sabato 29 luglio 2017

La verità su Bana, la bimba di Aleppo

ilgiornale.it
Roberto Vivaldelli

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Impiegare i bambini come strumento di propaganda mediatica non è certo una novità, soprattutto nel contesto del conflitto siriano. Che questo vero e proprio sfruttamento d’immagine allo scopo di impietosire e sensibilizzare l’opinione pubblica sia opera degli stessi genitori, però, rappresenta qualcosa di stupefacente e al tempo stesso inedito. È l’incredibile storia della piccola Bana al-Abed. A soli 7 anni, infatti, il suo account twitter è divenuto, nei mesi antecedenti la liberazione di Aleppo dai terroristi conclusasi lo scorso dicembre, uno dei profili social più seguiti e discussi.

Dall’account dell’adorabile Bana al-Abed, dal settembre 2016, giungono appelli a favore di un intervento militare contro il presidente siriano Bashar al-Assad e contro la Federazione Russa. Bana twittava da Al-Muasalat, quartiere situato nella parte nord-orientale di Aleppo e al tempo occupato dai terroristi. La giornalista indipendente Eva Bartlett ha recentemente ricostruito i legami tra i genitori della piccola e gli islamisti. Perché dietro quello sguardo innocente, che sembrava denunciare gli orrori della guerra, c’è molto di più.

Dalla Siria alla Turchia

Nonostante i tweet apocalittici – «Sto parlando al mondo, vivo ad Aleppo est. Questo è il momento di vivere o morire» – a metà dicembre Bana e la sua famiglia sono stati evacuati in sicurezza dall’esercito governativo a Idlib e poi trasferiti in Turchia, dove hanno ottenuto a metà maggio lo status di rifugiati da Ankara. L’account di Bana, che ora conta circa 369 mila seguaci, continua ad attaccare Assad e il governo russo. La rivista Time l’ha inserita tra le 25 persone più influenti di twitter mentre, lo scorso 30 giugno, è stata annunciata la pubblicazione di un libro, edito da Simon & Schuster.

Una storia apparentemente incredibile, se non presentasse numerosi lati oscuri. Dopo molte critiche e dubbi emersi sulla veridicità dei suoi tweet, complici la punteggiatura perfetta e il linguaggio troppo forbito – poco plausibili per una bambina di soli 8 anni – la madre di Bana, Fatema, ha ammesso di essere l’autrice di alcuni tweet e di gestire in parte il profilo della figlia. Ne è la dimostrazione la lettera che la stessa Bana ha pubblicato sul suo account, indirizzata al presidente Usa Donald Trump, con l’esplicita richiesta di un intervento occidentale contro Assad. Nonostante sia stata pubblicata in maniera acritica dalla BBC, è difficile credere che una bambina di quell’età possa aver scritto di sua iniziativa una lettera di quel tipo e con quei contenuti.

I genitori e i rapporti con i terroristi siriani

Come racconta Eva Bartlett, lo scorso giugno il giornalista siriano Khaled Iskef è andato a visitare la casa di Bana, «situata a pochi metri dall’ex quartier generale di Al Nusra (Al Qaida) ad Aleppo». E non finisce qui. Nella casa, «Iskef ha trovato un quaderno che documenta il lavoro di Ghassan, il padre di Bana, con le formazioni terroristiche nel corso degli anni». Ghassan Al-Abed, infatti, ha militato nella Sawfa Brigade Islamic, formazione salafita vicina ad Al Qaida. Si aggirava spesso all’Eye Hospital di Aleppo, usata per un lungo periodo dai ribelli islamisti come base. Secondo i racconti dei vicini, il padre di Ghassan, Mohammed al-Abed, era un noto trafficante di armi e collaborava con le formazioni terroristiche. Il negozio di armi della famiglia al-Abed si trovava davanti una scuola, nei pressi del quartier generale di Al Qaida – ora Hayat Tahrir al-Asham –  ad Aleppo.

Chi ha seguito il profilo social di Bana, sa inoltre che per un lungo periodo non è mai andata a scuola. Questo perché, sottolinea Eva Bartlett, «nei quartieri controllati dai terroristi, le scuole venivano impiegate come basi per le milizie». Secondo la giornalista investigativa Vanessa Beeley, tra le voci più autorevoli sul conflitto siriano, inoltre, Ghassan al-Abed era il direttore del registro civile del consiglio orientale di Aleppo guidato da Abdul Aziz Maghrab, uno dei capi di Al-Nusra e membro dei caschi bianchi. Insomma, rapporti torbidi quelli dei genitori con i jihadisti, autori di efferati crimini contro la popolazione. Dopo la vicenda del piccolo Omran, un’altra storia terribile in cui i bambini vengono messi al servizio della propaganda di guerra.

"Alle cooperative 21,5 milioni per i clandestini"

ilgiornale.it
Diana Alfieri - Sab, 29/07/2017 - 09:38

La denuncia di De Corato: solo il 5 per cento di chi fa la domanda ottiene lo status di rifugiato

«Se qualcuno si chiedesse quanto fruttano i richiedenti asilo all'indotto delle cooperative, è presto detto: 21 milioni e 472mila euro fino al 2018». Una somma del tutto provvisoria, perché è comunque legata al numero di arrivi nella nostra città. A denunciarlo l'ex vicesindaco e oggi capogruppo di Fratelli d'Italia in Regione Lombardia di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale.

«Quello che emerge nella determina pubblicata dal Comune di Milano - spiega De Corato - è la gestione delle solite cooperative e come, al contrario di altre gare dove i ribassi sono sempre presenti, qui al massimo arriviamo a un ribasso che va dal 2 per cento allo 0,166». Di qui l'accusa. «I più maliziosi potrebbero affermare che tra le cooperative ci sia un tacito accordo, un cartello che fa sì che il prezzo dell'accoglienza rimanga sempre quello. Abbiamo ormai imparato - prosegue De Corato - che l'accoglienza ai presunti profughi fa gonfiare le casse delle cooperative, basta vedere i loro bilanci».

Come esempio vengono citate citiate le due più attive con Arca che dichiarava un introito per le sue attività nel 2011 di 3milioni e 129mila euro, passati nel 2015 a 8milioni e 333mila euro. Farsi Prossimo, invece, ha incassato 10 milioni e 270mila euro.

Dai dati risulta che la percentuale delle domande di asilo bocciate è in crescita e nel 2015 si è consolidata addirittura sul 58 per cento: 66.266 le domande di protezione esaminate nell'anno (l'83 per cento sul totaledelle domande presentate), solo il 5 per cento hanno avuto come esito lo status di rifugiato, il 15 per cento la protezione sussidiaria e il 22 per cento l'umanitaria. «Insomma - attacca De Corato - le persone a cui paghiamo vitto e alloggio sono potenzialmente clandestini e basandoci sui numeri si può dire che su 21 milioni stanziati dal Comune, 10 milioni vanno a chi si rivelerà irregolare.

Andrebbero richiesti a coloro che da clandestini hanno usufruito di servizi non dovuti».
E intanto giovedì sera ancora scene di guerriglia urbana in via Caccialepori, in zona San Siro che per De Corato «si sta trasformando nella Molenbeek di Milano, dove le case popolari sono ostaggio degli abusivi stranieri». Poco dopo le 21.30 un nordafricano, con una mazza, ha aggredito e mandato all'ospedale un giovane marocchino, lasciando una lunga scia di sangue sulla strada».

Siena, immigrato accoltella autista del bus: carabinieri lo fermano sparando

ilgiornale.it
Sergio Rame - Sab, 29/07/2017 - 20:56

Pomeriggio di sangue a Siena. Un ivoriano, da poco allontanato dal centro di accoglienza e in attesa di espulsione, ferisce con tre coltellate al torace l'autista di un bus. Poi attacca i carabinieri

Pomeriggio di fuoco a Santa Colomba, località in periferia di Siena. Un diciannovenne di origini ivoriane, completamente ubriaco, ha dato in escandescenze quando si trovava su un autobus di linea e ha aggredito l'autista 50enne. Ha estratto un coltellaccio e lo ha ferito con tre violenti fendenti assestati al torace. Per fermare la furia dell'immigrato i carabinieri, che nel frattempo erano intervenuti sul posto, hanno dovuto sparare: prima in aria, poi lo hanno atterrato con un colpo alla gamba.

La furia è esplosa oggi pomeriggio, poco dopo le 15. L'immigrato, che era stato allontanato poco tempo prima dal centro di accoglienza di Santa Colomba perché considerato elemento di disturbo e che era in attesa di espulsione, ha perso il controllo dopo una banale lite. Così, appena salito sull'autobus, si è avventato contro l'autista colpendolo più volte con un coltello da cucina. I colpi lo hanno raggiunto in pieno corpo e gli hanno trapassato il torace. Alcuni passanti hanno far da scudo per salvare il cinquantenne e hanno immediatamente allertato i carabinieri che si sono precipitati nel luogo dell'aggressione.

Nemmeno il loro arrivo, tuttavia, ha placato l'ivoriano che ha scagliato una damigiana di vetro contro i militari. Non avendo altro modo per fermarlo, i carabinieri hanno prima esploso alcuni colpi in aria e poi, quando l'aggressore si è scagliato anche contro di loro, lo hanno bloccato sparandogli a una gamba. Nonostante questo l'immigrato ha tentato la fuga lanciando via il coltello che, in un secondo momento è stato ritrovato dai carabinieri nella boscaglia.

