mercoledì 21 giugno 2017

Un satellite cinese ha inviato il primo messaggio a prova di hacker

lastapa.it
marco tonelli

L’entanglement quantistico è un fenomeno che caratterizza due particelle in grado, a distanza, di mantenere le stesse proprietà. Applicato alle comunicazioni, il processo permetterebbe di inviare dati in modo che sia impossibile intercettarli



Secondo la meccanica quantistica, l’entanglement (groviglio) è un fenomeno che caratterizza due particelle in grado, a distanza, di mantenere e trasferire le stesse proprietà. Se applicato al mondo delle comunicazioni, il processo permetterebbe di inviare messaggi sicuri proprio perché l’informazione viene trasmessa direttamente da una particella all’altra. Infatti, sfruttando questo processo, il satellite cinese Micius ha inviato a tre stazioni in Cina, il primo messaggio a prova di hacker. L’esperimento è stato realizzato da un team di fisici diretto dal professor Jian-Wei Pan ed è stato reso noto in un articolo scientifico pubblicato, qualche giorno fa, sulla rivista Science.

I mezzi di comunicazione esistenti inviano miliardi di fotoni (particelle elettromagnetiche) e per questo motivo è possibile intercettare i messaggi. Ma con una sola coppia di fotoni alla volta - come nel caso della comunicazione quantistica - è impossibile farlo, in quanto la trasmissione verrebbe semplicemente interrotta. In poche parole, si tratta di un procedimento che potrebbe rendere inutile ogni tipo di sicurezza informatica. E le applicazioni sarebbero infinite: dalla difesa al mondo della finanza.

A quasi un anno di distanza dal lancio del satellite, il progetto QUESS (Quantum Experiments of Space Scale), ha ottenuto così, il primo risultato e segna un passo avanti in questo campo. Sono anni infatti, che la Cina sta lavorando a una rete quantistica di comunicazione tra Pechino e Shanghai. 2mila chilometri per un progetto da 100 milioni di dollari. Un settore di ricerca, che sta beneficiando di numerosi investimenti anche da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Quest’ultima, ad esempio, nel 2016 aveva messo in campo un miliardo di euro per poter sperimentare e sviluppare le possibili applicazioni delle reti quantistiche.

Giornalisti e avvocati anticorruzione del Messico attaccati da spyware governativi

lastampa.it
carola frediani

Una decina tra i più noti reporter e attivisti dei diritti umani sono stati presi di mira con un software spia venduto ai governi, denunciano due report. Inclusi i loro famigliari



Alcuni dei più noti giornalisti d’inchiesta messicani e i loro famigliari sono stati presi di mira con spyware, software spia, in grado di monitorare i loro telefoni. Insieme ai reporter, anche attivisti dei diritti umani e avvocati che si sono occupati della scomparsa e uccisione dei 43 studenti di Ayotzinapa (vicenda nota come il massacro di Iguala). In tutto almeno 11 persone - in gran parte giornalisti, incluso il figlio minorenne di una delle vittime - sono state bombardate da 76 messaggi Sms che tentavano di infettarle con uno spyware prodotto da un’azienda di origine israeliana attualmente controllata da un fondo di private equity statunitense.

Il software malevolo sarebbe stato venduto a varie agenzie governative messicane, ufficialmente con lo scopo di indagare su criminalità e terrorismo. Sebbene non sia certo la prima volta in cui viene individuato e denunciato l’abuso di questo genere di strumenti da parte di numerosi Stati, in questo caso siamo di fronte “all’esempio più plateale e inquietante mai incontrato”, per dirla con le parole di Ron Deibart, direttore del Citizen Lab, laboratorio dell’università di Toronto che da anni pubblica report sull’impiego di malware governativi contro attivisti e dissidenti, e che ha condotto l’indagine relativa al caso messicano, insieme alle associazioni R3d, Social Tic e Article 19 (che hanno pubblicato a loro volta un rapporto in spagnolo).

Le due indagini
I due report spiegano infatti come gli Sms ritrovati sui cellulari delle 11 vittime contenessero dei link collegati all’infrastruttura usata dall’azienda NSO Group per condurre attacchi contro i target sfruttando una vulnerabilità dei loro telefoni Android e iPhone. A quel punto le vittime venivano infettate con uno spyware, un software malevolo (denominato Pegasus) in grado di intercettare comunicazioni, email, chat, attivare la videocamera e il microfono, tracciare gli spostamenti.

Ma perché l’invio di Sms (e non ad esempio di email)? “Da quel che sappiamo, gli spyware di NSO Group infettano solo telefonini”, commenta a La Stampa Bill Marczack, uno degli autori del report di Citizen Lab. “E quindi se il link è inviato via Sms è più probabile che sia cliccato quando si sta usando il cellulare. Inoltre, i messaggi Sms sono l’ideale per gli attacchi, perché possono essere inviati in maniera tale da non contenere metadati che possano in qualche modo essere ricondotti agli attaccanti. Per esempio, puoi falsificare facilmente il mittente di un messaggio”.

La dinamica dell’attacco
Gli Sms erano confezionati e mirati per ingannare le vittime, spingendole a cliccare i link contenuti nei messaggi. In alcuni casi simulavano di essere notifiche relative alle bollette telefoniche o alla carta di credito; alert sulla scomparsa di bambini; messaggi dall’ambasciata americana del Paese che segnalava problemi con il visto; notizie di interesse; e perfino segnalazioni inviate apparentemente da conoscenti che avvisavano le vittime di possibili minacce sotto casa. Una volta cliccato sul link del messaggio, il telefono visitava un server che verificava il tipo di dispositivo utilizzato (se iPhone o Android) e poi inviava allo stesso un exploit, un codice di attacco che sfruttava una vulnerabilità del sistema operativo. Questi server sono stati mappati dai ricercatori e confrontati con precedenti attacchi ricondotti all’infrastruttura usata da NSO. La Stampa ha contattato NSO Group per un commento e aggiornerà l’articolo nel caso in cui riceva risposte.

Le vittime
Tra i giornalisti, la più colpita e la più nota è Carmen Aristegui, che nel 2014 aveva condotto una inchiesta su Angelica Rivera, moglie del presidente messicano Enrique Peña Nieto, e in particolare sui legami tra una sua lussuosa residenza privata e un contractor governativo (il cosiddetto scandalo della Casa Bianca, com’era stata ribattezzata la dimora in questione). Dal 2015 Aristegui - che è stata licenziata dalla testata per cui lavorava, ma ha continuato a pubblicare inchieste - ha ricevuto decine di messaggi infetti. Siccome però non ha mai cliccato sui link, a un certo punto la tattica è cambiata e dal 2016 è stato preso di mira il figlio minorenne, Emilio. E poi ancora di nuovo entrambi. Si tratta “della prima volta in cui veniamo a conoscenza di un minorenne usato come target di uno spyware governativo”, scrive il report di Citizen Lab.

