giovedì 13 luglio 2017

È morto il dissidente cinese e premio Nobel per la pace Liu Xiaobo

lastampa.it
francesco radicioni

Nel 2009 era stato condannato a 11 anni per sovversione. Da prigioniero era ricoverato per un cancro al fegato


REUTERS
Un’immagine di Liu Xiaobo. Il premio Nobel aveva 61 anni

Dopo una vita passata entrando e uscendo dalle carceri cinesi per le sue idee, Liu Xiaobo – intellettuale, attivista democratico e premio Nobel per la pace – è morto in un letto d’ospedale senza essere riuscito a ottenere la libertà. L’ultima volta che un premio Nobel per la pace moriva in catene era il 1938: il pacifista tedesco Carl von Ossietzky si spegneva per le conseguenze della tubercolosi e per gli abusi subiti nei campi di concentramento della Germania nazista mentre ancora nelle mani dalla Gestapo. 

Alla fine di maggio, i medici cinesi avevano diagnosticato a Liu Xiaobo un tumore terminale al fegato e Pechino aveva permesso al premio Nobel di uscire dal carcere per curarsi. La condizione legale dell’attivista è rimasta però fino all’ultimo quella di persona «privata della libertà». La sua stanza al 23° piano dell’ospedale di Shenyang, nel nord-est della Cina, è stata in queste settimane sotto attenta sorveglianza della polizia cinese e senza poter ricevere visite ad eccezione dei familiari più stretti. P echino ha respinto tutti gli appelli giunti da Stati Uniti e dall’Unione Europea affinché l’attivista democratico fosse rilasciato «su basi umanitarie». 

Il giorno di Natale del 2009, Liu Xiaobo era stato condannato a 11 anni di carcere con l’accusa di «incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato». Il motivo? Essere stato tra i promotori di Charta ’08: un manifesto politico in cui centinaia di attivisti e accademici cinesi chiedevano a Pechino di garantire libertà, separazione dei poteri, democrazia e stato di diritto.

Migranti, no di Liguria, Lombardia e Veneto al piano di integrazione: “Per noi sono clandestini”

lastampa.it

«Questo documento vuole rendere ufficiale la resa dell’Italia di fronte all’invasione di clandestini che stiamo subendo. Mentre Renzi e Gentiloni propongono in modo aleatorio di aiutare gli immigrati a casa loro, il governo vuole approvare un documento che sembra più un manifesto di partito.

Dovrebbe essere un testo rivolto all’integrazione dei rifugiati politici e invece vuole dare indicazioni agli enti locali anche sull’accoglienza degli aspiranti profughi». Così gli assessori regionali con delega all’Immigrazione di Liguria, Lombardia e Veneto, Sonia Viale, Simona Bordonali e Manuela Lanzarin, in merito al piano nazionale di integrazione per i titolari di protezione internazionale, presentato dal ministero dell’Interno alle Regioni.

«Il ministero con un documento ufficiale vuole catechizzare gli italiani sul linguaggio da utilizzare, bandendo espressioni come «migranti illegali» o «clandestini» - prosegue la nota - Noi non ubbidiremo ad assurde imposizioni linguistiche e continueremo a utilizzare questi termini senza alcun problema, visto che sono contenuti nel dizionario della lingua italiana». I tre assessori sottolineano come nel piano ci sia l’invito del governo ad «aprire su tutto il territorio nazionale nuovi luoghi di culto, con particolare riferimento alle moschee. Punto che non ci trova d’accordo anche per la poca chiarezza sulla provenienza dei fondi utilizzati per costruire centri islamici».

Contrari anche al fatto che «vengono addossati a regioni ed enti locali tutti i costi economici e sociali della presa in carico sanitaria educativa e sociale dei richiedenti asilo. Il governo Gentiloni vorrebbe che fossero gli enti locali a mettere le pezze a un sistema di accoglienza fallimentare e malato, senza nemmeno prevedere risorse da destinare ai progetti. Di fatto - prosegue la nota - si tratta di un documento di partito, in cui si parla ancora di immigrati che pagano le pensioni agli italiani e si suggerisce di dare priorità agli immigrati nell’assegnazione di lavoro e di case popolari.

Siamo alla follia, al razzismo contro gli italiani» attaccano Viale, Bordonali e Lanzarin. Secondo i tre assessori bisogna invece applicare i punti contenuti nella Carta di Genova, siglata da Liguria, Lombardia e Veneto lo scorso anno: dichiarazione stato di emergenza, stop agli sbarchi con presidi in Nordafrica e rimpatrio immediato di tutti i clandestini. «Solo rispettando le regole di base e con un numero contenuto di arrivi sarà possibile attuare reali politiche di integrazione di chi davvero fugge dalla guerra, ossia solo il 5% delle persone che stiamo accogliendo attualmente» concludono.

Ora la Francia vuol censurare le foto segrete su Nizza

ilgiornale.it
Chiara Sarra - Gio, 13/07/2017 - 11:59

Su "Paris Match" foto inedite e particolarmente crude della strage di Nizza a un anno dall'attentato. Ma la procura dispone il ritiro del settimanale dalle edicole



Il camion che irrompe sulla Promenade des Anglais falciando decine di persone, il corpo di Mohamed Lahouaijei-Bouhel crivellato di colpi, persino le foto delle "prove" che il killer - che agiva per conto dell'Isis - fece qualche ora prima della strage di Nizza.


Sono solo alcune delle foto choc e inedite pubblicate sul settimanale francese Paris Match a un anno esatto dall'attentato che sconvolse il mondo nel 2016.

Foto forti e crude, riprese dalle telecamere di sicurezza della zona. Ma che non sono piaciute alle famiglie delle vittime, secondo cui queste immagini "offendono il ricordo" degli 86 morti e che si sono rivolte a un avvocato perché cessasse "questo turbamento manifestatamente illecito".
E ora interviene anche la procura che ha disposto il ritiro dalle edicole del settimanale. Sarà oggi il giudice a decidere se convalidare il ritiro delle copie in edicola. La procura ha anche aperto un'inchiesta per "violazione del segreto investigativo".

