lunedì 7 agosto 2017

Gli scafisti ringraziano i cattocomunisti e Saviano

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Dom, 06/08/2017 - 15:40

"Avvenire" e lo scrittore contro le toghe che indagano sui rapporti con le Ong



Proprio non ci stanno a provare ad arginare la tratta di esseri umani. La rivolta contro l'imposizione di regole - umanitarie ma pur sempre regole - per gli interventi di salvataggio in mare dei disperati che tentano l'attraversata dalle coste libiche a quelle italiane cresce di giorno in giorno. È la solita compagnia di giro della sinistra radical chic cattocomunista, in questo momento la migliore alleata delle mafie che prosperano sul losco traffico. Ieri è sceso in campo uno dei pezzi pregiati, il jolly da usare quando le altre carte non girano. Ha parlato Roberto Saviano in persona: io - ha detto il vate - sto dalla parte delle Ong, hanno il diritto di agire senza controlli perché sono neutrali.

Da oggi, scommetto, tutti i gonzi diranno: visto? L'ha detto pure Saviano... Sia chiaro, ognuno può pensare e dire quello che vuole, ci mancherebbe altro. Ma proprio in base a questo principio mi permetto il seguente pensiero: e se Saviano fosse semplicemente un cretino? È solo un dubbio, una domanda accademica che al puro scopo provocatorio mi pongo per almeno due motivi. Il primo è che organizzazioni umanitarie «neutrali» si muovono esclusivamente in scenari di guerre dichiarate tra Stati diversi o tra bande all'interno dello stesso Stato.

In questo caso, dall'altra parte del fronte non vedo uniformi, esattamente come nella «guerra» alla mafia, alla camorra, al terrorismo e alla criminalità comune, che infatti non prevede zone o uomini neutrali, tanto è vero che chiunque, medici e soccorritori compresi, ha il dovere di denunciare ciò che sa, collaborare con la giustizia e non intralciarla pena l'arresto per favoreggiamento.

Saviano non vuole che si aumenti la probabilità che si arrestino - ed è la seconda domanda - gli scafisti. Perché? In base a quale principio umanitario noi dovremmo incentivare il traffico di esseri umani e arricchire le mafie che lo dirigono? Non c'è alcuna risposta logica, se non il caldo che gioca brutti scherzi. Ma forse non è questo il problema perché, a pensarci bene, Saviano dice cose cretine anche in pieno inverno. Quindi il problema è Saviano in sé, e tutti quelli che come lui non vogliono bene al nostro Paese e con la loro superbia non fanno che aumentarne i problemi. Una difesa però c'è: basta non ascoltarli.

Tassare chi ospita i profughi? Lo dice la legge

ilgiornale.it
Francesco Forte - Lun, 07/08/2017 - 08:28

Anche la carità, come insegna sant'Ambrogio, che era un esperto di economia, ha le sue regole economiche, che vanno osservate



Non c'è proprio da indignarsi se un sindaco dichiara che a coloro che ospitano, a pagamento, gli immigrati vanno aumentate le tasse locali. Al contrario vi è da indignarsi se per vincere gli ostacoli crescenti delle comunità locali ad ospitare nuovi immigrati illegali, queste maggiori tasse non venissero fatte pagare, chiudendo un occhio sull'illegalità di tale comportamento. Il caso più grosso è quello delle case coloniche disabitate, che pullulano nella pianura padana. Un tempo, chi lavorava la terra viveva nel podere, in cui prestava il lavoro. Ma attualmente ciò accade sempre meno.

Ecco così che apposite imprese di intermediazione si impegnano a sistemare dietro compenso gli immigrati in case coloniche. I comuni agricoli cosi si trovano con un numero crescente di immigrati nelle case coloniche. Queste sono annesse al podere e godono del particolare regime fiscale che riguarda i terreni agricoli. Ospitando gli immigrati diventano però esercizi alberghieri sui generis. E ciò comporta una serie di conseguenze fiscali, che sono molto consistenti. Poiché queste leggi valgono per i normali proprietari di immobili e i normali albergatori, non si vede perché non vadano attuate anche per le case coloniche adibite a case albergo per gli immigrati.

Intanto, vi è una tassa comunale per il cambio di destinazione di uso; poi vi è la revisione della tassa per la raccolta dei rifiuti; l'applicazione dell'imposta patrimoniale per gli immobili per usi alberghieri e quella sul reddito della locazione e sull'esercizio commerciale dovuta allo Stato con le addizionali locali. Una parte degli immigrati è ospitata in esercizi alberghieri in difficoltà, che vedono risolti i loro problemi. Anche in questa ipotesi vanno rivedute le tasse in relazione al cambio nel numero di posti letto e al loro utilizzo.

Vi è poi l'ipotesi dell'affitto di alloggi che in precedenza erano dati in locazione con la cedolare secca. È noto che sino a cinque locali, i soggetti che affittano camere non sono considerate esercizi alberghieri, ma è molto dubbio che se in un locale vi è più di una persona e se il contratto riguarda l'ospitalità di immigrati per conto della prefettura e non normali clienti, si possa applicare a questi locali il regime agevolato per gli affitta camere.

Personalmente, ritengo che la tassazione immobiliare in Italia sia esorbitante. Ma la legge vigente va applicata e non si può chiudere un occhio per un falso umanitarismo. Anche la carità, come insegna sant'Ambrogio, che era un esperto di economia, ha le sue regole economiche, che vanno osservate, per evitare (o almeno ridurre) gli abusi, gli errori, le speculazioni.

I vescovi assolvono padre Zerai, ma dimenticano i favori agli scafisti

ilgiornale.it
Lun, 07/08/2017 - 08:22

"Avvenire" blinda il prete eritreo coinvolto nelle chat segrete delle Ong. Eppure avrebbe fornito le coordinate dei barconi ai soccorritori



Guai a toccare le icone «buoniste» dell'immigrazione ad oltranza, che non fanno distinzioni fra veri profughi e clandestini. Padre Mussie Zerai viene difeso a spada tratta dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, a tal punto che lo chiama don Mosè per avere aperto le porte del Mediterraneo ad un flusso di migranti giudicato insostenibile da gran parte degli italiani e dallo stesso governo.

Il Giornale ha acceso i riflettori su comportamenti e sistemi poco ortodossi del sacerdote, che potrebbero anche non essere solo reati «umanitari» come sostiene provocatoriamente il giornale cattolico, ma Avvenire ha tali paraocchi da non voler vedere. La magistratura ha il compito di fare luce su piste ed episodi a dir poco ambigui. A noi spetta il dovere di elencare quello che emerge sull'attivismo pro migranti di padre Zerai.

Nessun problema a ricordare che il sacerdote ha denunciato a più riprese vessazioni, torture e decapitazioni dei migranti cristiani da parte di trafficanti e tagliagole islamici. Oppure la sua lodevole campagna contro il traffico di organi dei disgraziati che seguivano il tragitto del Sinai per rincorrere un illusorio Eldorado occidentale. Però questo non significa che padre Mosè sia intoccabile e possa fare, impunemente, quello che vuole in nome di un oltranzismo umanitario, che nasconde anche interessi politici. La vicinanza con la presidente della Camera, Laura Boldrini, non è solo una banale amicizia, ma fa parte di questo disegno.

