giovedì 6 luglio 2017

“Gli Stockisti e Console Planet evadono l’Iva”: la Polizia Postale arresta 10 persone

lastampa.it

Sotto accusa per evasione fiscale due dei più popolari siti che vendono online smartphone, tv e console e altri prodotti hi tech con forti sconti. Hanno un giro d’affari di 250 milioni di euro e sono italiani, ma legati a una società di Malta



Smartphone, televisori, consolle e videogiochi venduti on line a prezzi concorrenziali grazie alla sistematica evasione dell’Iva: è l’accusa scattata nei confronti di STK Europe. Sono state emesse 18 ordinanze di custodia cautelare, di cui 10 eseguite, nei confronti di altrettanti soggetti accusati di associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale.

Dalle indagini della Polizia e dell’ufficio delle Dogane di Roma è emerso che l’organizzazione operava attraverso due siti internet che avevano un grosso seguito ed erano riconducibili ad una società maltese. Evadendo l’Iva, il sito Stockisti.com e quello gemello Console Planet mettevano in vendita i prodotti con uno sconto minimo del 20%, riuscendo così a fare concorrenza ai colossi del mercato on line. Gli accertamenti hanno consentito di accertare un’evasione di oltre 50 milioni.



Gli investigatori della Polizia Postale e degli uomini dell’ufficio delle Dogane hanno anche scoperto che la società maltese che gestiva il sito ha operato dal 2012 nominando ogni anno una diversa società concessionaria esclusiva per l’Italia che, in realtà, era una via di mezzo tra una società cartiera e una scatola vuota che aveva l’unico scopo di rendere difficili i controlli dell’amministrazione fiscale italiana. Compito, questo, svolto con modalità diverse da tre commercialisti e un collaboratore fiscale. La Polizia Postale sta ora procedendo a oscurare i siti dove venivano commercializzati i prodotti che avevano un volume di affari di oltre 250 milioni.

Costi aggiuntivi al gate: come evitare di pagarli

lastampa.it

I trucchi dei viaggiatori italiani per superare i controlli al gate e non pagare costi aggiuntivi per il bagaglio a mano

Bagagli a mano in aereo: spesso si pagano costi aggiuntivi

Tutti storcono il naso quando si parla di costi aggiuntivi. Figuriamoci, poi, se lo si deve fare quando siamo in procinto di partire. Nessuno ha voglia di perdere altro tempo in aeroporto. E allora bisogna imparare a saper gestire meglio i propri bagagli. Soprattutto quelli a mano. Infatti, specie quando si vola low cost, il bagaglio a mano è indispensabile. Anche perché si evita lo stress dell’imbarco in stiva. E si ottimizzano gli spostamenti tra la partenza e la destinazione. Troppo spesso, però, peso eccessivo e dimensioni non in regola costringono i passeggeri a restare al banco del check-in. Perché? Per pagare le commissioni extra richieste dalle compagnie aeree, naturalmente. Ed ecco che il viaggio inizia male.

eDreams, l’agenzia di viaggi on line, ha indagato sull’impatto che hanno i regolamenti sui bagagli e le strategie adottate dai passeggeri per rientrare nei limiti imposti e non pagare commissioni extra. La ricerca è stata condotta su 11 mila consumatori in 8 nazioni europee: Germania, Francia, Inghilterra, Portogallo, Italia, Svezia e Norvegia. Il 44% degli italiani ha infranto le regole dei pagamenti dei bagagli. Contro il 40% dei viaggiatori Europei inclusi nell’indagine. Il 35% dei viaggiatori nostri connazionali ha dichiarato di non tollerare il fatto di dover imbarcare nella stiva il proprio bagaglio a mano. Solo il 5,3% degli italiani è disposto a pagare i costi di imbarco della valigia per un viaggio di soli 3 giorni. Ma come evitare i costi aggiuntivi?