Dalla redazione di Paris Match annunciano la volontà di battersi "con le unghie e con i denti", come scrive il direttore Olivier Royant nel suo editoriale, per difendere "il diritto dei cittadini, e soprattutto il diritto delle vittime, di sapere cosa è successo esattamente durante l'attentato commesso a Nizza il 14 luglio 2016". "La nostra inchiesta rivela tra l'altro che il terrorista ha effettuato delle ricognizioni per un anno a Nizza", spiega il settimanale, "Quanto alle foto del camion quella notte, largamente pubblicate dai nostri colleghi per un anno e ancora oggi in trasmissioni televisive dal vasto pubblico, si tratta di riprese da lontano, senza possibile identificazione delle vittime, né minacce alla loro dignità".

La Cia e il fucile che uccise JFK: un nuovo mistero porta in Italia

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 Davide Bartoccini - Mer, 12/07/2017 - 17:40

Trovato in un deposito della Smi un fucile analogo a quello che avrebbe ucciso il presidente americano




Nuovo mistero sul Carcano 91/38 con cui Oswald assassinò John Fitzgerald Kennedy.

Trovato un fucile analogo in un capannone della Società metallurgica italiana, nel pistoiese. Disattivato e avvolto in una busta, il cartellino che lo accompagnava riporta una scritta inquietante "C. Warren": il nome della prima commissione che si occupò dell’assassino del presidente americano John Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre del 1963.

Insieme al fucile, trovato in armadio metallico acquistato all’asta dalla Smi (Società metallurgica italiana) 5 anni fa, alcuni documenti non ancora classificati; ma la sigla che cita la commissione Warren basta a riaprire il mistero su uno dei delitti più controversi della storia. A compiere la scoperta è stato Gianluca Iori, architetto e direttore dell'Istituto di ricerche storiche e archeologiche di Pistoia, recentemente impegnato in una ricerca sulla fabbrica di Campo Tizzoro. Secondo Iori potrebbero essere diverse le ragioni per cui quel fucile è finito in un armadio di metallo che ricorda una cassaforte, e si azzardano le prime ipotesi.

La Cia fece visita alla Smi nel 1966 per compiere delle verifiche su due delle munizioni calibro 6,5 sparate da Hoswald da un Carcacano - fucile risalente al secondo conflitto mondiale - acquistato per corrispondenza per essere impiegato nell’assassinio di Kennedy.

La fabbrica, allora una delle maggiori produttrici di munizioni Nato, produsse oltre alle pallottole, anche un caricatore rinvenuto al sesto piano del "book depositor" della Texas School: luogo dove Lee Harvey Oswald si era appostato per tirare da posizione elevata sulla macchina presidenziale. Il fucile dunque potrebbe essere stato impiegato sul posto per delle prove balistiche, e non essere mai stato riportato negli Stati Uniti, dove invece è tuttora conservato come prova regina il fucile incriminato ritrovato nel book depositor.

Collezionista trova in un mercatino una delle macchine di Enigma: all’asta per 45mila euro

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Lo storico strumento di crittografia usato dalla Germania nazista era stato comprato per 100 euro. A New York un esemplare simile è stato venduto per la cifra record di 480mila euro



Una rara macchina per la crittografia Enigma usata dalla Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale è stata venduta per 45.000 euro.

Il collezionista che l’ha messa in vendita presso la casa d’aste Artman di Bucarest, in Romania, un professore di crittografia, l’aveva riconosciuta in un mercatino dell’usato in città, acquistandola per 100 euro. 

La Romania è stata un alleato della Germania nazista fino al 1944, quando decise di cambiare fazione. Per questo motivo gli storici ritengono che possano esserci altri esemplari non ancora scoperti in circolazione nel Paese. 


Lo scorso mese, la casa d’aste Christie’s di New York ha battuto all’asta una di queste macchine per 547.500 dollari, quasi 480 mila euro.

Le 15 coop dalle "uova d'oro": 100 milioni lucrati sui profughi

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Giuseppe De Lorenzo - Mer, 12/07/2017 - 12:10

Aprono centri di accoglienza straordinari con appalti dati dalle prefetture. E partecipano a più bandi in tutta Italia

La storia insegna che quando la miniera rivela una vena d’oro, i cercatori ci si fiondano. Gli affari sono affari e vale anche per il business dell’immigrazione. Gli 85mila profughi sbarcati in Italia quest’anno sono già nel circolo delle cooperative e altri ancora ne arriveranno.


Il piatto è ricco e fa gola a molti. E così alcune associazioni, più di altre, hanno capito che con l’emergenza migranti i fatturati si possono gonfiare. Come? Partecipando ai bandi di più regioni contemporaneamente. Sono loro i veri “polipi dell’accoglienza”. Un pugno di coop cui lo Stato assegna circa 100 milioni di euro all’anno.

Nel sistema malfermo dell’emergenza italiana, il vero pozzo senza fondo sono i Centri di accoglienza straordinari (Cas) coordinati dalle prefetture. Le coop più voraci nell’accaparrarsi i finanziamenti sono una quindicina. Impossibile citarle tutte. Prendete la Liberitutti di Torino: nata nel 1999, dice di aver come obiettivo “il rilancio di territori in forte crisi”. Sarà per questo che il suo nome appare sulle scrivanie di sette diversi prefetti. Gli incassi percepiti sono da capogiro. Da Torino, solo nel 2015, nelle sue tasche sono finiti 893.400 euro. Netti.

L’importo nel 2016 si è fatto più grosso: 4.945.017 euro (in parte da spartire con la “sorella” Crescere Insieme). Ad oggi la prefettura dichiara di averne versati “solo” 237.322, ma per far lievitare il fatturato basta attendere. Oppure allargare i propri confini. Quest’anno infatti Liberitutti dal Nord è scesa fino a Palermo come Garibaldi con i Mille. Mille motivazioni per farlo, anzi: migliaia. Come i soldi che ruotano attorno ai centri profughi che ha sparsi in tutto il Paese: Alessandria (56.000 euro), Genova (267.597 euro) e Cuneo (218.396 euro). Il totale? In due anni 1.301.389 euro già incassati e ancora in ballo altri 7,6 milioni.