L'inchiesta della procura di Trapani ha portato alla luce, grazie ad intercettazioni, l'esistenza di una chat parallela ai soccorsi ufficiali fra le Ong nel Mediterraneo. E padre Zerai, per sua stessa ammissione sulle colonne di Avvenire, ha inviato messaggi con la posizione dei barconi da recuperare. Se i migranti a bordo non versavano in imminente pericolo di vita non si tratta di salvataggio, ma di taxi del mare o favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Padre Zerai ha ammesso di aver inviato messaggi a Medici senza frontiere, che si ostina a non firmare il codice di condotta del Viminale e sarebbe sotto la lente delle inchieste sulle Ong. Non solo: le informazioni del sacerdote sono arrivate anche a Sea Watch, ong tedesca estremamente radicale. E al portale WhatchTheMed, che si propone apertamente di fare sbarcare in Italia «con i traghetti» sia profughi che immigrati illegali. Ancora più grave il fatto che padre Zerai abbia chiamato i soccorsi ufficiali registrando le telefonate con l'implicita minaccia di denunciare eventuali mancati interventi.Un altro aspetto tutto da capire è come don Zerai ottenga non solo una valanga di segnalazioni dai barconi, ma informazioni precise su partenze, rotte e persone imbarcate.

L' «intoccabile» sostiene di ottenerle da chi sta a bordo dei gommoni con telefoni satellitari consegnati dai trafficanti agli scafisti. Lo stesso sacerdote ha raccontato come funziona: «Appena arriva una telefonata ci assicuriamo che il telefono satellitare da cui chiamano abbia sufficiente credito per poter continuare ad avere un contatto diretto con il barcone. Poi segnaliamo la presenza dell'imbarcazione in difficoltà». Non si capisce perché, se si tratta di poveri migranti fra le onde, chiamano sempre il sacerdote e mai la Guardia costiera. Il sospetto è che non siano sempre in mezzo al Mediterraneo ed in pericolo per giustificare un intervento.

Non vogliamo dare credito a scatola chiusa alle denunce del regime autoritario eritreo che accusa il prete di far parte di una «cricca» di attivisti dei diritti umani in Europa, che hanno interessi politici e favoriscono l'immigrazione illegale. Però Avvenire, per primo, dovrebbe chiedersi come mai all'apice della popolarità buonista don Mosè è stato trasferito dal Vaticano da Roma alla lontana parrocchia svizzera di Friburgo. Nessun linciaggio in malafede del prete eritreo, ma solo diritto di cronaca per far luce sui lati opachi, se non oscuri, di un' intoccabile icona buonista. La malafede è quella dei giornali con i paraocchi, che giustificano a scatola chiusa i talebani dell'immigrazione.

Call center, arriva il prefisso unico Per fermare le telefonate moleste

corriere.it
di Lorenzo Salvia

La proposta di legge approvata all’unanimità dal Senato. Così le chiamate saranno subito riconoscibili. Novità anche per il registro delle opposizioni: possibile registrare tutti i i numeri, fissi e cellulari. Ma dopo l’estate serve il via libera anche della Camera



C’è chi ha smesso di rispondere al telefono di casa, «perché tanto ormai chiamano solo quelli». C’è chi respinge un’offerta dopo l’altra mantenendo la calma, ma occhio che alla fine si esplode. C’è chi si arma di sofisticate «app spia» che però non bastano mai perché i piazzisti 2.0 sono come il doping, sempre un passo avanti rispetto all’antidoping. Eppure, contro le telefonate moleste dei call center, abbiamo trovato l’uovo di Colombo. Nonostante la calma piatta dei lavori di mezz’estate, il Senato ha appena approvato un disegno di legge che promette due strumenti di legittima difesa.
Il prefisso unico
Il primo è la creazione di un prefisso unico per tutti i call center che fanno telemarketing, cioè pubblicità e vendita di prodotti o servizi. Tre numeretti (da definire in un secondo momento) che identificheranno al primo squillo tutti gli scocciatori, lasciandoci liberi di rispondere oppure no.
Il (vero) registro delle opposizioni
Il secondo strumento di difesa è il rafforzamento del cosiddetto registro delle opposizioni. Di cosa si tratta? Già oggi è possibile mettere il proprio numero di telefono in una lista che sbarra la strada alle chiamate dei call center. Ma il meccanismo non funziona: nel registro si possono iscrivere solo i numeri già registrati nell’elenco degli abbonati, ormai un rarità. E l’iscrizione può essere scavalcata dalle mille clausolette che spesso spuntiamo senza leggere (errore!) quando firmiamo un contratto. Risultato? Oggi nel registro ci sono 2 milioni di utenze su un totale di 115 milioni, tra fissi e cellulari. Niente. Il disegno di legge fa una cosa semplice: nel registro delle opposizioni si potranno iscrivere tutti i numeri, fissi e cellulari, pubblicati nell’elenco abbonati oppure no. E con l’iscrizione verrà cancellato qualsiasi assenso dato in precedenza. Le sanzioni per chi viola le regole saranno anche pesanti: multe fino a 250 mila euro e la revoca delle autorizzazioni per fornire il servizio. Ma piano prima di esultare.
Cosa manca perché diventi legge
Non solo perché dall’altra parte della cornetta c’è sempre un lavoratore precario e sotto pagato. Un povero cristo, costretto suo malgrado a indossare i panni del molestatore. Ma anche perché siamo ancora alle promesse. Il disegno di legge, nato da un’iniziativa del leghista Jonny Crozio, è stato votato al Senato all’unanimità. E direttamente in commissione, cioè in sede deliberante, per evitare il solito ingorgo dell’Aula. Per diventare legge manca ancora l’ok della Camera che, dopo l’estate, non avrà molto tempo. Tra la Legge di Bilancio, la vecchia Finanziaria, i provvedimenti in scadenza e le elezioni alle porte, il provvedimento contro le chiamate moleste rischia di trovare tutte le linee occupate.

Codigoro, la sindaca pd: «Tasse più alte e controlli a chi ospita profughi»

corriere.it

Alice Zanardi: «Sto solo riportando un disagio sentito da tutta la popolazione». Ma il segretario regionale dem la striglia: «Proclama impraticabile, non risolve i problemi». E Salvini: «Cosa ci fai nel Pd?»

Alice Zanardi, sindaca di Codigoro (Fe)
CODIGORO - Controlli e tasse più alte ai cittadini che ospitano i profughi. È questa la linea dura, targata Pd, voluta da Alice Zanardi, sindaca da un anno di Cogidoro, Comune del Ferrarese di oltre 12 mila abitanti dove hanno trovato casa oltre 100 profughi, di cui 40 appena arrivati e alloggiati in strutture private. La prima cittadina dice di rispondere semplicemente a «un disagio sentito da tutta la popolazione». Ma si prende una strigliata dal segretario pd dell’Emilia-Romagna («No ai facili proclami») e da Bologna arriva anche la richiesta di espellerla dal partito («Sarebbe l’unico segnale democratico degno di questo nome», dice il vicesindaco bolognese Matteo Lepore). Applaude invece il leader della Lega Matteo Salvini.

«CHIEDO CHE SI RISPETTINO LE REGOLE» - Alice Zanardi però non ci sta. «Non la voglio buttare in politica - dice - pretendo solo che le norme vengano rispettate», sottolinea la prima cittadina. «Se c’è la regola del 2,5 migranti per mille abitanti, Codigoro l’ha già abbondantemente sorpassata, indipendentemente da come il Pd la pensa. Solo in un mese da 58 profughi siamo arrivati a 100. Ora basta, come sindaca non faccio altro che riportare un disagio sentito da tutta la popolazione». Ma può veramente alzare le tasse a chi ospita? «Quella sulle tasse è una provocazione. Ma se posso, ammesso che sia legale e possibile farlo, le alzerò per i privati che accolgono», dice.

