giovedì 27 luglio 2017

Google dice addio alla Instant Search

lastampa.it
andrea signorelli



A sette anni di distanza dalla sua introduzione, Google ha deciso di dire addio alla “instant search”: la funzione che permetteva di vedere, dal web, i primi risultati relativi alla nostra ricerca prima ancora che avessimo terminato di digitare, modificandoli via via che la chiave di ricerca veniva completata. Una fine ingloriosa per un’innovazione che era stata definita da Marissa Mayer, allora dirigente della Big G, “un fondamentale cambiamento nelle ricerche”.

In verità, le ricerche istantanee non sembrano aver mai fatto presa sugli utenti, come dimostra anche il fatto che Google abbia abbandonato la funzione senza che nessuno ci facesse particolarmente caso. Non è questa, però, la ragione dietro alla decisione della compagnia di Mountain View: ormai, il 50% delle ricerche avviene su mobile, dove la funzione “instant” non è mai stata resa disponibile. Per uniformare i prodotti su web, smartphone e tablet, Google ha quindi deciso di sacrificare la ricerca istantanea.



“Abbiamo lanciato Google Instant nel 2010, con l’obiettivo di fornire il più velocemente possibile le informazioni agli utenti, addirittura mentre stavano ancora digitando la loro ricerca”, ha spiegato a SearchEngineLand un portavoce. “Da allora, le cose sono cambiate e oggi sempre più ricerche avvengono su mobile, dove ci sono limitazioni relative allo schermo e alla interazione con il motore. Tenendo presente questo, abbiamo deciso di rimuovere Google Instant, per poterci concentrare su nuovi modi per rendere la ricerca sempre più veloce e fluida su tutti i dispositivi”.

Adesso, infatti, se provate a digitare su Google non vedrete nessun risultato finché non cliccherete al termine della digitazione o non selezionerete uno dei vari suggerimenti, che continuano invece a essere disponibili su tutti i dispositivi.

Nuova convivenza? Addio all’assegno divorzile

lastampa.it

Secondo la Cassazione l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno definitivamente ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge. Lo ha deciso la Suprema Corte con l’ordinanza n. 18111/17 depositata il 21 luglio.

Il caso. La Corte d’Appello dichiarava l’insussistenza del diritto all’assegno divorzile per l’ex moglie che conviveva con un nuovo compagno.

Avverso tale pronuncia la donna ricorre in Cassazione, lamentando violazioni in materia di contestazione e valutazione dell’onere della prova, per non aver provato l’ex marito l’effettiva sussistenza della convivenza extra coniugale dal momento che la stessa, pur sussistente, era cessata prima dell’instaurazione del giudizio di primo grado.

L’assegno divorzile.
La Cassazione per affrontare la questione in esame richiama il consolidato principio secondo il quale «l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno definitivamente ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso».

Secondo la Corte, infatti, la formazione di una famiglia di fatto è espressione di una scelta esistenziale libera e consapevole e come tale si caratterizza per l’assunzione piena di un rischio anche di eventuale cessazione del rapporto e va quindi esclusa ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge, il quale è ormai esonerato da ogni obbligo verso l’ex coniuge.
Per questi motivi la Cassazione respinge il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Accendere l'aria condizionata in auto è illegale, previste multe fino a 432 euro

ilmattino.it



Tenere l'aria condizionata accesa in macchina è un'infrazione punibile con la multa. Un'abitudine che hanno molti guidatori è quella di far raffreddare l'abitacolo, lasciando il motore acceso qualche minuto prima di partire. Pratica comune, ma illegale, punita dal Codice della strada.

L'articolo 157 comma 7-bis punisce i guidatori che fermano l'auto e lasciano il motore acceso. In sosta, infatti, il motore deve restare spento, in caso contrario si rischia una multa che va dai da 216 a 432 euro. Il motivo è legato alla tutela dell'ambiente: tenendo il motore acceso in sosta si continua ad inquinare. Diversa la situazione per la fermata, o meglio quando ci si ferma per poco tempo per permettere di far scendere dei passeggeri e poi ripartire.

