lunedì 10 luglio 2017

Perché è sbagliato paragonare un iPad Pro a un computer

lastampa.it
carolina milanesi*

La nuova versione del tablet Apple è pensata per un pubblico di professionisti, e iOS 11 la spingerà ancora di più in questa direzione. Ma bisogna avere il coraggio di cambiare le nostre abitudini e non cercare solo di replicare processi che usiamo da anni



Continuando a considerare iOS 11 + iPad Pro = PC si perde l’occasione di comprendere questa combinazione nel suo pieno potenziale. So che per molti PC e Mac sono sinonimo di lavoro e produttività, e per queste persone il mio suggerimento di guardare all’iPad Pro con occhi diversi può cadere nel vuoto. Tuttavia c’è una differenza tra voler riprodurre quello che si è sempre fatto sul PC e voler capire se l’iPad Pro può adattarsi al proprio flusso di lavoro e magari migliorarlo.

Sin dal suo lancio, ho usato un iPad Pro da 9,7 pollici come dispositivo principale per quando sono fuori ufficio. Faccio tutto quello che faccio sul mio Mac o PC e, mentre alcune cose sono più facili, altre sono un po’ più complicate anche se in generale fa bene il suo dovere.

Da un paio di settimane sono passata all’iPad da 10,5 pollici ed è andato tutto liscio. Apprezzo lo schermo più grande anche se ho lottato non poco per abituare alla tastiera più grande i muscoli delle mie dita, ormai allenate a spazi più ridotti : sono molti i refusi in agguato. Nonostante il nuovo inserto, non ho usato Apple Pencil più frequentemente, ma grazie alla nuova custodia che permette di conservarla insieme all’iPad almeno non l’ho dimenticata a casa così spesso.

Dopo 24 ore con iOS 11 e iPad Pro, mi è subito apparso chiaro che la gamma di cose che avrei potuto fare era cresciuta notevolmente. Non si tratta necessariamente delle stesse operazioni che posso fare sul mio Mac o PC ma anche quando lo sono, vengono eseguite in modo diverso dal momento che la premessa dell’iPad è touch.


L’iPad Pro 10.5” nella nuova custodia 

Facciamo un passo indietro
Prima di passare all’iPad Pro ho dovuto convertimi al cloud. Questo passaggio è stato cruciale nel permettermi di utilizzare il dispositivo più adatto per un certo lavoro in un dato momento. Ad esempio quando viaggio, la mobilità batte tutto il resto. Il fastidio di uno schermo e una tastiera più piccoli è più che compensato dal vantaggio della connettività mobile, dell’essere sempre acceso e di una batteria che dura un giorno intero, oltre al fatto che tutto questo possa stare in una borsa.

Qual è la mia routine di lavoro? Di solito impegno la maggior parte del tempo a leggere articoli, relazioni, documenti e libri, scrivere, interagire con i social media, ascoltare e registrare podcast, rispondere alle email, scrivere messaggi, analizzare dati e creare o rivedere presentazioni. Potrei eseguire tutte queste operazioni su un iPad Pro, ma anche su un MacBook o un PC. Il trucco sta nel capire quale sia lo strumento migliore da utilizzare per una determinata operazione. Per qualsiasi cosa comporti toccare lo schermo, o che si riferisca all’uso della penna digitale è ovviamente preferibile l’iPad Pro o il Surface Pro. 

MacBook Pro e Surface funzionano leggermente meglio con le applicazioni Office, grazie anche e soprattutto, allo schermo più grande e una tastiera migliore. In ogni caso l’iPad Pro offre il migliore equilibrio tra lavoro e divertimento grazie all’ecosistema più grande e alle applicazioni migliori e in parte anche perché Surface con Windows 10 è troppo simile a un PC.

iOS 11 arricchisce l’iPad Pro
Non c’è ancora una versione definitiva di iOS 11 quindi non elencherò tutte le nuove funzionalità ma solamente quelle che mi hanno colpito per come hanno cambiato il mio modo di lavorare.

Files
iOS 11 aggiunge maggiore libertà a un flusso di lavoro che si basi soprattutto sul cloud, e permette di usufruire di un ambiente multi-cloud che sì, era possibile anche prima ma non senza difficoltà.