COME EVITARE I COSTI AGGIUNTIVI
Al primo posto nei metodi utilizzati per evitare il pagamento delle commissioni c’è quello di indossare più strati di vestiti. Lo ha fatto quasi 1 italiano su 4.

Altri trucchi popolari tra i nostri connazionali per non pagare i costi per il bagaglio sono:
Mettere in tasca gli oggetti più pesanti (15,90%);

Comprare al duty free per avere un bagaglio supplementare per mettere i propri articoli (9,50%)

Nascondere una borsa con un cappotto (8%) e un bagaglio in un altro (7,5%).

Ma il disappunto riguarda anche altri fattori. Secondo il 35% degli intervistati il fatto di dover imbarcare il proprio bagaglio a mano in stiva quando il vano portabagagli è pieno. Il dover pagare eccessivamente il cibo a bordo (26.30%). Il dover chiudere due borse in una per passare i controlli (23.20%). E il non riuscire a sedersi a fianco dei propri amici o familiari (20.20%).

Gli italiani si impegnano molto per riuscir a far stare tutto il necessario per una vacanza nel proprio bagaglio a mano. E non pagare così la quota per il bagaglio da stiva. Per il 38,2% dei viaggiatori in partenza dal Bel Paese, infatti, una vacanza dovrebbe durare più di 7 giorni per legittimare il pagamento commissioni extra per imbarcare la propria valigia.

Marco Lillo: «Hanno perquisito anche mio padre di 96 anni. Non quello del leader pd»

corriere.it

di Virginia Piccolillo

«Sulla base di una denuncia per diffamazione fatta dall’indagato Romeo (per me un pretesto) hanno perquisito 4 case, la mia macchina, l’ufficio, persino il computer del grafico»

Marco Lillo (Ansa)

«Hanno perquisito me, che non sono indagato, mio padre di 96 anni, la mia compagna e la mia ex. E non hanno perquisito Tiziano Renzi che invece è indagato». Marco Lillo, il giornalista de Il Fatto Quotidiano, autore del libro-inchiesta sulla Consip, Di padre in figlio, si dice «allibito». E chiede: «Vi rendete conto che è grave? Hanno cercato in tutti i modi di carpire le mie fonti».

Molti penseranno: se ne accorge ora che tocca a lui.
«Si, ho letto parole di soddisfazione anche per la perquisizione di Federica Sciarelli, che i pm di Roma accusano di avermi fatto da tramite con il pm Woodcock. E che invece so essere innocente».

Da frasi citate da La verità sembra che la Sciarelli ora ce l’abbia con lei. L’ha risentita? 
«Oggi. Ma in quel momento stavo entrando dai finanzieri. Ha detto solo: “Avrai letto. Ma, come sai, io non parlo con nessuno...”».

Il tono era arrabbiato?
«Non mi sembrava. Non credo abbia detto che vuole strozzarmi. Anche se è a causa mia che le hanno preso il cellulare. Ma se avessero avuto le intercettazioni, invece dei tabulati, avrebbero capito di avere sbagliato. Io le ho chiesto se Woodcock era a Roma nel giorno della perquisizione alla Consip e lei mi ha detto no. Invece c’era, e il giorno dopo abbiamo riso»

Dalle celle telefoniche hanno visto che eravate vicini. Vi siete incontrati?
«Io ci abito in Prati, vicino alla Rai. Secondo me, anche la procura sa di avere sbagliato».

Mica se la prenderà con le procure?
«No. Non ho nulla da dire nemmeno sui finanzieri che mi hanno perquisito. Hanno capito la delicatezza di entrare nella stanza di mio padre che dormiva. Sono stati gentili, professionali. Però...».

Però?
«Però noto una disparità».

Quale disparità?
«Tra la famiglia Lillo e la famiglia Renzi».

