domenica 18 giugno 2017

Dove riposano le armature del grande cinema: viaggio nella storia dell’attrezzeria Rancati

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andrea cionci

Dagli scaffali traboccano elmi romani, greci, vichinghi, passando per le fogge più varie del Medioevo e del Rinascimento, fino agli elmetti delle ultime guerre mondiali



Appena entrati, sembra di sentire il frastuono delle bighe di “Ben Hur”, il clangore delle spade di “Braveheart”; nelle narici, il fumo della biblioteca in fiamme de “Il Nome della Rosa”, frammisto agli incensi egiziani di “Cleopatra”… Abbiamo avuto modo di visitare gli enormi depositi della storica attrezzeria cine-teatrale Rancati, a Guidonia, vicino Roma, dove si sovrappongono, in un caleidoscopio di riflessi metallici, le reliquie dei più grandi film della storia del cinema.

Dagli scaffali traboccano elmi romani, greci, vichinghi, passando per le fogge più varie del Medioevo e del Rinascimento, fino agli elmetti delle ultime guerre mondiali. Addossate alle pareti, faretre irte di frecce, foreste di lance e alabarde, casse ricolme di pistole e archibugi, centinaia di armature complete, schierate come fossero i famosi guerrieri di terracotta dell’imperatore cinese Qin Shihuang.
Un arsenale tanto imponente quanto inoffensivo, come si affannano spesso a spiegare alle insospettite guardie di frontiera, i camionisti che trasportano all’estero i materiali della Rancati.



Nonostante la solida consistenza e l’ottima rifinitura degli oggetti, si tratta solamente di giocattoli, destinati a equipaggiare eserciti di attori e comparse. L’azienda, vanto dell’industria cinematografica italiana, è attiva fin dal 1864, anno in cui fu fondata da uno scultore milanese, Edoardo Rancati, che, dalla preparazione delle scenografie teatrali, passò alla produzione di accessori per il mondo dello spettacolo. I costumisti possono, infatti, confezionare abiti e copricapo, ma non possono produrre accessori per i quali servono materiali e attrezzature specifiche.

I discendenti di Edoardo Rancati, Giuseppe, Romolo e Cristina Sormani, proseguono ancor oggi l’attività di famiglia con due sedi, una a Milano, che serve soprattutto il Teatro alla Scala, e una vicino Roma, per il cinema. L’azienda ha, oggi, in magazzino ottomila gioielli, 5mila armi, 2mila cinture, 4mila elmi, tutti prodotti a mano dal laboratorio aziendale per le imponenti produzioni americane degli anni Cinquanta – Sessanta. Lo standard di qualità conobbe un grosso balzo in avanti facendo i conti con le esigenze di Visconti, Fellini e altri esigentissimi registi italiani.

Tanto per citare alcuni film degli ultimi anni, i comprimari del film “Elisabeth - The Golden Age”, hanno indossato le armature incise e niellate a mano della Rancati, cui appartengono anche i mobili del set della fiction “I Vicerè”, di Faenza.



Sono custoditi tra gli scaffali dei labirintici magazzini anche gli spaventosi elmi zoomorfi da gladiatore dell’omonimo kolossal con Russel Crowe, così come le armature della saga di “Asterix” - nella versione cinematografica con Gerard Depardieu - e le calotte con paranaso del film “Le Crociate”, con Jeremy Irons.



I cimeli più divertenti sono il grottesco cimiero indossato da Gassman nelle vesti di Brancaleone, il personaggio reso immortale da Monicelli, e l’enorme armatura di Bud Spencer, genuino Ettore Fieramosca ne “Il soldato di ventura”, di Festa-Campanile. Le reliquie più «cult», sono i libroni, le pergamene e i calamai de “Il Nome della Rosa”, di Jean Jacques Annaud, i bauli de “Il Padrino”, le buffetterie de “Il Paziente inglese”, i gladii dei legionari romani di “The Passion”, di Mel Gibson.

