venerdì 28 luglio 2017

Finisce l’era dell’iPod

lastampa.it
bruno ruffilli

Apple interrompe la produzione dei modelli nano e shuffle. Che non era solo un lettore mp3, ma una metafora della vita. Ancora in vendita l’iPod touch



Perché questa canzone, ora, e qui? Perché in questo punto della strada, mentre fisso gli occhi su questo cielo, mentre in testa mi risuona questa frase? L’iPod Shuffle di Apple genera mille interrogativi, che a loro volta svelano paranoie nascoste, nostalgie inaspettate, effimere felicità. E, sempre, lo stupore della sorpresa. 

Cancellato dal negozio online, sparirà anche dagli scaffali dei punti vendita. «Semplifichiamo la linea di iPod con due modelli touch a partire da 199 dollari (in Italia 239 euro) e sospendiamo l’iPod nano e lo shuffle» annuncia l’azienda in una nota. Rimane così in produzione l’unico iPod basato su iOS, il sistema operativo dell’iPhone. Dal 2014 Cupertino ha interrotto la produzione dell’iPod Classic perché non era in grado di reperire le parti necessarie alla sua fabbricazione. Ora, con lo Shuffle, scompare anche il nano, che nel settembre 2005 sostituì il fortunato iPod mini. Apple ha venduto fino ad ora più di 400 milioni di iPod.


AP

Lo Shuffle era un’altra delle geniali invenzioni di Steve Jobs, e introduceva una grande intuizione filosofica nel mondo della tecnologia applicata alla riproduzione musicale. La funzione “Shuffle” esisteva dai tempi dei primi lettori compact disc, ma nessuno finora aveva costruito un apparecchio interamente basato su di essa. Il più piccolo ed economico dei lettori mp3 Apple fa di un potenziale difetto (l’assenza di qualunque informazione sul brano in ascolto) un punto di forza: il display non c’è perché la musica è bella così, a caso, senza sapere cosa sia.

La prima generazione, lanciata l’11 gennaio 2005, conteneva 240 brani per la versione da 1 Gb in vendita a 149 euro, la metà per quella da 512 Mb da 99 euro: ore di musica senza interruzione, con una qualità sonora perfino migliore dell’iPod classico. Seguirono altre tre generazioni: la seconda, con una clip che lo trasformava forse nel primo esempio di wearable technology, poi la terza, minimalista, con interfaccia vocale, quindi la quarta, rimasta praticamente immutata fino a oggi, che riprendeva - migliorandolo - il design della seconda. Il microscopico lettore Apple poteva anche sostituire una chiavetta di memoria portatile, ed era possibile stabilire quanta parte dello spazio disponibile dedicare alle canzoni e quanta agli altri dati.

Così, dopo oltre dieci milioni di iPod e iPod mini, Apple attaccava la fascia di mercato che l’aveva vista scoperta: quella dei lettori flash; dal punto di vista tecnico, lo Shuffle non offriva particolari novità, ma era leggerissimo e praticamente indistruttibile, oltre che è estremamente semplice da usare, perfetto insomma per quelli che cercavano il meglio della tecnologia con il minimo di complicazione. In più, nei ventidue grammi dello Shuffle erano racchiuse possibilità infinite e combinazioni inesauribili: chi lo acquistava non comprava solo un lettore di file musicali, ma una metafora della vita.

Sala insiste: "Stipendio ai migranti"

ilgiornale.it
Chiara Campo - Ven, 28/07/2017 - 09:28

Il sindaco: "Lavori per loro ne troviamo". Schiaffo ai disoccupati



Due arresti in flagranza e nove espulsi (in maggior parte si tratta di persone di nazionalità marocchina, romena e tunisina) per reati di danneggiamento, ricettazione, furto e rapina.

I trattenuti nei centri di permanenza perchè senza documento o con nazionalità solo dichiarata sono stati invece 6. Dovranno lasciare il territorio italiano entro una settimana in 19. Sette le persone la cui situazione è ancora da definire. É il risultato del blitz della Polizia di Stato in stazione Centrale due giorni fa. Un'operazione che questa volta è stata concordata e promossa anche dal sindaco. «Era concordata - ha confermato ieri Beppe Sala - e mi pare che si sia svolta con una modalità anche più efficace» rispetto alla precedente retata del 2 maggio, che era stata subito contestata dalla sinistra.

Stando ai dati della questura, conferma, «hanno trovato meno irregolari rispetto alla volta precedente. Questo vuol dire che continuando a lavorare sulla Centrale, piano piano non diventerà un luogo che raccoglie irregolari e quindi anche per questo l'operazione di ieri è stata veramente brillante».
E a proposito dei migranti Sala è tornato a ribadire che «bisogna cercare di farli lavorare, ma perché devono avere una assicurazione e il lavoro va retribuito. Il punto è solamente essere legittimati a farli lavorare: di lavoro a Milano, anche relativo alla manutenzione e al decoro della città, se ne può trovare. Continuo a insistere con il governo perché credo che sia nell'interesse di tutti il Paese, non solo di Milano».

