sabato 8 luglio 2017

“Aiutiamoli a casa loro”: polemica sui social per la frase di Renzi

lastampa.it


Il post pubblicato e poi ritirato dalla pagina Facebook del Pd

«Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro». Questo post con una frase di Matteo Renzi è stato prima pubblicato e poi ritirato dalla pagina Facebook del Pd.

Altri post con frasi di Renzi sono tuttora presenti sulla pagina Fb del Pd. Tra queste: «Lo ius soli è una norma di civiltà che non c’entra niente con la sicurezza. Ci deve però essere un numero chiuso di arrivi: non ci dobbiamo sentire in colpa se non possiamo accogliere tutti». Un altro post contiene questa frase: «Tagliamo i finanziamenti ai Paesi che non rispettano gli accordi sui migranti. Loro chiudono i porti europei? Noi blocchiamo i fondi europei».

Il post con la frase “Aiutiamoli a casa loro” ha suscitato un vespaio di polemiche sui social. In particolare Luca Morisi, di simpatie leghiste, scrive: «Oggi sui canali social del Pd è comparso questo bel banner, poi frettolosamente cancellato. Lo prendiamo noi! Grazie del lavoro! P.S. Scegli l’originale! Salvini premier».

Giuseppe Civati, ex Pd ora in Possibile, ha còlto gli echi leghisti di questa frase e ha chiesto di “diffidare delle imitazioni”, perché “anche l’altro si chiama Matteo”, ma di cognome fa Salvini. Di tenore simile il tweet del deputato di Mdp Arturo Scotto: “Dopo l’imitazione alla Berlusconi per il Ponte sullo Stretto, ora tocca a Salvini. Prima o poi Renzi dovrà pagare diritti di autore”. Per Giulio Marcon di Sinistra Italiana, l’ex sindaco di Firenze “non sa più che pesci pigliare sull’immigrazione, e rincorre la destra sul suo terreno”.

Sulla sua pagina Facebook, Matteo Renzi ha replicato: «Ho fatto una scommessa affascinante: parlare di cose serie sui social. Non rincorrere i «mi piace», ma affrontare temi difficili, delicati. E discuterne. Non va di moda, lo so. Ma è giusto così, secondo me. Perché penso di avere qualcosa da dire e molto da imparare, e questo mi piace. E mi piace provare ad essere migliore. Almeno provarci! Per questo non mi toccano le polemiche di persone che attaccano per motivo ideologico, senza leggere ciò che l’altro scrive. Senza nemmeno leggere, capite?

Oggi l’anticipazione di «Avanti» sull’immigrazione tocca temi delicati. I soldi per la cooperazione internazionale, innanzitutto: aiutiamoli a casa loro significa aumentare i denari per la cooperazione internazionale, noi lo abbiamo fatto. Questo significa «Aiutiamoli a casa loro»: non è retorica ma è un progetto articolato, complessivo. E comprende un piano per l’Africa, la battaglia per i fondi europei, cambiare il regolamento di Dublino che risale al 2003, la necessità di salvare tutti ma l’impossibilità di accoglierli tutti in una sola nazione, lo ius soli. Sono argomenti seri, delicati, difficili.

Ho dedicato giorni a scrivere pagine sofferte e quando ero al Governo ho passato notti a fare scelte sofferte. Questo è il bello della politica fatta come servizio, un’esperienza che fa venire i brividi, se fatta con il cuore. Il libro «Avanti», lo vedrete da mercoledì in edicola e nelle anticipazioni dei prossimi giorni, sarà pieno di argomenti che faranno discutere. Tantissimi. Scelte politiche per il futuro e aspetti personali, quasi intimi. Chi mi conosce sa quanto sia importante per me scrivere. E leggere, leggervi. Per questo chiedo a chi ha tempo di leggere di dirmi su cosa è d’accordo e su cosa no. Solo a chi fa la fatica di leggere tutto, non a chi si ferma ai titoli. Se vi va di fare una discussione seria, io ci sono. Vi aspetto. Grazie!».

Regno Unito eliminato dalle mappe Ue

ilgiornale.it
Francesco Manta

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Non sono ancora trascorsi due anni dalla “Brexit”, per la verità le negoziazioni per l’applicazione dell’Articolo 50 del Tue finalizzata all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue sono appena iniziate, eppure dalle parti di Bruxelles si fanno già “i conti senza l’oste”.