Per carità: ci sono anche le cooperative cui non serve spostarsi molto per generare fatturati invidiabili. La Pietra alta da Biella si è allargata solo a Cuneo e Torino e nel 2016 ha messo insieme appalti del valore di 2,2 milioni. Oppure Caleidos di Modena, che rimanendo legata al suo territorio si è vista assegnare 8.450.729 euro. Ma la strategia che paga di più è quella della Versoprobo di Vercelli.

Il motto: puntare su “strutture che possano ospitare numeri considerevoli di persone” e rivolgersi a più regioni. Chi più profughi ha, più ne prenda. E così nel 2016 conquista appalti da Savona a Palermo, passando da Verbano, Biella e Asti. Poi ci sono gli importi stellari: 1,1 milioni a Torino, 1.6 milioni ad Alessandria, 444mila a Varese e 668mila euro incassati da Novara. Sommando solo i dati resi pubblici da alcune prefetture, Versoprobo l’anno scorso si è aggiudicata oltre 4,4 milioni di euro. Una vera fortuna.

La dea bendata da anni bacia senza sosta anche Domus Caritatis (investita da Mafia Capitale), Tre Fontane e Senis Hospes. Le prime due fanno parte del consorzio “Casa della Solidarietà”, che a sua volta rientra nel circuito di “La Cascina”. Un castello di società attorno a cui ruotano ancora diversi milioni di euro l’anno. Sono gli affari d’oro dei consorzi e delle loro consorziate. Codeal, per citarne uno, oltre all’importo da 1.406.590 vinto a Torino, con la sua rete ha messo le mani pure sull’accoglienza nei dintorni di Lodi e Asti e nel 2017 ha tentato la fortuna a Piacenza.

Tra le associate spicca la Leone Rosso, coop di giovani che ad Aosta registra circa 133 migranti e che a Torino nel 2016 aveva una convenzione da 542mila euro. Per non farsi mancare nulla, la prefettura di Modena gli aveva riservato (in coppia con “L’Angolo”) 1milione e 360mila euro (518mila già liquidati). Il consorzio Agorà, invece, solo a Genova si è aggiudicata oltre 5,8 milioni di euro, incassandone per ora 2,8 milioni. L’anno precedente era stato altrettanto prolifico, con 2.505.513 euro portati a casa.

Sarà un caso che nel 2015 il fatturato aggregato è cresciuto del 15% rispetto al 2014?
E’ il magico potere dei profughi. Ne sa qualcosa la Lai Momo di Sasso Marconi, ridente cittadina alle porte di Bologna. La società nasce come casa editrice “di comunicazione sociale e educazione al dialogo interculturale”. Poi però da dieci anni “in modo progressivo” ha incrementato l’attività “nel campo dei servizi per l’immigrazione”. E che incremento! Nel 2016 coordinava (con altri) l’Hub Regionale “Centro Mattei”, gestiva 31 Cas nell’hinterland bolognese, collaborava con altre coop alla gestione di ulteriori due centri e partecipava pure al progetto Sprar.

Facciamo i conti? L’anno scorso dalla prefettura ha ricevuto 832.339 euro e si è dovuta spartire con altre colleghe 6,8 milioni di euro. In fondo il bilancio parla chiaro: il fatturato è passato da 3,2 milioni di euro nel 2015 a 5,3 milioni nel 2016. Con un utile di esercizio di 883.992 euro. Perché nell’affare dell’accoglienza si distingue chi ha le mani in più piatti. E in questo sport alcune coop non hanno rivali.

In casa ho il vino Mussolini. Mi devo autodenunciare?

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E gregio direttore Sallusti,
più di trent'anni or sono, di ritorno da una gita in Romagna, un amico mi regalò una bottiglia di Sangiovese con l'etichetta che si può osservare nella foto che allego.

Non l'ho aperta perché sono astemio ma, non immaginando che avrebbe potuto trasformarsi in un oggetto illecito, l'ho messa su una credenza di cucina dov'è rimasta fino ad oggi, assolutamente inoffensiva. Ma ora apprendo che grazie a una legge di prossima approvazione saranno comminati da sei mesi a due anni di reclusione a chi sarà scoperto in possesso di un oggetto simile e sono seriamente preoccupato.

Cosa devo fare? Il buon senso mi dice che dovrei disfarmene per non incorrere in seri guai giudiziari ma la cosa francamente mi dispiace perché ho quella bottiglia sotto gli occhi da trent'anni e mi ricorda il mio amico che purtroppo non c'è più. Dovrei forse consegnarla ai Carabinieri, avvertendoli ovviamente di non aprirla perché un Sangiovese vecchio di trent'anni forse non è il massimo? Potrei fare domanda per continuare a tenerla denunciandone il possesso come è possibile fare con le armi «regolarmente denunciate»?

Ma come si fa a dichiarare il possesso di una bottiglia di Sangiovese all'Autorità competente? Dove potrei trovare i moduli regolamentari da compilare per presentare la denuncia-domanda? Senza contare il fatto che, interrogato da un magistrato, io non saprei come giustificare il possesso della bottiglia di prossima incriminazione: il mio amico non c'è più e non ho la più pallida idea di chi gliel'abbia venduta. Sono un pensionato di basso livello e non dispongo dei mezzi necessari per procurarmi un difensore in caso di processo. Potreste darmi un consiglio legale dopo aver consultato i vostri avvocati? Grazie.

