martedì 4 luglio 2017

Il mondo di Ugo Fantozzi: che fine hanno fatto i protagonisti dei film?

corriere.it
di Salvatore Frequente

Sono personaggi entrati nella storia del cinema italiano. Dal ragioniere Filini a Mariangela e Pina. Ma sono tanti anche i soggetti che hanno lasciato il segno

Il ragioniere Filini

È un collega, un amico, il braccio destro di tante disavventure. Prima diplomato ragioniere, poi geometra, Filini compare in tutti i film di Fantozzi, tranne nell’ultimo capitolo del 1999 (Fantozzi 2000 - La clonazione). A interpretarlo in tutti i film è Gigi Reder, nome d’arte di Luigi Schroeder, attore italiano morto all’età di 70 anni nell’ottobre del 1998. Difficile pensare a Fantozzi senza ricordare il ragioniere Filini.


La prima Pina Fantozzi

Donna paziente, sempre indaffarata e innamorata del suo Ugo: la moglie Pina è stata interpretata dall’attrice Liù Bosisio nei primi due film della serie, «Fantozzi» del 1975 e «Il secondo tragico Fantozzi» del 1976 e nel quinto, «Superfantozzi» del 1986. Liù Bosisio è stata molto impegnata come attrice soprattutto fra gli anni sessanta e gli anni ottanta sia al cinema che in teatro e televisione. Come doppiatrice è stata la voce di Marge Simpson nelle prime 22 stagioni e Patty e Selma Bouvier per le prime 21 stagioni nel cartone animato I Simpson. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo.


La seconda Pina

Milena Vukotic è invece la Pina dei sette restanti episodi di Fantozzi. Nell’immaginario collettivo italiano è lei il volto della moglie di Ugo. Milena nel 1994, per «Fantozzi in paradiso», ottiene il Nastro d’Argento come miglior attrice non protagonista. Ancora attiva sia in teatro che al cinema, negli quasi cento film a cui ha preso parte, è stata diretta da grandi registi, sia italiani che stranieri.


Mariangela Fantozzi

Per Ugo è la«babbuina»: Mariangela è l’unica figlia, brutta e sgraziata, della famiglia Fantozzi. In 9 film su 10 il ruolo è interpretato da Plinio Fernando. Nato a Tunisi nel 1947 da genitori italiani, si trasferisce a Roma all’età di cinque anni. Oltre a quelli di Fantozzi, parteciperà anche ad altri 3 film. Nel 1994 ha abbandonato il cinema per dedicarsi alla pittura e alla scultura.


L’altra Mariangela/Ughina

Nel film «Fantozzi - Il ritorno» del 1996, invece, i ruoli della figlia Mariangela e quello della nipote Uga sono entrambi interpretati da Maria Cristina Maccà, attrice italiana ancora attiva al cinema, al teatro e in televisione.





Signorina Silvani

La collega vamp è la donna dei sogni di Ugo. Il ragioniere ne è follemente innamorato e sin dall’inizio della saga porta avanti un infinito (e inutile) corteggiamento. La signorina Silvani è presente in tutti i film di Fantozzi ed è interpretata da Anna Maria Mazzamauro. Nella sua carriera trentennale Mazzamauro, che oggi ha 78 anni, ha preso parte a numerosi film comici ma si è distinta anche in tanti ruoli drammatici.


Geometra Calboni

Collega di lavoro, compagno e marito della signorina Silvani, il geometra Luciano Calboni è un’altro dei personaggi principali dei primi quattro film di Fantozzi: dopo, infatti, non sarà più presente. È stato interpretato da Giuseppe Anatrelli (nella foto) nei primi tre film e da Riccardo Garrone nel quarto. Giuseppe Anatrelli morì improvvisamente nella notte del 29 novembre 1981, all’età di 56 anni, a causa di un infarto. Proprio a lui fu dedicato «Fantozzi subisce ancora». Riccardo Garrone, invece, dopo una lunga e ricca carriera nel mondo del cinema si ritira dalle scene nel 2014 e morirà due anni dopo a pochi mesi dal suo novantesimo compleanno.



Il «Megadirettore Galattico»

È il cattivissimo capo della Megaditta: tremendo con i dipendenti e soprattutto con il povero ragioniere Fantozzi. Noto anche come Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, il personaggio è stato interpretato in 5 film da Paolo Paoloni (nella foto) e poi anche da Lars Bloch, Camillo Milli, Luc Merenda e Paul Muller. Paolo Paoloni oltre al cinema ha lavorato molto in teatro, dove è anche un apprezzato regista.


Conte Piercarlo Ing. Semenzara

Accanito giocatore d’azzardo, famoso per la sua scaramanzia, il conte Piercarlo Ing. Semenzaracon costringerà Fantozzi ad andare a giocare al casinò di Monte Carlo. Presente ne «Il secondo tragico Fantozzi» è interpretato da Antonino Faà di Bruno. Prima di questo ruolo aveva già preso parte a importanti film ed era stato diretto da registi come Pasolini e Fellini. Morì nel maggio del 1981, a 70 anni, per complicazioni dovute a un trauma cranico che si era procurato venendo urtato da un autobus.


Direttore Conte Corrado Maria Lobbiam

È il capo varo delle navi aziendali e l’ispettore degli ispettori, che controlla lo svolgimento del lavoro da parte dei dipendenti. Comparirà in soli due episodi («Il secondo tragico Fantozzi» e «Fantozzi subisce ancora»). A ricoprire il ruolo, in entrambi i casi, è Ugo Bologna. Attore e doppiatore italiano, Bologna ha preso parte ad altri film con Paolo Villaggio ed è morto nel 1998.


Il ragionier Fonelli

Anche lui nell’ufficio sinistri della Megaditta insieme a Fantozzi, Fonelli è un impiegato scansafatiche che trascorre gran parte della sua giornata lavorativa giocando a battaglia navale. Nei primi tre film di Fantozzi il ragionier Fonelli è interpretato da Pietro Zardini, attore che concluse la sua carriera con Carlo Verdone prendendo parte, nel 1986, al film «Troppo forte». Zardini è morto il 18 novembre 1987.


Franchino

Chi non ricorda il peloso autostoppista che conduce la comitiva di impiegati in una discarica? È il Franchino di «Fantozzi subisce ancora», interpretato da Mario Pedone. Classe ‘50 Pedone ha partecipato ad alcuni film tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘90.


Cecco

C’è anche Diego Abatantuono tra gli attori che hanno preso parte ai film sul ragioniere. In «Fantozzi contro tutti» è Cecco, nipote del fornaio che ha il negozio sotto casa Fantozzi. Ugo sospetta che si tratti dell’amante di Pina.


Il pizzettaro

Famoso per il suo personaggio di macellaio in «Febbre da cavallo» detto anche «Manzotin», Ennio Antonelli appare in «Fantozzi subisce ancora», nel ruolo del «Pizzettaro di via della Scrofa», ed è lo «Zio Antunello» in Fantozzi contro tutti. Antonelli ha anche combattuto come pugile professionista dal 1949 al 1957. È morto il 6 agosto 2004.