Ovvero?
«Sulla base di una denuncia per diffamazione fatta dall’indagato Romeo (per me un pretesto) hanno perquisito 4 case, la mia macchina, l’ufficio, persino il computer del grafico. Invece al padre e agli amici di Renzi nessuno ha chiesto chat e telefonini. Non sarebbe stato interessante capire di più sulla fuga di notizie che ha rovinato l’inchiesta Consip, per la quale sono indagati il ministro Lotti e il comandante generale dei Carabinieri Del Sette?».

Le hanno trovato documenti segreti?
«Non ne ho. Le informative le avete pubblicate prima voi del Corriere».

E la telefonata tra Renzi e il babbo che riporta nel libro?
«Ho avuto una “dritta”. E il mio lavoro è raccontare fatti di interesse pubblico. Spero di scrivere un altro libro sul perché non chiedono con la stessa forza a Tiziano ciò che Matteo gli contesta: la “verità che non ha detto a Luca”».

Va eliminato il mercato degli atti giudiziari

corriere.it

di Caterina Malavenda



Caro Direttore, con un recente intervento su la Repubblica, Raffaele Cantone ha rispolverato un tema tuttora ignorato dalla politica, nonostante si stia discutendo di importanti e non sempre condivisibili riforme del codice di procedura penale. Cantone auspica che i giornalisti possano finalmente accedere direttamente agli atti di indagine, nel rispetto dei diritti delle parti coinvolte nel processo, per svolgere tutti ed al meglio il loro lavoro; non sollecita, però, il necessario intervento legislativo, bensì un dibattito, l’ennesimo che, come gli altri, risulterà del tutto inutile.

Non si tratta, infatti, di un’idea nuova, che necessiti di un confronto, visto che l’instancabile Luigi Ferrarella ne parla da anni sul Corriere della Sera e non solo, condividendola con diversi giuristi e, da ultimo, con alcuni esponenti di spicco della magistratura. Tutti gli addetti ai lavori oramai si rendono conto della necessità di un intervento che liberalizzi tale accesso, autorizzandolo e disciplinandolo, mentre è assordante il silenzio di chi dovrebbe dar seguito agli auspici, introducendo nel codice i necessari correttivi.

Nulla di più semplice, visto che l’articolo 114, comma 7 del Codice di procedura penale consente già la pubblicazione degli atti non segreti, siccome noti all’indagato; basterebbe aggiungere solo che, a tal fine, il giornalista può averne copia dai competenti uffici, al pari delle altre parti interessate. E si potrebbe farlo, utilizzando uno dei molteplici e poliedrici provvedimenti sulla giustizia, senza trincerarsi dietro la comoda scusa che altri e più importanti sono i problemi da risolvere, la disciplina delle intercettazioni, per dirne una, che è strettamente connessa, però, alla loro successiva diffusione e, quindi, alle modalità con le quali i giornalisti possono entrarne legittimamente in possesso, quando l’indagato ne ha preso cognizione, certo trattandole, al pari degli altri atti di indagine, con garbo e professionalità, oltre che secondo legge.

Finora nessuno è parso porsi il problema per tentare di risolverlo, eppure chiunque abbia a cuore la democrazia e una buona informazione percepisce il vulnus che arreca all’una e all’altra la attuale totale mancanza di regole, che consentano al giornalista di chiedere ed ottenere ufficialmente copia degli atti giudiziari, quando non sono più segreti. A cascata ne derivano, infatti, la necessità di procurarseli di straforo, la difficoltà di trovare qualcuno disposto a dare una mano ed il forte rischio che la fonte sia interessata e, perciò, parziale.

Ciò comporta una visione altrettanto parziale della vicenda processuale e la possibilità che la cronaca non sia esauriente, completa e, perciò, corretta per le parti ed appagante per chi voglia informarsi. Dunque, tutto tace sul fronte legislativo e c’è da chiedersi se davvero il potere ha voglia di lasciar le mani libere al suo guardiano, in un settore così sensibile, al punto da agevolare un accesso totale ed indiscriminato agli atti di indagini anche delicate, che spesso coinvolgono esponenti di spicco di questo o di quel partito, di questo o di quell’altro settore dell’economia.

