mercoledì 2 agosto 2017

I siti online non rispettano la legge sui cookie

lastampa.it
andrea daniele signorelli



Non è un segreto: la pubblicità che popola le pagine internet è attentamente targettizzata in base al profilo di ogni singolo utente. Questo è possibile grazie ai cookies di tracciamento , strumenti che vengono installati sul nostro computer mentre navighiamo in rete per osservare come ci comportiamo online e, di conseguenza, scoprire che tipo di consumatore siamo e che prodotti potrebbero interessarci. La raccolta di queste informazioni, utilizzate dalle agenzie pubblicitarie ma non solo, pone ovviamente grossi problemi in termini di privacy, soprattutto vista la poca consapevolezza che gli utenti hanno del controllo che viene svolto sulla loro attività. 

Per far fronte a questa situazione, l’Unione Europea ha varato una normativa (attuata in Italia nel 2015 dal garante della privacy) che obbliga ogni sito che utilizza cookies di tracciamento a dichiararlo esplicitamente, a fornire informazioni sul funzionamento di questi strumenti e a consentire all’utente di rifiutarsi di essere monitorato. 

Una ricerca compiuta all’interno del Dipartimento di Elettronica e Comunicazione del Politecnico di Torino ha però scoperto come la maggior parte dei siti europei aggiri la direttiva: “Abbiamo osservato il comportamento di 35mila siti in 21 paesi UE, scoprendo come il 65% di questi utilizzi strumenti di tracciamento prima ancora che l’utente abbia fornito l’autorizzazione”, racconta a La Stampa il ricercatore Hassan Metwalley, uno dei quattro autori dello studio. “Da paese a paese non ci sono significative differenze, che invece si vedono a seconda delle categorie: i siti di informazione arrivano addirittura al 92%”.

In poche parole: prima ancora che l’utente abbia dato (o meno) il suo consenso all’utilizzo dei cookies, vengono installati dei sistemi di tracciamento che continuano a svolgere il loro lavoro anche nel caso in cui venga negato il consenso. La legge, in questo modo, viene infranta; ma come mai, allora, nessuno viene colpito dalle salatissime multe previste (fino a 120mila euro)? “Il controllo è delegato alle autorità di ogni singolo paese e in Italia dovrebbe occuparsene il garante della privacy ”, spiega il ricercatore Stefano Traverso. “A mio parere, una mancanza della normativa europea è che non indica chiaramente come dovrebbero essere fatti i controlli a livello tecnico. Il risultato è che i controlli magari ci sono, ma sono molto frammentari”.

Come difendersi allora da chi spia il nostro comportamento online a fini pubblicitari (e non solo)? Solitamente si sfruttano strumenti appositi come Ghostery (finito però al centro di qualche polemica ), come PrivacyBadger o DisconnectMe . La difesa della privacy, però, non riguarda solamente i singoli utenti, ma anche le aziende: “I cookies di tracciamento possono ricostruire l’attività di un’intera azienda semplicemente seguendo i singoli dipendenti”, prosegue Metwalley. “Dopodiché, questi dati possono essere usati anche per portare attacchi hacker mirati”.

E gli strumenti canonici, per quanto possano difendere l’utente normale, non sono sufficienti a livello aziendale: “Ghostery, per esempio, ha nella sua blacklist 2mila tracker, ma in tutto il web ce ne sono più di ventimila”, spiega ancora Traverso. “Per questa ragione, all’interno del Politecnico, abbiamo dato vita a Ermes Security , una startup che utilizza il machine learning per riconoscere i cookies di tracciamento in maniera automatica, senza bisogno di compilare una lista manuale”.

Uno dei problemi principali rimane però la scarsa attenzione che la maggior parte delle aziende ha nei confronti delle tematiche relative alla sicurezza, il che le lascia esposte a spionaggio, attacchi hacker, furti di dati e quant’altro. Visti anche i recenti casi italiani , sembra davvero essere giunto il momento di prestare maggiore attenzione alla propria sicurezza (e privacy) virtuale.

Condannato lo scroccone seriale. Diceva: «Sono tedesco, non pago»

corriere.it
di Marco Gasperetti

Due anni e due mesi e divieto, anche se cittadino comunitario, di stare in Italia. Ha preso d'assalto bar e ristoranti storici bevendo e mangiando senza tirare fuori un centesimo. Tra i locali colpiti lo storico Caffè Giacosa


Roland «lo scroccone»
Roland «lo scroccone»

FIRENZE – «Sono tedesco non pago». Per mesi «Roland lo scroccone» ha terrorizzato ristoratori e gestori di bar di mezza Firenze mangiando e bevendo senza mai pagare un centesimo per poi, dopo essere stato fermato, tornare libero pronto al colpo successivo. Ma adesso anche la giustizia italiana ha fatto il suo corso e il giudice Gaetano Magnelli l’ha condannato a due anni e due mesi di carcere e ha ordinato l’allontanamento dal nostro Paese. Roland Siedler, 38 anni, per un po’ di tempo dovrà accontentarsi del vitto del carcere di Sollicciano dove è stato rinchiuso in attesa di essere rimandato in Germania. Non uscirà perché, come ha stabilito il magistrato, sarebbe pronto a reiterare il reato, ovvero ad entrare in qualche locale a mangiare, bere e naturalmente non pagare.
«Pagano gli italiani»
E ne ha girati tanti Roland il tedesco, di bar e ristoranti, con una predilezioni per i più blasonati di Firenze e dintorni. Qualche esempio? Si è scolato sette birre al mitico Giacosa, davanti a Palazzo Strozzi; ha gustato tre «doppio malto» al Bar Palazzo Vecchio, in piazza della Signoria. E poi ha preso di mira un bar storico di piazza della Repubblica e si è divorato una fiorentina di pura chianina al ristorante Gallo Nero di Greve in Chianti annaffiando il fiero pasto di buon vino rigorosamente docg. Il tutto naturalmente gratis. Perché a chi gli chiede il conto lui risponde quasi sempre con queste fatidiche parole: «Pagano gli italiani, io sono tedesco».
Parla tre lingue
I carabinieri del comando provinciale di Firenze agli ordini del colonnello Giuseppe De Liso, lo avevano beccato più di una volta, denunciato e persino arrestato con divieto di dimora. Ma non era servito a molto. Roland il tedesco riacquistava la libertà, secondo codice, poco dopo, magari un po’ meno brillo del solito ma deciso a mettere a segno un nuovo colpo da maestro. È un clochard atipico, dicono gli investigatori, furbo, gentile quando gli fa comodo, parla almeno tre lingue e non ha paura di niente. Potrebbe aver messo a segno decine di bevute e pranzi gratis perché non tutti l’hanno sorpreso in flagranza o hanno chiamato le forze dell’ordine.
Il bigliettino
Al Bar Giacosa prima di andarsene senza tirar fuori un centesimo aveva lasciato un bigliettino con scritto in italiano che avrebbe pagato la chiesa cattolica. Poi il turno era cambiato e lui si era ripresentato il giorno dopo senza che nessuno lo riconoscesse. Si era seduto su un tavolo all’aperto con vista su via Tornabuoni, aveva bevuto altre sei birre, mangiato un toast e un panino per un totale di 55 euro e poi si era rifiutato come sempre di pagare. Arrestato, era stato rilasciato poche ore dopo. E lui due giorni dopo aveva colpito ancora.