Il proprietario del negozio di animali

Tra gli attori che hanno preso parte alla saga va citato anche Antonio Allocca: in «Fantozzi subisce ancora» interpreta il proprietario del negozio di animali dove lavora Mariangela, nel successivo «Fantozzi va in pensione» interpreta l’esaminatore del concorso a cui Fantozzi si presenta spacciandosi per trentenne, mentre in «Fantozzi - Il ritorno» interpreta il capotreno del convoglio che porta Fantozzi e la Silvani a Rimini. Allocca è morto il 31 dicembre 2013.





Professor Guidobaldo Maria Riccardelli

È il fanatico cultore del cinema muto e del film «La corazzata Potëmkin». A vestire i panni del professor Guidobaldo Maria Riccardelli era l’attore Mauro Vestri. Nel 1975 ha recitato in «Amici Miei» di Mario Monicelli e ha chiuso la sua carriera nel film «Fantozzi 2000-la clonazione».Vestri il 2 settembre del 2015, a 77 anni, è stato trovato morto in casa. Un suicidio avvenuto alcuni giorni prima all’ombra della solitudine.


Conte Piermatteo Barambani Megalom

In «Fantozzi contro tutti» Ugo e Filini vengono invitati a una crociera. Ma la proposta del Conte Piermatteo Barambani Megalom è finalizzata solo a farli lavorare come schiavi. E come se ciò non bastasse dopo un guasto al motore i due impiegati traineranno la barca con un canotto. A interpretare il conte è Camillo Milli che in «Fantozzi subisce ancora» vestirà i panni del Dott. Prof. Leonida Grandi. Sul grande schermo Milli ha recitato principalmente in commedie comiche. In televisione è maggiormente conosciuto per il ruolo di Ugo Monti nella serie Tv «CentoVetrine»

Wozniak: «La creatività serve come l’ingegneria. Le tasse Apple? Il sistema è sbagliato»

corriere.it
di Massimo Sideri

Il cofondatore di Cupertino, Wozniak: le società dovrebbero pagare come i cittadini che lavorano

Stephen Wozniak, 66 anni. Il primo aprile del ‘76 ha fondato Apple con Steven Jobs
Stephen Wozniak, 66 anni. Il primo aprile del ‘76 ha fondato Apple con Steven Jobs

Gli chiedi del conflitto sulle tasse tra Bruxelles e la Apple — di cui è azionista e cofondatore — e ti dice che «le società, secondo la mia opinione, dovrebbero pagare lo stesso livello di tasse sui guadagni che pagano le persone che lavorano». Gli chiedi della privacy e dei social network e dice che «dobbiamo difenderla. Ciò che è privato deve rimanere totalmente privato», anche se, riconosce, «ho una pagina Facebook: mi piace incontrare le persone. Degli amici mi hanno visto qui a Milano e ho già organizzato dei caffè e una cena». Gli chiedi poi degli ingegneri (lui è forse il più famoso degli ingegneri della Silicon Valley, per molti l’Ingegnere) e lui dice che «è più importante la creatività delle famose materie Stem» (acronimo che sta per science, technology, engineering, mathematics), considerate il passepartout per i lavori del futuro. Gli chiedi del presidente Donald J. Trump e ti dice che «non mi occupo di politica ma certo se fosse per me vorrei qualcun altro...».

Gli chiedi infine dell’oggetto sacro per la Apple, quell’iPhone che ha appena compiuto 10 anni e dice che «ha avuto successo per il perfetto timing: esistevano già degli smartphone, ma l’iPhone è arrivato con le reti 2G e ha beneficiato del passaggio al 3G». Come se le rivoluzioni fossero così facili. Gli anni passano veloci. Le tecnologie cambiano ancora più velocemente. Ma lui, Stephen Wozniak, quello che è sempre stato l’altro Steve della Apple, il «vero» padre dell’Apple I, sembra sempre lo stesso. Un’icona genuina di quello che voleva essere la Silicon Valley prima di diventare una multi-billion Valley.

L’Amarcord è sempre potente: «Ricordo quando ero bambino e in quell’area della California c’erano alberi a perdita d’occhio. Impiantarono le fabbriche dei transistor e altre società di transistor arrivarono. Poi fecero il chip e arrivarono le start up dei chip. Ricordo quando un chip era potente come sei transistor. Oggi in un chip ci sono dieci miliardi di transistor». Steve, detto «The Woz», piace per questo. Zero retorica. A 66 anni è rimasto quello che litigava con Jobs per abbassare il prezzo del personal computer che ha contribuito a inventare affinché chiunque se ne potesse permettere uno. «Ogni 4 persone anche nelle società tecnologiche c’era un unico computer. Ma io volevo il mio!».

Ecco com’è nato l’Apple I.

«Non avevamo soldi. Steve Jobs non aveva niente nel conto in banca. Ma le società non sapevano che farci dei personal computer». Alla fine avevano ragione loro: tutti ne avrebbero voluto uno. Anche più di uno. Ma questa è storia. Oggi dice che l’italiano è la lingua con il suono migliore al mondo. L’italiano è bellissimo, ma qui in Italia abbiamo solo una società tecnologica il cui valore supera il miliardo. Investiamo poco se confrontato con gli altri Paesi: centinaia di milioni contro miliardi. Abbiamo tante start up ma mediamente piccole.

Cosa consiglierebbe di fare?
«Sono contento di sapere che ci sono tante start up. Ma è veramente difficile capire quando una società potrebbe diventare un unicorno. Dieci società che valgono oltre un miliardo normalmente corrispondono a uomini di business, manager, gente ricca e tanti soldi. In ogni posto dove vado in Italia, anche a Milano, ci sono tantissimi soldi. Bisogna decidere di investirli in capitale di rischio. Il mondo cambia molto velocemente è bisogna essere avventurosi e prendersi dei rischi. I business locali non funzioneranno. Se guardiamo bene il futuro è fatto da grandi società che crescono in un mondo fatto di commerci internazionali».

Però il presidente Trump sembra volere andare verso un Paese con maggiore protezionismo. Ha tentato di bloccare l’immigrazione. Lei è di origine polacca. Per ora Trump si muove come un anti-global. Per voi nella Silicon Valley sarà un problema?
«Trump è il presidente e ha il diritto di andare nella sua direzione. Non va in quella dove io vorrei, cioè verso un mondo globalizzato. La Silicon Valley è un posto reale, con più della metà delle gente che non parla inglese. Siamo molto diversi e abbiamo tanti immigrati. Cerchiamo di avere una politica diversa. Potrebbero chiedermi cosa fare e potrei dire cosa andrebbe fatto, ma non mi piace occuparmi di politica».

Lei ha rivoluzionato il mondo con un hardware, ma oggi sembra che sia il software a dominare la sfida del cambiamento: l’intelligenza artificiale, il cloud, il cosiddetto machine learning, gli algoritmi. Qual è la qualità migliore per affrontare un futuro che sembra così incerto almeno per molte professioni?
«Una delle cose più importanti per il futuro, per la creazione di start up e per le società tecnologiche è l’ispirazione. Bisogna immaginare il futuro e quello che le persone vogliono, com’è accaduto con lo smartphone. L’ispirazione è più importante della stessa conoscenza. La cosa fondamentale è avere un’idea nella tua testa. Se milioni di persone leggono lo stesso libro questa non è intelligenza. La creatività nasce quando il mondo viene creato. È creare qualcosa che non esiste, qualcosa dal niente. L’innovazione si può manifestare anche nel creare un tavolo, nel pensare a come posso crearlo. O scrivendo: quando una persona scrive lo fa in maniera diversa da come lo fanno gli altri. Per questo anche le materie Stem non sono creatività».

