martedì 11 luglio 2017

Eia Eia mavalà

lastampa.it

Ci aveva visto giusto George Orwell quando scrisse che c’era ben poco da scegliere fra comunismo e fascismo e proprio per questo, non nonostante questo, non si sottovaluterà la storia del bagnino di Chioggia. Un signore, Gianni Scarpa, nella cui spiaggia vigono sotto forma di parodia le leggi del Ventennio, e dove si tengono discorsi di elogio a Benito Mussolini, si promettono manganellate nei denti e si sottolineano i benefici dell’uso delle camere a gas. Non la si sottovaluterà sebbene sembri più ispirata da Mario Monicelli che da Joseph Goebbels. Su un cartello c’è scritto «zona inadeguata per bambini e buzzurri», e già questo spiega qualcosa: si dice «inadeguata a», non «inadeguata per».
Non è un dettaglio, vedrete.

E fa bene la politica a reagire con sdegno, anche quando lo sdegno sembra inerpicarsi a quote quasi caricaturali, e discute di norme che impediscano e puniscano lo smercio di busti del Duce e di bottiglie di vino etichettate Faccetta Nera. Il promotore della legge è Emanuele Fiano del Pd, figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz, sul ricordo di una frase di Giacomo Matteotti: «Il fascismo non è un’idea, è un crimine». Matteotti aveva ragione, davanti a quel regime. Ma negli anni la Cassazione ha annacquato la legge Scelba sull’apologia di fascismo perché ha stabilito che il saluto romano e la nostalgia per i cerchi di fuoco di Achille Starace, se non producono effetti concreti, rimangono manifestazioni di pensiero, e uno stato di diritto non abolisce le opinioni, nemmeno quelle brutte e cattive.

Ma siccome di braccia tese e di inni al Führer in Europa se ne vedono e se ne sentono sempre di più, si intravede l’emergenza e si dispongono i soliti, eterni ampliamenti e inasprimenti delle pene. Un uomo avveduto come Fiano capirà che se la risposta è tutta qua, è una risposta puramente autoritaria. E succede nei giorni in cui il silenzio italiano accompagna una risoluzione dell’Unesco che dichiara Hebron patrimonio dell’umanità palestinese, e soltanto palestinese, malgrado a Hebron ci siano le tombe di Abramo, Isacco e Giacobbe, e che segue un’altra recente risoluzione secondo cui il Muro del Pianto sorge in un’area che niente ha a che vedere con la cultura ebraica.

Ed è l’Unesco, non un bagnino di Chioggia. La pulizia archeologica (definizione di Pierluigi Battista) è il muro di un’Europa inerte e imbelle che si riempie la bocca di ponti da costruire. Il dramma dell’uomo è di dimenticare la storia e di essere condannato a commettere sempre gli stessi errori, per ignoranza. Bisogna dire «inadeguata a», bisogna usare bene i congiuntivi, bisogna leggere e sapere, come sa perfettamente un caro amico romano che invitò a cena un ragazzo di estrema destra. Dopo mangiato si misero sul divano a vedere Schindler’s List, il capolavoro di Steven Spielberg sull’Olocausto.

In capo a dieci minuti il ragazzo sgranò gli occhi e si girò a bocca aperta verso il padrone di casa, lo rifece una seconda, una terza, una quarta volta, occhi e bocca sempre più spalancati. E infine con voce rotta disse: «Ma che, davero?». Sì, davero, con una v.

Quando il comunista Togliatti convinse i Costituenti a non esagerare sui reati di opinione fascista

lastampa.it
fabio martini


il segretario del Pci Palmiro Togliatti

Nell’assemblea Costituente, riunita quando la caduta di Mussolini era ancora recentissima, il segretario del Pci Palmiro Togliatti convinse gli altri leader democratici che andava vietata la riorganizzazione del partito fascista, ma facendo attenzione a circoscrivere i reati di opinione a casi gravissimi. Lo spirito di quella norma ha vissuto per quasi 70 anni, durante i quali sono state ammesse e mai perseguite nè il semplice elogio del regime ma neppure le manifestazioni più esteriori di nostalgia, proprio quelle che in queste ore sono invece in discussione in Parlamento.

Il dibattito in corso in Parlamento e nel Paese ma anche la giurisprudenza di quasi 70 anni si basano tutte proprio sulla XII Disposizione transitoria e finale della Cositutuzione, secondo le quali «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Nel dibattito che precedette l’approvazione del dispositivo fu decisivo fu l’intervento del segretario del Pci Palmiro Togliatti, che convinse gli altri padri costituenti – personalità come Dossetti, Moro, Calamandrei, Basso e leader come De Gasperi e Nenni – a non esagerare nei divieti. Togliatti chiese di <non formulare un articolo che possa fornire pretesto a misure antidemocratiche, prestandosi ad interpretazioni diverse>.