2 agosto 2017 (modifica il 2 agosto 2017 | 10:20)

Roaming, sul traghetto e all’estero attenti alle sorprese mangiasoldi

lastampa.it
sandra riccio

Dopo l’abolizione in Europa alcuni operatori hanno alzato le tariffe dei cellulari. In mare scattano i collegamenti satellitari e si rischiano bollette molto salate



Vietato abbassare la guardia sul roaming. Le sorprese possono capitare nei momenti più inaspettati, ad esempio nel breve viaggio per raggiungere in traghetto la Sardegna o per passare da un’isola della Grecia all’altra. I rischi arrivano soprattutto da Internet: se prima dell’addio agli extra-costi ci premuravamo, una volta usciti dall’Italia, di verificare che il blocco del traffico dati fosse operativo, adesso siamo portati a pensare che sia tutto libero e ci esponiamo così alle tante trappole svuota-credito. 

Così, la prima estate senza roaming potrebbe diventare molto salata. Non solo. Molte compagnie, per far fronte alla liberalizzazione che porterà meno introiti nelle loro casse, hanno alzato le tariffe e ritoccato verso l’alto la bolletta di molti utenti. Non importa se andremo in vacanza all’estero. Molti di noi pagheranno comunque di più per il telefono. 

Qualche esempio? Wind da metà luglio ha rimodulato i prezzi verso l’alto da un minimo di 1,5 euro a un massimo di 2 su alcune tariffe. Altri operatori si erano mossi già molti mesi prima e avevano rivisto alcuni costi. «Le compagnie non hanno atteso l’addio al roaming - dice Pietro Moretti dell’Aduc - hanno parato il colpo in arrivo con anticipo». 

CREDITO AZZERATO
Tutto questo però è già noto. Le insidie stanno invece tra le pieghe dell’addio al roaming. Pochi sanno, per esempio, che in mare si rischiano brutte sorprese. È quel che è capitato a Fabio, salpato per la Sardegna con la famiglia pochi giorni fa. Una volta a bordo del traghetto è andato subito a dormire insieme a tutto il resto del gruppo. La mattina seguente, i crediti di tutti erano sottozero. Nella notte - dopo l’una - era arrivato l’sms che annunciava l’attivazione della tariffa Tim Nave dal costo di 1,8 euro per 100 Kb. Sempre nella notte i loro telefoni, anche se in stand by, hanno continuato ad aggiornare e scaricare dati. Così hanno finito per svuotare il conto di tutti gli smartphone della famiglia. 

Il motivo? È che in alto mare, su alcuni traghetti, scattano i collegamenti satellitari che sono ben più costosi. Le tariffe lontano dalla costa sono gestite da società diverse dai gruppi italiani del telefono che poi si rifanno sulle compagnie. «Riceviamo diverse segnalazioni riguardo a questo tipo di casi - dice Moretti -. Va ricordato però che se gli importi scalati per l’uso di Internet superano i 50 euro deve scattare il blocco della rete. In alternativa l’utente può chiedere indietro la differenza. Può inoltre chiedere di essere risarcito se non è stato avvisato per tempo dell’attivazione della nuova tariffa, sia voce sia dati».

Anche altri operatori hanno costi alti per chi è in mare. Vodafone, per esempio, applica 3 euro al minuto per ogni telefonata effettuata e 1,75 per quelle ricevute. Si tratta di una modalità che esisteva già prima dell’addio ai costi extra per l’uso del telefono all’estero. Adesso però è più facile finire in questa trappola. Le compagnie avvertono dei prezzi e sui traghetti ci sono gli annunci. Non tutti però, come successo a Fabio, ricevono l’sms in tempi utili. Esiste tuttavia la possibilità - ma bisogna saperlo - di sottoscrivere pacchetti più economici per traghetti e navi.

DALLA SVIZZERA A CIPRO
Non è la sola insidia. Andare in vacanza o anche soltanto attraversare i Paesi vicini a noi può significare salassi al telefono. Svizzera, San Marino, Montenegro e Albania ma anche la Repubblica turca di Cipro del Nord non fanno parte dell’area franca dal roaming. Vuol dire che si paga, e tante volte senza averne la percezione perché il nostro smartphone continua a scaricare dati anche mentre è in tasca.

Sempre riguardo a Internet, ci sono poi i tanti limiti nella navigazione all’estero. I gigabite utilizzabili fuori dall’Italia molte volte non corrispondono a quelli del traffico della nostra tariffa. Possono essere più bassi. Alcune compagnie fanno quindi pagare 7 centesimi a megabyte una volta superati questi limiti, altre abbassano semplicemente la velocità di navigazione.

HomePod di Apple fa la spia sull’iPhone 8

lastampa.it
andrea nepori

In una versione di iOS per lo speaker intelligente è presente un’icona che rivela il design del nuovo smartphone di Cupertino atteso per l’autunno, mentre il codice conferma la presenza del riconoscimento facciale



Sull’iPhone 8 ci sarà il riconoscimento facciale. Una nuova conferma alle indiscrezioni delle ultime settimane arriva direttamente da Apple, grazie ad alcune linee di codice contenute in una beta del sistema operativo di HomePod . Lo speaker intelligente non arriverà sul mercato prima di dicembre, ma nei giorni scorsi Cupertino ha già pubblicato una versione di iOS 11 destinata al dispositivo. La release, indicata come iOS 11.0.2, suggerisce una fase più avanzata di sviluppo rispetto alle beta disponibili per iPhone e iPad. 

