mercoledì 26 luglio 2017

Su Telegram arrivano video e foto che si autodistruggono

lastampa.it
andrea nepori

L’ultimo aggiornamento dell’app di messaggistica introduce la possibilità di inviare filmati e foto che si cancellano dopo la lettura da parte del ricevente



L’aggiornamento 4.2 di Telegram, disponibile da domenica scorsa su iPhone e su dispositivi Android, ha introdotto una nuova funzionalità ispirata da Snapchat, ovvero la possibilità di inviare video e immagini che si autodistruggono dopo la ricezione. Finora l’applicazione permetteva di inviare solamente messaggi di testo capaci di autoeliminarsi, una funzione limitata per altro alle sole conversazioni criptate, le cosiddette “chat segrete”. Il principale servizio concorrente, Whatsapp, ad oggi non offre alcuna funzionalità analoga.

Per inviare un videomessaggio o un’immagine a tempo basta selezionare un contenuto multimediale dalla schermata di invio e poi fare tap sulla nuova icona dell’orologio, in basso a destra nell’interfaccia. Da qui è possibile scegliere la durata del timer di autodistruzione, che può andare da un secondo fino a un minuto.

Il conto alla rovescia si attiva dal momento in cui la foto o il video vengono aperti per la prima volta. Se il ricevente prova a fare uno screenshot per conservare una traccia del messaggio Telegram invia una notifica al mittente, proprio come avviene su Snapchat.

Windows Paint non sparirà

lastampa.it
lorenzo fantoni

Microsoft tranquillizza i nostalgici, lo storico programma di disegno sarà disponibile sullo store



Ieri Microsoft, ha scatenato il panico con un semplice comunicato stampa: con l’arrivo dell’aggiornamento di Windows 10 previsto per autunno, denominato Fall Creators Update, Paint è stato incluso in una lista di programmi che potrebbero essere cancellati e che di sicuro non sono più in sviluppo attivo.

Questo non voleva dire automaticamente che Paint sarebbe sparito, ma da oggi sul suo capo pendeva una spada di Damocle che sarebbe potuta cadere in qualunque momento. La stessa che minaccia Outlook Express, Lettore e Elenco di lettura. L’unica certezza era che non sarebbe stato aggiornato, poca cosa, visto che di certo Paint non passato alla storia per le sue funzioni innovative. Eppure questo non gli ha impedito di diventare uno dei software più amati di sempre, tanto che in queste ore sono in molti a lamentarsi per la sua ipotetica sparizione.

Oggi Microsoft ha tranquillizzato gli animi con un chiarimento, Paint non sparirà, ma sarà disponibile gratuitamente su Windows Store, mentre gran parte delle sue funzioni confluiranno in Paint 3D.
Il motivo di una reazione così forte nel pubblico è da ricercarsi probabilmente nella nostalgia e in un certo affetto per un programma decisamente meno potente e blasonato di Photoshop.

Per moltissime generazioni Paint è stato il primo contatto col concetto di “disegnare sul computer”. Chi non ha tracciato almeno una volta qualche riga a caso da riempire poi con i colori? Chi non ha cercato in qualche modo di disegnarci qualcosa di sensato, fallendo miseramente? Col tempo c’è anche chi ha visto nelle sue limitazioni una forma d’arte, tanto che su YouTube non è raro imbattersi in disegnatori che lo sfruttano per creare piccoli capolavori.

Nato nel 1985 con Windows 1.0, Paint ha iniziato la sua carriera come una versione monocromatica di PC Paintbrush, un software concesso in licenza da ZSoft, rimanendo quasi del tutto invariato fino a Windows 98, quando finalmente ha concesso agli utenti di salvare in formato jpeg. Alcuni miglioramenti sono arrivati con Windows 7, ma nessun cambiamento rivoluzionario.

E nonostante esistano un sacco di alternative gratuite più flessibili e potenti, Paint è ancora usatissimo per tagliare o ridimensionare una foto al volo, senza perdere troppo tempo. Funzione che da oggi passerà nelle mani di Paint 3D, anche se probabilmente saranno in tanti quelli che non smetteranno di usarlo.

L’affetto per luoghi e persone è scontato, l’età moderna ha introdotto l’affetto per gli oggetti, forse il ventunesimo secolo, sarà quello in cui proveremo dei sentimenti per un programma?