E probabilmente ci sono tanti disoccupati milanesi interessati ai lavoretti che il sindaco, a quanto pare, non avrebbe difficoltà a trovare peri profughi, il Comune sembra considerarli invece una seconda scelta. Parlano di «rastrellamenti» o «deportazioni forzate» dei profughi i movimenti antagonisti, gli stessi che vorrebbero dal Comune una regolarizzazione di massa degli immigrati, anche di quanti - e sono almeno sei su dieci in città - non ottengono lo status di rifugiati politici, e non hanno diritto a rimanere in Italia. E i no global parlano di «accanimento particolare contro i migranti senza documenti».

Il bando del ministero: l'università è gratis per i rifugiati

ilgiornale.it
Elena Barlozzari - Ven, 28/07/2017 - 18:23

Un bando del Ministero dell'Interno azzera i costi dell'università ma si rivolge solo "agli studenti titolari di protezione internazionale". Quindi: o si ha lo status di rifugiato o non si può partecipare.



Un monte ore di cento annualità di borse di studio per l’anno accademico che verrà.

Ma anche il diritto all’esonero delle tasse e dei contributi universitari, al vitto e all’alloggio. Più eventuali servizi aggiuntivi che potranno esser offerti “su iniziativa di soggetti terzi”. Insomma: università gratis per chi avrà la fortuna di vincere il nuovo bando promosso dal Ministero dell’Interno di concerto con la Conferenza dei Rettori della Università Italiane (Crui) e con la collaborazione dell’Associazione degli Organismi per il Diritto allo Studio Universitario (Andisu). E all’art.2 della procedura ministeriale è chiarito che: “Le annualità sono riservate agli studenti titolari di protezione internazionale”.

Quindi: o si ha lo status di rifugiato o si paga. Mentre le università italiane, nonostante una leggera flessione rispetto all’anno precedente, restano le più care d’Europa (dopo Inghilterra ed Olanda). Almeno stando a quello che è emerso dall’indagine annuale della Federconsumatori: “La diminuzione più alta è stata registrata per la III fascia: gli importi risultano in calo del -14,33%. Per la I, la II e la IV fascia, invece, la flessione è rispettivamente del -11,10%, -10,36% e -4,02%. In controtendenza gli importi massimi, che aumentano del +0,83%”. Non abbastanza per levarsi di dosso la “maglia nera” con le rette che si aggirano in media attorno ai mille euro ed i fondi per il diritto allo studio che non arrivano nemmeno al 20% degli studenti.

Se da un lato “tanti nostri giovani sono costretti a lasciare casa e a fare i pendolari spesati con sacrificio dalle famiglie, dall’altra parte si riservano borse di studio a copertura totale per i migranti”. Dura la reazione del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Fabrizio Santori che parla di “un’assurdità tutta italiana, che riserva una formazione gratuita agli stranieri penalizzando gli studenti italiani togliendo loro risorse e opportunità”. Ma anche di “una beffa che si aggiunge ai continui corsi di formazione informatica finanziati dalle Regioni rivolti agli immigrati o ai tanti, troppi privilegi di cui usufruiscono grazie al business che gira intorno all’accoglienza”.

A livello locale già si era verificato un precedente analogo. Lo scorso febbraio fece discutere il provvedimento con cui il consiglio di amministrazione del Politecnico di Bari ha reso gratuita l’iscrizione ai test di ammissione e azzerato le tasse del primo anno di studi per gli studenti extracomunitari. Anche questa delibera diventerà operativa a partire dall’anno accademico 2017/2018 e, in caso di risultati positivi nel superamento degli esami, l’esonero totale dalle tasse verrà esteso anche agli anni successivi al primo.

L'ultima casta intoccabile: i burocrati del Parlamento

ilgiornale.it
Gian Maria De Francesco - Ven, 28/07/2017 - 23:01

Tagliati i vitalizi ma non le pensioni d'oro dei dipendenti. I privilegi, dagli scatti alla malattia

C'è una casta che sopravvive alle altre, perfino a quella dei parlamentari. La tanto declamata decurtazione dei vitalizi di deputati e senatori non colpirà, infatti, la folta schiera dei dipendenti delle Camere.