Lo sviluppatore brasiliano Guilherme Rambo l’ha subito analizzata, alla ricerca di indizi sul dispositivo. Su HomePod non ha scoperto molto, ma in compenso ha trovato un’icona e dei riferimenti nel codice che non lasciano alcun dubbio sul design e sulle caratteristiche più chiacchierate dell’iPhone di prossima generazione. 

Pearl ID
“Ho deciso di cercare nel firmware delle stringhe che potessero collegarsi alla funzione ‘Face ID’”, ha spiegato Rambo a Wired. “Ho cercato la parola ‘face’ e ho notato che c’erano diversi risultati all’interno di BiometricKit, il framework attualmente usato per gestire il riconoscimento dell’impronta con TouchID”. 

All’interno dello stesso kit, lo sviluppatore ha scoperto una lista di metodi che portano nel nome un riferimento chiaro al riconoscimento del volto, indicato dalle parole “FaceDetect”. Tutti i metodi precedentemente impiegati per la gestione del riconoscimento dell’impronta digitale tramite Touch ID, in iOS 11.0.2 hanno un equivalente per il rilevamento facciale. 


(Alcuni dei riferimenti trovati nel codice di iOS 11.0.2)

Ampliando la ricerca, lo sviluppatore ha scoperto poi che altre porzioni di codice includono la dicitura “Pearl ID” (forse il nome in codice della nuova funzionalità biometrica) accompagnata da un riferimento alla “Infrared Capture”. È un’ulteriore conferma che il sistema potrebbe funzionare grazie al rilevamento degli infrarossi e non dello spettro di luce visibile. 

Nome in codice D22
Nel codice di iOS 11.0.2 l’iPhone di nuova generazione è indicato come “D22”. Rambo ha provato a cercare il riferimento nel codice e ha realizzato una scoperta ancora più sorprendente: un’icona che conferma il design del prossimo smartphone di Cupertino. Anche in questo caso le indiscrezioni (in particolare quelle di Ming-Chi Kuo) si sono rivelate esatte: iPhone 8 avrà un display senza bordi con una barra di stato in alto sullo schermo, dove probabilmente saranno alloggiati alcuni sensori e la fotocamera frontale.

(L’icona che rivela il design di iPhone 8, scoperta nel codice di iOS 11.0.2)

Barra speciale
Altri sviluppatori hanno proseguito il lavoro di Rambo e scoperto altri importanti indizi sulle funzionalità dell’iPhone 8. Steve Troughton-Smith, nome noto nella comunità degli iOS developers, ha suggerito su Twitter che il funzionamento della nuova barra di stato di iPhone 8 potrebbe essere molto più complesso di quanto ipotizzato finora. L’ipotesi è stata subito suffragata dal codice scoperto dallo sviluppatore Jeffrey Grossman. Non è da escludere che l’area possa essere addirittura interattiva. Dal codice si intuisce che, a seconda dell’app attiva, la parte superiore del display potrebbe diventare un’unica barra analogica-digitale, mentre a cose normali le icone del Bluetooth, della ricezione e della batteria saranno posizionate a lato, sul display. 

Addio al tasto home
Le ricerche di Throughton-Smith hanno rivelato altri particolari sull’assenza del tasto home sul nuovo iPhone. Nel codice il pulsante è segnalato come “home indicator” e sarà unicamente digitale. In alcuni casi iOS potrebbe anche nasconderlo, ad esempio per lasciare spazio alle app nella modalità a tutto schermo. Una funzionalità “tap to wake”, pure indicata in alcune parti del codice di iOS 11.0.2, potrebbe consentire di attivare il dispositivo con un doppio tocco sullo schermo. Non è chiaro invece come sarà gestita la chiusura delle applicazioni tramite il tasto home virtuale. Confermata, infine, l’assenza del Touch-ID sotto lo schermo, un’ipotesi che era già stata smentita dall’analista Ming-Chi Kuo nelle scorse settimane. 

“Non ho visto nulla che suggerisca la presenza di un Touch-ID a ultrasuoni sotto il display”, ha scritto su Twitter lo sviluppatore. “Pare che non ci sarà quest’anno. Cancellatela dalla lista”. 
Gli ha fatto subito eco Rambo, con un tweet che conferma la scoperta, codice alla mano. In questo momento gli sviluppatori stanno continuando ad analizzare il codice, alla ricerca di altre novità. Stupisce ancora come sia stato possibile pubblicare in anticipo un simile forziere di informazioni confidenziali. Le rivelazioni di queste ore sono la breccia più importante nella segretezza di Apple dopo lo smarrimento di un prototipo di iPhone 4 in una birreria di Redwood City, nella primavera del 2010.  

Nasce il bitcoin cash. “Così pagamenti più veloci”

lastampa.it
carola frediani

Cambio di pelle per la moneta elettronica più famosa



Sarà un agosto bollente per il mondo bitcoin. Anche se, probabilmente, non la catastrofe paventata fino a qualche tempo fa. Dopo mesi di dibattiti e faide interne, la più nota moneta elettronica basata sulla crittografia sta infatti attraversando una fase di passaggio delicatissima.

Un cambio di pelle, per certi versi. Che sta producendo una serie di effetti collaterali. Uno di questi è la nascita, a partire da oggi, di una ulteriore moneta di nome bitcoin cash, originata dal suo stesso ceppo, ovvero dalla stessa «blockchain», il database distribuito delle transazioni, il loro registro pubblico e decentralizzato. Una nuova valuta che potrebbe sgonfiarsi nel nulla in poco tempo o diventare invece un insidioso concorrente di bitcoin. Ma andiamo con ordine.

Le dimensioni. I dolori della più nota criptomoneta nascono tempo fa, quando ci si è accorti che, con la crescita di bitcoin, c’era un problema di taglia. Il sistema, basato su una catena di blocchi che confermano e registrano i movimenti della valuta, può processare soltanto fino a 1 megabyte di transazioni ogni 10 minuti. Ciò significa che ci vuole sempre più tempo per approvare i vari movimenti, dato che il volume giornaliero di operazioni è in aumento.