Roomba spia gli interni delle case e venderà i dati all’esterno

lastampa.it
carlo lavalle

Colin Angle, amministratore delegato di iRobot, l’azienda che produce il robot aspirapolvere vuole sviluppare il business raccogliendo e vendendo informazioni sulle case private



Altro che robot aspirapolvere: il futuro di Roomba potrebbe essere nei dati. Quelli raccolti mappando gli interni delle case delle persone che lo utilizzano per le pulizie dei pavimenti, da vendere al miglior acquirente. Lo rivela alla Reuters Colin Angle, amministratore delegato di iRobot, l’azienda che lo produce.

L’apparecchio di iRobot, da marzo controllabile anche via Alexa, assistente digitale di Amazon, ha raccolto per anni i dati degli ambienti delle abitazioni in cui ha operato per migliorare la sua capacità di muoversi autonomamente. Roomba, dotato di sensori di rilevamento e fotocamera, è in grado di registrare le dimensioni di una stanza o le distanze fra i vari oggetti come lampade, divani e mobili.

Tutte queste informazioni potrebbero diventare un fattore di business trasformando l’innocuo robottino in un inquietante spione di casa. Conoscere la mappa di una abitazione che un utente ha deciso di condividere può essere utile alle aziende del settore smart home. Quello della casa intelligente è un mercato che ha importanti margini di guadagno e prospettive di sviluppo essendo cresciuto, secondo IHS Markit, oltre il 60 per cento rispetto al 2016. E soprattutto ai big come Amazon, Google e Apple potrebbero far gola i dati collezionati da Roomba.

I dispositivi connessi a Internet, realizzati per rendere più intelligente un appartamento, ne beneficerebbero per migliorare le loro prestazioni. Oppure, per inviare una pubblicità più mirata suggerendo all’utente, ad esempio, l’acquisto di mobili quando, il robot rileva che una stanza è vuota. Tuttavia, la decisione di iRobot potrebbe trovare un ostacolo nei clienti, orientati ad acquistare gadget concorrenti meno costosi di Roomba e anche meno invadenti, perché non abilitati alla raccolta dati. Perché non è sempre male nascondere la polvere sotto un tappeto. 

La falsa partenza di WiFi Italia, la rete senza fili nazionale

lastampa.it
lorenza castagneri

I problemi: difficoltà ad accedere al servizio e pochi hotspot, ma il Ministero dello Sviluppo economico assicura: «Il progetto funziona, miglioreremo»



L’avvertimento arriva prima ancora di fare il downolad della app, nella sezione recensioni dell’Apple Store. «Scadente», «inattiva», «non scaricatela». Sono i commenti più comuni degli utenti su Wifi.Italia.it, il progetto appena lanciato dal Ministero dello Sviluppo economico per permettere di navigare su Internet in fretta con le reti delle pubbliche amministrazioni, gratis e in automatico, senza bisogno di lunghe registrazioni, se non la prima volta. E qui nasce il problema. Nel pieno centro di Firenze, una delle cinque città in cui è partita la sperimentazione, quando, dopo aver inserito i propri dati personali, si dovrebbe ricevere il codice per attivare il servizio, l’app va in tilt: «Qualcosa è andato storto, riprova più tardi». Ma il responso, in tre giornate diverse, rimane lo stesso. Solamente al quarto tentativo il codice arriva, ma poi l’app non funziona. Anche a Milano la prova è un insuccesso. 

I PROBLEMI PIU’ COMUNI
«In effetti, questi sono stati i reclami più comuni che abbiamo ricevuto», risponde Alessio Beltrame, capo segreteria del sottosegretario al Mise Antonello Giacomelli, sottolineando, però, l’iniziativa sta andando meglio del previsto: «Abbiamo avuto 50mila download dal 13 luglio, giorno del lancio, fino a venerdì 21, siamo più che soddisfatti». Resta, però, qualcosa da sistemare. «La questione del codice è stata risolta: per riceverlo è necessario inserire anche il prefisso del proprio telefono, cosa che nella primissima versione dell’app non era chiara».



POCHI HOTSPOT
Ma se, provando e riprovando, alla fine il messaggio con le cinque magnifiche cifre compare, r esta ancora da capire dove esattamente si può utilizzare l’app sui territori in cui dovrebbe già essere attiva. «Che senso ha rilasciare un servizio quando solamente una manciata di hotspot è disponibile e solo in zone molti turistiche?», si chiede Noel sul Google Play. I commenti degli altri, tra chi è comprensivo e chi va giù più pesante, suonano tutti così. 

