mercoledì 12 luglio 2017

Quella luce (quasi) eterna e la cospirazione mondiale sulle lampadine

corriere.it

11 LUGLIO 2017 | di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

La lampadina nella caserma dei pompieri di Livermore (dal San Francisco Chronicle)
La lampadina nella caserma dei pompieri di Livermore (dal San Francisco Chronicle)

Brilla dal 1901 e per ora non dà segno di voler smettere in tempi brevi. E’ la lampadina più longeva del mondo, appesa nella caserma dei pompieri di Livermore, una cittadina della California, ed è anche il punto di partenza per noi di Poche Storie per parlare del Consorzio Phoebus, una straordinaria cospirazione risalente agli anni Venti del secolo scorso messa in atto per controllare il mercato mondiale delle lampadine attraverso l’invecchiamento artificiale dei prodotti.

La cosiddetta obsolescenza programmata. A onor del vero, la lampadina di Livermore non è mai stata spenta se non in un’occasione: quando i vigili del fuoco si trasferirono dalla vecchia caserma nella zona centrale alla sede attuale, nel 1976. Il cordone di alimentazione venne tagliato (svitare il bulbo fu considerato eccessivamente rischioso) e la “centenaria, (quasi) eterna lampadina” fu spenta per 22 minuti. Il tempo necessario per il trasferimento. Nel 2001 il centenario fu festeggiato in perfetto stile americano, con balli, canti, cibo e un sonante Happy birthday to you, intonato in coro dagli abitanti della cittadina e dai non pochi turisti accorrsi per la celebrazione.

La lampadina è anche finita nel Guinness dei primati. La sua esistenza è monitorata da una telecamera la cui immagine si aggiorna ogni 30 secondi, come si può vedere qui (da quando è stata decisa la sorveglianza video, tre telecamere si sono già guastate per l’usura, mentre lei resiste).

Adolphe Chaillet
Adolphe Chaillet

L’ingegnere francese – Il filamento è di carbone e la potenza originaria deve essere stata di 50-60 watt, anche se oggi si è ridotta a 4 watt per il decadimento naturale del filamento. E’ stata prodotta dalla fabbrica di Shelby, in Ohio, il cui direttore tecnico agli inizi del ‘900 era Adolphe A. Chaillet, un francese emigrato negli Stati Uniti nel 1892 (che si è portato nella tomba il segreto della sua costruzione). D’altronde non si sa nemmeno con precisione quando e come sia morto, nè pare siano sopravvissuti documenti dettagliati su come venivano prodotte le sue lampadine.

In questa domanda di brevetto depositata nel 1900 e menzionata dalla voce di Wikipedia in lingua inglese dedicata all’inventore, Chaillet si dilunga molto sulla forma del filamento e del bulbo. Entrambi erano concepiti per dirigere il fascio luminoso verticalmente verso il basso, a differenza delle lampadine della concorrenza che proiettavano molta luce in linea orizzontale, dove non serviva nel caso più frequente di installazione sui soffitti delle abitazioni. Tuttavia nel documento non si fa cenno alla costruzione del filamento.

Carbonio e tungsteno – In un articolo apparso sulla rivista Electrical review del 10 marzo 1897, la fabbrica di Shelby si era limitata a ribadire che il filamento veniva prodotto localmente, negando che fosse di importazione tedesca, e che

«the filament is much nearer pure carbon than anything on the market».
Carbonio purissimo, quindi, in un momento in cui le società che costruivano lampadine si stavano già dando da fare per sostituirlo con altri materiali più resistenti. Nel 1911 la General Electric, che un anno dopo avrebbe comprato la Shelby, avrebbe messo in commercio lampadine con il filamento in pasta di tungsteno, seguite nel 1913 da modelli in tungsteno puro e con il bulbo non più vuoto ma riempito di gas inerti, per esempio l’argo, un altro brevetto GE che assicurava una durata maggiore. Il problema è che per capire davvero i segreti della lampadina di Livermore, bisognerebbe romperla, cosa improponibile. Quindi per ora se ne sta lì tranquilla e protegge il suo segreto.

Stabilimento Siemens per la produzione di lampadine nei primi anni del '900
Stabilimento Siemens per la produzione di lampadine nei primi anni del ‘900

Vecchiaia rapida – Se state pensando che la stiamo facendo un po’ lunga su una semplice lampadina, di cui peraltro si sono già occupati molti organi di informazione (per esempio, qui una trasmissione di TV2000 e qui un articolo del Daily Mail), avete forse ragione. Il fatto è che siamo venuti a conoscenza dell’esistenza del fenomeno di Livermore attraverso questo video in lingua spagnola, che ci ha introdotto al concetto dell’obsolescenza programmata.

In altre parole la convenienza per l’industria di far durare relativamente poco i suoi prodotti e di renderli non riparabili se non a costi proibitivi, in modo da renderne in apparenza vantaggiosa la sostituzione e tenere in moto il volano del ciclo produzione-consumo. Lo stesso video ci ha informati dell’esistenza del Consorzio Phoebus, un accordo internazionale segreto stipulato nel 1924 tra i maggiori fabbricanti di lampadine a incandescenza per ridurre la vita dei loro prodotti in modo da assicurarsi un continuo mercato di sostituzione.

Accordo internazionale – Ci rendiamo conto, sembra una storia che potrebbe piacere molto ai complottisti, a chi parla delle scie chimiche e del finto sbarco sulla Luna. Però questa è vera, con fior di documenti a sostenerla, come si può leggere in questi due molto approfonditi articoli del New Yorker e di un sito collegato all’Ieee, l’Institute of electrical and electronic engineers. Nel dicembre del 1924 si riunirono a Ginevra i massimi rappresentanti mondiali dell’industria delle lampadine: la tedesca Osram, l’olandese Philips, la francese Compagnie des Lamps, l’ungherese Tungsram, la britannica Associated Electrical Industries, la giapponese Tokyo Electric e alcune sussidiarie

internazionali (brasiliana, cinese e messicana) dell’americana General Electric. Lo scopo era quello di controllare il mercato globale del settore che, seppur molto redditizio, stava cominciando a dare segni di rallentamento per l’eccessiva vita utile dei prodotti, in quel momento tra le 2.000 e le 2.500 ore di funzionamento ininterrotto. Osram, ad esempio, aveva registrato un brusco calo delle vendite sul mercato tedesco, con 63 milioni di lampadine nell’anno fiscale 1922-23 scesi a 28 milioni nell’anno successivo. Bisognava correre ai ripari.