Ora, se si ha fretta, si può aumentare la commissione che viene pagata ai minatori - coloro che mettono il potere computazionale nel network - per velocizzare un pagamento. Diversamente, tocca aspettare anche delle ore prima di sapere che l’operazione è andata a buon fine. Immaginiamo, dunque, di pagare qualcosa alla cassa di un negozio che accetti bitcoin e dover attendere un tempo lungo e imprecisato, affinché la transazione sia confermata dai nodi della rete. Non esattamente funzionale.

Insomma, il sistema, a causa del suo stesso successo, stava diventando poco sostenibile, penalizzando soprattutto i micro-pagamenti, che da sempre sono una delle comodità di bitcoin. Le liti e il compromesso. Sul se, come e quanto aumentare la dimensioni di questi blocchi - le porzioni di «blockchain» che contengono e convalidano le transazioni - si è aperta, mesi fa, una guerra intestina nella comunità di criptoentusiasti. Che ha fatto temere una vera e propria scissione di bitcoin. Questa, alla fine, sembra essere stata scongiurata, attraverso un accordo della comunità per introdurre una serie di modifiche e migliorie nella criptomoneta. Ma il compromesso raggiunto (di nome Segwit2x) deve ancora essere pienamente attivato.

Il cambio di pelle, ovvero il processo di aggiornamento software, è iniziato a fine luglio e dovrebbe concludersi, se tutto fila liscio, a novembre, quando la dimensione dei blocchi bitcoin dovrebbe essere portata da 1 a 2 megabyte. E nel frattempo qualcuno, a cui questo accomodamento non piaceva, si è dato da fare per trovare soluzioni alternative.

La nascita di bitcoin cash. Così alcuni sviluppatori dovrebbero dare vita, in queste ore, a bitcoin cash (Bcc), una nuova criptomoneta che disporrà di blocchi molto più grandi (8 megabyte) e che avrà in comune con bitcoin tutta la «blockchain» fino al 1° agosto. Ma, da quel momento in poi, biforcherà andando per la sua strada. Il risultato sarà peculiare. «Se prima avevi 10 bitcoin, dopo avrai 10 bitcoin e 10 bitcoin cash. Di fatto gli attuali possessori di bitcoin riceveranno, diciamo così, gratis, dei bitcoin cash», spiega a «La Stampa» Franco Cimatti, presidente di Bitcoin Foundation Italia. «Ma sarà come avere 10 mele e 10 pere. Avranno valori diversi sul mercato».

In ogni caso, la condizione necessaria per avere entrambe le valute dopo il 1° agosto è che gli utenti abbiano pieno controllo delle loro chiavi private, non lasciandole in mano ai portafogli online, poiché i vari servizi che li gestiscono adotteranno comportamenti diversi. E alcuni potrebbero non consegnare agli utenti la nuova moneta.

«Se questa prenderà quota, probabilmente bitcoin perderà mercato», prosegue Cimatti. Alcuni trader ipotizzano anche un possibile calo del prezzo di bitcoin a breve termine. O, comunque, si aspettano un periodo di volatilità delle criptovalute.

@carolafrediani

La rivoluzione dei droni, ecco perché serve una strategia europea comune

lastampa.it
stéphanie fillion



«Quando la gente sente parlare di “droni” pensa subito a un’uccisione mirata da parte degli Stati Uniti». Ulrike Franke*, analista dello European Council on Foreign Relations, cerca di eliminare i luoghi comuni sugli aerei senza pilota. Primo su tutti: non vengono usati solo per uccidere terroristi. E spiega anche perché l’Ue dovrebbe dotarsi di una strategia comune sui droni: «È nell’interesse di tutti gli Stati europei e rappresenta un’opportunità per le esportazioni». 

Quali sono gli stereotipi sbagliati sui droni?
«Si pensa subito alle operazioni segrete degli Stati Uniti in Pakistan, Somalia e Yemen. Queste missioni hanno creato un’idea sbagliata: tutti i droni sono di tipo militare, grandi e armati. Ma le uccisioni mirate non sono la regola. Altri credono che gli Stati Uniti abbiano un monopolio sui droni: questo non è mai stato vero. I droni vengono usati da molto tempo, quelli moderni risalgono al 2000, quando 12 Paesi ne facevano uso. Oggi questi Stati sono circa 90 e i leader del mercato sono Israele, Stati Uniti e Cina». 

MAPPA La diffusione mondiale dei droni nel 2017


Come vengono svolte le attività di sorveglianza e intelligence?
«È la parte più importante dell’uso dei droni, anche di quelli armati. La maggior parte del tempo volano per raccogliere dati. L’uso, ovviamente, dipende dal tipo di drone. Alcuni si tengono nel palmo di una mano, altri hanno l’apertura alare di un aereo di linea. I sistemi più piccoli sono usati dalle truppe di terra per sorvegliare, per esempio, un checkpoint o verificare chi si nasconde dietro un muro. Quelli più grandi sono droni tattici: vengono usati per rintracciare dispositivi esplosivi su una strada o monitore le postazioni nemiche. I più grandi, come il Global Hawk, possono rimanere in aria più di un giorno, sorvegliando aree estese in operazioni di controllo e raccolta dati».

Come dovrebbe essere una strategia europea comune sui droni?
«Bisogna tenere in considerazione due fattori: l’investimento e l’utilizzo. Per quanto riguarda la prima questione, al momento tutti i progetti europei riguardano droni autonomi da combattimento. Il primo sarà pronto nel 2025. Adesso avrebbe senso produrre un piccolo ma robusto sistema di sorveglianza, con o senza armi, dotato di intelligenza artificiale che permetterebbe di usare più droni insieme.

Potrebbero essere usati dai Paesi europei ma anche fuori dall’Ue: si tratta di una grande opportunità di esportazione per l’Europa. Per l’utilizzo della tecnologia militare, invece, la decisione spetta agli Stati membri. Sarebbe interessante parlare di una dottrina europea comune sui droni, ma per il momento dipende del livello di impegno di ogni Stato. Credo che sia conveniente instaurare una maggiore cooperazione e scambio di informazioni tra i Paesi europei in questo settore.