La norma però riguarda anche il periodo invernale, così come è illegale raffreddare la macchina in sosta, lo è anche riscaldarla per gli stessi motivi che si presentano nel primo caso.

Vedovi, ereditieri, miracolati Gli assegni pazzi dei politici

ilgiornale.it
Lodovica Bulian - Gio, 27/07/2017 - 08:01

Chi ha fatto una settimana in Parlamento, chi neanche una seduta d'Aula. Ecco i più bizzarri tra i 2.600 vitalizi

L'ultima volta che qualcuno gli ha chiesto conto degli oltre duemila euro di vitalizio che percepisce per aver fatto una settimana in Parlamento, l'ex radicale Angelo Pezzana è stato colto da un raptus d'ira e ha preso a spintoni il povero inviato delle Iene.


«Basta, che dovevo dire di no quando tutti dicevano di si?». L'ex collega Piero Craveri, il nipote di Benedetto Croce che in Senato non ha registrato nemmeno una presenza quando ci è entrato nel 1987, si è limitato a un «ma è la legge, vergognatevi voi», quando è stato punto da la Zanzara su quell'assegno che gli ha permesso di incassare finora oltre 500mila euro.

Comunque briciole, se si pensa che quando il radicale varcava, si fa per dire, Palazzo Madama, Claudia Colombo aveva appena 15 anni ma oggi, che ne ha 41, è già titolare di un vitalizio da 5.100 euro. Guai a chiamarla però baby pensionata, semmai il copyright ufficialmente sdoganato è «miss vitalizio»: la sua carriera è iniziata da giovanissima, eletta 21enne per la prima volta in consiglio regionale della Sardegna e nel 2009 ne era già presidente, fino al 2014.

Sono solo alcuni dei privilegi e paradossi, viventi o ereditati, che spuntano nel calderone da 2.600 vitalizi che Camera e Senato elargiscono agli ex parlamentari insieme ai 3.538 assegni erogati dalle Regioni ai loro vecchi inquilini. Per tutte, autonome e non che siano, di speciale c'è un trattamento previdenziale per ex consiglieri e famiglie che costa complessivamente 150 milioni all'anno e nonostante le abrogazioni approvate nelle attuali legislature sull'onda dell'indignazione, la tagliola della retroattività ha risparmiato 1.600 pensionati.

Il record di assegni è della Sardegna, che nel 2015 ne ha erogati 236 diretti, eppure la sua unica sforbiciata è stata rinunciare all'adeguamento dei vitalizi all'Istat. La Sicilia, che ha festeggiato a maggio i settant'anni dalla prima Assemblea regionale ogni mese fa i conti con 307 assegni da firmare a ex deputati e loro eredi, per un totale di 17 milioni di euro l'anno. Qui, al settantenne Salvatore Caltagirone sono bastati soli tre mesi e cinque presenze nel parlamentino per percepire oggi tremila euro al mese, e ogni volta è costretto a precisare che «comunque sono 2mila netti».

Sono passati 40 anni invece dalla morte del padre Natale, messinese che nel 1947 si candidò col Partito Monarchico, ma da allora la figlia Anna Maria Cacciola percepisce per i 4 anni in Parlamento del babbo un vitalizio da oltre duemila euro al mese. Non esattamente un caso limite, visto che con lei sono 117 gli onorevoli eredi per cui l'isola autonoma sborsa 557mila euro al mese per gli assegni di reversibilità. Tra cui spicca quello di Anna Manasseri, vedova di Vincenzo Leanza: 9.200 al mese da 14 anni, ha rivelato Repubblica.

Ma da Nord a Sud, nel grande buco nero per le casse dello Stato da ascrivere alla voce reversibilità dei politici, ci sono i parenti di 1.076 ex parlamentari, quelli di 61 ex consiglieri regionali lombardi, di 49 pugliesi, di 42 ex consiglieri toscani, di 30 del Molise, di 41 ex consiglieri dell'Abruzzo, di 25 ex consiglieri della Valle d'Aosta, di 57 ex consiglieri della Campania, di 21 ex consiglieri della Basilicata. Proprio nella «povera Basilicata», dove un giovane lucano su due è disoccupato, lo stesso consiglio regionale che ha abolito i vitalizi, ora consentirà agli ex colleghi di compensare in 90 giorni i contributi necessari per intascare a 65 anni 1.750 euro al mese. Non si parli di blitz: la maggioranza Pd ha precisato che «tutto legittimo, anzi è una norma più stringente».