Nessuna concessione al feticismo da cinefili: tutti gli oggetti rimangono “in servizio”, in attesa di essere noleggiati ad altre produzioni, come nel caso delle armature realizzate per il lanzichenecchi de “Il mestiere delle armi” di Olmi, che finirono sulle tavole del palcoscenico della Scala, per i coristi de “Il trovatore” di Giuseppe Verdi. Interessante notare come tra gli oggetti di prima e dopo la guerra vi sia un forte aumento dell’attenzione verso le rifiniture. Quando la qualità delle pellicole e la tecnologia delle macchine da presa migliorarono, anche gli accessori dovettero farsi più verosimili: ogni dettaglio veniva messo a fuoco dall’obiettivo e di conseguenza non ci si poteva più permettere le approssimazioni consentite su un palco teatrale.

La lavorazione artigianale divenne quindi sempre più attenta: le visiere degli elmi cominciarono ad essere sbalzate e martellate a mano, i fregi cesellati a bulino e le superfici metalliche di pettorali e schinieri ad essere lavorate tramite la corrosione di acidi (le acqueforti di memoria medievale e rinascimentale) per disegnare sull’acciaio blasoni, fiorami e lambrecchini. A volte, basta un particolare poco credibile a rovinare un intero film, rompere un’emozione, e gli accessori devono quindi sembrare appena usciti dalla vetrina di un museo.

Tuttavia, sebbene la sfida alla realtà sia sempre viva, essa deve anche fare i conti con i costi di produzione. I trucchi, quindi, non mancano: i proiettili delle mitragliatrici sono di legno tornito a mano, pistole e fucili, visti da vicino, non sono altro che pesanti giocattoloni, riprodotti a stampo dagli originali in un’unica fusione di lega leggera, quasi fossero stati requisiti a giganteschi soldatini di stagno. 

Ius soli, la lezione dimenticata del politologo Sartori

ilgiornale.it
Luca Romano - Sab, 17/06/2017 - 18:27

Sartori nel 2013 sosteneva: "Lo ius soli è un errore gravissimo, sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade, aggraverebbe tutti i nostri problemi"

C'è una lezione dimenticata che sta facendo il giro del web. È quella del professor Giovanni Sartori. Il politogo, ormai defunto, in un articolo del 2013 pubblicato sulle colonne del Corriere della Sera, tuonava contro la Kyenge e lo Ius soli. E scriveva: "Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra "nera" Kyenge Kashetu nominata Ministro per l'Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di "integrazione", di ius soli e correlativamente di ius sanguinis?".

Il politologo poi continuava: "La ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è "fattore di crescita", visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che "imprenditore" è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose? La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese "meticcio". Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio.

Ma l'Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava "moglie e buoi dei paesi tuoi". E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici.

Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini "integrati". Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell'Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l'arrivo delle Compagnie occidentali? All'ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall'India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l'uno contro l'altro".

Sartori poi aveva rincarato la dose a La Zanzara spiegando: "Lo ius soli è un errore gravissimo, sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade, aggraverebbe tutti i nostri problemi. Come idea è demente perché è dei paesi sottopopolati che vogliono nuova popolazione: sarebbe l’ultimo colpo per consentire l’accesso a tutti, migranti e clandestini".

Cassazione: i crostacei sul ghiaccio o in frigorifero soffrono, è maltrattamento

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Tenere crostacei vivi in frigorifero o sul ghiaccio è una condotta che provoca «gravi e sicure sofferenze» all’animale, e, per questo, va punita con una condanna per maltrattamento. Così la Cassazione spiega perché, nello scorso gennaio, ha reso definitiva la condanna di un ristoratore di Campi Bisenzio, a cui il tribunale di Firenze aveva inflitto un’ammenda di 5mila euro. Nel ristorante di cui era direttore, infatti, erano stato trovati crostacei vivi, in attesa di essere cucinati, in una cella frigorifera e con le chele legate, e, dunque, secondo l’accusa «in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze».