Il comunicato del Comune di Codigoro, postato anche su Facebook

«CONTROLLI E TASSE» - La comunicazione del provvedimento è stata presentata in Consiglio comunale, lunedì scorso, ed è stata subito postata sulla pagina Facebook del Comune. «Si comunica - si legge nella circolare - che a partire da lunedì 7 agosto 2017 il Comune di Codigoro provvederà ad inviare presso le abitazioni dei privati cittadini elencate come ospitanti profughi, personale di Ausl, polizia municipale, ufficio tecnico del Comune». Controlli che servono, prosegue la circolare del sindaco, «per effettuare tutte le verifiche in materia di abitabilità (compreso il rispetto delle normative igienico-sanitarie)». E poi, come si legge nel testo, «in seconda sede verrà allertata anche la Guardia di Finanza per i controlli fiscali relativi alla gestione degli immobili della parte ospitante». La circolare si chiude con il rischio di una tassazione più alta: «Stiamo valutando anche la possibilità di diversificare le tassazioni per i soggetti ospitanti» conclude la sindaca dem Zanardi. Diversificazione che è da leggere come aumento, dato che lo spirito dell’iniziativa è quello di disincentivare i privati a ospitare profughi.

I CONTROLLI - Nel frattempo, sono già partiti i controlli per verificare che tutto sia in regola nelle strutture private, tra cui una grande abitazione, diversi appartamenti e due case famiglia. Nel Comune di Codigoro non esistono realtà pubbliche che si occupano d’accoglienza, e la sindaca, per il momento, non ha alcuna intenzione di investire in questo settore: «Parliamo tanto di Italia che accoglie, ma forse dovremmo parlare dei Comuni che accolgono - dice Alice Zanardi - perché sono in molti, anche dalle nostre parti, che non lo fanno. Non voglio mettere alla porta nessuno, voglio solo coerenza».

CGIL: «CAOS E SCHIZOFRENIA» - Subito, immediate, sono arrivate le critiche contro la linea di un Comune, come quello di Codigoro, che quasi un anno fa aveva deciso di ospitare, sempre sotto la sindaca Zanardi, le dieci profughe che gli abitanti di Gorino non volevano più accogliere. «Mentre il segretario nazionale del Pd propone tassazioni agevolate per i territori che accolgono i profughi, la sindaca dem di Codigoro - fa sapere la Cgil di Ferrara in una nota - paventa la possibilità di introdurre tassazioni sfavorevoli per i privati cittadini del Comune che mettono edifici a disposizione dell’accoglienza dei profughi. Di più: precisa che non spenderà un euro per politiche di integrazione». Per il sindacato «la confusione e la schizofrenia è tanta. Quale è la proposta di gestione del fenomeno migratorio? Il problema sono i cittadini che mettono a disposizione le proprietà o la mancata collaborazione e la chiusura di diversi amministratori che impediscono una gestione coordinata ed equilibrata della situazione?».

IL PRECEDENTE DI BONDENO - Sempre in zona già il sindaco di Bondeno Fabio Bergamini, leghista, aveva fatto rimuovere dall’albo pretorio l’avviso della Prefettura per la ricerca di alloggi privati disponibili.

IL PD: «NO PROCLAMI» - Ma dalla segreteria regionale del Pd arriva una strigliata alla sindaca di Codigoro. «Il grido di allarme dei sindaci, soprattutto di coloro che fin da subito si sono messi a disposizione per collaborare, va ascoltato - ammette il segretario Paolo Calvano -. Detto questo, a problemi che sono reali la proposta del Comune di Codigoro di alzare le tasse a chi si mette a disposizione per ospitare i profughi non è all’altezza dei problemi stessi. Non solo perché impraticabile e irrealizzabile, ma perché è una risposta del tutto inefficace che presenta, oltretutto, il rischio di scatenare ulteriori tensioni sulle comunità locali anziché attenuarle.

L’impegno del Pd non deve essere quello di cercare colpevoli o di spostare il problema altrove, ma di trovare soluzioni efficaci e durature. Alcuni sindaci hanno dimostrato che si può fare, seguiamo quegli esempi e non inseguiamo facili quanti inefficaci proclami». E a Bologna qualcuno pensa che la sindaca di Codigoro andrebbe espulsa dal partito: «Tra qualche mese ci saranno le elezioni politiche e una delle richieste del Partito Democratico: ‘sarà votateci altrimenti vince la destra!’ - scrive Matteo Lepore su Facebook - Perché andare a votare?! Espellere queste persone dal PD sarebbe l’unico segnale democratico degno di questo nome».

SALVINI: «SINDACO, CHE CI FAI NEL PD?» — Commenta su Facebook anche il leader della Lega, Salvini: «Codigoro (Ferrara), il sindaco del Pd aumenta le tasse a chi ospita presunti profughi: `Sono troppi´. Ma quindi........ ha ragione la Lega?!?!?!?. Fuori tutti, l’invasione va fermata con ogni mezzo. P.s. Caro sindaco, cosa ci stai a fare nel Pd?».

05 agosto 2017

Nelle chat segrete delle Ong il prete amico della Boldrini

ilgiornale.it
Fausto Biloslavo - Sab, 05/08/2017 - 08:12

Nei messaggi paralleli ai canali ufficiali di soccorso pure padre Zerai: indicava la posizione dei barconi



Una chat, parallela ai soccorsi ufficiali, fra le navi delle Ong di fronte alla Libia. Un prete molto noto, che segnala nella chat dove andare a prendere i barconi e viene accolto con tutti gli onori alla Camera dalla presidente Laura Boldrini.

E una prete pro «invasione» finanziata pure dall'Arci, che si scaglia contro le autorità italiane che vogliono vederci chiaro sul ruolo delle organizzazioni umanitarie negli arrivi dalla Libia.
Dall'inchiesta di Trapani sulla Ong tedesca Jugend Rettet stanno saltando fuori piste interessanti ancora tutte da chiarire. Le intercettazioni che hanno portato al sequestro di nave Iuventa, che si faceva portare i migranti sotto bordo dai trafficanti, hanno svelato l'esistenza di una chat parallela ai canali ufficiali di soccorso fra i responsabili delle navi delle Ong di fronte alla Libia. E nella chat arrivano i messaggi di padre Mussie Zerai, che avrebbero indicato i barconi pieni di migranti da recuperare.

Il prete cattolico è considerato un'icona buonista dell'immigrazione, ma in realtà potrebbe nascondere interessi politici o altro. Gli inquirenti non parlano di casi singoli per evitare di rivelare attorno a chi stanno stringendo il cerchio, ma la Marina militare aveva più volte segnalato il ruolo ambiguo di personaggi come Zerai. «Il sospetto è che pure gente con l'abito talare non si prodigasse solo per fini caritatevoli - ha rivelato una fonte de il Giornale - Ci chiamavano segnalando l'arrivo dei barconi sottolineando che stavano registrando la telefonata. Una specie di ricatto».