Lei che ne è il cofondatore è anche un azionista Apple, vero?
«Sono un azionista Apple».

Cosa pensa allora del braccio di ferro tra l’Europa e la Apple sul pagamento di maggiori tasse?
«Ho lavorato duramente nella vita e pago tutte le tasse, non ho mai avuto problemi con le Autorità e non ho mai messo il mio denaro in diversi Stati. Pago le tasse. Credo che una società che produce ricchezza e che ha un capital gain dovrebbe pagare le stesse tasse che paga una persona che lavora.Ovviamente non posso decidere di andare contro la Apple. Apple non ha torto. Il difetto è il sistema. Dunque Apple deve farlo: non potrebbe decidere arbitrariamente di pagare sopra quello che paga un’altra società. Deve cercare di pagare le tasse più basse. La colpa non è di Apple ma del sistema che lo permette».

@massimosideri

Beni confiscati in aeroporto: che fine fanno

lastampa.it
F. G.

Cosa succede agli oggetti illeciti che dobbiamo lasciare in aeroporto quando passiamo i controlli di sicurezza
 
Beni confiscati in aeroporto: che fine fanno

Quando si parla di beni confiscati si pensa soprattutto a quelli che riguardano le associazioni mafiose e che vengono riutilizzati a beneficio della comunità e delle istituzioni. Che siano beni immobili come appartamenti, ville e terreni edificabili o agricoli. Beni mobili come denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali o autoveicoli e natanti. O anche beni aziendali che derivano dal riciclaggio di denaro proveniente da affari illeciti che riguarda le industrie.

I BENI CONFISCATI IN AEROPORTO
Poco si pensa, invece, ai beni confiscati in aeroporto. In America il TSA, Transportation Security Administration è l’agenzia governativa dedita al controllo degli aeroporti. Che controlla, quindi, i beni confiscati al gate. Anche il passeggero più accorto potrebbe, inconsapevolmente, trasportare oggetti proibiti. Che si tratti di dentifricio. Di una bottiglia d’acqua. O di un vecchio coltellino svizzero multiuso. Di uno shampoo particolare. Ma che fine fanno questi oggetti? A seconda dell’articolo, è probabile che vendano, si donino o si buttino. Il TSA si riferisce a loro come Proprietà Volontariamente Abbandonata. E, contrariamente a quanto si pensi, non sono oggetti che vengono poi usati dal personale aeroportuale. L’agenzia ha una politica di tolleranza zero e i dipendenti possono essere anche licenziati in tronco se vengono trovati in possessi di oggetti confiscati.

DOVE VANNO A FINIRE I BENI CONFISCATI

Come si fa, quindi, a decidere cosa farne di ogni elemento? Tutto dipende dal tipo di oggetto. Liquidi come acqua, soda, bagno schiuma e cosi via sono automaticamente cestinati. Perché non si ha modo di sapere se siano stati in qualche modo manomessi. Alcuni articoli finiscono per essere venduti. Il TSA può consegnare oggetti potenzialmente preziosi in appositi “centri di eccedenza” in cui i clienti li possono acquistare. Oppure potrebbero finire in siti di case d’asta. Tutto il ricavato finisce nelle tasche dello stato che ha aiutato a coordinare le vendite. Gli altri beni confiscati vengono donati ad organizzazioni che possono riutilizzarli.

Spesso capita che vengano controllati alcuni prodotti alimentari o articoli da toeletta nel proprio bagaglio che vengono vietati al passaggio della sicurezza. In questo caso è possibile provare a spedire gli oggetti direttamente casa o in ufficio. Molti aeroporti dispongono infatti di un’area di servizi di spedizione dove possono essere acquistati scatole, buste e francobolli. Se qualcuno è venuto ad accompagnarci in aeroporto è più semplici lasciarli per ritrovarli al nostro ritorno. O, se non deteriorabili, si possono eventualmente lasciare nella macchina parcheggiata in aeroporto.

Migranti, i dieci perché dell'invasione

ilgiornale.it
Gian Micalessin - Lun, 03/07/2017 - 12:44

Siamo diventati il campo profughi dell'Europa. Ecco tutti gli errori di Renzi e Gentiloni

I numeri sono quelli di un'invasione. Alle 8 di ieri mattina i migranti sbarcati dall'inizio dell'anno toccavano quota 83mila 360. Ben 6mila 487 in più rispetto a quelli arrivati fino a venerdì. Oltre il 18 per cento in eccesso rispetto ai 70mila 22 sbarcati nello stesso periodo del 2016. Ma quel che più spaventa è il dato complessivo. In questi tre anni e mezzo l'Italia governata dal Partito Democratico di Matteo Renzi ha contato oltre 588mila sbarchi. Eppure nulla si muove. Al pari del precedente esecutivo guidato da Matteo Renzi anche il governo del premier Gentiloni assiste con inerte inettitudine a questo disastro epocale.

L'unico segnale di reazione, ovvero la proposta d'impedire alle navi straniere di sbarcare altri migranti nei nostri porti formulata dal ministro dell'Interno Marco Minniti, è stata affossata dai suoi stessi colleghi. E così mentre il nostro governo piagnucola, ma non agisce l'Europa continua ad ignorarci. Ma lamentarsi a questo punto serve a poco. La scarsa considerazione riservataci dall'Unione Europea, come il florido e crescente commercio di esseri umani gestito dalle organizzazioni criminali, sono il frutto dei dieci errori capitali inanellati dai governi Renzi e Gentiloni dal 2014 in poi.

L’incapacità italiana nella questione libica

Nel 2014, durante i primi nove mesi del mandato, il governo Renzi ignorò la questione Libia disattendendo non solo gli interessi nazionali, ma anche gli impegni di vigilanza strategica assunti con gli Stati Uniti concordi nel considerarci l’unico alleato in grado di districarsi nel caos libico. L’Italia non mosse un dito per invocare un’azione europea neppure durante il semestre di presidenza della Ue, iniziato a luglio 2014. Un semestre durante il quale milizie islamiste presero Tripoli avviando quella divisione del paese da cui derivano il caos attuale e l’impossibilità di contrastare le organizzazioni criminali.

L’inerzia colpevole sul trattato di Dublino

Il trattato - varato nel 1990 e successivamente modificato fino alla versione approvata nel giugno 2013 da tutti i paesi dell’Unione - è la legge fondante su cui si basano sia l'obbligo di tenerci i profughi scaricati sulle nostre coste, sia il rifiuto ad accoglierli degli altri paesi europei. Dal 2014 ad oggi né il governo di Matteo Renzi, né quello di Paolo Gentiloni sono stati in grado di avviare un’azione politica in ambito europeo per cambiarne le regole. E così il Trattato continua a venir utilizzato dai nostri «amici» europei alla stregua di una trappola legale per bloccare qualsiasi redistribuzione dei migranti.

