro a viaggio e la maggior parte dei passeggeri non se lo può permettere. Lo Stato di Rio de Janeiro (15 milioni di abitanti) è in bancarotta e ha sospeso tutti i pagamenti. Dipendenti e pensionati, 209 mila in tutto, non hanno ricevuto gli stipendi di aprile, maggio, giugno e luglio, oltre alla tredicesima dell’anno scorso. Il sindacato organizza ogni sabato mattina la distribuzione di «ceste basiche» per le famiglie bisognose.

Sono due sacchetti con pacchi di riso, fagioli, olio, biscotti, latte in polvere, scatolette di tonno e pelati, carta igienica, sapone e dentifricio. Quando la famiglia ha molti figli si concede dei biscotti o del latte in più, ma senza esagerare perché ogni settimana la fila s’ingrossa e si deve accontentare tutti. «La situazione è drammatica - spiega Joao Luiz Pereira - c’è gente che ha finito gli ultimi risparmi e gli tagliano la luce o il gas. Il governo non fa nulla per aiutarci». La crisi viene da lontano e ha a che vedere anche con i grossi scandali di corruzione e con il declino dell’industria petrolifera che era il traino dell’economia locale, ma l’impatto di Mondiali di calcio e Olimpiadi ha avuto un ruolo fondamentale.

La Uerj, l’università dello Stato di Rio che un tempo era un gioiello accademico del Brasile, rischia di chiudere. Incontro Mauricio Santoro, professore di scienze politiche, nell’atrio principale dove su una parete ci sono le foto degli stadi costruiti per i Mondiali. Il mitico Maracanà, che dista meno di un chilometro, oggi è chiuso perché il consorzio privato che lo gestiva è fallito. «Questi stadi e lo stesso Villaggio Olimpico - mi spiega - sono la dimostrazione lampante del disastro creatosi. Ora a pagare le conseguenze è la popolazione, che deve rinunciare ai servizi pubblici essenziali come la salute, l’educazione, i trasporti». L’ex governatore Sergio Cabral è in prigione. Gli inquirenti hanno provato le sue spese faraoniche; anelli e vacanze da centinaia di migliaia di dollari, voli in elicottero per andare in ufficio, conti milionari in Svizzera. Allarmante il quadro della sicurezza.

Dopo la tregua imposta alle fazioni di narcotrafficanti durante i Giochi, la violenza è cresciuta esponenzialmente e già si parla di un clima di guerra. Dall’inizio dell’anno sono stati uccisi 92 poliziotti, il numero degli omicidi ha battuto tutti i record, il governo federale ha inviato 9.000 membri delle Forze Armate che avranno il compito di pattugliare le strade, con funzioni di polizia, fino alla fine dell’anno. Durante le Olimpiadi il motivo era la prevenzione ad eventuali attacchi terroristici, oggi il pericolo sono le bande armate che assaltano giorno e notte. Dopo la grande festa olimpica una lunga notte è calata sulla «città meravigliosa».

Motti

lastampa.it
jena

Spezzeremo le reni alle Ong.

Venezuela, il business della coca tra politici e parenti: ecco la rete

corriere.it
di Rocco Cotroneo

Il Venezuela ha una geografia privilegiata: un lungo confine incustodito con la Colombia, produttore numero uno di cocaina, e un litorale molto esteso. La pista che lega il traffico ai vertici del regime.



Narcostato. Narcodittatura. Lo si legge sui muri di Caracas, lo si ascolta dalla voce di analisti e politici d’opposizione. «C’è un Pablo Escobar al vertice dello Stato in Venezuela», ha attaccato il senatore Marco Rubio, estrema destra della Florida, riferendosi al potente Diosdado Cabello. Quanto c’è di vero nelle pesanti accuse sul vertice del potere chavista, che arrivano soprattutto dagli Stati Uniti? Molti indizi e alcuni testimoni di peso, finora, collegano al regime il traffico di ingenti quantità di polvere bianca verso l’Europa e gli Usa.

Il Venezuela ha una geografia privilegiata: un lungo confine incustodito con la Colombia, produttore numero uno di cocaina, e un litorale molto esteso. Se poi politici e militari sono complici, garantendo il lasciapassare su porti e aeroporti, ecco che il gioco è fatto. C’è anche chi spiega l’escalation degli ultimi mesi con l’avanzare delle indagini. «Al vertice del Venezuela ci sono uomini i quali, alla caduta del regime, potrebbero finire i loro giorni in una prigione Usa. Resisteranno fino alla fine», ci spiegava nei giorni scorsi a Caracas un osservatore dall’interno del chavismo.

Dai primi indizi nel 2008, con Chávez ancora al potere e tre militari di alto rango indiziati per traffici illeciti con la guerriglia delle Farc, fino alle accuse odierne che arrivano al vicepresidente Tareck El Aissami e a Cabello, l’uomo che ha voluto la Costituente e conta almeno quanto Maduro. Nel mezzo due vicende che sembrano tratte da serie tv. L’arresto di due nipoti della moglie di Maduro, i narcosobrinos. Detenuti a New York, la sentenza per narcotraffico è attesa tra un mese. Prima ancora la scoperta di un carico di 1,2 tonnellate di coca su un aereo Air France a Parigi. Imbarcata come se nulla fosse a Caracas.