O se, piuttosto, non preferisca lasciare le cose come stanno, mantenendo intatta l’ambiguità dei rapporti fra giornalisti e fonti, sperando che prevalga l’interesse al silenzio, che accomuna le parti coinvolte nelle indagini. C’è da scommettere — ma sarebbe davvero un sollievo perdere — che tutto rimarrà così com’è. Quieta non movere et mota quietare dicevano gli antichi e mai motto è apparso più calzante per chi sembra preferire lo status quo, un equilibrio fragile, che favorisce il manovratore e convenienze di compromesso, sedando con l’inerzia chi dovesse apparire un po’ troppo agitato nel chiedere una riforma: il mercato degli atti giudiziari rimane aperto e non sempre chi vince è il migliore.

A che ora si mangia? Un libro racconta dove nascono gli orari dei pasti

lastampa.it
alessandro barbero

Colazione a base di tè con Kant e cena di cioccolatini con Goldoni: così le abitudini si sono fissate tra il Sette e l’Ottocento, quando il pranzo borghese era degno di un re


Il banchetto di William Hogart (1755)

Il nome di un pasto può essere legato sia al suo orario, sia alla sua consistenza. Oggi nella coscienza dei parlanti sembrerebbe prevalere decisamente l’orario: conversando con due storici inglesi, entrambi mi hanno confermato che per loro un pasto consumato all’una non può che chiamarsi lunch, anche se è formale e prolungato. Nel XVIII e XIX secolo termini come dîner, dinner e pranzo portano invece con sé la connotazione, molto forte, di pasto principale della giornata.

Bisogna tener conto che all’epoca chi poteva permetterselo mangiava, e beveva, enormemente di più di quanto non si usi oggi; ma il soprappiù era quasi tutto concentrato nel pranzo, che non comprendeva mai, neppure nella piccola borghesia, meno di quattro o cinque piatti, di cui almeno due di carne. Chi desiderasse una conferma può andare a vedere i menu («Note di pranzi») con cui Pellegrino Artusi conclude la sua Scienza in cucina (1891); si tratta, beninteso, di pranzi con invitati, ma chiariscono comunque quali fossero le abitudini della borghesia - i piatti di carne, in ciascuno di questi menu, sono almeno tre se non quattro, un lesso, un umido, un fritto e un arrosto. E non si trattava della prassi di una ristretta élite, giacché l’autore, nella prefazione alla trentacinquesima edizione, si vanta di aver già venduto 283.000 copie del suo libro. 

L’idea che ci fosse un pasto nettamente più importante degli altri spiega come mai molti avessero addirittura l’abitudine di non cenare affatto. Federico il Grande, che pranzava «alle dodici precise», in tarda età aveva smesso di cenare, anche se non di invitare a cena: quando gli ospiti, alle dieci, si mettevano a tavola, lui si ritirava e andava a letto. Kant, secondo De Quincey, si alzava al mattino presto, prendeva diverse tazze di tè e lavorava senza mangiare nulla fino al pranzo, che cominciava all’una e quando c’erano ospiti poteva durare anche fino alle quattro o alle cinque; il filosofo poi andava a letto presto e non cenava più. Secondo il suo segretario, Buffon pranzava alle due e «c’était son seul repas» (ma in una lettera del 1776 lo scienziato invita a pranzo un conoscente «à midi ou midi et demi»). 

Lo stesso Goldoni, a Parigi, intorno al 1787, trova normalissimo incentrare la giornata su un unico vero pasto: «M’alzo alle nove della mattina, fo colazione con ottima cioccolata… Lavoro fino a mezzogiorno, passeggio fino alle due… Desino spesso fuori… Dopo pranzo non mi piace lavorare né passeggiare. A volte vo al teatro, e più spesso faccio la partita fino alle nove di sera; rientro però a casa prima delle dieci, e prendo due o tre cioccolatini con un bicchier di vino annacquato: questa è la mia cena».