Probabilmente l’obiettivo degli attaccanti era di ottenere informazioni sulla madre anche attraverso il dispositivo del figlio. E uno dei messaggi ricevuti dal ragazzo (che si trovava negli Stati Uniti) simulava di provenire dal governo americano. Altri giornalisti presi di mira lavorano o hanno lavorato insieme ad Aristegui, inclusi Rafael Cabrera e Sebastián Barragán. E poi ancora reporter che si occupano di corruzione come Salvador Camerena e Daniel Lizárraga, e il conduttore tv Carlos Loret de Mola. Quest’ultimo è stato attaccato mentre lavorava a una inchiesta su un massacro avvenuto nel 2015 in una fattoria nota come Rancho El Sol, dove era ventilato un coinvolgimento degli apparati di sicurezza messicani. Tra gli attivisti sono stati colpiti anche i rappresentati di un’associazione, Centro PRODH, che seguiva le famiglie delle vittime della strage di Iguala, la vicenda dei 43 studenti sequestrati e poi “spariti” nel nulla.

Il Messico e gli spyware
Il Messico è un avido compratore di software spia. Già nel 2015 era emerso come il Paese centroamericano fosse il principale cliente di Hacking Team, il produttore italiano di spyware governativi, prima ancora dell’Italia e del Marocco, rispettivamente in seconda e terza posizione. Il governo messicano e suoi 14 Stati avevano pagato almeno 6 milioni di dollari in spyware e servizi correlati, secondo i documenti emersi dopo l’attacco subito dalla stessa azienda milanese. Ma dal 2011 in poi a NSO Group le agenzie federali messicane avrebbero pagato qualcosa come 80 milioni di dollari, secondo alcuni contratti ottenuti dal New York Times.

Sempre secondo questi documenti, il malware dell’azienda israelo-americana costerebbe 500mila dollari solo di installazione, più 650mila per un pacchetto di dieci utenti iPhone. L’uso di Pegasus - il malware NSO - in Messico era già emerso in passato, quando lo stesso Citizen Lab aveva individuato una campagna di spyware indirizzata contro attivisti e ricercatori che avevano promosso una tassa sui soft drinks, le bevande zuccherate, per ridurre la diffusione dell’obesità. E l’aveva ricondotta al software e all’infrastruttura di quest’azienda. E poi era era stato individuato già un attacco contro il giornalista Rafael Cabrera.

Identikit di NSO Group
NSO Group è un’azienda nata in Israele (dove ha ancora sede, a Herzelia, Tel Aviv) che affonda le sue radici, come molte startup tecnologiche della zona, nell’Unità 8200, la divisione cyber delle forze armate israeliane. Vende spyware a governi, così come fanno altre aziende del settore, quali Hacking Team e FinFisher. Diciamo che nel campo trojan si posiziona nella fascia alta: i suoi malware e servizi sono più costosi, e promettono di riuscire a infettare facilmente da remoto anche gli iPhone.

Nel 2014 NSO è passata sotto il controllo del fondo americano di private equity Francisco Partners.
Nel 2016 si è trovata improvvisamente sui media dopo che un suo spyware era stato usato per colpire un noto attivista dei diritti umani degli Emirati Arabi Uniti, Ahmed Mansoor (qui la sua storia) Quell’attacco usava ben tre vulnerabilità zero-day e la sua scoperta (sempre da parte di Citizen Lab e la società Lookout) aveva innescato un aggiornamento di sicurezza di Apple. Ultimamente - riportano alcune testate - il fondo Francisco Partners starebbe cercando di vendere NSO. Nel 2014 aveva pagato 120 milioni di dollari per una quota maggioritaria nell’azienda.

Ora punterebbe a incassare dieci volte tanto, ovvero oltre un miliardo di dollari. Una cifra vista con scetticismo da alcuni osservatori. Anche se, come abbiamo visto col Messico, la domanda di strumenti di sorveglianza resta alta. E non solo per utilizzarli nei confronti di criminali e terroristi. Infatti in alcuni Stati, come scrive Deibert, “finiscono con l’essere utilizzati contro la società civile”.

Trovato un “tesoro” nazista nella stanza segreta di un collezionista a Buenos Aires

lastampa.it



Un busto di Hitler, un’aquila poggiata su una svastica, una clessidra con i simboli del Terzo Reich. È parte dell’inquietante ritrovamento - 75 oggetti di epoca nazista - effettuato in Argentina. Nella cittadina di Beccar, 24 chilometri a nord di Buenos Aires, è stato trovato un “tesoro” risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Secondo gli esperti si tratta di manufatti originali appartenuti a militari di alto rango della Germania nazista. La polizia ha trovato gli oggetti in una stanza segreta nella casa di un collezionista. Insospettiti da una grande libreria, gli agenti hanno scovato il magazzino nascosto. È stato anche ritrovato il negativo di una fotografia in cui Hitler regge la clessidra con la svastica sequestrata dalle forze dell’ordine.



Gli inquirenti adesso vogliono capire come gli oggetti siano arrivati in Argentina. L’ipotesi più probabile è che siano stati introdotti nel Paese sudamericano da un militare di alto rango in fuga dalla Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’Argentina e alcuni Stati confinanti, infatti, erano diventati il rifugio per molti militari nazisti dopo il 1945. Tra loro Josef Mengele, l’Angelo della morte che faceva esperimenti sul corpo dei prigionieri del campo di concentramento.



Dopo aver vissuto a Buenos Aires per un decennio, era stato scoperto da alcuni agenti del Mossad ed era fuggito in Paraguay. Poco tempo prima era stato arrestato in Argentina Adolf Eichmann, mente dell’Olocausto. Mengele è poi morto nel 1979 in Brasile.