Attualmente il nodo maggiore sull’uso dei droni riguarda le uccisioni mirate: Bruxelles sta pensando di sviluppare una politica comune. È una questione complicata e controversa sulla quale è difficile trovare un’intesa. In tal senso è più facile sviluppare una strategia di investimento piuttosto che sull’utilizzo». 

L’elenco dei Paesi che usano droni armati e dei costruttori


Quali sono le sfide di una politica comune sui droni?
«La più grande è di tipo politico. In un accordo multilaterale, dovrebbero essere soddisfatte le esigenze di tutti gli Stati, evitando eccezioni o favoritismi. Ma le questioni di dove costruire i droni, come suddividere gli investimenti e i tipi di contratti da firmare saranno difficili da risolvere. Alcuni Paesi stanno sviluppando un loro sistema di droni e un progetto comune europeo potrebbe creare complicazioni. Ma la competizione potrebbe anche favorire il sistema di ricerca e sviluppo.

In Europa ci sono molti piccoli produttori. Per esempio la Germania ha sviluppato cinque progetti, di cui quattro portati avanti da produttori quasi sconosciuti. Per i droni più grandi, al momento, il mercato è dominato da Usa e Israele, con la Cina sempre più competitiva. Oggi alcuni Paesi europei, Italia in testa, stanno tentando di acquistare droni armati. Per il momento, il Regno Unito è l’unico che usa droni armati prodotti dagli Usa. L’Italia possiede Predator statunitensi disarmati ma chiede da tempo a Washington di poterli armare. Credo che succederà presto: l’Italia diventerà allora il primo Paese dell’Ue con droni armati».

Come si affronta il tema legale e di diritti umani in relazione ai droni?
«Non ci sono aspetti illegali sui droni in quanto tecnologia. La parte controversa, secondo gli avvocati internazionali per i diritti umani, è l’uso di velivoli armati fuori dai luoghi ufficiali di guerra. L’uso di droni o altre tecnologie per colpire il nemico è una strategia usata da sempre. Il problema sorge quando uno Stato dà la caccia a un terrorista in un luogo dove non c’è ufficialmente una guerra, come hanno fatto gli Usa in Pakistan, Yemen e Somalia. In questo caso c’è il problema della sovranità del Paese e del diritto dei cittadini di essere giudicati in un tribunale.

Il nodo non è relativo ai droni in sé, ma a come vengono utilizzati. Posso dire che l’Unione Europea sta facendo grandi sforzi per avviare una politica comune per circoscrivere l’utilizzo dei droni fuori dei campi di battaglia convenzionali. È il momento giusto per affrontare il problema perché questi velivoli stanno proliferando rapidamente. Tra pochi anni saranno sempre di più i Paesi in possesso di droni armati: di recente si sono mostrati interessati Germania, Italia, Spagna, Francia, Polonia e Olanda». 




* Ulrike Franke è un’analista dello European Council on Foreign Relations. Ha fatto parte del team di ricerca del Relatore speciale dell’Onu Ben Emmerson sui diritti umani e la lotta al terrorismo. In quel contesto ha lavorato sull’uso dei droni

Milano, violenza sessuale su due bimbe: arrestato muratore egiziano

ilgiornale.it
Luca Romano - Mar, 01/08/2017 - 11:55

L'uomo stava facendo i lavori di ristrutturazione in casa. Aveva precedenti sempre per stupro

Arrestato a Milano per violenza sessuale aggravata nei confronti di minori un egiziano di circa 50 anni, N.S., che ha abusato negli ultimi due mesi di due bambine di 10 anni.


L'uomo stava effettuando dei lavori di ristrutturazione nella casa della famiglia delle due vittime e ha approfittato dell'occasione per abusare di loro. L'egiziano, che ha una moglie e dei figli, ha precedenti per violenza sessuale che risalgono a cinque anni fa. A denunciare il fatto è stata la madre delle vittime notando degli strani comportamenti dell'uomo. Parlando con le figlie ha poi capito quanto era accaduto. L'uomo è stato bloccato nella sua abitazione.

Parla il "poliziotto coraggio": "Vi racconto la mia verità sull'immigrazione"

ilgiornale.it
Elena Barlozzari - Mar, 01/08/2017 - 09:18

Daniele Contucci, l'agente divenuto famoso per aver denunciato tra i primi il malaffare ed il business che si celano dietro all'immigrazione, si sfoga in un libro: "Dalla passione alla rabbia"

Daniele Contucci, 46 anni ed una divisa cucita addosso da sempre. La stessa che sognava sin da ragazzino oggi è divenuta stretta, soffocante. Così nasce “Dalla passione alla rabbia” (Ed. Il Seme Bianco), libro in cui Contucci, ormai ex membro di un’unità altamente specializzata in materia di immigrazione, mette nero su bianco “tutto il mio percorso” e “tutta la mia rabbia”.


Dopo 27 anni di servizio la passione è diventata rabbia. Quando e perché?
“Quando, nel 2010, sono stato trasferito alla Direzione Centrale Immigrazione e Polizia delle Frontiere e, più precisamente, in una Task Force altamente specializzata in materia di immigrazione denominata Unità Rapida Intervento (Uri). L’esperienza diretta sul campo mi ha permesso di constatare alcuni aspetti della fallimentare gestione del fenomeno migratorio: l’esposizione al rischio malattie infettive durante gli sbarchi dei migranti, i mancati fotosegnalamenti ed il pantano burocratico del Cara di Mineo dove le pratiche d’asilo vengono completate in 18 mesi.

Così ho cominciato a denunciare pubblicamente quello a cui assistevo e, da allora, la Uri è stata prima demansionata e poi chiusa. E non solo, le mie denunce davano così fastidio che sono stato ‘parcheggiato’ in ufficio ad inserire nominativi in una banca dati, postazione dove era praticamente impossibile riscontrare anomalie. Ecco perché la passione per il mio lavoro, attraverso cui ho sempre cercato di portare avanti ideali di giustizia, onestà e correttezza, si è trasformata in rabbia per aver subito ritorsioni al limite del mobbing.”