Spostandoci a oriente di qualche migliaio di chilometri, anche il protagonista dei Fatti d’altri tempi nel distretto di Pošechon’je di Saltykov-Šcedrin, Vasilij Porfiryc, che nella provincia russa intorno al 1820 continua a vivere come ai vecchi tempi, «mangia una sola volta al giorno ed esige che il pasto sia servito alle due precise». Quella di non cenare è, beninteso, un’abitudine individuale: fino ai primi anni dell’Ottocento nella letteratura e nei diari la cena è menzionata quasi altrettanto spesso del pranzo; è però sempre evidente che si tratta d’un pasto meno sostanzioso. Perciò lo spostamento degli orari del pranzo non va confuso con un semplice mutamento nella terminologia, ma comporta una diversa collocazione oraria del pasto più importante, intorno a cui tutta la giornata si articola, e con essa la stessa percezione del tempo: espressioni come «l’après-dîné» o «nel dopopranzo» erano comunemente usate per dire «nel pomeriggio».

IL LIBRO
Il brano che qui anticipiamo è tratto dal nuovo libro di Alessandro Barbero, A che ora si mangia? (ed. Quodlibet, pp. 96, € 10), che racconta come si siano fissati gli orari dei pasti tra la fine del ’700 e l’inizio dell’800 in Europa, e in particolare come l’orario del pranzo si sia spostato sempre più tardi, fino alla sera. Un fenomeno interessante per lo storico come per il linguista, giacché provocò mutamenti lessicali che sono ancora oggi oggetto di discussione.

Il ritorno delle auto blu: in un anno novemila in più, il primato va a Oristano

repubblica.it
di ROBERTO PETRINI

Nonostante gli annunci riprendono ad aumentare, in particolare nei Comuni delle regioni meridionali

Il ritorno delle auto blu: in un anno novemila in più, il primato va a Oristano

ROMA - La valanga delle auto di Stato non si arresta. Anni di polemiche e denunce hanno solo scalfito un sistema che continua a proliferare nonostante la spending review e la necessità di moralizzare la vita pubblica. A conti fatti parlare di riduzione è stato un bluff. I dati sono pubblici, ma nessuno ha fatto le somme: l'ultimo censimento sulle auto della Pubblica Amministrazione, concluso il 28 febbraio del 2017, ha prodotto un immenso tabellone in pdf. Repubblica ha chiesto alla società di data management Twig, guidata da Aldo Cristadoro, di trattare e confrontare le cifre con il precedente censimento chiuso nel febbraio dell'anno scorso. Ebbene: il risultato è che nel 2016 sono emerse 8.791 auto di servizio in più, si è passati da quota 20.891 a 29.682.

L'emersione di circa 9.000 auto in più dipende per buona parte dalla maggiore accuratezza del censimento e dal numero di risposte pervenute dove si dichiara il possesso di almeno una auto di servizio: ciò significa che basta fare una rilevazione più approfondita per scoprire che le auto di servizio in Italia sono molte di più di quanto si pensi. Eppure, nel comunicare i dati del 2016, il governo sottolineò una riduzione di 1.049 auto, pari al 3,3 per cento rispetto al 2015. Invece secondo la rielaborazione e il riallineamento dei dati fatta da Twig per quei due anni, anche per via della maggiore partecipazione al censimento delle amministrazioni, sarebbero emersi quasi 2.000 veicoli in più.

Ma la vicenda delle auto di servizio, per le quali lo Stato spende una cifra considerevole ogni anno, e che si tenta di prendere di petto dal 2012, quando fu varato il primo decreto di contenimento, si presta ad altre sorprese. Quando Matteo Renzi annunciò, nei primi mesi del 2015 di voler vendere su eBay le Maserati blindate di Stato, la mastodontica platea delle auto di servizio italiane era già stata più che dimezzata.