Le intercettazioni di due responsabili della sicurezza di nave Vos Hestia dell'ong Save the children aprono un altro capitolo del caso. «C'era una community, una chat, una cosa del genere... so che arrivava sul telefono dei team leader di Save the Children» e di altre Ong al largo della Libia dice uno degli intercettati riportato dal quotidiano la Repubblica. Un canale via Whatsapp parallelo a quello di soccorso ufficiale della Guardia costiera. Ed ogni volta, si verificava «la stranezza del fatto che noi ci recavamo sul posto e trovavamo il gommone». Le Ong ammettono l'esistenza della chat parallela, ma mettono le mani avanti sostenendo che i messaggi non sono mia giunti dalla Libia.

Le segnalazioni, come dicono gli intercettati, arrivano anche da padre Zerai. Nel 2013 era stato accolto con tutti gli onori alla Camera dalla presidente Boldrini. L'eritreo giunto in Italia nel 1992, a soli 17 anni, ha ottenuto asilo politico e studiato prima a Piacenza e poi all'università Pontificia diventando sacerdote nel 2010. I suoi fan lo hanno addirittura candidato al Nobel per la pace. Zerai si crede Mosè. A tal punto che ha intitolato un suo libro autobiografico Padre Mosè - Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l'ultima speranza. Don Zerai si vanta di aiutare i migranti a sbarcare in Italia da 15 anni. Non è un caso che il Vaticano abbia deciso di trasferirlo da Roma alla parrocchia svizzera di Friburgo.

Padre Zerai con la sua onlus Habeshia ha ispirato WatchTheMed, un portale telefonico europeo su internet per aiutare chi vuole arrivare da noi sui barconi. Dal sito si può addirittura scaricare un'app per i diversi tipi di cellulare e lanciare l'«alarm phone», una telefonata d'emergenza così ti vengono a prendere in mezzo al mare. Sul portale uno dei cofondatori, Lorenzo Pezzani, ricercatore di un'università londinese, si scaglia contro l'Italia per il pugno di ferro con le Ong. «Gli attacchi contro i salvataggi nel Mediterraneo devono finire - scrive - Le recenti proposte italiane ed europee (il codice di condotta delle Ong, nda) è l'ultimo passo di una campagna di delegittimizzazione che mette a rischio migliaia di vite in mare». La lunga denuncia è stata pubblicata su Open democracy, un sito d'informazione finanziato anche dal miliardario George Soros.

Non solo, Sea Watch, una delle Ong tedesche più radicali impegnate nel Mediterraneo fa parte dela piattaforma WatchTheMed legata a padre Zerai. Il sito, che serve a recuperare in mare profughi e clandestini senza distinzione, è nato grazie alla campagna internazionale «Boat4people», che ha come aderenti l'Arci, l'associazione della sinistra italiana.

Richard, l’aviatore eroe. Il bracciale ritrovato che racconta la sua storia

corriere.it
di Giusi Fasano

Pavia, morì nel ‘45. La sua famiglia, che verrà in Italia, trovata anche ai Mormoni che hanno il piu grande database genealogico del mondo

Richard Perzyk con i genitori
Richard Perzyk con i genitori

I partigiani della Divisione Aliotta seguivano da terra le evoluzioni del C47 Dakota sul cielo di Zavattarello, dalle parti di Pavia. Aspettavano da ore l’aereo degli alleati. Si scambiarono i segnali con le luci, lo videro sganciare due bidoni pieni di armi. Poi una lingua di fuoco partì dal motore di sinistra, un sibilo e giù in picchiata verso la collina: nessuna speranza per i sette dell’equipaggio.
L’arrivo della sorella
Era il 22 febbraio del 1945. Adesso,72 anni dopo, la memoria di uno di quei sette aviatori è tornata sulle colline di Zavattarello dove presto arriveranno anche una quindicina di suoi parenti (compresa la sorella Therese, 88 anni). E ci saranno rappresentanti dell’ambasciata statunitense, ufficiali dell’aviazione americana, partigiani e figli di partigiani, politici locali e non, e di sicuro arriveranno i vecchi del paese che di quell’incidente conservano ancora qualche ricordo. Sarà un giorno speciale. Per ripensare al sacrificio di quelle sette vite, sì, ma soprattutto per restituire a Therese il braccialetto d’argento di suo fratello Richard Perzyk che aveva 26 anni ed era sul Dakota come operatore radio.
Il lavoro dei ricercatori
È cominciata così tutta questa storia che sembra un viaggio indietro nel tempo. Da un bracciale d’argento ritrovato due anni fa sul monte Calenzone (a Zavattarello appunto). Lo scovarono gli uomini del Grac di Piacenza (Grac sta per Gruppo ricercatori aerei caduti) e bastò lavar via la terra incrostata sulla piastrina per leggere nome, cognome e numero di matricola. La sfida e la missione del Grac è da sempre risalire ai proprietari degli oggetti trovati, e ricostruire le loro vite andando a ritroso nel tempo e nei luoghi dai quali quei soldati arrivavano. Nessun problema sul nome e la provenienza del sergente Richard Perzyk, che veniva da Detroit, nel Michigan e che evidentemente aveva origini polacche, dato il cognome. Ma la sua famiglia? si sono chiesti i ricercatori. Dopo 70 anni saranno ancora da quelle parti i Perzyk?
Le ricerche
In due anni il Grac le ha provate tutte. A cominciare dai social che, si sa, a volte ricollegano legami sepolti dal tempo: niente da fare. Ci hanno provato con gli archivi militari che però ovviamente erano fermi alle informazioni della seconda guerra mondiale. Hanno indagato fra le indicazioni anagrafiche della zona di Detroit, hanno chiesto all’aviazione statunitense. Nulla. Si stavano arrendendo quando Piero Ricci, un loro amico e collaboratore, ha provato la via dei mormoni. «La Chiesa Mormone — dice — detiene il piu grande database genealogico del mondo. Ho chiesto a loro e nel frattempo ho trovato un certo Tim Perzyk in California e ho visto che, come me, si era formato alla Harvard Business School.

E siccome la comunità di Harvard è una straordinaria ragnatela di contatti mantenuta viva da un database disponibile per chiunque abbia completato gli studi, ho avuto il suo numero di telefono. L’ho sorpreso in vacanza in Francia. Era il nipote del nostro sergente e nel frattempo anche i Mormoni hanno confermato: la famiglia di Richard adesso ha messo radici in California». Per farla breve: Piero e gli altri del Grac si sono messi in contatto con la sorella di Richard, Therese. E la storia dell’aviatore dimenticata sotto un cumulo di decenni è tornata a galla.

Documenti, fotografie, dettagli e ricordi sono riemersi laggiù, in California, ma anche qui, a Zavattarello. E l’altro giorno una delegazione del Grac si è presentata dal sindaco del paesino del Pavese, Simone Tiglio, per sondare la disponibilità di una cerimonia alla memoria di Richard e dei suoi compagni morti per l’Italia. Si farà forse all’inizio di novembre. Ci sarà l’aria carica di ricordi. Luccicherano, come il braccialetto d‘argento.