El Aissami è il vice di Maduro dallo scorso gennaio. La sua nomina ha suscitato vari interrogativi: perché la scelta è caduta su un personaggio così discusso? L’uomo, di origini siriane, era governatore dello Stato di Aragua quando il suo nome venne fatto da Rafael Isea, suo predecessore ed ex ministro delle Finanze. Fuggito negli Usa nel 2013, Isea raccontò che El Aissami era l’uomo di riferimento del più potente narcotrafficante del Paese, Walid Makled.

Grazie a lui tonnellate di cocaina venivano imbarcate a Puerto Cabello in direzione Messico e Centroamerica, previo pagamento di ingenti percentuali al politico. La settimana scorsa, dopo essere stato incluso nella lista Trump dei 13 sanzionati del regime, El Aissami è stato colpito da congelamenti di beni «da centinaia di milioni di dollari», tra case a Miami e un jet privato, secondo il Tesoro Usa. Lui ha smentito. «Non ho nemmeno un conto. È un attacco dell’impero alla nostra rivoluzione. Come i due ragazzi di Maduro, un falso positivo creato dalla Dea».

Quanto hanno raccontato agli americani Efrain Campo e Francisco Flores, nemmeno trentenni, arrestati ad Haiti nel novembre 2015 mentre negoziavano la spedizione di 800 chili di cocaina? I due nipoti della first lady Cilia Flores, cresciuti da Maduro come figli, rischiano vent’anni di galera a testa dopo essere caduti in una trappola dell’antidroga Usa, che ha registrato mesi di negoziazioni sulla maxipartita.

Già sull’aereo che li deportava negli Stati Uniti i due avevano confessato che la coca arrivava da ambienti vicini a Cabello, all’epoca presidente del Parlamento. Secondo 007 americani sarebbe lui il capo assoluto del cartello «de los Soles», un gruppo formato da militari, paramilitari e politici in grado di far transitare senza controlli la coca dalla Colombia e poi imbarcarla verso l’estero. Un’altra accusa circostanziata su Cabello è arrivata dal suo ex guardaspalle, Leamsy Salazar, un militare fuggito anche lui negli Stati Uniti e sotto protezione: ha raccontato di aver sentito in più occasioni Cabello dare ordini su spedizioni di cocaina, attraverso Cuba. Salazar è stato per anni anche al fianco di Chávez, era un uomo di assoluta fiducia del regime.

La vicenda dei due nipoti è ancora in divenire. Sapremo a breve cosa hanno raccontato per tentare di ridurre la loro pena, così come sono attese le dichiarazioni di Yazenky Lamas, un pilota venezuelano che la Colombia ha appena estradato negli Stati Uniti. Lamas ha pilotato un centinaio di voli della droga tra il Venezuela e i Caraibi. Guarda caso anche lui ha un legame diretto con la moglie di Maduro: era il suo pilota personale. Il governo di Caracas ha fatto di tutto per evitare che Lamas fosse spedito negli Usa, chiedendone l’estradizione in Venezuela. Com’era riuscito a fare con il boss Makled, anch’egli catturato in Colombia. Ma i rapporti tra i due Paesi oggi sono molto più tesi e il governo di Bogotá non ha avuto dubbi. Il pilota dirà tutto quello che sa alla Dea.

I pompieri contro il nuovo 112: “La tragedia di Bosio? Altri casi in Piemonte, meno gravi ma con ritardi”

lastampa.it

Dopo la sciagura del parco Capanne di Marcarolo, i sindacati dei vigili del fuoco del Piemonte si schierano uniti contro l’organizzazione del numero unico delle emergenze


La nuova centrale del 112 di Saluzzo (Cuneo)

La tragedia di un bambino romano di 10 anni, Leonardo Pecetti, morto annegato due settimane fa sotto un masso scivolato in una pozza al parco Capanne di Marcarolo - a Bosio sull’Appennino ligure nell’Alessandrino - ha aperto un caso sul nuovo numero unico di emergenza «112». Uno dei sindacati dei vigili del fuoco - il Conapo - ha sollevato critiche al sistema dei soccorsi, denunciando un ritardo di un quarto d’ora nell’allertare i pompieri da parte degli operatori del servizio. Una circostanza negata da Danilo Bono, oggi direttore generale dell’Asl Cn2 di Alba-Bra-Langhe e Roero, in veste di responsabile del gruppo di lavoro regionale sul numero unico.

Ma i sindacati regionali dei vigili del fuoco non ci stanno e con i loro esponenti di Cgil, Cisl, Uil, Conapo e Confsal ora uniti hanno convocato una conferenza stampa oggi, al comando di Torino di corso Regina Margherita per «rimandare al mittente le critiche e chiarire i problemi del nuovo numero e le difficoltà di “dialogo” con la sala operativa del 118». I sindacati annunciano che illustreranno decine di altri casi in Piemonte, «meno tragici, ma con analoghi ritardi». 

