venerdì 14 luglio 2017

Apple si adatta alle leggi locali e apre un data center in Cina

lastampa.it

La struttura sorgerà nella provincia di Guizhou, nel sud-ovest del Paese, ed è parte di un investimento di un miliardo di dollari nella Repubblica Popolare, che per l’azienda di Tim Cook è il terzo mercato mondiale

Apple spinge sull’Asia e si adatta alle regole locali: aprirà un data center in Cina, paese non proprio noto per la libertà su Internet, e lo farà in collaborazione con una azienda locale per garantire la conformità con le stringenti leggi del paese in materia di sicurezza e conservazione dei dati.

La struttura sorgerà nella provincia di Guizhou, nel sud-ovest del Paese, ed è parte di un più ampio investimento di un miliardo di dollari destinato al territorio. Oltre al requisito della localizzazione geografica, la società di Cupertino dovrà rispettare la gestione dei dati da parte cinese, attraverso un accordo con la società di data management Guizhou-Cloud Big Data Industry. In pratica si potranno usare l’iCloud e altri servizi Apple, ma solo a patto di non dover trasferire i dati agli Stati Uniti, in rispetto di una legge approvata il mese scorso dal governo di Pechino. 

La struttura, ha spiegato la società gestita da Tim Cook, «ci permetterà di migliorare la velocità e l’affidabilità dei nostri prodotti e servizi e di soddisfare allo stesso tempo i requisiti del regolamento appena approvato». Apple ha anche fatto sapere che «in nessuno dei sistemi sarà creata una backdoor», cioè quella soluzione software che permette alle aziende di entrare nei servizi. La Cina è il terzo mercato più grande di Apple, dopo Nord America ed Europa, attualmente rappresenta circa il 20% per cento dei ricavi della società.

Clandestini, la Ue gela l'Italia: "Devono restare nel Paese di arrivo"

lastampa.it
Sergio Rame - Ven, 14/07/2017 - 17:03

L'Ue dà ragione alla Francia: "Non viola il diritto internazionale respingendo i migranti alla frontiera con l'Italia". E ora dobbiamo tenerci tutti i clandestini



"I migranti irregolari non possono uscire dal Paese di primo arrivo".


La doccia fredda all'Italia arriva, ancora una volta, da Bruxelles. Riferendosi al regolamento di Dublino, la portavoce della Commissione europea Natasha Bertaud ha messo così la parola fine al caso di Ventimiglia dove diverse centinaia di immigrati clandestini premono lungo il confine per riuscire a entrare in Francia. Il presidente Emmanuel Macron, insomma, non violerebbe il diritto internazionale respingendo gli irregolari che arrivano dalla frontiera italiana.

Durante il briefing con la stampa a Bruxelles, rispondendo a una domanda sulle affermazioni del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, secondo cui Parigi opererebbe "in palese violazione del diritto internazionale", Bertaud si è apertamente schierato con Macron. Il nuovo inquilino dell'Eliseo ha, infatti, messo in chiaro che i migranti economici non hanno alcun diritto di stare in Europa e che, quindi, non intende accogliere quelli che sono stati portati in Italia. "Chi arriva in un paese e non fa parte del programma di ricollocamento non ha il diritto di attraversare le frontiere e andare in un altro paese Ue", ha spiegato la portavoce della Commissione europea dando così legittimità ai rinvii in Italia dei clandestini che sono, appunto, entrati in Francia illegalmente attraverso la frontiera fra Ventimiglia e Mentone.

Sul caso specifico la Bertaud ammette di non essere stata messa "al corrente". "Ma in generale - mette in chiaro, una volta per tutte - le persone che arrivano in uno Stato membro dell'Unione europea, a meno che non facciano parte di un programma di ricollocamento, non hanno l'autorizzazione a viaggiare verso altri Stati membri".

Il discorso della Commissione Ue, ovviamente, non vale soltanto per Ventimiglia. Ma vale anche per gli immigrati irregolari che ogni giorno provano ad andare in Austria passando dal Brennero e che vengono puntualmente respinti. "Siamo stati trasformati in un immenso 'centro di raccolta' a cielo aperto - commenta il leghista Paolo Grimoldi - ma il nostro governo continua imperterrito a raccogliere immigrati nelle acque libiche".