Il nuovo dock, la slide over e lo split view
Rendono il multitasking più veloce e ricco, caratteristiche molto apprezzate quando bisogna tenere sotto controllo i social media e contemporaneamente si stanno creando grafici o recuperando informazioni per la scrittura di un articolo.

Drag and drop
Questo è forse il miglior esempio di una funzionalità che, nonostante abbia lo stesso nome sul Mac (drag and drop), rende un milione di volte meglio sull’IPad. Questa funzione trasforma qualcosa difficile da fare con il mouse in qualcosa di estremamente intuitivo.

Instant Markup, Instant Notes, Scan and Sign
Anche se ancora preferisco la penna di Surface, finalmente mi sento a mio agio nell’integrare Apple Pencil nel mio flusso di lavoro. Leggo molte relazioni e generalmente le stampavo per poterle annotare, sottolineare e poi scattavo una foto per portarle con me in un archivio dove poterle ritrovare. Adesso, tutti questi passaggi sono condensati in una fruizione molto più efficiente e altrettanto produttiva. Qui non si tratta di fare qualcosa che era già possibile col mio Mac, ma piuttosto di digitalizzare completamente un flusso di lavoro. iOS 11 permette anche ad Apple di tenere il passo con la penna digitale su Surface - e specifico Surface, dal momento che ancora non ho trovato un altro ibrido tablet-pc con Windows 10, in grado di offrire la stessa ricchezza di esperienza.

La Tastiera QuickType
Non mi considero ancora una fan della tastiera fisica dell’iPad Pro. Non mi piace il materiale, e il fatto che non sia dotata di retroilluminazione ne limita l’utilità sull’aereo e aletto, che purtroppo per me sono spesso luoghi di lavoro. In mancanza di alternative, uso da sempre la tastiera digitale che il nuovo aggiornamento di iPad pro rende ancora più piacevole sia per velocità che accuratezza.

Screen Capture e Screen Record
Abbiamo già iniziato a sperimentare la funzione di registrazione video per condividere un grafico interessante e commentarlo in diretta. Si poteva fare anche nel passato, ma c’era bisogno di applicazioni specializzate e il processo era piuttosto contorto. Screen Capture, insieme a Instant Markup, offre un nuovo modo di interagire con i contenuti di cui gli utenti di Samsung Galaxy Note non possono già più fare a meno. Queste in breve sono le nuove funzionalità che renderanno il mio lavoro sull’iPad non solo più efficiente, ma anche più piacevole perché a me più congeniale. Sono sicura che questo significherà passare più tempo sull’iPad in ufficio, e non solo fuori.

Il miglior strumento per il lavoro
Le innovazioni hanno sempre comportato compromessi, almeno per un certo periodo. Si pensi alla chiarezza della chiamata vocale su un telefono fisso rispetto a quello senza fili e poi al cellulare. Non ci siamo pentiti di aver sacrificato la qualità dell’audio in cambio di poter camminare liberamente per casa prima, e poter essere sempre e dovunque al telefono, dopo. Lo stesso si può dire della banda larga fissa e di quella mobile. Ma ora con l’utilizzo del computer stiamo arrivando al punto di non dover più scendere a compromessi, a patto che non permettiamo alle nostre vecchie abitudini di impedirci di reinventare i nostri flussi di lavoro. I Millennials e la Generazione Z sono avvantaggiati, perché non soffrono delle limitazioni che la memoria muscolare impone, ma ci sono speranze anche per i più anziani. 

Preoccuparsi troppo della base di clienti già esistente ha distrutto aziende come Nokia e BlackBerry e ha bloccato anche Microsoft. Apple ha avuto il vantaggio di avere una base utenti molto fedele e tollerante che ha sempre concesso all’azienda il beneficio del dubbio anche quando ha iniziato a sperimentare con modi nuovoi di usare il computer. Microsoft è molto migliorata e con Surface è stata in grado di fornire un’esperienza ancora più ricca, che nasce da una profonda integrazione fra software, hardware e applicazioni. Eppure, mentre l’obiettivo di questi due giganti sembra essere lo stesso, non posso fare a meno di chiedermi se la decisione di Microsoft di puntare tutto su Windows 10 la terrà sempre un po’ indietro rispetto ad Apple, che ha optato invece per un doppio approccio (iOS e macOS).

