venerdì 4 agosto 2017

Il Commodore 64 compie 35 anni: il computer che ha formato generazioni di informatici

corriere.it
di Alessio Lana

Arrivato sul mercato statunitense nell’agosto del 1982, era potente e versatile e oltre a giocare consentiva di programmare in Basic. E oggi per i nostalgici, ci sono emulatori su Pc e smartphone

Un amore nato nel 1982

Mentre da noi ancora si festeggiavano i mondiali, negli Stati Uniti, a inizio agosto 1982, ci si preparava a una rivoluzione. In quella data usciva il Commodore 64, un computer che, 35 anni dopo, fa ancora venire una lacrimuccia solo a vederlo. Non è chiaro se sia stato davvero il calcolatore più venduto nella storia né quello che si è diffuso più velocemente ma una cosa è certa: senza di lui non sarebbe nata una generazione di informatici che oggi ha reso la tecnologia ubiquitaria nella nostra vita. Che fosse esteticamente brutto non interessava a nessuno. Dentro alla sua scocca in plastica grigia e la forma rettangolare il C64 racchiudeva una miscela di potenza che prometteva l’onnipotenza digitale.

Oggi il processore MOS 6510 a 8bit da meno di un megahertz abbinato a 64KB di Ram e 20KB di memoria (Sì, di memoria fisica!) fanno ridere anche il peggior smartphone sul mercato ma allora erano il massimo per il mercato di massa. Il Commodore 64 poi ti dava anche un motivo valido per farselo comprare dai genitori. Non era una console, non serviva solo per giocare, c’era anche il Basic per programmare. «Mamma, papà, con il Commodore posso imparare l’informatica, la scienza del futuro», milioni di frasi del genere sono state spese dai ragazzi di tutto il mondo, 17 milioni a essere precisi visto che quelle sono le unità vendute negli undici anni di vita del computer. Che poi la maggior parte di noi si fosse limitata a giocarci e basta poco importa.

La tattica aveva funzionato, i nostri finanziatori, al lancio italiano nel marzo 1983, avevano speso la bellezza di 973.500 lire (poco per i tempi) e ora avevamo la tastiera grigia sotto le dita: missione compiuta. Oggi possiamo anche aggiungere che Time l’ha inserito tra i 50 oggetti tecnologici che hanno cambiato il mondo ma ciò è accaduto solo nel 2016 e allora ancora non lo sapevamo.



Dalla grafica alla matita Staedtler

Eccoci nel pieno dell’azione con Dig Dug, Bionic Commando, Sea Wolf, Castle Wolfenstein. La grafica vista oggi è primordiale ma allora era avveniristica, le sei maglie di colore diverso per le squadre di International Soccer sembravano un portento così come le Formula 1 di Pole Position. Va bene, erano pur sempre otto bit, tutto era fatto a quadratini (pochi di noi conoscevano la parola pixel) però era impossibile fermare quella cassetta che ci metteva un eternità a caricare. «Load...press play on tape...run», era diventato un nuovo mantra e non sempre a fin di bene.

Il registratore Datassette C2N ha anche creato più di qualche litigio in famiglia. Era delicatissimo e se la cassetta o le testine erano anche un minimo sporche saltava tutto. Oggi non sarebbe un problema, riavvii e in cinque minuti sei di nuovo nel gioco mentre lì il Load error arrivava anche dopo 20 minuti di fastidiosissimi caricamenti. E poi dovevi anche segnarti i minutaggi, non è che inserivi e giocavi, eh no, e via a riavviare con la matita Staedtler in mano, quella gialla e nera che tenevi come il Sacro Graal sopra al C64. Nessuno poteva toccarla né usarla per altro: la sua mina è rimasta intonsa per anni.




 

Viva gli 8 bit

E come dimenticare le copertine dei giochi, un’interpretazione che definire artistica è poco. Cercavano infatti di anticipare quello che ci avrebbe aspettato una volta caricato il software fallendo poi miseramente. Un Bruce Lee in mezzo alle fiamme con i muscoli tirati e lo sguardo truce veniva trasposto come un omino stecco che menava squadratissime mani e lineette che dovevano essere gambe, vedevi soldati al fronte pronti alla guerra che si trasformavano in chiazze colorate che si muovevano su altre chiazze colorate. Il bello però è che non ci facevi caso, eravamo abituati a questo enorme divario ed era impossibile resistere a quell’enorme catalogo che contava oltre diecimila titoli, una cifra tutt’ora considerevole.


 

Come usare il Commodore 64 oggi

Oggi del Commodore 64 non rimane solo la nostalgia. Possiamo provare l’ebbrezza di quei primi programmi attraverso gli emulatori, dei software per computer che simulano il funzionamento della vetusta macchina. C’è per esempio Vice, che gira praticamente su ogni piattaforma, da Windows a Mac Os passando per Linux. Davvero completo, non è facilissimo da usare ma sempre più semplice del Commodore. In più emula anche la lentezza nel caricamento delle cassette ma basta premere la combinazione Command+W per velocizzare il tutto. Siamo pur sempre nel 2017. Per gli smartphone Android invece possiamo scaricare Frodo C64, un’app che trasformerà il telefonino in vero e proprio computer anni ’80. Da ultimo ci sono anche gli smartphone della Commodore Business Machine, una linea di telefoni ideata da due italiani che hanno già integrati gli emulatori. Il nuovo modello, Leo, è previsto a breve ma al momento il sito risulta irraggiungibile.