AP


AP

Api, vespe, calabroni: come difendersi dalle punture degli insetti

lastampa.it
angela nanni

Che cosa mangiano, da cosa sono attratti e perchè a volte attaccano anche l’uomo i cosiddetti imenotteri



Gli imenotteri comprendono circa 1000 specie di insetti e fra di loro i più rilevanti da un punto di vista allergologico sono le api, le vespe (presenti soprattutto nel periodo della vendemmia) e i calabroni. Secondo le stime disponibili, nel corso dell’esistenza, almeno 9 italiani su 10 vengono punti da un ape, una vespa o un calabrone e fino all’8% sviluppa una reazione allergica, dal pomfo in sede di puntura, fino allo shock anafilattico e addirittura al decesso (non meno di 10 casi accertati ogni anno).

«Quando si viene punti e si è allergici al veleno degli imenotteri, i sintomi possono essere localizzati alla sede della puntura oppure estendersi al resto del corpo. Rossore e gonfiore circoscritti in una zona di circa 2-3 centimetri di diametro sono reazioni normali e regrediscono in poche ore, anche spontaneamente», chiarisce la professoressa Maria Beatrice Bilò, coordinatrice del Board scientifico della campagna d’informazione Punto nel Vivo e specialista in allergologia degli Ospedali Riuniti di Ancona.

Punto nel vivo: una campagna d’informazione
«Punto nel vivo» è una campagna di informazione, patrocinata da Feder Asma e Allergie Onlus - Federazione Italiana Pazienti che punta a informare sulle reazioni allergiche che possono seguire alle punture di imenotteri. Aderiscono alla campagna oltre 80 centri allergologici italiani specializzati nella diagnosi e terapia dell’allergia al veleno di imenotteri, una capillare rete al servizio del paziente distribuita su tutto il territorio nazionale.

Reazioni allergiche: come riconoscerle
«Quando il rossore e il gonfiore sono di grandezza superiore ai 10 centimetri possiamo essere di fronte a una lieve reazione allergica, che viene definita “reazione locale estesa” che in genere tende a ripetersi nel corso di punture successive- chiarisce ancora la professoressa Bilò - I sintomi più gravi, che compaiono generalmente entro mezz’ora dalla puntura, sono invece rappresentati da orticaria, prurito diffuso, vomito, mancanza del respiro, stordimento, perdita di coscienza (shock anafilattico). Se la persona che è stata punta manifesta per la prima volta questi sintomi, deve immediatamente chiamare il 118. Se invece l’allergia è nota, bisogna ricorrere subito all’adrenalina predosata e disponibile in siringa auto-iniettabile, che agisce rapidamente, limitando i sintomi. Anche in questo caso è pero opportuno chiamare il 118».

Ape
Le api sono sicuramente, fra gli imenotteri, i più conosciuti. A pungere, di solito, sono le api operaie poiché hanno anche il compito di difendere l’alveare da eventuali nemici. Sono proprio queste api ad essere dotate di pungiglione, una struttura che in condizioni di non pericolo, è accolta in una tasca addominale interna dell’insetto e che viene letteralmente tirata fuori, solo in caso di pericolo.
L’ape nel momento della puntura tira fuori il suo pungiglione che si ancora, tramite dei veri e propri piccoli uncini, al corpo umano. L’ape compie un grande sforzo per staccarsi dal substrato e nel farlo si priva del pungiglione e anche degli ultimi segmenti addominali che contengono le ghiandole velenifere, che restano quindi adese al pungiglione stesso. Questo fa si che anche dopo la puntura l’ape continui a rilasciare lentamente il suo veleno nella vittima.

«Se è rimasto il pungiglione dell’ape, un puntino nero al centro della parte colpita, bisogna rimuoverlo, per ridurre gli effetti della puntura. Si può fare con una limetta o una carta di credito con cui sollevare piano il pungiglione», precisa ancora la professoressa Bilò. Al momento della puntura, inoltre, l’ape rilascia nell’aria una sostanza chimica chiamata isopentil acetato, un feromone che ha lo scopo di allertare altre api operaie del possibile pericolo. Ecco perché dopo la puntura è meglio allontanarsi dal luogo per evitare punture successive. Dopo la puntura l’ape muore, ma il suo sacrificio vale la salvezza dell’alveare.

Vespe
Le vespe non vivono solo in parchi e giardini, ma anche in spiaggia e montagna. Sono attirate dalle sostanze zuccherine e dall’immondizia. I vespai raggiungono il massimo della popolazione nei periodi autunnali e anche le vespe pungono solo per difesa. In primavera formano i loro nidi con pasta di legno rosicchiato, masticato e mescolato con la saliva. Spesso la volontà dell’uomo di rimuovere questi nidi, mette in allarme le vespe che per difendersi pungono. La rimozione dei vespai è gestita dalle ASL: in pratica è un servizio al pari della disinfestazione. A volte si specializzano in tale rimozione alcuni gruppi della Protezione Civile e si può invece richiedere l’intervento dei Vigili del fuoco nel caso in cui la presenza di tali nidi configuri una situazione di pericolo.
 
Calabroni
I calabroni si nutrono di insetti e linfa, per cui non sono affatto attratti dal cibo e pungono solo se provocati, altrimenti preferiscono volare via. Vivono di nei boschi, ma non disdegnano le zone di campagna e suburbane. Formano colonie annuali, nidificano in primavera e poi già in ottobre le loro “casette”, sono del tutto abbandonate. Preferiscono nidificare nelle cavità di alberi secolari, ma in mancanza si adattano agli spazi fra i muri, ai camini, ai granai o alle cassette nido per uccelli. Si può convivere pacificamente con i nidi di calabroni, l’importante è non attaccarli. Il calabrone tende a pungere più frequentemente la sera tardi e la sua puntura è molto dolorosa, riferita dalle persone come una “pugnalata”.

Immunoterapia: quale utilità
I pazienti che scoprono di essere allergici al veleno degli imenotteri non devono vivere nel terrore di essere punti come chiarisce ancora una volta la professoressa Bilò: «Tutti i pazienti che hanno manifestato reazioni gravi a seguito di una puntura di imenotteri possono beneficiare dell’immunoterapia specifica, impropriamente chiamata vaccino, che consente una protezione superiore al 90%. Questo significa ad esempio che un paziente allergico al veleno di Vespa che ha avuto uno shock anafilattico, facendo l’immunoterapia specifica, può essere ripunto senza problemi, con riduzione dello stress legato alla imprevedibilità dell’evento e netto miglioramento della qualità della vita». 