Oggi, per me Surface Pro è il miglior strumento di produttività sul mercato, purtroppo però Windows 10 ne ostacola un po’ la creatività. iPad Pro è la scelta migliore per l’utente che vuole essere sia creativo che produttivo. Nel frattempo sto tenendo d’occhio Windows 10 S, nel caso anche Microsoft decidesse di lanciarsi in una strategia doppia per liberarsi delle sue vecchie catene.
(Traduzione di Anna Martinelli)


* Carolina Milanesi è analista di Creative Strategies, Inc. Si occupa di hardware e servizi, ma anche software e piattaforme. È stata in precedenza responsabile della ricerca di Kantar Worldpanel e Vice Presidente Ricerca Apparecchi Consumer per Gartner. Suoi contributi appaiono regolarmente in Bloomberg, The New York Times, The Financial Times e il Wall Street Journal, ed è spesso ospite di BBC, Bloomberg TV, Fox and NBC News e altre televisioni.

La Regina Elisabetta nomina il primo scudiero personale nero nella storia della monarchia

lastampa.it
vittorio sabadin


Nana Twumasi-Ankrah

La regina Elisabetta, con una decisione che non ha precedenti nella storia della monarchia britannica, ha nominato suo scudiero personale un uomo nero di origine africana, il maggiore della Household Cavalry Nana Twumasi-Ankrah. Anticamente, lo scudiero del re si occupava dei cavalli, ma in tempi moderni il suo ruolo è diventato molto più importante: come scudiero di Elisabetta, l’ufficiale sarà al suo fianco nei viaggi e negli impegni ufficiali, sarà sempre la persona più visibile intorno a lei e riceverà i suoi ospiti di riguardo nelle residenze reali. 

Il maggiore Twumasi-Ankrah, 38 anni, è nato in Ghana, paese dal quale i suoi genitori si sono trasferiti a Londra nel 1982. Il Ghana ama ancora oggi molto le antiche tradizioni britanniche e “TA”, come viene chiamato dai commilitoni, guardava da piccolo alla televisione la cerimonia del Trooping the colour, nella quale si festeggia il compleanno della Regina con una spettacolare parata militare sul grande piazzale in terra battuta di Horse Guards Parade. Lo stesso Twumasi-Ankrah aveva raccontato tempo fa in un documentario che non immaginava certo che un giorno sarebbe arrivato a Londra e avrebbe comandato quelle impeccabili e scintillanti guardie a cavallo, che così tanto ammirava. 

Ma anche i sogni più improbabili a volte si avverano. “TA” è stato il primo ufficiale nero della Household Cavalry, il più vecchio reggimento dell’esercito britannico che scorta il sovrano dal 1748, e ha comandato al Trooping the colour 120 uomini e altrettanti cavalli. Nel 2011 è stato capo della scorta al matrimonio del principe William con Kate Middleton, ed è possibile che in Afghanistan, dove ha prestato servizio, abbia conosciuto anche il principe Harry, negli stessi mesi segretamente impegnato nella guerra ai Taleban. 

Elisabetta avrà sempre più bisogno di un giovane e prestante scudiero, ora che suo marito, il principe Filippo duca di Edimburgo, ha deciso di ritirarsi a 96 anni dalla vita pubblica e dunque non la accompagnerà più negli impegni ufficiali. La decisione di nominare per la prima volta un ufficiale di colore fa parte del processo di modernizzazione della monarchia che è in corso da anni e certamente Elisabetta non poteva terminare il suo regno senza smentire con un atto inequivocabile la diceria secondo la quale tra i Windsor ci sono sempre stati pregiudizi razziali.

Nel 2001, Elizabeth Burgess, una segretaria del principe Carlo, si era licenziata affermando di essere stata oggetto di discriminazioni da parte dello staff dell’erede al trono, una insinuazione che era stata smentita con fermezza, ma che ha inevitabilmente lasciato una coda di veleno. Può darsi che la Sovrana abbia anche voluto, portando un immigrato dall’Africa in una posizione di rilievo nel proprio staff, lanciare un proprio personale messaggio a quanti polemizzano sulle barriere che la Gran Bretagna dovrebbe ereggere ai propri confini dopo la Brexit. Ma nessun commento dei giornali inglesi ha finora osato dare un’interpretazione politica a una decisione che forse non ne ha. 