Migranti, Kyenge: "Rompiamo le barriere dell'egoismo e accogliamoli tutti"

Sergio Rame - Ven, 14/07/2017 - 13:37

Un altro fine settimana di sbarchi: stanno per arrivare in Italia 7mila immigrati. E la Kyenge lancia l'appello: "Accogliamoli tutti"



Lo slogan "aiutiamoli a casa loro" non piace a Cecile Kyenge.


"È una frase che sta facendo discutere ovunque ma a mio avviso distoglie l'attenzione da quella che è la realtà, da quella che è l'attualità", spiega l'ex ministro all'Immigrazione intervenendo questa mattina a Radio Padova dai cui microfoni lancia un appello a tutti gli italiani: "Rompete barriere dell'egoismo e accogliete tutti gli immigrati". Una frase a dir poco audace che viene pronunciata alle prime ore di un nuova giornata di sbarchi che vede oltre 5mila migranti in arrivo nel Sud d'Italia, dove in questo fine settimana ne sono attesi in totale settemila.

L'Italia continua a essere in emergenza sul fronte degli sbarchi: a giugno ne erano arrivati 25mila (+8% rispetto a maggio), 85mila da inizio anno. Da Bruxelles hanno fatto sapere che non ci saranno aperture dai partner dell'Unione sugli arrivi in altri porti europei e quindi il mandato della missione Triton e dell'operazione Sophia non cambia. Intanto gli sbarchi riaccendono la polemica politica. E la Kyenge si è subito scagliata contro Matteo Renzi che, negli ultimi giorni, sembra aver sposato l'idea leghista dell'"aiutiamoli a casa loro". "Oggi la questione che si pone, al di là delle proposte che saranno messe all'interno di una politica globale, è cosa facciamo delle persone che sono dentro al mare, cosa facciamo delle persone che sbarcano? - interviene l'europarlamentare - questa è la questione ed io risponderei accogliamoli tutti".

A Catania 1.428 sono stati sbarcati dalla nave "Diciotti" della Guardia Costiera, su cui erano presenti anche agenti della Squadra mobile della Questura e militari della Guardia di finanza per individuare eventuali scafisti. A Salerno è attraccata la nave "Vos Prudence" di Medici Senza Frontiere con a bordo 935 migranti. Di questi, 793 sono uomini, 125 donne di cui sette in gravidanza, 14 minori e 2 neonati. A Brindisi c'era un neonato venuto alla luce durante la traversata fra gli 860 migranti sbarcati dalla nave Aquarius dell'organizzazione umanitaria Sos Mediterranee.

A bordo c'erano 120 minori. Il neonato, che è stato chiamato Cristo, è in buone condizioni di salute. Nel primo pomeriggio arriva al porto di Crotone una nave norvegese con a bordo 1.200 migranti. La "Olympic commander" fa parte del dispositivo internazionale Frontex. "Le persone sono dentro i barconi, le persone sono alle porte delle nostre frontiere - ammette la Kyenge - stiamo parlando di 85mila persone che hanno già un piede sul territorio europeo. Quando dico accogliamoli tutti non mi riferisco solo all'Italia, mi riferisco ad uno Stato federale di 500 milioni di abitanti è qui che bisogna essere abbastanza chiari".

Per la Kyenge "accogliamoli tutti" significa "rompere l'egoismo degli altri Stati membri" dell'Unione europea. "Vuol dire anche spingere le politiche degli altri stati europei - conclude l'europarlamentare - questo è anche il nostro lavoro, il lavoro di chi risiede nelle istituzioni europee, il lavoro dei parlamentari, il lavoro di chi fa parte di una commissione ma soprattutto dei governi che devono avere una politica".