Spiegando: <Se in Italia nascesse domani movimento nuovo, anarchico, lo si dovrebbe combattere sul terreno della competizione politica democratica, convincendo gli aderenti al movimento della falsità delle loro idee, ma non si potrà negargli il diritto di esistere e di svilupparsi, solo perché si rifiutano alcuni dei loro principî>. E propose di circoscrivere il divieto ad una fattispecie molto precisa: la ricostituzione del partito fascista, ma quello che <prese corpo in Italia dal 1919 fino al 25 luglio 1943>. 

Anche la successiva legge Scelba, del 1952, quella che istituì il reato di <apologia del fascismo> fu attenta a circoscrivere l’intervento della magistratura. Tanto è vero che la Corte Costituzionale, chiamata ad intervenire, segnalò che il reato si configura allorquando l’apologia non consista in una mera “difesa elogiativa”, bensì in una «esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista», cioè in una «istigazione indiretta a commettere un fatto rivolto alla detta riorganizzazione e a tal fine idoneo ed efficiente>. 

Il combinato disposto di norme costituzionali e ordinarie ben calibrate, l””esempio” della democrazia, la configurazione solo episodicamente eversiva dei movimenti neofascisti per 70 anni hanno sconsigliato l’intervento legislativo che toccasse i reati di opinione relativi a quella ideologia. Ora la svolta.

Tutte le bugie di Emergency sull'immigrazione

ilgiornale.it
Elena Barlozzari - Lun, 10/07/2017 - 22:00

Teresa Mannino, comica di professione, si è messa addosso una maglietta di Emergency per spiegarci com’è che funziona l'accoglienza. Ma siamo sicuri che ha ragione lei?



“Sono troppi, l’Italia non ce la fa più”. Una verità gridata che, adesso, non fa più scandalo. Forse perché quando a pensarla così si è in troppi c’è sempre qualcuno che soffia sul fuoco del populismo.

Le sette bugie di Emergency sui migranti

Migranti e smatphone. Quei costosissimi “gingilli tecnologici” sono davvero l’unico modo che gli immigrati hanno per restare in contatto con casa? A sentire la Mannino sì, ma a noi risulta che viene fornito un kit di tre schede telefoniche da cinque euro l’una che vengono rimpiazzate da un’altra dello stesso valore ogni dieci giorni.

Migranti ed invasione. No, no l’Italia non è invasa. Non si capisce proprio perché, nei giorni scorsi, qualcuno ha pensato persino di ricorrere all’extrema ratio della chiusura dei nostri porti. E poi in Europa cosa si affannano a darci soldi a fare? Eppure, secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, dal 1 gennaio al 10 luglio 2017, sono 85.200 i migranti sbarcati nel Belpaese. Con un aumento del 9.61% rispetto all’anno precedente. Di questi solo 7.396 sono stati ricollocati in altri Stati membri.

Migranti e business. “Ogni giorno – sostengono i populisti – prendono 35 euro senza lavorare” . Di lavoro, si sa, nelle strutture di accoglienza non se ne partica in grandi quantità. Non è colpa dei migranti ma è un dato di fatto. Tanto che i giovani ospiti spesso ciondolano da un marciapiede all’altro mentre i più volenterosi sembra si siano rimboccati, più o meno spontaneamente le maniche, per dedicarsi – ramazze alla mano – alla pulizia dei quartieri italiani. Sappiamo perfettamente, come ci ricorda la “maestrina di Emergency”, che a loro va solo una piccola percentuale di quello che si mettono in tasca le cooperative rosse e bianche che si dedicano alla filantropia. E ci mancherebbe. Così come sappiamo bene che l’accoglienza è diventata un affare, come diceva il signor Buzzi di Mafia Capitale. Ed anche questo è un problema.

Migranti e malattie. Provengono da aree del mondo in cui alcune malattie sono endemiche ma, tranquilli, al momento dello sbarco vengono immediatamente visitati e curati. Di avviso diverso rispetto alla testimonial di Emergency è un operatore del settore. “Gli accertamenti sanitari sono minimali – ci ha rivelato – perché è impossibile fare uno screening accurato di masse continue di persone”. Non a caso, infatti, chi opera a contatto con loro viene sottoposto ai test anti tubercolari e deve indossare i dispositivi di protezione individuale quali guanti in lattice, mascherine ed occhiali.

Migranti e cittadini. Aiutare gli immigrati non penalizza gli italiani. Basterebbe consultare le graduatorie per le casi popolari, ad esempio, per porre alla signora Mannino una domanda. Come mai vengono assegnati dei punti ad hoc per la condizione di richiedente asilo che spesso fanno la differenza per ottenere l’alloggio popolare?