Rousseau hackerata. On line i dati di iscritti, donatori e parlamentari

corriere.it
di Marco Castelnuovo

Il sistema operativo del Movimento 5 stelle collassa dopo soli due giorni

A due giorni dal lancio, Rousseau, il sistema operativo del Movimento 5 stelle, quello che dovrebbe guidare le votazioni e le proposte di legge dei parlamentari è stato hackerato. Sul serio.

Già mercoledì, nel giorno del lancio alcuni hacker avevano avvisato di una certa facilità a entrare nel sistema operativo, mettendo in guardia su alcune falle del sistema. Questa volta però l’account twitter @rogue0 è entrato nel sistema e ha mostrato le prove dell’hackeraggio. Lo ha fatto attraverso twitter, social a cui si è iscritto solo pochi giorni fa e che ha usato solo per mostrare i dati in suo possesso. Nelle tabelle linkate si leggono i dati di alcuni parlamentari, compresi i numeri di cellulare e gli indirizzi mail privati, ma non solo. Indirizzi degli iscritti, donatori, entità degli importi versati. Nulla è al sicuro. E pensare che attraverso questa piattaforma si dovrebbero votare leggi e candidature.

L’hacker scrive che è dentro Rousseau da mesi e che «ha toccato di tutto», che «ha già un migliaio di dati» e che «così si controllano le votazioni». Poi, rivolgendosi direttamente a Beppe Grillo e alla Casaleggio scrive: «It’s too easy play with your votes». E così facile giocare con i vostri voti. Già.
chedisagio

4 agosto 2017 (modifica il 4 agosto 2017 | 09:29)

"Issavano la bandiera libica". Le accuse alla ong Jugend Rettet

ilgiornale.it

Nelle carte della magistratura le prove contro l'operato della Jugend Rettet



"Per noi il salvataggio delle vite umane è e sarà la priorità", dicono dall'ong tedesca Jugend Rettet, a cui ieri è stata sequestrata la nave Iuventa, sulla base di un fascicolo secondo cui gli attivisti avrebbero messo in atto "condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina".

"Dopo avere raccolto tutte le informazioni, potremmo valutare la situazione e i passi da compiere", aggiungono dall'organizzazione, con Medici senza frontiere tra quelle che hanno rifiutato il Codice di condotta. E intanto i primi dettagli su che cosa abbia portato allo stop della nave e al conseguente sequestro iniziano ad emergere.

Già ieri sera il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, metteva in chiaro di avere "documentato incontri in mare", ma di essere pronto a "escludere collegamenti tra Ong e libici. Escludo che qualcuno abbia agito per scopi di lucro, mentre sono presenti gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina".

Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l'indagine nel 2016, "avrebbero trasbordato sulla nave migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo". E sull'albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall'ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica.

"Noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c'è motivo, a questo non contribuiamo", si sente dire in una delle intercettazioni in mano alla Polizia, in cui gli attivisti discutono anche sul coinvolgimento di esperti di diritto marittimo e internazionale, per valutare come muoversi con le autorità italiane.

"Noi gli diamo fotografie generali dell'intervento e ci prepariamo - dicono -. Che ci assistano specializzati in diritto marittimo, diritto penale e il terzo... credo diritto internazionale e da loro dobbiamo avere dei feedback su quello che possiamo dire, quello che possiamo e non possiamo fare".
Inoltre ''l'ostilità verso l'Italian Maritime Rescue Coordination Centre è confermata dal cartello con la scritta 'Fuck Imrcc' posizionato alla prua'', dicono gli inquirenti, secondo cui avrebbero "mostrato un atteggiamento di scarsa collaborazione verso le direttive impartite da Imrcc, confermando la volontà di voler effettuare esclusivamente trasbordi su altri assetti navali verosimilmente al fine di non attraccare in porti italiani''.

Migranti e Libia, l’agente infiltrato sulla nave della Ong: «Così ho scoperto i contatti tra Iuventa e i trafficanti libici»

corriere.it
di Fiorenza Sarzanini

Il poliziotto dello Sco per 40 giorni a bordo dell’imbarcazione di “Save the children”



Era un addetto alla sicurezza, imbarcato sulla Vos Hestia, la nave di “Save the children” per conto di una società privata. Nessuno immaginava che in realtà fosse un agente sotto copertura, poliziotto dello Sco, il servizio centrale operativo impegnato da quasi un anno nell’indagine sull’attività delle Ong per il salvataggio dei migranti al largo della Libia. È rimasto a bordo per quaranta giorni, «l’esperienza più impegnativa, ma anche più emozionante della mia carriera». E adesso rivendica con soddisfazione di essere riuscito a «documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio della Iuventa e i trafficanti». Ma anche «di aver restituito al suo papà, nigeriano che da tempo vive in Italia, una bimba di 15 mesi imbarcata su un gommone con la mamma che invece non è riuscita a terminare il viaggio».
La missione
La scelta di agire in missione segreta viene presa nel maggio scorso. Il pool investigativo guidato dal vicequestore Maria Pia Marinelli, che lavora da oltre sette mesi per verificare la fondatezza delle denunce presentate da alcuni volontari di “Save the children” per conto della procura di Trapani, ha raccolto numerosi indizi sui possibili legami tra volontari e organizzazioni criminali. Nel mirino c’è Jugend Rettet, definita dalle altre organizzazioni «temeraria» proprio perché entra in acque libiche e carica migranti che poi trasferisce su altre navi. Ma servono prove concrete, bisogna documentare gli incontri con gli scafisti, i possibili accordi. Il direttore dello Sco Alessandro Giuliano sa bene che l’unica strada è quella della “copertura”, proprio come accade nelle indagini sui trafficanti di droga o di armi. Consulta il prefetto Vittorio Rizzi, direttore dell’Anticrimine. Ottiene subito il via libera.