Sia l'autista dell'autobus di linea sia il diciannovenne sono stati trasportati all'ospedale delle Scotte di Siena. Da quanto si apprende, le condizioni dell'autista, che ha perso molto sangue per i fendenti ricevuti al torace, sono gravi ed è stato sottoposto a un intervento chirurgico. L'ivoriano è ora in stato di arresto piantonato in ospedale. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, il giovane aveva litigato con il conducente del mezzo di linea lungo il tragitto di andata. Poi, arrivato al capolinea, l'ivoriano è andato a prendere un coltello da cucina ed è tornato alla fermata per scagliarsi contro l'autista.

Cime già scritto, l'ivoriano era in attesa di espulsione dall'Italia. Da quanto si apprende, infatti, il giovane era stato recentemente allontanato dal centro di accoglienza di Santa Colomba perché considerato problematico, con difficoltà legate all'alcol e noto per le sue intemperanze ai gestori dei programmi di accoglienza e alle forze dell'ordine. Situazioni che avevano spinto le autorità a revocargli lo status di richiedente asilo. Non solo. Il 18 luglio scorso era stato arrestato dalla polizia ferroviaria alla stazione di Poggibonsi perché aveva sferrato un pugno a un controllore che gli chiedeva di mostrargli il biglietto del treno. Nonostante tutto questo, era ancora libero di girare per il Paese.

Cento anni dei più audaci soldati della Grande Guerra

lastampa.it
andrea cionci

La costituzione del corpo d’élite, ufficializzata cento anni fa, il 29 luglio 1917, si svolse nel pieno della Grande Guerra



Teschi d’argento, fiamme nere, pugnale fra i denti... La simbologia “macabra” degli Arditi, che fu ampiamente ripresa durante il Ventennio, può destare oggi inquietudine. Eppure, la costituzione di questo corpo d’élite, ufficializzata cento anni fa, il 29 luglio 1917, si svolse nel pieno della Grande Guerra.

Come avvenuto per altri protagonisti del primo conflitto mondiale, la memoria degli Arditi, nell’immaginario collettivo, è rimasta stritolata nella tenaglia della propaganda fascista e della successiva damnatio memoriae del secondo dopoguerra. Ma chi furono realmente questi soldati dotati di smisurato coraggio, vanto del Regio Esercito, che costituirono, in assoluto, le prime unità professionali dell’esercito italiano e gli antesignani degli attuali incursori del 9° rgt. Col Moschin e del Raggruppamento Subacquei ed Incursori «Teseo Tesei» (Comsubin) della Marina militare?


Soldato della Compagnia della morte con pinza tagliafili

Dalle pinze al pugnale
Fin dal 1915, nel tentativo di uscire dall’impasse della stagnante e logorante guerra di trincea, tedeschi e austroungarici avevano costituito pattuglie assaltatrici (Stosstruppen e Sturmtruppen) incaricate di creare varchi nei reticolati nemici, con pinze tagliafili e tubi esplosivi, per consentire l’attacco della fanteria. La risposta italiana fu l’organizzazione delle Compagnie della Morte, i cui militari erano riconoscibili per le pesanti corazze Farina e si distinguevano per il coraggio che consentiva loro di operare direttamente sotto il fuoco nemico. Moltissimi furono i soldati che si sacrificarono volontariamente in questo arduo compito poi sostituito dalle bombarde, sorta di mortai di grosso calibro le cui granate creavano un enorme spostamento d’aria tale da spazzar via il filo spinato e gli altri ostacoli artificiali. 


Il capitano Giuseppe Bassi

Si avvertì, a quel punto, l’esigenza di creare pattuglie di soldati che avessero non solo il compito di aprire varchi verso le trincee nemiche, ma anche di conquistarle e di mantenerle in possesso italiano fino all’arrivo della fanteria. Nell’estate del ’17, a Sdricca di San Giovanni di Manzano nei pressi di Udine, al cospetto di Vittorio Emanuele III, venne ufficialmente riconosciuto il I° Reparto d’Assalto, formato da tre compagnie, in seno alla 2^ Armata comandata dal Generale Capello. (Proprio ieri, a Sdricca, il comando militare del Friuli ha celebrato l’anniversario alla presenza del Generale di divisione Giuseppenicola Tota, capo del V Reparto affari generali dello Stato maggiore dell’Esercito, del colonnello Cristiano Dechigi, direttore dell’Ufficio storico dell’Esercito e dell’associazione d’arma Federazione Nazionale Arditi d’Italia).


Petardo Thevenot

Equipaggiamento e addestramento
Erano, dunque, nati gli Arditi. Il loro distintivo era semplice: un gladio romano con il motto “Fert” di casa Savoia inciso sulla crociera, circondato da un ramo di alloro e da uno di quercia.
Apparvero anche le fiamme nere, mostrine di panno applicate sui baveri della giubba da bersagliere ciclista, aperta sul petto. Oltre al moschetto Mod. ’91, gli Arditi erano equipaggiati con un tipico, spartano pugnale da trincea, con pinze tagliafili, lanciafiamme e con le prime mitragliatrici leggere, le Fiat Revelli “Villar Perosa” (primo mitra al mondo, di creazione italiana). Tra le bombe a mano, che portavano addosso in quantità, un posto privilegiato spettava a quelle di tipo soprattutto offensivo, che potevano essere lanciate in corsa anche senza la necessità di mettersi al riparo. Tra queste, il Petardo Thevenot, una bomba dotata di un involucro sottile la quale, più che ferire con le schegge, stordiva il nemico producendo un fortissimo fragore.


Una cartolina degli Arditi

Le dichiarazioni dei prigionieri austriaci riferivano di quanto fossero terrorizzanti gli attacchi, improvvisi e micidiali, delle pattuglie di Arditi. Questi soldati dovevano conoscere perfettamente anche le armi del nemico, che avrebbero potuto utilizzare soprattutto per mantenere le posizioni appena conquistate. Il loro arruolamento era volontario: i giovani più ardimentosi provenivano soprattutto dagli Alpini, dai Bersaglieri e dalla Fanteria. Gli storici hanno sfatato del tutto la leggenda che li voleva reclutati fra gli avanzi di galera e gli individui patologicamente violenti. Di certo dovevano essere giovani dotati non solo di un coraggio fisico fuori dal normale, di particolari forza, scatto e determinazione, ma anche di alte motivazioni patriottiche.

«Fiamme Nere, avanguardia di morte, siam vessillo di lotta e d’orror, siam l’orgoglio mutato in coorte, per difendere d’Italia l’onor». Recita così una delle strofe del loro inno ed esemplifica quali fossero i loro ideali e obiettivi. L’addestramento era durissimo e le simulazioni impiegavano munizioni vere, non a salve. La rivoluzione operata dal capitano Giuseppe Bassi, “padre” del Corpo, nasceva dalla consapevolezza che per combattere in modo più efficace, era necessario che ogni militare sviluppasse un’appropriata preparazione fisica, tecnica e psichica.

Il modo di combattere lasciava quindi spazio all’iniziativa individuale e la disciplina interna, pure severissima, era garantita soprattutto da uno straordinario spirito di corpo che legava in modo tenace la truppa ai suoi ufficiali. Gli Arditi godevano di alcuni privilegi rispetto ai comuni soldati, sul vitto, l’alloggio, i turni di lavoro, i permessi. Anche questo contribuì a creare in loro una coscienza di élite e, conseguentemente, una certa rilassatezza disciplinare - all’esterno – che, non di rado, provocò alcuni incidenti con i Carabinieri, garanti, invece, dell’ordine e della disciplina più istituzionali. 


Passo Piave, al campo degli Arditi dopo la vittoriosa azione sul Sile

I successi sul campo
Fin da subito arrivarono i risultati. Un mese dopo la costituzione, un reparto di Arditi, nell’XI battaglia dell’Isonzo, oltrepassò il fiume alla testa delle fanterie e conquistò il Monte Fratta; in settembre, vi furono conquiste di linee nemiche sul San Gabriele e sull’altipiano della Bainsizza. Alla fine del ’17, gli Arditi si rivelarono fondamentali per arrestare l’avanzata austriaca dopo Caporetto, facendo scudo al ripiegamento – già ben pianificato, va ricordato – dell’Esercito. Si distinsero anche sull’Altopiano di Asiago dove sostennero prove durissime, così come arginarono l’ultimo grande attacco austriaco nel giugno del ’18, sul Piave: «Tutti eroi, o il Piave o tutti accoppati!» divenne uno dei loro motti. Il XXIII Reparto si guadagnò la Medaglia d’oro al Valor Militare durante la Battaglia del Solstizio. Gli audaci colpi di mano condotti dagli Arditi diffusero, mano a mano, la coscienza in tutti i soldati italiani che le nostre truppe fossero superiori a quelle del nemico. E il Maresciallo Diaz ben conosceva l’importanza del morale dei suoi uomini. 


Arditi in esercitazione con il lanciafiamme a Bussolengo

Un terribile episodio
Per offrire un’idea delle situazioni che si trovavano ad affrontare gli Arditi e di quanto coraggio e sprezzo del pericolo fossero indispensabili per affrontarle, riportiamo uno stralcio dal diario di un loro ufficiale citato nel volume La Battaglia del Solstizio” di Pierluigi Romeo di Colloredo. 
«Un nostro apparecchio [lanciafiamme] rimase senza liquido: il portatore si difese strenuamente, ma venne circondato e bruciato vivo da una ventina di nemici inferociti. Era questa la triste sorte riservata ai rosticcieri [sic] dei lanciafiamme. Mi faccio avanti contro quella masnada imbestialita che sta ancora trafiggendo il cadavere di quel poveretto. Intervenne un altro sergente che cominciò a spruzzare di liquido fiammeggiante quell’assembramento di belve, bruciandole tutte. Mi avvicinai allo spruzzatore in azione e udii scoppiettare le pallottole racchiuse nelle giberne degli avversari che ardevano come torce ed aizzai il vendicatore a proseguire la sua opera distruggitrice, finché non avesse terminato il liquido infiammabile».