Migranti e Piddì. “Aiutiamoli a casa loro”. Questa proprio non è andata giù ai professionisti dell’accoglienza. Forse proprio perché, adesso, lo dice anche uno degli ex testimonial politici della filosofia no-border: Matteo Renzi. Ma se è vero che i migranti sono costretti a lasciare le loro case – come sentiamo spesso ripetere – allora promuovere la stabilità e l’economia dei paesi di origine non sarebbe forse il miglior servizio che possiamo offrirgli? Ma per la Mannino è giusto così. Dobbiamo scontare le conseguenze del becero sfruttamento coloniale di cui si macchiò anche il nostro Paese. Siamo sicuri però che, almeno per l’Italia, le cose non andarono diversamente? Come ebbe a dire un inglese di ritorno dall’Abissinia nel 1936: “L’idea di lavorare invece che starsene sdraiati a oziare come padroni, tutto questo era estraneo ai pensieri inglesi, e invece è il principio che sta alla base dell’occupazione italiana“.

Migranti e terrorismo. I terroristi non viaggiano sui barconi. Ne è sicura l’attrice che, però, ancora non ci ha spiegato se vengono volando su lussuosi aerei di linea oppure atterrano con navicelle aerospaziali. Di avviso diverso, infatti, è l’Europol. Secondo un allarme lanciato a gennaio scorso dall’agenzia europea, sarebbero 34mila i migranti già sbarcati in Europa – provenienti da Africa, Siria, Pakistan e Afghanistan – legati all’estremismo islamico. Possibile che a “casa Emergency” si siano dimeticati di Anis Amri, l’attentatore di Berlino arrivato in Sicilia a bordo di un barcone? Oppure di Osman Matammud, trafficante e torturatore somalo arrestato alla stazione Centrale di Milano dopo essere stato riconosciuto da alcune sue ex vittime?

Arriviamo così allo stereotipo conclusivo, il numero otto. E stavolta, con grande sorpresa, la Mannino – siciliana doc – si trova d’accordo. Volete sapere qual è? “I siciliani parlano solo di mangiare”. Ma allora, Teresa, perché la prossima volta non ci dispensi pillole di cucina?

Autobianchi Bianchina, l’auto di Fantozzi era nata chic

lastampa.it
simonluca pini (nexta)

Era l’alternativa raffinata alla Fiat 500. Ma poi il personaggio interpretato da Paolo Villaggio cambiò la sua immagine



Conosciuta dal grande pubblico come l’auto di Fantozzi, l’Autobianchi Bianchina ha accompagnato per dal 1975 al 1999 le avventure dello sfortunato ragioniere. Se per il celebre personaggio interpretato da Paolo Villaggio, recentemente scomparso, la Bianchina era l’ennesima conferma del suo status di “sfigato”, all’inizio della produzione avvenuta nel 1957 il modello Autobianchi fu in grado di superare il successo della 500 diventandone l’alternativa chic.

Dalla Bianchi all’Autobianchi
La storia dell’Autobianchi nasce grazie all’intraprendenza di Ferruccio Quintavalle, carismatico personaggio a capo della storica azienda di biciclette Bianchi. Nel dopoguerra l’azienda di due ruote è troppo grande per limitare la produzione alle biciclette e ha bisogno di crescere. Per questo motivo Quintavalle, nel 1955, decide di coinvolgere il Commendatore Giuseppe Bianchi, Alberto Pirelli (figlio del fondatore dell’omonima azienda) e un giovane Gianni Agnelli (insieme nella foto qui sotto). L’11 gennaio 1955 nasce il marchio automobilistico Autobianchi con stabilimento di produzione a Desio.



Bianchina, un successo immediato
 Dallo stabilimento nell’hinterland milanese, nel settembre dello stesso anno, esce l’esemplare battezzato internamente Progetto 110B. Esposta al Museo della scienza e della Tecnica di Milano, la Bianchina stupisce il pubblico per il design originale a partire dalle pinne posteriori e dalle tante cromature (molto amate all’epoca). Citycar compatta con motore posteriore e grande tetto apribile in tela, rispetto alla 500 con cui condivide telaio e motore si differenzia per l’abitabilità migliorata e soprattutto per un livello qualitativo superiore. Nonostante il prezzo superiore, 565.000 lire per la Bianchina contro le 490.000 della 500, nei primi mesi di vendita il modello Autobianchi superò quello a marchio Fiat. Oltre all’aspetto chic e alla qualità delle finiture, il punto di forza della “Trasformabile” era la rateizzazione in 30 rate proposta da Sava.