Quando un solo assegno non basta, accade anche che le reversibilità si sdoppino. Come per l'ottantenne Giampiero Svevo finito suo malgrado tra i Vampiri del libro di Mario Giordano, visto che da 7 anni incassa le due pensioni della moglie Maria Paola Colombo, che fu senatrice per tre legislature e consigliere regionale: «Una carriera brillante, dalla quale sono scaturiti i due vitalizi, che dopo la sua morte sono diventati, per l'appunto, due vitalizi con reversibilità a vantaggio del signor Giampiero». Emolumenti e cariche elettive si sommano nel conto in banca anche di «rottamati» dall'era renziana come Vladimiro Crisafulli, a cui il Pd ha impedito la candidatura nelle liste nel 2013: si consola con l'assegno dell'Ars da 6mila, a cui aggiunge quello del Senato da 2.698 euro.

Addio ad Adobe Flash, nel 2020 la tecnologia sparirà dalla Rete

lastampa.it
lorenzo longhitano

Il software ha contribuito in modo inestimabile a diffondere in Rete contenuti multimediali come giochi e video per lungo tempo, ma da anni il peso dell’età si è fatto insostenibile



Adobe decreta la fine di un’era. La multinazionale dello sviluppo software ha annunciato in queste ore di aver intrapreso un percorso per sbarazzarsi di una delle sue creazioni più celebri a livello globale: Adobe Flash, la tecnologia di sviluppo e di animazione vettoriale che fino a poco tempo fa era letteralmente ubiqua sul web. Il gruppo sospenderà definitivamente il supporto al suo software nel 2020, ma fino ad allora si limiterà ad offrirgli aggiornamenti di sicurezza essenziali, per impedire che le componenti installate sui browser si trasformino in veicoli per virus e malware.

Non è un fulmine a ciel sereno. Flash (acquisito da Adobe nel 2005 insieme allo sviluppatore Macromedia, che a sua volta se ne impossessò nel lontano 1996) ha contribuito in modo considerevole alla diffusione in Rete di contenuti multimediali come giochi e filmati, ma da tempo iniziava a mostrare il peso degli anni.

La sua adozione diventata praticamente universale già nei primi anni 2000 — Flash Player era utilizzato ad esempio dalla stragrande maggioranza delle piattaforme per la riproduzione dei video, YouTube inclusa — ha reso il software un bersaglio perfetto per gli hacker di tutto il mondo, e negli ultimi anni altre tecnologie si sono dimostrate più efficaci e meno complesse di Flash nel portare a termine gli stessi compiti. Già nel 2010 Apple aveva inferto un colpo mortale alla rilevanza della piattaforma, rifiutandosi di supportarla sui suoi dispositivi mobili perché troppo esosa di risorse, e nel corso degli ultimi anni anche altri browser e sistemi operativi hanno iniziato a prenderne le distanze.

L’adozione da parte degli sviluppatori di siti Internet è calata di conseguenza, tanto che nel 2015 perfino Adobe aveva capito che era il caso di staccare la spina alla sua creatura. Da quell’anno Flash ha smesso di occupare posizioni preminenti nella sua suite di programmi di animazione e sviluppo del gruppo statunitense, fino all’annuncio di oggi.

Sulla tv iraniana difende il velo integrale: in Svizzera beve birra in pubblico senza l'hijab

ilgiornale.it
Alessandra Benignetti - Mer, 26/07/2017 - 15:23

Bufera sulla giornalista Azadeh Namdari, volto noto della tv di Stato iraniana, beccata a bere birra con il capo scoperto mentre era in Svizzera. In tv si dichiarava "orgogliosa di portare l'hijab"



Sulla tv di Stato iraniana dà lezioni di sharia fasciata da capo a piedi nel velo integrale islamico. Appena arrivata in Svizzera per trascorrere le vacanze, invece, si spoglia del velo e beve alcolici, buttandosi alle spalle i precetti religiosi proclamati in patria.