Arditi decorati dopo un’azione sul Monte Corno

Il sacrificio
Da 30 a 35 mila Arditi portarono il loro slancio nella Prima guerra mondiale: si contano oltre 3.000 decorati, tra cui spiccano 20 medaglie d’oro al valor militare e 3.000 caduti: ne morì circa uno su dieci. La mortalità nelle file di questi soldati fu altissima, ma il loro sacrificio contribuì a far vincere la guerra all’Italia. 


L’Ardito Ciro Scianna muore baciando il Tricolore
 
Un oblio ingiustificato
Con l’avvento del Fascismo, i reduci si divisero tra fascisti e antifascisti. A tal proposito, il recentissimo volume di Andrea Augello Arditi contro (Mursia ed.) racconta la storia di un gruppo di giovanissimi ex Arditi che, nel 1919, si coagularono in un sodalizio politico e rivoluzionario da cui partirono due esperienze diversissime e antagoniste tra loro, il Fascio di combattimento romano e gli Arditi del Popolo, di ispirazione socialista e comunista.

Anche dal punto di vista militare, durante la Seconda Guerra mondiale, la storia degli Arditi seguì quella del popolo italiano. Ricostituiti, nel 1942, come X Rgt. Arditi del Regio Esercito, si fecero onore, insieme alla div. Livorno, nella difesa della Sicilia durante lo sbarco americano. Dopo l’8 settembre, alcuni reduci del reggimento, in special modo quelli del II Battaglione Arditi al comando del maggiore Marciano, risalirono al nord e furono inquadrati nella divisione di Fanteria di marina «San Marco» della Rsi. 

Altri reduci, rimasti a Roma, invece, aderirono alla Resistenza come, ad esempio, il capitano Baliva già comandante della 101ªCompagnia Paracadutisti che con altri ufficiali e sottufficiali paracadutisti entrò a far parte del Gruppo Bande «Valenti». Anche il I Battaglione del X rgt. Arditi, passò con l’Esercito del Sud, alleato degli angloamericani. Il 20 marzo 1944 assumeva il nome di IX Reparto d’Assalto. Guadagnò una prima medaglia d’argento durante la battaglia di Ancona e una seconda nella battaglia per Bologna. Infine, una Compagnia del IX Battaglione, il 30 aprile 1945, sosteneva a Ponti sul Mincio l’ultimo combattimento in Italia, non solo italiano, ma anche alleato, contro un reparto di Waffen-SS che cercava di raggiungere la Germania.

Le suore lasciano i campi rom: “Troppi prepotenti, Costrette a mollare dopo trentotto anni”

lastampa.it
maria teresa martinengo

Le religiose: “In via Germagnano serve la presenza delle forze dell’ordine e degli educatori”


Suor Rita e suor Carla sono suore Luigine, una congregazione nata nel 1915 ad Alba. Dal 1979 sono vissute prima tra i sinti e poi tra i rom della ex Jugoslavia

«Vi chiudiamo dentro, così non andate via. Se ve ne andate questo campo non sarà più come prima», ha detto un capofamiglia rom a Rita e a Carla. Ma loro, le suore Luigine che hanno vissuto 38 anni nei campi nomadi di Torino, con le lacrime agli occhi un mese fa hanno lasciato la loro casetta di via Germagnano. «Avremmo voluto restare, ma la nostra età e le condizioni del campo non lo permettevano più», raccontano le religiose, sorelle, 78 e 77 anni. Una frase a testa, con serenità e malinconia insieme, le suore Luigine che ai sinti e ai rom hanno dedicato la vita, dando una mano con i bambini, con le medicazioni, con la burocrazia, raccontano. 

PRESENZA AMICA
«La nostra è stata e continua ad essere, perché siamo già tornate più volte, una presenza di amicizia, condivisione di vita». Dal 1979 in via Lega, tra i sinti, poi all’Arrivore, gli ultimi quindici anni in via Germagnano. «Ma il campo comunale di via Germagnano, dove vivono 30 famiglie con la residenza, da cinque-sei anni vive un momento brutto. L’abbiamo detto in Comune: l’abbandono in cui versa è un segnale negativo per i rom prima di tutto». Le suore, che raramente si sono espresse in tutti questi anni, ammettono che «le pietre lanciate di notte contro la roulotte di un poveretto da ragazzi, sono il segno che mancano i genitori, che non c’è più autorevolezza». La scuola è trascurata. «I ragazzi non ci vanno, i genitori non insistono. Il pulmino che li portava non c’è più e per le famiglie è difficile accompagnarli: se li mettono sul furgone capita che appena usciti dal campo prendano la multa. Poi, l’impressione è che il diploma di terza media venga dato con una facilità che non è educativa». 

TROPPI PREPOTENTI
Rita e Carla hanno pianto. «Saremmo rimaste, ma non aveva più senso stare in un posto di cui non si cura più nessuno. Per un po’ ci siamo fermate a pensare alla proposta che i sinti di via Lega, di fronte a via Germagnano, ci hanno fatto. Ci volevano di nuovo con loro, si sarebbero accollati la spesa per comperarci una casa mobile. Ma alla nostra età non avrebbe avuto senso. Così abbiamo accettato la casa che don Ciotti ci ha offerto», spiega Rita. «Certo - aggiunge la sorella, guardandosi intorno nell’appartamento dove si trovano provvisoriamente - per noi come per i rom è difficile abituarci a una casa. Il campo è un’altra vita. Al mattino presto là c’era sempre qualcuno che gridava se volevamo un caffè...».

I problemi sono arrivati dai prepotenti. «Cinque-sei anni fa è arrivata gente che minacciava, bruciava le case, poi le occupava. Ora piazzano i camper dentro l’area, se ci sono controlli se ne vanno. Alcune famiglie in regola se ne sono andate. Noi - tengono a ribadire - non siamo andate via per i rom, ma per l’abbandono: nonostante questa situazione che colpisce i deboli, là non vanno più né vigili, né cooperative. I volontari vengono derisi. Ci avevano detto, in caso di necessità di chiamare la polizia, finito l’orario dei vigili, ma in sei mesi non è mai arrivata».

LAVORO PER LE DONNE
Per Rita e Carla un’altra estate là non sarebbe più stata possibile. Se avessero lasciato la casetta per qualche settimana di riposo, al ritorno probabilmente avrebbero trovato brutte sorprese. Per far sì che il Comune potesse assegnarla a una famiglia in regola e bisognosa, e non venisse, al contrario, occupata da prepotenti, le suore sono rimaste fino all’ultimo: «Mentre uscivamo - ricordano - è entrata una giovane coppia in attesa di un bimbo». Così anche le famiglie vicine in regola sono state protette. «C’era chi ci diceva: se la vostra casa se la prendono “quelli là” noi dovremo andare via». Rita e Carla le loro idee per restituire a via Germagnano un po’ di dignità le hanno spiegate in Comune: «Presenza delle forze dell’ordine, subito, lavoro educativo nel campo. E lavoro per le donne».

A Milos rivogliono la Venere. “L’hanno portata al Louvre con una razzia”

lastampa.it
valentina frezzato

Sull’isola greca è presente solo una copia al Museo Archeologico. Il sindaco ha lanciato una raccolta firme



A Milos rivogliono la Venere. Quella vera, conservata al Louvre, perché una copia (il calco in bella mostra al Museo Archeologico) non basta più. Il sindaco Gerasimos Damoulakis ammette che inizialmente qualcuno sull’isola greca l’ha presa come una boutade, invece è un progetto serio: “La rivogliamo qui, è la nostra dea ed è stata portata via senza transazione economica. Ne abbiamo le prove. È una razzia di guerra”. Lo conferma seduto alla scrivania del suo ufficio, al primo piano del municipio; siamo a Plaka, sulla strada che sale dal porto, a qualche chilometro da dove la statua dell’Afrodite è stata trovata. 


Il sindaco di Milos Gerasimos Damoulakis

Era l’8 aprile del 1820 quando George Kentrotas, agricoltore, stava lavorando nel suo campo, ai piedi della porta est delle antiche mura della città di Melos. Ad un tratto, una statua di marmo di Paros, bianca. Due metri d’altezza. Una donna? No, una dea: Afrodite. La notizia del ritrovamento arriva in fretta al porto e un ufficiale francese raggiunge Kentrotas altrettanto di corsa, perché intuisce l’importanza della scoperta. Qui la storia si divide, binari paralleli: c’è chi sostiene che la statua sia stata pagata dai francesi, per portarla in regalo a re Luigi XVIII (idea dell’ambasciatore francese nell’Impero ottomano), e chi - come il sindaco - invece conferma di avere le prove di una razzia. “In quel tempo eravamo in guerra, sotto il dominio turco - continua Damoulakis -, la statua è stata presa da un ufficiale francese e caricata su una nave da guerra”, la goletta L’Estafette.
 

Il luogo dove fu ritrovata la statua nel 1820

Per questo la rivogliono: dal Louvre a Milos, dove nel frattempo hanno iniziato i lavori di ristrutturazione della vecchia scuola delle ragazze della capitale, in cima alla collina. Come pensa di fare? “Con la raccolta firme. Abbiamo iniziato a metà giugno. Ne servono un milione per potersi presentare al Parlamento Europeo e sottoporre la questione. Non intendiamo percorrere la strada che hanno scelto da Atene per i fregi del Partenone, cioè quella giudiziale”. Fuori dai tribunali, dentro le istituzioni: “Tutte le opere antiche hanno una casa, appartengono al loro luogo d’origine e sono emblemi della nostra civiltà. Per questo con la determina 40 del 2017 questo Comune ha intrapreso azione concreta per il rimpatrio della Venere”.