Peccato che era avvenuto solo sulla carta: alla fine del 2014 un decreto del ministero della Funzione pubblica aveva infatti cambiato i criteri del censimento, cancellando dall'insieme delle auto censibili circa 40 mila veicoli con un colpo di bacchetta magica. Il decreto infatti eliminava le auto destinate al contrasto delle frodi alimentari, alla manutenzione della rete stradale Anas, alla difesa, alla pubblica sicurezza e ai servizi sociali e sanitari. Così si è scesi da quota 60 mila a quota 20 mila sulla quale oggi ragioniamo: cambiando i criteri del censimento sono sparite circa 20 mila auto delle Asl e in genere della sanità regionale.

La domanda è: ma se si tratta di semplici auto al servizio della collettività e non di scandalose auto blu con autista, perché non censirle? Contare non vuol dire, mettere all'indice. Il vero boom delle auto di servizio e blu è nei Comuni: si moltiplicano man mano che i censimenti si fanno più approfonditi. Nel 2016 siamo arrivati a quota 16 mila, quasi il doppio rispetto all'anno precedente e al numero dei municipi che sono circa 8 mila. Senza contare che il panorama dell'auto di servizio non è ancora tutto delineato perché i municipi sono riluttanti e quelli che hanno denunciato il numero delle proprie auto è ancora solo il 60,6 per cento.

La posizione di testa nella classifica dei Comuni che denunciano il maggior numero di auto blu (cioè con annesso autista) è occupata da Oristano: ce ne sono 20 (il che significa 63,2 ogni 100 mila abitanti). Seguono - con netta prevalenza del Sud - Trapani, Brindisi, Messina, Cosenza e Matera. In termini assoluti, e con riferimento alle semplici auto di servizio (cioè senza autista dedicato), in testa c'è Torino con 294 auto, seguita da Roma con 146 auto. Spicca Sassari con 106 auto (83,1 ogni 100 mila abitanti).

Paradossali i casi di Roccasecca dei Volsci (Latina) che denuncia 10 veicoli con autista (sarebbero 872,6 auto su una ipotetica platea di 100 mila abitanti). E delle tre regine dell'auto di servizio: Roseto degli Abruzzi (Teramo), Monopoli (Bari) e Bagheria (Palermo), Comuni con più di 50 vetture a disposizione. A Pietracamela (Teramo) invece, con 271 abitanti, ci sono 4 auto di cui 3 con autista.


Il mistero dell'indecifrabile manoscritto di Voynich. "E' stato scritto da un italiano"

repubblica.it
di GIACOMO TALIGNANI

Da cento anni in migliaia provano a risolvere l'enigma del libro dall'alfabeto sconosciuto. Ora l'esperto Stephen Skinner è convinto che la chiave sia l'Italia

Il mistero dell'indecifrabile manoscritto di Voynich. "E' stato scritto da un italiano"

UN ENIGMA nell'enigma. Se c'è un libro al mondo considerato indecifrabile e il "più misterioso del pianeta", questo è il manoscritto di Voynich. Per più di cento anni almeno 1600 fra studiosi e ricercatori, tra cui anche esperti della Nasa, hanno provato a scoprire cosa volesse dirci quello strano volume ricco di figure cosmologiche, erboristiche, spaziali e irreali scritto in una lingua incomprensibile. Il secondo enigma, per tutti loro, era capire chi lo avesse realizzato. 

Oggi secondo uno studioso australiano importanti indizi fanno pensare che a realizzare quest'opera fosse stato "un ebreo italiano vissuto nel Nord Italia". Il ritrovamento del manoscritto, del resto, parte proprio dal nostro Paese. Nel 1912 il collezionista e libraio polacco Wilfrid Voynich lo acquistò a Frascati nel collegio gesuita di Villa Mondragone. Era in mezzo ad altri 30 volumi messi in vendita dai religiosi nella speranza di ristrutturare la villa.