In un recente rapporto della Commissione Europea intitolato: “Documento di riflessione sulla dimensione sociale dell’Europa”, datato 26 aprile 2017 e aggiornato al 15 giugno dello stesso anno, si illustrano i propositi e le previsioni di un’Unione europea a 27 membri, che dunque prevede l’esclusione della Gran Bretagna dalle statistiche sul futuro dell’Unione. Ciò accade sebbene, come detto, le procedure per l’adempimento delle procedure sia appena partito, mentre le negoziazioni dei vari punti dell’accordo sembrano già avviati sulla via del naufragio.

Il problema nello specifico, tra gli altri, riguarda il fatto che, fino al momento in cui la Brexit non verrà ufficialmente sancita dai suoi negoziatori, la Gran Bretagna sarà un membro a tutti gli effetti dell’Unione, e dunque continuerà a versare a Bruxelles tutti i contributi dovuti per l’attuazione delle politiche comunitarie. La premeditazione e l’intenzionalità di questo studio non è assolutamente celata dai suoi committenti e dai suoi realizzatori, come chiaramente accompagnano le parole introduttive del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, riprese da un suo vecchio discorso di qualche anno fa, in cui sostiene che se l’Europa vuole giocare un ruolo da protagonista in futuro, deve giocare quel ruolo anche ora.

Chi ha stilato il rapporto non fa mai riferimento all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, dando il processo, ora in fieri, già per scontato, dovendo dunque fare i conti con una Comunità a 27 membri per il prossimo futuro, soprattutto nella dimensione della sfida dei diritti sociali e del benessere economico dei cittadini dei Paesi membri.

Nell’immagine relativa alla diminuzione del tasso di disoccupazione nei paesi dell’Unione, si nota come la Gran Bretagna, al pari di Norvegia, Svizzera e i Paesi della ex-Jugoslavia non ancora membri Ue, sia riportata in colorazione grigia e senza l’apporto di dati numerici, oltre alla palese esclusione dalle varie tabelle che illustrano l’aspettativa di vita della popolazione e gli standard di vita.

I parametri illustrati, tra l’altro mostrano un presagio decisamente al ribasso sul futuro dell’Unione: il tasso di disoccupazione della Gran Bretagna è al 4,5% e quindi tra i più bassi in Europa; inoltre, i salari inglesi sono tra i più alti dell’Unione, mentre i costi legati al lavoro sono tra i più bassi. A spanne, escludendo tutte le previsioni sui costi della separazione e le conseguenze a carico della Gran Bretagna, il costo della Brexit per la Ue sarebbe abbastanza pesante, anche per questioni legate ai permessi di lavoro e di residenza dei cittadini europei nelle isole britanniche.

Il sistema-lavoro britannico è da sempre considerato tra i più protettivi del continente nei confronti dei propri cittadini, e dunque in seguito all’uscita di Londra dal concerto europeo le politiche di tutela del lavoro dovrebbero essere, in questo senso, più “socialiste”. L’evidenza dei fatti è che comunque parrebbe che, dal lato di Bruxelles, ci sarebbe la volontà di proseguire su questo percorso, qualunque sia l’esito finale. L’Europa sembra quindi pronta a rinunciare all’apporto inglese all’Unione, con l’incertezza circa le ripercussioni sulla cittadinanza.

Metodo Clouseau

lastampa.it
mattia feltri

Fermi tutti e tenetevi forte. Quella di Bruno Contrada non è la solita questione di malagiustizia, è un capolavoro allucinogeno. Seguite il labiale. Bruno Contrada, già numero due del Sisde (servizi segreti), viene arrestato il 24 dicembre del 1992 mentre affetta il cappone. È accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato in primo grado, assolto in appello, assoluzione respinta in Cassazione, nuovo appello e nuova condanna (a dieci anni), che stavolta la Cassazione conferma. Fra carcere e domiciliari, Contrada sconta la pena.

Nel 2015 la corte europea dei diritti dell’uomo dice che Contrada non doveva essere né condannato né processato perché, quando lo commise (se lo commise), il reato di concorso esterno non era abbastanza definito perché lui sapesse di commetterlo. Con questa sentenza, vincolante, Contrada va a chiedere la ripetizione del processo prima a Catania e poi a Palermo (non chiedete dettagli sul pellegrinaggio, è troppo), ma riceve due rifiuti. Arriva infine in Cassazione, che non concede un nuovo processo, ma si inventa una terza via. E cioè, fin qui c’erano sentenze di condanna e di assoluzione; ora c’è la sentenza che dichiara «ineseguibile e improduttiva di effetti» la sentenza precedente. Cioè, Contrada non può dirsi innocente, ma ha la fedina penale pulita.