Ci spiega, esattamente, di cosa si è occupato negli ultimi anni?
“Ho coadiuvato il personale di polizia locale di diverse Questure d’Italia nella trattazione del rilascio dei permessi di soggiorno, ottimizzando e uniformando le relative procedure. Con l’istituzione dell’emergenza Nord Africa del 2011 ho contribuito all’apertura dei Centri di Accoglienza Temporanei nel Sud Italia. Dal 2013, poi, sono stato impiegato al Cara di Mineo e nei porti di sbarco migranti dove ho contribuito a snellire, da 18 a 6 mesi, la permanenza per la definizione delle pratiche dei richiedenti asilo al Cara di Mineo, con tanto di riconoscimento da parte del Questore di Catania.”

E adesso?
“Adesso sono in convalescenza in un ospedale militare a causa dello stato ansioso depressivo che si è innescato in questi mesi di calvario.”

Se le dico business dell’immigrazione cosa mi risponde?
“Le rispondo Cara di Mineo. Ogni richiedente asilo ha un costo al giorno per lo Stato di 35 euro, il Cara di Mineo durante il periodo in cui lavoravo ne ospitava quasi 4000, provate a moltiplicare questa cifra per un anno e troverete la risposta. Non a caso, in seguito alle indagini su ‘Mafia Capitale’, il Cara è divenuto il simbolo del malaffare e del business dell’immigrazione. Resta emblematica la frase: ‘Gli immigrati rendono più della droga’.”

E in questo le Ong che ruolo hanno?
“Parallelamente alle operazioni di soccorso ufficiali, ci sono altri salvataggi, quelli messi in atto dalle organizzazioni di volontariato che si spingono fino alle coste libiche incentivando così le partenze e alimentando le organizzazioni criminali. Questo non è umanitarismo ma speculazione. Qualche Procura siciliana, e non solo, sembrerebbe aver aperto dei fascicoli sul caso. Aspettiamo gli sviluppi della magistratura.”

Cosa ne pensa dell’iniziativa di pattugliamento delle acque libiche messa in campo da Generazione Identitaria?
“Penso che è un’iniziativa buona a livello simbolico, dal punto di vista pratico è inconsistente.”

Gli accordi fatti dal premier Gentiloni con la Libia non sono serviti a contenere il fenomeno. Secondo lei qual è la soluzione?
“Prima di tutto bisognerebbe stabilizzare la Libia. Questa è la condizione numero uno per poter fare accordi vantaggiosi per l’Italia. Al momento ci sono incontri per valutare l’eventuale impiego di navi militari contro i trafficanti. Staremo a vedere cosa ne uscirà fuori, ma resto diffidente. Non ritengo credibile un Governo con un mandato a tempo, che ha ereditato dal precedente una fallimentare gestione del fenomeno immigrazione.”

Il pericolo jihadista viene dal mare?
“Come già segnalato dai Servizi esiste la possibilità che qualche elemento jihadista approfitti delle cosiddette ‘carrette del mare’ per giungere in Italia.”

L’Italia è a rischio attentato?
“Non credo si possa parlare di rischio attentato, con la chiusura della rotta balcanica resta solo il Mediterrano ed un’eventuale azione terroristica sul suolo italiano porterebbe all’inevitabile blocco navale, cosa che non converrebbe a nessuno.”

Altra sua denuncia riguarda il rischio epidemia. Ci spiega quali sono le procedure eseguite al momento dello sbarco e perché non tutelano né gli agenti di polizia né i cittadini?
“Le faccio un esempio concreto, nel giugno 2014 ho partecipato ad uno sbarco al Porto di Augusta. Sono arrivate 1200 persone di cui 66 avevano la scabbia e varie unità con tubercolosi conclamata e noi agenti non avevamo i dispositivi di protezione individuale previsti dal Ministero dell’Interno e della Salute. Temevo d’essermi ammalato e, per precauzione, non ho visto mio figlio per 45 giorni.”

Perché in assenza dei dispositivi di protezione individuale non si rifiutò di procedere alle operazioni?
“Per senso del dovere, si trattava di una situazione emergenziale. Però, a luglio, convinsi tutto il personale dell’Uri ad inoltrare alla nostra Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere la richiesta di esser sottoposti ad accertamenti sanitari. Due giorni dopo l’istanza fu accolta dal Capo della Polizia. Fu emanata subito una circolare sul monitoraggio del personale impiegato nelle operazioni di assistenza, soccorso e scorta ai migranti; con particolare attenzione al controllo del bacillo tubercolare. Sulla scia di tale iniziativa, la Direzione Centrale di Sanità della Polizia di Stato emanò un vademecum informativo, in cui si descrivevano minuziosamente le modalità igienico-preventive da mettere in atto.”

Perché oggi si definisce una vittima del sistema?
“Perché sono stato abbandonato da tutti. Non solo dalla Polizia di Stato ma anche dal sindacato e dalla politica. Inizialmente, un partito di cui preferisco non fare il nome mi aveva supportato dandomi spazio e voce poi anche lì è arrivata la censura. Mi sono sentito sfruttato, letteralmente usato. E infine messo all’angolo.”

Dai soccorsi ai centri di accoglienza La nuova mafia «nera» lucra sui profughi

ilgiornale.it

La cupola nigeriana pericolosa come i clan italiani. Roberti: «Fa paura»

«Lo sapete che abbiamo una comunità criminale nigeriana in Italia che fa paura?». È stato il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti a lanciare l'allarme in una recente audizione alla Camera di fronte al comitato Schengen.


Perché se le conseguenze visibili dell'immigrazione fuori controllo sono i reati commessi da irregolari spesso destinatari di ordini di espulsione mai eseguiti, a preoccupare le autorità è soprattutto la crescente «pericolosità» delle associazioni a delinquere che si nutrono delle masse di migranti dall'Africa. E anche la«connotazione mafiosa» dei sodalizi nigeriani che appaiono «ancora più strutturati delle mafie italiane».

L'ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia certifica come i tentacoli del crimine «nero» siano in grado di intrecciarsi e gonfiarsi con il fenomeno migratorio, di insediarsi nelle pieghe della solidarietà italiana e di utilizzarla agli interessi del loro business.