Thomas Alva Edison
Thomas Alva Edison

Obiettivo mille ore – Si decise quindi di ridurre gradatamente la vita utile del prodotto a 1.000 ore, “vendendo” ai consumatori l’idea di uno scambio, per loro in apparenza vantaggioso, tra una minore durata e un prezzo più alto a fronte di una migliore qualità della luminosità prodotta. Ma non ci fermò lì: una parte importante dell’accordo prevedeva la divisione del mercato mondiale in quote di produzione e vendita cui le imprese avrebbero dovuto attenersi, con multe salate in caso di sforamento.

Sanzioni altrettanto importanti sarebbero state comminate, sempre a opera del consorzio, a chi si fosse azzardato a mettere sul mercato lampadine più longeve di quanto stabilito. Ogni stabilimento delle imprese aderenti al consorzio doveva mandare esemplari dei propri prodotti ad alcuni laboratori situati in Svizzera, dove venivano sottoposti a dei test per misurarne la durata. Lentamente lo scopo venne raggiunto: tra il 1926 e il 1934 la vita utile delle lampadine prodotte dalle imprese del cartello Phoebus scese da una media di 1.800 ore a 1.205 ore. E le vendite ripresero fiato.

Guerra e fine – Tuttavia la “pax luminosa” e il relativo “bengodi” non durarono a lungo. Già all’inizio degli anni ’40 la General Electric si trovò sotto attacco da parte dell’Antitrust americano. E poi arrivò la Seconda Guerra mondiale, che trasformò in nemici i complici di pochi anni prima. Nel 1945 il consorzio Phoebus non esisteva più. La domanda che oggi ci dobbiamo fare è: il consorzio o qualcosa che gli assomiglia sono rinati? E’ ancora valida la teoria dell’obsolescenza programmata, che peraltro durante la Grande Depressione seguita alla crisi del 1929 fu promossa a dottrina economica vera e propria in grado di far ripartire le imprese, vincere la deflazione e rimettere in moto il ciclo economico stagnante? Sicuramente, rispetto agli anni Venti e Trenta, la sensibilità ambientale e la coscienza che le risorse del Pianeta non sono infinite hanno portato a un capovolgimento della mentalità dominante.

I Led eterni – Il mercato delle lampadine è ora sempre più dominato dai Led, che hanno portato la vita utile media a 25mila ore: in altre parole 1.041 giorni, tre anni. Una lampadina a incandescenza prodotta da un’impresa Phoebus nel 1935, accesa sempre il primo gennaio, si sarebbe spenta il 12 febbraio dopo aver consumato molta più energia. Per quanto riguarda le lampadine, quindi, i fabbricanti sembrerebbero aver rinunciato all’obsolescenza programmata: tra l’altro la Osram, la società tedesca che per prima concepì l’idea di Phoebus, è fortissima sul mercato delle lampadine a Led di lunga durata. Ma l’idea del consumo ininterrotto come panacea di tutti i mali dell’economia è tutt’altro che passata di moda, come del resto dimostrano gli infiniti appelli a consumare di più lanciati dai vari leader mondiali, per uscire dalla crisi iniziata nel 2008 (e non ancora superata).

Un'immagine tratta dal sito Small Footprint Family per sensibilizzare i consumatori sull'uso delle lampade a led, meno dannose per l'ambiente
Un’immagine tratta dal sito Small Footprint Family per sensibilizzare i consumatori sull’uso delle lampade a led, meno dannose per l’ambiente

Moda e dintorni – Oggi l’impulso a consumare di più, almeno per certe categorie di prodotti, sembra affidato più ai contenuti emotivi degli oggetti che alla loro durata. Insomma è più facile farli passare di moda che farli rompere, come dimostrano i prodotti Apple che fanno appello a novità anche minime tra le diverse serie di uno stesso oggetto per indurre i consumatori alla sostituzione. Anche se la casa di Cupertino, con le sue batterie integrate di durata incerta e i suoi portatili sigillati di ultima generazione impossibili da potenziare, ha cominciato a profumare parecchio di anni ’30 e di obsolescenza programmata. Ma c’è forse anche dell’altro. Il video dal quale siamo partiti per scrivere questo articolo suggerisce per esempio che le stampanti siano state programmate per smettere di funzionare dopo un tot di ore grazie a un chip nascosto. Non siamo riusciti a trovare prove univoche di questa affermazione, che quindi non ci sentiamo di sottoscrivere.

In nome della Cyber-Sovranità, la Cina bloccherà ogni accesso al Web libero

lastampa.it
andrea nepori

Da febbraio 2018 le telco cinesi dovranno bloccare i servizi VPN usati dai cittadini e dagli stranieri per accedere a Internet superando la censura di Pechino



Il Grande Firewall cinese , la muraglia cibernetica con cui Pechino blocca l’accesso al Web globale ai cittadini cinesi e a chi visita il paese, ha una falla ben nota. Per accedere a siti e servizi internet vietati (Gmail, Facebook, e Twitter tra i tanti) si può usare un Virtual Private Network, o VPN. E’ un sistema relativamente semplice: la connessione passa attraverso una rete esterna e privata che la anonimizza e cifra i dati, superando in questo modo il blocco censorio del governo. 

Sull’uso dei VPN il Ministero per l’industria informatica cinese ha a lungo chiuso un occhio. Fino a quando, nel 2015, è arrivata la prima purga. Molti dei servizi VPN utilizzati nel paese hanno smesso di funzionare, bloccati da nuovi filtri sempre più potenti. Ora una nuova stretta: le telco cinesi dovranno collaborare con il governo per impedire che cittadini (e visitatori stranieri) adoperino i Virtual Private Network per sfuggire alle maglie del Grande Firewall.

China Unicom, China Mobile e China Telecom sono i tre grandi provider (tutti a direzione statale) che dovranno implementare la nuova direttiva entro il primo febbraio del 2018. E’ un giro di vite senza precedenti sulla libertà di informazione individuale: la quasi totalità degli utenti cinesi utilizza un contratto di uno dei tre operatori per accedere a Internet. Finora i VPN sopravvivevano in Cina in un’area grigia, al limite della legalità, ma i nuovi piani del governo centrale non lasciano troppi dubbi. La prima vittima del nuovo corso è GreenVPN: il servizio, molto diffuso nel paese, è stato costretto a interrompere tutte le operazioni dal primo luglio scorso. 

È probabile che il blocco non riguarderà le multinazionali che operano nel paese, le quali tuttavia dovranno registrare presso il ministero l’uso di Reti Private Virtuali nei propri uffici, rischiando così di facilitare controlli e intercettazioni delle informazioni e dei dati scambiati con le proprie sedi all’estero. 