Si tratta di circa duemila persone, vincitrici di regolare concorso, che mettendo in piede in Parlamento hanno fatto bingo. Da una parte gli emolumenti sono di tutto rispetto con scatti di anzianità che procedono a velocità supersonica rispetto a quelli dei comuni mortali. Dall'altra parte, essi diventano titolari di trattamenti pensionistici pantagruelici in virtù degli stipendi maturati. E meno male che dal 2011, con l'entrata in vigore della riforma Fornero, anche il loro sistema previdenziale diventò pro-rata e non totalmente retributivo.

Volete un esempio di come lavorare con Piero Grasso e Laura Boldrini come capo azienda sia una pacchia? Basta guardare il bilancio consuntivo 2016 dell'Inps. L'istituto guidato da Tito Boeri l'anno scorso ha incassato 219,2 miliardi di contributi previdenziali da lavoratori e aziende e ha erogato trattamenti pensionistici per oltre 275 miliardi. Il rapporto tra quanto erogato e quanto incamerato è di 1,25 e dà una misura dello squilibrio progressivo del nostro sistema che le generazioni più giovani stanno pagando. Per ogni euro versato ne escono 1,25 per pagare le pensioni. Alla Camera, invece, a fronte di circa 55 milioni di introiti vengono versati ai dipendenti in quiescenza circa 260 milioni. Il rapporto è di 4,7 euro di pensioni per ogni euro di contributi. Al Senato si scende a 4 (145 milioni di pensione a fronte di circa 36 milioni di contributi).

Lo sbilancio previdenziale dei due rami del Parlamento (la dinamica del personale è praticamente simile a quella dei vitalizi) fa sì che tanto alla Camera quanto al Senato le spese per gli onorevoli e per i dipendenti, incluse le rispettive pensioni, «divori» l'80% delle entrate che, sommando Montecitorio e Palazzo Madama, ammontano a 1,5 miliardi di euro circa. A proposito, a pagare è ciascuno di noi.

Per il Parlamento vale l'autodichia, cioè la completa autonomia normativa e gestionale (prerogativa costituzionale affinché la sovranità non sia limitata), dunque la gestione di stipendi e pensioni è tutta fatta in casa. Vi provvede il ministero dell'Economia con lo stanziamento di bilancio per il funzionamento degli organi costituzionali. Dunque, è con le nostre tasse che questo sistema si tiene in equilibrio. Anche perché il Palazzo per contenere le spese ha ridotto il numero dei dipendenti aumentando lo sbilancio previdenziale. Le Camere sono lo specchio perfetto del nostro Paese, purtroppo.

Ma perché la democrazia, tanto faticosamente conquistata dagli antenati, ci costa così tanto? Ripartiamo dalle famose progressioni di carriera dei dipendenti. Il tetto di 240mila, esteso dal governo Renzi a tutte le retribuzioni della pubblica amministrazione (escluse quotate ed emittenti titoli) è stato recepito quasi totalmente dalle Camere. Lo stop agli aumenti cesserà il prossimo 31 dicembre: dall'anno prossimo il blocco non varrà più.

In ogni caso, i lavoratori godono di minimi retributivi «fuori mercato». L'operatore tecnico e l'assistente parlamentare (il commesso), i due scalini più bassi della carriera della Camera, partono da un salario di ingresso rispettivamente di 30mila e 35mila euro annui lordi. Che dopo trent'anni di servizio diventano 99mila, con buona pace di tanti lavoratori che ogni due o tre anni a seconda del contratto, guadagnano 20 euro lordi in più al mese. Il secondo agente lievitante delle retribuzioni sono le indennità che a Montecitorio sono pressoché forfettizzate ed erogate sostanzialmente attraverso una quattordicesima e una quindicesima mensilità (quest'ultima spalmata ad aprile e settembre). Chi lavora per Boldrini e Grasso, inoltre, può godere di una tolleranza (conservazione del posto) di 3 anni per malattia. Oltre a un'illicenziabilità di fatto. La «casta» è viva e lotta.

L’ausiliaria salvata da un partigiano "Vado a morire nella casa di Mussolini"

ilgiornale.it
Gabriele Bertocchi - Ven, 28/07/2017 - 10:47

Fiorenza Ferrini, ex ausiliaria del servizio ausiliario femminile fascista ha deciso di morire a villa Mussolini. Una vita "tramandando i un uomo (il duce, ndr) che ho amato oltre ogni umana comprensione, un uomo per il quale ho pianto quando veniva insultato, morto, appeso per i piedi."



"Nella mia vita sono sempre stata coerente. E oggi, se Dio vorrà, non farò altro che esserlo per l’ennesima volta...", parola di Fiorenza Ferrini, ex ausiliaria del Corpo Femminile Volontario per i Servizi Ausiliari delle Forze Armate Repubblicane (Saf) in cui entrò quando ancora era minorenne.