Viaggio nella fabbrica dove nasce (e resiste) il vinile

lastampa.it
bruno ruffilli

La Phono Press di Settala, nel Milanese, l’unica dove si producono dischi dall’inizio alla fine Un mercato che interessa giovani e meno giovani e dal 2012 a oggi è cresciuto del 330 %


Una matrice per 33 giri: viene inserita in una presa da 110 tonnellate che in 30 secondi produce il disco.
Il servizio fotografico è di Nicola Marfisi per La Stampa


Un disco su quattro non ce la fa. Non arriva nei negozi, non viene ascoltato da nessuno, viene fatto a pezzetti e riciclato: avrà una seconda possibilità. La Phono Press di Settala, non lontano da Milano, è l’ultimo posto al mondo dove ci si aspetterebbe di apprendere una lezione di vita, e invece di sorprese ne riserva parecchie. La prima è proprio che esista, che sia in attività, che qualcuno ci lavori. Dall’esterno, infatti, il capannone sembra abbandonato: scritte sbiadite, erbacce, un silenzio inquietante sotto il sole estivo. Ma all’interno sono in sei o sette, e anche due donne. 



Abbiamo letto e scritto del vinile che torna, di giradischi, di musicisti giovani che pubblicano 33 giri nonostante Spotify e YouTube: ma alla Phono Press non hanno mai smesso dall’inizio degli Anni Ottanta, come spiega il presidente Filippo De Fassi Negrelli. «Da 20.000 dischi al mese nel 2010, quando ho rilevato l’azienda, siamo arrivati a produrne circa 60.000 l’anno scorso». E questa è un’altra lezione: non arrendersi a chi dice che il futuro va altrove, ieri il cd, oggi gli Mp3, domani i master hi-res. 

I numeri
Il vinile rappresenta il 6% del mercato discografico italiano (circa 10 milioni di euro su 149 milioni di fatturato nel 2016): una fetta piccola ma che dal 2012 a oggi è cresciuta del 330%. «Anche in Italia sembra essere tutt’altro che un fenomeno di nicchia, con acquirenti di tutte le età, tanto che lo scorso anno abbiamo lanciato una classifica dedicata per il vinile», dice Enzo Mazza, presidente della Fimi, Federazione Industria Musicale Italiana. A livello globale, Deloitte prevede che nel 2017 si venderanno circa 40 milioni di copie (erano meno di 4 milioni nel 2005); non è un caso se Sony ha appena annunciato che riaprirà uno stabilimento per la produzione di dischi vicino Tokyo. 



Appesi come santini alle macchine vecchie di decenni, alla Phono Press ci sono i 45 giri di Vasco Rossi, Renato Zero, Guè Pequeno; sparsi negli archivi gli ellepì di Ramones, Clash, Banco, Motörhead e altri. Si vede una scatola piena di Tra le Granite e le Granate, l’ultimo singolo di Francesco Gabbani, di un irreale color magenta trasparente. Questa è la sola fabbrica italiana dove si producono dischi in vinile dall’inizio alla fine, per grandi case discografiche ed etichette indipendenti. Si entra con il file audio o la bobina dello studio di registrazione e si esce con i dischi incellofanati e forniti pure di bollino Siae. 



Il «biscotto»
Quei dischi di Gabbani non ce l’hanno fatta, spiega Davide Niero, 50 anni, perché hanno qualche difetto. Vengono controllati uno a uno dal suo occhio esperto e testati su un impianto audio di qualità medio-bassa. «Non da audiofili, perché quelli sono pochi, a noi interessa che un disco si senta bene anche con uno stereo normale». Niero, originario di Venezia, prima di stamparli, i dischi li suonava, come deejay. Analogico contro digitale vuol dire che si può controllare ogni fase della lavorazione con strumenti di precisione ma tutto sommato semplici: guardando al microscopio i solchi dell’acetato, Niero capisce che tipo di musica possono nascondere. «Questo è un pezzo house, questa è musica classica», dice, e non sbaglia mai.



L’acetato viene ricoperto di un sottilissimo strato di argento poi immerso due volte in una soluzione contenente nickel. Dopo qualche ora ne esce la matrice per stampare i dischi veri e propri. Ha i solchi al contrario, in rilievo anziché scavati, e ne servono due, una per lato, massimo 25 minuti di musica. Sono sistemate sulla pressa, mentre con un secchio si caricano i granelli di vinile, nero o colorato. Il calore lo scioglie e ne fa una massa compatta («biscotto» o «polpetta»), che viene schiacciata a 110 tonnellate di pressione; poi si sistemano le etichette, non incollate ma saldate al vinile. Per stampare un album ci vogliono 30 secondi e ogni passaggio è manuale. Dopo i controlli c’è l’imbustatura, il confezionamento, quindi i dischi vanno sistemati nelle scatole e partono verso i negozi di tutto il mondo. Portando con sé non solo la musica, ma anche la passione di chi li ha fatti nascere.