Esiste un comitato, “for the repatriation of Aphrodite of Milos Home” presieduto dal vicesindaco Zambeta Tourlou, esistono un sito internet dove è possibile firmare la petizione 
(www.takeaphroditehome.gr) e una campagna di comunicazione, “Take me home”, ben visibile in tutta l’isola. Manifesti con il volto triste della Venere si trovano all’aeroporto, locandine alle fermate dell’autobus, poster in municipio, flyer nell’ufficio del turismo di Adamas. La petizione ha già il sostegno dell’Unione dei Comuni della Grecia e una mano sulla spalla da parte del Governo, che nel frattempo si sta battendo (con Londra, perché i fregi del Partenone sono al British Museum) per fare in modo che altri “pezzi” di storia greca tornino a casa. 


Il sindaco di Milos Gerasimos Damoulakis e il vicesindaco Zambeta Tourlou

Non si può non ammettere che la Venere di Milo sia uno dei motivi per cui si va al Louvre, al pari della Gioconda e del Codice di Hammurabi. Anche Damoulakis c’è stato, due anni fa. E non ha pagato il biglietto: “Sono il sindaco di Milos e sono qui per vedere come sta la mia Afrodite” ha detto, presentandosi all’ingresso. Lo racconta divertito, ma torna serio quando spiega il motivo di quella visita: “Ero già stato da cittadino di Milos in quel museo, per vedere Afrodite. Mi sono sentito orgoglioso e triste. Nel 2014 ci sono andato per la prima volta da primo cittadino, per chiedere di vedere la statua della mia isola e nient’altro. Per controllarne le condizioni”. E come sta? Risponde Tourlou: “La sua è una bellezza triste.

Noi diciamo che non le mancano le braccia, ma la sua casa. È stata modellata da mani greche e dalle acque e dal vento dell’Egeo, resa bianchissima dalla luce delle Cicladi. È tempo, per gli abitanti di Milo, di riportarla a casa e prendersene di nuovo cura. Questo è il suo ambiente naturale”. L’obiettivo è riuscirci entro il 2020, quando cadrà il bicentenario del ritrovamento. 

La vecchia lira resiste nelle stalle del Piemonte: “È più precisa dell’euro”

lastampa.it
manuela macario

Così avvengono le trattative fra allevatori e macellai


Un allevatore di Dusino San Michele, nell’Astigiano, che contratta in lire

«Ti faccio ottomila e 200 lire al chilo» gli dice. «Te ne offro al massimo 7.800» risponde l’altro. «Non bastano, non scendo sotto le ottomila lire - incalza il primo - prendere o lasciare». Pochi attimi di silenzio, uno sguardo e infine la stretta di mano. L’affare tra allevatore e macellaio è concluso. La trattativa in una moneta che non esiste più da 16 anni si è svolta solo pochi giorni fa, in una delle 1551 piccole stalle del Piemonte che hanno da due a 50 bovini da macello. A stento ci si crede, ma qui è come se gli sforzi di Prodi e Ciampi di portarci all’euro si fossero fermati a fondovalle, anzi davanti alle stalle. 

Nella sua cascina di Dusino San Michele, nel verde del Pianalto astigiano, tra campi di mais e distese di piante di zucchine mature, Cesare Turco, 80 anni tra meno di un mese, racconta di essere arrivato così all’ultima vendita fatta a un macellaio di Trofarello, che gli ha acquistato uno dei suoi venti vitelli di razza piemontese, quelli della coscia igp. «Certo che abbiamo trattato in lire, e come se no?» dice, anche se ammette che quel vitellino che ha allevato e cresciuto per due anni lo aveva acquistato in euro. 

La sua è stata solo una delle centinaia di contrattazioni che ancora avvengono in lire in oltre il 40% delle stalle di bovini da ingrasso del Piemonte. Di solito i rilanci si fanno a colpi di 100, 200, 500 lire. Solo per la fattura nessuna deroga alla conversione in euro. 

Una consuetudine, quella delle lire in stalla, che ha anche ragioni economiche. «Sui vitelli al chilo, la lira dà l’impressione di essere più precisa» dice l’assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, Giorgio Ferrero. «Convertono poi in euro, sì, ma hanno in mente solo la lira» conferma il presidente della Cia di Alessandria e referente regionale del settore per la confederazione, Gian Piero Amelio. Un mercato ancora legato al passato, ma dal quale hanno preso le distanze la grande distribuzione, le stalle con centinaia di capi e le grandi cooperative piemontesi. 

In lire anche per comprare e vendere bovini al mercato all’ingrosso agroalimentare di Cuneo, il Miac, l’unico mercato italiano del bestiame ancora attivo (nel 1997 ce ne erano 14 in tutto il Paese). Ogni lunedì si ritrovano 1.200 operatori, tra allevatori e addetti alle vendite e acquisti, interessati a 500 capi da macello (22 mila in un anno). Anche qui, il 25% circa degli affari si fa ancora in vecchie lire. «Arrivano verso le cinque del mattino - spiega il direttore del Miac, Giovanni Battista Becotto - e verso le sette le contrattazioni si fanno serrate. Non siamo nemmeno rimasti i soli, anche allevatori e macellai francesi utilizzano i franchi».

Lo conferma anche il direttore dell’associazione degli Allevatori della razza bovina piemontese, Andrea Quaglino: «Ragionare in euro pare non sia così veloce come farlo nella vecchia moneta». I prezzi variano su peso, età e muscolatura. Il vitello a carne bianca, il «sanato», sotto i 300 chili, allevato solo a latte, arriva alle 13 mila lire al chilo. Poi ci sono i vitelloni piemontesi della coscia Igp, altrettanto pregiati, otto mila lire, circa quattro euro. 

Idoli

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jena@lastampa.it

C’era una volta l’idolo di Renzi, si chiamava Macron.

Politici

lastampa.it
jena@lastampa.it

Il termine vitalizio evoca una necessità di chi è povero, nella fattispecie d’animo.

Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura

espresso.repubblica.it
di Federico Marcon

Negli ultimi mesi sono aumentate esponenzialmente violenze, blitz, pestaggi. I responsabili, il più delle volte, appartengono a gruppi di estrema destra. I bersagli: migranti, Ong, militanti di sinistra. Sull'Espresso in edicola da domenica l'inchiesta sui 'neri' del 2017

Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura
Foto di Espen Rasmussen

Pestaggi, blitz, aggressioni. La violenza è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi mesi. E la matrice è, spesso, la stessa: l’estrema destra, che sta tornando più prepotente che mai. In alcuni casi i responsabili sono ancora ignoti, ma i bersagli no: sono gli stessi contro cui si scagliano i neofascisti.
6 dicembre 2016. San Basilio, quartiere della periferia est della capitale, si rivolta contro una famiglia marocchina. «Un episodio di profondo degrado morale e civile» commentano dal Campidoglio.

Una trentina di residenti ha aggredito la famiglia, legittima assegnataria della casa popolare, in difesa degli occupanti abusivi dell’alloggio: «Non vogliamo i negri, andate via con i barconi». A supportare i riottosi Forza Nuova: «Sosterremo con forza la rivolta popolare per la difesa di Roma contro chi vuole farci diventare minoranza a casa nostra». Con l'anno nuovo, si ricomincia. 21 gennaio 2017, Noi con Salvini e Fratelli d’Italia manifestano contro l’ordinanza con cui la sindaca Raggi destina il Ferrhotel, albergo in disuso vicino la stazione Tiburtina, all’accoglienza dei migranti. Tra i partecipanti la deputata della Lega Nord Barbara Saltamartini.  Al termine della manifestazione Forza Nuova e Roma ai Romani occupano la struttura: «Contro i migranti siamo pronti alle barricate».

Passano tre giorni. 24 gennaio: Forza Nuova, CasaPound e Roma ai Romani impediscono a una famiglia di egiziani di prendere possesso di una casa popolare dopo lo sgombero degli occupanti, ancora una volta italiani e abusivi: «Non molleremo un centimetro» dichiara Giuliano Castellino, portavoce di Roma ai Romani.

Il primo pestaggio il 2 febbraio, a Ostia. «Mi hanno accerchiato, gettato in terra e preso a calci, i passanti non hanno fatto nulla per fermarli». Fuori dal palazzo municipale viene aggredito un attivista di una Onlus che si occupa di migranti. Poco distante un sit-in di CasaPound, Fratelli d’Italia e Noi con Salvini. I partecipanti alla manifestazione negano tutto, ma la Polizia cerca tra loro i responsabili dell’accaduto.

Neanche dieci giorni dopo una nuova vittima. Nel viterbese alcuni militanti di CasaPound effettuano una “spedizione punitiva” contro Paolo, ragazzo ventiquattrenne colpevole di aver condiviso su Facebook una vignetta satirica che recitava «Chi mette il parmigiano sulla pasta col tonno non merita rispetto». «Fatti i cazzi tuoi, non prendere in giro CasaPound» gli urlano tra un pugno e una cinghiata. Tra i responsabili c’è Jacopo Polidori, dirigente della sezione viterbese del movimento di estrema destra. Il 20 ottobre inizierà il processo a suo carico.  L'immagine satirica condivisa da Paolo che ha provocato l'ira di CasaPound

Sovranisti, populisti, anti-parlamentaristi, nazionalisti, no tax, no migranti, fascisti... Si era mimetizzata ma dopo il voto nelle città ha rialzato la testa. E rischia di dominare nelle prossime elezioni. Sotto il comando di Berlusconi.Non solo Roma, la violenza arriva anche a Milano. Nel pomeriggio del 1 aprile, militanti di Forza Nuova effettuano un blitz “con mazze e caschi” al centro sociale Gta. In serata venticinque militanti di CasaPound aggrediscono un componente della Rete degli studenti. Il ragazzo viene inseguito, spintonato e gettato nel Naviglio tra insulti e sputi.