«PRESTO NUOVI PUNTI DI ACCESSO»
«Veramente a Firenze i punti di accesso federati sono già duecento e presto se ne aggiungeranno altri», rivelano dal Ministero, dove difendono la sperimentazione: «Non potevamo pensare di partire in 100 città, il sistema avrebbe rischiato di non reggere». Oltre al capoluogo toscano e a Milano, WiFi.Italia.it si può testare, per ora, a Roma, a Prato e a Bari, nelle province di Roma, Firenze e Trento e in Toscana ed Emilia-Romagna. «Ma in tempi molto brevi, passata l’estate, porteremo il servizio nelle grandi stazioni, per il quale abbiamo già firmato un accordo con Rfi, e in luoghi nuovi: porti, aeroporti e autostrade più in singoli Comuni e in nuove regioni nel Sud». Dove molti si sono lamentati per la quasi totale assenza di enti che hanno aderito alla prima fase. 

«Ma ogni giorno riceviamo messaggi di nuove amministrazioni che vogliono entrare a far parte del network. Anche privati ci hanno scritto. Sul tema c’è molto interesse, ma sono necessari tempi minimi perché gli uffici possano lavorare e per sistemare la parte tecnica», rimarca ancora Alessio Beltrame. «La nostra priorità, oltre ad allargare la rete, è far sì che il Wi-Fi funzioni, altrimenti è tutto inutile. Pure l’Europa ci ha preso ad esempio per dar vita a un sistema simile in altri paesi. Risolveremo i problemi».

Ci vorrà un permesso per vivere nei campi rom

lastampa.it
andrea rossi

Tassa di 600 euro l’anno e obbligo di mandare a scuola i minorenni



Il piano è articolato. Si basa su scadenze e regole che - è bene dirlo subito - non sarà per niente facile far rispettare. Eppure proprio su questi paletti Chiara Appendino e la sua giunta - che l’hanno presentato ieri sera in circoscrizione 6 - si giocano una fetta non irrilevante di credibilità, soprattutto con quei residenti che sul cambiamento targato Cinquestelle hanno scommesso, credendo che alcuni problemi irrisolti da anni sarebbero stati affrontati.

Nel prossimo anno il Comune proverà a risolvere - o quanto meno tamponare - l’emergenza rom, mettendo in regola le baraccopoli in cui vivono circa 1.500 persone, la metà irregolari. Lo farà attraverso un regolamento che come cardine ha un provvedimento inedito: chi vive nei campi dovrà essere autorizzato. Il permesso avrà validità di un anno e potrà essere rinnovato. Potrà anche essere revocato: in quel caso, entro tre giorni, la persona dovrà abbandonare il campo.

REGOLE DA RISPETTARE
Il tentativo è abnorme: riportare nei confini della legalità quel che si muove ai margini, spesso molto al di fuori. Eppure la scelta della sindaca e degli assessori che hanno lavorato al progetto - Unia, Finardi, Schellino - è questa. L’autorizzazione a stare nei campi potrà essere concessa solo a chi è in regola sul territorio, che sia italiano, comunitario o extra comunitario. I nomadi non dovranno avere provvedimenti di allontanamento da altre aree sosta della città, morosità, condanne per specifici reati. Dovranno pagare 600 euro l’anno e mandare i figli minorenni a scuola. Non potranno ospitare persone non autorizzate, accendere roghi, introdurre veicoli senza documenti di circolazione, realizzare opere abusive, allacciarsi abusivamente a luce e acqua. 

In parallelo la Città attiverà percorsi di inclusione. Lo farà tentando il confronto: ogni campo avrà tre rappresentanti. Individuarli sarà un’impresa. Ma questo è il progetto. Che prevede anche, nella primavera del prossimo anno, di spostare le famiglie Korakanè in via Germagnano da strada dell’Aeroporto dove si trovano ora in condizioni disumane, tra faide etniche e religiose. Nel frattempo, tra agosto e ottobre, partiranno la pulizia dei due insediamenti e gli abbattimenti. 

ORGANICI DA RINFORZARE
Nel piani di Appendino questi paletti servono a tracciare una linea di confine tra chi vuole essere partecipe di un percorso di inclusione e chi invece non intende rispettare le regole. Nella sua ottica le baraccopoli sono una situazione che da troppo tempo si trascina e non è più sostenibile, né per chi ci abita né per i residenti nelle zone circostanti. 