Ora a 94 anni ha deciso di morire nella casa che fu del Duce e di Rachele. Un viaggio dall’ospedale di Negrar (Verona) per arrivare a "villa" Carpena.

"Vi racconto chi era il Duce"

Il motivo di questo viaggio l'ha spiegato su Il Corriere del Veneto: "Tutto quello che ho fatto nella mia vita è legato a quella casa, ma soprattutto a chi ci ha abitato...". E sì, perchè quella casa fu la prima di Benito e Rachele Mussolini e dei loro cinque figli. La stessa che ora è "museo Mussolini". Lei sarà ospite nella casa di fronte, una villa che ora, come la definisce  Angiola Petronio, "è una sorta di mausoleo in cui non vive nessuno". Disabitata ma per Fiorenza "luogo di memoria", come definito sulle pagine del Corriere. Una memoria pesante come un fardello che la 94enne non ha mai rinnegato, sempre convinta e decisa a farsi scivolare addosso le sentenze e i relativi giudizi della storia.

L'anziana, come scrive la giornalista Angiola Petronio, ha ottenuto il trasferimento dal medico di base, ha poi chiamato i propietari della "villa-museo", Adele e Domenico Morosini e ha chiesto il permesso di tornarci. "Mi hanno detto che non c’era problema, ma non potrò dormire nella stanza di Rachele. Mi allestiranno una camera al piano terra.. ". Un ritorno desiderato fortemente. Tanto quanto la scelta di entrare nel Saf. In quell'occasione fu costretta allo sciopero della fame per convincere i genitori a lasciarla partire. O come quando venne spedita ad aiutare le truppe, perché non volle fare la segretaria o l’attendente. E come quella volta in cui venne salvata da un partigiano il 25 aprile. Un ricordo indelebile nella memoria dell'anziana: "Piazzale Loreto fu un orrore e tra di noi superstiti ci dicemmo che avremo raccontato ciò che è stato, nel bene e nel male". Sempre decisa Fiorenza.

Giorni difficili: dopo la Morte di Mussolini ci fu la fuga in Inghilterra, la tisi che le è costata un polmone e poi il ritorno nella città scaligera, come racconta Il Corriere del Veneto. Ma anche le porte sbattute in faccia perché etichettata come fascista. Porte divenute in seguito nuove vie per rinascere. Come racconta la giornalista, Fiorenza si diede allo studio di dattilografia, poi al lavoro in fiera e infine entrò come segretaria alla casa di cura Chierego-Perbellini. Nel tempo libero, spiega la Ferrini alla cronica che ha raccolto la sua testimonianza, cercava anche di vendere qualche libro per finanziare la villa di Mussolini e la "Piccola Caprera", dove spesso si ritrovava con le ex ausiliari della Saf.

O almeno quelle rimaste: "Siamo rimaste in poche. Molte vennero uccise e per evitare che ci prendessero i partigiani distruggemmo i documenti. Poi ci siamo rimesse in contatto, ma non eravamo molte...". Racconti che si susseguono e che trovano fondamento in quel libro che porta sempre con sé, come precisa Angiola Petronio. Un volume con tutte le opere completate dal Duce nel Ventennio. Tutti quelli che arrivano a villa "Carpena" ne ricevevano uno. Il motivo? Lo si legge chiaramente sulla pagine del Corriere Veneteo: "Perché il duce ha fatto tantissime cose buone. Poi è andata come è andata...". Orgogliosa di quelle opere e che onora a suo modo indossando ancora il suo basco da ausiliaria, abbinato con la medaglia della Saf.

"Con la fede nel cuore e il basco in testa"

Sempre con umiltà, senza distinzioni politiche, perché lei fu salvata da un partigiano: "Gli uomini vanno sempre giudicati dal loro cuore e non dal colore che portano addosso". Ha sempre scelto da sé. Nella vita come nella morte. E allora venerdì un’ambulanza andrà a San Martino in Strada, frazione di Forlì. Di certo non smetterà di raccontare la storia: "Tramando la storia, quella vera, perché io l’ho vissuta in prima persona. Racconto di un uomo (il duce, ndr) che ho amato oltre ogni umana comprensione, un uomo per il quale ho pianto quando veniva insultato, morto, appeso per i piedi. Racconto di una giovinezza trascorsa senza paura, con la fede nel cuore e il basco in testa. E dico a tutti che non me sono mai pentita. E racconto anche di quel partigiano che mi salvò la vita. Perché gli uomini non si dividono in rossi e neri, ma in buoni e cattivi".

Un ideale coltivato e mai tradito. Fino alla fine, fino a quella villa diventata museo e che ora le permetterà di culminare la sua esistenza senza mai piegarsi e senza svendere i propri ideali.