L’inasprimento dei controlli non sorprende gli osservatori e si inserisce nel piano globale di controllo del Web cinese da parte del governo di Pechino, volto a schermare la rete della Repubblica Popolare dalle ingerenze esterne. E’ quella che il primo ministro cinese Xi Jinping ha definito a più riprese “Cyber sovranità”, una sorta di autarchia informativa e informatica di stampo totalitario che le grandi aziende straniere negli ultimi anni hanno spesso accettato in silenzio in cambio dell’accesso al ricco mercato cinese. 

Una nuova stretta sulla libertà dei media era attesa da tempo in vista del diciannovesimo Congresso del Partito Comunista previsto per l’autunno. Si attendono rimpasti di governo e un generale rafforzamento della posizione al vertice del premier in carica. 

Scoperte nuove lettere vicino al Vallo di Adriano. I messaggi dei soldati in Britannia: "Portate più birra"

repubblica.it
di GIACOMO TALIGNAN

Ritrovate altre 25 tavolette a Vindolanda in Gran Bretagna. Gli esperti: "Testi straordinari, ci racconteranno i romani"

Scoperte nuove lettere vicino al Vallo di Adriano. I messaggi dei soldati in Britannia: "Portate più birra"

"I miei soldati non hanno più birra, si prega di inviarne ancora". Firmato Masclus, soldato di migliaia di anni fa. Questo è uno dei tanti messaggi, in grado di raccontarci la vita degli antichi romani, contenuto in una nuova straordinaria scoperta fatta nel forte romano di Northumberland, la zona chiamata Vindolanda, in Inghilterra, al confine con la Scozia, nell'area del Vallo di Adriano.
Quando nel 1992 Robin Birley, archeologo direttore dei lavori, scoprì a Vindolanda numerosi e importanti lettere dell'epoca romana (oggi custodite al British Museum insieme a quelle ritrovate dal 1973 ad ora) suo figlio Andrew aveva 17 anni e sognava di diventare come il padre. "Ho sempre sperato che lì sotto ci fosse ancora qualcosa. E questa è una scoperta straordinaria".

A fine giugno infatti quel sogno è diventato realtà: dagli scavi, che ora dirige lui stesso, Birley junior ha recuperato 25 tavolette, lettere scritte su pezzi di quercia o betulla, conservati in buono stato e ora pronte per essere decifrate, che si crede siano databili intorno al I secolo d.C. Un ritrovamento "che aspettavo da una vita" dice Birley dopo aver brindato con i suoi collaboratori. Sono messaggi dal passato, per lo più legati alla vita militare del forte, in grado secondo gli studiosi di dirci "molto su come vivevano e su ciò che è successo". I pezzi di legno, sottilissimi e su cui erano incisi alcuni testi con inchiostro, erano disposti in un tratto di quattro metri e posizionati in profondità, come "se qualcuno li avesse nascosti lì per noi".

Grazie alle condizioni del terreno e all'umidità di quest'area della Gran Bretagna le tavolette si sono "conservate in modo unico". L'esame iniziale, in attesa di quelli a infrarossi e l'analisi del testo che richiederanno diverso tempo e il coinvolgimento di più equipe, ha già dimostrato come alcune delle missive fossero state firmate da un soldato noto come Masclus che dava indicazioni sul rifornimento del forte del muro di Adriano e chiedeva aiuto ai suoi superiori. Rispetto alla classica betulla molti testi si trovano su quercia "e questo ci permette una migliore lettura e maggiore conservazione. Altri testi crediamo siano messaggi personali" continua Birkley.

L'intera famiglia dei Birkley, il figlio Andrew la madre Patricia e il padre Robin, seguono i lavori di Vindolanda da decine di anni. Nel 2003 gli esperti del British Museum definirono le tavole trovate qui (in particolare quelle del 1992) come il tesoro archeologico più importante proveniente dalla Gran Bretagna. Per certi versi ancor più preziose delle tavolette di Bloomberg, trovate a Londra, perché quelle di Vindolanda "raccontano passaggi della vita molto personali. Non c'è niente di più eccitante di leggere questi messaggi dal passato lontano".

Secondo gli esperti i nuovi frammenti "ci aiuteranno a capire la vita dell'Impero e forse emergeranno nuovi nomi a cui dovremmo dare un posto nella storia della Gran Bretagna romana. Per tutti noi, dagli studiosi ai volontari che scavano, il giorno in cui abbiamo alzato "al cielo" le prime tavolette ritrovate sarà un momento che ricorderemo per sempre".

Basta vivere di speranze smetto con la ricerca per vendere ricambi d'auto

repubblica.it
di MASSIMO PIERMATTEI
Lo sfogo di uno storico da sempre precario che molla l’ateneo. “La mia generazione prigioniera di un sistema, ma il tempo è scaduto”
Basta vivere di speranze smetto con la ricerca per vendere ricambi d'auto
Pubblichiamo un estratto della lettera con cui Massimo Piermattei, storico dell'Integrazione europea, ha dato l'addio alla ricerca e all'Università. Alla lettera è seguito su social network e siti specializzati un dibattito virale, che ha coinvolto centinaia di studiosi italiani e dall'estero, sullo stato di salute dell'università italiana e sulle difficoltà che incontra chi ambisce alla carriera accademica in Italia.


Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell'Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l'Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell'integrazione europea all'università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all'estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell'università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c'è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?
Basta vivere di speranze smetto con la ricerca per vendere ricambi d'auto
Massimo Piermattei, il ricercatore in Storia dell'Integrazione europea

Noi siamo diversi Chi prova a entrare nell'Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: "Io non sapevo". Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse: contratti, pubblicazioni, convegni. Gli anni passano, e quando la speranza inizia a vacillare, ti ripeti: basta ingoiare ancora un po'. E giù appelli, seminari, lezioni gratuite: così l'ordinario di turno appalta gran parte delle ore che gli spettano e per le quali, tra l'altro, è pagato. Lui, non tu.

La costante riduzione di fondi per l'Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le "lotterie" dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri.

Maestri e orfani Di fatto, per entrare hai bisogno di un "maestro" che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un "tutore" che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: "Vedete? È tutto trasparente". Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c'è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po', ma finisce lì. E io, da un po' di tempo a questa parte, ero orfano. Circondato da sorrisi al motto "non aderire e non sabotare", che è poi, alla prova dei fatti, un sabotaggio. Ma pilatesco, perché manca il coraggio di dirti: "Per te non c'è posto, fai altro".

Cosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d'insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell'opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare "professore", garantiscono pochi soldi in cambio di un'enorme mole di lavoro (l'ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d'esame).

Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca. Il bisogno di soldi spiega tra l'altro la figura del "marchettaro", il fenomeno per cui uno studioso precario scopre un improvviso interesse per un argomento di cui non gli importa nulla, ma se lo studia gli danno 500 o mille euro. Spesso mesi o anni dopo la consegna del lavoro. Il tutto in un contesto umiliante, in cui si aspetta mesi un appuntamento cruciale. E chi sta dall'altra parte finge di non sapere che un intoppo burocratico può avere per te conseguenze devastanti: "Ti avevo detto che l'assegno non sarà rinnovato?".

La retorica della fuga Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l'Italia per l'estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l'idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l'Italia sei, come minimo, complice del sistema. Non c'è spazio per l'ipotesi che tu sia rimasto perché non potevi espatriare o per provare a cambiare le cose. Invece sarebbe bello raccontare anche le storie di chi dedica tempo ed energie alle università italiane. Che, se continuano a popolare il mondo di eccellenze, forse così male non sono. Certo, direte: chi non riesce a entrare può sempre giocarsi le sue competenze fuori.

Peccato che i formulari degli uffici pubblici propongano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cos'è il dottorato di ricerca per il mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Un pezzo di carta. Un errore di gioventù. E cosa succede al "giovane" studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe.

Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare. Chi si occupa di discipline umanistiche è un orfano tra gli orfani. Nel discorso pubblico, ormai da anni, vale solo la "tecnica", la ricerca "vera". E la Storia? Roba per perditempo. Lo studio del passato è scomodo perché mette a nudo il presente, e poi non è pop, non è fatto di anglicismi, slogan, formule. Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d'auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso.

E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un'intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire.Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede". Smetto quando voglio.

Così la galassia nera e Mussolini, sono diventati un brand su Facebook

lastampa.it
federico capurso



«Benito Mussolini è ora in diretta», avvisa Facebook, in un pomeriggio qualunque del 2017, riportando il video di un discorso del Duce dal balcone di piazza Venezia. Si passa quindi a Instagram, il social network della fotografia, e un “sondaggio sponsorizzato” da Mussolini in persona si impone categorico alla vista dell’utente: «Vorreste il ritorno del Duce?». Se si risponde, si può vincere l’Agenda storica, promette l’inserzione.

La nuova frontiera dei nostalgici del Ventennio è in Rete. Un florido sottobosco di pagine, siti e blog, che negli ultimi anni ha raccolto migliaia di simpatizzanti e i numeri, anche se non emergenziali, sono in crescita. La proposta di legge del Pd, ora in discussione alla Camera, si propone di punire con il carcere da sei mesi a due anni la propaganda del regime fascista e nazifascista. E per arginare il proliferare dell’ideologia nera online, la pena è aumentata di un terzo se il reato viene commesso via web.

I social network, d’altronde, sono diventati il primo veicolo di diffusione di queste idee, come testimoniano le migliaia di pagine e gruppi Facebook dedicati al Ventennio e ai suoi protagonisti. Luoghi virtuali che si guadagnano le simpatie degli utenti grazie a un approccio sempre più multimediale, con video e foto pubblicate ogni giorno. Materiale, questo, che viene spesso riadattato ai temi mediatici del momento. «No allo Ius Soli», può capitare di veder dire a Mussolini. E ancora: «Mussolini a differenza dei nostri politici», come recita il titolo di una delle centinaia di pagine Facebook a lui dedicate. Una modernità affiancata sempre, però, al ricordo pungente di «quando c’era lui». 

Il nome “Benito Mussolini” rimane ovviamente il brand di punta sui social network, come testimoniano i 140 mila fan di un omonimo profilo e le centinaia di altre pagine e gruppi a lui intitolati. Di riflesso, però, anche chi non è strettamente legato al nome di Mussolini inizia ora a riscuotere un relativo successo online. Come «Rivoluzione fascista», con più di 30 mila seguaci, tra le prime ad utilizzare i “video in diretta”, tra i quali si segnala la quattro ore di “santa messa live” celebrata a Predappio in ricordo di Mussolini dal prete fascista don Giulio Tam.

Ci sono i “Giovani Fascisti Italiani”, nati su Facebook appena due anni fa, ma che contano già oltre 86 mila fan. O la pagina “Laziale e fascista”, che lega alla fede calcistica quella politica, con quasi 90 mila utenti registrati. Su Instagram, il social network della fotografia, spunta persino il profilo «ufficiale» di Benito Mussolini. Il gestore pubblica foto commentandole in prima persona: «Un mio ritratto datato 1924. Olio su tela», si legge nella didascalia di un dipinto che ritrae Mussolini a cavallo. E ovunque, tra i virtuali avventori fascisti, è un tripudio di saluti romani e autoscatti con in mostra il tatuaggio del Duce.

La passione politica, così, può diventare business. Predappio, paese natale di Mussolini, è un concentrato di negozietti con in vendita prodotti fascisti. Molti di loro, come Ferlandia, sono stati tra i primi ad aprire anche online. Il catalogo è vasto: dall’acqua di colonia di Predappio, con tappo di legno del Duce, alle bottiglie di «vino Nero». Poi c’è chi, da vero fascista 2.0, dopo aver ottenuto migliaia di fan sui social network ha smesso di pubblicare foto del Duce, preferendogli la pubblicità dei siti acchiappa-clic. O chi, come i già citati “Giovani fascisti italiani”, dalla propria pagina Facebook pubblica foto di gadget e abbigliamento in vendita, rimandando anche al sito Duxstore.it. Per sapere il prezzo di un goliardico manganello, però, il gestore chiede di «essere contattato in privato, camerata». 

Dieci euro il pacchetto di sigarette in Francia? I tabaccai di Ventimiglia si sfregano le mani

lastampa.it
fabrizio assandri

Al confine nella piccola frazione di Latte la rivendita è già una delle più “gettonate” d’Italia



La stangata sul fumo promessa in Francia da Macron, che vuole portare a 10 euro - sembrerebbe entro il 2018 - il pacchetto di sigarette, è vista come una manna dal cielo appena al di là del confine, a Ventimiglia. Latte, frazione di appena mille abitanti, già adesso è presa d’assalto dai cugini d’oltralpe ed è ai vertici delle classifiche nazionali del settore. La media per un pacchetto, ora, è 7 euro in Francia, contro i 4,5 o 5 italiani.