Il poliziotto che ha lavorato tra i migranti denuncia tutto: "La scabbia, la tubercolosi e chi ci guadagna davvero"

liberoquotidiano.it

Il poliziotto che ha lavorato tra i migranti denuncia tutto: "La scabbia, la tubercolosi e chi ci guadagna davvero"

È stato per 27 anni in Polizia. Dal 2011 si è occupato in prima persona dell'emergenza immigrazione e ora Daniele Contucci, 46 anni, è  in convalescenza in un ospedale militare "a causa dello stato ansioso depressivo che si è innescato in questi mesi di calvario". Il motivo, spiega l'agente, è semplice: ha denunciato cosa non funziona nella gestione dei migranti e ha fatto accuse precise su chi ci guadagna e specula. Un poliziotto scomodo, insomma. Ora, finito ai margini, ha deciso di raccontare tutto nel libro Dalla passione alla rabbia (Ed. Il Seme Bianco).

"Nel 2010 - spiega in un'intervista al Giornale - sono stato trasferito in una Task Force altamente specializzata in materia di immigrazione denominata Unità Rapida Intervento (Uri)". Qui verifica la fallimentare gestione del fenomeno, dal rischio di malattie infettive alla palude burocratica del Cara di Mineo, del riconoscimento dei migranti, di pratiche per il diritto d'asilo lunghe fino a 18 mesi. Contucci ha iniziato a denunciare tutto pubblicamente e da allora, accusa, "la Uri è stata prima demansionata e poi chiusa. Le mie denunce davano così fastidio che sono stato parcheggiato in ufficio ad inserire nominativi in una banca dati, postazione dove era praticamente impossibile riscontrare anomalie". Ritorsioni, afferma, "al limite del mobbing.

L'immigrazione è una sorta di mangiatoia. "Ogni richiedente asilo ha un costo al giorno per lo Stato di 35 euro, il Cara di Mineo durante il periodo in cui lavoravo ne ospitava quasi 4.000, provate a moltiplicare questa cifra per un anno e troverete la risposta". Ci guadagna la mafia, ma al fenomeno "collaborano" in tanti. Dito puntato contro le Ong: "Parallelamente alle operazioni di soccorso ufficiali, ci sono altri salvataggi. Le organizzazioni di volontariato si spingono fino alle coste libiche incentivando così le partenze e alimentando le organizzazioni criminali. Questo non è umanitarismo ma speculazione".

La polizia italiana lavora in un contesto senza regole né protezione. "Nel giugno 2014 ho partecipato ad uno sbarco al Porto di Augusta. Sono arrivate 1.200 persone di cui 66 avevano la scabbia e varie unità con tubercolosi conclamata e noi agenti non avevamo i dispositivi di protezione individuale previsti dal Ministero dell'Interno e della Salute. Temevo d'essermi ammalato e, per precauzione, non ho visto mio figlio per 45 giorni". Ha continuato a lavorare, conclude amaro Contucci, "per senso del dovere, si trattava di una situazione emergenziale". E ora è stato "abbandonato da tutti. Non solo dalla Polizia di Stato ma anche dal sindacato e dalla politica. Inizialmente, un partito di cui preferisco non fare il nome mi aveva supportato dandomi spazio e voce poi anche lì è arrivata la censura. Mi sono sentito sfruttato, letteralmente usato. E infine messo all'angolo".

Vittorio Feltri, la verità brutale sui volontari delle Ong: salvano migranti per diventare ricchi

liberoquotidiano.it

Vittorio Feltri: "Politica disgustosa, non voterà più nessuno"

Lo sapevamo già, ma adesso è ufficiale: i finti buonisti delle organizzazioni non governative (ci mancherebbe solo che fossero governative) corrono a salvare i migranti in mare per arricchirsi. Infatti sono d' accordo con gli scafisti i quali porgono loro su un piatto d' argento migliaia di disperati, che poi vengono smerciati nel Belpaese a buon prezzo e consentono alla filiera dei malandrini sfruttatori di guadagnare somme rilevanti. D' altronde anche la bontà e la generosità non sono gratis.

Le navi addette alla pesca dei fuggiaschi non si muovono per spirito di carità bensì in base a calcoli di convenienza. Gli africani non scappano da nessuna guerra, figuriamoci. Sono incoraggiati a venire qui da una martellante pubblicità. Le televisioni del Continente nero predicano ogni dì: andate in Italia, sarete accolti a braccia aperte, nutriti e coccolati, poco lavoro e tanti soldi. In effetti cantano: «non pago affitto, non faccio opraio, scopiamo fighe bianche». Evviva. Essi, ingenui per posa, partono investendo denaro per essere trasportati e quando giungono sulla penisola sono presi in consegna dalle cooperative, molte cattoliche, che incassano dallo Stato 35 euro per ogni individuo ospitato.

Fate il conto. Dato che gli stranieri sono milioni ormai, ballano cifre spaventose. Se si calcola che solo 3 euro e mezzo sono destinati quotidianamente agli sfigati, e che il rimanente finisce in tasca ai citati buonisti, i quali forniscono baracche e una mensa che distribuisce pasta scotta, si tratta di un business pazzesco a cui gli affaristi travestiti da angeli non vogliono rinunciare. Non c' è nulla quanto le palanche che intenerisca i cuori dei bastardi che agiscono in nome di nobili sentimenti e per scopi terra terra. Questa, al di là di ogni ipocrisia usata per intenerire papa Bergoglio, è la cruda realtà. Dei profughi non interessa un cavolo a nessuno se non quale occasione ghiotta onde accumulare quattrini con irrisoria facilità.

Il nostro governo di sinistra, non potendo scontentare i farabutti che si spacciano per anime candide, chiude entrambi gli occhi e asseconda le loro pretese di passare per samaritani pietosi. Il risultato è evidente. Il Paese è continuamente invaso da orde di ragazzoni provenienti dalla savana e il povero Minniti, ministro dell' Interno, si sbatte in solitudine per risolvere un problema che non è nemmeno un problema, bensì una tragedia.

Sorvoliamo sulle vicende libiche che ci fanno venire l' orchite. Abbiamo contribuito a far secco Gheddafi in omaggio alle (gelide) primavere arabe, e ora ce ne pentiamo perché, eliminato il rais, le cose sono peggiorate. L' Italia è diventata una discarica africana gestita da gente incapace di prendere l' unica decisione seria, cioè simile a quella adottata da altre nazioni europee: chiudere le frontiere, mandando al diavolo i pescatori di neri e dicendo apertis verbis che dal primo di ottobre eviteremo di salvare alcuno per mancanza di mezzi e di spazio dove accoglierlo.

Avanti di questo passo saremo una dépendance dell' Africa. Fessi noi che stiamo al perfido gioco dei negrieri da superattico.

di Vittorio Feltri

La guerra dei Windsor. Elisabetta resta isolata. Gelo con Carlo e Harry

lastampa.it
vittorio sabadin

Se ne va il segretario privato sir Christopher Geidt. La regina ordina a William e Kate di tornare a vivere a Londra


La regina
Dopo l’addio del suo segretario privato Elisabetta ha bisogno dell’appoggio di tutti. Ma né Carlo né tantomeno William e Harry sembrano essere d’accordo


C’è una guerra in corso all’interno della Royal Family britannica. A metterla in luce sono state le dimissioni di due dei tre più importanti collaboratori della regina Elisabetta, presentate improvvisamente alla vigilia delle vacanze. La sovrana sta per partire per il castello di Balmoral, in Scozia, dove la raggiungerà il marito Filippo; Carlo e Camilla sono ospiti sullo yacht di un amico miliardario, ma presto andranno a Birkhall nelle Highlands; Harry sarà in Africa con la fidanzata Meghan Markle, mentre William e Kate si preparano a partire con i bambini per il mare.