È bufera in Iran sulla celebre giornalista televisiva, Azadeh Namdari, uno dei volti televisivi persiani più noti, beccata in vacanza in Svizzera mentre gusta una bottiglia di birra in compagnia del marito in un parco. In testa, solo un paio di occhiali da sole. Del velo integrale che più volte in tv si era detta fiera di indossare, non c’è traccia.

Non è chiaro chi abbia immortalato la Namdari mentre si comporta da perfetta occidentale, né come i video siano finiti in rete. Quello che è certo, però, è che migliaia di utenti di Twitter e Facebook si sono scagliati contro la giornalista definendola “ipocrita” e “perbenista”. Da quando i video sono approdati sul web lunedì scorso, infatti, secondo quanto scrive la Bbc, l’hashtag contenente il nome della giornalista in persiano è stato usato oltre 11mila volte. "Non ha il diritto di incoraggiare le persone ad osservare regole che lei stessa non rispetta”, scrive un utente.

A nulla sono valse le giustificazioni della giornalista, contenute in un video di due minuti pubblicato sul sito di un’agenzia di stampa iraniana. Il tentativo di discolparsi ha finito soltanto per accendere ulteriormente le polemiche. A molti è parso, infatti, che la giornalista si stesse arrampicando sugli specchi. La Namdari, comparendo di nuovo in video, questa volta coperta dall’hijab, ha spiegato il perché del suo comportamento, affermando di essersi trovata in compagnia della sua famiglia e di parenti stretti.

In una situazione del genere, ha detto la giornalista, non è obbligatorio per una donna musulmana indossare il velo. La conduttrice ha sostenuto, inoltre, che il foulard che aveva in testa le sarebbe improvvisamente scivolato e che uno sconosciuto sarebbe riuscito ad immortalarla nell'attimo in cui era rimasta senza il velo. Non una parola, per giunta, è stata pronunciata sulla birra. Chiaramente alcolica, come mostrano decine di ingrandimenti dell’etichetta pubblicati sui social.

In rete si sono moltiplicate anche le vignette e i fotomontaggi che mostrano la donna coperta dal velo integrale, con nelle mani due bottiglie di superalcolici. “È la sua vita, non sono affari nostri”, ha scritto, infine, qualche utente. Ma ora bisognerà aspettare la reazione delle autorità iraniane. Secondo la legge in vigore nella Repubblica Islamica, infatti, bere alcolici è vietato. La pena, per i trasgressori, è di ottanta frustate. Ma può arrivare fino alla pena di morte, se il reato viene ripetuto per tre volte.

Da ex islamico vi dico perché l'islamizzazione va fermata

ilgiornale.it
Elena Barlozzari - Mer, 26/07/2017 - 19:06

L'Islam una “religione di pace”? "Se sei musulmano come loro allora sì che è una religione di pace, sennò no". Parla Muorad Massimo Ayari, l'ex islamico che ha aderito al Partito anti-islamizzazione di Stefano Cassinelli e Alessandro Meluzzi

Anche se la campagna tesseramento inizierà ufficialmente a settembre, il Partito anti-islamizzazione (Pai) fa incetta di consensi e tra i neo iscritti c’è anche Muorad Massimo Ayari.

La sua adesione fa già discutere come fu per Toni Iwobi, il nigeriano che sposò il programma di Matteo Salvini diventando la “bandiera nera” della lotta all’immigrazione clandestina. Così Muorad, ex islamico nato a Tunisi, ha deciso di tesserarsi con il Pai.

Come mai ha aderito al Pai?
"Mi ha colpito subito. Perché già dal nome si pone in maniera diretta e reale. Mi sono detto: ‘Finalmente qualcuno che parla francamente’. Quando mi sono iscritto sono stato contattato da Stefano Cassinelli, il fondatore, è si è creata una situazione divertente. Vedendo il mio cognome credeva avessi compilato il modulo pensando fosse il Partito islamico".