Iuventa, la foto sequenza dei contatti con gli scafisti

Tra gli agenti impegnati nelle verifiche, c’è Luca B., 45 anni che ha le caratteristiche giuste. È esperto di sub, tanto da avere il brevetto Divemaster oltre a una serie di abilitazioni per il soccorso medico in mare, la patente nautica. Ma è soprattutto un agente esperto. Quando gli propongono l’incarico non ha dubbi: «Felice di accettare». Il 19 maggio si imbarca. Viene alloggiato in una cabina con altre tre persone, sa che deve «stare continuamente all’erta per non essere scoperto».
I soccorsi
La nave partecipa a numerose incursioni di fronte alle acque libiche. Effettua tre operazioni di soccorso, lui aiuta gli operatori, salva i migranti, collabora quando c’è necessità di trasferire le persone da una imbarcazione all’altra. Tiene i contatti con Roma inviando messaggi via whatsapp. Li aggiorna su quanto accade a bordo, sulla posizione delle navi delle altre Ong. «Devo stare attento, perché si insospettiscono se faccio foto o filmati», comunica ai suoi capi. «Non abbiamo mai perso la sua posizione - conferma Marinelli - perché avevamo comunque il supporto della Guardia Costiera che ci teneva informati degli spostamenti e di eventuali emergenze».

Riesce a scendere dalla nave tre volte. Incontra i colleghi in luoghi segreti, consegna aggiornamenti e informazioni utili all’inchiesta. Ma ancora non basta, bisogna continuare per dimostrare che quanto raccontato nelle denunce sia vero. Il 18 giugno arriva la svolta. Sono gli ultimi due soccorsi, quelli decisivi «All’alba la Vos Hestia e la Iuventa si incrociano in alto mare. Pochi minuti dopo si avvicina un barchino dei trafficanti. Rimane a pochi metri da Iuventa, gli uomini parlano con i volontari. Arriva un’altro barchino che scorta un gommone carico di migranti». L’infiltrato scatta foto, gira video, documenta minuto dopo minuto l’incontro che segna la svolta per l’indagine. Tre ore dopo c’è un altro contatto e anche questa volta riesce a filmare ogni passaggio. «Ho tutto, comprese le immagini dei barchini restituiti ai trafficanti e riportati in Libia», comunica ai suoi capi.
La bambina salvata
La missione è compiuta, ma bisogna attendere ancora qualche giorno. Portare a termine l’incarico così come previsto dal contratto proprio per non destare sospetti. A fine giugno l’agente torna a casa. Racconta quanto ha visto, «anche quell’emozione di aver salvato tante vite». Ma il ricordo più bello lo dedica a Rejoyce, la bimba di 15 mesi che il 5 giugno hanno salvato mentre era su un gommone con altri 125 migranti. «La mamma era caduta in acqua, l’abbiamo issata a bordo, le ho fatto il massaggio cardiaco, ma purtroppo non c’è stato nulla da fare». In tasca la donna ha alcuni bigliettini con un numero di telefono italiano. L’infiltrato li comunica ai colleghi della mobile di Trapani quando, tre giorni dopo, arrivano in porto.

L’utenza appartiene a un nigeriano che da tempo vive in Italia e lavora come bracciante a Salerno. L’uomo viene subito trasferito in Sicilia. Conferma che quella donna morta è sua moglie. Racconta che la stava aspettando insieme con la figlioletta. Si decide di effettuare l’esame del Dna a entrambi per avere la certezza che non menta. Il risultato è arrivato ieri e non lascia dubbi: è sua figlia. Per l’infiltrato «la missione è davvero compiuta». Ma lui è pronto a ripartire. Ai suoi capi l’ha detto con chiarezza: «Per me è stata un’esperienza bellissima. Impegnativa ma esaltante, perché ti porta a contatto con queste persone che soffrono, ti fa capire che a volte per salvarli hai soltanto pochi secondi».

3 agosto 2017 | 23:01

Varese, emergenza e business. «Io con i migranti faccio affari»

corriere.it

di Roberto Rotondo

Varese, la Kb, 65 dipendenti, ospita 600 migranti e fattura otto milioni. Il titolare: «Trovo cento posti così, gli servo»

Katiuscia Balansino e Roberto Garavello (Newpress)
Katiuscia Balansino e Roberto Garavello (Newpress)

Il business è legittimo, i numeri fanno impressione. In provincia di Varese, quasi un migrante su tre è ospitato nelle stanze della Kb, una srl gestita da Roberto Garavello e Katiuscia Balansino, marito e moglie, 62 anni lui, 43 lei. Ex allevatori di capre (sul Lago Maggiore facevano anche prodotti di bellezza con il latte d’asina) ma soprattutto esperti di emergenze: Garavello e il suo team erano già attivi negli anni Ottanta con le emergenze freddo di Milano. Il segreto del successo? Essere pronto, sempre . «Se il Prefetto mi chiama in un’ora trovo 100 posti» osserva Roberto mentre fuma una sigaretta dopo l’altra nella sede di Gallarate, in un palazzo a due passi dal comune.