Doveva essere un agosto tranquillo come gli altri, e invece le dimissioni di Sir Christopher Geidt, da dieci anni segretario privato della regina e, secondo il Daily Mail, anche di Samantha Cohen, la sua assistente, hanno messo allo scoperto le divisioni tra Buckingham Palace, residenza della sovrana, Clarence House, residenza di Carlo, e Kensington Palace, residenza di William, Kate e Harry.

Ad aggravare una situazione già precaria è stata l’uscita di scena del duca di Edimburgo, Filippo, che giorni fa ha partecipato al suo impegno pubblico numero 22.219, che sarà l’ultimo dopo 70 anni di servizio al Paese. Sir Christopher ha convocato gli uffici stampa di Carlo e dei giovani principi e ha tenuto un breve discorso: con il ritiro a vita privata di Filippo, la regina avrà bisogno dell’appoggio di tutti e bisogna che le attività di comunicazione siano coordinate per evitare gli spiacevoli incidenti del passato. Ma né Carlo né tantomeno William e Harry sembrano essere d’accordo.

Il segretario privato di Elisabetta non ha approvato la partecipazione dei due fratelli al documentario che ricordava la loro madre Diana, morta vent’anni fa nel tragico incidente stradale di Parigi: un’esposizione eccessiva, l’ha giudicata, che ha messo a rischio la loro privacy e che non era necessaria. Anche Carlo e il suo ufficio stampa hanno espresso critiche, rimaste confinate nelle stanze dei palazzi, perché in tutto il documentario William e Harry non hanno mai nominato il padre, come se la loro educazione e il loro ruolo fossero dipesi unicamente dalla madre Diana.

Harry ha poi agito troppe volte di testa sua: con un lunghissimo comunicato ha chiesto ad esempio ai giornali di lasciare in pace la sua divorziata fidanzata americana Meghan Markle proprio mentre Carlo e Camilla erano impegnati in un delicato viaggio all’estero, di cui nessuno ha parlato proprio per fare spazio all’inconsueto appello. Elisabetta ha ordinato a William e Kate di lasciare la pigra residenza nel Norfolk e di tornare a vivere a Londra in autunno per assumere più impegni reali, visto che ne accettavano meno del novantaseienne Filippo. Ora che anche la regina riduce le sue uscite pubbliche, occorrerebbe maggiore coordinamento nella famiglia, ma ogni tentativo di sir Christopher di unificare gli uffici di comunicazione è fallito a causa delle resistenze di Clarence House e Kensington Palace, che hanno evidentemente strategie e interessi diversi da proteggere.

Nell’autunno del regno di Elisabetta, il «Team Windsor» appare più diviso che mai, con i figli di Carlo in perenne e nascosta polemica con il padre e con sua moglie Camilla, che non hanno mai accettato. E, come se non bastasse, oggi la tv britannica trasmetterà i nastri video che Peter Settelen, insegnante di dizione di Diana, aveva registrato nel 1993 invitando la principessa a parlare di quello che le veniva in mente, per esercitarsi a un eloquio più fluido. I nastri sono già stati trasmessi anni fa negli Stati uniti e sono visibili in parte su Youtube, ma escono per la prima volta in tv in Gran Bretagna. Ce n’è per tutti, da Carlo alla regina a Filippo, ancora perseguitati dal fantasma di Diana al quale non possono replicare. Per Elisabetta sarà un’altra brutta estate, che proprio non meritava. 

Piramide di Cheope, conto alla rovescia per la scoperta della stanza segreta

lastampa.it
vittorio sabadin


L’ex ministro per le antichità egiziano Zahi Hawass fa parte del team che cerca la stanza segreta

Un team internazionale di esperti che da mesi lavora nella piramide di Cheope è convinto di essere vicino alla scoperta di una camera segreta, il sogno di ogni archeologo che dai tempi dell’intrepido Giovanni Battista Caviglia sia entrato nella grande piramide di Giza. Nessuno ne parla ancora ufficialmente, e le cavità finora trovate sono state descritte solo come piccole anomalie, ma i dati raccolti dal team dello Scan Pyramids Project avrebbero rivelato qualcosa di più interessante di un semplice vuoto tra una pietra e l’altra.

Da quando il califfo Al Mamoun penetrò nell’820 d.C. nella piramide scavando una galleria, la ricerca di una camera segreta ha ossessionato molti ricercatori. Al Mamoun non trovò all’interno i tesori che cercava, né iscrizioni che permettessero di svelarne il segreto: il tesoro del faraone doveva però esistere ed essere nascosto da qualche parte. Prima di essere fermati da leggi che finalmente hanno tutelato le antichità anche in Egitto, molti avventurieri hanno scavato la piramide alla ricerca della camera segreta. Ce ne sono ancora i segni nella parete sud, nella misteriosa nicchia a gradoni della cosiddetta «camera della Regina», scavata per alcuni metri, e nel passaggio che l’archeologo britannico Richard Vyse aprì con la dinamite alla fine della Grande galleria.



Il team dello Scan Pyramids Project, di cui fanno parte l’ex ministro per le antichità egiziano Zahi Hawass e l’archeologo Mark Lehner, sta usando metodi meno invasivi per trovare cavità nascoste. La termografia all’infrarosso, i raggi laser e l’osservazione dei muoni, particelle subatomiche generate dal contatto fra i raggi cosmici e gli atomi dell’atmosfera, permettono di scannerizzare la costruzione evidenziando vuoti al suo interno. «Non possiamo ancora pensare ad una camera segreta – ha detto Hawass -, per ora ci limitiamo a dire che sono state trovate delle anomalie, piccoli vuoti tra una pietra e l’altra». Mehdi Tayoubi, presidente dell’istituto dell’Università del Cairo che guida la ricerca è più ottimista: «Sappiamo che c’è una camera segreta, ma non ancora dove si trova».

Nell’ottobre dello scorso anno, i ricercatori avevano già annunciato la scoperta di una cavità a 105 metri di altezza nell’angolo Nord-Est della piramide e altre anomalie vicino all’ingresso originario e nella parete Nord: negli ultimi mesi sono però stati fatti progressi che avrebbero portato a conferme importanti e forse a nuove scoperte. Non è detto che se la camera segreta sarà trovata contenga i tesori che Al Mamoun cercava. La piramide di Cheope ancora affascina gli studiosi per i suoi misteri mai risolti: l’assenza di qualunque scritta sulle pareti, l’alto livello di tecnologia e conoscenza necessario a costruirla più di 4500 anni fa, la mancanza di prove certe che sia mai stata la tomba di qualcuno e che sia stata costruita per questo.

Secondo ricercatori che l’archeologia accademica rifiuta di riconoscere, la Grande piramide è l’indistruttibile testimonianza di conoscenze antiche nascoste nelle sue pietre, un’ipotesi che renderebbe ancora più affascinante la ricerca di una camera segreta. Lo stesso faraone Cheope, come riporta il papiro Westcar conservato a Berlino, parlando con il mago Djedi si interessa di stanze segrete che custodirebbero la sapienza del dio Toth. E Djedi risponde: «C’è una cassa di selce, là in una stanza chiamata inventario. Ecco, esso è nella cassa». E’ improbabile che il mago si riferisse a una stanza della piramide che secondo la maggior parte degli studiosi lo stesso Cheope aveva fatto innalzare, ma altri ricercatori sostengono che la costruzione sia molto più antica.