Palermo, va a processo mister preferenze: “Formaggi, latte e uova in cambio di voti”

lastampa.it
riccardo arena

Francesco Cascio, ex uomo forte di Fi passato a Ncd, accusato di corruzione elettorale. Stesso reato contestato anche a un altro alfaniano Marcello Gualdani


Francesco Cascio, volto di Fi in Sicilia, ex presidente dell’Assemblea regionale, ora passato a Ncd di Alfano,già sospeso con la Severino

In Sicilia il voto si compra ancora con i classici pacchi di pasta. Ma onestamente non solo con quelli: anche con «formaggi, latte, uova ed altro» e genericamente con «pacchi spesa». La prosa giudiziaria rimanda alla distribuzione di «derrate alimentari» agli elettori, «al fine di fare ottenere il voto elettorale»: pare arcaico, ma i fatti contestati a due esponenti del centrodestra alfaniano sono del 2012 e non del dopoguerra dell’Isola affamata né degli Anni 70 di cianciminiana memoria.

Sono ipotesi di accusa, ovviamente, non certezze, formulate dalla Procura generale di Palermo, che ha avocato un’indagine che la Procura della Repubblica intendeva archiviare: ma Francesco Cascio, ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana, e il senatore di Ncd-Ap Marcello Gualdani, che si sarebbe «limitato» a procurare voti al suo amico e mentore, dovranno affrontare un processo con l’accusa di corruzione elettorale. 

Dal 9 gennaio saranno a giudizio davanti al giudice monocratico, dove li ha spediti con la citazione diretta il pg Domenico Gozzo. Con loro sei presunti galoppini, che non solo avrebbero comprato voti ma avrebbero anche «dirottato» viveri destinati al Banco alimentare, dunque ai poveri. Attraverso una onlus intitolata all’incolpevole Papa Wojtyla, che faceva capo a un procacciatore di voti, Luigi Mazzagreco, le derrate sarebbero state distribuite nei quartieri popolari agli elettori di Cascio.

Appare quasi comico rileggere le intercettazioni di alcuni dei collaboratori del candidato, che riportavano le lamentele dei beneficiari: «Con la spesa mi hai fatto litigare con le persone - diceva uno dei galoppini, Salvatore Ficarotta -. Si affacciavano dal balcone: “A me non me ne dai?”. E altri invece: “Il formaggio, la plastica gonfia, il latte scaduto...”».

Alle regionali l’ex presidente fu il più votato del suo partito, allora il Pdl, con 12.395 preferenze su 51.900 voti totali nel collegio di Palermo. Il suo avversario interno, Francesco Scoma, ne ebbe quasi 4 mila di meno (8.564). Caduto casualmente nella rete delle intercettazioni (la Procura indagava su un gruppo di spacciatori, e si imbatté in questa storia), Cascio non faceva mistero di volere «rompere il c... a Scoma», aggiungendo che «le elezioni si vincono con l’affetto della gente». 

Oggi del Parlamento siciliano “Ciccio” Cascio non fa più parte: lo hanno sospeso con la Severino, dopo la condanna a due anni e otto mesi per un’altra brutta storia, una presunta corruzione non elettorale, corruzione e basta, per la ristrutturazione di una villetta a Collesano, in provincia di Palermo, in cambio di alcune autorizzazioni per un resort. Sentenza di appello a settembre e per adesso i difensori degli imputati manifestano serenità di fronte alla nuova tegola: «Il voto di scambio contestato non è aggravato - dice l’avvocato Nino Caleca - ma Cascio non ha commesso alcun reato». Stessa linea da parte degli avvocati Giovanni Di Benedetto e Francesco Paolo De Simone Policarpo, legali di Gualdani.

Un super cerotto ispirato alla bava di lumaca per evitare suture chirurgiche

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nicla panciera


Photo Jianya Li, Adam D. Celiz, David J. Mooney

Una colla chirurgica sperimentale ispirata all’appiccicosa bava delle lumache potrebbe offrire un’alternativa a suture e graffette per la chiusura delle ferite chirurgiche. Un super cerotto per la cui creazione gli scienziati di Harvard si sono rivolti al muco secreto da una specie di lumaca, la Arion subfuscus, anche a scopo difensivo, per fissarsi cioè su una superficie.

Rispetto alle colle già esistenti, per la creazione di alcune delle quali i ricercatori si sono già in passato ispirati alla natura, questa nuova sostanza ha delle proprietà indubbiamente superiori, spiegano i ricercatori. Non solo ha un buon potere collante anche in condizioni di elevata umidità o di tessuti bagnati, come durante un sanguinamento, e che si muovono ma è anche molto flessibile. Il trucco degli animali, infatti, è che secernono un muco che crea forti legami con le superfici bagnate e che ha una struttura reticolare che dissipa energia e lo rende flessibile. Anche la colla creata in laboratorio è composta da questi due livelli e agisce in pochi minuti.