Saluti romani e croci celtiche il 25 aprile al cimitero Maggiore di Milano: l’ultradestra commemora i caduti della Repubblica di Salò, beffando la Prefettura che aveva proibito la manifestazione. I mille fascisti presenti al cimitero raddoppiano nel pomeriggio, al raduno sotto la chiesa dei Santi Nereo e Achille. È presente tutto il gotha dell’estrema destra italiana: non solo Forza Nuova, CasaPound e Lealtà Azione, ma anche Zeta Zero Alfa e Hammerskin.

Un gatto Maine Coon è così grosso da non entrare in gabbia e devono metterlo in un mobiletto

lastampa.it
noemi penna



Così cicciotello da non stare nella gabbietta. Il 17 luglio un signore della Carolina del Nord ha portato un trovatello al Chatham County Animal Shelter di Pittsboro. E appena è entrato dalla porta col cucciolo in braccio, tutti sono rimasti a bocca aperta.



Il gattone in questione, infatti, è un incrocio di Maine Coon fra i 3 e i 5 anni, arrivato a pesare ben 14 chili. Un vero colosso, che ha superato il peso limite di ogni specie felina. «Chiaramente qualcuno deve averlo nutrito in questi anni, anche se è stato trovato per strada». Dal gattile hanno anche ipotizzato si possa trattare di un gatto domestico diventato troppo «scomodo», tanto da essere abbandonato.



Le sue misure, infatti, sono così «generose» da non permettergli di stare dentro alcun trasportino o gabbietta per gatti. Non sapendo quindi dove metterlo, i volontari hanno creato per lui una cuccia speciale. Dove? Nel ripiano basso di un mobiletto della segreteria. Un rifugio scelto da lui stesso per trascorrere la prima notte in rifugio.



Non sapendo dove metterlo, «lo abbiamo chiuso in ufficio per la notte. E quando siamo arrivati la mattina, lo abbiamo trovato nascosto lì dentro. Allora abbiamo svuotato l'armadietto, tolto lo scaffale inferiore per fargli più spazio e lui si è subito sentito come a casa».



Ora lo aspetta un lungo percorso. Per tornare al peso forma e trovare una famiglia che gli voglia bene per sempre. Intanto gli piace stare in ufficio a controllare che vada tutto per il meglio, ottenendo in cambio tanto amore e incoraggiamento per fare ogni giorno sempre più esercizio fisico.

Accoglienza migranti: due arresti a Lamezia: funzionaria della Prefettura favorì imprenditore

ilmattino
di Serafina Morelli

La Prefettura di Catanzaro

LAMEZIA TERME - Un immobile e la promessa di diverse somme di denaro in cambio della gestione del servizio dei migranti richiedenti protezione internazionale. Questo sarebbe stato il “prezzo” pagato da un imprenditore lametino per ottenere la gara d’appalto. Così una funzionaria della Prefettura di Catanzaro, Natina Renda, di 53 anni, e l’imprenditore che gestisce una struttura di accoglienza per migranti, Salvatore Lucchino (73), entrambi di Lamezia Terme, sono stati arrestati e posti agli arresti domiciliari al termine di un’indagine condotta dalla squadra mobile di Catanzaro.

L'inchiesta, coordinata dalla Procura di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri, è iniziata dopo la stipula, il 29 dicembre 2014, di una convenzione tra la Gianal Srl, società cooperativa gestita dall'imprenditore, e la Prefettura, all'esito della gara d'appalto bandita per la gestione del servizio dei migranti richiedenti protezione internazionale. Le indagini hanno permesso così di accertare che Renda, funzionario in servizio, all'epoca dei fatti, nell'area IV - Settore Immigrazione Rifugiati - della Prefettura di Catanzaro avrebbe favorito, a fronte di un corrispettivo economico, l'imprenditore lametino gestore della società cooperativa Gianal, nella instaurazione di un rapporto convenzionale.

La polizia ha evidenziato che Lucchino aveva stretto una relazione con Renda, al punto che nel giugno 2015 l'uomo ha ceduto alla donna un immobile a Feroleto Antico. La funzionaria poi avrebbe partecipato attivamente all'espletamento della procedura di gara indetta dalla Prefettura, anche attraverso sopralluoghi e ispezioni nella struttura di Lucchino, esprimendo parere positivo. Renda, trasferita dal precedente incarico, avrebbe anche svolto il ruolo di amministratore «di fatto» del centro. Come compenso della condotta agevolatrice, Lucchino oltre a donare a Renda l’abitazione che oggi è stata sequestrata, le avrebbe promesso diverse somme di denaro. Entrambi sono accusati, in concorso tra loro, del reato di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio.

Il call center dell'Isis era nascosto in Italia: jihadista interrogato dagli Usa

repubblica.it
di Paolo Biondani e Alessandro Cicognani

Svolta nelle indagini sul terrorismo islamista: un giovane arrestato nel nostro paese gestiva un canale segreto di comunicazioni via Internet tra capi-cellula dello Stato Islamico. L'inchiesta esclusiva sull'Espresso in edicola domenica

Il call center dell'Isis era nascosto in Italia: jihadista interrogato dagli Usa

C'è una pista che scotta e che porta in Italia nelle indagini internazionali sulle stragi dell'Isis. Gli inquirenti americani hanno scoperto che i terroristi del cosiddetto Stato Islamico hanno utilizzato un sistema di comunicazioni via Internet, totalmente anonimo e segreto, che per diversi mesi è stato gestito da un insospettabile ragazzo di origine maghrebina che è cresciuto in Italia, dove era arrivato ancora minorenne. Nei giorni scorsi il giovane è stato sottoposto a un primo, lunghissimo interrogatorio da due procuratori degli Stati Uniti, arrivati appositamente in Italia con una squadra di poliziotti federali che indagano da tempo sugli attentati terroristici realizzati o progettati in Occidente dai jihadisti dell'Isis.

L'Espresso, nel numero in edicola da domenica 30 luglio , ricostruisce tutti i particolari della vicenda, con i nomi dei protagonisti e il loro presunto ruolo nella spaventosa organizzazione terroristica che tra Siria e Iraq è diventata uno Stato e che ha rivendicato i più sanguinosi attentati commessi in Europa in questi anni.

Il giovane era stato arrestato in Italia nei mesi scorsi come semplice simpatizzante e propagandista dell'Isis. L'inchiesta statunitense, che ha spinto i magistrati e poliziotti americani a venire in Italia per interrogarlo personalmente, ora gli attribuisce una posizione chiave nella gestione delle comunicazioni tra i capi-cellula dell'Isis che vivono in zone di guerra e i giovani jihadisti reclutati in Occidente. Il ragazzo cresciuto in Italia, che è molto esperto di informatica, risulta affiliato all'Isis da un paio d'anni: secondo le indagini americane, confermate dagli accertamenti svolti in Italia, era diventato «amministratore» di un canale segreto di comunicazioni dell'Isis, che gestiva senza muoversi dalla sua abitazione, con speciale programma informatico installato su un telefonino dedicato, cioè usato solo per questo, che teneva nascosto in camera da letto, all'insaputa di tutti i familiari.

Come amministratore del sistema, il giovane jihadista made in Italy aveva il potere di ammettere o escludere tutti gli altri utenti di un ramificato circuito propagandistico dell'Isis, che risulta aver distribuito proclami, video e rivendicazioni di attentati tra migliaia di simpatizzanti sparsi in mezzo mezzo mondo. E, soprattutto, era sempre lui a gestire, dalla sua casa in Italia, un canale ancora più segreto del cosiddetto dark web, utilizzato per le comunicazioni più importanti e riservate, dove erano ammessi solo pochissimi presunti capi-cellula dell'Isis, su cui ora indagano gli inquirenti americani dell'antiterrorismo.

Luoghi pubblici e norme private

espresso.repubblica.it

migrante-economico-razzismo-il-manifesto

Per aver condiviso questa vignetta di Biani sono stato sospeso da Facebook per 24 ore. La vignetta è una parodia di un manifesto fascista e razzista del '44. Non è difficilissima da capire. Niente di grave, s'intende, il mio ban: e sarà capitato a tutti o quasi quelli che qui mi leggono. Un po' come alle medie, quando la prof ti mandava in corridoio o dietro la lavagna una ventina di minuti per punizione.

Ci trattano come dei ragazzini, i padroni della rete. Sanno che loro sono onnipotenti, noi nelle loro mani. La nostra possibilità di parlare - di diffondere le nostre opinioni - è in mano a un ignoto poliziotto che è allo stesso tempo legislatore e giudice. Un poliziotto-giudice-legislatore che esercita il suo potere in assoluto e che non sempre è intelligentissimo: quando ho chiamato Facebook, mi hanno risposto che probabilmente il "revisore" (così vengono chiamati, quelli che impongono i ban) che mi ha messo in punizione non parlava italiano e non ha capito.

Questo almeno è quanto mi ha detto l'ufficio stampa di Facebook, a cui come giornalista - quindi "privilegiato" - mi sono rivolto. Così come mi sono rivolto a Luca Colombo, country manager di Facebook in Italia, insomma il numero uno dell'azienda in questo Paese. Che sostiene di non sapere nulla di ban e sospensioni, lui non se ne occupa, «non so nemmeno se a sospendere sia un algoritmo o una persona». Il capo di Facebook in Italia che rifiuta di dirti quali sono i meccanismi dei ban. Trasparenza zero, opacità totale.