La Dia rileva come anche gli stessi centri di accoglienza che accolgono i richiedenti asilo diventino lo snodo logistico per gli affari illeciti: le organizzazioni nigeriane oltre ad aver «acquisito una connotazione transnazionale, forti dei collegamenti con i trafficanti operanti in Libia» hanno pure «ampiamente dimostrato una spiccata capacità nella gestione, in totale autonomia, di tutte le fasi della filiera del trafficking e dello smuggling». Un piano che va dal «reclutamento delle vittime» al «programmato abbandono in mare per provocare l'intervento di supporto» dei soccorsi; dall'approdo nei porti italiani sotto la protezione dell'azione internazionale alla «fornitura di documenti falsi per i trasferimenti, fino all'arrivo alla meta con l'inserimento nei mercati illegali».

Il sistema è così collaudato che i clan sono «in grado di pianificare l'allontanamento dei migranti dai centri di accoglienza e il loro smistamento verso il centro-nord del Paese». Operazioni delle forze dell'ordine come «Black Axe» - che ha scoperchiato una cupola nigeriana dedita all'immigrazione clandestina alla prostituzione e al traffico di stupefacenti - hanno portato, nel secondo semestre del 2016, a intercettare 193 stranieri provenienti dal nord Africa e 58 dalla Nigeria coinvolti in reati di associazionismo tra cui quello mafioso. Ma le armi di chi indaga sono spuntate. Lo stesso Roberti ha ricordato che «abbiamo un grosso problema con la Nigeria»: il memorandum d'intesa siglato con quel Paese per contrastare la mafia transnazionale, infatti, non è mai stato attivato, «proprio per la resistenza dei nigeriani».

Sotto la lente degli investigatori, nel cono d'ombra in cui opera la criminalità sulle rotte del Mediterraneo, ci sono anche carichi di droga e possibili legami col terrorismo islamico nella gestione dei flussi di esseri umani. L'inchiesta in corso della procura di Como è sulle tracce di una rete di supporto logistico offerto ai migranti nel nostro Paese: il dubbio è che sia «controllato anche da soggetti nordafricani dei quali ipotizziamo legami con esponenti dello Stato islamico». Uomini collegati Califfato che operano in Europa - e in Italia - per smistare clandestini. O radicalizzarli.

Si masturba vicino a ragazza: per il giudice non è violenza

ilgiornale.it
Franco Grilli - Mar, 01/08/2017 - 18:04

Perché scatti una condanna per violenza sessuale deve essere abbastanza evidente il contatto fisico. E così il ragazzo non finisce dentro

Perché scatti una condanna per violenza sessuale deve essere abbastanza evidente il contatto fisico.

Se non c'è la prova che testimonia il contatto allora si tratta, ai fini processuali, di atti osceni. È questo il giudizio che il giudice Alessandra Cecchelli ha espresso respingendo la richiesta da pare del pm Andrea Paladino di una misura detentiva per un ragazzo di origini marocchine di 27 anni filmato dalle telecamere di sicureza di un pullman mentre si masturbava davanti ad una ragazza. A quanto pare la ragazza si sarebbe ritrovata anche una macchia di liquido seminale sulla gamba una volta fuori dal bus.

Ed è su questo punto che il giudice, come riporta Repubblica, ha basato il suo verdetto respingendo la richiesta del pm: "La vittima riferisce di aver sentito del calore sulla coscia sinistra" dopo che lui è sceso dal tram. "Se l'avesse toccata per masturbarsi certamente avrebbe avvertito sensazioni ben diverse dal mero calore". "Appare difficile perciò quantificare il gesto come violenza sessuale e non piuttosto come atto osceno" scrive il giudice. E adesso il caso farà discutere.

"Manifesto razzista in stazione": rimosso dalle Ferrovie

ilgiornale.it

Una foto che ha scatenato una vera e propria bufera. Si tratta di un'immagine che è apparsa nei cantieri di Grandi Stazioni a Firenze a Santa Maria Novella



Una foto che ha scatenato una vera e propria bufera. Si tratta di un'immagine che è apparsa nei cantieri di Grandi Stazioni a Firenze a Santa Maria Novella.


Di fatto per coprire la zona in cui vanno avanti i lavori per l'installazione dei tornelli, è stata posta questa grande immagine che mostra un uomo di colore bloccato proprio mentre prova ad entrare in stazione. Immediatamente la foto ha suscitato diverse polemiche e così sono dovute intervenire le Ferrovie dello Stato per rimuovere il manifesto: "Non era intenzione da parte dell'azienda offendere nessuno, ci scusiamo se abbiamo urtato la sensibilità delle persone. L'immagine sarà rimossa immediatamente dai cantieri della stazione di Santa Maria Novella".

"E' una campagna razzista schifosa - ha scritto su Facebook il consigliere comunale di Sinistra Italia Tommaso Grassi - è indegna e solletica la pancia della gente". "Foto di un ragazzo con un borsone, tipica iconografia del venditore abusivo, tenuto fuori dalla porta. Lì si entra solo con il biglietto. Meglio se bianchi? Meglio italiani?".

Il gruppo Facebook che scambiò dei sedili per burqa e altre storie di ordinario razzismo

lastampa.it
bruno ruffilli

Una foto postata su una pagina nazionalista svela l’anima intollerante della civilissima Norvegia. Mentre in Sicilia il coordinatore di un gruppo del movimento Salvini alimenta l’odio xenofobo con l’immagine di un uomo in crisi epilettica



I confini della stupidità non sono quelli della geografia: razzisti e intolleranti non esistono solo in Italia, ma anche nella civilissima Norvegia, come dimostra la curiosa vicenda dei burqa che non lo erano ma che hanno fatto infuriare un gruppo nazionalista norvegese.

LA CIVILISSIMA NORVEGIA
La foto postata è questa: 



Sembrerebbe raffigurare sei donne con burqa a bordo di un bus. E così l’hanno interpretata molti membri del gruppo chiuso “Fedrelandet viktigst” o “Prima di tutto la patria”, prodigandosi in commenti xenofobi sulla presunta “islamizzazione della Norvegia”. “Pensavo che sarebbe successo nel 2050, ma sta accadendo ora...”, ha scritto uno. Aggettivi come “tragico” e “terrificante” sono comparsi di frequente nei commenti alla foto. “Sembra davvero spaventoso, dovrebbe essere vietato. Non si può mai sapere chi c’è sotto. Potrebbero essere terroristi con armi”, ha osservato qualcuno. Il riferimento è a una recente proposta di legge della destra norvegese che vieterebbe alle donne musulmane di indossare vesti che ne coprano il volto in luoghi pubblici come scuole e università. 