Kb è una potenza nel Varesotto. Nel 2016 ha fatturato 8 milioni di euro, con 2 milioni e 340mila euro di utile. Impiega 65 dipendenti diretti e altrettanti con le cooperative di servizi indirette. Ha 600 migranti assistiti, dislocati in 6 centri a Busto Arsizio, Somma Lombardo, Samarate (in un caseggiato dove prima loro stessi affittavano appartamenti ai poliziotti), Gallarate, Gorla Minore, Fagnano Olona. L’attività coi migranti è gestita su grandi numeri, come in una fornitura per truppe militari. Kb ha un grande magazzino a Gallarate, dove stipa tutto il materiale logistico.

I 6 centri impiegano 6 autisti, 20 custodi a rotazione, 4 medici specialisti come consulenti (ognuno è sempre reperibile e può arrivare a fatturare 3mila e 500 euro al mese), 6 psicologi, 2 infermiere sempre a disposizione. «Compriamo 600 paia di scarpe al mese — racconta — ma anche duemila paia di infradito per rendere più comoda la preghiera scalzi. Nei nostri centri abbiamo fatto costruire una moschea con le immagini rivolte verso la Mecca e anche i lavapiedi con i rubinetti per le abluzioni». È la Prefettura a stabilire cosa fornire ai migranti. La scelta di gestire dei centri con grandi numeri tuttavia è oggetto di alcune critiche. «Ma gestire i migranti in pochi centri a mio parere è meglio — ribatte Garavello — in questo modo i profughi sono sotto controllo, anche dal punto di vista sanitario».

Insieme da 50 anni, ma non per l’eternità. Il Principe di Danimarca non vuole essere sepolto con la Regina

lastampa.it
ugo leo
A dare la notizia fonti ufficiali della corte danese


Il principe Enrico, che si è ritirato lo scorso anno dalla vita pubblica, e la Regina di Danimarca.

Insieme da cinquant’anni, ma non per l’eternità. Il principe Enrico di Danimarca ha deciso di non volere essere sepolto con la sua consorte, la Regina Margherita II, quando arriverà il momento. A dare la notizia fonti ufficiali della corte danese. La presa di posizione dell’ex conte Henri de Laborde de Montpezat, questo il suo titolo nobiliare prima del matrimonio, deriva dallo scontento che in questi anni ha covato per la mancata designazione come re quando la Regina Margherita salì al trono nel 1972 dopo la morte del padre Federico IX. 

La regina, 77 anni, ha accettato la scelta del marito 83enne. “Non è un segreto la scontentezza del Principe per il ruolo e il titolo che gli è stato dato dalla monarchia danese”, ha dichiarato al tabloid BT Lene Balleby il direttore della comunicazione della Royal Danish House. “Per il Principe, la decisione di non essere sepolto accanto alla Regina - aggiunge Balleby - è la naturale conseguenza di quella scelta”. 

Oltre alla volontà di non voler esser sepolto con la moglie sarebbe trapelata la notizia che il Principe vorrebbe riposare in Francia, la sua terra natia, piuttosto che in Danimarca. La Royal Danish House ha però smentito questa possibilità. La coppia, che convolò a nozze nel 1967, ha due figli, il principe ereditario Federico ed il principe Joachim.

Sul Nautilus, sotto il Polo Nord per 96 ore: l’impresa di 59 anni fa raccontata da Alberto Cavallari

corriere.it
di Alberto Cavallari

Il 3 agosto 1958 sommergibile nucleare Usa compie la prima traversata sotto la calotta polare artica. Ecco il reportage di Alberto Cavallari dal Corriere d’Informazione del 14 agosto 1958 

 



Questa mattina sono andato dentro al ventre di ferro del «Nautilus», che affiora ancora «caldo di Polo», come dicono gli inglesi, nelle acque di Portland. Lasciata la coperta, mi sono lasciato condurre in quel dedalo incandescente di luce al fluoro che forma l’interno del sommergibile atomico. C’erano i marinai che cucivano sulle divise la nuova decorazione della traversata polare, un nastrino rosso e blu con la «N» dorata. C’erano dei tecnici che rivedevano certi strumenti. E c’era a bordo Waldo Lyons, uno degli esperti scientifici che hanno fatto parte dell’equipaggio, e che ha compiuto da solo quasi tutte le rilevazioni sul ghiaccio senza muoversi mai per 96 ore dalla televisione. Lyons scriveva appunti, certamente appunti segreti. Sono appunti che cambieranno la geografia e, passati in mano ai militari, anche la storia. Riguardano, infatti, la possibilità di creare basi per i missili sotto la calotta polare.
Un’esperienza da fantascienza
La visita non è stata lunga. L’interno del «Nautilus» è una specie di grande macchina di precisione immersa in una luce splendida, abbagliante, verde, per il riflesso del metallo che ricopre le pareti e che — stagno alle radiazioni nucleari com’è — emana riflessi verdognoli. Dentro a questa luce cominciammo a camminare da una stanza all’altra, da un saloncino all’altro. L’ufficiale che mi accompagnava, di quando in quando chiedeva se non mi pareva di vivere in un romanzo di fantascienza. E si capiva, che nei suoi sentimenti, le novantasei ore d’immersione sotto il Polo ancora conservavano il sapore di un miracolo avveniristico. Si capiva come mai, martedì, quando i marinai del «Nautilus» videro tanta gente che li aspettava sul molo, apparvero flemmatici e freddi, quasi meravigliati.
Il caffè atomico
Imbarcarsi sul «Nautilus» è già una decisione da personaggi di fantascienza. Passare sotto al Polo, o navigare normalmente, per questi uomini abituati a vivere in un singolarissimo mondo, non fa molta differenza. Scendemmo fino alle cucine che funzionano a energia nucleare. E l’ufficiale chiese: «Do you want an atomic coffee?». I visitatori del « Nautilus » sono obbligati in questi giorni a sorbirsi il caffè atomico. Poi passammo alla sala buia dov’è lo schermo televisivo sul quale è comparso via via il favoloso paesaggio delle montagne di ghiaccio e dove, per novantasei ore, è stato proiettato il più straordinario film sul grande tetto gelato del mondo.