La Suprema Corte ha condiviso la conclusione del giudice del merito sottolineando che «negli ultimi anni diverse ricerche abbiano portato una parte della comunità scientifica a ritenere che i crostacei siano esseri senzienti in grado di provare dolore»: inoltre, animali di tale specie vivono «in acque a temperature alte», si sottolinea nella sentenza depositata ieri, e nei ristoranti più importanti e supermercati della grande distribuzione sono «tenuti in acquari a temperatura e ossigenati». 

La «consuetudine sociale di cucinare i crostacei quando siano ancora vivi non esclude che le modalità di detenzione degli animali possano costituire maltrattamenti - rileva la Cassazione - perché, mentre la particolare modalità di cottura può essere considerata lecita proprio in forza del riconoscimento dell’uso comune, le sofferenze causate dalla detenzione degli animali in attesa di essere cucinati non possono essere parimenti giustificate in quanto soltanto nel primo caso l’interesse (umano) alla non-sofferenza dell’animale soccombe nel bilanciamento con altri interessi umani della più varia natura e legittimati dalla presenza di leggi». 

Al contrario, sottolineano i giudici di legittimità, «non può essere considerata come una consuetudine socialmente apprezzata quella di detenere siffatta specie di animali a temperature così rigide tali da provocare sicure sofferenze, posto che gli operatori economici generalmente usano sistemi più costosi nella detenzione di crostacei e quindi sistemi di tenuta più rispettosi degli animali».

La Cassazione quindi conclude affermando che «al pari della tutela apprestata nei confronti degli animali di affezione, integra il reato ritenuto in sentenza la detenzione dei crostacei secondo modalità per loro produttive di gravi sofferenze e, per altro, adottate per ragioni di contenimento di spesa, con la conseguenza che, nel bilanciamento tra interesse economico e interesse (umano) alla non-sofferenza dell’animale, è quest’ultimo che, in tal caso, deve ritenersi prevalente e quindi penalmente tutelato». 

Stop alla vendita del cd Roger Waters: “Ha plagiato le opere di Isgrò”

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A sinistra la copertina del cd di Water, a destra un’opera di Isgrò

Stop alla vendita in Italia, sia nei negozi che online, dell’ultimo disco da solista dell’ormai ex leader dei Pink Floyd, Roger Waters. La decisione sorprendente è stata presa dal Tribunale di Milano che ha ravvisato, infatti, un’ipotesi di plagio nella copertina, nel libretto interno, nelle etichette sia del cd che del vinile, ma anche nel merchandising correlato, delle celebri “cancellature” dell’artista concettuale siciliano Emilio Isgrò, quasi coetaneo con i suoi 79 anni del fondatore 73enne della storica band inglese.

La Sezione specializzata in materia di impresa con il giudice Silvia Giani ha, dunque, ordinato con un decreto urgente alla Sony, che distribuisce in Italia il disco “Is This the Life We Really Want?”, prodotto dalla Columbia Records, di bloccare da subito, almeno fino all’udienza di merito fissata per il 27 giugno, la commercializzazione dell’album per violazione del diritto di autore. «Quello che si è verificato è un plagio palese delle mie opere - ha commentato Isgrò - in particolare delle opere esaminate dal Tribunale (tra cui `Cancellatura´ e `Il Cristo Cancellatore´ del ’64, ndr). Detto questo, e al di là di questo - ha aggiunto il pittore - Roger Waters è un artista che ammiro, e che mi piace molto. E magari, un giorno, avremo anche occasione di incontrarci».

Mentre Sony Italia ha fatto sapere che non intende rilasciare dichiarazioni sul procedimento, fino al primo pomeriggio di oggi il cd, uscito due settimane fa, era comunque ancora in vendita nei grandi store, oltre che sulle piattaforme online. E ciò in attesa, probabilmente, che la comunicazione del provvedimento della magistratura arrivi a tutti i rivenditori. A quel punto, chi avrà già comprato l’album potrebbe avere in mano un pezzo da collezione.