Poche identificazioni e il bluff del governo

Tra luglio e novembre sono 29mila i migranti registrati nel database del sistema Eurodac contro i 65mila arrivati sulle coste italiane secondo i dati statistici di Frontex». Così nel dicembre 2015 una lettera della Ue smascherò il giochino di un governo Renzi intento a non identificare i migranti. Il giochino puntava a favorire l’uscita degli immigrati dai nostri confini nella speranza che la mancata identificazione impedisse di rispedirceli indietro. Da allora la reputazione del nostro paese è caduta a livelli bassissimi. E da questo deriva la mancanza di credibilità dell’Italia a livello europeo.

La missione Triton è stata un autogol

Quando nel settembre 2014 l’Unione Europea approvò la missione Triton il ministro degli interni Angelino Alfano la spacciò per un grande successo suo e del governo Renzi. In verità la missione rappresenta il via libera a quell’abominio umanitario che consente a tutte le navi europee, Ong comprese, di raccogliere i migranti davanti alle coste libiche e scodellarli sulle nostre coste. Alfano accettò, a nome di tutto il governo, la procedura. Legittimando così la pratica in base alla quale tutti i partner europei sono autorizzati a scaricare i migranti nei nostri porti.

La farsa dell’accordo per i profughi siriani

Nel settembre 2015 il governo Renzi firmò un accordo-farsa per la ripartizione in Europa di 39.600 migranti siriani ed eritrei titolari del diritto all’asilo. La maggioranza dei migranti arrivati in Italia sono però africani, irregolari e privi di diritto all’asilo. Per capirlo bastavano i dati del 2014 quando le richieste di asilo presentate da siriani ed eritrei furono appena 505 e 808. Oggi, a fronte di appena 7.281 immigrati ridistribuiti rispetto ai 39.600 previsti, il Viminale registra solo 800 candidati pronti per il trasferimento: se anche qualcuno volesse a prenderseli non avremmo più migranti da redistribuire.

Il premier di Tripoli è troppo debole

Ogni tentativo di frenare l’arrivo dei migranti passa per la soluzione della questione libica. Il governo Renzi, invece di battersi per la nomina di un uomo forte in grado di governare il paese, ha avvallato la scelta - impostaci dall’Onu e dalla comunità internazionale di affidare la Libia al premier Fayez Al Sarraj. Debole e succube del potere di milizie e trafficanti di uomini Sarraj rappresenta un ulteriore ostacolo alla soluzione del problema Libia. E mentre il futuro di Sarraj appare sempre più incerto cresce il ruolo di quel generale Haftar che l’Italia ha sistematicamente osteggiato.

Il business delle coop finanziato dallo Stato

I l nostro governo spende per l’accoglienza oltre 4 miliardi e 200milioni all’anno che potrebbero diventare 4miliardi e 600mila a fine 2017 a causa dell’intensificarsi dell’emergenza. Garantendo alle cooperative in sintonia con le proprie politiche la gestione dei migranti il governo distribuisce denaro ai propri sostenitori e crea posti di lavoro da trasformare in voti. Ma il perverso business dell’accoglienza porta anche spese fuori controllo. Per capirlo basta comparare i costi dell’Italia con quelli di altri paesi. Da noi la gestione quotidiana di un profugo costa 35 euro. Nella vicina Austria ne bastano 21.

L’appoggio europeo soltanto a parole

La Cancelliera Angela Merkel ha chiuso in meno di 7 mesi quella rotta balcanica che a fine 2015 portò un milione di migranti in Germania mettendo a rischio il suo futuro politico. Per farlo ha costretto il resto dell’Europa a versare 6 miliardi al dittatore turco Erdogan. L’Italia non paga di contribuire, in qualità di terzo contribuente europeo, a una larga quota di quell’esazione non è riuscita ad ottenere nulla per sé. E non lo otterrà nei prossimi mesi. Come spiegato venerdì dalla nuova presidenza di turno dell’Estonia, l’Europa ci ascolta ma non si cura di rispondere.

Il mancato controllo sul lavoro delle Ong

Non paghi dell’errore commesso con Triton i governi del Pd hanno allargato il permesso di scodellare migranti sulle nostre coste anche ad organizzazioni umanitarie completamente fuori controllo. Molte delle Ong coordinate dalle nostra Guardia Costiera, oltre a godere di finanziamenti se non occulti almeno opachi, perseguono politiche in aperto contrasto con quelle europee. Gli statuti di molte di queste organizzazioni sostengono la necessità di favorire l’arrivo del più alto numero di migranti ignorando palesemente le regole europee che vietano l’accoglienza di migranti irregolari.

La chiusura dei porti è già stata affondata

L’idea del ministro dell’Interno Marco Minniti di chiudere i nostri porti allo sbarco di migranti recuperati da navi straniere rappresenta la prima proposta concreta avanzata da un esponente dei governi del Pd dal marzo 2014 ad oggi. Eppure la proposta è stata già affossata dal ministro Del Rio e da altri esponenti del governo Gentiloni. Con la conseguenza di privarla di ogni credibilità politica e di giustificare l’indifferenza europea. Del resto se Minniti non viene appoggiato dai suoi stessi colleghi di governo non si vede come possa venir preso sul serio da Macron, dalla Merkel e dal resto d’Europ

Ecco che fine hanno fatto i super banchieri dei crac

ilgiornale.it
Camilla Conti - Lun, 03/07/2017 - 17:51

Da Mussari a Zonin, dove sono e cosa rischiano i responsabili della grande crisi che hanno tradito i risparmiatori



Giuseppe Mussari va a cavallo con l'amico Aceto e cucina per gli amici nella villa di proprietà della moglie Luisa a due passi da Siena; il suo braccio destro Antonio Vigni fa il coltivatore diretto nella sua tenuta a Castelnuovo Berardenga, sempre sulle colline del Chianti, e la sua ultima apparizione pubblica risale a qualche mese fa a San Gusmè, in occasione della festa del delizioso paesino, nello staff della festa a grigliare bistecche.

Meno ruspanti i pomeriggi del patron - per quasi vent'anni - di Pop Vicenza, Gianni Zonin che proprio nei giorni scorsi è stato fotografato con la moglie in via Montenapoleone a Milano mentre faceva shopping con un tempismo perfetto, ovvero a poche ore dal decreto salva-venete.

Che fine hanno fatto i responsabili dei fallimenti e delle grandi crisi? In generale non se la passano male. Certo, per i «signori del crac» la reputazione è ormai bruciata e per molti di loro non è semplice farsi vedere in giro con il rischio di incrociare i risparmiatori traditi. Alcuni sono stati soltanto pessimi manager, altri hanno anche commesso reati. Hanno distrutto o contribuito a bruciare centinaia di miliardi. Ma nessuno è in prigione. Cause, richieste di danni e processi sono però solo all'inizio e alla fine il conto qualcuno lo dovrà pagare

LA BANCA DELL'ORO

La prossima udienza per la bancarotta di Banca Etruria al tribunale di Arezzo è fissata per il 12 ottobre 2017 e sarà interamente dedicata alle parti civili. Il processo vede tra gli imputati gli ex presidenti Giuseppe Fornasari e Lorenzo Rosi e i nomi di ex componenti dei cda sotto inchiesta, di cui non faceva parte Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro Maria Elena. Il procuratore della Repubblica di Arezzo Roberto Rossi contesta loro finanziamenti facili, mai rientrati, che avrebbero portato a bilanci fallimentari provocando il crack della banca.