Alcuni archeologi hanno ipotizzato che una stanza segreta possa trovarsi sotto al sarcofago di granito della «camera del re», ma nessuno lo sposterà senza averne prima le prove. Lo Scan Pyramids Project è stato applicato anche ad altre piramidi con risultati interessati e si attende che venga scannerizzata anche la piramide di Chefren, quasi gemella di Cheope salvo per l’assenza di corridoi e stanze interne: anche in quel caso, troppe pietre per la lastra tombale di un solo uomo. 

«L’Egitto vuole indietro reperti e statue rubati»

lastampa.it
marco zatterin

Dall’archivio: l’incontro a Torino del sovrintendente di Giza



Persino Hitler, a un certo punto, convenne che fosse il caso di restituire il busto di Nefertiti all’Egitto. I suoi funzionari condussero una laboriosa trattativa con gli emissari del Cairo. Poi, all’ultimo istante, qualcuno suggerì al dittatore nazista di andare a vedere l’opera prima dell’addio definitivo. Fu un colpo di fulmine. Il Fuhrer rimase stregato da quell’immagine fantastica, dalla bellissima e misteriosa regina che aveva attraversato lo spazio e il tempo per trovare un posto in una teca berlinese. L’affare sfumò senza possibilità d’appello e da allora la proprietà non è mai stata messa in dubbio. Sino a che è arrivato «l’ultimo faraone» e la partita si è riaperta.

«E’ stato un furto, un inganno», rilancia Zahi Hawass, sovrintendente generale alle Antichità Egizie. Il colpevole si chiamava James Simon, era un commerciante tedesco che all’inizio del secolo scorso finanziò gli scavi che condussero l’archeologo Ludwig Borchardt a ritrovare lo straordinario pezzo. Temendo che le autorità locali gli vietassero di portarlo fuori dal Paese, l’uomo lo contrabbandò senza pensarci due volte. «Lo prese nel museo del Cairo e lo coprì di fango, così lo trasportò di nascosto in Germania», ricorda l’archeologo egiziano, 56 anni, stella del piccolo schermo, «l’ultimo faraone» secondo i suoi ammiratori.

Per questo, assicura, Nefertiti deve tornare a casa al più presto. E deve farlo in buona compagnia. Hawass chiede indietro tutti quelli che lui chiama «reperti unici», perché «i pezzi che non hanno eguali devono essere esposti insieme con il resto delle collezioni in Egitto». La regina di Amarna è la prima della lista, ma l’archeologo più famoso del pianeta vuole anche la stele di Rosetta dal British Museum, lo Zodiaco di Dendera custodito al Louvre, il busto di Akhnaton da Boston e la statua di Hemiunu da Hildeshiem, in Germania.

«Quattro di questi cinque pezzi sono rubati», sottolinea, pronto ad allungare l’elenco: «Vogliamo tutto quello che è stato trafugato: abbiamo già avviato un’azione diplomatica per riottenre 280 pezzi acquisiti illegalmente. Ma ci sono anche altre cose, come i rilievi tolti dalle pareti delle tombe ed esposti nei musei che andrebbero ricollocati nel contesto originale». Poche settimane fa con un volo di sola andata da Atlanta è atterrata al Cairo la mummia di Ramses I, nonno del celeberrimo Ramses II.

In arrivo sono anche alcuni pezzi di muro della tomba di suo figlio, Sethi I. Hawass, però, punta tutto sul restyling del nuovo Museo Egizio della capitale, e invoca i «magnifici cinque» per almeno tre mesi. «La gente di qui, che non viaggia all’estero, ha il diritto di vederli», incalza. Il negoziato è in corso e i nemici del Dottor Zahi, che pochi non sono, avvertono del rischio di non rivederli più. Lui nega; ripete «solo tre mesi, solo tre mesi...», e disegna con ampi gesti nell’aria la mappa su cui intende far svolgere il programma di rilancio di tutto l’apparato museale dell’ex terra dei faraoni. Il piano prevede l’apertura di tredici nuove sedi e un ampliamento significativo di quella del Cairo.
Un terzo della collezione principale, rivela Hawass, sarà distribuito sul territorio nazionale.

«Apriremo a Sharm-el-Sheikh e a Urgada - racconta -. Avremo un museo dei mosaici ad Alessandria, e uno dei ritratti nel Fayoum. Rinnoveremo il museo copto e quello islamico». Al Cairo sarà inaugurata un’ala occidentale, cambieranno le luci, le vetrine e il design interno. La promessa è che fra un anno e mezzo tutto sarà pronto. Si terrà una grande festa e, s’augura il sovrintendente, ci dovranno essere anche i anche gli anelati «magnifici cinque», con la coppia Nefertiti-Akhnaton finalmente ricongiunta.

La sua opinione è che i musei debbano cambiare, che la missione principale sia diffondere messaggi e cultura, pensando tanto agli studiosi quanto ai bambini. Rinnovarsi nella tradizione, come si suol dire, argomento che porta il discorso da questa parte del Mediterraneo. «Torino? E’ un luogo magnifico», risponde Hawass, deciso nel bocciare la polverosa ipotesi di un trasferimento nella reggia di Venaria. «I musei devono restare nel cuore delle città, dove la gente possa visitarli con facilità. Pensate al Metropolitan di New York o al British Museum, li vedreste in periferia?». Non lo convince neanche la scusa dei magazzini traboccanti o quella della carenza di sale espositive denunciata dai sovrintendenti.

«Di spazio ne hanno a sufficienza. Quanto ai sotterranei pieni è un grave errore. Facciano mostre itineranti. Prestino i pezzi ad altre istituzioni. Ma non li tengano in cantina. E’ un vero spreco». I manager di via Accademia delle Scienze hanno uno spunto di riflessione. Un secondo, Hawass lo introduce parlando del palazzo storico della sede torinese che, rileva, «è parte integrante dello spettacolo». Un terzo arriva quando l’archeologo afferma che i pezzi esposti nelle teche di tutto il mondo non appartengono ai musei, ma ne sono soltanto «ospiti».

«I monumenti egizi sono un patrimonio universale, ma noi siamo chiamati ad esserne i guardiani. Devono essere trattati con cura, altrimenti siamo costretti ad intervenire». Come? «Chi non rispetta i reperti non potrà più avere a che fare con noi, e quindi non potrà più contare sulla nostra collaborazione scientifica». Gli egiziani vogliono dare il buon esempio, e su questo Hawass gioca tutta la sua reputazione. Anche Giza avrà nuovi servizi. Sarà vietato il traffico automobilistico fra le piramidi, saranno spostate le stalle dei cammelli, ci sarà un nuovo centro di informazione, la strada girerà intorno ai tre colossi come una circonvallazione.

«Trasferiremo anche il mio ufficio», sorride l’archeologo. Un progetto elaborato in collaborazione con i giapponesi sta valutando le condizioni per il recupero della seconda delle navi di Cheope: «Adesso che abbiamo il pieno controllo del nostro patrimonio dobbiamo dimostrare di saperlo sfruttare». Il sigillo sull’operazione grandi opere, il sovrintendente egiziano lo porrà con l’Oasi di Baharia, neanche 400 chilometri dal Cairo. E’ l’ormai celeberrima «Valle delle Mummie» scoperta proprio da Hawass nel 1999 con l’aiuto involontario di un asino caduto in una tomba affollatissima.