«I francesi sono i benvenuti - dice Marcello Orengo, imprenditore di Latte, la cui famiglia gestisce la tabaccheria da generazioni - Se Macron andrà fino in fondo sarà ottimo per la mia famiglia, ma anche per il Paese, una vendita favorevole aiuterà il Monopolio». Protestano i tabaccai della Costa Azzurra, il quotidiano Le Monde si chiede se così non si aiuterà il contrabbando. In ogni caso, Ventimiglia e le sue 28 tabaccherie si candidano a diventare la Mecca dei fumatori d’oltralpe.

Google Maps permette di aggiungere i luoghi accessibili ai disabili

corriere.it
andrea signorelli

Tutti gli utenti Android potranno segnalare le aree prive di barriere architettoniche o che forniscono servizi appositi per le sedie a rotelle


Già da parecchi mesi, Google Maps ha iniziato a mappare i luoghi , in particolare ristoranti o bar, facilmente accessibili ai disabili e a chi si muove su sedia a rotelle. Un’apprezzata novità resa possibile dalle recensioni lasciate dagli utenti su Local Guides , a cui viene espressamente richiesto di indicare il livello di accessibilità delle varie strutture.

Grazie a questo sistema, sono stati raccolti i dati di circa sette milioni di posti. Un numero importante, ma che rappresenta solo una piccola parte del totale e che, soprattutto, è concentrato principalmente nelle grandi città, mentre molte meno informazioni sono disponibili per i piccoli centri. Per colmare questo divario e per velocizzare la mappatura, Google Maps da questa settimana consente a tutti gli utenti Android di segnalare direttamente sull’applicazione se il posto in cui si sono recati è facilmente raggiungibile anche da chi si muove sulla sedie a rotelle.

Per segnalare queste informazioni, è sufficiente aprire il menu principale, fare click su “I tuoi contributi” e poi spuntare nell’apposito menu le voci relative alla presenza di un ascensore, di posti auto riservati, di bagni e sedute facilmente agibili da chi si muove in sedia a rotelle. Una volta aggiunte, le indicazioni saranno disponibili alla voce “accessibilità”.

Nonostante solo gli utenti Android abbiano la possibilità di partecipare alla raccolta dati, queste informazioni saranno disponibili su tutti i dispositivi. Per il momento, invece, non sono state fornite tempistiche relative a quando si potrà partecipare anche sfruttando device iOS o da PC. 

Il penultimo bacio

lastampa.it
mattia feltri

Intanto che il Partito democratico sta risalendo la Penisola per liberarla dalla Repubblica Sociale di Chioggia, il resto del Paese si ritrova alle prese coi soliti piccoli drammi quotidiani. Ieri è toccato a Matteo Salvini, che ha preso atto di un concreto concetto di clandestinità, quello della fidanzata Elisa Isoardi sorpresa a Ibiza impigliata alle labbra di un avvocato milanese. La foto è stata pubblicata da Chi, settimanale di Silvio Berlusconi, per cui si è subito pensato a un’imboscata del capo di Forza Italia. La diceria rimarrà sospesa nella sua dimensione, anche perché lo stesso Berlusconi è alle prese con le sue, di foto, visto che pochi giorni fa ne è uscita una del figlio Luigi chino sulla bocca di un amico. 

Un bacio goliardico, ha scritto il settimanale Oggi, che naturalmente di Berlusconi non è. Però ieri Dagospia, imbattibile in ogni declinazione di gossip, ha dettagliato sulla telefonata baritonale all’ex moglie Veronica di un Silvio furibondo per la sospetta omosessualità dell’ultimogenito. A prima vista, un incubo. Il giovane leader della virile risolutezza sovranista, erede del celodurismo leghista, ridotto alla condizione di becco, e l’anziano leader della galanteria orgiastica nordimprenditoriale alle prese con un simile intoppo nella dinastia. E però no, sono due baci che fanno simpatia. Perché un conto sono i castelli inespugnabili che ci si costruisce attorno, altro quello che vi succede dentro, dove i corpi esultano ognuno secondo il proprio fuoco. Non è niente, è solo la vita. 

Pannelli fotovoltaici a rischio incendio. Tutto quello che non vi hanno mai detto

repubblica.it
Angela Puchetti


I pompieri impegnati a spegnere un incendio divampato sul tetto coperto di pannelli fotovoltaici di un allevamento di maiali in provincia di Forlì. Romagna Noi/Enrico Rondoni

Per chi suona la sirena? Basta inserire su Google due parole: fotovoltaico e incendio, poi cliccare “notizie” (e magari, anche “immagini”) per rendersi di conto di persona del numero d’incendi apparsi sulle cronache locali italiane in cui sono coinvolti impianti fotovoltaici. Dall’inizio nel 2017 a oggi d’incendi di questo tipo su Google se ne contano parecchi: a essere colpiti sono state abitazioni, fabbriche, industrie, campi e allevamenti.

L’energia generata dagli impianti fotovoltaici è energia pulita ma gli impianti necessitato di un’attenta manutenzione. Cosa che non sempre viene segnalata con la dovuta solerzia da chi monta gli impianti: rappresenta comunque un costo, motivo per cui a volte è lo stesso proprietario che tende a trascurarla, mentre invece deve diventare un’abitudine.

Secondo fonti confidenziali parecchie vendite sono state fatte con la promessa che per vent’anni anni i pannelli avrebbero generato solo profitti, senza doversi preoccupare di manutenzione. In più, per battere la concorrenza, c’era chi tendeva ad abbassare i prezzi tagliando sui costi: questo è successo soprattutto nei primi anni di diffusione del fotovoltaico sulla scia della corsa agli incentivi per installare gli impianti.

«La logica commerciale superava le scelte del progettista. –  spiega Massimiliano Sassi, ingegnere esperto d’impianti di energia rinnovabili – In sostanza rispetto al progetto originale venivano tolti quei componenti che garantivano maggiore sicurezza e controllo ma non erano resi obbligatori dalle normative». Non sempre le cause dell’incendio sono accertate in questi articoli di cronaca, scritti appena il fatto è avvenuto, però colpiscono due costanti: la presenza di impianti fotovoltaici e spesso la rapidità con cui si propaga l’incendio.

Mancano dati ufficiale ufficiali sul numero, sappiamo però che nel 2011 gli incendi con presenza d’impianto fotovoltaico sono stati 298: allora gli impianti erano 330mila circa, mentre già nel 2015, secondo il Rapporto statistico 2015 su energia da fonti rinnovabili in Italia (vedi pag. 35 del rapporto), erano saliti a 688.398. Per venire a capo del problema abbiamo interpellato un certo numero di tecnici, esperti e vigili del fuoco.