Quanto hanno influito su questa scelta le sue origini?
"Beh, diciamo che venendo dalla realtà dove sono nato e cresciuto conosco bene la materia. Pensi che quando sono arrivato a Roma, nel 1990, mi sono subito convertito al cattolicesimo".

Perché?
"È una cosa che sognavo sin da ragazzino. Mio padre era una persona moderata e quando vivevo ancora a Tunisi mi portava dalle suore per le ripetizioni estive. Frequentare il convento mi ha trasmesso un sentimento che è cresciuto nel tempo e che poi ho coronato venendo in Italia e convertendomi. Anche aver trascorso l’infanzia con coetanei di religione cristiana ed ebraica mi ha aperto gli orizzonti".

Come tutti i bambini musulmani avrà sfogliato il Corano, cosa pensa di chi definisce l’Islam una “religione di pace”?
"Se sei musulmano come loro allora sì che è una religione di pace, sennò no. L’Islam nasce con la Jihad e la Jihad è nata con l’Islam, è una religione imposta con la spada. Da ragazzino ricordo che sfogliare il Corano mi trasmetteva ansia e paura. C’è un castigo per ogni mancanza nei confronti della fede".

Come ha ottenuto la cittadinanza italiana?
"L’ho ottenuta per permanenza e lavoro. La ritengo una cittadinanza meritata e non acquisita tramite escomatage. Non mi è mai piaciuto ricorrere alle scorciatoie".

Cosa pensa allora dello Ius soli?
"Quello che ho detto, ovvero che la cittadinanza va meritata. Può esser giusto per quei figli nati da famiglie che sono perfettamente integrate e contribuiscono alla vita quotidiana del Paese. Altro discorso vale per chi viene qui a partorire solo per avere quell’attestato".

Ha un’idea romantica della cittadinanza…
"Sì, vorrei che rispecchiasse una scelta d’amore e per questo non credo nell’automatismo dello ius soli, altrimenti non c’è reciprocità e si finisce col premiare logiche parassitarie."

Perché, a parer suo, l’Islam non è conciliabile con il nostro ordinamento?
"Perché è scritto nel Corano. L’Islam è una religione totalitaria per natura e non riconosce la democrazia e la libertà degli individui".

Esistono musulmani moderati?
"Il musulmano o è musulmano o non lo è. Perciò no, per definizione non esistono musulmani moderati. Poi ci sono delle persone moderate che vivono la religione islamica in maniera non ortodossa".

Se dovesse candidarsi su cosa focalizzerebbe il suo programma?
"Sicuramente non permetterei agli islamici di occupare il suolo pubblico per pregare, dicono che gli mancano gli spazi ma in realtà è una dimostrazione di forza. Vorrei che ci fosse meno prepotenza nell’imporre agli altri la propria fede".

Se potesse lanciare un appello agli italiani che si convertono all’Islam cosa gli direbbe?
"Di riflettere bene prima di farlo e di ragionare sulle conseguenze a cui vanno incontro. Esprimersi, vestirsi e mangiare come si vuole sono cose ormai alla portata di tutti, e la gente che ci rinuncia lo fa perché non ha più la capacità di apprezzare il valore della libertà".

Le avventure di un testo ebraico salvatosi per miracolo dai nazisti

lastampa.it
ariela piattelli

Dalla Spagna del ’200 a Roma, trovò rifugio alla Vallicelliana. Ora è stato restaurato con altri venticinque preziosi volumi


Una pagina del Meghillot e Aftaroth (Agiografi e profeti), il manoscritto ebraico del 1202 appena restaurato

Si è salvato per miracolo. Ha scampato le censure, i roghi, i sequestri e persino le razzie naziste. Ha rivisto la luce all’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, fresco di restauro, un manoscritto del 1202, che contiene «Meghillot e Aftaroth» (Agiografi e Profeti), ma anche la storia delle peripezie di cui fu protagonista e che lo portarono dalla Provenza medievale alla Roma del ’500. È uno dei 25 preziosi volumi che si sono salvati dalle mani dei nazisti, che dalla biblioteca della comunità romana ne trafugarono 7000. Oggi non conosciamo il loro destino.