Vita quotidiana del Papa

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Serena Sartini - Mer, 12/07/2017 - 08:59

Mangia quello che offre la mensa, si fa la barba da solo e acquista l'abito talare su internet. Ecco cosa accade dietro le mura vaticane

Non ama guardare la televisione, l'ultimo film visto è stato «La vita è bella»; non ha un pane preferito («Mangia quello che c'è», dice il suo fornaio); la sua bevanda è il mate argentino, mentre non ama troppo i dolci. I suoi abiti? Semplici, senza troppi fronzoli e bianchi («Ha eliminato tutte le componenti rosse», racconta il sarto). Semplici come i suoi occhiali, una montatura color canna di fucile, asticelle nere.


La semplicità, la riservatezza, la sobrietà: Papa Francesco è così come lo vediamo pubblicamente anche nella sua vita privata, quella di tutti i giorni, quella tra le mura scarne di un monolocale di 50 metri quadrati che utilizza come appartamento papale, quella di un pranzo nel refettorio a casa Santa Marta in mezzo alla gente, senza un posto predefinito. Il Bergoglio style è raccontato dalle persone che tutti i giorni lavorano con lui, con il suo staff, con il suo panetterie, o il gelatiere (non gelataio ci tiene a precisare) di sua fiducia; o il suo sarto, fino al suo angelo custode, il capo scorta. Tutti ne esaltano l'umiltà e l'affetto di un Papa «venuto dalla fine del mondo».

Le giornate di Bergoglio sono scandite dalla lettura, dalla preghiera e dall'adorazione, dal lavoro fatto di udienze, incontri, colloqui. Senza troppi aiuti. Francesco, infatti, non ha una perpetua: si veste da solo, si fa la barba personalmente, porta da solo le valigie quando viaggia, va a comprarsi le scarpe o a rifarsi gli occhiali da solo. Non delega, non invia nessuno al suo posto. Gestisce la sua vita proprio come fosse ancora padre Jorge, come ama farsi chiamare dai suoi amici.

La sveglia

La giornata tipo di Papa Bergoglio è lunga e intensa e inizia all'alba. La sveglia è puntata alle 4.45. Si fa la barba da solo perché «è una cosa personale», come racconta il suo ex barbiere, Luigi Sasso (che ha una bottega in via dei Coronari e tra i suoi clienti annovera Alessandro Gassmann). «I capelli invece glieli tagliavo semplici, corti, con la sfumatura dietro e sulle orecchie. E poi, i capelli corti ringiovaniscono e il Papa deve essere sempre giovane! Quando lo vedo in tv capisco subito se è il momento di andare dal barbiere». Da quando è diventato Papa, ne ha uno a casa Santa Marta, di cui nessuno conosce l'identità. «Io posso dire di aver tagliato i capelli al Papa dice scherzando Luigi Sasso il barbiere di ora non può nemmeno dirlo».

La messa

Dopo la preghiera e la meditazione di un'ora e mezza, alle 7 c'è la messa nella cappella di Santa Marta che presiede ogni giorno alla presenza di un gruppo ristretto di fedeli, circa un centinaio, che poi Bergoglio saluta uno ad uno al termine della celebrazione, soffermandosi con ciascuno alcuni minuti. La liturgia, ovvero tutto ciò che riguarda la preparazione della messa, dall'altare alle letture, è affidata a mons. Piero Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche, persona di fiducia per il Pontefice, presenza discreta, riservata e schiva, che difficilmente conversa con i giornalisti. Gli suggerisce alcuni momenti della liturgia, spesso gli offre il braccio o l'aiuta ad alzarsi dopo essersi inginocchiato.

Gli abiti

E come è l'abito liturgico di Bergoglio? Ce lo racconta il sarto, Lorenzo Gammarelli, della storica sartoria che veste i Pontefici da Pio XI. «Una volta avevamo il titolo ufficiale di sarto del Papa, abolito poi con la riforma della Curia del Concilio Vaticano II. Siamo estremamente orgogliosi e contenti di poter servire il Santo Padre. Nel momento in cui viene convocato il Conclave - dice - riceviamo l'ordine di preparare tre set di vesti perché non si sa quale taglia indosserà il futuro Papa.

E dal momento dell'elezione, realizziamo quasi tutto ciò che indossa il Papa da quel momento in poi». L'atelier Gammarelli realizza gli abiti che indossa anche Benedetto XVI. Ma con Francesco, raccontano, c'è stata una semplificazione nelle vesti, in linea con il suo stile. «Papa Francesco ha rinunciato a tutte quelle che sono le componenti rosse dell'abito tradizionale del Santo Padre, ovvero la mozzetta, le scarpe, la stola pastorale. Preferisce vestire tutto di bianco. È un abito semplice e senza troppi fronzoli». Addirittura, per abbattere i costi, sembrerebbe perfino che Bergoglio abbia fatto acquistare recentemente una talare su Internet.

Lo shopping

Il Pontefice, come detto, ama organizzare la vita quotidiana come una persona qualunque. Accade anche con gli acquisti. Ha lasciato sorpresi, ad esempio, il suo blitz a Roma per sistemare gli occhiali che indossa tutti i giorni (sobri come il resto). «Dovevamo andare noi in Vaticano, invece è voluto venire lui, personalmente, nel nostro negozio racconta Alessandro Spiezia, diventato ormai famoso e conosciuto come l'ottico del Papa Bergoglio ha tirato fuori dalla tasca un paio di occhiali sgangherati, gli stessi che indossa da tanti anni, utilizzati anche la sera dell'elezione in Conclave. Gli ho detto: Santità, posso sostituirle le lenti e aggiustare le asticelle, così risparmiamo un po'.

Lui ha sorriso e ogni volta che lo vedo in televisione riconosco quella montatura: occhiali a giorno, semplici, in acciaio color canna di fucile senza tanti orpelli, asticelle nere. Ci tiene a quell'occhiale».
Tra i suoi clienti, oltre a Bergoglio, Spiezia annovera personaggi del calibro di Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica e persino Bill Clinton. «Quando mi chiamarono per dirmi che il Papa sarebbe venuto in negozio racconta ancora con un pizzico di emozione mi sono meravigliato, ma mi hanno spiegato che aveva risposto: Non deve venire lui, gli occhiali si vanno a fare dall'ottico. Oggi tantissimi turisti argentini arrivano nel negozio di Spiezia, in via del Babuino, una bottega di otto metri quadrati, per farsi una foto nella sedia dove il loro Papa si è fatto misurare la vista».