Ecco una guida al corretto uso dell’impianto fotovoltaico

«Quando sono partite le istallazioni degli impianti c’era poco conoscenza, che con il tempo è maturata. – spiega Michele Mazzaro, ingegnere e Comandante del Nia, Nucleo Investigativo Anticendi (ndr. il Nia dipende dalla Direzione Centrale Prevenzione e Sicurezza tecnica del Ministero dell’Interno – Corpo nazionale Vigili del fuoco) – Oggi c’è una maggiore attenzione ma con gli anni è cresciuto anche il numero degli impianti. E non è sempre facile accertare da dove sia partito un incendio. Ad esempio, nel periodo invernale non è semplice riscostruire se un incendio è partito da una canna fumaria o da un impianto fotovoltaico. In entrambi i casi bisogna tener conto che il materiale bituminoso isolante che impermeabilizza il tetto aiuta la propagazione delle fiamme».
Serve una scheda di rilevazione delle cause incendio
Per classificare gli incendi sarebbe utile compilare un modulo (tipo quello nelle ultime pagine di questo documento) per identificare l’origine dell’innesco. Questa proposta è parte del lavoro di una commissione creata ad hoc per valutare e prevenire i rischi di elettrocuzione (scarica elettrica) per gli operatori dei Vigili del Fuoco che si trovano a dover intervenire usando l’acqua su incendi di vaste proporzioni e per individuare le principali cause d’incendio in presenza di impianti fotovoltaici. 

«Non ci sono dati certi riguardo agli incendi in presenza di impianti fotovoltaici, ma c’è una proposta di rilevazione statistica del Comando dei Vigili del Fuoco  di Milano pubblicato dal Nia (Nucleo Investigativo Anticendi). – spiega Sassi – In pratica compilando il modulo si possono avere informazioni utili e rendersi conto se esiste una correlazione diretta, per esempio, tra gli incendi e chi ha fatto l’impianto, la marca dei pannelli, la marca degli inverter (l’inverter è un apparecchio che ha la funzione di trasformare la corrente continua prodotta dai pannelli in corrente alternata da mettere in rete o da utilizzare per gli usi domestici ndr.), i progettisti, gli installatori e i montatori, in modo da poter fare prevenzione.»
Che cosa deve sapere chi installa gli impianti
«Chi ha installato pannelli fotovoltaici su attività soggette al DPR 151 del 2011, deve sapere che l’installazione deve rispettare le norme di sicurezza elettrica e antincendio previste dai regolamenti italiani per il rischio antincendio (due circolari sicurezza incendio del 2010 e del 2012)» – spiega Mazzaro.

Perché sono indicazioni fondamentali?
«Con queste circolari si è cercato di arginare i pericoli (esempio, il rischio folgorazione) anche per gli operatori, i soccorritori che devono intervenire in caso d’incendio. – continua Mazzaro –Sono norme importanti, per esempio, per impedire la propagazione dell’incendio fin dentro la struttura sotto cui sono posti i pannelli ed evitare il coinvolgimento dei pannelli in caso di incendio nella zona sottostante dell’edificio». Oltre alle norme dei Vigili del Fuoco esistono anche le disposizioni del Comitato Elettrotecnico Italiano, CEI: le principali che utilizzano gli installatori per montare gli impianti.
La manutenzione non è importante: di più!
«In passato all’epoca dell’istallazione dei primi impianti nel 2009 – per via del boom di installazioni dovuto agli incentivi statali – l’utente è stato poco sensibilizzato sulla necessità di fare manutenzione. – afferma Andrea Foggetti, caposquadra dei Vigili del Fuoco in servizio a Milano – Sarebbe stato meglio se gli impianti fossero stati venduti con un pacchetto di manutenzione incluso nel prezzo. 
Oggi gli impianti sono più sicuri, in generale li installano meglio. 

E attualmente la manutenzione è più caldeggiata dagli installatori e dal commerciale: ciò avviene più o meno dal 2014».«Le ditte installatrici dovrebbero aver evidenziato l’importanza della manutenzione nei loro manuali. – continua Mazzaro  – Invece, molte volte l’utente non conosce i rischi a cui va incontro non provvedendo a una corretta manutenzione. Abbiamo avuto incendi innescati dal fatto che i pannelli non erano stati puliti, per esempio, da foglie e sporcizia. Ciò crea sul pannello effetti di surriscaldamento localizzato e questo può aver dato origine agli incendi».


Incendio domato su un tetto.
Occhio alle viti!
«La causa più frequente d’innesco d’incendio sono le connessioni allentate. – aggiunge Foggetti – Una corretta manutenzione prevede il serraggio di tutte le viti per evitare viti lente che possano creare un arco elettrico da cui parte la scintilla che può provocare l’incendio».
Controlli annuali…
«L’impianto va controllato almeno una volta l’anno da personale specializzato: è importante fare un esame termografico con una termocamera (l’esame va fatto con la luce solare in modo che l’impianto fotovoltaico possa essere in funzione), per individuare eventuali anomalie tecniche che se tralasciate possono essere causa scatenante di incendi. – spiega Mazzaro – Va fatta anche un’ispezione visiva: se un topo, per esempio, ha rosicchiato un cavo è importante individuarlo e sostituirlo». Lo scoglio principale per i possessori di impianti è che si deve pagare una persona competente e affidabile per effettuare questa manutenzione: e magari era una spesa non prevista ai tempi dell’istallazione. Si tratta però di un investimento che va fatto.

«In primis vanno monitorate le connessioni, poi una verifica visiva sui pannelli, osservando se sono presenti segni strani, ammaccature o “effetto grandine”, se il vetro è danneggiato dall’interno, magari per via di una piccola sfiammatura. – spiega Foggetti – E ancora se ci sono ossidazioni e perdita d’integrità del telaio (in sostanza: una dilatazione termica delle cornici); poi va controllata l’integrità dei cavi soprattutto quelli esposti alle intemperie, la scatola di giunzione, il quadro di stringa o gli inverter non opportunamente ventilati o posti in locali non idonei, per esempio, nel sottotetto in legno o in una soffitta stipata di oggetti (dall’albero di Natale ai giocattoli) facilmente infiammabili. Invece, attorno all’inverter è richiesto uno spazio completamente libero e pulito, senza tende o altri materiali che facilmente possano prendere fuoco. Bisogna anche provvedere a un efficace ricambio d’aria dove ci sono le apparecchiature elettriche come gli inverter, di solito, invece, posizionati in locali angusti e poco ventilati. L’ideale, è puntare su locali dedicati opportunamente areati o compartimentati».