“Io, operata con l’ipnosi al posto dell’anestesia. Un taglio di 5 centimetri e nessun dolore”

lastampa.it
nicla panciera

Non c’è stato bisogno di anestesia. Perché Lucia, durante l’intervento di installazione di un neurostimolatore midollare per il dolore cronico, era sotto ipnosi. «La paziente è entrata in sala da sola, già ipnotizzata. Durante l’operazione, che è generalmente effettuata in anestesia locale, non ha sentito alcun male e non ha mai avuto bisogno di farmaci» racconta il dottor Gianluca Conversa dell’Unità operativa Terapia del dolore IRCCS Maugeri di Pavia. «Le ho chiesto di immaginare di avere sulla schiena, dove sentiva il tocco della mia mano, del ghiaccio e della neve e di non sentire più nulla, solo tanto freddo, un freddo davvero intensissimo».

Abituata a essere ipnotizzata dal dottor Conversa, Lucia ha “spento” a comando la sensibilità delle parti che di volta in volta dovevano essere anestetizzate, come la schiena, i glutei e le gambe. A quel punto, con un taglio di 5 cm sulla schiena, il chirurgo è potuto arrivare sotto i muscoli paravertebrali e raggiungere le vertebre, dove ha infilato gli elettrocateteri, restando sempre in comunicazione con la paziente.

«Per verificare l’estato posizionamento degli elettrodi, le chiedevo di tornare a sentire solo le parti sulle quali appoggiavo la mano e potevo così verificare se sentiva parastesie e formicolii» racconta il medico che osserva come la donna, pur essendo a tutti gli effetti anestetizzata, continuasse a percepire il tocco. Lucia stessa racconta: «Mi immaginavo di essere in un posto dove mi piace andare, stavo tanto bene là. Adesso mi sento come se fossi anestetizzata, anche al tatto». La prova dell’efficacia dell’ipnosi è confermata anche dalle misurazioni che non hanno registrato alterazioni della frequenza cardiaca o della pressione, come se l’organismo non avesse vissuto proprio niente di invasivo.

Cos’è l’ipnosi
L’ipnosi fa leva su un meccanismo di coscienza fisiologico indotto dall’ipnotista che attraverso alcuni suggerimenti verbali guida il soggetto, cosciente e vigile, nella creazione di immagini mentali, che inducono uno stato fisico particolare, come ad esempio l’analgesia. «È una condizione che tutti noi sperimentiamo normalmente durante il giorno, ogni 50-60 minuti, come quando ci troviamo improvvisamente assorti nei nostri pensieri e, ignari di tutto il resto, lasciamo vagare la mente» spiega Conversa. Ce ne accorgiamo solo quando rientriamo bruscamente in noi, presenti alla situazione. Analogamente, durante l’ipnosi, ci concentriamo su un’idea (il cosiddetto “monoideismo plastico”) ed è come se vedessimo le cose attraverso un obiettivo.

Chi può beneficiarne e quali sono le indicazioni
In alcuni soggetti predisposti, nel 10-20% dei casi, l’ipnosi determina fenomeni potenti come il sonnambulismo, l’amnesia e, appunto, l’assenza di dolore chirurgico. «Esistono dei test che permettono di valutare l’ipnotizzabilità delle persone – spiega Conversa - tuttavia, nella pratica il livello di suggestionabilità di ciascuno può essere molto diverse da quello predetto dai test, perché molto dipende dalla comunicazione operatore-paziente». E anche in chi non è in grado di raggiungere l’analgesia con l’ipnosi, «la comunicazione ipnotica consente comunque di ridurre del 50% il dolore percepito» spiega Milena Muro, infermiera specializzata in terapia antalgica e cure palliative all’ospedale Molinette Città della Salute di Torino, capofila in Italia nell’uso dell’ipnosi clinica, introdotta ormai da una decina d’anni. 