La vera sfida sarà fare in modo che queste regole non restino lettera morta. Perché non accada servirà un impegno straordinario da parte delle forze dell’ordine, a cominciare dai vigili. Non sarà agevole assicurare il rispetto delle nuove norme. Servirà rafforzare la sorveglianza, effettuare sopralluoghi costanti per controllare documenti, persone, eventuali ospiti, veicoli. Si dovrà intensificare il contrasto a chi brucia rifiuti. Tutto ciò richiede uomini e mezzi, e questa è la sfida che hanno davanti a sé la sindaca e il neo assessore alla Sicurezza Finardi. Negli ultimi tempi il Nucleo nomadi dei vigili ha vissuto una pesante emorragia: è passato da 45 a 28 addetti e potrebbe ulteriormente assottigliarsi visto che pendono altre domande di trasferimento. Una fuga che il comando non riesce ad arginare, non potendo trasferire d’imperio agenti in un nucleo di cui si fa parte su base volontaria.

Arriva il microchip sottopelle

lastampa.it
paolo mastrolilli

Per timbrare il cartellino e pagare caffè e bibite


Il locale di ristoro a cui si avrà accesso grazie a un microchip, utile anche per pagare

Sapevamo che prima o poi sarebbe accaduto, però un conto è guardarlo nei film di fantascienza, e un altro nella tua mano. Stiamo parlando del microchip che dal primo agosto verrà impiantato tra il pollice e l’indice di tutti i dipendenti della compagnia del Wisconsin Three Square Market, per fare acquisti, aprire la porta dell’ufficio, in sostanza «timbrare il cartellino» e accedere al proprio computer.

32M è un’azienda di River Falls che disegna software per i locali all’interno degli uffici dove gli impiegati vanno nei momenti di pausa. Tutte le compagnie americane li hanno, e in genere contengono macchine dove si possono comprare snack.

Anche nella sala stampa della Casa Bianca, tanto per fare un esempio, ce n’è una. Il pagamento un tempo si faceva con le monetine, poi con i dollari di carta, e adesso con le carte di credito. Comunque richiedeva di aver con sé i soldi o il portafoglio. Todd Westby, il ceo di Three Square Market, si è imbattuto nella BioHax International, azienda svedese specializzata in sensori biometrici, che nel Paese scandinavo sono già stati adottati dalla startup Epicenter. Considerando il settore in cui opera 32M, a Westby non è parso vero di poter diventare il pioniere della nuova tecnologia, dando l’esempio ai clienti. «I microchip - spiega - sono il futuro nel campo dei pagamenti, e noi vogliamo essere parte di questo fenomeno». 

Come un chicco di riso
Perciò l’amministratore delegato di Three Square Market ha fatto un accordo con BioHax, per comprare i suoi microchip. Sono grandi come un chicco di riso, costano 300 dollari l’uno, e usano le tecnologie delle «near-field communications» (Nfc) e della «radio frequency identification» (Rfid). Possono essere usati per acquistare i prodotti che vendono le macchine installate da 32M, ma anche per aprire la porta dell’ufficio in sicurezza, accedere al proprio computer, e chissà quali altre funzioni in futuro.

Per cinquanta dipendenti
Westby ha offerto questi strumenti ai suoi dipendenti su base volontaria, e quasi tutti i circa cinquanta impiegati dell’azienda hanno accettato di adottarli. Così il primo agosto terranno un «chip party», e se li faranno impiantare nello spazio sopra al palmo della mano che sta fra il pollice e l’indice. Naturalmente la festa prevede l’offerta snack a base di salsa e chip, dove però non si intendono quelli elettronici, ma quelli cucinati con patate o mais da immergere nel guacamole. Così Three Square Market diventerà la prima compagnia americana ad adottare questa tecnologia, dove l’Europa ha anticipato gli Usa. Westby ha rassicurato i dipendenti, spiegando che il microchip adoperato è in sostanza una versione aggiornata della chiave dell’ufficio: «Non contiene un Gps, e quindi non ci consente di seguire i movimenti degli impiegati. Le informazioni che contiene sono criptate, perciò la privacy è assicurata».

Un futuro imprevedibile
Non è detto, però, che il futuro sia solo questo. Anzi. 32M ha interesse a promuovere la tecnologia dei microchip per i pagamenti, ma come spesso accade, una volta che liberi il genio dalla lampada non puoi prevedere dove andrà a finire. Questi strumenti possono contenere informazioni di qualunque tipo, incluse quelle sanitarie, e anche adattati per pedinare chi li indossa, magari ascoltando le sue conversazioni in diretta. Sono il futuro, come dice Westby, che potrà essere regolato ma non fermato. Unica consolazione: ai pentiti basterà una piccola pressione sulla mano per farli saltare fuori e tornare al passato.

Condizioni

lastampa.it
jena@lastampa.it

E’ giusto sostenere le mamme italiane, a condizione che partoriscano qualcuno intelligente e di sinistra...