Finora, la versione artificiale creata dai ricercatori sulla base di questi principi e descritta sulle pagine della rivista Science è stata sperimentata sugli animali e ha dimostrato di aderire fortemente alla pelle, alla cartilagine, ai tessuti e agli organi. Inoltre, si è dimostrata non tossica per gli umani.
«Ci sono una varietà di usi potenziali e in alcune condizioni questo potrebbe sostituire le suture e le graffette, che possono causare danni e essere difficili da collocare in determinate situazioni», ha detto il responsabile dello studio David Mooney, professore di bioingegneria a Harvard. 

Mooney e colleghi prevedono che il nuovo adesivo sarà realizzato in fogli, anche se hanno anche sviluppato una versione iniettata per chiudere ferite profonde. L’iniezione sarebbe indurita usando la luce ultravioletta, come le otturazioni dentali.

Fruit Fly, il malware che si nasconde nei Mac

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marco tonelli

Il software esiste in due versioni, entrambe capaci di catturare le immagini dello schermo e delle webcam, monitorare le tastiere e acquisire dati e informazioni dai computer infettati. Che però sono pochissimi: 400 in tutto il mondo



La particolarità della mosca della frutta, è quella di introdursi nella polpa e rimanerci per mesi. Allo stesso modo di Fruit Fly, il malware nascosto in centinaia di computer Mac per almeno cinque anni. Presente all’interno di circa 400 dispositivi Apple, il software malevolo è stato rilasciato in due versioni scoperte all’inizio dell’anno: la prima è stata identificata da Thomas Reed, ricercatore ed analista informatico di Malwarebytes.

La seconda, è stata individuata per la prima volta da Patrick Wardle (che ha reso pubblica la notizia qualche giorno fa), esperto in sicurezza ed ex hacker dell’Nsa. Poco tempo dopo la scoperta di Fruit Fly 1, Apple ha rilasciato un aggiornamento per il sistema operativo in grado di individuare il programma. Ma qualche giorno dopo Wardle si è accorto di Fruit Fly 2. E anche in questo caso, il software è rimasto nascosto per anni ed è riuscito ad eludere la sorveglianza degli antivirus.

I due malware catturano le immagini dello schermo e delle webcam, monitorano le tastiere e acquisiscono dati e informazioni dai computer infettati. Fruit Fly 1 è composto da una struttura molto semplice e antiquata, mentre il secondo sembra più recente. Ed entrambi sembrano avvolti nel mistero: nel codice di cui sono composti non è presente alcuna indicazione sul suo creatore. L’unica cosa certa è che non si tratta di un ente governativo, proprio perché non sono virus sofisticati e non colpiscono obiettivi di alto profilo, ma il computer di casa. Infine, i ricercatori non sono riusciti a comprendere il meccanismo di infezione dei software.

E lo stesso Wardle non riesce a spiegarsi come sia potuto sfuggire agli antivirus e ai sistemi di sicurezza. Secondo l’analista, quello che è certo è che Fruit Fly 2, riesce a sorvegliare i computer e ad inviare i dati agli hacker. «Una volta dissezionato il software - ha detto l’uomo a Motherboard - sono riuscito a prendere il controllo del suo server di riferimento, in quel momento si sono collegati 400 computer, avrei potuto spiarli, ma ho deciso di avvisare le autorità». E secondo la stessa Motherboard, l’FBI avrebbe aperto un’indagine sulla vicenda. 

Insomma, se le domande sono tante, l’unica cosa certa è che anche i possessori di un computer Mac non sono al sicuro da malware e software invasivi.

La razza italiana esiste. Ed è dannata

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Mer, 26/07/2017 - 16:2

Ogni giorno il Pd ci offre una chicca benefica per distrarsi da caldo e afa

Ogni giorno il Pd ci offre una chicca benefica per distrarsi da caldo e afa. Seguire il dibattito interno al partito di Renzi è diventato cult, un po' come guardare Paperissima o, una volta, Scherzi a parte.

Ancora non si è spenta l'eco dello psicodramma per l'abbraccio di Pisapia alla Boschi che irrompe sulla scena lo sdegno collettivo e democratico per una frase pronunciata da Patrizia Prestipino, che ieri abbiamo scoperto essere membro della direzione e responsabile del dipartimento animali del Pd. Commentando ai microfoni di Radio Campus un'altra perla del dibattito a sinistra (la polemica sull'istituzione annunciata da Renzi di un «Dipartimento mamme», ritenuto da molti compagni un'inaccettabile scelta sessista), la renziana Prestipino ha detto che si tratta di una scelta giusta, perché noi italiani «per continuare la nostra razza dobbiamo dare sostegno alle mamme».