Cioè, ancora, la condanna esiste ma non va eseguita e non deve produrre effetti. Anche se è già stata eseguita e di effetti ne ha prodotti: dieci anni di detenzione. Se non siete ancora svenuti, buona giornata. 

Davigo lascia la giunta Anm con tutta la sua corrente

corriere.it
di Virginia Piccolillo

Polemica per le scelte del Csm sugli incarichi direttivi. Il presidente Albamonte: «Irresponsabile»

Piercamillo Davigo (Imagoeconomica)
Piercamillo Davigo (Imagoeconomica)

Scontro all’ultimo colpo nell’Anm. Piercamillo Davigo, l’ex pm di Mani Pulite ora presidente della seconda sezione penale della Cassazione, lascia la Giunta assieme a tutta la sua corrente (Autonomia e Indipendenza). In dissenso con le scelte «incomprensibili» del Consiglio superiore della magistratura sugli incarichi direttivi.

Dura la replica del presidente dell’Anm, Eugenio Albamonte: «Scelta irresponsabile giustificabile solo con la scadenza tra un anno del Csm». «A&I — rincara Albamonte — ha preteso di avere il turno di presidenza. Evidentemente avevano già pensato di prendere la massima visibilità per poi abbandonare al primo momento utile». E per questo, aggiunge il segretario Edoardo Cilenti (MI), «non è incomprensibile e nemmeno inaspettata», ma è una «scelta che tende a distruggere, in linea con le forze politiche che avanzano nel nostro Paese».

Davigo — il cui nome è apparso nei retroscena politici come possibile futuro candidato tecnico di un governo Cinquestelle, ipotesi per altro smentita da Roberto Fico (M5S) — aveva contestato la proposta al Csm dell’ex parlamentare del centrosinistra Lanfranco Tenaglia a presidente del tribunale di Pordenone: «Non è tollerabile — aveva detto — che, dopo un documento Anm che prende una posizione dura sui magistrati in politica, uno che viene da due mandati parlamentari venga proposto come presidente di tribunale. Saltando un collega con più anzianità». Di lì la minaccia dell’addio.

Albamonte si era detto disponibile al confronto. «A patto che non sia un lancio di pietre sul Consiglio», aveva però avvisato. «Il Csm è uno dei principali strumenti di garanzia che i magistrati hanno» ma se le sue decisioni sono viste come «incomprensibili» dai colleghi «è un guaio», ha chiuso ieri Davigo. «Mi sono sempre battuto per l’unità della Giunta, ma non condividiamo un indirizzo che su punti fondamentali non ci trova consenzienti», ha evidenziato, invitando tutti «a non parlare di scelte elettorali». Invano.

Per l’ex segretario della giunta presieduta dallo stesso Davigo, Francesco Minisci, non si deve aggiungere «ai tentativi di delegittimazione una auto-delegittimazione». Finisce così un periodo, durato poco più di un anno, in cui l’Anm era riuscita ad essere composta da tutte le correnti delle toghe. Lasciano la Giunta anche Francesco Valentini, e Michele Consiglio. La politica ne approfitta. E Fabrizio Cicchitto (Ap) twitta: «Davigo esce dall’Anm per una questione di posti, a imitazione della “corrotta” classe politica».

Una spia dentro Office: Microsoft Workplace Analytics controlla il lavoro dei dipendenti

lastampa.it
marco tonelli

Un’estensione del pacchetto produttività permette a responsabili, manager o capi reparto di misurare il tempo speso per scrivere una mail o partecipare a una riunione



Uno strumento in grado di tracciare e monitorare la giornata di lavoro dei dipendenti. Microsoft Workplace Analytics è un’estensione di Office 365 che permette a responsabili, manager o capi reparto di controllare come il lavoratore utilizza il proprio tempo. «Il fitbit della produttività», come lo ha definito il responsabile del servizio Alym Rayani, utilizza le informazioni provenienti da programmi come Outlook o Calendar e sulla base di questi è in grado di misurare i minuti spesi per scrivere una mail o partecipare a una riunione. Senza dimenticare, anche le ore passate a lavorare fuori dal proprio orario di lavoro. 