Ma tra le tre banche oggi finite dentro Ubi c'è anche Banca Marche. Sotto la direzione dell'ex ad Massimo Bianconi l'istituto faceva credito a tutti, soprattutto agli amici. Il consiglio approvava fino a 83 pratiche di affido in meno di cinque minuti netti (è successo davvero, il 23 luglio del 2008). Secondo gli avvocati dello studio Bonelli Erede, quello di Banca Marche è il più grave scandalo bancario dai tempi del crac Sindona. Tra i tanti primati, Bianconi detiene anche quello di essersi fatto pagare la buonuscita due volte, facendosi licenziare e assumere lo stesso giorno poco prima che Bankitalia vietasse i «paracaduti d'oro» per i banchieri.

A NORDEST

Quando non fa spese con la moglie nel quadrilatero milanese, Gianni Zonin può restarsene al fresco della villa in provincia di Udine, a Ca' Vescovo, a due passi dalla laguna di Grado e dal campanile romanico di Aquileia. Una tenuta trasformata in fortezza, con siepi alte tre metri, telecamere, vetri anti sfondamento. Dal 20 gennaio 2016 aziende e vigne della Zonin 1821 appartengono ai tre figli. Nove tenute in Italia, per 2mila ettari coltivati a vite, una in Virginia, negli Usa. Tutto intestato agli eredi con un passaggio generazionale che sicuramente era stato già previsto in tempi non sospetti, ma di certo ha messo al riparo il patrimonio di famiglia dalle tempeste giudiziarie.

Zonin è infatti indagato a Vicenza per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. La stessa banca ha chiesto a lui e ad altri 31 ex dirigenti di risarcire 2,3 miliardi. Ed è stato multato dalla Consob (370mila euro) per illeciti nella vendita di azioni alla clientela. Ma finora l'inchiesta della procura di Vicenza ha procurato al Doge vicentino solo la «seccatura» di un interrogatorio di 5 ore in due anni.

Per il suo «vicino» Vincenzo Consoli, ex ad di Veneto Banca, la richiesta di rinvio a giudizio è arrivata a poche ore dal via libera italiano ed europeo al passaggio delle banche venete a Intesa. A muoversi è stata la procura di Roma, che ha chiesto il processo anche per l'ex presidente Flavio Trinca e altri nove tra amministratori e manager: le ipotesi sono presunte irregolarità nella gestione dell'istituto tra il 2012 ed il 2014 e ostacolo all'esercizio delle funzioni dell'autorità pubbliche di vigilanza. Consoli si è chiuso in un rigoroso silenzio per due anni poi, lo scorso 3 giugno, ha rilasciato una lunghissima intervista con la sua verità al Gazzettino:

«Il dispiacere e il dolore sono per me immensi, verso tutti i soci che hanno perso soldi. Si deve sapere che tra i soci che hanno perso i soldi c'è anche la mia famiglia, c'è mia sorella che faceva l'operaia e aveva investito in banca tutti i suoi risparmi e non li ha più, ci sono i miei figli», ha detto Consoli. Il suo jet Bombardier Learjet 60XR, acquistato nel 2012 da Veneto Banca per assicurare rapidità, comfort e prestigio agli spostamenti dell'allora consigliere delegato, se ne è volato via da Montebelluna lo scorso 23 dicembre per 4,3 milioni di dollari.

SOTTO LA LANTERNA

«Mi aspettavo l'ergastolo. Ci mancava solo mi sparassero». Lo scorso 22 febbraio non ha rinunciato al suo sarcasmo l'ex presidente di Carige, Giovanni Berneschi, nemmeno con una condanna a 8 anni e 2 mesi di reclusione per la maxitruffa al ramo assicurativo dell'istituto bancario sulle spalle. Eppure per lui è stata uno choc, quella sentenza, anche perche' il pubblico ministero Silvio Franz aveva chiesto 6 anni di reclusione. C'è chi dice che l'ex presidente, uomo libero fino alla pronuncia della Cassazione, se ne stia chiuso nel suo attico genovese e chi invece propende per un ritiro nella sua amata campagna spezzina. Ha una ricca pensione (200 mila euro solo di Inps, più il fondo integrativo della banca) e conta sull'appello, anche perché non è tipo da golf o bridge.

L'AFFAIRE ITALEASE

Il 20 maggio 2015 è stato ribaltato il verdetto per gli ex vertici di Banca Italease, tra cui l'ex ad Massimo Faenza (che comunque in carcere è rimasto per sette mesi, imputati a Milano per false comunicazioni sociali in relazione ad un bilancio del 2008. Condannati in primo grado, sono stati assolti in appello dai giudici che hanno anche prosciolto l'istituto di leasing, che rispondeva in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, e hanno revocato la confisca da oltre 58 milioni che era stata disposta dal Tribunale più di tre anni fa. Il processo - uno dei tanti filoni dell'inchiesta su Italease che aveva portato, tra l'altro, al patteggiamento a 4 anni per truffa e altri reati per Faenza - vedeva al centro l'accusa di false comunicazioni sociali.

Il 27 febbraio del 2014, il Tribunale, oltre a condannare i cinque imputati ad un anno, aveva disposto anche la confisca di 58,9 milioni a carico di Banca Italease, poi finita nel gruppo Banco Popolare. Confisca che poi è stata revocata. Che fine ha fatto, invece, l'ex presidente della Bpm, Massimo Ponzellini? Con l'allora sua braccio destro Antonio Cannalire e altre 12 persone è imputato per la vicenda dei presunti finanziamenti illeciti concessi dall'istituto (oggi fuso con il Banco Popolare) tra il 2009 e il 2010. La gran parte dei reati contestati, tra infedeltà patrimoniale e corruzione privata, cadrà in prescrizione entro il 2017, mentre l'associazione per delinquere a metà del 2018. Si ritorna in aula il 10 luglio.

Turismo parlamentare a quota 502. Quattro anni di cambi di casacca

lastampa.it
fabio martini

Un terzo di deputati e senatori è passato da un partito a un altro almeno una volta. Il politologo Pasquino: “La legge elettorale ha trasformato gli onorevoli in nominati”

Oramai i “nostri” sono diventati specialisti inimitabili. Unici al mondo. Già da qualche anno i parlamentari italiani stavano scalando le classifiche internazionali del trasformismo, ma l’ultimo dato - reso noto da Openpolis - fissa un dato strabiliante. Inarrivabile.

Dall’inizio della legislatura - era la primavera del 2013 - sino ad oggi i cambi di gruppo sono stati 502, circa 10 al mese: un valzer che ha coinvolto sino ad oggi 324 parlamentari, il 34% del totale. Un “turismo parlamentare” senza eguali nel mondo occidentale e che non trova riscontri nella storia italiana, sia nella stagione che diede il via al trasformismo nell’Ottocento, ma neppure durante la vituperata Prima Repubblica: in quell’epoca la transumanza da un gruppo parlamentare all’altro era un fenomeno pressoché sconosciuto. Fino a quando, nel 1994 curiosamente col sistema maggioritario, i numeri via via si sono ingrossati e nel corso di questa legislatura il “turismo parlamentare” è diventato fenomeno di massa: a memoria d’uomo mai era capitato in una democrazia matura che un parlamentare su tre cambiasse casacca.