Infine, finimmo contro una porta stagna che immette alla zona segreta del «Nautilus»: quella della sala macchine e degli strumenti. C’era un cartello con la scritta : «It is not cleared for visit by civilians». E l’ufficiale spiegò che, di là, vi sono i motori atomici, gli apparecchi per la navigazione inerziale e le altre diavolerie segretissime. E qui chiese se percepivo l’atmosfera straordinaria del grande viaggio. Gli dissi naturalmente di sì, anche se non era vero. E continuammo la visita. L’atmosfera del grande viaggio del « Nautilus » non è infatti avvertibile in questa luce verde, davanti a strumenti indecifrabili, di fronte alle bistecche cotte con l’energia nucleare.
Nella cabina del comandante
Essa cominciò ad esistere quando, abbassata la testa, entrammo nella cabina del comandante Anderson. La stanza dell’uomo che ha incarnato il capitano Nemo non è larga più di tre metri per tre. C’è un tavolo carico di carte, ci sono fotografie di familiari alle pareti. In uno scaffale vi sono i libri letti durante questo viaggio: uno è di Churchill («The hinge of fate»), uno intitolato Sea misteries e, infine, un libro che è stato la grande bibbia di questo viaggio: «Ventimila leghe sotto i mari » di Verne, in un’edizione americana. Da questa piccola biblioteca si capisce Anderson. La sua cabina è la stanza d’un uomo che ha realizzato una grande impresa continuando a credere nei sogni dell’adolescenza. Di qui Anderson ha comandato l’equipaggio che s’alternava a turni di quattro ore di servizio ogni otto. Qui, forse, ha preso forza nei momenti di dubbio, rileggendo la grande favola di Verne: finché la notte del 3 agosto, ha vissuto il grande momento.
Quella torta sotto il Polo
Con l’ufficiale del «Nautilus» sono andato a vedere la sala di riunione dell’equipaggio, dove tutti gli uomini sono stati chiamati a raccolta alle 11,45 del 3 agosto, sotto il Polo Nord. L’ufficiale mi ha mostrato la lettera del Ministero della Difesa americano, già appesa in cornice: poi ha spiegato dov’era Anderson mentre dava l’annuncio, e dove erano schierati gli uomini, e dove venne mangiata la grande torta. Disse qualche cosa che tutti i protagonisti di questa avventura hanno già raccontato. Dopo le spiegazioni aggiunse: « Nessuno riuscì ad essere allegro, in quel momento. Era una cosa meravigliosa, ma nessuno di noi riuscì a lanciare un hurrà». E mentre parlava capivo sempre meglio che il cuore del «Nautilus» era qui, in questa sala di riunione dove 116 uomini, abituati a vivere in un mondo irreale inondato di luce, fitto di congegni magici, hanno avuto un attimo di sgomento proprio sul traguardo della vittoria. In questa sala, che ha visto il loro scoramento di uomini davanti alla loro impresa degna di 116 robot, la storia del «Nautilus» era più viva che di fronte a tutte le meraviglie dello scafo.
Gli errori degli atlanti
Quando tornammo su, a camminare sullo scafo del «Nautilus», c’era, sempre seduto a scrivere, Lyons, l’esperto scientifico del sommergibile; e con lui, era il ten. Jenks. Jenks, che è l’ufficiale che ha seguito personalmente gli strumenti per la navigazione inerziale, era straordinariamente entusiasta delle sue macchine. «I giroscopi per la navigazione inerziale — diceva — funzionarono cosi bene che, quando emergemmo dal “pack”, eravamo lontani non più di dieci miglia dalla posizione che avevo calcolato. Non ci aspettavamo davvero che fossero così precisi. Non è meraviglioso?». Lyons, che stava ad ascoltare, era invece entusiasta dei suoi rilievi e delle sue osservazioni sul ghiaccio della calotta polare: «Siamo in grado di correggere la geografia — diceva —. Sugli atlanti ci sono molti errori. Ho visto io stesso alla televisione che lo spessore dei ghiacci del Polo non supera mai gli ottanta piedi. Speriamo che la cosa giovi ai militari ».
La sbronza finale
Di marinai, sul «Nautilus», ce n’erano pochi ormai, e i due si sapevano soli. Anche quei quaranta dell’equipaggio del sommergibile, che a rigor di termini, dovrebbero essere a bordo, erano ridotti di molto. La paga, consegnata loro martedì, è stata di 85 sterline; e poiché 85 sterline sono 85 sterline, quando lasciammo il sommergibile «ancora caldo di Polo», incontrammo per le strade di Weymouth parecchi eroi del Polo che stanotte debbono aver fatto lavorare i baristi senza remissione. Forse il «Times», domenica, intratterrà i suoi lettori sulla convenienza o no che gli eroi scendano cosi rapidamente dal piedestallo di un’impresa storica per alzare il gomito. Certo è che le «ventimila leghe sotto i mari» del «Nautilus» sono finite con una sbronza che nemmeno la fantasia di Verne avrebbe potuto inventare. Anche questo finale, allegro e marinaresco, riscatta la storia di questa avventura polare, le toglie l’astratta patina di science fiction che sembra ricoprirla. Con la sua paura e la sua allegria, l’equipaggio del «Nautilus» l’ha fatta diventare la storia di 116 uomini coraggiosi.