Come è stato nel caso di Lucia, a volte l’ipnosi può sostituirsi ai farmaci e nei pazienti poliallergici e con problemi consente di arrivare là dove non si sarebbe potuti andare. Oggi viene usata al posto della sedazione farmacologica nei piccoli interventi in anestesia locale, per avere un paziente rilassato e completamente collaborativo. Ciò consente anche di ridurre la dose del farmaco. «È per noi una pratica di routine nelle procedure interventistiche come colonscopia, gastroscopia, broncoscopia, ma anche in caso di claustrofobia negli esami di risonanza magnetica e con i bambini che hanno paura degli aghi per evitare loro dei traumi. Al CTO viene praticata con successo sui grandi ustionati» spiega la Muro che è docente dell’istituto Franco Granone C.I.I.C.S. e responsabile della formazione in ipnosi in Piemonte dove esistono protocolli di formazione specifici non solo per gli infermieri, ma per tutto lo staff dell’equipe medica.

@nicla_panciera

Perché il 25 aprile italiano non è il 14 luglio francese

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo

Caro Aldo,
Fête nationale. Attraversando la Francia in ogni paesino mille iniziative in occasione del 14 luglio. E da noi? Il 25 Aprile è una festa “politica”. Due Stati, due popoli.
Lucia Marinovic luciapuurs@hotmail.com

Caro Aldo,
oggi la Francia festeggia una giornata che da ben 228 anni divide, tra un prima e un dopo, la storia dell’umanità in nome di quel grido «Liberté, egalité, fraternité». Ritiene sia necessario mantenere saldi quei valori soprattutto tra i giovani?
Paolo Farinati pfarinati@fideuram.it



Cari lettori,
Il 25 Aprile è considerata un «festa politica» perché tale l’abbiamo fatta diventare. Anche il 14 luglio 1789 in Francia ci furono dei vinti, anche la rivoluzione fu a suo modo un conflitto civile. La differenza è che in Francia – mutato il molto che c’è da mutare — nessuno dubita quale fosse la parte giusta e quale la parte sbagliata; anche se molti tra coloro che militarono sul fronte di «liberté égalité fraternité» tradirono quel motto versando il sangue dei compatrioti.

In questi giorni ho ricevuto centinaia di messaggi sulla questione dell’antifascismo. Non sarei onesto se tacessi che la grande maggioranza sostenevano o giustificavano l’apologia di fascismo. Una lettrice, all’evidenza ignara o dimentica del colonnello Montezemolo, del generale Caruso, dei carabinieri martiri a Fiesole e alle Ardeatine, degli internati militari in Germania, mi ha scritto che l’antifascismo è roba da radical chic. Nessuno ha trovato nulla da ridire sulla battuta antisemita dell’onorevole Corsaro, su cui ha scritto parole definitive Pierluigi Battista, autore di uno splendido libro intitolato «Mio padre era fascista».

È vero che la Francia ha una coscienza nazionale più antica della nostra, e che i conflitti civili si sono stemperati nel tempo. Nel 1871 la Comune di Parigi fu stroncata con i plotoni d’esecuzione: George Duby scrive di 40 mila fucilati, più i deportati alla Cayenna. Il regime filonazista di Vichy fu cancellato dalla memoria nazionale con un’operazione politica: De Gaulle lo considerava «nullo e mai accaduto», Mitterrand che da Pétain era stato decorato non rinnegò mai l’amicizia con il capo della polizia Bousquet; bisognò attendere Chirac, uomo di destra, perché fosse riconosciuta la responsabilità francese nella persecuzione degli ebrei.

In Francia però per una battuta antisemita si finisce condannati dalla magistratura ed espulsi dal partito: Marine Le Pen l’ha fatto con suo padre. L’on. Corsaro rimane al suo posto.