Cabriolet e Panoramica
Il successo del modello di debutto porta l’Autobianchi ad allargare la gamma, presentando nel 1959 la Cabriolet (nella foto qui sopra) e la Panoramica. La prima era una cabrio a tutti gli effetti, le portiere erano incernierate all’anteriore e non al posteriore e il motore arrivava a 499 centimetri cubi e 21 cavalli contro i 479,5 cm³ e 17 CV del primo modello prodotto. La Panoramica invece era derivata dalla Fiat 500 Giardiniera, con motore a sogliola da 22 cavalli e grande spazio posteriore. Nello stesso anno la Trasformabile (sotto, aveva uno schema di apertura del tetto simile a quello dell’attuale Fiat 500C) arrivò con il motore da 499 cm³ e 18 cavalli e in versione Special con livrea bicolore e 21 CV di potenza massima.



L’auto di Fantozzi arriva nel 1962
Gli ottimi risultati commerciali della Bianchina continuano e nel 1962 la versione Berlina 4 posti sostituisce la Trasformabile. Il motore e il telaio sono gli stessi ma la carrozzeria dice addio al tetto in tela e la linea non è delle più convincenti. A causa del lunotto posteriore praticamente verticale, inserito in una struttura a “pagodina”, venne soprannominata “Televisore”. Protagonista di un leggero restyling nel 1965, la Berlina fu prodotta fino al 1969 quando l’Intera produzione della Bianchina cessò dopo 12 anni di storia e oltre 300.000 esemplari prodotti. Nel 1975 la Bianchina iniziò la sua carriera nei film di Fantozzi, realizzati fino al 1999, diventando l’auto icona del ragioniere più sfortunato d’Italia.

Scontri tra membri del Ku Klux Klan e contro-manifestanti antirazzisti: 23 arresti

lastampa.it



La polizia ha arrestato 23 persone a Charlottesville, in Virginia, dove una cinquantina di membri del Ku Klux Klan (KKK) che protestavano contro la rimozione della statua equestre del generale sudista e schiavista Robert Lee si sono scontrati con centinaia di contromanifestanti antirazzisti. I membri del Ku Klux Klan hanno sfilato armati (è consentito dalla legge statale). Alcuni indossavano il tradizionale cappello a punta e alcuni sventolavano bandiere confederali inneggiando al potere bianco e pronunciando slogan antisemiti. Di contro, centinaia di contromanifestanti li hanno accolti al grido «No KKK, no all’America razzista, razzisti a casa».

Alcuni dalle parole sono passati ai fatti e la polizia è intervenuta durante gli scontri, disperdendo i manifestanti con lanci di lacrimogeni e scortando i membri del KKK A Charlottesville, circa 50.000 abitanti, non si sono combattute battaglie durante la guerra civile (1861/65). Alle presienziali del 2016 la maggioranza degli elettori ha votato per il candidato democratico Hillary Clinton, che ha rapporti molto stretti con l’università fondata nel 1819 da Thomas Jefferson. A febbraio il consiglio comunale aveva deciso di rimuovere la statua del generale, simbolo confederale considerato razzista. Un atto che ha mobilitato i suprematisti bianchi e gli esponenti dell’Alt-right, la destra alternativa. Un giudice ha sospeso il provvedimento, rimettendo il caso a un tribunale. La base della statua è stata verniciata di roso venerdì notte e ripulita sabato dai dipendenti comunali.

Come i migranti vedono gli italiani

lastampa.it
domenico quirico

In viaggio con quattro profughi su una corriera del Monferrato: “Vedendo i turisti ci eravamo illusi che gli italiani fossero ricchi”



Lo so che è una sciocchezza. Anzi: peggio, è inutile. Capovolgere il discorso, non quello che noi pensiamo dei migranti, ma tentare di definire il contrario. Cioè quello che loro pensano di noi, italiani, ospiti renitenti, samaritani ringhiosi o turbati dal dubbio di commettere, accogliendo, un errore. Che strana domanda: a chi mai potrebbe interessare il giudizio di un migrante? Diamine: non è un turista o uno scrittore o un uomo d’affari. Un migrante.

È vero. Non bisognerebbe chiederlo: lui, il migrante, è un uomo che ha solo un minuto di speranza, di farcela di essere accettato di avere il pezzo di carta, un minuto contro, due, tre, cinque anni di disperazione. Che è il tempo del suo viaggio. Lui vive di questo: del minuto di speranza. Come puoi chiedergli di buttarlo via con una risposta incauta? Non è molto, è una realtà quasi impalpabile. Non sa se la mia compassione sia finta. Forse lo è. Ma come rischiare? La sua inquietudine, sì, quella è sincera e ha ben motivo di essere inquieto.