Un’immagine della schermata di controllo di Workplace Analytics

«Ha lo stesso funzionamento di un dispositivo indossabile in grado di tracciare le attività giornaliere. Volevamo applicare questo concetto al mondo delle imprese», dice Rayani in un’intervista a GeekWire. Per farlo, Microsoft ha utilizzato la tecnologia sviluppata da VoloMetrix, una start up di Seattle (acquisita nel 2015), specializzata nella misurazione delle prestazioni dei dipendenti. Il nuovo servizio è una evoluzione di Microsoft MyAnalitycs, nato per fornire agli utenti, una fotografia della propria giornata. Le informazioni ricavate dalle applicazioni però, non sono visibili a tutti, ma solo a coloro che lo utilizzano.

E se in questo caso, l’utilizzo di Workplace Analytics potrebbe insidiare la privacy dei lavoratori, intervistato da Techcrunch, lo stesso Rayani spiega che il controllo è necessario per valutare quali sono le loro abitudini migliori, il tutto per migliorare la produttività e la soddisfazione degli stessi.
Come scrive il colosso di Redmond, in un comunicato ufficiale pubblicato sul suo sito web, il programma è già stato testato su aziende come Johnson & Johnson, PayPal o Freddie Mac. «Ad esempio, sulla base dell’analisi dei dati provenienti dall’applicazione Calendario, una delle società che hanno partecipato al test è riuscita a prevedere un risparmio pari al 46% del tempo che ogni dipendente spende per viaggiare», spiega Microsoft nel post sul blog di Office.

Le quattro sorelle dell’acqua. Ecco i padroni dei rubinetti italiani

lastampa.it
roberto giovannini

I colossi Acea, Hera, Iren e A2a riforniscono quindici milioni di persone. Ma né la gestione privata né quella pubblica riescono a evitare gli sprechi



Se l’obiettivo della gestione dell’acqua «privata» in Italia era quella di ridurre gli sprechi, si può ben dire che l’obiettivo sia stato mancato di gran lunga. In Italia, secondo il Blue Book di Utilitalia, su cento litri di acqua distribuiti ben 39 si perdono per strada. Va meglio al Nord (il 29%), va malissimo al Centro e al Sud (46 e 45%). E anche un’azienda pubblica ma gestita per produrre utili come Acea disperde circa il 40% dell’acqua. Del resto, le reti sono stravecchie: il 60% dei tubi è stato posato più di 30 anni fa, il 25% da più di 50 anni. Anche gli investimenti per migliorare il servizio sono scarsi: servirebbero 5 miliardi l’anno, e se ne spendono meno della metà, e di questo passo per rinnovare completamente la rete ci vorranno 250 anni. Infine, l’Europa ci massacra di sanzioni per la violazione delle regole.

È la dimostrazione del fallimento del processo di privatizzazione dell’acqua, dicono i sostenitori dell’«acqua pubblica». Sono aumentate le tariffe, arricchendo i gestori con ingenti utili, che di fatto, quando gli azionisti sono pubblici, si traducono in una tassa sui consumatori finali. E la qualità del servizio non è affatto migliorata. Al contrario, dicono i sostenitori della gestione privata dell’acqua: non si può certo chiedere a un inefficiente e impoverito settore pubblico di cambiare le cose. Soltanto con una gestione oculata - dicono ad Utilitalia - e con un aumento delle tariffe, che in Italia sono più basse del resto d’Europa (un metro cubo costa 6,03 dollari a Berlino, 3,91 a Parigi e 1,35 a Roma), si possono reperire le risorse per fare gli investimenti che servono.

L’acqua, diceva Stefano Rodotà, è un «bene comune»: non coincide né con la proprietà privata né con la proprietà dello Stato, ma è un diritto inalienabile dei cittadini. Il giurista da poco scomparso fu protagonista del referendum del 2011 in cui prevalse il sì alla cosiddetta «acqua pubblica», un voto che impedendo la remunerazione degli investimenti di soggetti privati avrebbe bloccato l’ingresso dei capitali privati nella gestione dei servizi idrici. Ma l’intervento del governo - con uno dei decreti Madia, poi parzialmente bloccato dalla Consulta - del Parlamento e infine del Consiglio di Stato ha di fatto azzerato il pronunciamento referendario. E ha creato un paesaggio dell’Italia dell’acqua in cui la presenza di aziende private è sempre più importante, sempre più predominante. 