Razza? Vabbè, alla signora (con un passato politico turbolento e avventuroso), non hanno spiegato che noi umani non ci classifichiamo in razze in base al Paese di origine, come accade nel mondo animale, tipo pastore belga, pastore tedesco o pastore bergamasco. La razza umana è un po' più difficile da inquadrare, come dimostra la stessa Prestipino. Ma se proprio vogliamo definirci, mi appellerei a Giuseppe Verdi che nel suo Rigoletto ci definì «cortigiani vil razza dannata». Concetto fatto suo oltre mezzo secolo più tardi da Indro Montanelli, che su questa italica caratteristica ha costruito il cardine del suo pensiero controcorrente.

La razza italiana è composta da un manipolo di eroi, martiri e santi e da una moltitudine di cortigiani intellettuali e uomini comuni, benestanti e poveracci in questo uguali sono - che attaccano il cappello dove trovano vantaggio e convenienza, cioè all'uomo forte di turno. Che sia un invasore, che si chiami Mussolini, Berlusconi o Renzi poco cambia. Dove tira il vento, la «razza italiana» va, stando attenta a non mettere mai radici, soprattutto in politica. Non mi sorprende quindi che un tipo come la Prestipino (nulla di personale, questa gaffe me la rende simpatica) sia approdata alla corte di Renzi dopo essere stata in Democrazia proletaria. La domanda è un'altra: chi e perché l'ha fatta entrare. O meglio: ma questo, che razza di Paese è?

Schierato l’esercito al tunnel del Fréjus per impedire il passaggio del profughi

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federico genta

Tredici chilometri percorsi a piedi col rischio di essere travolti da un treno Una fuga pericolosa e inutile: dall’altra parte ci sono i gendarmi francesi


Il tunnel collega la stazione di Bardonecchia a quella di Modane. Lungo 13 chilometri è da sempre presidiato dai francesi sull’altro versante

La traversata dura poco più di tre ore. È buio pesto, ma basta conoscere gli impianti elettrici usati dagli addetti alle manutenzioni e, arrivati alla prima nicchia, si accendono le luci. Si cammina uno dietro l’altro su una fila di piastrelle di cemento larghe non più di due spanne. Tredici chilometri di marcia ed ecco la Francia. Ma le luci di Modane restano un miraggio che dura pochi secondi. Perché chi arriva fino in fondo trova ad aspettarlo la polizia di frontiera. Che lo carica su un pulmino e lo riporta al punto di partenza. 

Italia, stazione ferroviaria di Bardonecchia. Blindato il confine di Ventimiglia, è qui che arrivano gli ultimi degli ultimi. I profughi che non si possono permettere i passeur, che in cambio di denaro li stipano nei furgoni e tentano la via più veloce dell’autostrada, attraverso il traforo del Frejus. Anche loro dovranno attraversare un tunnel, ma è quello ferroviario da percorrere a piedi. È di fatto impossibile passare inosservati, perché nel tratto francese i sensori rilevano subito la presenza di intrusioni. Il rischio vero è quello di essere investiti, risucchiati dai treni che percorrono la galleria tra i cento e i centodieci chilometri orari.

MISURE STRAORDINARIE
Ecco perché, da ieri, l’ingresso al tunnel è presidiato giorno e notte dall’esercito. Ma c’è di più: questura e prefettura di Torino hanno chiesto ad Rfi di aggiornare anche la tecnologia presente sul versante italiano della galleria. Con sensori termici e soprattutto con un impianto acustico, per avvisare di raggiungere la prima area di sicurezza disponibile e aspettare l’arrivo della polizia ferroviaria. Perché il primo obiettivo non è bloccare i gruppi di disperati, ma salvargli la vita. È storia di pochi giorni fa. Il 20 luglio la corsa di un Tgv diretto in Piemonte è stata bruscamente interrotta a Modane. Dentro al tunnel c’erano quattro ragazzi originari della Guinea. Ai piedi calzavano semplici infradito. Tutto il loro bagaglio consisteva in un sacchetto di plastica, uno spazzolino da denti e un dentifricio. 

Avevano raggiunto Bardonecchia da Milano. È questa la prima tappa per chi riesce a lasciarsi alle spalle Lampedusa e approdare nel Continente sottraendosi a qualsiasi controllo successivo. Così il capoluogo lombardo diventa lo snodo di un nuovo viaggio. C’è chi punta al Brennero, altri a Ponte Chiasso per guadagnare la Svizzera. Chi sogna la Francia sceglieva Ventimiglia. Ma oggi varcare quel confine è diventato quasi impossibile, anche con l’aiuto di un automobilista compiacente, perché la Gendarmeria controlla tutte le auto in transito. Ecco perché, con il clima favorevole, i migranti tentano la strada delle montagne. Da maggio ad oggi carabinieri e polizia hanno segnalato un arrivo quasi continuo di stranieri. Quattro, sei persone alla volta, tutte provenienti dall’Africa Occidentale.