Anche un paesino veneto diventa "reato geografico"

ilgiornale.it

Se passa quella che sarà nota, in caso, come legge Fiano sull'apologia del fascismo, con pene che vanno da sei mesi a due anni per chi esalta il ventennio con gadget, simboli, foto e tutto quanto si riferisce al regime, Alessandra Mussolini potrebbe diventare, come ha detto lei stessa ieri al Giornale, «un reato vivente» e promette di autodenunciarsi rivendicando il suo cognome.





E da «reato vivente» a «reato geografico» il passo e breve. Anzi, brevissimo perché a rischiare è una località che si chiama, da tempo immemore, come il fondatore del fascismo e Alessandra. È una frazione del Comune di Villanova di Camposampiero, provincia di Padova. Forse la famiglia del Duce viene proprio da lì. Comunque i mussoliniani stricto sensu dovranno cambiare nome al loro paesello. Altrimenti, grazie a Fiano, saranno guai.

Linea rovente

lastampa.it

Luigi Di Maio, che se il destino vorrà sarà il nostro prossimo presidente del Consiglio, ieri ha dato prova di che pasta è fatto. Finito il lavoro alla Camera dei deputati, si è meritoriamente precipitato sul Vesuvio a sfidare fuochi e fumi, ma col pensiero rivolto all’Italia tutta, laddove brucia: Sicilia, Calabria, Lazio. Siccome di politici da passerella e grave testimonianza in favore di tg ne abbiamo da generazioni, Di Maio s’è rimboccato le maniche. È testimoniato, per puro amore di verità, sul suo profilo Facebook: «Sono stato tutta la sera al telefono con le ambasciate degli altri Stati europei per chiedere l’invio dei loro Canadair, perché quelli a disposizione purtroppo non sono abbastanza». 

E lo ha fatto perché non è il momento delle polemiche, è il momento di darci dentro e aiutare questa terra sventurata. Se qualcuno pensa che volesse prendersene il merito, legga qua: «Ora non serve fare polemica, dobbiamo aiutare le aree colpite, serve subito che gli altri Paesi europei ci inviino i loro aerei per spegnere le fiamme, così come l’Italia ha fatto con il Portogallo qualche settimana fa». E infatti, al culmine dei contatti intercontinentali, Di Maio annuncia: «Sono in arrivo dalla Francia tre aerei di cui due Canadair». 

Evviva! Salvezza! Lo conferma il portavoce della Commissione europea, Alexander Winterstein. Che però, accidenti, precisa che gli aerei sono partiti su richiesta formale della Protezione civile. Ora, dunque, chi diavolo ha sabotato l’agenda telefonica di Di Maio?

L’organo Tamburini non può più suonare all’Auditorium Rai: la denuncia del restauratore

lastampa.it
federico genta



«La mia azienda nel 2005 ha restaurato l’organo Tamburini dell’Auditorium Rai di Torino: al momento del rimontaggio si scoprì che l’architetto aveva completamente sbagliato le misure del posto dell’organo. Per tale ragione la direzione Rai ha deciso che lo strumento fosse depositato in un magazzino, tranne le canne di facciata, che si vollero ricollocare, con la scritta originale sottostante, poiché l’insieme era il simbolo dell’Auditorium. Oggi il grande organo a 4 tastiere e pedaliera, costruito dalla ditta Tamburini su progetto del maestro Fernando Germani, non può più suonare nell’Auditorium Rai». Comincia così la lettera di Fernando Ruffatti, titolare dell’omonima - e storica - fabbrica di organi con sede a Albignasego, nel Padovano. La sua denuncia sta già facendo il giro del web e racconta una storia che risale a dodici anni fa. 

I FATTI
«La ditta che seguiva il restauro dell’Auditorium mi incarica di smontare lo strumento e provvedere al suo restauro e aggiornamento tecnico per la parte elettrica di trasmissione e alimentazione dell’aria ai vari corpi d’organo - ricostruisce Ruffatti -. Il capitolato dei lavori redatto dall’architetto progettista, per la parte dell’organo da un organaro, giustificava i lavori di restauro dell’Auditorium con la richiesta della Rai di ricavare un nuovo locale come spogliatoi degli orchestrali ed annessi servizi e che l’organo doveva essere collocato su due piani sovrapposti e contrapposti ai lati del posto dell’orchestra». Quindi, l’amara sorpresa: «Non appena ricevetti il capitolato dei lavori, al punto Organo a Canne rimasi stupefatto poiché il titolo recitava pressappoco così: l’organo a canne è uno strumento musicale che si compone di diverse parti che possono essere composte e ricomposte a piacere».