La fine dei partiti
Un fenomeno che sembra fatto apposta per essere oggetto di una generica indignazione contro i parlamentari “sporchi e cattivi” di questa ultima generazione. Ma il boom della transumanza parlamentare ha molte cause. Tanto per cominciare i partiti non sono più quelli di una volta. Oramai ci mettono poco a sfarinarsi. Le forze politiche entrate in Parlamento ad inizio legislatura hanno subito diverse scomposizioni nell’arco di 4 anni. Il Pdl si è diviso tra la berlusconiana Forza Italia e l’alfaniana Alternativa popolare, i parlamentari di Scelta civica di Monti si sono sparpagliati, dando vita ad una frammentata diaspora e un processo simile ha coinvolto Sel di Vendola, Sinistra Italiana, Possibile di Pippo Civati.

Continue secessioni hanno investito anche il Pd (con la nascita di Mdp) e Cinque Stelle e soltanto Lega nord e Fratelli d’Italia hanno mantenuto la loro conformazione originale. Come documenta Openpolis, escludendo il Gruppo Misto, alla Camera solamente 4 gruppi su 11 sono diretta emanazione di quanto uscito dalle elezioni Politiche del 2013: Pd, M5s, Lega e Fratelli d’Italia. Risultato finale: nella legislatura dei governi Letta, Renzi e Gentiloni, i “trasmigranti” sono quasi raddoppiati rispetto alla precedente.



A caccia di nuovi padroni
Ma l’autentico moltiplicatore del “turismo parlamentare” è un altro. Spiega il professor Gianfranco Pasquino, uno dei maestri della Scienza politica italiana: «Per effetto di una legge elettorale che ha portato in Parlamento i nominati, i parlamentari non rappresentano più nessuno. Nè gli elettori del collegio, nè quelli che li sceglievano con le preferenze. Nessuno sa chi siano ma non sappiamo neppure chi siano i loro elettori. Parlamentari svincolati da qualsiasi mandato e dunque il loro movimento è in gran parte determinato dal calcolo: chi mi rinominerà? Un “movimento” che incide anche sul processo legislativo: quando i parlamentari si spostano, votano come vuole il loro nuovo “padrone” e anche per questo preferiscono il voto palese. In questo trasformismo non c’è nulla di folcloristico. Solo calcoli, previsioni, aspettative. Per i nominati la parola giusta, ahimé, è schiavi».

Meno democrazia
Un’altra ragione del boom del trasformismo parlamentare la spiega un osservatore privilegiato come Pino Pisicchio, presidente del Gruppo misto della Camera, eletto deputato per la prima volta nel 1987: «Il fenomeno è scoppiato con i partiti personali e con l’annullamento totale delle garanzie della democrazia interna: se il leader, che ha in mano la selezione delle nomine parlamentari, fa strame delle regole democratiche, che strumenti ha l’opposizione interna per contrastarlo e far valere le sue ragioni? Nessuno. E infatti l’unica via resta quella della scissione, della secessione, dell’uscita laterale».

I casi limite
Il boom delle trasmigrazioni ha determinato fenomeni originalissimi. Come il continuo cambio dei nomi dei gruppi parlamentari. Gli “Alfaniani” sono usciti dal Popolo delle libertà il 18 novembre 2013 e decisero di chiamarsi “Nuovo centrodestra“. Una definizione presto invecchiata per un partito che ha continuato a far parte di governi a guida Pd, e infatti nel dicembre del 2014 l’Ncd è diventato “Area popolare (Ncd-Udc)”. Ma a dicembre del 2016 si slitta su “Area popolare-Ncd-Centristi per l’Italia”, mentre a febbraio del 2017 si passa a “Area popolare-Ncd-Centristi per l’Europa” e nel marzo dello stesso anno si approda ad “Alternativa popolare-Centristi per l’Europa-Ncd”.

Infinite scomposizioni hanno preso corpo al Senato. Esemplare il caso del gruppo Grandi autonomie e libertà che per dare spazio alle sue tante componenti ha cambiato denominazione 14 volte. Ma una volta superato ogni record, fra qualche mese potrebbe maturare la novità: su iniziativa di Pisicchio, la presidente della Camera ha convocato la Giunta del Regolamento e in autunno potrebbe essere approvata una riforma dei regolamenti parlamentari, con tanto di disincentivi per le transumanze “facili”. 

I sessant’anni dell’auto-icona. La 500 conquista il MoMa

lastampa.it
piero bianco

Esposta a New York nella collezione permanente come simbolo del made in Italy e di uno stile di vita. Una rivincita sul passato



La prima volta entrò dalla porta di servizio, accolta negli States da sorrisetti scettici. Quello strano minuscolo giocattolo con fanaloni sproporzionati, inguardabili rostri sui paraurti e un motorino a due cilindri che vibrava come un frullatore, tentava l’improbabile avventura in Usa. Siamo nel dicembre 1957, Fiat ha adeguato alle normative d’oltre oceano la sua utilitaria appena lanciata in Italia battezzandola “500 America”, ma gli americani ridono e la chiamano nice frog, per loro è soltanto un “bel ranocchio”. In quel pianeta di truck, di carrozzerie pinnate e di esagerate limousine, la 500 pare un corpo estraneo. L’esportazione via mare con la motonave Italterra dura appena un paio d’anni. Poche centinaia di unità senza gloria, poi la piccolina made in Turin si ritira sconfitta. 

L’happy end, sessant’anni dopo, ha il sapore dolce di una trionfale rivincita: oggi, come regalo di compleanno, la Fiat 500 entra dalla porta principale nel salotto buono di New York, esposta nella collezione permanente del MoMa come solo i capolavori immortali. Simbolo indelebile dello stile italiano nel mondo e testimone di un’epoca. «La 500 non si è mai limitata a essere un’automobile - osserva Olivier François, capo globale di Fiat - è entrata nell’immaginario collettivo diventando una vera icona. L’acquisizione da parte del MoMa è un tributo al suo valore artistico e culturale». «Ha cambiato per sempre il modo di disegnare e produrre auto in Italia» aggiunge Martino Stierli, Philip Johnson Chief Curator of Architecture and Design del MoMa. Un tributo (postumo) alla leggenda. 

Il Museo d’Arte Moderna newyorchese ospita già vetture iconiche, su tutte la Cisitalia 220, emblema assoluto di aerodinamica e purezza del design, che fu la prima nel 1951 e venne definita da Arthur Drexler “scultura in movimento”. Altre auto hanno vissuto fugaci passerelle. La 500 (una serie F color beige del 1965, già con porte controvento) avrà invece un posto d’onore accanto alla Notte Stellata di Van Gogh, ai capolavori di Picasso, Dalì e Monet, alle frenetiche produzioni di Andy Warhol. 