Esistono ancora grandi aziende interamente pubbliche, come ad esempio l’Acquedotto Pugliese, che serve il 7% circa della popolazione italiana, o l’Abc di Napoli. Ma per circa 15 milioni di italiani i «padroni dell’acqua» sono aziende multiutilities su scala interregionale e internazionale, in alcuni case quotate in Borsa, che quasi sempre sono teoricamente controllate dagli enti locali che ne posseggono la maggioranza, ma in cui sono i partners privati a ispirarne le strategie e le politiche. Strategie «moderne», anche sul piano delle tariffe, che evidentemente puntano a generare utili oltre all’erogazione del servizio. Aziende che integrano, oltre al servizio idrico (che continua ad essere relativamente poco remunerativo) attività nel campo dell’energia e della gestione dei rifiuti. 

Tra le protagoniste di questo processo di «industrializzazione», o di «finanziarizzazione» dell’acqua ci sono certamente le cosiddette «quattro sorelle»: Acea, Hera, Iren e A2a. Quattro colossi, quotati in Borsa, che già oggi forniscono acqua a circa 15 milioni di italiani attraverso gli «Ato» che controllano (le 64 aree territoriali omogenee in cui è diviso il territorio nazionale).

In Acea il socio di maggioranza è il Comune di Roma con il 51% delle azioni, seguito dalla multinazionale francese Suez con il 23,3% e dall’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone con il 5,006%). Acea è il più grande operatore italiano nel settore, con 8,5 milioni di abitanti serviti a Roma, Frosinone e altre aree di Lazio, Toscana, Umbria e Campania. Hera (dopo Acquedotto Pugliese) è il terzo «padrone dell’acqua», con il 6,1% della popolazione servita in Emilia-Romagna, Marche, Veneto e Friuli-Venezia Giulia: i principali azionisti pubblici sono i Comuni di Bologna, Imola, Modena, Ravenna, Trieste e Padova. Iren è il quarto, con il 3,8%: per il 49% è di proprietà dei Comuni di Torino, Genova, Reggio Emilia, Parma e Piacenza.

A2a, infine, è per la maggioranza dei Comuni di Brescia e Milano: per ora ha numeri relativamente più piccoli, ma come le altre «sorelle» è impegnata in una massiccia campagna di acquisizioni di altre aziende del settore (come la Lrh di Como e Lecco). Di recente Acea ha acquisito Idrolatina e gli Acquedotti Lucchesi, mentre Iren ha rilevato l’Atena di Vercelli. Un processo di concentrazione del mercato che pare destinato a continuare. 

Hai una domanda? Su Quora c’è la risposta (anche in italiano)

lastampa.it
andrea signorelli

Attiva in inglese dal 2009, la piattaforma di domande e risposte collettiva arriva anche nel nostro Paese



Già presente in versione beta da circa due mesi, da oggi è ufficialmente online la versione in italiano di Quora, la piattaforma di domande e risposte fondata nel 2009 da Adam D’Angelo e Charlie Cheever. L’espansione della società con base a Mountain View – e che può contare, nel mondo, su 200 milioni di visitatori unici mensili – ha raggiunto il nostro paese dopo il varo della versione spagnola e francese; mentre tra pochi mesi sarà il turno della Germania.

Ancora poco noto in Italia, Quora è un servizio che a prima vista potrebbe ricordare Yahoo Answer, ma che ha un obiettivo molto più ambizioso: «Vogliamo condividere e accrescere la conoscenza nel mondo, fornendo esclusivamente contenuti di qualità creati da persone che hanno grande competenza nella loro materia», spiega a La Stampa il CEO D’Angelo, 32 anni. «Trovare sul web contenuti davvero utili e completi non è così facile; inoltre, capire se ci si può fidare delle informazioni reperite diventa sempre più complicato. Questo vale anche per il web in inglese, ma è vero a maggior ragione quando si fanno ricerche in lingue meno diffuse».

La missione di Quora, quindi, è quella di fornire i migliori contenuti possibili a chi è in cerca di risposte: «Il nostro focus è tutto sulle credenziali degli autori e la loro credibilità. Su Quora è obbligatorio usare il proprio nome, si può verificare quale sia l’esperienza delle persone che forniscono risposte e dare i voti ai vari contenuti», prosegue D’Angelo. «Da parte nostra, ci impegniamo a valorizzare le risposte di qualità, rendendole più visibili. In questo modo, a differenza di quanto avviene su altre piattaforme, scoraggiamo chi tende a dare moltissimi pareri, ma brevi e non significativi».