Il ruolo di scudiero della Regina è uno dei più ambiti a Palazzo, perché consente una vicinanza con la Sovrana che poche altre persone possono vantare. Tra i suoi scudieri, Elisabetta ha avuto anche il padre di Lady Diana, all’epoca visconte Spencer, e il colonnello eroe di guerra Peter Townsend, del quale la sorella Margaret si innamorò senza tuttavia poterlo sposare, perché era divorziato. Molti antenati di Elisabetta, in epoche nelle quali i pregiudizi razziali erano ben radicati nell’aristocrazia britannica, non avrebbero sicuramente mai nominato persone di colore o di etnie diverse da quella bianca in un ruolo di così alto rilievo.

La regina Vittoria, tuttavia, assunse come segretario personale l’indiano Karim Abdul, con il quale ebbe uno splendido rapporto per molti anni. Vittoria aveva all’epoca più di 60 anni e non divennero di certo amanti, come ancora si insinua, ma Abdul insegnò alla Regina a cucinare con il curry, una spezia diventata da allora molto popolare a Buckingham Palace e nel resto del paese. 

Noi & la bici, una storia d’amore

lastampa.it
domenico quirico

Dalla Cina all’Africa, il compleanno di un’invenzione sempre sospesa tra progresso e rivoluzioni



In quel tempo in Cina vedevi solo biciclette. Immensi, sterminati, vertiginosi stradoni larghi cento metri, affiancati da case quasi impercettibili; e biciclette, biciclette e qualche autobus strapieno di gente. Tutto il popolo cinese - uomini, donne, operai, contadini, impiegati, soldati - andava in bici a perdita d’occhio verso indistinte e luminose lontananze.

È la prima immagine che mi viene in mente, sempre, quando mi parlano del velocipede: arrivo nella Cina delle Guardie rosse e mi accoglie una rivoluzione a pedali, milioni e milioni di biciclette tutte di fabbricazione cinese. Ovviamente modello unico, senza deviazionismi di classe. Unica concessione, che era però segno dissidente d’amore, le fodere, colorate, di cui bardavano con cura affettuosa le selle. 

Erano a loro modo belle, ben rifinite, con sellini di cuoio, fanali e campanelli nichelati. I freni, lo ricordo, erano del modello a bacchetta, tecnicamente antiquato ma più elegante dell’antiestetico filo d’acciaio dei modelli «capitalisti». Avevano, i cinesi, in più, un loro modo di pedalare: composti, rigidi di spalle, nel completo-uniforme blu, forse alzarsi sui pedali, il movimento che gli scalatori chiamano «andanceuse», era considerato sconveniente, individualistico, borghese.

Modelli austeri
Costavano poco, molto meno delle biciclette italiane, tanto che, nonostante il salario fosse molto basso, ogni operaio e contadino poteva permettersi di comprarla.

Ricordo che per moda, (credo ci entrasse anche un po’ di politica, gauchisme pedalatorio sessantottesco), qualcuno cominciò a importarle in Italia, ma ebbero breve fortuna. Erano scomodissime, pesanti per le nostre strade che spesso si impennano. Mao era già morto ma i protagonisti di quella marxista crociata dei fanciulli salivano in sella nella loro povertà senza ricchezza, sicuri di compiere un atto rivoluzionario. L’austera bicicletta autarchica era il simbolo con il libretto rosso e il fornello a gas nientemeno che del socialismo realizzato: compagni, pedalando abbiamo scavalcato lo scomodo pedaggio della fase piccolo borghese…

La bicicletta dunque… che ci porta dritti non al Tour de France o alla Milano-Sanremo, ma, quietamente, a due secoli di storia. Perché non solo nella Cina degli onerosi Balzi in Avanti la bici ha sempre avuto a che fare con il progresso, la politica, addirittura le rivoluzioni. Che fosse baldanzosamente futurista o spinta dai soldati del generale Giap sul sentiero di Ho-Chi-min, giù giù fino allo snobismo ecologista che la getta come sfida nella impraticabile città delle automobili. C’è la bicicletta con cui l’indomita lettone Annie Kopchovsky, nel 1894, fece il giro del mondo. E la scomodissima Graziella non era forse un manifesto femminista e unisex contro la bici da donna?