«Prima della Seconda Guerra Mondiale la comunità ebraica di Roma aveva una delle biblioteche ebraiche più importanti al mondo – spiega Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio Storico-. I nazisti, che avevano un ufficio preposto alla caccia ai libri ebraici, che poi sarebbero finiti nel macabro “museo delle razze scomparse”, prendono i volumi, tra cui manoscritti, codici antichi, preziosi libri di studio, tra il settembre e il dicembre del ’43.

Sul loro destino ci sono varie ipotesi, l’unica certezza che abbiamo dalle fonti dell’epoca è che sono partiti con destinazione Francoforte. Questo straordinario codice restaurato, si è salvato perché, assieme ad altri volumi, è stato portato prima della razzia alla Biblioteca Vallicelliana, dove è rimasto sino alla fine della guerra». Altri, pochi, manoscritti si sono salvati perché gli ebrei ci studiavano, e dunque passavano dalle sinagoghe alle case. E proprio lo studio li ha mantenuti in vita durante i secoli. Del manoscritto sappiamo molto, perché era uso scrivere sui libri la presa di possesso e di responsabilità.

Sul codice pergamenico riscoperto, di 142 pagine con legatura in legno e in cuoio, è riportato che è stato scritto da Yosef (figlio) di Shemuel da Barcellona, per incarico di Avraham Gattegno ad Arles, località della Provenza, nell’anno 1202. «Nel 1200 il passaggio di persone dalla Catalogna e alla Provenza era enorme, i rabbini si muovevano continuamente – spiega Gabriella Yael Franzone, coordinatrice del dipartimento Beni e Attività Culturali della Comunità Ebraica di Roma –. Questo straordinario manoscritto ci racconta la storia della circolazione delle idee. È compilato da ebrei spagnoli, “sefarditi” in Provenza, nella zona in cui si parlava la lingua d’oc, e dove fiorisce il misticismo ebraico». Lo Zohar, il testo fondamentale della mistica ebraica, viene compilato proprio in quest’area nel Medioevo, dove nasce la poesia moderna. 

«Era il periodo in cui gli ebrei non erano perseguitati - continua la studiosa -, il fervore culturale generava la circolazione delle idee. Lì, in quell’epoca, convivevano i mistici ebrei, cristiani e musulmani, in una situazione di grande rispetto reciproco e di comunicazione. I rabbini che si spostavano erano protagonisti della trasmissione della cultura. Gli ebrei dell’epoca medievale rappresentavano una cerniera fondamentale nella trasmissione della cultura e delle scoperte scientifiche tra mondo islamico e cristiano. Non è un caso che l’espulsione degli arabi e degli ebrei dalla Penisola Iberica concorse fortemente al declino della Spagna». 

E proprio in quel periodo, attorno al 1500 il volume, arrivò a Roma. «Con la cacciata dalla Spagna, gli ebrei si disseminano in quasi tutta l’Europa, tra le Fiandre, a Istanbul all’Ungheria, alla Polonia e all’Italia. Sappiamo che portarono con sé libri preziosi dai testamenti dell’epoca. Questo manoscritto fu portato a Roma dagli ebrei sefarditi che andranno a costituire una parte importante e soprattutto colta della comunità ebraica capitolina».

Con il restauro, grazie al quale si è rivelata la storia del volume, si è scoperto che c’è un altro manoscritto in archivio, un prezioso «Chumash» (che contiene i cinque libri della Torà), oltre 15 chili di sapienza, scritto dallo stessa persona e protagonista della stessa avventura. «Sono due codici che si completano, facevano parte della stessa raccolta. Abbiamo ricucito una parte importante della nostra storia – dice Claudio Procaccia, direttore Dipartimento beni e attività culturali della comunità -. Questi volumi, che migrarono per percorsi pericolosi, ci restituiscono l’immagine di comunità ebraiche vivaci e culturalmente ricche. Le persone preferivano salvare i libri che i propri beni, pur di mantenere in vita la propria identità».