Le udienze

Al termine della messa, inizia la giornata di lavoro di Papa Francesco segnata da udienze, incontri e visite. In mattinata si alternano infatti i gruppi che partecipano a convegni e che si recano in Vaticano per incontrare il Pontefice; ci sono poi le visite dei capi di Stato, primi ministri e politici, e le udienze a vescovi e cardinali di tutto il mondo. Il martedì, generalmente, è la giornata di riposo per Bergoglio, che prepara i discorsi e le catechesi per l'udienza del mercoledì che si svolge in piazza San Pietro durante la primavera e il periodo estivo, e nell'Aula Nervi durante il periodo invernale.

Il sabato, in genere, ci sono le udienze ai capi dicastero o al presidente della conferenza episcopale italiana alla vigilia dell'assemblea generale e del consiglio permanente. La domenica, come è tradizione, c'è la recita dell'Angelus dalla finestra che affaccia su San Pietro (Regina Caeli durante il periodo pasquale, cioè dalla domenica di Pasqua fino al giorno di Pentecoste). La mattina è anche il momento in cui il Papa firma le nomine dei nuovi vescovi, prepara i discorsi per le udienze e i viaggi.

Il pranzo

Si arriva poi al momento del pranzo, un tempo che piace molto al Papa perché ha l'occasione di stare in compagnia e di ascoltare e chiacchierare con gli ospiti di casa Santa Marta, vescovi e cardinali, dipendenti e spesso con i suoi amici speciali, ovvero i clochard che vengono invitati alla mensa in Vaticano. Mangia nel refettorio, insieme a tutti gli altri, non ha un tavolo suo e se il servizio è self-service fa la fila per riempirsi il piatto personalmente.

Il pane preferito da Bergoglio? «Per restare nel suo stile di semplicità, il Papa non ha una preferenza racconta il fornaio Angelo Arrigoni mangia quello che c'è, un pane comune, come rosette e ciriole romane. Eravamo pronti a fare il pane che fanno in Argentina prosegue Arrigoni - ma lui non vuole niente per sé, mangia quello che c'è». Quella di Angelo è una delle botteghe storiche di Borgo Pio, a pochi passi da Porta Sant'Anna. Prepara il pane per i Pontefici fin da quando sul soglio petrino c'era Pio XI.

Sulla tavola del Papa, a casa Santa Marta, finiscono anche i dolci e i gelati della gelateria «Hedera», a Borgo Pio, gestita da Francesco Ceravola, che si definisce «gelatiere e non gelataio, perché prendo una sostanza e la trasformo in gelato». In questo locale, aperto quattro anni fa, sono state realizzate le torte di compleanno regalate al Papa da quando è stato eletto. «L'ultima, quella per gli 80 anni, è stata decorata con la raffigurazione delle mani dei bambini di Aleppo a circondare l'otto e lo zero racconta Ceravola con il mate, la bevanda preferita da Bergoglio.

Ma ci rende particolarmente orgogliosi anche la torta ufficiale del Giubileo o quella dell'elezione al soglio, con lo stemma pontificio. Lavoriamo con i migliori prodotti al mondo, con zucchero di canna bio, utilizzando meno di 4 ingredienti per le frutte e 6 per le creme, togliamo additivi, coloranti e conservanti. La nostra specialità? È il gusto Edhera dice ovvero un gelato top secret, che contiene 11 elementi, con una ricetta segreta».

Il lavoro

Dopo essersi riposato un'oretta dopo pranzo, il Papa riprende il suo normale lavoro fatto di udienze, incontri, studio di dossier e preparazione di discorsi e messaggi. Non mancano le telefonate a parenti, tra i quali la sorella Maria Elena, e i nipoti, uno dei quali è sacerdote, oltre che agli amici.
Ad aiutarlo nel lavoro di routine sono i due segretari personali, l'argentino Fabián Pedacchio Leániz, e Yoannis Lahzi Gaid, sacerdote egiziano, di rito copto, appartenente al servizio diplomatico vaticano, oltre ai due maggiordomi, l'aiutante di camera Sandro Mariotti (detto Sandrone per la sua statura di un metro e novanta) e Piergiorgio Zanetti. Sono i due angeli custodi di Papa Francesco, le persone più vicine a Bergoglio, che lo aiutano in tutte le necessità quotidiane. Un lavoro discreto ma prezioso.

E Sandrone, che è arrivato dopo Paolo Gabriele, il «corvo» vaticano, il maggiordomo di Benedetto XVI accusato di aver trafugato i documenti personali del Papa, non ha avuto di certo un'eredità facile.
Il secondo aiutante di camera, Piergiorgio Zanetti, è un ex gendarme del Corpo della gendarmeria vaticana. Fattore non secondario: l'imprevedibilità del Papa, i suoi spostamenti continui e il desiderio di essere sempre in mezzo alla gente, fanno sì che la sicurezza sia sempre chiamata a un occhio vigile. L'avere come maggiordomo un ex gendarme fa dormire a tutti sonni più tranquilli. A capo della gendarmeria, il numero uno della scorta del Papa, c'è l'aretino Domenico Giani, 54 anni, attento e discreto, non ama i riflettori mediatici. È lui che veglia giorno e notte sulla sicurezza del Papa. È lui che scorta la papamobile ogni mercoledì per l'udienza, è lui che organizza la sicurezza durante i viaggi in Italia e all'estero.

La cena

La cena alle 20, sempre a casa Santa Marta. E poi a letto presto. Il Papa non ama guardare la televisione (l'ultimo film visto è stato «La vita è bella» di Roberto Benigni) mentre tra le sue passioni c'è il calcio. Tifosissimo del San Lorenzo, la sua squadra del cuore in Argentina, di cui possiede la tessera, la numero 88.235. È per questo che ad ogni partita si informa sul risultato da una guardia svizzera, la stessa da quando è stato eletto.