I legali di Isgrò, gli avvocati Salvatore Trifirò e Francesco Autelitano, dal canto loro, potrebbero puntare anche chiedere il blocco delle vendite in altri Paesi. Per ora attendono l’udienza di fine mese nella quale Sony (e forse anche Columbia Records) dovrà cercare di convincere il Tribunale a non confermare la decisione presa in via cautelare. Lo stesso giudice, ad ogni modo, fa presente a Sony nel provvedimento la possibilità di una «composizione bonaria», che potrebbe significare andare a riconoscere economicamente quei diritti d’autore che sarebbero stati violati. 

Facci sospeso perché rivendica il diritto all'odio

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Sab, 17/06/2017 - 16:18

Sull'onda degli attentati in Europa, il giornalista rivendicava il diritto ad odiare l'islam e gli islamici. Ora l'Ordine lo ha sospeso per due mesi dalla professione e dallo stipendio



L'Ordine dei giornalisti ha sospeso per due mesi dalla professione e dallo stipendio Filippo Facci, collega di Libero e noto volto televisivo. Nell'articolo finito sotto inchiesta, scritto nel luglio dello scorso anno, Facci rivendicava il diritto ad odiare l'islam e gli islamici. Un articolo molto duro, nella forma e nella sostanza, scritto sull'onda degli attentati fatti nel nome di Allah che in pochi giorni provocarono in Europa oltre cento vittime, la maggior parte delle quali a Nizza.

Conosco Filippo Facci e lo stimo, come collega e come intellettuale. È un uomo talmente libero da non aver raccolto quanto il suo talento gli avrebbe permesso accettando solo qualche piccolo e umano compromesso. No, non c'è verso: lui si infiamma e parte in quarta senza remore e limiti. Per questo piace a molti lettori, meno a direttori ed editori. Figuriamoci ai colleghi invidiosi, ai notai del pensiero, ai burocrati del politicamente corretto.

Filippo Facci non farebbe male a una mosca (al massimo è capace di farlo a se stesso) e per questo non mi spaventa che abbia rivendicato il «diritto all'odio» di una religione e di una comunità che hanno generato i mostri assassini dei nostri ragazzi. L'odio inteso - nell'articolo è ben spiegato - non come incitamento alla violenza, ma come sentimento contrario a quello dell'amore, «detestare» come opposto di «ammirare». I sentimenti non si possono contenere, ma evidentemente non si possono neppure scrivere. Tanto più se sei un giornalista, se non sei di sinistra, se pubblichi su un giornale di destra, se si parla di islamici.

Il tema posto da Facci sul diritto all'odio (Travaglio, tanto per fare un esempio, lo teorizzò nei confronti di Berlusconi) è questione aperta nonostante sia stata affrontata nei secoli da fior di filosofi e da grandi intellettuali. Che a differenza dei colleghi del tribunale dell'Ordine di Milano non sono mai arrivati a un verdetto unanime (e qualcosa vorrà pur dire).

Qui non parliamo di una notizia falsa o di fatti e persone specifiche. Siamo di fronte all'opinione di un intellettuale. Il problema non è condividerla o meno. È non censurarla, non soffocarla, non punirla, come abbiamo sempre invocato per chiunque, compreso per Erri De Luca quando istigò al sabotaggio della Tav. Tanti islamici, anche se non terroristi, anche se non lo dichiarano, odiano noi e i nostri costumi. Noi stiamo per premiarli dando la cittadinanza automatica ai loro figli. Però puniamo Facci che non fa mistero dello stesso, reciproco, sentimento. Mi spiace per lui e mi spiace per la categoria così ridotta. Ma soprattutto mi spiace per tutti noi.