3 agosto 2017 (modifica il 4 agosto 2017 | 08:28)

Chi è Sayf al-Islam Gheddafi, il "fu" erede del Rais Muammar

ilgiornale.it
Gianni Carotenuto - Gio, 03/08/2017 - 14:13

Il secondogenito di Gheddafi attacca l'Italia facendo leva sull'odio contro gli italiani. L'obiettivo? Tornare a fare politica come ai vecchi tempi



In queste ore il dibattito sulla questione Libia-migranti è animato dalle accuse all'Italia di Sayf al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar. Ma chi è veramente Sayf? E quali sono i suoi obiettivi? Sayf al-Islam, nelle intenzioni di papà Muammar, doveva diventare il suo erede. Ma nel novembre del 2011 venne rapito dalle milizie che contemporaneamente stavano uccidendo il genitore, che aveva retto il Paese con il pugno di ferro per più di 40 anni.

Tuttavia, dopo essere finito agli arresti, di recente Sayf è tornato agli onori delle cronache con un nuovo ruolo che potrebbe risollevarlo dalla polvere in cui è precipitato dopo la "primavera araba" del 2011. Il tutto cavalcando una battaglia sulla quale il padre - e il clan che lo sosteneva - ha fatto affidamento per un lungo periodo: l'odio contro gli Italiani.

Dopo averli definiti "un popolo di cani e maiali", era arrivato a chiedere il risarcimento per il genocidio dei libici deportati alle Tremiti dall'Italietta giolittiana, e infine prendeva Franco Nero e gli faceva interpretare un film sulle gesta di Al Mokhtar, il leader della resistenza impiccato dal generale Rodolfo Graziani.

La resurrezione di Sayf è iniziata lo scorso giugno, quando è stato improvvisamente liberato dal battaglione Abu Bakr al Siddiq che lo deteneva, in seguito alla concessione di una amnistia votata dal Parlamento di Tobruk. Da allora è sotto la protezione del governo libico orientale e spesso ospite della roccaforte di Bayda.

Proprio come il padre, Gheddafi Jr. può contare su una serie di appoggi e protettori nell'universo tribale libico. "E' protetto dal popolo libico, dalle tribù. Il suo potere sta proprio nel sostegno popolare", ha detto il suo avvocato Khaled el Zaidy. E forse non solo le tribù: Saif al Islam Gheddafi ha ottenuto un dottorato alla London School of Economics ed è stato circa quindici anni fa uno degli architetti del riavvicinamento tra regime libico e la comunità internazionale, culminato nel celebre "patto del deserto" firmato nel 2004 da Gheddafi e Tony Blair.

Nel 2003 fece molto discutere una sua intervista al Corriere della Sera, in cui definì l'attentato a Nassiriya un atto di resistenza e non terrorismo. Successivamente, la sua vita e quella della famiglia sono state sconvolte fai fatti che hanno portato alla destituzione e all'uccisione del padre Muammar.
Dopo l'arresto, nel luglio 2015 una corte libica lo condanna a morte, dichiarandolo colpevole di crimini di guerra. La condanna viene però definita "illegale" dall'esecutivo di Tobruk e si inizia a capire che gli equilibri politici della Libia stanno per rimescolarsi, una volta di più.

Nel 2011, all'alba della rivoluzione, Sayf al-Islam era stato visto incitare un gruppo di sostenitori armati di Gheddafi al massacro dei manifestanti, da lui definiti "un gruppo di islamisti drogati e ubriaconi". Ma la cosa pare ormai appartenere al passato. E Sayf al-Islam Gheddafi ritorna sulla scena, proprio rievocando il passato.

Niente diritto all'oblio per Vittorio Emanuele: "Ha colpa nella morte di Hamer"

ilgiornale.it
Chiara Sarra - Gio, 03/08/2017 - 18:01

Vittorio Emanuele di Savoia "ha responsabilità" nelle morte di Hamer. Per questo per la Cassazione non ha diritto all'oblio



Vittorio Emanuele di Savoia sarà pure stato assolto dai giudici francesi dalle accuse di omicidio volontario del giovane tedesco Dirk Hamer. Ma non per questo è "esente esente da responsabilità sotto ogni altro profilo". E per questo non può avvalersi del diritto all'oblio.