La pagina dei “Principi di Facebook” è in dieci punti, come i comandamenti: ciascuno è di poche righe, ma tutti sono carichi di intensità e pieni d eccellenti propositi. Il primo, ad esempio, si intitola recita: «Gli utenti dovrebbero avere la libertà di condividere tutte le informazioni che desiderano e avere il diritto di contattare online chiunque, qualsiasi persona, organizzazione o servizio, purché entrambi acconsentano al contatto».

Bellissimo, no? Ma non è meno importante il principio numero 3 secondo il quale «gli utenti dovrebbero avere la libertà di accedere a tutte le informazioni rese loro disponibili da altri utenti; gli utenti dovrebbero inoltre disporre degli strumenti pratici necessari in grado di facilitare, velocizzare e rendere efficienti la condivisione e l'accesso a tali informazioni».La parola libertà compare otto volte, ma non mancano altri termini fondamentali: benessere, accesso, legislatore, perfino uguaglianza.
L'ultimo punto, intitolato “Un unico mondo” è un inno all'internazionalismo:

«Il servizio di Facebook dovrebbe trascendere i confini geografici e nazionali ed essere disponibile per gli utenti di tutto il mondo». La filosofia di fondo di tutta la pagina sembra in piena continuità con l'articolo 11 della Dichiarazione universale dell’uomo e del cittadino del 1789: «La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e pubblicare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge».

Insomma, la tavola dei principi di Facebook sembra la carta costituzionale di uno Stato: uno Stato transnazionale, con quasi due miliardi di cittadini, che qui però si chiamano utenti. E che abitando nel social sono tenuti a rispettarne «i termini e le normative» che appaiono su un'altra pagina interna, dove si scopre come e quanto i padroni del giardino Facebook si ergono a presidenti, sindaci, giudici e guardie di tutto lo Stato, a partire dalla condizione fondamentale: «Ci riserviamo il diritto di rimuovere tutti i contenuti o le informazioni che gli utenti pubblicano su Facebook, nei casi in cui si ritenga che violino la presente Dichiarazione o le nostre normative».

Le condizioni generali di servizio sono un contratto unilateralmente imposto da Facebook. In buona sostanza, sono “legge; e la loro violazione permette ai padroni del giardino privato il diritto di rimuovere ogni genere di contenuto. Tuttavia “Mr Facebook” non è soltanto legislatore e poliziotto nel suo guardino privato ma anche giudice: poche righe più avanti nel medesimo documento, con grande magnanimità stabilisce che «se abbiamo eliminato dei contenuti e l'utente che li ha pubblicati ritiene che ci sia stato un errore, ha la possibilità di presentare ricorso». Il ricorso in questione, naturalmente, deve essere presentato a Facebook e, altrettanto naturalmente, è valutato e deciso dallo stesso Facebook.

Ma la vita nel sito di Zuckerberg non scorre in modo tanto diverso rispetto alle strade, alla piazze e ai negozi del fornitore di servizi online più grande del mondo ovvero Google.Basta, anche in questo caso, scorrere i termini d’uso di Mountain View. Tipo: «Potremmo riservarci il diritto di esaminare i contenuti per stabilirne l’eventuale illegalità o contrarietà alle nostre norme, e potremmo altresì rimuovere o rifiutarci di visualizzare dei contenuti qualora avessimo ragionevole motivo di ritenere che violino le nostre norme o la legge. Potremmo sospendere o interrompere la fornitura dei nostri Servizi all’utente qualora questi non rispettasse i nostri termini o le nostre norme oppure qualora stessimo effettuando accertamenti su un caso di presunto comportamento illecito».

L’aggettivo possessivo “nostro” è ripetuto cinque volte in tre righe. Nel leggere queste policy si può fingere di non capire, per vivere in modo leggero e spensierato la propria esistenza sui social network; ma non si può non capire sul serio un messaggio che non potrebbe essere espresso più chiaramente: loro sono i padroni, noi gli ospiti; loro fanno le norme, noi possiamo o obbedire o andarcene. Benché per ciascuno, ormai, i servizi in rete siano pezzi integrante dell'esistenza almeno online, Google graziosamente “ci ospita” e altrettanto graziosamente ci offre supporto nella nostra vita online ma senza mai smettere di ricordarci che siamo ospiti, peraltro in debito di gratitudine, all’interno del loro giardino privato. Sono loro a decidere se e per quanto potremo continuare ad utilizzare determinati servizi e, soprattutto, se i nostri contenuti potranno o meno restare accessibili al mondo intero.

E non pensate che i giardini più recenti siano diversi da quelli dei loro avi: navigando nelle condizioni generali di servizio di Twitter, la musica non cambia: «Twitter si riserva il diritto (ma non avrà l’obbligo)», si legge nelle prime righe delle condizioni di servizio, «di rimuovere o rifiutare, in ogni momento, la distribuzione di Contenuti sui Servizi, di sospendere o chiudere utenze e di richiedere la restituzione di alcuni nomi utente senza alcuna responsabilità nei confronti dell’utente».
Parole che, anche in questo caso, non lasciano spazio alcuno a dubbi.

I padroni della piattaforma hanno potere di vita e di morte sui contenuti degli utenti senza che nessuno possa rimproverargli alcunché. E qui va sfatato un mito, un pensiero erroneo ma estremamente diffuso: quello secondo il quale, trattandosi di società private, Facebook e gli altri colossi del web possono fare tutto quello che vogliono in modo assolutamente arbitrario e senza rispondere a nessuno se non a se stessi. Va sfatato intanto per un semplice principio di buon senso che si applica a qualsiasi altra attività privata, cioè il rispetto per alcune regole comuni di utilità collettiva: anche il ristoratore sotto casa è un'attività privata, ma se in cucina ci sono gli scarafaggi la collettività ha il diritto di intervenire, per motivi igienici.

Allo stesso modo, non esiste alcun principio di “assolutezza” dei social network e delle corporation digitali ripsetto alle società in cui operano: altrimenti, per coerenza, dovremmo accettare l'idea che un giorno uno di questi siti vieti il suo ingresso alle persone con un particolare colore della pelle, oppure cancelli i contenuti di un determinato partito, perché tanto «è una società privata e può fare quello che vuole». E c'è di più, per quanto riguarda alcuni di questi siti, come ad esempio Facebook e Google. C'è cioè il fatto che la loro potenza, la loro forza, la loro diffusione ha fatto sì che ormai superano di gran lunga la dimensione della semplice potenzialità per entrare nella sfera del bisogno, quindi in certo senso del diritto.

Per capirci: in molti settori, ormai, un'azienda che non è su Facebook è come se fosse morta; lo stesso dicasi per un politico o per un giornalista, per un cantante, per un artista; e tante altre professioni ancora, per le quali l'esistenza sul social network di Zuckerberg è ormai una condicio sine qua non di sopravvivenza. Possono, queste persone, rischiare di essere espulse sulla base di un codice del tutto arbitrario e privato?

Ma, aldilà degli aspetti economici e professionali, senza Facebook, Google o Twitter una parte importante della popolazione del mondo oggi, probabilmente, si ritroverebbe isolata e impossibilitata a comunicare come ormai si è abituata a fare: le sue relazioni sociali, amicali, affettive sono quindi alla mercé di un gruppetto di misteriosi decisori che stanno da qualche parte nel mondo, tra l'Iralanda e la California, e che decidono se, quanto, quando bannarci, a loro totale giudizio: e a loro solo ci possiamo appellare, non a un “giudice terzo”, se siamo stati parzialmente o totalmente espulsi.

Scrive Peter Ludlow, nel suo libretto intitolato “Il nostro futuro nei mondi virtuali” che «i mondi virtuali e i social network sono meno democratici delle nostre società reali e i gestori li amministrano come dittatori, senza rendere conto ai propri utenti-cittadini. Ne decidono il bello e il cattivo tempo. Se bandire qualcuno dalla community, per esempio. Il paradosso: man mano che i mondi virtuali acquistano popolarità, vengono gestiti in modo sempre più autoritario. Ed è qualcosa di cui preoccuparsi».

Per lo studioso americano, «se i network sono gestiti in modo non democratico né trasparente possono essere manipolati per servire gli interessi di un individuo invece che del gruppo; e, in secondo luogo, c'è il rischio che i mondi virtuali ci rendano avvezzi a vivere in ambienti poco democratici, dove sono aboliti i diritti frutto di secoli di lotte, progresso e conquiste civili. In altre parole, le dittature on line ci rendono più passivi nei confronti di un possibile dittatore nel mondo reale».

Sicché, secondo Ludlow, «è necessaria una sorta di nuovo illuminismo dei mondi virtuali, dove i gestori offrano nuovi strumenti per condurre esperimenti di democrazia: strumenti con i quali gli utenti stessi possano sviluppare i propri sistemi politici e di governance. La giurisprudenza del mondo reale, da parte sua, deve cominciare a considerare i mondi virtuali non più come proprietà di un'azienda, ma come vere "nazioni". Altrimenti finiremo sotto il pugno di un despota ogni volta che andremo su Internet».

L'allarme di Peter Ludlow sulla “tirannia dei mondi virtuali” è del 2010 ma da allora è stato completamente ignorato, tanto dalle corporation stesse quanto dai governi e dalla politica. Molti i motivi, tra i quali l'egemonia culturale del mantra “privatistico”, diffuso in Occidente dai tempi di Reagan e Thatcher, ma mai davvero contestato neppure dalla sinistra, con poche eccezioni.
Tuttavia, forse, tra le ragioni per cui nessuno cerca almeno di “temperare” un equilibro così squilibrato c'è anche la graduale e contemporanea sottrazione di sovranità politica complessiva dagli stati nazionali verso i vari poteri economici sovranazionali, una tendenza globale che ha reso molto più deboli i governi in generale.