A fornire risposte alle domande degli utenti è un esercito di volontari (ma c’è assoluto riserbo sul numero di utenti registrati) che decide di dare fondo alle proprie competenze per approfondire questioni complesse, che spaziano dalla scienza alla tecnologia, dalla letteratura alla filosofia, dall’imprenditoria alla salute; nel tentativo di coprire, letteralmente, tutto lo scibile umano. Ma perché gli utenti decidono di sacrificare una parte consistente del proprio tempo per fornire contenuti accurati?

«Solitamente, i nostri contributor arrivano su Quora cercando qualche risposta o per porre una domanda; dopodiché, iniziano a seguire gli argomenti di loro interesse trasformandosi gradualmente in utenti attivi», prosegue ancora D’Angelo. «C’è chi ama, semplicemente, condividere la propria competenza con altri e c’è chi vede questa come una strada per accrescere la propria reputazione in un determinato settore. Alcuni utenti di Quora molto attivi hanno anche trovato lavoro grazie alle risposte fornite».

Nel corso degli anni, peraltro, hanno dato il loro contributo a Quora figure di spicco come Hillary Clinton, il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, il primo ministro canadese Justin Trudeau e anche l’ex ministro greco Yanis Varoufakis. Sarà interessante vedere se anche politici o personaggi di spicco nel mondo culturale e imprenditoriale italiano decideranno di cimentarsi in un compito del genere.
Gli introiti, invece, sono garantiti dalla pubblicità: le aziende hanno infatti la possibilità di inserire gli annunci all’interno dei topic per loro più interessanti: «Per esempio, se è in corso una discussione sulle migliori piattaforme nel campo delle risorse umane, un’azienda che produce servizi per questo settore può inserire il suo annuncio.

In questo modo, siamo sicuri che anche le inserzioni siano utili per gli utenti», spiega D’Angelo. Per il momento, però, la versione italiano sarà senza pubblicità: «Vogliamo concentrarci solo sul consolidamento di un prodotto di qualità e sulla costruzione di una comunità attiva; di conseguenza, ancora per un bel po’ di tempo, non introdurremo la pubblicità nella versione in italiano».

Chi arriva in Italia deve rispettare le donne

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo

Caro Aldo,
ho letto che in Svezia e in Norvegia ci saranno orari in cui accederanno soltanto le donne in piscina. Questo provvedimento è per favorire l’integrazione con i musulmani. Trovo comprensibile e doverosamente rispettabile che ci siano delle persone che intendano vivere secondo le leggi e le tradizioni del proprio Paese d’origine e della propria religione. È però altrettanto vero che le democrazie europee hanno il diritto e il dovere di tutelare le proprie Costituzioni. E i propri valori: per esempio la laicità dello Stato e la parità uomo-donna. Quale modello di integrazione auspica lei per l’ Italia?
Alessandro Pesce Torino



Caro Alessandro,
Abbiamo impiegato secoli per arrivare a mettere bambini e bambine, ragazze e ragazzi insieme nelle stesse classi (e ovviamente nelle stesse piscine). La mia personale opinione è che chi viene in Europa non può pretendere di cambiare le nostre regole, i nostri valori e anche le nostre abitudini. E in cima ai nostri valori c’è il rispetto per la libertà e la dignità della donna. Che non è piovuto dal cielo, ma è il frutto di battaglie e di sacrifici antichi. A maggior ragione in un Paese come il nostro, dove il maschilismo è un retaggio duro a morire, spesso trasmesso dalle madri ai figli maschi.

Ovviamente la questione è molto più ampia e più seria degli orari di una piscina (anche se capisco il significato simbolico della storia che l’ha colpita, caro Alessandro). Pensi a cos’è accaduto a Colonia nella notte tra il 31 dicembre 2015 e il primo gennaio 2016. Una cosa talmente grave che all’inizio neppure la polizia tedesca la comprese: «Capodanno tranquillo» recitava il primo comunicato. Poi centinaia di donne trovarono il coraggio di denunciare le aggressioni che avevano subito, a opera di bande organizzate di immigrati. Sei mesi dopo un’inchiesta federale concluse che le donne molestate, a Colonia e in altre città della Germania, erano state 1.200.

Ricordarlo non è islamofobia o xenofobia; è cronaca, ormai è storia. Questo ovviamente non significa colpevolizzare interi popoli, ma ribadire ogni giorno che chi arriva in Italia, in Europa, deve rispettare le donne. A cominciare dalle proprie mogli e dalle proprie figlie. Affidarle a uno scafista, ad esempio, non è il modo migliore di farlo.