Questa volta non vado a cercarli in mare o nel deserto, non è il suo viaggio, ora, che mi interessa; è il suo specchiarsi in ciò che gli sta intorno, il Nuovo Mondo che si è conquistato con la paura, il sudore, il dolore. Il suo Dopo nell’abnegazione di ogni istante. Non devo andare lontano: basta salire un mattino su una corriera qualsiasi di una linea locale nella zona in cui vivo, il Monferrato. «Lì li trovi di sicuro, si spostano in bicicletta, ma qualche volta usano l’autobus se hanno un lavoro o solo per vagare in giro, qualcuno per fuggire verso qualche confine». Ci affanniamo a discutere se siano un bene o un male, e loro sono già normalità, paesaggio.

Ci sono infatti: quattro. Li ho subito ribattezzati il Grosso, il Triste, il Rasta e il Filosofo, tre gambiani e un maliano. Si tengono insieme, muti, nell’autobus semivuoto, qualche anziano che si sposta da paese a paese e ragazzi con lo zaino che chiacchierano e ridono fitto. Nessuno, salvo me, sembra badare a loro. Il bus avanza sulla via provinciale, una via familiare più che di transito, dove si sentono gli uomini con i loro costumi, le loro abitudini, perfino i pensieri. Le villette dei geometri degli Anni Sessanta, le cascine rimodernate, e i bar dove c’è sempre qualcuno che sembra aspetti l’arrivo di una gara. I quattro migranti non guardano quello che sfila fuori dai finestrini, forse hanno già fatto questa strada molte volte, forse ci passano solo stamane prima di fuggire.

Con i migranti non bisogna fare domande, è la polizia che fa domande: bisogna ascoltarli, parlare. Se fai domande ti risponderanno che qui tutto è magnifico, che sono felici, che la gente è buona. Ne trovi a centinaia di migranti che ti parlano così, è umano, è normale. È parlando a se stesso che il migrante si confessa, non a te occidentale, straniero, infedele. Hanno tutti una storia che dividono con innumerevoli sconosciuti, le cui figure tragiche e i gesti disperati si susseguono senza mai scomparire del tutto. La mutilano, la truccano la loro storia; ma sfigurarla non è per loro l’unico modo per non riconoscerla più?

Il Triste è un uomo che non potrò dimenticare. È grande, alto, eppure sta piegato, guarda sempre per terra come se avesse un gigantesco peso sulle spalle che lo opprime. Non ho mai incontrato nessuno così definitivamente vinto dalla vita, così tragicamente consapevole che ha perso la scommessa, bruciato l’unica possibilità. È perfino difficile restituire il suo parlare, perché è annegato in infiniti silenzi. «Perché sono qui? Perché voglio ricomprare la mia casa laggiù in Gambia, la casa che non è più mia, che mi hanno preso, e metterci dentro mia madre perché possa invecchiare e morire in pace.

Mia madre! Che ha raccolto uno ad uno i soldi per farmi arrivare qui. Ho solo lei, non ho amici, non ho nessuno da nessuna parte del mondo. Tutti, nel centro dove stavo, telefonano, parlano. Io ho solo lei da chiamare, le dico che va bene, che è bello qua, che tutti sono gentili e non è del tutto vero. Io devo guadagnare quei soldi, devo. Sono qui per nient’altro. Quella casa la rivoglio. Non mi fermo, andrò in giro a cercare lavori a tempo, caporali che mi assumano in nero, va bene, così guadagnerò più rapidamente. Dormirò alla stazione, in strada, non mi importa, è la casa che devo ricomprare, la casa. Ho attraversato l’inferno, tre anni di Libia sai cosa vuol dire? Sono ancora vivo: per cosa? Per niente: ho fallito, ho perso».

Il Rasta: «Che penso dell’Italia, penso che vado via, che vado a Malta, parto lunedì! Non c’è niente qua. Che ci vado a fare? A vendere sulle spiagge, affitto una cassa di roba da uno e mi tengo una percentuale di ciò che vendo. Se ho amici laggiù? Non conosco nessuno. Tutti a dirmi: sei scemo, resta qua, hai un posto dove stare e un lavoro. Ma io voglio andare a vendere a Malta. Dio sono certo che mi farà andare perché gliel’ho chiesto.

Dio è buono, me lo deve dare. Voi italiani non capite, noi ci sentiamo sempre provvisori. Io so fare mille cose il muratore, il contadino, riparo biciclette, faccio miracoli con le nostre bici africane che non sono belle come le vostre. Ho trovato un posto in un vivaio in un paese qua vicino e ti racconto una cosa: quello che lavorava con me è italiano, ha la macchina, non mi dava un passaggio e dovevo fare venti chilometri in bici ad andare e altrettanti a tornare. Diceva che ha paura di avere guai in caso di un incidente. Solo se pioveva forte mi dava un passaggio, ma si faceva pagare la benzina».