Le strade in Congo
Sfogliamo l’album: l’Africa delle biciclette. In Congo la strada era tutta una geometria di larghe pozze di acqua rossastra, dalle ruote del pick-up l’acqua schizzava a fontane, era proiettata sui fusti degli alberi e ogni tanto rami pendenti nel mezzo della strada scudisciavano il tetto della vettura. Sembrava di correre in una galleria allagata, sotto una volta di rami e di foglie.

Chi è in sella
Donne vanno sulla proda della strada, portando sul capo larghe catinelle di ferro e di plastica colme di frutta e polpette di manioca. Appena avvistano l’auto avanzare tra fontane di fanghiglia si mettono in salvo, leste, dietro gli alberi. Poi sbucano i gruppi di ciclisti. Nessuno è in sella: chi poterebbe avanzare in quel fango? Spingono penosamente la bicicletta di lato, estraendola ad ogni metro dalla mota. Perché sulla canna sono caricati immensi scatoloni cesti gerle imballaggi improvvisati. 
I ciclisti non possono fuggire, restano immobili, stoicamente, aggrappati al manubrio quasi l’ondata di fango dell’auto potesse portar via i loro carichi preziosi. 

I più poveri non hanno neppure biciclette in metallo arrugginite, pesanti, vecchi congegni con cui si erano divertiti un tempo i coloni. Le loro bici sono di legno, anche le ruote, sbozzate da falegnami come fossero aratri o strumenti agricoli, finte biciclette senza pedali e catena, solo le ruote come quelle dei carri. Biciclette trogloditiche per portare pesi. L’astuto Mobutu, dittatore congolese, aveva inventato una specifica tassa per spigolare denaro anche su questo mezzo dei poveri!

Ancora biciclette il cui scopo non era la velocità. Biciclette spinte a mano come un fido compagno di strada verso la fabbrica dagli operai della mia infanzia. Infilata nella canna la cartella da cui spuntava il fiasco di vino e la colazione. Le biciclette che accompagnavano i poveri eroi dei romanzi di Pratolini. O le biciclette dei parroci di campagna, i parroci alla Bernanos, che avanzano su viottoli polverosi o sbandando sulla neve, portando nella borsa anche loro gli strumenti di lavoro, l’ampolla dell’olio santo, l’acqua benedetta per le benedizioni di Pasqua.

Vite molteplici
Sì, la bicicletta ha avuto molte vite, è di tortuose e ambigue reversibilità, ha cadute e imprevedibili riscatti. Ha impersonato di volta in volta il lavoro, il viaggio, il trasporto, il confort, la velocità, lo sport. Ha resistito al tempo, ancora oggi viva operante, misura ancor valida del peso della vita. In questa arcana resistenza al tempo, in questa ormai secolare refrattarietà alle lusinghe del nuovo, in questa sostanziale incorruttibilità sta il suo incanto. Stéphane Mallarmè, scrivendo sul ciclismo nascente, non avvertiva che «l’uomo non si avvicina impunemente a un meccanismo e non vi si mescola senza perdita»?

Nessun oggetto più di lei dimostra che anche il più quotidiano racchiude una certa ingegnosità, delle scelte, una cultura. Porta con sé un sapere specifico e una certa eccedenza di senso. La bicicletta è in sintesi la continuità tra il materiale e il simbolico, lo sforzo di intelligenza che resta come conservato all’interno di ogni oggetto per semplice che sia, come l’ingranaggio che trasmette il movimento dai pedali alla ruote. E poi c’è il ciclismo. Oggi fa male parlarne. In mezzo c’è stato il doping, il tempo dei falsari quando tutto era permesso, le bugie, i profitti, le micidiali infusioni. 