Lo ha deciso la Cassazione, confermando l'assoluzione di Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica, denunciato per diffamazione da Vittorio Emanuele di Savoia. Per i giudici, infatti, "assume pur sempre rilievo civilistico ed anche etico" che quella morte "avvenne nel corso di una sparatoria a cui partecipò Savoia, al di fuori di ogni ipotesi di legittima difesa". Tra l'altro, ricorda la Suprema corte, in un'intercettazione lo stesso principe "rese una confessione" sulla vicenda.

Il caso Stampa è una lezione di democrazia

lastampa.it
vladimiro zagrebelsky

C’è un elemento straordinario e benvenuto nella vicenda della perquisizione subita da Gianluca Paolucci, giornalista di questo giornale. Si tratta dell’ammissione di un errore materiale commesso dalla Procura della Repubblica nel consegnare tutto un blocco di documenti a un avvocato che aveva legittimamente chiesto copia di alcuni soltanto di essi. 

Il giornalista li aveva tutti ricevuti credendo che il segreto fosse quindi stato levato e li aveva pubblicati. Dai documenti si ricavavano informazioni di grande interesse pubblico (contatti di un’impresa assicuratrice con deputati per ottenere una legislazione favorevole). Accertato l’errore, il Procuratore della Repubblica l’ha pubblicamente riconosciuto scusandosene e disponendo riparazione. Comportamento inusuale, purtroppo, e da segnalare, perché educato, civile e democratico nel rapporto tra autorità pubblica e cittadino. 

Ciò detto, la vicenda merita qualche altra considerazione che prescinde dall’errore che ne è all’origine. Nel caso specifico la Procura della Repubblica doveva accertare quali documenti ancora segreti fossero giunti nelle mani del giornalista e impedirne l’ulteriore diffusione. L’interesse non era infatti in quella fase la ricerca della fonte da cui il giornalista aveva ottenuto i documenti. Semmai sarebbe stata la natura dei documenti a orientare successivamente la ricerca della fonte da cui i documenti erano usciti (brogliacci di intercettazioni telefoniche non trascritte e rimaste presso la polizia giudiziaria o invece atti già formalizzati nel fascicolo del magistrato).

Se invece si fosse trattato di sequestro di cellulari e computer del giornalista, alla ricerca dell’identità di chi gli aveva fornito documenti e notizie ancora segreti, le perplessità sarebbero serie. Esse hanno riguardato le recenti perquisizioni e sequestri disposti dalla Procura di Napoli nei confronti di un giornalista che aveva pubblicato che un ministro e il comandante generale dei carabinieri erano iscritti nel registro degli indagati, essendo sospettati di aver comunicato agli interessati l’esistenza di un’indagine a loro carico (caso Consip).

Anche in quel caso la notizia, ancora coperta da segreto, era di evidente grande interesse pubblico (tanto che il Parlamento ne discusse poi le conseguenze). Nonostante la prima apparenza, quindi, i provvedimenti delle due Procure della Repubblica sono diversi. Ma l’occasione permette di ricordare che la libertà della stampa di informare sui fatti d’interesse per la pubblica opinione è essenziale alle democrazie. Vi sono certo limiti, quando siano in gioco importanti ragioni di segreto. Ma è necessario che notizie utili a formare l’opinione pubblica in una società democratica possano divenir note.

Potrebbe avere positivo effetto la previsione dell’accesso dei giornalisti al contenuto delle indagini penali, con riduzione del segreto al minimo e per tempi stretti, compatibili con le esigenze dell’informazione pubblica. Non sembra però questo l’orientamento legislativo. In ogni caso la condizione essenziale del lavoro dei giornalisti è la protezione delle loro fonti, che non è un privilegio del giornalista, ma un dovere professionale. Esso riguarda le fonti lecite come quelle illecite, che violano i loro doveri di riserbo. 

Esse possono legittimamente essere cercate e punite. Ma se la confidenzialità del rapporto tra la fonte e il giornalista non fosse garantita le fonti si esaurirebbero e con esse la stessa possibilità della stampa di svolgere il suo ruolo. La Corte europea dei diritti umani ha quasi sempre ritenuto sproporzionati perquisizioni e sequestri di materiali (specie informatici) dei giornalisti, che permettono alle autorità pubbliche di conoscere tutta la rete dei rapporti del giornalista. 

La Corte europea ha ritenuto giustificato l’agire delle autorità in casi in cui la scoperta della fonte del giornalista era indispensabile in indagini per fatti gravissimi (per esempio, terrorismo), mentre perquisizioni e sequestri nei confronti di giornali e giornalisti non sarebbero giustificati per il solo fatto che le notizie pubblicate sono ancora segrete. L’utilità probatoria in un’indagine penale non è l’unica che dev’essere tenuta in conto. Per esempio, in un caso del 2003 (Ernst c. Belgio), in cui alcuni magistrati erano sospettati di violazione del segreto istruttorio, la perquisizione e i sequestri nei confronti di giornali e giornalisti che avevano pubblicato le notizie sono stati ritenuti sproporzionati e così violata la libertà di stampa.