L’installazione di un pannello fotovoltaico su un tetto. AGF
… e pulizie frequenti
Anche la pulizia dell’impianto non è da sottovalutare e va fatta in modo corretto.
«D’estate, con le alte temperature i pannelli non vanno lavati a mezzogiorno come molti fanno, ma al mattino presto, quando le temperature sono più contenute. – spiega Foggetti – Infatti, effettuando il lavaggio a metà giornata, nelle ore più calde, si crea uno shock termico che provoca una perdita di integrità del telaio del pannello. Questo può portare a infiltrazioni d’acqua e poi a ossidazioni dell’impianto»
Come può avvenire l’innesco di un incendio
«L’innesco che può portare all’incendio può avvenire per diversi motivi. – spiega Foggetti –
  • 1) Fenomeno di hot spot, punto caldo all’interno di una cella oscurata o sporca, magari per mancata di pulizia dei pannelli o a causa di un’errata progettazione dell’impianto (es. cono d’ombra di un camino o di una parabola).
  • 2) All’interno della scatola di giunzione nel pannello.
  • 3) Se c’è una perdita d’isolamento si può creare un arco elettrico tra cella e cella del pannello e quindi una scintilla
  • 4) Altro innesco può avvenire nei cavi di connessione, se si verifica una perdita d’isolamento, e dato che il pannello continua sempre a funzionare con il sole può crearsi un arco elettrico.
  • 5) Arco elettrico dovuto a temperature elevate.
  • 6) In presenza di un tetto in legno (sono preferibili da un punto di vista della sicurezza i tetti in cemento armato).»
Lontani dalla canna fumaria
«La canna fumaria posta vicino al pannello non va bene ed è sconsigliata per due motivi: per l’aumento del calore che provoca in prossimità del pannello e per la fuoriuscita di fuliggine che si depositerà sul pannello creando il fenomeno di hot spot» spiega Foggetti.
Dal 2012 il Ministero dell’interno ha emesso una circolare chiarendo che le attività soggette a controllo dei Vigili del Fuoco per istallazione di un impianto devono:
  • tenere conto che l’impianto fotovoltaico è una modifica rilevante al rischio anticendio della struttura che può produrre aggravio alle preesistenti condizioni di rischio
  • gli impianti devono essere almeno a un metro o ad una distanza comunque sufficiente secondo la valutazione dei professionisti dagli EFC (evacuatori di fumo e calore), dai lucernai, dagli elementi di compartimentazione verticale. 

Auto bruciato a Bologna a causa del rogo di una tettoia coperta di pannelli, il 22 maggio 2017. AGF
Che fare se scoppia un incendio?
«La priorità è chiamare il numero di soccorso, e, se si è in grado, staccare il contatore generale, infatti, bisogna ricordare che finché c’è luce i pannelli continuano a essere in tensione e a produrre energia elettrica. – spiega Mazzaro – Staccando il contatore si isola tutta la parte dove circola la corrente alternata facendo in modo che gli inverter si spengano senza più convertire la corrente continua proveniente dai pannelli». Il consiglio è comunque chiamare il numero di soccorso dei Vigili del fuoco e richiedere l’intervento anche se l’incendio sembra risolto. «Se c’è stato un principio d’incendio va fatta una valutazione più approfondita dello scenario, bisogna capire perché è successo. Infatti, se non si comprende il problema all’origine può succedere di nuovo» dice Mazzaro.
Come si sviluppa un incendio sul tetto in presenza di pannelli
  1. «Ipotesi uno: poniamo che su un tetto in legno, si crei un arco elettrico causato da due cavi. Ci possono essere mille variabili ma in media in mezz’ora una porzione di tetto prende fuoco, poi il fuoco si sposta verso i piani sottostanti. Conclusione: per i tetti in legno ventilati il monitoraggio deve essere ancora maggiore» spiega Foggetti
  2. «Ipotesi due: se l’incendio si sviluppa su un tetto di cemento il fuoco cammina sul tetto e lungo la guaina bituminosa o materiale isolante (entrambi infiammabili). Se non trova un lucernaio o evacuatori di fumo, si limita a camminare sul tetto». 
  3.  

Il quartiere City Life a Milano: nuove costruzioni a risparmio energetico, dotati di pannelli fotovoltaici. AGF
Prima sospesi, ora integrati
«Fino al 2011 si installavano i pannelli fotovoltaici esterni rispetto alla superfice del tetto. – spiega Sassi – Così si scaldavano meno perché veniva lasciata un’intercapedine tra pannello e tetto. Negli anni successivi il Gestore Servizi Elettrici ha incentivato maggiormente gli impianti di tipo integrato ovvero realizzati all’interno dei tetti stessi». 

«I nuovi pannelli integrati sono a filo del tetto il che vuol dire ricavare una vasca nel sottotetto che, se non prevista con opportuna ventilazione, provoca un surriscaldamento anomalo, che non incide tanto sul problema incendio quanto sulla rendita energetica del pannello. – spiega Foggetti – Dal punto di vista della composizione quelli in silicio cristallino e policristallino dentro contengono sabbia: non sono rischiosi. Quelli in amorfo (i pannelli neri o blu scurissimo), invece, non hanno maggiori rischi nell’utilizzo, ma presentano più rischi per gli operatori, per via delle sostanze che contengono: arseniuro di gallio e telluluro di cadmio, due sostanze tossiche. Se prendono fuoco rilasciano fumi tossici e polveri di cadmio che se respirate provocano edema polmonare».
Come muoversi
Chi ha un impianto fotovoltaico e legge queste cose per la prima volta, può comunque «lavorare sulla prevenzione, nel senso di fare un’analisi preventiva in modo da capire se l’impianto è a rischio incendio o produce meno delle attese. – spiega Sassi – Si tratta di un’analisi super partes fatta da professionisti che come risultato rivela i punti deboli dell’impianto, quindi può essere molto utile. Anche se questa verifica ha costi bassi (per un impianto di casa da 6 kW richiede un paio ore di lavoro), spesso, i possessori d’impianti non ricorrono a questa possibilità o perché non sanno che esiste o perché comunque non era prevista nel loro piano iniziale di investimento».
Colti di sorpresa
«Nessuno si aspettava che un impianto fotovoltaico nella sua totalità potesse avere un’evoluzione così problematica, cioè che si verificassero così tanti incendi» ha dichiarato un esperto del settore a Business Insider Italia in via confidenziale.