Con sorpresa, il polacco ritrovò all'interno dell'indecifrabile libro una lettera del medico reale di Rodolfo II di Boemia che inviava il testo a Roma, dall'amico poligrafo Athanasius Kircher, nella speranza che lo decifrasse per il suo sire. Da allora, la ricerca per scoprire i segreti delle 240 pagine rilegate nel codex del 1400 (tra il 1404 e il 1438 secondo l'esame del carbonio) non si è mai fermata, anche se in molti hanno pensato che potesse trattarsi di un falso. Anche Luigi Serafini, autore del libro più strano del mondo, il codex Seraphinianus, ha più volte affermato di non essersi ispirato al Voynich e di credere che si trattasse di una 'bufala' rifilata dal braccio destro del re.

Piante mai catalogate, costellazioni mai esistite, alfabeto ignoto, parole incomprensibili e iper dettagliate, e poi figure di donne e illustrazioni erboristiche, il libro è diventato così famoso che pochi anni fa, grazie a un team di esperti spagnoli, l'unica copia esistente è uscita dalla Biblioteca Beinecke dell'Università di Yale dove era conservata ed è arrivata a Burgos, in Spagna, da dove il codice è stato riprodotto. Nell'agosto del 2017 una nuova riproduzione uscirà con una lunga prefazione del curatore, il dottor Stephen Skinner, che da 40 anni studia attentamente il codex.

Skinner - come scrive nel nuovo testo - è convinto che alla fonte di quel misterioso volume che ha eluso linguisti e crittografi di mezzo mondo ci sia proprio un italiano. Per affermarlo, certo che la sua intuizione contribuirà a "svelare più segreti del codice", Skinner si è basato su una analisi visiva degli elementi del libro. A colpirlo sono, per esempio, alcune figure di donne nude all'interno del testo raffigurate in strane piscine verdi collegate a tubi intestinali. Secondo l'esperto medioevale si tratta di illustrazioni di bagni ebraici chiamati mikvah, ai tempi utilizzati per purificare le donne dopo parto o mestruazioni. Nell'immagine non ci sono uomini.

"L'unico posto dove vedere donne fare un bagno insieme in Europa a quel tempo era nei bagni di purificazione che sono stati utilizzati dagli ebrei ortodossi per gli ultimi 2mila anni" spiega al Guardian convinto che si tratti di un mikavh. A questo aggiunge la mancanza nel codex di simbolismo cristiano, inusuale ai tempi dell'Inquisizione. "Non ci sono santi, croci, neanche nelle sezioni cosmologiche". L'altro indizio che Skinner collega, sostenendo che l'autore fosse ebreo, è legato alle piante: le uniche che si possono ipotizzare nella realtà sembrano essere quelle di cannabis o oppio, il che "fa pensare che fosse un erborista o comunque una persona con conoscenze in materia" e seppur perseguitati a quei tempi i medici ebrei venivano spesso consultati proprio per la loro conoscenza botanica.

Infine, ed è qui che nella prefazione Skinner sottolinea il collegamento con l'Italia, si è soffermato sulla raffigurazione di quello che sembra un castello con merli a "coda di rondine", tipici delle fortificazioni ghibelline nel nord Italia del XV secolo. All'indizio geografico vanno ad aggiungersi poi alcuni cenni storici sull'area di Pisa, la presenza degli ebrei e le influenze dello stile germanico (che si nota in certi disegni) legato al Sacro Romano Impero.

Tra l'altro, sempre parlando del Belpaese, qualche anno fa proprio un italiano - Giuseppe Bianchi di Arquata Scrivia - avanzò l'ipotesi che all'interno del codex esaminando i caratteri si potevano trovare altri codici segreti da analizzare. "La mia teoria dovrà chiaramente essere testata da altri studiosi" dice Skinner credendosi "certo all'85%" sull'origine italiana dell'autore e sicuro che "la diffusione di copie in libreria aiuterà a risolvere questo mistero'' contando sul fatto che "qualcuno potrebbe offrire una sua interpretazione mai pensata prima".