Chiavi di casa: come fare a non smarrirle

lastampa.it
daniela raspa

Dimenticare le chiavi di casa o dell’auto e non riuscire a trovarle è un classico, come non ricordare più dove abbiamo parcheggiato

chiavi di casa

DIMENTICARE LE CHIAVI DI CASA
A ciascuno di noi sarà certamente capitato di perdere tantissimo tempo a cercare le chiavi di casa o dell’auto. Convinti di averle lasciate, come sempre, nello svuotatasche o sulla consolle di fronte alla porta, dove però non le abbiamo più trovate. E allora eccoci a cercarle disperatamente, sforzandoci di fare un passo indietro con la memoria per ricordare quel momento. Un classico, come in fin dei conti anche le dimenticanze relative al parcheggio dell’automobile nei grandi centri commerciali…

PERCHE’ CAPITA DI DIMENTICARE LE CHIAVI DI CASA

Dimenticare le chiavi di casa, come l’esatto parcheggio dell’auto, sono dimenticanze comuni non necessariamente legate alla scarsa memoria. E nemmeno alla vita frenetica e alle frustrazioni quotidiani. Almeno non esclusivamente. In effetti le persone anziane sono quelle che tendono più spesso a dimenticare dove hanno lasciato le cose. Dunque questo farebbe pensare ad un problema legato essenzialmente al buon funzionamento della memoria. Ma più che di memoria, si dovrebbe parlare di carenza di attenzione. Il problema nasce infatti a monte: ovvero nel momento in cui abbiamo lasciato l’oggetto. Non si tratta quindi di concentrarci sul recupero del ricordo, ma sul suo immagazzinamento. Non riusciamo a ricordare dove avevamo messo le chiavi di casa, poiché non abbiamo mai registrato quell’informazione.

I PARERI DEGLI ESPERTI

A sostenere questa tesi è stato anche, di recente Ginny Smith, nell’ambito del Mastering Memory al Cheltenham Science Festival. Relatore del convegno e laureato di Cambridge, ha spiegato così la sua teria. “Studi recenti stanno ora suggerendo che le persone anziane non hanno più probabilità di perdere le loro chiavi di casa e altri elementi solo per via della scarsa memoria, ma anche a causa della mancanza di attenzione.” E così come gli anziani, anche i giovani hanno questo problema. Pensate a quante volte vi è capitato di mollare le chiavi sul tavolino con le buste della spesa ancora in mano, parlando al telefono.

COME NON DIMENTICARE LE CHIAVI CASA

Il trucco è, quindi, tutto alla base. Quando poggiamo le chiavi di casa o parcheggiamo la macchina, concentriamoci senza distrazioni su questo luogo. Prestiamo attenzione all’azione che stiamo facendo, fermandoci un minuto a pensare. Un buon metodo è associare il luogo ad un’immagine, o ancora meglio creare una rima o una filastrocca.

Fonte: Dailymail.co.uk

Siena, Rifondazione comunista denuncia CasaPound. "Aiutare solo gli italiani è razzismo"

ilgiornale.it
Marco Vassallo - Mar, 20/06/2017 - 13:18

Rifondazione comunista ha deciso di denunciare CasaPound perché le raccolte alimentari del partito di destra sono devolute prima agli italiani



In tempo di Ius soli tutto è valido. E così Rifondazione comunista decide di querelare CasaPound.
Penserete che il motivo sia legato a qualche ideologia del passato, del Ventennio magari, e invece no. La denuncia è scattata perché il partito di estrema destra aiuta "solo gli italiani". Per la sinistra quindi aiutare prima le famiglie italiane in difficoltà è pura discriminazione.

La denuncia

Non è uno scherzo, né tantomeno una bufala. È semplicemento l'ultimo capitolo dello scontro tra CasaPound e Rifondazione comunista a Siena. Il partito della falce e martello si è avvalso dell'avvocato Irene Gonnelli e ha presentato querela. "Abbiamo visto numerosi manifesti dove si legge di raccolte alimentari che vengono effettuate dall'associazione CasaPound - spiegano alcuni militanti di sinistra al Il Corriere di Siena, che riporta la notizia -. Ma negli stessi manifesti si legge che il cibo raccolto verrà poi donato solamente agli italiani". Ed ecco qui la brillanti idea di rivolgersi alla legge, per farsi giusitizia: "Ci siamo domandati se questo comportamento rispetti la legge e sia costituzionale - proseguono i comunisti -. (...) Questa per noi è discriminazione per questo motivo abbiamo presentato denuncia per quello che noi riteniamo essere un atteggiamento discriminatorio".

"Razzismo contro gli italiani"

Marzio Fucito, responsabile provinciale di CasaPound Siena, è allibito: "Spero sia una levata di scudi, un canto del cigno di un partito che in città non esiste di più - ha spiegato telefonicamente a ilGiornale.it -. "Questa mattina a Siena oltre venti persone mi hanno fermato per chiedermi se fosse tutto vero, e purtroppo lo è. Ciò che fa riflettere è che che alcuni di questi cittadini sono di sinistra e ammettono che questa mossa di Rifondazione è una pazzia".

CasaPound Siena è molto attiva nella zona, tanto da offrire un servizio di dopo scuola gratuito a ben 17 ragazzini. Inoltre sostiene con la distribuzione alimentare ben 33 persone. "Questa querela è partita solo perché il mio partito è presente e sostiene molte zone in cui prima era presente la sinistra e che ora ha lasciato per occuparsi di altro - prosegue Fucito -.

"Più che altro da questa denuncia denota come Rifondazione Comunista ormai sia distante anni luce dalle necessità del popolo italiano, perdendo consenso in quei quartieri e in quei ceti sociali che prima erano le loro roccaforti cioè periferie e ceti meno abbienti. Oggi vediamo che la credibilità che abbiamo assunto noi, è stata persa da loro creando il livore che gli ha portati a questa denuncia che ha il sapore di un vero e proprio autogoal". "Siamo arrivi al razzismo inverso. Ora aiutare prima gli italiani è un crimine": chiosa Fucito.

La memoria tradita

ilgiornale.it

Giannino Della Frattina - Mar, 20/06/2017 - 08:49



Che devastazione. Umana e dunque anche morale nelle lapidi abbandonate degli eroi della Grande Guerra nel Cimitero Monumentale di Milano (così come denuncia il Codacons).