Una tendenza di cui anche il trasferimento “legislativo” dai codici degli Stati democratici alle norme private delle corporation è nel contempo causa ed effetto.

8 per mille, la Chiesa continua a incassare Un miliardo al Vaticano senza controlli

espressp.repubblica.it
di Mauro Munafò

La Corte dei Conti torna sulla gestione della quota dell'Irpef che va ai culti. E dopo un anno dall'ultima denuncia registra che nulla è cambiato. Tra scarsa trasparenza e una pessima gestione della parte statale

8 per mille, la Chiesa continua a incassare 
Un miliardo al Vaticano senza controlli

Un anno dopo, quasi nulla è cambiato. La gestione dell'8 per mille, la quota dell'Irpef che lo Stato italiano destina ai culti, continua ad essere poco trasparente e caratterizzata da tutta una serie di limiti che garantiscono alla Chiesa Cattolica un tesoro di oltre un miliardo di euro l'anno. Una cifra monstre che la Cei, la conferenza episcopale italiana, può utilizzare praticamente senza controllo alcuno e che la Corte dei Conti denuncia con la sua ultima delibera che con ogni probabilità verrà accolta, come le precedenti, dalla totale indifferenza della politica.

I punti contestati sulla gestione dell'8 per mille sono tanti e noti da tempo. Il meccanismo permette ai culti di ricevere più dall'inoptato che dalle scelte esplicite dei contribuenti: in pratica ogni anno l'intero 8 per mille viene distribuito tra i vari culti in base alle scelte espresse. Chi non firma e non specifica a chi "donarlo" non lascia la sua quota allo Stato, ma lascia scegliere gli altri. In questo modo la Chiesa Cattolica ottiene l'82 per cento dei fondi grazie ad appena il 37 per cento.

Ma la distribuzione è solo il problema finale, visto che l'intera cifra dei contributi che vanno ai diversi culti ha ormai raggiunto una cifra spropositata. "In un periodo di generalizzata riduzione delle spese sociali a causa della congiuntura economica - spiegano i giudici - le contribuzioni a favore delle confessioni continuano, in controtendenza, ad incrementarsi, avendo, da tempo, superato ampiamente il miliardo di euro annui, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un sistema che diviene sempre più gravoso per l’erario".

I fondi in questione vengono inoltre utilizzati per scopi spesso non conformi a quanto previsto dalla legge. Un caso esemplare è l'uso di fondi per campagne pubblicitarie, che finiscono così per essere investiti in attività promozionali invece che per gli interventi caritatevoli. In questo settore la Chiesa Cattolica non ha nessun concorrente, visto che lo Stato evita accuratamente di pubblicizzare le sue attività.

C'è poi tutto il capitolo dell'assenza di controlli nella gestione visto che, come spiega la delibera, "non esistono verifiche di natura amministrativa sull’utilizzo dei fondi erogati alle confessioni". A questo vanno aggiunti i pochi controlli sui Caf e su chi aiuta i cittadini a compilare la propria dichiarazione dei redditi. Secondo i giudici contabili, e come già raccontato dall'Espresso , si sono registrate irregolarità nel 7 per cento dei casi, quasi sempre a favore della Chiesa Cattolica. Un esempio? Scelte non optate che, al momento della trasmissione all'Agenzia delle Entrate, all'improvviso riportano invece la volontà di destinare l'8 per mille a un culto specifico.

Il lungo report della Corte dei Conti punta poi il dito contro la gestione dellla quota Statale, sempre sacrificata per coprire i buchi di bilancio: "Lo Stato mostra disinteresse per la quota di propria competenza, cosa che ha determinato - scrivono i giudici - la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando l’impressione che l’istituto sia finalizzato - più che a perseguire lo scopo dichiarato a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni".

Ma in oltre 40 pagine di delibera ci sarà anche qualche buona notizia rispetto all'ultimo anno? La Corte segnala che è "migliorata la divulgazione dei dati da parte delle amministrazione coinvolte", grazie all'allestimento di siti internet finalmente aggiornati. E inoltre l'Agenzia delle entrate ha cambiato il modulo del 730, scrivendo a caratteri più grandi che la parte inoptata viene comunque distribuita tra i vari culti. Un po' poco per credere che qualcuno si stia davvero preoccupando del tema.

Modelli 730 del 2014 e del 2015 a... Modelli 730 del 2014 e del 2015 a confronto

C'è chi ci prova: “L’8 per mille non destinato resti allo Stato e non alla Chiesa”

espresso.repubblica.it
di Luca Sappino

Tempo di dichiarazioni dei redditi, tempo di destinare la quota dell'Irpef. Alla Camera due proposte di legge propongono di modificare il meccanismo che oggi porta alla Chiesa più del doppio dei soldi che gli italiani gli lasciano in dichiarazione dei redditi. Il percorso però è in salita

Tempo di dichiarazioni dei redditi, tempo di otto per mille, e dunque tempo di consuete polemiche. Su come i soldi dei contribuenti vengono poi effettivamente spesi, ovviamente, e sul meccanismo di distribuzione dei fondi. È di questi giorni, infatti, la notizia che sempre più soldi dell’otto per mille vengono destinati dalla Chiesa - che è la prima e incontrastata beneficiaria - per il sostentamento del clero, a danno delle attività caritatevoli per cui sono spesi solo 270 milioni di euro, meno di un terzo del totale raccolto.

Trova così argomenti persino migliori del solito, il deputato che propone di modificare il meccanismo di distribuzione dell’otto per mille. Di fare cioè ciò che pure la Corte dei Conti ha detto di ritenere opportuno, già nel 2015 , analizzando il sistema e arrivando a scrivere che la sua mancata revisione «ha contribuito ad un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana».

La Corte dei Conti torna sulla gestione della quota dell'Irpef che va ai culti. E dopo un anno dall'ultima denuncia registra che nulla è cambiato. Tra scarsa trasparenza e una pessima gestione della parte statale

Come noto, infatti, il meccanismo vigente è così facilmente sintetizzabile: la quota dell’otto per mille non destinata dal contribuente viene ridistribuita alla confessioni sulla base delle scelte espresse dagli altri contribuenti. E così nel 2014, ad esempio, la Chiesa cattolica si è aggiudicata circa l’82 per cento del tesoro, a fronte di solo un 38 per cento di reali indicazioni ricevute. Un bonus niente male, che fa passare il bottino da 485 milioni di euro a oltre il miliardo.

Che è molto rispetto a quello che prendono gli altri beneficiari, le altre confessioni che hanno siglato l’intesa con lo Stato e che però comunque non restano a mani vuote: la Chiesa valdese, l’Unione delle Chiese metodiste, quella delle chiese cristiane avventiste del settimo giorno, i Pentecostali, l’Unione delle comunità ebraiche italiane, la Chiesa evangelica luterana, l’Unione cristiana evangelica battista, la Sacra arcidiocesi ortodossa, l’Unione buddhista italiana e quella induista.

Ecco allora la proposta del deputato Gianni Melilla, che siede nei banchi di Sinistra Italiana. Depositata il 12 maggio la proposta di legge chiede che la parte non direttamente destinata dal contribuente vada invece allo Stato, che se la dovrebbe tenere, «per finalità sociali». «È stata la Corte dei Conti», dice Melilla, «a ricordare al governo, che dovrebbe vigilare e invece non fa nulla, che il meccanismo finora adottato alimenta un “pluralismo confessionale imperfetto”». «È un problema serio», sostiene dunque Melilla, «e non solo perché vengono così tolte risorse preziose, in un momento di tagli, che si potrebbero spendere in servizi». «La cosa incredibile», continua il deputato, «è che pare che a nessuno interessi, come se parlassimo di pochi soldi.

Lo Stato avrebbe a disposizione oltre 700 milioni di euro che sono molti di più, per dire, di quelli del finanziamento pubblico ai partiti su cui pure ancora si dibatte moltissimo. A me sembra assurdo, invece, che ai partiti ormai sia dia poco più - in tutto 15 milioni - dei 12 che incassano i soli Avventisti. E parlo da cattolico praticante» La Corte dei Conti torna sulla gestione della quota dell'Irpef che va ai culti. E dopo un anno dall'ultima denuncia registra che nulla è cambiato. Tra scarsa trasparenza e una pessima gestione della parte statale

Che la proposta possa però diventare legge è difficile. Melilla non è infatti né il solo né il primo a provarci. Già Giuseppe Civati, l’ex dem ora fondatore di Possibile, in questa legislatura ha suggerito di modificare l’otto per mille indicando come finalità il contrasto alla povertà. Lo ha fatto, Possibile, con un disegno di legge dal titolo “Disposizioni concernenti la disciplina del finanziamento di attività religiose e caritative della Chiesa cattolica e di altre confessioni religiose e del sostentamento del clero”, primo firmatario il deputato Andrea Maestri.

Ed è più avanti, il disegno di legge di Maestri, già assegnato alla commissione Affari costituzionali, ma anche per questo sui tempi non si può dire: «Io sono però fiducioso», dice Maestri, «perché questa legislatura l’otto per mille torna molto, anche negli interventi di forze meno caratterizzate di noi sul tema della laicità». «I 5 stelle», continua ad esempio il deputato, «più volte hanno indicato quello come il bacino da cui prendere i fondi per l’edilizia scolastica».