La grande forza dell’utilitaria-icona fortemente voluta da Vittorio Valletta e firmata da Dante Giacosa, è stata sempre saper dettare le tendenze. Prodotta dal 1957 al 1975 in diverse serie e anche con carrozzeria giardinetta, in oltre 4,2 milioni di esemplari (negli stabilimenti di Mirafiori, Autobianchi di Desio e Termini Imerese), quando uscì il 4 luglio 1957 costava 465 mila lire, 13 mesi di stipendio di un operaio. La Nuova 500 (quel Nuova la differenziava dalla 500 Topolino) era spartana e minimalista, con due posti e una panchetta dietro. Il motore bicilindrico erogava 13 cavalli, le portiere erano incernierate posteriormente, il cambio aveva 4 marce non sincronizzate (si doveva fare la “doppietta”).

Già a novembre del 1957, vista l’accoglienza tiepida dei clienti che preferivano la 600, arrivò la versione Normale, con 15 Cv, 4 posti e un abitacolo più confortevole. L’evoluzione della specie proseguì fino alle varianti finali Lusso e R. Ma il vero miracolo, la 500 l’ha compiuto con la nuova generazione, reinventandosi totalmente nel 2007. Con una geniale metamorfosi: l’utilitaria del boom e della motorizzazione di massa è diventata simbolo glamour dei tempi moderni. Rinata a furor di popolo sull’onda del consenso che al Salone di Ginevra 2004 riportò la concept car Trepiùno (uno dei tanti capolavori del team di Roberto Giolito), è diventata un successo invidiato sui mercati di tutto il mondo, la vera bandiera globale della Fiat: basta osservare quante ne circolano a Londra, Parigi e Berlino per inquadrare il fenomeno. 

Figlia dell’heritage, la 500 è così diventata anche un’icona del presente. In soli dieci anni ne sono stati venduti oltre 2 milioni di esemplari, l’80% fuori dall’Italia. Ha fatto incetta di premi (tra cui il Car of The Year), ha sollecitato partner prestigiosi per la declinazione di serie speciali (Diesel, Gucci, Riva). E oggi, per i sessant’anni del modello, Fiat lancia la 500 Anniversario, nuova serie speciale ispirata agli anni della Dolce Vita, con esclusivi colori Verde Riviera e Arancio Sicilia, le cromature e i cerchi pieni da 16’’ dal design vintage. Con carrozzeria berlina o cabrio, la 500 Anniversario unisce lo stile ispirato al passato a tecnologie che guardano al futuro come il Pack Uconnect Link plus e la predisposizione ad Apple Car Play e Android Auto. 

"Ombrelline" per i politici in Abruzzo: esplode la polemica web

ilgiornale.it
Lucio Di Marzo - Lun, 03/07/2017 - 10:52

Sei donne a coprire con ombrelli i relatori. Aspre critiche. La Regione: "Si esagera"



Si è chiuso tra le polemiche il laboratorio di idee Fonderia Abruzzo, dopo che sui social network ha iniziato a essere condivisa un'immagine che mostra un ministro del governo e leader regionali sul palco, con sei donne a ripararli da sole e pioggia.


Il ministro alla Coesione territoriale Claudio De Vincenti e il governatore della Regione, Luciano D’Alfonso, tra quanti si facevano aiutare da quelle che in molti sul web hanno descritto come "ombrelline" o "parasole", lanciando un'aspra polemica sulla parità di genere
"È molto tempo che qui nella nostra Regione le cose vanno un po' così - ha scritto su Facebook Alexandra Coppola, dirigente locale del Partito Democratico -, tutto passa quasi inosservato. Tutto va bene e nessuno ha nulla da obiettare".

"Nella mia militanza ho fatto di tutto - aggiunge la Coppola -, attaccato manifesti, preparato sale che avrebbero ospitato ospiti importanti, ecc. ma mai nessuno mi ha chiesto di riparare dal sole compagni di partito. Queste immagini sono raccapriccianti. Mi fanno male vederle e mi fa male pensare che nel mio partito nessuna donna dirà nulla".

Critiche importanti, che tuttavia il governatore, attraverso il portavoce Fabrizio Santamaita, descrive come "una boutade estiva giustificabile solo da una domenica senza la possibilità di andare in spiaggia". "È stato necessario l’improvviso utilizzo di ombrelli per riparare i relatori dalla pioggia (al mattino) e dal sole (nel pomeriggio) - aggiunge - poiché il palco era scoperto. Non appena si è verificata l’emergenza, alcuni volontari dotati di ombrello si sono attivati autonomamente".

Un caso che i volontari fossero tutte donne, sostiene il portavoce della Regione, che nega possibili questioni legate al genere. Ma sui social intanto è scontro. E se qualcuno sostiene si stiano esagerando i toni della discussione, altri non cedono: "Una vergogna".

L’orrido Paese di Fantozzi

lastampa.it
mattia feltri

Non bisogna lasciarsi abbindolare: era tutto bello perché era tutto uno schifo. Non c’era via di scampo, non c’erano gli innocenti, non c’erano vittime ma soltanto persecutori che si contendevano il ruolo. Il ragionier Fonelli, che in gioventù era stato uno scadente quattrocentista, cercava di organizzare le olimpiadi aziendali, ma i colleghi della megaditta erano interessati soltanto al «lancio dello stronzo», cioè del medesimo Fonelli che finiva spianato sul marmo dell’atrio. Poi, raccontava la voce fuori campo del ragionier Ugo Fantozzi, attraverso spiate, ricatti, adesioni alla mafia, alla camorra, alla P2, e a quattro abbonamenti a vita a Famiglia Cristiana, Fonelli era improvvisamente salito a megadirettore naturale, aveva assunto il nome di Cobram II e finalmente indetto le gare d’atletica leggera; e tutti si erano untuosamente iscritti.

Poi, è vero, in ogni film Fantozzi aveva uno scatto d’orgoglio, entra nella stanza all’Olimpo del diciottesimo piano dove i bambini sono accolti uno per volta in occasione del Natale da megadirettori naturali e laterali, che si scambiano regali faraonici, panettoni d’oro massiccio a ventiquattro carati con zaffiri e ametiste al posto dei canditi e brindano con champagne riserva 1612; ed entra mentre la bruttissima figlia Mariangela - la bambina, la babbuina - è arrampicata sull’attaccapanni intanto che i blasonati le tirano noccioline.Tragico silenzio di colpa. «Comunque a tutti loro i miei più servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo». La frase è cortigianesca, ma il tono no, è grave.

Nessuno dice nulla. Viene da esplodere in un urlo esultante e liberatorio, e però Fantozzi è il padre che subisce conati di vomito ogni volta che guarda la piccola, al circo la scambia con uno scimpanzé, non si salva niente, nemmeno l’idea che ogni scarrafone sia bello agli occhi dei genitori. Ed è davvero meraviglioso perché non c’è astio né rancore, c’è un pessimismo lucido e cinico, irreparabile, non c’è tesi e antitesi, i padroni sono padroni, sulle porte degli uffici hanno targhe con scritto Gran. Figl. di Putt. Lup. Mann., quelli con predisposizioni progressiste vogliono gli impiegati a tavola con loro e li chiamano «cari inferiori», ma i rivoluzionari sono come il dottor Riccardelli che, non avendo potere sulla vita lavorativa della massa impiegatizia, infieriscono sul tempo libero: la sera di Inghilterra-Italia, prima leggendaria vittoria a Wembley, (Fantozzi celebra con frittatona di cipolle e Peroni familiare gelata) sono tutti convocati a vedere un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco, tocca andare per non passare da reazionari borghesi. 