«Museo a cielo aperto» si vanta il Comune, ma non per chi alla Patria ha donato la vita. E così le fotografie di chi «colpito in fronte da palla nemica moriva per la sua Italia» o di chi è «caduto eroicamente sulla contesa sponda» son lasciate alla corrosione del tempo. Così come le iscrizioni che ricordano i luoghi dove la meglio gioventù offrì il suo olocausto: Col di Lana, Monte Seruggio, San Michele sul Carso, Enego e l'Altopiano di Asiago. Terre bagnate dal sangue di chi non ebbe paura di morireand lascio madri, fidanzate, mogli e figli. Immaginando per loro un futuro migliore. Per questo fa orrore l'oltraggio del tempo, ma soprattutto quello dei politici che tradendo la memoria, svendono il dna di un popolo.

È vero che oggi un Piave che mormora «non passa lo straniero» non appartiene al loro immaginario, ma è forse arrivato il momento di riscoprire l'orgoglio di quei valori. Lo fecero i presidenti Cossiga e Ciampi quando costrinsero tutti a onorare Tricolore e Inno nazionale, forse è ora di rivendicare l'epica della Prima Guerra Mondiale sacrificata di fronte a quella della Resistenza della quale hanno bisogno perché è rimasta l'unico collante di una sinistra ormai decomposta.

Non sarà facile fino a quando sul palco del 2 giugno Grasso e Boldrini, seconda e terza carica dello Stato, non applaudiranno la Folgore. Ma prima o poi un moto di orgoglio forse prenderà anche noi italiani, magari guardano quei prati perfettamente tosati e le tombe lustre dei cimiteri di guerra inglesi o americani, disseminati sul suolo di questa nostra povera Italia.

Strage di Brescia, chiesta la conferma dell’ergastolo per Maggi e Tramonte

lastampa.it

La requisitoria del pg Viola in Cassazione: “Troppe reticenze e depistaggi”


Brescia, piazza della Loggia: il 28 maggio 1974 morirono 8 persone. Altre 102 rimasero
ferite

Il pg della Cassazione Alfredo Viola ha chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per Carlo Maria Maggi, leader di Ordine Nuovo, per la strage di Piazza della Loggia a Brescia nella quale il 28 maggio 1974 morirono 8 persone e 102 rimasero ferite.

Per il pg è da convalidare il verdetto dell’appello bis emesso il 27 luglio 2014 dai giudici di Milano. Il pg ha chiesto la conferma dell’ergastolo anche per Maurizio Tramonte, l’ex fonte Trifone dei servizi segreti. «Sono troppe le reticenze e i depistaggi che hanno percorso le indagini sulla strage di piazza La Loggia, come se la coltre di fumo sollevata dall’esplosione della bomba, la mattina del 28 maggio di 43 anni fa, non si fosse dispersa ma si fosse invece propagata sull’Italia intera», ha detto nella sua requisitoria Viola.

Che ha aggiunto: «Si tratta di un processo indiziario, complesso ma non impossibile: anche se non c’è la pistola fumante, è lo stesso possibile accertare le responsabilità, in questa vicenda ci sono voluti anni per rimuovere gli effetti di indagini errate, o volutamente errate».

Fiori vietati nei cimiteri e niente tuffi: ecco cosa si rischia nell’estate dei divieti all’italiana

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debora bizzi



Dopo le ordinanze della Raggi contro i barbari delle fontane romane e la guerra ai bivacchi del sindaco di Firenze, altre città italiane si sono fatte avanti proponendo numerosi divieti estivi. Ne abbiamo raccolti alcuni davvero particolari. Le amministrazioni di Supersano (Lecce), Giugliano (Napoli), Sarno (Salento), Casagiove (Caserta) e molte altre hanno vietato dal 1° di giugno, e per quattro mesi, i fiori freschi e le piante nei Cimiteri. Il motivo? Le temperature estive ne provocano una rapida decomposizione e, di conseguenza, effetti negativi sull’ambiente.

A Ravenna invece sono previste multe fino a 500 euro per i trasgressori dell’ordinanza che impone il divieto di fare il bagno dentro fiumi, canali e laghi ma sarà ovviamente consentito entrare in mare. Anche la spiaggia è oggetto di provvedimenti. Per esempio molte amministrazioni venete (come Chioggia e Jesolo) vietano l’acquisto di prodotti da venditori abusivi con multe fino a 500 euro per i trasgressori.

A Milano sono stati banditi i tuffi in Darsena, mentre a Prato – proprio come a Treviso – vengono puniti i ciclisti trasgressori che abbandonano le biciclette a ridosso delle vetrine e degli accessi ai locali. Ed ancora a Roma, l’amministrazione comunale vieta il consumo di cibo in spiaggia. Altre insidie si nascondono nei giardini e nelle aree verdi. Come a Porto Santo Stefano, in provincia di Grosseto, dove l’amministrazione comunale di Monte Argentario ha vietato il gioco del calcio e altre attività che possano creare disturbo, come l’utilizzo di biciclette, pattini e skateboard.

Infine l’annoso problema della musica ad alto volume. Ogni città fa storia a sé. Per esempio a San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, i locali possono suonare fino alle 22. Più “generosi” i siciliani di Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, i quali danno il permesso ai locali della zona di emissioni sonore fino all’1.30. I trasgressori rischiano multe salate. E non solo al mare.

Quei binari del treno di Lenin che rovesciarono la Storia

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domenico quirico

Domenico Quirico ha ripercorso le ultime tappe del viaggio che il leader russo grazie all’aiuto della Germania, fece nel 1917 per guidare la rivoluzione bolscevica


L’arrivo di Lenin alla «Stazione Finlandia» di San Pietroburgo il 13 aprile del 1917

Ah! il treno non è certo quello, quello su cui viaggiò Lenin nel 1917. Adesso il convoglio che fa servizio tra la Finlandia e Pietroburgo si chiama «Allegro», sì, in italiano, con bella parola presa dalla musica: l’unica cosa, in fondo, in cui siamo ancora universali.

Non ci sono più le colonne di fumo che salivano al cielo come scale senza fine e scottavano le nubi di inverno con nuvole bollenti di vapore, non prorompono i fischietti dei manovratori e i rochi sibili delle locomotive. Alla fine del viaggio, laggiù, a mille verste, allora c’era la Russia scompigliata torbida strisciante saltante miserabile, con l’enorme macina della Rivoluzione già in moto. Oggi ci attende la Russia di Putin, capitalista, apparentemente monolitica e soddisfatta. Indecifrabile, un po’ come il suo capo, all’inizio, quando lo dicevano uomo senza volto.