Milano, rom uccise un vigile: è fuori dopo 5 anni di carcere

ilgiornale.it
Sergio Rame - Mer, 12/07/2017 - 13:57

Dopo 5 anni di carcere Remi Nikolic ottiene l'affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2012 aveva travolto e ucciso un vigile a bordo di un suv. Lega e FI: "La vita di un servitore dello Stato vale così poco?"



Cinque anni di carcere ed è già fuori. Eppure nel gennaio 2012, quando non aveva ancora 18 anni, Remi Nikolic a bordo di un suv aveva travolto e brutalmente ammazzato l'agente di polizia locale Niccolò Savarino.


Una barbara esecuzione che si era consumata a Milano e che si era, poi, trascinata fino all'Ungheria dove il rome era stato poi arrestato. Oggi il nomade ha ottenuto l'affidamento in prova ai servizi sociali, dopo appena cinque anni e mezzo di carcere minorile. A deciderlo è stato il tribunale per i minorenni di Milano accogliendo l'istanza dell'avvocato David Russo.

Nikolic, che oggi ha 23 anni, era stato condannato in via definitiva per omicidio volontario a 9 anni e 8 mesi. Ne ha trascorsi 5 anni e mezzo al carcere minorile Cesare Beccaria di Milano. Poco più della metà. E, adesso, è stato affidato in prova ai servizi sociali. "Questo fatto potrebbe - scrive il Collegio del Tribunale per i minorenni di Milano, presieduto da Emanuela Gorra - rivelarsi utile per favorire il processo di integrazione sociale del condannato e nel contempo impedire la commissione di ulteriori reati". A detta del Collegio del Tribunale per i minorenni di Milano il rom 23enne avrebbe dimostrato la volontà di "volersi distanziare dallo stile di vita del contesto familiare che in passato aveva fatto proprio e di voler effettuare in modo non strumentale scelte tali da esprimere la sua volontà di cambiamento".

Per avvalorare la decisione presa oggi, i giudici meneghini hanno voluto segnalare varie attività condotte dal nomade nei cinque anni e mezzo di carcere minorile, tra cui la collaborazione con una compagnia teatrale. "È vergognoso che sia stato scarcerato", tuona il deputato leghista Paolo Grimoldi. Che poi si chiede: "La vita di un uomo, la vita di un servitore dello Stato ucciso mentre faceva il suo dovere per tutti noi cittadini, vale così poco? Vale solo cinque anni?".

Per l'esponente del Carroccio questa decisione, oltre a rimettere in libertà un assassino, invia "l'ennesimo messaggio sbagliato" ovvero che "in Italia si può fare tutto, rubare o delinquere, tanto in galera non si va mai, come dimostrano tutte le ladre autrici di scippi o borseggi che restano sempre impunite, o anche uccidere, tanto al massimo ti fai cinque anni, alla faccia di chi è crepato per colpa tua".

Anche Silvia Sardone, consigliere comunale di Forza Italia, si è scagliata contro il Tribunale per i minorenni di Milano. "Già la sentenza era stata vergognosa, condannando Nikolic a soli 9 anni e 8 mesi ma ora questa scarcerazione è un ennesimo duro colpo per la famiglia Savarino - tuona - con che coraggio possiamo parlare di giustizia in questo caso? La vita umana sembra non valere nulla per alcuni giudici e l'impunità per reati gravissimi rischia di essere una costante e non un'eccezione".

Ma la Storia non si distrugge

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Mer, 12/07/2017 - 16:40

Fascista è comprimere idee e libertà, anche se queste non costituiscono minaccia concreta alle istituzioni o alla sicurezza pubblica



Fascista non è essere fascista o simpatizzante del Ventennio ma impedire con la forza che qualcuno lo sia.


Fascista è comprimere come proposto dall'onorevole Fiano del Pd - idee e libertà anche se queste non costituiscono minaccia concreta alle istituzioni o alla sicurezza pubblica. Fascista è cancellare, distruggere come vorrebbe fare la Boldrini monumenti e architetture che, anche nel male, sono un pezzo di storia di questo Paese. Fascista, insomma, è essere comunista, ideologia peraltro molto più sanguinosa e tragica della prima.

Quella che sembra la classica polemica estiva l'inasprimento delle norme contro l'apologia del fascismo è in realtà un pericoloso rigurgito illiberale. L'Italia si è già dotata di leggi per impedire la ricostituzione di un partito fascista e di strumenti per vigilare che nostalgie o passioni restino confinate nella sfera privata. Invadere pure quella, sanzionando anche la mera circolazione o il possesso di documenti, foto e ridicoli gadget che rimandano al Ventennio, non solo è tecnicamente impossibile, ma è cosa da dittatura.

Siamo al rogo dei cimeli, alla caccia alle streghe. Oggi il fascismo, domani a chi tocca? Perché no, ai comunisti, a lungo alleati e simpatizzanti dell'Unione Sovietica di Stalin (abbiamo invece vie dedicate a Stalingrado, città eretta in onore di un boia). E perché no, mettere al bando tutto ciò che riporta a Pio IX, il Papa che si oppose con le armi all'Unità d'Italia.

Questa offensiva estiva contro le basilari libertà di opinione non solo è umiliante per una democrazia, è più semplicemente stupida. La circolazione delle idee e dei loro simboli non può costituire reato. Abbiamo più cautele nei confronti dei simpatizzanti dell'Isis che di un innocuo bagnino affascinato dal Duce. Per espellerli infatti occorre provare che la loro infatuazione sia sul punto di trasformarsi in atti pericolosi, trovare indizi di una complicità attiva con terroristi conclamati.