«Non bisogna esporre le mummie per fare sensazione - confessa l’archeologo -. Le piacerebbe che la sua mummia fosse in un museo fra mille anni? A me no. Per questo ne abbiamo scelte cinque fra le più significative per metterle nel museo locale, che pure sarà rinnovato. Serviranno a dare l’idea». Gli antichi egizi, sussurra, devono continuare a riposare il loro sonno millenario senza essere disturbati. Le antichità egizie, invece, possono anche muoversi. A patto, però, che il viaggio sia un ritorno a casa. Soprattutto se, in un tempo anche lontano, qualcuno le ha rubate.

(27 novembre 2003)

Cartoline d’Italia: La vacanza inizia in autostrada, tappa fissa nel non-luogo Autogrill

lastampa.it
beniamino pagliaro

In autogrill con i villeggianti partiti dall’estero e dal Nord Italia


Servizio fotografico di Nicola Marfisi/Agf

Quando le corsie si ingrossano, le auto si mettono in fila come vagoni di un treno. Quando spuntano i camper, con palloni e racchettoni sui cruscotti, capisci che effettivamente sei sull’Autostrada del Sole. Quest’estate le Cartoline d’Italia viaggiano in cerca della vacanza. La prima tappa è nell’intermezzo per definizione, la sosta per sgranchire le gambe: ci fermiamo all’autogrill. A Fiorenzuola d’Arda, direzione mare, William fa la prima sosta in territorio italiano. Sono partiti alle 11 di sera dall’Olanda, lui e la moglie si sono dati il cambio al volante, a bordo ci sono quattro dei cinque figli, dotati di schermi e cuffie che nemmeno un Airbus A350. Il più piccolo è però stufo e quando l’auto si ferma sgattaiola giù e inforca i pedali della bici legata al bagagliaio. È la terza volta che vengono in Italia, andranno in Toscana per due settimane.

È quasi ora di pranzo e nel piazzale dell’autogrill si nota. Non è un giorno da bollino nero, incrociamo i proverbiali turisti della partenza intelligente. Qui i lombardi che vanno al mare, sia sull’Adriatico che in Toscana, si intersecano con i piemontesi, ma molte targhe sono straniere. La prima sosta, ovviamente, è in bagno, che in questo caso non è in fondo a destra ma subito dopo l’ingresso, affollato ma ordinato. Sulle pareti dei pannelli provano a rinfrescare lo scenario con delle immagini di limoni, come fossimo in un centro benessere. Poi la fauna della sosta si divide tra ripartenza immediata, bar o ristorante.



Per sedersi a tavola si scalano due piani e si arriva al ristorante panoramico. Vista autostrada. Anche se la struttura è tirata a nuovo, siamo nel primo autogrill d’Europa disegnato come un ponte sulle corsie. Fu inaugurato il 31 dicembre 1959 da un giovane sottosegretario agli Interni che avrebbe fatto strada, Oscar Luigi Scalfaro. A guardare le foto d’epoca viene da chiedersi cos’avranno pensato, in quel Paese in bianconero, quei primi italiani che sulle loro auto, così minute, si fermavano a guardare il progresso sospeso sulla A1 mentre prendeva vigore il boom economico.

Oggi le macchine sono di più e più muscolose, il parcheggio è più grande, le basi del ponte sono ampliate ma la struttura è la stessa, calcestruzzo e acciaio. Dentro però non sembra il classico autogrill: la moda arriva anche in autostrada, così il pavimento è di legno, la cucina a vista, la pasta fatta in casa con lievito madre. Al bar non c’è nemmeno la Rustichella o il Camogli, i panini simbolo della sosta autostradale, perché vince il fatto in casa, tutto a chilometro zero. Per fortuna almeno il percorso a ostacoli dell’autogrill è rimasto.



Alessandro e Antonio, due fratellini, scendono dalla scalinata dell’ingresso con passo sicuro, appesi con il dito ai pantaloni della mamma, Veronika. Sembrano quasi due modelli e quando il nostro fotografo si avvicina sono già in posa. Arrivano da Parigi, raggiungono il papà a Siena e poi andranno in Calabria in vacanza. Prima di salutare ci svelano che in effetti è vero, Alessandro e Antonio sono dei modelli, lavorano nella moda per bambino francese e anche al cinema. Su un camper in manovra nel parcheggio spunta un grande adesivo di Titti: a bordo ci sono Fabio, Enrica e la cagnolina Sophie. Sono partiti dal Varesotto, dove portano avanti un’azienda che stampa plastica per i giocattoli, e puntano l’Umbria, il lago Trasimeno, e poi la Toscana.

Il camper, spiegano, è una scelta di vita, l’idea dell’autosufficienza, le vacanze che si allungano di qualche giorno. Su una Stilo azzurra sono appena arrivati tre piemontesi. Lui, archeologo, si presenta in realtà come autista: “Porto in vacanza le signore”, che sarebbero la moglie e la cognata. All’Autogrill hanno appena comprato un libro di Camilleri e qualche barretta Kinder che si scioglierà presto se rimane dov’è, sul cruscotto. Vanno al mare a Cesenatico e all’inizio non sembrano volenterosi di parlare di sé. Poi invece si aprono, lui racconta del lavoro, la moglie mostra la collana, riproduzione di un reperto antico, si finisce a parlare di Torino, dei Cinque stelle, del sindaco. “Io non ho votato la Appendino - dice la signora -, ma devo dire che paga un po’ le difficoltà anche perché è donna”.



Quando la Stilo parte lenta ma sicura un professionista armato di Suv splendente conquista il piazzale. Proviamo ad avvicinarci ma l’ego del signore ha deciso di apparire così impegnato che al saluto risponde soltanto con un gesto plastico, la mano che dice evidentemente “stop”. Senza proferire nemmeno una parola, riesce a lasciare sbigottito il pubblico del parcheggio e se ne va con il suo noioso completo gessato.

L’Autogrill è però in un certo senso democratico. Anche chi arriva con una Ferrari deve fare la fila per il bagno. Entra dai tornelli e segue il percorso forzato dove lo sguardo del viaggiatore è conteso dai totem che si stagliano e alternano peluche dimensione umano alle piramidi di Toblerone e alle mega confezioni di Pringles a sette euro e quarantanove. Nel non-luogo Autogrill esistono cose che noi umani fuori dalla rete autostradale non avremmo mai visto, come la scatola di patatine da mezzo chilo e la bottigliona di pop corn.

Siamo pur sempre in Italia e così l’itinerario prosegue tra una piccola enoteca, i salami, il parmigiano. Poi, quando manca poco alla cassa, prima dei libri, l’atteso reparto giocattoli, qui dominato dall’essenziale confezione degli “80 pennarelli Super Mega Coloring di Frozen”. In verticale il pacchetto svetterà sulla statura del piccolo consumatore che in macchina inizierà a giocarci, investimento sul buon umore del tragitto rimanente.

Tra i libri e i peluche due energumeni in pantaloni corti sembrano perdersi in cerca dell’uscita. Una madre tenta invece il figlio: hai visto il tubo gigante di patatine? Al che giustamente il figlio inizia a pretendere l’acquisto, le gira attorno saltellando e lagnando per qualche minuto, ma lei non demorde: se la cava con un paio di baci e promesse. È tempo di ripartire.

beniamino.pagliaro@lastampa.it
@bpagliaro