Tetra, quasi senza neve ma con blocchi di scuro fango ghiacciato, la Finlandia mi accoglie con la sua luce di sempre, artica, un cielo che pare intriso di neon e di ghiaccio, che dà alla testa. Per mezzo secolo questa è stata periferia di Europa e i rapporti con l’ingombrante, diffidente vicino comunista non erano certo agiati e ovvi. «Finlandizzazione» si diceva, ad indicare un metodo politico e ideologico per sopravvivere, improntato a una quieta reticenza: indipendenti, sì, ma con giudizio, senza mai infrangere le ferree regole di una autocensura dabbene. E mi viene in mente che la parola rischia di tornar di moda, trent’anni dopo, per soccorrere altri vicini di nuovo in affanno: la Ucraina, i baltici, la Polonia chissà… Gli imperi purtroppo non dimenticano.

Cento anni! Cento anni dalla Rivoluzione: tanti. Forse troppi per rivivere quell’anno in cui gli uomini vissero più che non altri in un secolo intero. Anzi: le due Rivoluzioni, quella di febbraio che fu vera e popolare insurrezione. Le mani dello zar sullo Stato erano già aggranchite ma la Storia dice le cose senza fretta, perché non trova subito la parola necessaria. E poi Ottobre, che fu invece un golpe dei bolscevichi e di Lenin, e che cambiò il mondo. Come si fa a restituire nelle parole, quel senso che nelle strade di San Pietroburgo tutto fermentava, cresceva al magico lievito della esistenza, e la Storia avanzava a larghe ondate senza sapere dove come un vento silenzioso attraverso le terra e le città e i corpi, abbracciando tutto quello che incontrava sulla sua strada?

L’insurrezione sembrava una poesia di Block. L’aria la trasportava sulla Neva leggera come il polline e dura come il piombo e quei semi cadevano nei solchi e nelle teste dando alle cose già aria di primavera, produceva insieme fiori e proiettili. E poi… Che ne resta oggi? Quando coloro che vorrebbero celebrarla sono sconfitti, e gli altri, i vincitori, preferirebbero dimenticarla… Eppure questo è, più di altri, un anniversario obbligatorio. Perché ci obbliga a rispondere alla domanda: dove sta il confine tra ciò che è lecito e ciò che è illecito fare in nome del fine che giustifica i mezzi. Il crimine contro l’umanità non inizia con la condanna staliniana di vari milioni di innocenti ma con la condanna già nel 1917 del primo individuo innocente. Se si comincia a usare la vita umana come un capitale di investimento subito si spalanca un abisso senza fondo. Il terribile tranello delle Rivoluzioni. Nei tempi di fanatismi non più ideologici ma religiosi rispondere è vitale.

Per questo ho deciso, ingenuamente, di arrivare a San Pietroburgo non in aereo ma con il treno: come Lui, l’esule di Zurigo, impaniato fino ad allora nel ciarpame quotidiano di quella Svizzera filistea e rancida, nei dibattiti sterili del «club dei birilli». Via, finito tutto questo, finalmente! si parte per la Russia con il plotone di moglie, amante, attendenti bolscevichi. Approfittando della strategia volpina della Germania che li vuole usare come un bacillo per atterrare il nemico russo. Sì, voglio scendere come fece Lenin alla stazione Finlandia quando Pietroburgo era appena stata risciacquata dalla piena della rivoluzione. Illusione, forse: cercare di far rivivere il passato come se sfregassi sui vetri.

Provo a immaginare quell’uomo terribile, febbrile, impaziente che vede scorrere, in quel vagone che la leggenda descrive piombato e invece era teatro di incontri e trattative ambigue, le stazioni e i Paesi: la Germania, la Svezia neutrale e poi la Finlandia che era già Russia, sotto la finzione di un granducato satellite. Aveva appena annunciato, un Lenin rassegnato, ai fedelissimi che il mondo nuovo sarebbe venuto per un’altra generazione: noi non vivremo le battaglie della rivoluzione nascente… E invece! Era un regalo della storia una guerra così!

Non assomigliava davvero ai vecchi rivoluzionari russi, imbevuti di idealismo, parolai. La sua energia era l’odio. Il partito che aveva inventato doveva essere votato alla guerra totale, allo sterminio fisico del nemico di classe, un darwinismo implacabile, animale che avrebbe assicurato la vittoria. Odio e bugie: i due fattori più importanti della educazione politica subiti dagli uomini del ventesimo secolo. E di quello che è appena iniziato. Questa piccola, antica stazione di Helsinki ha imprevedibile quiete e paesane assonanze russe. Non solo architettoniche. Le vecchie porte di legno sono presidiate da una donna che propone icone e libri sacri. Sul legno qualcuno ha inciso una scritta: musulmani fuori!

Il treno, russo, è modernissimo, di lusso. Solo che marcia alla tranquilla velocità dei «direttissimi» della mia infanzia. Come se la modernità si fosse fermata a mezzo, il futuro fosse rimasto in sospeso. E anche in questo assomiglia alla Russia di oggi. I viaggiatori sembrano usciti da tempi gorbacioviani, tempi di penuria: carichi cioè di involti, pacchi e borsoni, che immagino frutto di giudiziose incursioni consumistiche nei centri commerciali finlandesi. A più basso costo rispetto a quelli putiniani? Difficile crederlo, con la svalutazione del rublo e l’inflazione.

Il treno si muove. Con poca neve i luoghi, la campagna finlandese, assumono un’aria tetra e inaccostabile. Ci lasciamo dietro le stazioni: Tikkurila, Lathi, Kuovola… Tutte deserte di uomini, scale mobili ferme e vuote, nei parcheggi auto che sembrano relitti di una immemorabile glaciazione. Nel mio vagone una ragazza russa interrompe furibonde liti telefoniche con il fidanzato solo per bere lattine e lattine di birra. Una coppia matura, amanti moderatamente espliciti, prepara le giornate di San Pietroburgo.

Vainnikala è l’ultima stazione finlandese. Ecco la frontiera, e la russa Vyborg. Siamo già alle permanenti conseguenze della Rivoluzione. Fino al 1940 Vyborg era finlandese, l’arraffò Stalin con una guerra brutale e il consenso dell’alleato Hitler. Violenza che è risultata indifferente alla dissoluzione dell’Urss, ai revisionismi di bandiere e frontiere. Adesso la ferrovia è un binario tra due alti e fitti reticolati come se fosse entrata in una gabbia. Sul treno salgono truccatissime poliziotte russe per i controlli: congegni elettronici moderni e vecchi tamponi. La ragazza, già abbastanza ubriaca, viene prelevata e sparisce con loro…

Accanto a me viaggia un professore universitario, torna da un convegno in Finlandia. Parliamo di Pasternak, il Grande Muto della letteratura russa: noi che abbiamo vissuto la seconda rivoluzione quella capitalistica degli Anni Novanta assomigliamo molto ai personaggi di «Zivago»: «Anche noi come nel ’17 abbiamo vissuto in fondo cose che accadono una volta sola nella storia dell’umanità, la fine degli zar, la caduta del comunismo, poteri infrangibili, eterni. Alla Russia di nuovo era stato strappato via il tetto e, di colpo, ci siamo trovati allo scoperto sotto il cielo. E’ stato terribile, ogni volta. Guardi: sulla rivoluzione non troverà pareri unanimi, il tema è controverso».