Se per fascismo intendiamo il pericolo di quel preciso periodo storico possiamo dormire sonni tranquilli. Non invece se per fascismo intendiamo un rigurgito di leggi illiberali. Perché per metterle in atto non necessita portare la camicia bruna e intonare Faccetta nera. A volte basta la faccia rassicurante di un deputato del Pd. Come quella di Fiano.

Sette miliardi di complotti

lastampa.it
mattia feltri

A qualcuno di voi avanzano un miliardo e ottocento milioni di euro? Servono a Virginia Raggi per dare una bella sistemata a Roma e, accidenti, li ha chiesti al governo e il governo non glieli dà. Ma piano con gli entusiasmi. Non un miliardo e otto e basta. Un miliardo e otto quest’anno, un miliardo e otto il prossimo, e così il successivo e quello dopo, per un totale di sette miliardi e due. Niente? Peccato. Perché, per fare un piccolo esempio, servono cinquanta milioni per le buche e senza toccherà tenersele, quelle attuali e le prossime. Almeno così ha detto il sindaco. Che pure aveva delle bellissime idee. Ricordate? Gli sprechi, i tagli, la buona gestione. 

Nel 2015, quando sindaco era Ignazio Marino, i cinque stelle avevano presieduto una commissione speciale e spulcia qui, spulcia là, recupera l’Imu, adegua gli affitti, chiedi i tributi al Vaticano, rivedi le concessioni balneari, sistema gli introiti dalle associazioni sportive, fai pagare per i tavolini dei bar, e insomma bastavano questi risparmiucci per recuperare un miliardo all’anno. Solo coi risparmiucci. Poi tutto il resto. E perché Marino e i suoi predecessori non lo facevano? «Nel migliore dei casi sono conniventi, nel peggiore corrotti».

Dopo, dicevano i cinque stelle, si finisce col pretendere «l’immancabile finanziamento salva-Roma». Facile no? Però, porca miseria, dei risparmiucci non si è saputo più nulla, e invece si è saputo dell’immancabile richiesta di finanziamento salva-Roma. Rimane una domanda: conniventi o corrotti? 

Il funerale può attendere

corriere.it

di Massimo Gramellini

Nell’antica Roma nemmeno il padrone più feroce si sarebbe azzardato a impedire al suo schiavo di partecipare a un funerale, se non altro per timore scaramantico degli effetti di un diniego. La barista Fulvia di un centro commerciale del Duemila ha invece rivelato all’Espresso di non essersi potuta allontanare dal lavoro per seppellire un parente stretto perché non aveva dato un preavviso di sette giorni. I padroni moderni non sono scaramantici, non hanno legami affettivi con gli schiavi e, abituati a gestire le loro aziende plastificate tramite algoritmi, forse immaginano che ne esista uno per prevedere la morte con una settimana di anticipo.

C’è una legge che concede tre giorni di permesso retribuito in caso di esequie dei propri cari, ma non si applica agli schiavi come Fulvia. Lei lavora in nero da una vita. Visto da una prospettiva liberale, lo scandalo non è neppure che ci siano contratti del genere, ma che abbiano smesso di essercene altri. Se il capitalismo funzionasse ancora, Fulvia invece che una lettera ai giornali ne avrebbe scritta una di dimissioni, trovando fuori dalla porta una folla di altri lavori. Invece fuori dalla porta c’è solo una folla di poveracci pronti a prendere il suo. Così le tocca subire in silenzio, coprendosi dietro un mezzo anonimato per paura di perdere le proprie catene, che per quanto miserabili sono le uniche a disposizione.

Ma questa precarietà che mortifica la concorrenza, gli stipendi e gli esseri umani sarà il funerale del capitalismo. La storia di Fulvia valga come preavviso.

13 luglio 2017 (modifica il 13 luglio 2017 | 07:05)

La banconota da 500 euro? È un pericolo pubblico

espresso.repubblica.it
di Vittorio Malagutti

Sparita dalla circolazione, è il taglio più amato dai criminali per i traffici ileciti, la corruzione e persino il finanziamento al terrorismo, tanto da essersi meritata il soprannome di "Bin Laden"

La banconota da 500 euro? È un pericolo pubblico

Finanzia il terrorismo. Favorisce la corruzione. Paga i trafficanti di droga. Insomma, è un pericolo pubblico che andrebbe al più presto messo fuori combattimento. Non per niente, gli esperti di antiriciclaggio hanno affibbiato alla banconota da 500 euro un soprannome che risulta più efficace di qualunque descrizione: la chiamano Bin Laden.

Per dire che dal 2002, da quando è stata introdotta la moneta unica europea, la gran parte dei traffici illeciti in giro per il mondo viene saldata facendo ricorso al biglietto di taglio più elevato emesso dalla Banca centrale di Francoforte. Perfino la concorrenza americana, in versione banconota da 100 dollari, è stata ormai definitivamente battuta. Questione di spazio e anche di peso. Immagazzinare grandi quantità di denaro, quello che serve, per esempio, come pagamento di un traffico di droga, diventa più semplice puntando sugli euro rispetto alla valuta statunitense.

Cattura

È stato calcolato che un milione di dollari in banconote da 100 pesa 10 chili e occupa i due terzi di una valigia da 15 litri. Un milione in mazzette da 500 euro supera invece di poco i due chili e per trasportarlo basta un quinto circa di una valigia da 15 litri, poco più di un terzo, quindi, rispetto allo spazio necessario per una somma analoga espressa in biglietti Usa. Logico allora che i grandi trafficanti internazionali, costretti per comprensibili motivi a maneggiare soltanto cash, preferiscano pagare nella valuta europea.

Lo stesso discorso vale per l’economia sommersa in generale. Gli evasori fiscali che accumulano denaro nero in cassette di sicurezza o nelle casseforti casalinghe di solito scelgono il taglio da 500 euro. Così, con l’andar del tempo, questo tipo di banconota è uscito dal circuito normale dell’economia, quello degli scambi e dei pagamenti alla luce del sole. Si calcola infatti che almeno l’80 per cento dei biglietti europei di taglio più grande sia sparito dalla circolazione per essere nascosto e una buona fetta di questi, difficile dire con precisione quanti, si trovi all’esterno dei confini della Ue. Molti studiosi della materia si sono quindi convinti che l’eliminazione delle banconote da 500 euro finirebbe per mettere in grave difficoltà la criminalità.