In questi giorni, Bono ha ribadito a La Stampa di essere pronto a confrontarsi per possibili miglioramenti «evitando strumentalizzazioni», ma confermando che «il nuovo 112, in Piemonte, oggi funziona».

Il nastro magnetico di IBM che memorizza 330 terabyte di dati

lastampa.it
andrea daniele signorelli

Progettato in collaborazione con Sony, è pensato soprattutto per applicazioni cloud

Nonostante esistano da circa sei decenni , i nastri magnetici continuano a essere una fondamentale tecnologia per l’archiviazione dei dati; riservando tra l’altro importanti sorprese. IBM, in collaborazione con Sony Storage Media Solutions, ha appena annunciato di aver ulteriormente ampliato la capacità dei nastri magnetici e di essere in procinto di commercializzare un prodotto in grado di archiviare l’impressionante quantità di 330 terabyte di dati.

Una capacità molto superiore a quella dei più potenti hard disk oggi in commercio, resa possibile dai 201 miliardi di bit immagazzinabili in ogni singolo pollice quadrato del nastro. Tutto merito delle innovazioni sviluppate nei laboratori di IBM, tra cui una nuova tecnologia di lubrificazione e scorrimento del nastro che ne rende l’utilizzo più stabile. Il risultato è che questi nastri hanno aumentato drasticamente la loro capacità: dai 6 miliardi di bit per pollice quadrato del 2006 fino ai citati 201 miliardi di oggi.



La scommessa è quella di utilizzare questi dispositivi nei nuovi settori in espansione: “I nastri sono solitamente usati per gli archivi video, il disaster recovery e per il back-up dei files”, ha spiegato il ricercatore di IBM Evangelos Eleftheriou. “Ma è possibile pensare anche a utilizzi nel campo del cloud. Nonostante il nostro nastro abbia un costo superiore di produzione, il prezzo per terabyte finale sarà più basso; pensiamo che questo aspetto possa renderlo commercialmente appetibile”.

Per il futuro, tra l’altro, sembra che i vecchi nastri magnetici non abbiano nessuna intenzione di andare in soffitta: secondo IBM sarà possibile raddoppiare la capacità di archiviazione di questa tecnologia ogni due anni, almeno per il prossimo decennio. 

Cameriera italiana in uno dei club più esclusivi di Londra licenziata per un pezzo di lasagna

corriere.it
Annalisa Grandi

Silvia Mecati, 43 anni, da quattro residente nella capitale inglese, lavorava per l’Oxford and Cambridge Club da tre anni. È stata licenziata perché voleva portare a casa un pezzo di lasagna che non era riuscita a mangiare per pranzo


Licenziata per aver tentato di portare a casa un pezzo di lasagna. È successo in uno dei club più esclusivi di Londra, l’Oxford and Cambridge Club, e protagonista è un’italiana di 43 anni.
La lasagna
Silvia Mecati, italiana da quattro anni nella capitale inglese, è stata licenziata dopo tre anni di lavoro nel club, che annovera tra i suoi frequentatori i personaggi più in vista della Gran Bretagna e non solo, per aver tentato di portare a casa un pezzo di lasagna dopo aver saltato il pranzo. È successo il 27 giugno scorso, lei racconta: «A pranzo ho preso un pezzo di lasagna ma non ho avuto il tempo di mangiarla quindi l’ho lasciata nel piatto. Successivamente l’ho infilata in un contenitore e l’ho messa in frigo, non volevo buttarla. Ma quando ho finito il turno il mio capo mi ha chiesto di controllare la mia borsa. Non era mai successo in tre anni. Io gli ho detto: “Ho preso il mio pranzo perché non ho avuto tempo di mangiarlo e lo volevo portare a casa”. Lui mi ha domandato se avessi chiesto un permesso scritto o verbale allo chef o al mio capo, e gli ho risposto di no». Risultato, Silvia è stata accusata di furto dal suo capo, sospesa dal lavoro, le è stato chiesto di svuotare l’armadietto ed è stata accompagnata all’uscita.
Accusata di furto
Successivamente ha ricevuto una lettera in cui il club spiegava: «Il tuo atto può essere considerato un furto perché non hai chiesto il permesso, ed è una violazione del tuo contratto». Il 6 luglio è stata di nuovo convocata per una sorta di riunione disciplinare, ed è stata licenziata definitivamente. «Il Club — si legge nella lettera — ritiene non vi siano alternative, a causa del tuo comportamento scorretto». Per la cronaca, lo stipendio di Silvia era di circa 9 euro all’ora, in un Club che chiede circa 1400 euro per l’iscrizione annuale. La 43enne è stata licenziata e non ha percepito la paga per il mese in cui è avvenuto il fatto. Un’ulteriore commissione disciplinare è prevista nelle prossime settimane e sarà condotta da una figura indipendente. Nessuno al Club ha commentato quanto accaduto.

7 agosto 2017 (modifica il 7 agosto 2017 | 09:28)