«Il rischio zero non esiste. Neanche per il fotovoltaico. – aggiunge Sassi – Col tempo si è capito che impianti e pannelli potevano prendere fuoco, c’è voluta l’esperienza, perché non c’era letteratura: l’applicazione di produzione concentrata di energia da fonte fotovoltaica era nuova. Le normative si sono evolute nel tempo ed erano sempre in ritardo. I progettisti non riuscivano ad aggiornarsi velocemente. Gli installatori avevano poca esperienza.

E anche tante dichiarazioni di conformità in realtà non sono a norma, perché nel momento in cui sono state stampate non era già più valide le norme a cui facevano riferimento. In tutto questo gli incentivi sono stati dei catalizzatori creando pressione e fretta su tutti: chi comprava, chi vendeva, chi progettava, chi installava, chi doveva produrre e tanti sono stati anche i materiali difettati».
La paura di non essere in regola che non fa chiamare i soccorsi
In certi casi si crea un circolo vizioso di cose non chiare dall’inizio, alimentato da paura, improvvisazione, disinformazione, sfida ai rischi: come in una roulette russa. «I possessori di fotovoltaico in certi casi hanno paura di chiamare i Vigili del Fuoco per il timore di ricevere sanzioni. – spiega Sassi – Infatti, hanno paura di non essere in regola rispetto all’impianto fotovoltaico e così rischiano consapevolmente. Oppure chiamano quando l’incendio è in stato avanzato: hanno aspettato troppo. Questo capita, soprattutto, nei capannoni industriali e agricoli».
Succede anche che tante chiamate ricevute dalle centrali operative siano fatte da persone che vedono l’incendio, ma non dai proprietari dell’impianto.
Incendio più veloci
«Gli incendi in presenza di impianti e pannelli fotovoltaici sono incendi più veloci. – spiega Sassi- Quando c’è sole c’è corrente e dove c’è corrente elettrica, l’incendio continua a fare scintille, quindi la propagazione del fuoco è molto più veloce. Un capannone coperto da pannelli fotovoltaici di classe 2, ampio quattro-cinque mila metri quadrati, può bruciare in due o tre ore. I Vigili del Fuoco, di solito per come sono organizzati arrivano entro 30 minuti, ed è necessario che elementi con resistenza al fuoco garantiscano la tenuta delle strutture fino all’intervento dei soccorsi. Invece, se gli impianti sono installati su strutture non adeguate possono compromettere la sicurezza anche di eventuali persone presenti all’interno dell’edificio».
Un trend in crescita
«Nel 2012 si è registrato il boom d’installazioni e sempre nel 2012 si è toccato il picco d’incidenti per difettosità del materiale. – spiega Sassi – Il difetto viene fuori subito, così come i problemi legati all’errata installazione. Poi il numero d’incidenti è diminuito. Ma con il tempo l’impianto invecchia e quindi ci possono essere problemi dovuti a determinati componenti che vanno correttamente mantenuti facendo una attività di manutenzione periodica e anche di lavaggio, annuale o semestrale (anche di più se necessario).» Possiamo prevedere qual è il trend degli incendi legati agli impianti fotovoltaici? «Il trend degli incendi è in ascesa, il numero degli incendi deve ancora crescere: ora inizia la fase critica perché gli impianti cominciano ad avere sette-otto anni: è una fase delicata. Chi non ha mai fatto manutenzione rischia più degli altri».
Assicurazione: senza manutenzione non paga
In caso d’incendi come si regolano le assicurazioni? «Le assicurazioni hanno chiarito che se non fai manutenzione loro non ti pagano: nelle clausole la manutenzione è obbligatoria. – continua Sassi – Di solito negli incendi non si registrano morti, quindi si tratta di un danno amministrativo, non viene considerato un problema per la collettività e finisce per essere, invece, un problema solo tra assicurazione e utente che poi deve avere a che fare con la burocrazia».
Spalma incentivi, mutui e il mercato secondario: la speculazione dei fondi
«Nel 2014 a un certo punto il Governo ha ridotto gli incentivi su tutti gli impianti di fascia medio-grande, anche se c’era un contratto con lo Stato della durata di vent’anni. Questo ha portato a un calo delle rendite previste per i possessori di impianti. Sul versante vendita energia analogamente i titolari degli impianti venderanno l’energia prodotta e immessa in rete a un prezzo quattro volte inferiore rispetto a quello atteso all’epoca della realizzazione dell’impianto, seguendo un borsino elettrico come fossero grossi operatori.

Risultato: chi ha fatto dei mutui al 100% in vent’anni, adesso è in difficoltà perché non riesce a guadagnarci e in certi casi si trova dover vendere l’impianto. E, infatti, sta aumentando il mercato secondario del fotovoltaico da un paio di anni». Ma a chi si vendono gli impianti? Secondo fonti confidenziali a fondi privati che stanno sfruttando il momento di difficoltà degli operatori a pagarsi i mutui in essere.

Mentre la lobby delle energie tradizionali rema contro il fotovoltatico, questi fondi stanno comprando e comprano a poco: hanno convenienza a prendere gli impianti di seconda mano per vari motivi. Questi impianti, infatti, continuano ad avere gli stessi incentivi, in più i nuovi proprietari potranno vendere energia elettrica con un netto bilancio in positivo avendo pagato meno gli impianti. E in questi casi, tali fondi sono strutturati per gestire gli impianti con una corretta manutenzione riducendo al minimo tutti i rischi correlati agli impianti fotovoltaici.

Inoltre, il decreto Spalma-incentivi attualmente riconosciuto costituzionale dalla Corte Costituzionale Italiana potrebbe essere, invece, dichiarato incostituzionale dalla Corte europea. In questo caso il Governo italiano dovrà ridare ai titolari delle convenzioni i soldi che fino ad adesso non ha erogato e magari a quell’epoca la maggioranza dei vecchi titolari avrà già venduto: a incassare saranno i nuovi proprietari. Secondo il rapporto del GSE, Gestore Servizio Elettrici, sono emersi casi in cui sono stati sospesi gli incentivi in casi non chiari. C’è stato anche chi ha provato a garantirsi gli incentivi senza avere fatto l’impianto o averlo fatto solo in piccola parte. L’obbiettivo era quello di prendere incentivi alti e fare l’impianto in ritardo sfruttando minori costi di acquisto e d’installazione.