Il Grosso: «Ero muratore al mio paese, come qui. Sì, il lavoro è lo stesso, ma non è lo stesso il resto: i soldi per esempio, franchi Cfa si chiamano, e non valgono niente. Quando c’era qualcosa da fare, facevano a metà, altrimenti niente per nessuno. Qua il padrone mi guarda e dice: i soldi, i soldi te li do a fine mese, è scritto nel tuo contratto, non siamo mica in Africa qui. Va bene: quando arriva fine mese non mi dà nulla. E dai, non c’è lavoro, mica ti devo pagare se non c’è lavoro. Voi africani siete sempre a chiedere, chiedere. Sapere se posso o non posso fidarmi di lui mi fa impazzire: forse ridacchia appena volto le spalle e le spalle me le volta sempre fingendo di avere qualcosa da fare, va su e giù, prende una martello, un secchio, fa finta lui, fa finta di essere occupato.

Una volta ho fatto una prova: ho fatto un balzo in avanti e l’ho guardato. Ho visto solo un po’ di paura. Voi italiani sapete controllarvi meglio di noi, siete una cricca piena di forza e di sicurezza: noi, noi che aspettiamo, noi africani non abbiamo niente , viviamo sulla lama del coltello, ci bilanciamo da una minuto di speranza a un altro minuto di speranza. Ci tenete ben stretti al morso, due parolette e la nostra vita è di nuovo andata al diavolo. Amministrate il paradiso, amministrate la speranza, la consolazione. Avete tutto in pugno, noi possiamo solo accostare le labbra per qualche minuto».

Il Filosofo: «Tu vuoi sapere cosa pensiamo di voi? In Africa vedevamo i turisti, anche italiani; ricchi, tutti ricchi, spendevano, pagavano. Così pensiamo che da voi tutti abbiano soldi. Adesso, arrivati qui, sappiamo che non è così, ma nessuno lo racconta. Anzi si assicura che va tutto bene, stiamo come signori. C’è uno al centro di accoglienza che è andato via e ora fa il mendicante. Non ci crederai: si fa delle foto con il telefonino vicino ad auto di lusso o a ristoranti famosi e le manda a casa, perché credano che è così che vive. Perché? Perché in Africa non si racconta agli altri il tuo problema, è tuo e basta, e nessuno può fare niente per noi». 

La voragine del cibo sprecato 5 milioni di tonnellate all’anno finiscono nell’immondizia

lastampa.it
carola frediani

Il paradosso: le promozioni e gli sconti inducono ad acquisti eccessivi. Una legge favorisce le donazioni dell’invenduto per ridurre il fenomeno


La norma. La legge 166, votata a settembre all’unanimità dal Parlamento, è suddivisa in 18 articoli e serve a limitare gli sprechi di ogni genere (cibo, medicinali o abiti), promuovendo la redistribuzione delle eccedenze a chi ne ha bisogno per incrementare la solidarietà sociale

I volontari delle Onlus passano due volte a settimana, nel primo pomeriggio. Scendono dai furgoni con le cassette, alcune raffreddate da mattonelle del ghiaccio, e caricano il cibo selezionato dai responsabili di reparto del supermercato. Molta frutta e verdura, ma anche pasta, pelati. «Tutto ciò che è ancora commestibile, che non è scaduto, ma per qualche motivo non è più utilizzabile da noi», spiega il responsabile del punto vendita Coop del quartiere popolare di Milano. Incluse confezioni danneggiate o dalle quali si è staccata un’etichetta. «Quasi tutto tranne i surgelati, perché garantire la catena del freddo è più delicato».

La lotta allo spreco di cibo è uno scontro di formiche contro un colosso senza volto. Un sistema agroalimentare con perdite lungo tutta la filiera, che nella sola Europa arriva a buttare 88 milioni di tonnellate di alimenti all’anno. L’Italia fa la sua parte, con 5 milioni. Anche se, da qualche mese, almeno recuperare alimenti da destinare a chi ne ha bisogno dovrebbe essere più facile. Lo scorso settembre è entrata in vigore la «legge Gadda» che ha l’obiettivo di ridurre il cibo buttato lungo la catena della produzione e della distribuzione, favorendo le donazioni. Un supermercato o un panificio che volessero dare via prodotti invenduti si scontravano con una giungla normativa.

La nuova legge ha semplificato le cose, prevedendo ad esempio solo delle dichiarazioni consuntive a fine mese per chi dona. Finora però l’interesse arriva soprattutto da parte di chi ha le spalle più larghe. «Ora le imprese stanno cercando di inserire le donazioni nei propri processi organizzativi», spiega Stefano Crippa, direttore area comunicazione di Federdistribuzione, l’associazione che rappresenta la grande distribuzione. «Nel primo mese dall’entrata in vigore abbiamo ricevuto tante telefonate di aziende che non avevano mai donato e che volevano informarsi, incluse catene che stanno arrivando in Italia e professionisti che lavorano coi negozi», commenta Laura Bellotti, addetta stampa del Banco Alimentare, Onlus specializzata nella raccolta e redistribuzione di cibo in surplus, con 21 magazzini in tutta Italia.