Ma prima… Prima era il tempo in cui i campioni venivano chiamati per nome, Fausto, Fiorenzo, Learco, Gastone, come persone di famiglia di cui conosciamo le abitudini e i difetti. O con soprannomi bonariamente dannunziani: la littorina, l’aquila di Toledo, il leone delle Fiandre… L’Italia del Giro d’Italia e la Francia del Tour: uomini e paesaggi che fanno ala a una gara in apparenza quasi assurda, in cui atleti spingono un attrezzo bilanciato su due ruote, colando sudore da tutte le membra, lucidi come se fossero spalmati di vaselina. Una festa, un gioco in cui, contro le insidie della vita quotidiana, ciascuno ritrova la propria naturalezza. Un attimo, e rende felici.

Bollette, ai pentiti del mercato libero tornare indietro può costare 50 euro

lastampa.it
sandra riccio

Difficile lasciare le offerte delle compagnie, anche se è stata prorogata la tutela del Garante



Si allontana, ancora una volta, la fine del mercato a maggior tutela per le bollette di luce e gas. Il passaggio obbligato al mercato libero dei contratti per l’energia elettrica, secondo l’ultima versione del ddl concorrenza, dovrebbe scattare nel 2019 e non più nel 2018, come previsto finora. Non è il primo rinvio per questa disposizione che «disattiverà» definitivamente il meccanismo di prezzi fissi sull’energia. Oggi le tariffe sul mercato tutelato sono stabilite dall’Authority ogni tre mesi. Il mercato tutelato ha garantito bollette calmierate del 20-30% alle famiglie (e alle aziende) che con il nuovo passaggio - obbligatorio - dovranno affrontare un vero e proprio salto nel buio.

Se non ci saranno altre proroghe, nel 2019 tutti noi dovremo scegliere un operatore a tariffa libera per la nostra bolletta di luce e gas. Da qualche tempo però è già possibile passare a una società che opera in regime libero. In molti già hanno fatto questo cambio magari perché invogliati dai generosi bonus proposti dagli operatori a chi decide di fare il salto. Qualcuno, ora che è arrivata la proroga al 2019, sta provando a tornare indietro al mercato tutelato. Il rientro nella maggior tutela non è però così semplice. Spesso ci sono tempi scoraggianti di attesa che superano i due mesi. In più, per alcuni, c’è la sorpresa di salati extra-costi da pagare. Cambiare idea e tornare indietro al regime di protezione previsto dallo Stato può costare anche 50 euro. 

È quel che rispondono gli operatori di Enel. Per fare il salto all’indietro, e garantirsi per altri due anni bollette della luce calmierate dall’Autority, occorre pagare un bollo di 16 euro, più altri 35 euro di deposito cauzionale. Vuol dire che la prima bolletta arriverà con un sovraccarico di 50 euro. I tempi poi, insistono gli operatori, sono lunghi. Risposta analoga anche dai call-center di A2A che, solo su esplicita richiesta di informazioni su eventuali costi, accennano ai 16 euro del bollo ministeriale. «Ai consumatori devono essere garantite informazioni più accurate – dice l’avvocato Franco Conte, responsabile energia per Confconsumatori -. Molte volte anche i bonus e gli sconti applicati in bolletta non vengono spiegati a fondo e si trascura di dire che queste riduzioni riguardano soltanto una parte della tariffa, vale a dire quella che riguarda la spesa per l’energia. Le famiglie si aspettano ribassi sull’intera bolletta e invece si ritrovano con riduzioni minime».


Che fare se si vuole provare a cambiare società di luce e gas per provare a risparmiare qualcosa? Innanzitutto è bene sapere a quanto ammontano i propri consumi annui di luce e gas. Poi occorre verificare bene il prezzo unitario della nostra fornitura energetica e confrontarlo con quello proposto dai vari operatori sul mercato. Un po’ come si fa oggi con le tariffe dei telefonini. Il suggerimento che arriva dalle associazioni di consumatori è poi quello di non fidarsi di quel che viene proposto a voce dai vari «venditori». Quando si decide di passare da un operatore all’altro, bisogna sempre farsi dare il contratto scritto in modo da leggerlo con calma prima di firmare.