I SENTIERI SULLE ALPI
La scelta del tunnel ferroviario del Frejus è un fenomeno diventato emergenza soltanto da luglio. Ancora l’altra sera un uomo, pare magrebino, è stato notato dagli alpini della Taurinense mentre cercava di superare l’ingresso. Ha provato a nascondersi ai soldati restando rasente alla massicciata. Poi è stato visto più a monte, a cercare varchi oltre il posto di blocco. Le voci sui controlli si spostano veloci, di stazione in stazione. I prossimi profughi che arriveranno sanno già che le rotte percorribili tornano essere quelle dei sentieri. 

La salita lungo il torrente Rochemolles inizia dopo la galleria. Dopo ore di cammino un cartello di divieto sbarra la strada per il colle di Sommeiller: un altro miraggio. Perché la prima cittadina francese, Bramans, è ancora lontana chilometri. Figurarsi d’inverno: nel dicembre 2015 era stata una spedizione di Vigili del fuoco, Finanza e Soccorso alpino a salvare dall’assideramento tre donne iraniane. Avevano seguito il fiume e si erano perse, di notte, in un orrido.

«Ormai lo sanno anche loro che bisogna passare da Ovest, sulla strada che una volta usavano i ladri d’auto», dice un vecchio poliziotto seduto al bar di Bardonecchia. «Dieci chilometri e si arriva alla statale che scende a Briançon». Va a fortuna. La salita al Colle della Scala ieri era presidiata dai carabinieri. Passato il confine, c’è un avamposto della Gendarmeria. La terza chance è il colle della Rho, anche questo verso Modane. Il tracciato è conosciuto da almeno quattro anni, quando i militari trovarono i segni di un piccolo accampamento, nascosto tra i boschi.

Il ministro tedesco ordina a Porsche il richiamo di 30.000 auto diesel. Questa volta Euro 6

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Anche i nuovi 3.0 TDI sarebbero dotati di software trucca emissioni. Stop alle vetture ancora in fabbricazione



Il ministro dei Trasporti tedesco ha ordinato alla Porsche - controllata dal gruppo Volkswagen - di richiamare circa 30.000 automobili con motore diesel dopo la scoperta di un sistema che consentiva di truccare il livello delle emissioni, attivando l’abbattimento degli inquinanti solo al momento dei controlli. 

È l’ennesimo episodio riconducibile al “dieselgate” Volkswagen scoppiato a settembre 2015. Ma questa volta il ministro non ha certo usato mezzi termini nei confronti del costruttore tedesco: Dobrindt si è detto “tutt’altro che entusiasta” per il montare degli scandali sulle emissioni che stanno travolgendo l’industria automobilistica tedesca. 

Anche perché questa volta il software “truffaldino” è montato su motori Euro 6 (e non, come durante il primo scandalo, su Euro 5 fuori produzione). Dobrindt ha annunciato che le vetture ancora in fabbricazione non saranno autorizzate a circolare finché il software incriminato non sarà messo a norma.

Il motore incriminato è il turbodiesel TDI di 3 litri Euro 6 fabbricato da Audi, che potrebbe essere montato - è l’ipotesi, non confermata, del ministro - anche sulla Volkswagen Touareg. Attualmente sono in circolazione circa 30.000 Porsche equipaggiate con questo propulsore, di cui 7.500 in Germania.

Oggi anche Sergio Marchionne, numero uno di Fca, si è espresso sulla questione emissioni in occasione della conference call con gli azionisti. “La Commissione Europea deve correggere tutto quello che può e andare avanti, altrimenti non ne usciamo più”, ha detto Marchionne. “Una soluzione va trovata al più presto perché altrimenti l’incertezza aumenta. In ogni caso il diesel ne risulterà indebolito”. Quanto al presunto cartello tedesco dell’auto, battezzato dalla stampa “club dei 5”, ha scherzato: “Non mi è stato chiesto di unirmi a quei tedeschi che vogliono rendere il mondo migliore”. 

Lui

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Se ci fosse ancora Lui i francesi non si sarebbero permessi. 
(Lui sarebbe Renzi).

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Il termine vitalizio evoca una necessità di chi è povero, nella fattispecie d’animo.

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E’ giusto sostenere le mamme italiane, a condizione che partoriscano qualcuno intelligente e di sinistra...