GLI SPAZI
Comincia una serie di rilievi, perché il progetto esecutivo prevedeva spazi «strettissimi» e dopo una lunga serie di «modifiche assurde», Ruffatti propose una variante al Progetto Esecutivo. «Per farla breve, al momento in cui dovevo provvedere al montaggio dell’organo, nel controllare le misure dei locali ho riscontrato e fatto rilevare che le misure dei locali non corrispondevano minimamente al progetto e che oltretutto i locali stessi erano attraversati in diagonale dalle condutture di circa 70-80 centimetri di diametro dell’aria condizionata». Quindi, la decisione finale: «La direzione Rai, vista l’impossibilità di montare lo strumento, mi ha ordinato di montare le canne di facciata e la parte sottostante e di depositare lo strumento in un magazzino Rai, in provincia di Torino, dove penso sia ancora là».

Istat: “In Italia cinque milioni di poveri assoluti”

lastampa.it
paolo baroni

In situazione di indigenza 1,6 milioni di famiglie. Peggiora la situazione dei giovani



La povertà in Italia non scende. Anzi per le famiglie con tre e più figli aumenta in maniera drammatica. La fotografia dell’Istat, in attesa che decollino concretamente le nuove iniziative del governo (il nuovo Sia, il Sostegno di inclusione attiva andrà a regime solo dopo l’estate), è desolante. Nel 2016, infatti, si stima siano ancora 1 milione e 619 mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742 mila individui.

Rispetto al 2015 si rileva una sostanziale stabilità della povertà assoluta in termini sia di famiglie sia di individui, segno che la situazione economica del paese stenta a migliorare. Tant’è che l’incidenza di povertà assoluta sul totale delle famiglie è pari al 6,3%, praticamente in linea con i valori stimati negli ultimi quattro anni. Per gli individui, l’incidenza di povertà assoluta si porta al 7,9% rispetto al 7,6% del 2015, una variazione che però l’Istat definisce “statisticamente non significativa”. 

Tra le famiglie con tre o più figli minori l’incidenza della povertà assoluta aumenta quasi del 50% passando dal 18,3 al 26,8%. Ad essere coinvolte sono così 137.711 famiglie ovvero 814.402 individui. Aumenta anche l’incidenza fra i minori che sale dal 10,9% al 12,5% e nel complesso interessa 1 milione e 292 mila soggetti. L’incidenza della povertà assoluta, specifica l’Istat nel suo ultimo rapporto, aumenta al Centro in termini sia di famiglie (5,9% da 4,2% del 2015) sia di individui (7,3% da 5,6%), a causa soprattutto del peggioramento registrato nei comuni fino a 50mila abitanti al di fuori delle aree metropolitane (6,4% da 3,3% dell’anno precedente).

Rispetto al 2015 la povertà relativa risulta stabile: nel 2016 riguarda il 10,6% delle famiglie residenti (10,4% nel 2015), per un totale di 2 milioni 734mila, e 8 milioni 465mila individui, il 14,0% dei residenti (13,7% l’anno precedente). Anche questa condizione è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (17,1%) o 5 componenti e più (30,9%) e colpisce di più i nuclei giovani: raggiunge infatti il 14,6% se la persona di riferimento è un under 35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne.

Ultimo dato: l’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per gli operai e assimilati (18,7%) e per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31,0%).

La nostra fragile Costituzione

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arduino vettorello

La «Costituzione più bella del mondo» è ormai così fragile e datata da poter essere paragonata a una porcellana di Capodimonte: da mettere nelle teche museali della storia e non sulla «tavola» della Repubblica. Settant’anni di storia patria, europea e mondiale, l’hanno resa obsoleta e incapace a indirizzare il governo del nostro Paese. Lo si deduce dall’insignificanza del Parlamento, inadatto ad aggiornare il corpo legislativo ai bisogni dei tempi mutati. Che cosa dobbiamo attenderci da 1.500 parlamentari di cui un terzo ha cambiato casacca? Mi par chiaro che in molti non si sentano più legati al mandato di rappresentanza attribuito loro dagli elettori. 