L’uomo dell’Est europeo costretto a cercare di sopravvivere alla storia piuttosto che compierla. Che entrati nel ventunesimo secolo può insegnarci molte cose perché come lui siamo rimasti soli in senso etico. Ci ha abbandonato il Dio universale, i nostri miti universali e ci ha abbandonato anche la verità universale. Cento anni dopo la caduta del palazzo d’inverno al posto della speranza del futuro hanno avuto il sopravvento le frustrazioni per gli errori del passato storico, i sentimenti del nazionalismo ferito e la collera del rancore. Ha ragione il professore: dobbiamo pensare a una rivoluzione lunga che inizia nel 1905 e si compie forse oggi nel fragile termidoro dell’età putiniana.

Ecco: stazione Finlandia, sgualcita, mediocre, provinciale come allora, simile a una sosta ferroviaria a Faenza o Voghera. Arrivo per caso alle ventitré, come allora. Era in ritardo Lenin. Festeggiavano già la vittoria i giovani soldati che non volevano andare al fronte, gli operai delle Putilov che avevano conosciuto nello stesso momento alfabeto e rivoluzione. Esultavano i contadini che si erano spartiti onestamente le vacche del padrone e che temevano la resurrezione dalla tomba dei vecchi poliziotti.

L’ex zar, ingenuo, spaccava legna e attendeva che «i bambini» (erano in età da marito!) guarissero dal morbillo per andare in esilio. E invece c’era, come destino, la cantina insanguinata di Ipatiev, laggiù a Ekaterinburg. Che restava da fare? Ma Lenin sapeva: che le Rivoluzioni le vincono non gli ingenui, gli eroi che le fanno sulle barricate, ma gli Altri, chi arriva dopo e ha idee e volontà. Verità amara e sempre valida come insegnano le primavere di Tunisi e del Cairo.

Lo aspettavano, quella sera, soldati schierati e una banda che suonava in mancanza di meglio la Marsigliese! Lo portarono per le riverenze e i saluti della «delegazione» nella saletta riservata dello zar, su un’autoblinda improvvisò un comizio fustigando i suoi che già civettavano con i nemici di classe, i menscevichi, i liberali. La sua statua ciclopica oggi sembra continuare quel comizio all’infinito, con gesto perentorio, a indicare il mare e i radiosi destini.

Esco sulla piazza, i lampioni hanno sulla neve accecanti riflessi da sala chirurgica. So che accanto, a cento metri, c’è un luogo che bisogna vedere subito: se non si vuole dimenticare che il dio ha fallito. Sì, bisogna affacciarsi sul vuoto glaciale della necessità storica, dei Grandi Fini e delle soluzioni finali. Sul lungo fiume, accanto alla stazione, incombe lugubremente silenziosa una gigantesca costruzione di mattoni rossi, piccole finestre irte di grate, una altissima ciminiera come di fornace lancia fumo verso il cielo e divide le quattro ali che divergono e gli danno il nome.

Sono «le croci», la prigione delle croci. Qui passarono i primi deportati degli inverni terribili del ’17 e del ’18: era un’epoca che non teneva conto degli uomini ma imponeva ciò che voleva lei. Si nominavano già commissari con poteri illimitati, uomini dalla volontà di ferro, con nere giubbe di cuoio, armati di leggi di terrore e di rivoltelle «nagant».

Davano la caccia ai controrivoluzionari, sembravano non dormire mai. Accanto al muro del carcere un giardino è pieno di giochi per bambini. Dall’altro lato della Neva Pietroburgo brilla ancora di luci. La città che fu la rivoluzione (Mosca le venne dietro) ed è la città di Putin, dove è nato e ha costruito la sua carriera. Una città dove la vita sembrava impossibile fra stagioni con venti ore di luce e notti con venti ore di buio, inverni che tolgono il respiro e abortiscono in primavere palpitanti, città che di questa impossibilità ha tutti i segni e i deliri e gli incubi. E’ piombata, per l’ennesima volta, in un’altra vita, vede una umanità che non riconosce per sua nessuna delle forme per cui crebbe la città e vi cammina come attraversando per errore la scena di un teatro. E chi vi giunge, straniero, ha l’impressione di trovarsi in un mondo passato e questo passato sia la sua vita stessa.

Sì, il 2017 che si annuncia di grandi sconvolgimenti, in un tempo in cui il sentimento dominante è un senso di impotente disorientamento, può iniziare qui, da una città e da un anniversario. Dove si è schiantato l’ultimo pilastro dell’ottimismo ottocentesco troncando la corsa all’ultima utopia dell’umanità. Il viaggio di Lenin ci insegna che nessun bilancio teorico delle perdite e dei vantaggi di una rivoluzione potrà cambiare il fatto che in pratica essa si rivela improduttiva. Le rivoluzioni si mantengono al potere proprio perché cessano di esser rivoluzioni, dopo il febbraio arriva sempre un ottobre. E dobbiamo accettare, noi uomini del ventunesimo secolo, che non esista una strada facile e poco costosa per l’utopia.

Nessuno vuole la statua di Lenin: l’asta va a vuoto

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Lenin si arrende alle leggi del mercato. Oppure, se preferite questa seconda lettura: Lenin si fa beffa del capitalismo, che vorrebbe far soldi con la sua memoria. Cambiando l’ordine delle interpretazioni, il prodotto non cambia: l’asta organizzata nel fine settimana in Germania per vendere la statua del padre della rivoluzione d’ottobre, che un tempo sovrastava la piazza antistante la stazione di Dresda, è andata deserta.