Tutti gli organismi europei competenti in materia di democrazia e libertà di stampa si preoccupano del cosiddetto chilling effect, l’effetto di inibizione che si genera su tutta la professione giornalistica e sulle fonti da cui essa raccoglie le notizie. La questione non riguarda quindi questo o quel giornalista, questo o quel giornale, ma la libertà di stampa nel suo complesso. È quindi ragione di sollievo sapere, attraverso la comunicazione del Procuratore Spataro, che si è acquisito legittimamente ciò che costituiva corpo di reato e non si è invece cercato di entrare nella rete di rapporti, contatti e fonti del giornalista.

La storica segretaria di Caprotti lascia Esselunga, ha ereditato 75 milioni di euro dal fondatore

lastampa.it
nicola lillo

La donna, oggi 69enne, in pensione dal 2008, era presente ancora in azienda come consulente ed era considerata la “memoria storica” dei supermercati italiani


Bernardo Caprotti con la moglie Giuliana e la figlia Marina

La storica segretaria di Bernardo Caprotti, Germana Chiodi, che ha ereditato la metà dei risparmi del fondatore di Esselunga (75 milioni di euro), lascia il gruppo. La donna, 69 anni, in pensione dal 2008, era presente ancora in azienda come consulente ed era considerata la “memoria storica” dei supermercati italiani.

Chiodi nei giorni scorsi ha mandato un comunicato all’azienda relativo alla sua decisione di interrompere la collaborazione per motivi personali. «Germana custodisce il ricchissimo archivio che narra anche le molte dolorose vicende familiari oltre che aziendali», aveva lasciato scritto nel testamento Caprotti, morto il 30 settembre 2016 all’età di 90 anni. L’imprenditore ha fondato nel 1957 Esselunga, duellando per anni con le coop rosse e portando il gruppo a diventare la più importante società di grande distribuzione organizzata in Italia.

La donna era entrata a lavorare per il colosso dei supermercati appena maggiorenne, nel 1968. Diventata dirigente a capo della squadra che compone la segreteria del gruppo, era diventata il consigliere di Caprotti e di fatto la sua figura ombra nella gestione. Alla dipendente è andato come detto il 50% della liquidità dell’imprenditore, mentre i cinque nipoti hanno ricevuto la restante metà del patrimonio, che corrisponde a circa 15 milioni di euro a testa. Chiodi, nell’ultima fase in cui Caprotti non era più in azienda, aveva la responsabilità della segreteria di direzione di Esselunga e assisteva anche Giuliana, moglie in seconde nozze di Caprotti, e la loro figlia Marina. 

A metà giugno, con una breve lettera interna a quadri e dirigenti, Giuliana Albera e Marina Caprotti hanno chiuso le porte a possibili acquirenti interessati al gruppo: «Esselunga non è in vendita», hanno scritto. La vedova e la figlia del fondatore di Esselunga - socie di maggioranza con il 70% di quote nella catena di supermercati e il 55% della società degli immobili La Villata - non si sono lasciate convincere dalla maxi offerta da 7,3 miliardi di euro arrivata dalla società di investimenti cinese Yida Investment Group. Il gruppo inoltre ha deciso di sbarcare a Piazza Affari: è la prima catena della grande distribuzione organizzata a fare questo importante passo.

Agosto

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jena@lastampa.it

Anche i politici hanno diritto a un periodo di immeritato riposo.

L’estate col cane

lastampa.it
antonella boralevi



Dichiaro da subito il mio conflitto di interessi. Sono riconoscente a tutti i cani. Ritengo che non solo ci rendano migliore la vita, ma che ce la spieghino. Ho perfino scritto il mio nuovo libro su questo. Il mio bassotto tedesco a pelo ruvido si chiama Byron, ha 13 anni e il suo libro (per interposta penna, cioè la mia) spiega 30 sentimenti umani in un modo che noi umani non sapremmo fare. Per questo, propongo ai single e a chi cerca una pausa dalla coppia quotidiana, una estate col cane. L’opposto dell’abbandono in autostrada. Delitto per cui adesso la Legge commina pene anche gravi (articolo 727 del Codice penale). Arresto di un anno e multa da 1000 a 10.000 euro.

Il cane accanto garantisce una estate serena. Priva di giudizi, critiche e rimostranze. Il tuo cane ti ama per quello che sei. Ti accetta per come sei. Non ti dirà di mettere in ordine, nè che sei sempre il solito. Non sarà mai stufo di te. Accetterà le tue abitudini e vi si adatterà. Il cane è un formidabile accumulatore di relazioni interpersonali. Provate a fare anche pochi passi all’aperto, con qualunque cane accanto a voi. Riceverete sorrisi. Commenti festosi. Domande. Si avvicineranno altri proprietari di cani, che magari l’hanno perduto e cercano una sponda per poterne ancora parlare. La scena di apertura de “ la Carica dei cento e uno” resta il manifesto più efficace della sociabilità che il cane ci regala.

Può anche darsi che, da single con cane, vi ritroviate partner magari con due cani di coppia.Il cane è un antidoto alla noia. Ha sempre qualche idea in testa e ve la propone come può. Vi costringe a uscire nel mondo. Intuisce il vostro stato d’animo e reagisce di conseguenza. Vi consola. Vi stimola. Vi coccola. Poichè in italia ci sono 7 milioni di cani (dato 2015, probabilmente superato), alberghi , spiagge, villaggi turistici ne hanno dovuto prendere atto. Resta il problema dell’aereo. Il cane dentro la stiva rischia di uscirne morto. Delta Airlines , da un anno , ammette i cani in cabina con i loro padroni.

Buona Estate.
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