La lotta alle perdite alimentari è ormai entrata nell’agenda politica internazionale: Onu e Unione europea si sono date come obiettivo di dimezzarle entro il 2030. L’Italia è stata tra i pochi a darsi una normativa al riguardo, anche se non prevede sanzioni, diversamente da quella francese. Un passo in avanti, ma non ancora un balzo. «Ha ratificato quello che già facevamo», dice il responsabile vendite della Coop milanese.

«Facilita chi già faceva recupero, ma sulle piccole realtà della distribuzione c’è ancora poco miglioramento», commenta Andrea Segré, professore di Politica agraria all’università di Bologna, che da anni studia il tema dello spreco. Un problema sistemico, che continua ad autoalimentarsi. Paradossalmente aggravato dalla crisi, perché induce i consumatori in difficoltà economica a buttarsi su promozioni inutili che portano a scarti all’ultimo anello della catena, quando il recupero è impossibile. O a ridurre l’acquisto di cibi freschi, come sostiene la fondazione Enpam.

L’Europa negli ultimi mesi sta spingendo molto su questo fronte. A giugno la Commissione ha però sottolineato l’assenza di numeri e misurazioni chiare sul fenomeno: «i dati sullo spreco alimentare in Europa sono insufficienti». La mancanza di strumenti efficaci sulla quantificazione e il monitoraggio dello spreco riguarda anche l’Italia. Inoltre, da noi, non sono stati individuati target nazionali di riduzione. E manca una integrazione al livello della pianificazione regionale e comunale, necessaria per far decollare la legge.

I casi San Stino e Catania
A fare la differenza potrebbero essere i Comuni, nel caso in cui decidessero di premiare chi fa recupero, di fatto riducendo i propri rifiuti. Qualcuno, in ordine sparso, ci sta pensando. Come ha fatto San Stino di Livenza, piccolo centro vicino a Venezia. «Siamo stati i primi a introdurre uno sconto del 20 per cento sulla parte variabile della Tari, la tassa sui rifiuti, per aziende e supermercati, commisurando la riduzione sul cibo donato», spiega l’assessore all’Ambiente e all’Urbanistica Stefano Pellizzon. «C’è molto interesse da parte dei supermercati e per i donatori non ci sono più scuse», prosegue Pellizzon. «Però se la raccolta aumenta bisogna che le associazioni siano attrezzate.

Parlando con altri amministratori vedo che il problema più grosso è avere abbastanza volontari, specie se devi gestire il fresco, prodotti deperibili». Recuperare il cibo rimasto intrappolato lungo la filiera è infatti una questione di logistica. Di furgoni, frigoriferi, organizzazione, bolle. Lo sa bene Lino Frazzetto, ex imprenditore siciliano, ora pensionato, che da tempo insieme ad altri volontari del Banco Alimentare pianifica la raccolta e distribuzione di prodotti invenduti a Catania e dintorni.

Almeno una volta a settimana un furgone gemellato e un camion con cella frigorifera fanno il giro dei supermercati e dei depositi delle industrie convenzionate. Imbarcano pasta, latte, zucchero, farina, legumi, passate di pomodoro, ma anche prodotti freschi, vicini alla scadenza, che devono essere refrigerati e ridistribuiti in fretta. Sbarcano la merce al magazzino, un capannone di 1300 metri quadri, che si trova a una decina di km da Catania. E da lì fissano l’appuntamento con 450 strutture, parrocchie e associazioni che si occupano di distribuire il cibo a chi ha difficoltà economiche. «Tutto viene tracciato, quello che entra e quello che esce», racconta Lino.

Il ruolo dei singoli
E’ passato ancora poco tempo dall’entrata in vigore della legge e non ci sono dati sulla sua efficacia. «Non ne abbiamo perché ancora non è stato fatto il tavolo ministeriale che dovrebbe occuparsi anche della misurazione di quanto si recupera», spiega Segré. Peraltro si trovano stime diverse anche sul ruolo giocato dai vari settori della filiera. Un dettaglio non da poco per capire dove intervenire, oltre al livello delle famiglie, dove però ormai le eccedenze sono date per perse. Negli ultimi anni si è concentrata molto l’attenzione sul ruolo dei consumatori, che in effetti sprecano tanto, almeno il 43%, e anche di più secondo altre stime. Ma il 57% delle eccedenze si genera comunque lungo la filiera precedente, secondo dati del Politecnico di Milano.