Nel novembre scorso il primo ministro indiano Narendra Modi ha spiegato proprio in chiave anticorruzione la scelta di dichiarare fuori corso le banconote da mille rupie, il taglio più grande in circolazione. Serve ancora tempo per misurare l’efficacia del provvedimento, che in compenso ha innescato una fase di caos monetario durata settimane. In Europa, la decisione finale spetterebbe alla Bce, che nel maggio dell’anno scorso, dopo aver esaminato la questione, ha optato per un provvedimento meno radicale.

L’istituto di Francoforte, a cui fa capo la politica monetaria dell’area euro, ha annunciato che dagli ultimi mesi del 2018 smetterà di stampare i biglietti da 500. S’intende però che quelli già emessi potranno ancora essere utilizzati per i pagamenti. Nessun taglio netto, quindi. Evasori fiscali e grandi criminali possono dunque stare tranquilli.

La distribuzione di energia, dalla centrale al contatore

repubblica.it

Il sistema sempre più intelligente di produzione e distribuzione di energia in Italia, sta rendendo le nostre città sempre più green e partecipi alla lotta contro i cambiamenti climatici

La distribuzione di energia, dalla centrale al contatore

Migliorare il rapporto con l’energia, rendendoci più consapevoli sul risparmio energetico, oggi è una pratica responsabile e virtuosa sempre più adottata nello stile di vita quotidiano, in rispetto dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e contenimento dei consumi. Sul piano del risparmio energetico, le nuove tecnologie stanno venendo incontro sia ai produttori che ai consumatori finali di energia con contatori smart, Internet of thing e lo sviluppo di reti di distribuzione intelligenti, le smart grid di cui si sente spesso parlare. Si tratta di una rete composta di tante piccole reti, che permette l’integrazione di energie rinnovabili e lo scambio di informazioni tra produttori e consumatori, con l’obiettivo di gestire con migliore efficienza richiesta e offerta di energia.
La distribuzione di energia, dalla centrale al contatore
Con le smart grid sarà possibile accedere alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, con conseguente risparmio sui costi e minore emissione di gas ad effetto serra. La notevole flessibilità della rete, inoltre, consentirà al singolo consumatore di impostare il consumo di energia in base al periodo dell’anno e all’orario della giornata. A livello nazionale, e-distribuzione è la società del Gruppo Enel che si occupa della distribuzione di energia elettrica in Italia utilizzando tecnologie che garantiscono un servizio di elevata qualità, nel pieno rispetto della sicurezza, dell’ambiente e delle comunità.

L’azienda opera in circa 7.500 comuni italiani, gestisce oltre 1,1 milioni di km di rete elettrica di media e bassa tensione dove passano circa 240 TWh di energia che ogni anno viene distribuita nelle aziende e nelle case di 32 milioni di clienti connessi alla rete. Nello specifico e-distribuzione si occupa del collegamento di clienti e produttori alla rete elettrica, della distribuzione, ossia del trasporto dell’energia prelevata e immessa da altre reti e dai clienti e produttori, e dell’attività di misura che comprende oltre all’installazione e alla manutenzione dei contatori la gestione delle misure che vengono messe a disposizione di tutti i venditori, ai fini della fatturazione e degli ulteriori stakeholder previsti dalla normativa.

La distribuzione di energia, dalla centrale al contatore

Quella gestita da e-distribuzione è una rete complessa e capillare che garantisce elevati standard di qualità del servizio e sicurezza della fornitura. “I nostri importanti e continui investimenti hanno l’obiettivo di migliorare i servizi offerti, come dimostra la diffusione dei nuovi contatori elettronici, la telegestione, l’automazione di rete e l’integrazione tra le fonti rinnovabili”, afferma Gianluigi Fioriti, Amministratore Delegato, di e-distribuzione. Si tratta degli elementi che costituiscono la smart grid, la rete intelligente del futuro che permette l’integrazione delle energie rinnovabili e un utilizzo crescente ed efficiente dell’energia elettrica.

Le smart grid rappresentano l’infrastruttura di base delle smart city: le città intelligenti dove i sistemi di trasporto sono elettrici e sostenibili, l’illuminazione pubblica è evoluta, gli edifici sono equipaggiati con sensori e attuatori finalizzati a ottimizzare i consumi energetici e a creare maggiore consapevolezza da parte dei cittadini, fornendo nel contempo maggiori informazioni alle istituzioni per poter disegnare un piano di sviluppo urbano integrato con un piano di sviluppo energetico.

L’elemento portante dello sviluppo digitale della rete elettrica è lo smart meter. E-distribuzione più di quindici anni fa ha avviato l’installazione di oltre 32 milioni di contatori intelligenti in Italia, tecnologia poi esportata in Spagna e successivamente in Romania, Cile, Colombia, Perù e Brasile. Quest’anno e-distribuzione ha avviato un piano di sostituzione dei contatori elettronici di prima generazione con i nuovi contatori intelligenti 2.0. Open Meter.

La distribuzione di energia, dalla centrale al contatore
Centro di addestramento operativo

Ma la tecnologia da sola non è sufficiente: le sfide per la realizzazione di una rete elettrica moderna e sempre più digitale non mancano e per gestire una trasformazione così radicale è necessario avere a disposizione personale altamente preparato e capace di operare in tutti i contesti anche in caso di emergenze, sempre in totale sicurezza. A tale scopo, e-distribuzione ha costituito in ciascuna direzione territoriale di rete, dei Centri di addestramento operativo e dei siti attrezzati dove il personale operativo viene coinvolto in moduli formativi teorici e pratici, condotti da tecnici e capi squadra esperti, con l’obiettivo di incrementare le proprie conoscenze tecniche e le abilità operative.