Non parliamo poi degli Enti che, includendo i politici nelle liste elettorali, hanno reso possibile la loro elezione. Movimenti, raggruppamenti, magari vietati dalla Costituzione stessa in quanto riedizione del partito fascista, e partiti ormai non più ideologici che spesso abbracciano posizioni definite dagli avversari populiste. Ma i cittadini non sono incolti e disattenti. La maggioranza desidera leggi chiare e applicabili, così da rendere l’azione della magistratura giusta e comprensibile.

De leggi efficaci nasce il rispetto civico in ogni strato della società, che va intesa come «polis» e non come insieme di individui separati. Serve una scuola che sia veramente gratuita, così come la sanità, entrambe fatte da individui preparati e selezionati per merito ed esperienza, pagati adeguatamente, senza barriere agli ingressi mascherate da concorsi che poi non portano all’impiego, coperto invece da precari senza diritti. Lo stesso vale per le altre funzioni pubbliche non citate.

Per aggiornarle ai tempi, i partiti vanno accreditati secondo la Carta costituzionale e i parlamentari, in quanto rappresentanti degli elettori, devono avere chiaro il vincolo di mandato: se non sono più d’accordo con il partito con il quale sono stati eletti e si dimettono, allora decadano dal mandato e venga fatto subentrare loro il primo dei non eletti della stessa lista. E se i partiti si sciolgono o si scindono? Il Capo dello Stato, esaminati i fatti, eserciti la sua facoltà di sciogliere le Camere e di indire nuove elezioni. Un’utopia?

Certo, ma è ora di aprire un dibattito. L’Italia non può essere lasciata al capriccio dei rissosi come «nave senza nocchiero in tempesta». Rimettiamo mano alla Carta senza timori e senza retorica.

La deriva fascista

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alessandro fontanesi

Dalla spiaggia dove puoi ascoltare i discorsi del Duce, alla retata squadrista in consiglio comunale a Milano, senza che nessuna istituzione abbia mosso un dito. È un continuo delirio, una deriva infinita verso quanto di peggiore l’umanità abbia già vissuto. Ora, «grazie» all’onorevole Fiano, viene proposta l’ennesima legge ad hoc in materia di apologia di fascismo, quando basterebbe applicare quanto già esiste, dalla XII disposizione transitoria della Costituzione, alle leggi Scelba e Mancino. Tuttavia, finiti gli anticorpi, persa la memoria, smarrito anche l’ultimo barlume di dignità, resta una società nel suo complesso indifferente, quando va bene, e complice, quando va male. 

Le istituzioni eredi della stagione della Resistenza che ruolo hanno nell’opposizione a vecchi e nuovi fascisti? Nessuno. La deriva è iniziata proprio col tristemente celebre discorso di Violante sui «ragazzi di Salò» al momento di insediarsi a presidente della Camera, un «precedente» che ha aperto le porte al peggior reliquiario fascista. E questo lo confermano le forze preposte all’ordine pubblico, quando le incontriamo ogni volta che una manifestazione fascista viene concessa, le quali non hanno potere, se è per prima la politica a confliggere con l’applicazione delle leggi esistenti.

E allora non c’è più tempo per tergiversare, al fascismo si oppone solo l’antifascismo, perché le vuote chiacchiere, l’indifferenza, il balbettio dei sindaci, dei prefetti e delle istituzioni hanno stancato. Per questi motivi sarebbe interessante sapere se la legge di apologia di fascismo del Pd potrà valere anche per i sindaci dello stesso Pd che da anni stanno a guardare e concedono strade e piazze per le manifestazioni dei fascisti del vecchio e del nuovo millennio. Come a Fabbrico ogni 27 febbraio durante la commemorazione dei partigiani e come a Reggio in Piazza Prampolini, proprio sotto le finestre del comune, ogni 10 febbraio in occasione del giorno del ricordo.

*segretario provinciale Partito Comunista Italiano, Federazione di Reggio Emilia