Ed è difficile capire quanto incidano i meccanismi nascosti lungo la catena anche sul comportamento dell’utente finale. «La grande distribuzione è virtuosa se guardiamo al suo bidone della spazzatura», commenta Luca Falasconi, ricercatore al dipartimento di scienze agroalimentari dell’università di Bologna. «Tuttavia quando chiede mele tutte uguali ai produttori, o quando scarica il magazzino facendo delle promozioni tre per due, di fatto trasferisce il problema a monte o a valle. Tu acquirente pensi di fare un affare, ma poi non riesci a consumarlo».

Secondo Coldiretti – che stima lo spreco agricolo solo all’8% – ci sono metodologie organizzative che riducono le perdite agroalimentari: «Ad esempio i mercati dove si fa vendita diretta, in cui i prodotti viaggiano meno e non arrivano da produzioni massive», dice Rolando Manfredini, il suo responsabile della sicurezza alimentare. Una direzione in cui altri si spingono ancora di più, immaginando ruoli diversi per chi produce e chi consuma: dai gruppi di acquisto solidali agli orti urbani.

«Tutto ciò che raccorcia la filiera e avvicina i prodotti al consumatore aumenta l’efficienza ma anche la consapevolezza», commenta Francesco Gesualdi, del Centro nuovo modello di sviluppo, da anni alfiere del consumo critico. «Se crei coinvolgimento e un rapporto più diretto fra produzione e consumo allora non butti più via il cibo cui hai dedicato tempo e vita. La lotta allo spreco è un segnale importante, ma da lì bisogna andare oltre».

Addio all’indipendentista sardo morto in cella. Amnesty chiede che l’inchiesta dia risposte

lastampa.it
nicola pinna

Funerale con polemiche per Doddore Meloni, da mesi era in sciopero della fame



Lo sguardo fiero dell’irriducibile combattente in molti lo portano sul petto: stampato sulle magliette che hanno colorato di bianco il lungo corteo funebre. Poi ci sono le bandiere: quelle dei quattro mori, ovviamente, ma anche quelle dello stato sardo indipendente che Doddore Meloni aveva sognato e provato a realizzare. E poi, a sorpresa, ci sono persino quelle della repubblica di San Marco.

Per l’ultimo saluto al più agguerrito indipendentista sardo, morto dopo un rigido sciopero della fame dietro le sbarre, sono arrivati persino dal Veneto. Per la Lega Nord c’è Mario Borghezio, che da sempre aveva sostenuto le battaglie del piccolo partito fondato da Doddore Meloni. Il suo funerale diventa una specie di festa triste dell’orgoglio sardo. La rabbia che qualcuno vorrebbe gridare è soffocata dalle lacrime. Almeno per oggi. Perché la battaglia legale per far chiarezza sul decesso di Meloni va avanti con molta determinazione. Il legale che aveva chiesto la scarcerazione e i domiciliari, dopo 50 giorni di sciopero della fame, ora pretende di accertare se sia stato violato qualcuno dei diritti dei detenuti, e chi sia eventualmente il responsabile.

Doddore Meloni, fondatore della libera repubblica di Malu Entu, era finito in cella ad aprile per scontare due condanne per reati fiscali. Dal primo giorno aveva deciso di rifiutare il cibo e non ha mai cambiato idea. Dopo due mesi, le sue condizioni si sono aggravate ma il medico del carcere le ha sempre considerate compatibili con la detenzione e il magistrato di sorveglianza ha respinto la richiesta di domiciliari. Le denunce e le proteste di piazza non sono servite. E mercoledì scorso la situazione è precipitata. Il leader del movimento indipendentista è stato accompagnato d’urgenza in ospedale ma è stato stroncato da un arresto cardiaco.

Il sospetto che la morte si potesse evitare ce l’ha anche la procura di Cagliari, che infatti ha aperto subito un’inchiesta. Il caso è già sul tavolo del ministro della Giustizia e alle tanti voci che chiedono «verità e giustizia» ora si aggiunge anche quella di Amnesty International: «Si chiariscano i punti interrogativi su questa dolorosa vicenda, in particolare la questione della compatibilità della detenzione di Meloni con l’età e con le condizioni di salute a seguito di un prolungato sciopero della fame». Nel suo paese, comunque, oggi è il giorno del dolore. E per rendere onore alle tante battaglie di Doddore Meloni anche il prete ha celebrato in sardo una parte della messa: «Oggi salutiamo un martire dell’indipendentismo».

Insieme

lastampa.it
jena@lastampa.it

La particella Xi, quella che ci aiuta a capire cosa tiene insieme la materia, ha abbandonato disperata la sede del Pd.