Ci sono poi alcuni utili strumenti in rete che aiutano a capire le tariffe. Il sito «Trova Offerte» dell’Autorità per l’energia, per esempio, offre una panoramica completa. Sul sito www.portaletutelasimile.it sono invece elencati tutti i bonus attualmente sul mercato per invogliare i consumatori a lasciarsi alle spalle la vecchia bolletta della maggior tutela. La somma, che viene scontata dalla bolletta, varia da società a società e, in alcuni casi, supera i 100 euro. 
Il maxi-sconto invoglia. Occorre però confrontare le tariffe applicate al singolo kilowatt o al metro cubo. Il bonus di benvenuto può, infatti, essere molto generoso ma poi la luce e il gas potrebbero essere più salati. 

Ma un «Papa straniero» serve davvero all’Italia?

corriere.it
risponde Luciano Fontana

Caro direttore,
visto che nella Unione Europea vige il libero scambio di beni, perché non introdurre la possibilità di scegliere per il Belpaese politici e amministratori di altre nazioni della Casa Comune? Essendo l’Italia sull’orlo del precipizio economico e constatando che le soluzioni brillanti proposte dai nostri capi partito vanno dall’uscita dall’euro alla doppia valuta lira-euro, potrebbe essere intelligente chiedere a qualche leader europeo di candidarsi alle prossime politiche e di guidare il Paese almeno fino a quando la barca non è raddrizzata.
Rino Filippin


Gentile signor Filippin,
Comprendo la sua provocazione. Più il sistema politico si frantuma, più i problemi non si risolvono, più cresce il desiderio di invocare un «Papa straniero» che ci trascini fuori dalla palude. Ma proprio nei momenti difficili dobbiamo mantenere la freddezza necessaria e guardare a quello che accade oltre i nostri confini con oggettività. Purtroppo anche da quelle parti la situazione non è confortante.

Partiamo dal leader dei leader, il nuovo presidente americano impegnato in un’instancabile attività quotidiana fatta di tweet su questioni rilevanti e di match pugilistici con l’informazione. Continuiamo con gli ultimi premier inglesi, David Cameron e Theresa May, artefici di scommesse temerarie sul referendum per la Brexit e sulle elezioni anticipate: azzardi che hanno portato la Gran Bretagna in uno stato d’incertezza mai visto.

E volgiamo lo sguardo alla debolezza del precedente presidente francese François Hollande o ai mesi di vuoto in Spagna prima della formazione del governo. È ancora troppo presto, poi, per dare un giudizio sulle qualità di statista del successore di Hollande, Emmanuel Macron. L’unico punto fermo, al momento, è la signora Merkel. Ma sulla sua visione di leader veramente europeo si possono nutrire molti dubbi.

Allora forse è meglio provare a fare da soli. In fondo in passato il Paese ha saputo esprimere qualche buon leader e raggiungere risultati importanti. Abbiamo un’arma formidabile, il voto, per fare le scelte giuste.

Pappagalli e avvoltoi

ilgiornale.it
Vittorio Macioce - Dom, 09/07/2017 - 23:32

Capita che l'accoglienza non abbia nulla a che fare con la bontà, ma sia soltanto una scusa per fare più affari

I pappagalli non sanno quello che dicono. Ripetono sempre le stesse frasi, forse perché così si riconoscono, si definiscono, trovano identità in parole di cui non leggono il senso
Per i pappagalli non è una malattia, per la politica sì.

L'ultimo esempio è la reazione alla svolta culturale di Renzi e Minniti sull'immigrazione. I due hanno rotto un tabù della sinistra: non si può accogliere tutti. Non significa alzare muri o chiudere il Mediterraneo, ma trovare una soluzione alternativa al commercio di anime degli scafisti. La risposta è un concerto di pappagalli: «Aiutarli a casa loro non è di sinistra». Ma, esattamente, che vuole dire?

Perché non è di sinistra? E c'è una solidarietà di sinistra (buona) e una di destra (cattiva)?La verità è che questa frase è stupida. È buttata lì come un ritornello perché serve appunto a riconoscersi. Nessuno, neppure a sinistra, può pensare che sia una bestemmia una sorta di piano Marshall per l'Africa. Il problema, semmai, è farlo sul serio. Crederci.