Potrebbe dunque esserci un fronte largo in parlamento - ma diverso dalla maggioranza di governo - consapevole che sarebbe potere dello Stato persino modificare, con la revisione triennale che mai è stata fatta, la percentuale indicata della legge, scendendo dall’attuale otto per mille al sei, come suggerisce l’Uaar . Questo perché ogni anno la cifra aumenta all’aumentare del reddito degli italiani, tant’è che rispetto ai 290 milioni elargiti alle confessioni nel 1990 ormai siamo a sei volte tanto. Senza toccare la percentuale, comunque, lo Stato potrebbe, come propongono i due progetti di legge, tenersi i soldi di chi non spunta nulla - che sono poi la maggioranza degli italiani visto che solo il 42 per cento dichiara una qualche preferenza.

E infine il Governo potrebbe poi, senza attendere nessuna legge, farsi pubblicità, come fanno le confessioni, raccogliendo così più del misero 15 per cento che adesso raccoglie dal calderone dell’Irpef, grazie ai contribuenti che spuntano l’opzione che destina i soldi espressamente allo Stato che li usa, ad esempio, per il restauro del patrimonio artistico o, appunto, per l’edilizia scolastica come da regolamento modificato nel 2013 e applicato nel 2014.

Otto per mille, calano le firme per i culti: e se la Chiesa piange, i buddhisti festeggiano

espresso.repubblica.it
di Federico Marconi

Sempre meno contribuenti scelgono di destinare la propria quota dell'Irpef al Vaticano, mentre i seguaci di Buddha appena ammessi alla ripartizione diventano la quarta forza: ecco cosa dicono i dati del Ministero dell'Economia

Otto per mille, calano le firme per i culti: e se la Chiesa piange, i buddhisti festeggiano

Calano i contribuenti e le donazioni alle confessioni religiose. Questo il dato che salta subito agli occhi leggendo le statistiche sull’otto per mille del 2017, pubbllicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Quest’anno verranno distribuite alle confessioni religiose riconosciute dallo Stato le donazioni relative alla dichiarazione dei redditi del 2013. Anno in cui, per la prima volta, sono entrate nella lista delle destinatarie l’Unione Buddhista Italiana e l’Unione Induista Italiana. E per loro è subito boom: 71.997 firme per i buddhisti, 21.218 per gli induisti. Un risultato in controtendenza rispetto alle migliaia di firme perse da tutti gli altri. Sembrano esserci anche conti che non tornano: c’è una discrepanza tra la somma destinata alla Chiesa cattolica indicata dal Ministero e quella indicata dalla Cei.

SEMPRE MENO CONTRIBUENTI
Nel 2013 è calato il numero di contribuenti rispetto all’anno precedente: da 41.414.154 a 40.989.567, l’1,03 per cento in meno. Diminuisce di conseguenza anche chi dona l’otto per mille: dai 18.817.796 del 2012 ai 18.688.601 dell’anno successivo (-0,69 per cento). Un calo in linea con la diminuzione generale dei contribuenti, ma che indica una tendenza negativa che si ripete negli anni successivi. Stando alle previsioni per il 2018 e il 2019, anni in cui verranno distribuite le donazioni del 2014 e 2015, mentre il numero di contribuenti rimane stabile (40.716.548 nel 2014, 40.770.277 nel 2015) e diminuisce in maniera più evidente chi dona l’otto per mille: 945.331 firme in meno nel 2014 (-2 per cento), 299.363 nel 2015 (-0,79 per cento).

CROLLI E BOOM
Alla diminuzione di chi ha firmato per donare l’otto per mille corrisponde un calo delle scelte per le confessioni religiose. Ma analizzando i dati, il crollo percentuale delle scelte è molto superiore al calo dei firmatari dello 0,69 per cento. Nel 2013 si difende solo la Chiesa cattolica (-0,29 per cento), la Chiesa Apostolica (che passa da 9.597 scelte a 10.307, +6,88 per cento), e le nuove entrate Unione Buddhista (72mila scelte) e Unione Induista (oltre 21mila), mentre per le altre confessioni il calo è molto più netto: si va dal 1,3 per cento in meno delle Assemblee di Dio al -29,1 per cento della Chiesa Evangelica Luterana (da 47.859 a 37.062 scelte).

A stupire è il boom dei buddhisti, che diventano così quarti per numero di scelte dopo la Chiesa cattolica, lo Stato e la Chiesa valdese. Nel 2013 è stata inserita tra le confessioni a cui destinare l’otto per mille l’Unione Buddhista Italiana, ed è stata subito scelta da 71.997 contribuenti. Così quest’anno ha riscosso 4.861.164 euro. La somma è destinata a crescere nei prossimi due anni: l’Unione buddhista è stata scelta da un numero sempre maggiore di persone: 125.292 (+ 74 per cento) nel 2014, 173.023 (+ 38 per cento) nel 2015.

«Il dato indica la maggior attenzione dell’Italia per il buddhismo» commenta a l’Espresso Stefano Bettera, vicepresidente dell’Unione buddhista italiana «ma è un risultato che ci aspettavamo. Negli ultimi anni è cresciuto il numero di chi si interessa e pratica la nostra religione: basti pensare ai 2 milioni di persone che hanno guardato in streaming le lezioni che il Dalai Lama ha tenuto alla Fiera di Rho lo scorso ottobre». L’Ubi destinerà i fondi ricevuti dallo Stato per «progetti a sfondo sociale e umanitario: stiamo preparando i bandi in questi giorni».

CHIESA IN CRISI
Il risultato positivo dell’Ubi è in controtendenza rispetto a tutte le altre confessioni. E il calo colpisce anche la Chiesa cattolica: negli anni fiscali dal 2012 al 2015 ha visto calare il numero di persone che decidono di destinarle il proprio otto per mille. I 15.226.291 contribuenti che l’hanno scelta nel 2012 rimangono quasi invariati nel 2013 (45.313 in meno, lo 0,3 per cento del totale). Nel 2014 la diminuzione è più sensibile (-5,3 per cento, 770.424 scelte in meno), mentre nel 2015 le scelte diminuiscono ancora del 3,3 per cento toccando i 13.944.967 (465.587 in meno). Un trend che non si spiega con la sola diminuzione del numero complessivo di contribuenti e che fa ancor più riflettere se si pensa alle ripetute e massicce campagne pubblicitarie della Chiesa cattolica sui mass media per trovare sempre nuovi donatori.



Ma la Cei non sembra essere preoccupata da questo calo. «Nonostante il gettito Irpef sia calato, le firme di quanti hanno destinato il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica ha conosciuto un aumento, seppur minimo, dello 0,31 per cento (tra le dichiarazioni dei redditi del 2014 e del 2014, ndr)» afferma a l’Espresso Don Ivan Maffeis, responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Cei. L’aumento però non è nel numero di firme, che cala da 15.226.291 nel 2013 a 15.180.978 nel 2014, ma nel loro peso percentuale sul totale dei contribuenti: dal 36,7 per cento passa al 37 l’anno successivo. Un incremento minimo, ma importantissimo al momento della ripartizione dei fondi da parte del Ministero.

«In virtù del meccanismo per cui le quote non espresse sono comunque ripartite in proporzione alle firme ottenute, la Chiesa cattolica continuerà a incamerare ogni anno la gran parte dei fondi» è scritto in una nota dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, che da anni si batte contro questo meccanismo. «Alla Cei va circa l’80 per cento dei fondi totali a fronte di un 37 per cento circa di contribuenti che la sceglie come destinataria, questo non è giusto» continua l’Uaar. Questo avviene perché l’otto per mille di chi non esprime nessuna scelta viene ripartito secondo la percentuale di chi ha deciso di destinarlo a una confessione religiosa (solo le Assemblee di Dio e la Chiesa apostolica rinunciano alle somme derivanti dalle scelte inespresse, ndr).

I CONTI NON TORNANO?
C’è una discrepanza tra la somma destinata alla Chiesa cattolica indicata dal Ministero e quella presente in un documento della Cei.

Nel documento del Mef risulta che la quota di otto per mille assegnata alla Chiesa cattolica per il 2017, derivante dalla dichiarazione dei redditi del 2014, è di 1.038.915.810 euro. A questa cifra va tolto un conguaglio negativo di 26.422.586 euro sulle somme ricevute nel 2016: per un totale di 1.012.493.224 euro.

La Cei presenta altri numeri: l’otto per mille ricevuto nel 2017 corrisponde a 986.070.639 euro, somma da cui è già  scalato il conguaglio di 26 milioni (per un totale di 1.012.493.224 euro).

Tale differenza è dovuta al fatto che la Chiesa riceve un anticipo dell’otto per mille anno per anno. Per capire meglio, tutte le confessioni ricevono la propria quota di otto per mille tre anni dopo la dichiarazione dei redditi: così nel 2017 ricevono le donazioni del 2014. La Chiesa no: la legge 222 del 1985 stabilisce che l’erogazione dell’otto per mille ai cattolici avvenga nella forma di un anticipo riconosciuto nell’anno: ad esempio, nel 2014 viene elargito un anticipo dell’otto per mille delle 2014. Un anticipo che può non corrispondere alla cifra definitiva. Così quando il Ministero pubblica i dati definitivi, viene stabilito un conguaglio che può essere positivo e negativo. Nel caso del 2014 la Cei ha dovuto restituire allo Stato circa 26 milioni.

Si spiega così la differenza: il dato pubblicato dal Mef si riferisce alla somma del 2014 diventata definitiva quest’anno, la Cei indica l’anticipo sulla dichiarazione dei redditi del 2017, a cui è stato sottratto il conguaglio relativo al 2014.