Diventerà la sera della Corazzata Potëmkin («una cagata pazzesca») e Riccardelli sarà sequestrato e obbligato ad assistere a Giovannona coscia lunga inginocchiato sui ceci. Oppure sono come il mitico Folagra, esiste davvero, sta in un sottoscala della megaditta e parla di formazioni di gruppi spontanei, di collettivi urbani, di cogestione proliferante. Falci in pugno e bla bla bla compagno.

Poi ieri qualcuno celebrava l’epopea del dipendente col posto fisso, l’articolo 18 e niente Jobs Act, ma Fantozzi e i suoi colleghi sono assenteisti, furbetti del cartellino, giocano a battaglia navale, vanno a prendere il sole sul tetto, Paolo Villaggio, iperbolico e impietoso, dirà che «l’unico sistema vero sarebbe quello di stanarli puntando sulle spie, i delatori che si annidano in tutti gli uffici d’Italia. Assoldare le carogne, insomma. Dopodiché, per i fannulloni, che rubano lo stipendio per non far nulla, arriva la punizione. Bastonarli, anzi no, meglio frustarli. La soluzione, infatti, non è farli andare fisicamente a lavorare perché pure se ci vanno, non fanno nulla.

La loro esperienza fannullona è invincibile». Sono opportunisti, leccapiedi, ammazzerebbero il vicino di scrivania per uno scatto di stipendio, hanno meschine tendenze fedifraghe, quelli che ce la fanno, come il Fonelli citato all’inizio, sono immemori della vecchia condizione di sfruttati e si tramutano in sfruttatori sempre più implacabili. Capitalisti, ecclesiastici, rivoluzionari, popolo, ognuno pronto a sgraffignare quel che può, a esercitare senz’anima il potere concesso, poco o tanto, per il momento affiancati da un’abissale ignoranza, profeticamente avvinghiati a congiuntivi oggi così rampanti, «dichi», «facci», «batti lei». È questa l’Italia di Fantozzi, una globale e castale associazione per delinquere. Saperlo, e riderci sopra, è il primo atto di ottimismo. 

Niente mano sul cuore e guai a stonare: Pechino fa arrestare chi sbaglia l'inno

larepubblica.it
ANGELO AQUARO

Via alle nuove regole. Fino a 15 giorni di carcere anche per chi lo intona ai funerali e negli spot

Niente mano sul cuore e guai a stonare: Pechino fa arrestare chi sbaglia l'inno

PECHINO - "Qi lai!", cioè "alzatevi, o voi che non volete essere schiavi!". Tenete, però, le mani a posto: altrimenti, se non proprio schiavi, finirete comunque prigionieri, visto che quindici giorni di cella per vilipendio all'inno nazionale non ve li toglierà nessuno. C'è poco da scherzare in Cina su tante cose: non si scherza col fuoco delle critiche al partito unico, non si scherza se chiedi conto dei diritti umani, non si scherza se ti permetti di tirare in ballo la questione del Tibet e non si scherza, manco a dirlo, a riesumare gli scheletri di Tiananmen.

Presto, però, non si potrà neppure più scherzare su quella marcetta che ai tempi anche da noi riscosse una certa fortuna: quando, come canta Giorgio Gaber, "qualcuno era comunista perché 'Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-Tung!'".

Sì, oggi Mao lo scriviamo Zedong perché Pechino ha modernizzato la trascrizione latina dei suoi caratteri. Peccato che certe vecchie abitudini non solo resistano ma stiano anzi tornando di moda: per ordine, guarda caso, proprio del nuovo Mao, il potentissimo presidente Xi Jinping che al suo popolo ha indicato, sì, un nuovo "China Dream" come recita il suo slogan - ma sempre, e anzi ancora più, di rosso vestito. La Marcia dei volontari, conosciuta anche come Qi lai, l'inno composto del 1935 da Ni Er su testo di Tian Han - il drammaturgo poi morto lui stesso nelle prigioni di Mao - sta per essere dunque protetta da una legge allo studio del comitato centrale del congresso nazionale del popolo.

Gli articoli? Pochi ma duri, e concepiti per fortificare "il rispetto e la protezione di questo simbolo nazionale". E quindi: niente più inno ai funerali, non sta bene, neppure se la richiesta è stata romanticamente avanzata dallo stesso compagno morituro. E niente più inno usato per spot: perché la pubblicità sarà anche l'anima del commercio, e i consumi formeranno anche il 67% del Pil cinese - che si sta modernizzando pure quello, non più spinto solo dalla spesa di stato - e però no, nel Carosello l'inno proprio non si può. Non è finita. Non tollerati naturalmente i cambi di testo con i giochi di parole, e questo in fondo in fondo si potrebbe capire: ma perché mai sarebbe invece vietato perfino cantare "Qi lai!" portandosi, come si fa con gli inni in tutto il mondo, la mano sul cuore?

Ma che domanda: proprio perché così si fa tutto il mondo - a cominciare dagli Stati Uniti d'America.
L'ultima iniziativa porta la firma del compagno Chen Guoling, che al Beijing News ha spiegato che la mano sul petto è sì un modo di portare rispetto, ma purtroppo made in Usa, e importato ahiloro dagli atleti esposti di default al contatto con il resto delle nazioni. Il deputato, che per le offese all'inno deve avere sviluppato un orecchio particolare, su questo proprio non ci sente, e per assicurarsi che la mano dal petto non scivoli pericolosamente altrove, vorrebbe specificare per legge che "i cittadini non devono esibirsi in nessun tipo di postura: incluse quelle straniere, religiose o personali" - definizione, quest'ultima, così vaga, che rischia di sbattere per due settimane in galera anche chi si porta la mano alla bocca per arginare un irrispettoso starnuto.

Ma c'è poco da sorridere. La stretta sull'inno è solo l'ennesima imposta dal nuovo corso, che sa tanto di vecchio, di "Xi il Grande", che all'estero parla di globalizzazione e in casa di ri-marxizzazione. Prima è arrivato l'invito, diciamo così, a rafforzare l'ideologia comunista, anche "copiando a mano la Costituzione ", come se fossimo tornati alle elementari della ideologia. Poi ecco la reintroduzione, nelle situazioni ufficiali, dell'obbligo dell'uso di "compagni": titolo che aveva perso ormai fascino guadagnando, al contrario, il significato di "gay" nello slang dei più giovani. Forse anche per questo è arrivato, di rimando, l'invito agli 80 milioni di iscritti al partito di preferire, il giorno del fatidico sì, una compagna o un compagno letteralmente intesi: cioè, con la tessera. E perfino agli stranieri che scelgono

la Cina per studiare è imposto, da quest'anno, l'obbligo della storia e dell'ideologia del partito. Come dire: Qi Lai!, alzatevi, o voi che non volete essere schiavi. Tenete, però, le mani a posto: altrimenti, se non proprio in galera, vi risbattiamo a casa vostra.