Qualche giorno e molti commenti dopo, l’utente di Facebook Sindre Beyer ha pubblicato sulla sua pagina alcuni screenshot con le incredibili reazioni dei membri di Fedrelandet viktigst. “Ecco cosa succede quando una foto di alcuni posti vuoti di autobus viene inviata a un gruppo orribile di Facebook e quasi tutti pensano di vedere un mucchio di burka”, ha scritto in un post condiviso migliaia di volte. Già, perché questo raffigura la foto: sei sedili di autobus vuoti.

OH MIA PATRIA SÌ BELLA E PERDUTA
Non che in Italia siamo messi meglio. Lo sappiamo, ma è bene ricordarlo ogni giorno. Il 29 luglio ci ha pensato Francesco Vozza, coordinatore del movimento di Matteo Salvini a Palermo con questo post:



Un uomo sdraiato in mezzo a una strada centrale di Palermo, con un hashtag (#immigrato) e l’incitazione al commento feroce, che puntualmente arriva. “Ma si, dai, tutti noi i sdraiamo per strada , è normale nooo !!!!! Se poi gli passi sopra con la macchina vai pure in galera, mettetelo sdraiato in galera sto DEFICENTE , come può giustificare questo non lo so, che commento da pidiota , buonista del ......”.

E ancora: “Prova a farlo nei loro paesi....ti prendono a calci se tutto va bene...se poi sanno che sei un cristiano....magari ti impiccano...vai vai nei loro paesi..”. 

Ma pure: “Salvini è un signore invece il PD ci a fatto riempire Palermo di questi betuini che già vogliono comandare l’oro ma che minkia dici vai a ballaro la domenica pomeriggio e non vedi un palermitano sono tutti neri che fanno bordello con stereo a tutto volume.”
L’italiano è periclitante, ma le condivisioni viaggiano veloci: a oggi sono 947. Finché qualcuno non osserva che forse quell’uomo, che ha pure un braccio fasciato, forse sta male. E qualche altro racconta che è conosciuto a Palermo, che soffre di crisi epilettiche e invece di essere insultato e sbeffeggiato, quell’uomo andrebbe aiutato. 

I migranti minorenni sbarcati in Italia: “L’Europa? No, sognavamo la Libia ma lì c’era l’inferno”

lastampa.it
davide lessi

Sono circa 12 mila i minori arrivati nei primi sei mesi del 2017: il 19% ha viaggiato solo. «Gran parte dei 720 intervistati voleva vivere in Nord Africa», il rapporto della Ong Impact

Non sognano l’Italia. E, la maggior parte di loro, nemmeno l’Europa. Ma l’Africa settentrionale. L’altra faccia degli sbarchi la racconta un ragazzo di 17 anni proveniente dal Sudan. «Volevo vivere e lavorare in Libia, ma ho cambiato idea dopo aver provato sulla pelle cosa sta accadendo laggiù. Non potevo restare e ho deciso di affrontare il Mediterraneo». M., così lo chiameremo, è uno dei 12 mila minorenni sbarcati in Italia nei primi sei mesi del 2017: il 19 per cento di loro, come M., ha viaggiato da solo.

Un viaggio lungo (una media di 1 anno e 2 mesi la durata) che, almeno in partenza, non prevedeva di concludersi in uno Stato europeo. Più della metà (il 54%) di 720 minori non accompagnati intervistati dichiara di aver cambiato destinazione dopo essere passati per un’esperienza infernale in Libia. A dirlo è l’ultima ricerca Reach (finanziata dall’Unicef) e condotta dalla Organizzazione non governativa Impact. 

L’inferno libico
È la storia di M., 17enne sudanese. Ma anche di un suo coetaneo del Senegal: «Quando sono partito non sapevo in quale Stato africano mi sarei fermato. Poi in Libia mi hanno obbligato a prendere un barcone per l’Italia. Ho avuto paura dell’acqua, non volevo affrontare il mare…», dice. «Io sono stato picchiato – racconta un altro minorenne originario dal Gambia -. Mi hanno messo in un carcere libico per quattro mesi. E picchiato ancora. Finché hanno deciso che sarei partito per l’Italia. Ora mi appello a tutti, fratelli e amici: “Restate a casa!”». Quasi un minorenne su due racconta di essere stato derubato in Libia. Uno ogni quattro sbattuto in carcere senza capi di imputazione. Dall’inferno, chi può, scappa.

Demitizzare l’Europa
«La nostra ricerca rompe il mito delle migrazioni verso l’Europa», conferma Giulia Serio che ha curato personalmente parte delle interviste della ricerca. «Agli italiani sembra sorprendente ma alcuni Stati dell’Africa del Nord sono visti come Paesi di opportunità professionali». Da Ginevra, sede della Ong Impact, la vice direttrice Gaia Van Der Each conferma: «La Libia nell’immaginario collettivo degli africani che non ci vivono è rimasta un Paese di immigrazione. Insomma, lo studio conferma che non partano solo per guerra o fame, ma tanti lo fanno per cercare condizioni migliori di vita o per altre ragioni personali».

Chi paga il viaggio?
Secondo la ricerca 7 migranti minorenni non accompagnati su 10 partono per violenze, conflitti o difficoltà all’interno della vita famigliare. Hanno di media tra i 16 e i 17 anni. L’11% ha preso la decisione di partire dopo averne discusso con i propri cari. Gli altri hanno fatto di testa loro. Affrontando, in solitudine, le difficoltà del tragitto. «Sono stato giorni senza mangiare e bere», racconta un 16enne del Gambia. Storie di chi ce l’ha fatta. Altre non le sentiremo mai: secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) sono 2.360 i morti mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo. Resta però una domanda che non trova risposta nel rapporto di Impact, Ong indipendente. Chi ha pagato il viaggio ai migranti derubati (uno su due) e-o finiti in carcere (uno su quattro)? La risposta aiuterebbe a capire molto, di cosa sta succedendo in Libia.