Nessuno ha messo sul piatto i 150.000 euro chiesti come offerta minima da una casa d’aste a Gundelfingen, in Baviera, per portarsi a casa un pezzo di storia tedesca. Per quasi vent’anni il colosso in granito rosso, alto 12 metri e del peso di 80 tonnellate, ha fatto parte integrante dell’architettura di Dresda: il “capostazione rosso”, come venne ribattezzato, fu svelato nel 1974, per i 25 anni dalla nascita della Germania dell’Est e rimosso nel 1992, a Ddr ormai defunta.

Piuttosto che farla a pezzi e sotterrarla – come avvenuto al memoriale a Lenin abbattuto nel 1991 a Berlino, la cui testa è stata riportata alla luce nel 2015 – la statua venne ceduta dalla città a Josef Kurz, uno scalpellino che aveva sviluppato un singolare hobby: raccogliere i memoriali dei leader comunisti, per creare un giorno un parco delle statue a Gundelfingen. Un progetto che non ha mai visto la luce. E così, dopo la sua morte, i suoi figli hanno deciso di vendere la sua collezione. Con scarso successo: Lenin è stato snobbato, nonostante alla vigilia si parlasse di un interesse anche dalla Cina e dalla Russia.

Non è andata meglio a Stalin e al comunista tedesco Ernst Thälmann: nel fine settimana neanche le loro statue hanno trovato acquirenti. Cosa succederà ora con Lenin? Per ora la casa d’asta attenderà nuove offerte nelle prossime quattro settimane. L’idea di riportare il colosso a Dresda, avanzata da un consigliere comunale della Linke, è stata messa da parte dopo una vivace discussione - per questione di soldi. Persino nel caso in cui la statua le venisse donata, non è detto che la città la accetterebbe, ha spiegato l’assessore alla cultura Annekatrin Klepsch, che milita a sua volta nella Linke: prima bisognerà verificare a quanto ammonteranno i costi di gestione.

Cane spinto giù dall'auto in autostrada viene salvato dai testimoni del gesto crudele

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noemi penna



Kiwi è stato abbandonato vicino all'imbocco dell'autostrada a Burton, in Inghilterra. Forse sarebbe meglio dire scaricato visto che è stato spinto fuori da una macchina che ha inchiodato pensando di aver trovato il posto giusto ed è ripartita sgommando, lasciandolo spaventato e disorientato al ciglio della strada lo scorso primo giugno.



Per fortuna a vedere tutta la scena sono stati dei volontari del Hillfield Animal Home, che in quel momento si trovavano proprio sul luogo dell'abbandono. E se così non fosse stato, «la sua storia sarebbe stata molto diversa. Il povero cane avrebbe potuto facilmente imboccare la corsia dell'autostrada che si trova proprio lì affianco e andare incontro alla sua morte».



Il loro intervento immediato è stata una vera manna dal cielo. Ma l'esperienza è stata comunque molto drammatica per Kiwi, che si è visto lasciare in mezzo ad un strada da quello che credeva essere il suo miglior amico. «Come si può far questo ad un cane? Kiwi sarebbe potuto morire e avrebbe anche potuto causare un incidente autostradale. Siamo consapevoli che i cani sono una grande responsabilità e che alcune persone semplicemente non possono farvi fronte. Ma ci sono ben altri modi per "sbarazzarsi" di un animale domestico», ricorda il personale del canile inglese.



Kiwi non aveva il collare e neanche il microchip: i veterinari lo hanno trovato sottopeso e sporco, ipotizzando che potesse avere circa un anno. Il trauma lo ha fatto diventare ansioso, ma è molto dolce. E ora che si è rimesso in forze, è alla ricerca di una casa e di una famiglia amorevole. Umana, se possibile. 

Nemmeno il tempo cura le ferite d’amore

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paolo mastrolilli

Secondo i ricercatori della University of Aberdeen gli effetti dello choc sono permanenti e non esiste una cura



Il cuore spezzato dal dolore, o dalle pene d’amore, non è un’invenzione degli artisti romantici. È una vera sindrome, che secondo gli studiosi della University of Aberdeen colpisce migliaia di persone, in prevalenza donne.

Questo problema fisico era già stato analizzato in Giappone all’inizio degli anni Novanta, ed era stato definito come la «Takotsubo syndrome», dal nome di una trappola per polipi che ricorda l’apparenza presa dal ventricolo sinistro quando subisce il colpo. Il sostanza quando il muscolo del cuore subisce uno shock, a causa di un intenso stress emotivo o fisico, cambia forma, e questo influisce in maniera negativa sulla sua abilità di pompare il sangue.

Gli studiosi di Aberdeen, finanziati dalla British Heart Foundation, hanno seguito per oltre 4 mesi 52 pazienti di età compresa tra 28 e 87 anni, soggetti alla «Takotsubo syndrome», e purtroppo hanno scoperto che nemmeno il tempo cura le ferite dell’amore. Gli effetti dello choc sono permanenti e non esiste una cura. In Gran Bretagna circa 3.000 persone sono affette dalla sindrome, e in general circa l’80% dei pazienti sono donne. 

C’era un cinese a Roma

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mattia feltri

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza, diceva uno che purtroppo non è più di moda, proprio come il dubbio. Sono tempi in cui, nell’unico dubbio ammesso, quello di passare per deboli, si preferisce inerpicarsi sulle barricate delle certezze, e sparare al nemico. Il dibattito parlamentare sullo ius soli (la cittadinanza per nascita) e il carnevale di commenti su Internet hanno seguito le logiche anabolizzate della certezza, per cui da una parte ci sono quelli persuasi che lo ius soli sia una sciagura, e dall’altra quelli persuasi che sia un grande passo dell’umanità.

Da certezza discende certezza, e dunque quelli a favore dicono che gli altri sono contrari per accarezzare gli istinti suburbani dei loro elettori, e quelli contrari dicono che gli altri sono a favore per accarezzare l’imbecillità buonista dei loro, di elettori.

Dopo di che, chissà se sarà utile a incrinare le certezze degli schieramenti un vecchio discorso di George W. Bush, ex presidente degli Stati Uniti dove c’è lo ius soli: «Noi siamo legati da valori di fondo che ci muovono al di sopra della nostra quotidianità, ci sollevano al di sopra dei nostri interessi, ci insegnano che vuol dire essere cittadini. Ogni cittadino deve sostenere questi principi. E ogni immigrato, attraverso la condivisione di questi ideali, rende il nostro paese più, non meno, americano».

Senza bisogno di Bush, qui qualche dubbio è sorto quando nostro figlio ha invitato a casa un bimbo orientale della sua scuola romana. Di dove è?, abbiamo chiesto a nostro figlio quando il bimbo è andato via. «Di Roma».