Frignano, provincia di Frignare

lastampa.it
mattia feltri

Frìgnano, voce del verbo frignare, ma soprattutto Frignàno, paese in provincia di Caserta, dove la metà dei dipendenti comunali è indagata per assenteismo. Trentacinque su settanta, nel dettaglio. La percentuale è straordinaria, ma i particolari sono i soliti: gente che andava a timbrare il cartellino in ciabatte per rincasare subito dopo e rinfilarsi a letto senza perdere tempo così ben retribuito. La ciabatta sta diventando il labaro dei fannulloni, che anzitutto mancano di amor proprio. 

L’aspetto più interessante della vicenda è che Frignàno potrebbe essere la Macondo d’Italia, l’epicentro di ogni mitologia del declino imputabile alle classi dirigenti: è terra dei fuochi, è terra dei Casalesi, terra abbandonata dallo Stato. Ha un reddito medio di seimila euro annui, che fanno cinquecento al mese a testa: soltanto cinquantanove degli oltre ottomila Comuni italiani sono più poveri. Ha un tasso di disoccupazione del 27 per cento, quartultimo in negativo della provincia.

Ora ci sono questi trentacinque assenteisti, ma un paio d’anni fa avevano beccato sedici lavoratori socialmente utili, utili soprattutto a se stessi, poiché restavano a casa a guardarsi la tv. Ecco, talvolta lo Stato c’è, e allora è buono per essere spennato con un accanimento che imbarazzerebbe buona parte della casta, ormai perfetto alibi quotidiano. Ma se i frutti sono quello che sono, il campo è quello che è. Questo vale a Frignàno, provincia di Caserta, ma anche Frìgnano, con l’accento sulla i, frazione del grande paese di Frigniamo. 

Tortura

lastampa.it
jena@lastampa.it

Non mi dite che con la nuova legge non si potranno torturare neppure gli immigrati...

Migranti

lastampa.it
jena@lastampa.it

Eppure il nazismo sarebbe morto 72 anni fa, perfino in Austria.

Iran, il countdown per la distruzione di Israele: “Mancano 8411 giorni”

lastampa.it
giordano stabile

Un orologio in piazza della Palestina segna l’avvicinarsi della “profezia di Khomeini”



Un orologio in piazza della Palestina, nel centro di Teheran, per segnare il tempo che manca alla “distruzione di Israele”. Esattamente 8411 giorni. E’ l’ultima provocazione dei manifestanti che hanno partecipato alla Giornata di Al-Quds, cioè Gerusalemme.

Un milione in piazza
Al canto di “morte a Israele” gli oltranzisti della rivoluzione khomeinista hanno ricordato la “profezia” dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica: “niente” rimarrà dello Stato ebraico “entro il 2040”. Alla manifestazione hanno partecipato anche il presidente Hassan Rohani, su posizioni più moderate, e il presidente del Parlamento Ali Larijani che ha attaccato Israele frontalmente, come “madre del terrorismo” e “peggior terrorista di tutti i tempi”.

Missili dei Pasdaran
I dimostranti hanno anche lanciato slogan contro l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti, mentre la Guardia rivoluzionaria, i Pasdaran, hanno portato in piazza gli ultimi modelli di missili balistici, compresi quelli usati dieci giorni fa per colpire le postazioni dell’Isis in Siria, nella provincia di Deir ez-Zour. Secondo i media di regime, in piazza c’era un milione di persone.

Accuse incrociate di terrorismo
La giornata di Gerusalemme si tiene ogni anno ed è l’occasione in cui il regime esprime le sue posizioni più ostili nel confronti di Israele. Lo stesso presidente Rohani ha detto in una intervista all’agenzia Irna che “Israele aiuta i terroristi”. Le dichiarazioni si inseriscono nello scontro con il rivale sunnita dell’Iran, l’Arabia Sunnita, che ha accusato Teheran di essere “la punta di lancia del terrorismo globale”.