Non replicare anni e anni di fallimenti, con i soldi che vanno a Sud e poi tornano nelle tasche di mediatori occidentali o arricchiscono le oligarchie locali. Non è facile, ma di certo non sarebbe una scelta egoistica. Sarebbe un miracolo. Non si parte da casa per il gusto dell'avventura. Si parte perché si sta male. Nessuno ha voglia di mettere tutto quello che ha su un barcone.

Allora, perché aiutarli a casa loro non è di sinistra? Magari i pappagalli questa cosa qui prima o poi la spiegheranno. La sinistra ha una passione per le traversate di notte disperate e clandestine? Come se fosse la sceneggiatura di un film o una bella storia da raccontare. Bello ed emozionante se non sei tu che rischi la pelle. È cinismo estetico.

Ma ci potrebbe perfino essere un lato meschino in chi tifa per gli sbarchi. Capita che l'accoglienza non abbia più nulla a che fare con la bontà, ma sia solo una scusa per gli affari. Carne umana a colazione. Venite e moltiplicatevi perché ognuno di voi ha un prezzo. Con i migranti si fanno più soldi che con la droga, sosteneva il signor Buzzi di «Mafia capitale». Non è il solo. Quei soldi poi diventano voti. E qui i pappagalli si fanno avvoltoi.

Gay Pride di Stato

ilgiornale.it

È tutta questione di… differenze naturali e necessarie.



Siamo davvero un Paese ridicolo. Oramai, tutte le mattine, quando comincio a lavorare, nel mio studio tranquillo, circondato da alberi nel fresco toscano (ho la fortuna di non soffrire il caldo), appena accendo il pc sorrido e penso: “Chissà quale notizia esilarante troverò questa mattina sul comportamento umano”. E, devo dire, che noi italiani siamo ricchi di fantasia, nel bene e nel male, ovviamente.

Quando ho letto questa titolo, il sorriso si è fatto lievemente amaro e mi sono esterrefatto quando ho letto l’articolo. Non commento quello che la senatrice Cirinnà ha dichiarato, perché in genere non vi sono commenti da fare rispetto a quello che dice. Un po’ come con la Boldrini. Quasi tutte le loro esternazioni sono una espressione di annichilimento cognitivo. Quindi, alla toscana: mi taccio.

Ho già scritto sulla legge delle unioni civili, con la quale si discriminano, di fatto, gli eterosessuali. Ma questa è stata utile per prendere voti, e perdere le amministrative. Tipico di questo #PD, Deo Gratias: autodistruggersi. Ho anche scritto sul Gay Pride, assimilandolo ad una carovana circense utile a tutti coloro che non sanno essere Diversamente uguali, come scrivo nel mio libro, e senza riferirmi a diversità di tipo sessuale.

Non capisco, quindi, perché sia considerato volgare uno striscione che risponde alla altrettanta e osannata volgarità che emerge ad ogni sfilata del Gay Pride. Striscione perfettamente sintonico con lo stile degli urlanti danzatori variopinti e seminudi, per le strade delle città. Ma siamo in pieno regime.

E poi, esce questa notizia sulla Germania, che apre le porte a qualche cosa che dovrebbe essere discusso con maggiore prudenza: l’adozione di bambini.

Anni ed anni ho trascorso (e non da solo) a dire che entrambe le figure genitoriali sono importanti, padre e madre, soprattutto a livello di sviluppo cognitivo infantile e dunque emozionale, ed ora, come accade spesso, sento affermare che maschi o femmine sono la stessa cosa. Certo, si chiamano care giver, come se con un nome anglosassone si mettessero a tacere un secolo ed oltre di studi pedagogici e psicologici.

Ritengo che la più grande rivoluzione oggi – secondo l’ottica dell’Antropologia della mente, che studia proprio gli atteggiamenti mentali e quelli comportamentali della nostra umanità –, è il mantenimento di quella libertà interiore espressa dalla tradizione. Da sempre esistono omosessuali perfettamente integrati che non hanno bisogno di ostentare nessuna differenza, perché perfettamente identici a tutti gli altri nei comportamenti, senza bisogno di travestirsi.

Un discorso a sé va fatto invece per le disforie di genere, di cui non mi occupo in questo articolo.