venerdì 16 giugno 2017

Cinque "no" allo ius soli

ilgiornale.it
Riccardo Pelliccetti - Ven, 16/06/2017 - 07:57

Le tutele esistono già, la norma non ha senso. Ben 160 Paesi nel mondo non la applicano o la hanno edulcorata



L a sinistra forza la mano ed è scontro durissimo al Senato sullo ius soli. Perché tutta questa bagarre? Cosa si nasconde dietro questa legge che i progressisti vogliono approvare a tutti i costi? Cominciamo col dire sinteticamente che lo ius soli è di fatto la concessione automatica della cittadinanza a chiunque nasca nel nostro Paese, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.
Ma cerchiamo di chiarire il perché non possa funzionare in Italia e quali rischi si correrebbero trasformando lo ius soli in legge.

LE MOTIVAZIONI ASSURDE

Le motivazioni addotte per giustificare questo colpo di mano sono essenzialmente due, depurate naturalmente dai tanti deliri buonisti: il diritto all'uguaglianza e la presenza di troppi immigrati in attesa di diventare cittadini. Ebbene, sono entrambe ragioni che non stanno in piedi. La prima è addirittura una fandonia perché in Italia non viene violato alcun principio di uguaglianza: tutti i minori, a prescindere dalla cittadinanza, godono degli stessi diritti, dall'istruzione alle cure sanitarie fino all'iscrizione a società sportive o ad altre associazioni. La seconda motivazione, invece, è inaccettabile perché di fatto affermerebbe il principio della scorciatoia (con tutte le conseguenze che vedremo nel caso ius soli), negato ad esempio a milioni di italiani in attesa di una sentenza civile o penale, di un ricorso fiscale, di riscuotere un credito dallo Stato, di ricevere una cura sperimentale eccetera.

PERCHÉ NESSUN PAESE LO ADOTTA

Se 160 Paesi nel mondo non applicano lo ius soli ci sarà un motivo o vogliamo definirli tutti xenofobi? Detto che lo ius soli è tipico dei Paesi anglosassoni, soprattutto il Nord America, territorio d'immigrazione, bisogna ricordare che la Gran Bretagna e l'Eire, dove era in vigore, hanno deciso di abolirlo, rispettivamente nel 1983 e nel 2005. Anche la Germania, che applica lo ius soli, ha messo dei rigidi paletti: cittadinanza ai nuovi nati solo se i genitori hanno un permesso di soggiorno da tre anni e risiedano nel Paese da almeno otto anni. Perché nel mondo allora nessuno lo adotta? Semplice: per tutelare la cultura e l'identità della popolazione e, quindi, la sua sopravvivenza, messa a rischio da uno sbilanciamento etnico e demografico con generazioni che per cultura e fede difficilmente potranno integrarsi nella comunità nazionale.

CONSEGUENZE SOCIO ECONOMICHE

Se la legge entrasse in vigore, immediatamente quasi un milione di stranieri diventerebbero cittadini italiani. La «cittadinanza facile», provocherebbe un'altra spinta all'immigrazione, già a livelli insostenibili, aumentando il peso sul sistema sanitario, sulla previdenza e sull'occupazione. Nel 2016 quasi 200mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana senza ius soli e il ritmo cresce di anno in anno. Di fronte a questi numeri si comprende quanto sia inutile una maggiore apertura. Nelle classifiche mondiali del net immigration rate (che tiene conto di immigrati ed emigrati), l'Italia figura fra i Paesi in vetta, davanti a Londra, Madrid, Lisbona. Un tasso elevato, come rilevano questi istituti di statistica, può provocare crescente disoccupazione e conflitti etnici. E la riduzione di forza lavoro in settori chiave, se continuasse la fuga all'estero dei giovani italiani.

NON INTEGRAZIONE MA INVASIONE

L'introduzione dello ius soli, come dicevamo, invece di favorire l'integrazione aprirebbe la strada a un'ulteriore immigrazione senza alcuna integrazione. Quanti stranieri approfitterebbero subito della politica delle porte aperte per far nascere i figli in Italia? Consapevoli degli scarsi controlli, sarebbero incoraggiati dalle nostre stesse leggi. Non esiste un'immigrazione contingentata e proporzionata alle necessità dell'Italia. Ma non solo. I migranti che sbarcano negli ultimi anni provengono in stragrande maggioranza da Paesi musulmani, con una fede e una cultura del diritto troppo lontana da quella occidentale che, è sotto gli occhi di tutti, sono pochi a voler far propria. La stessa Istat, nelle recenti proiezioni demografiche dei prossimi 40 anni senza lo ius soli, ha rilevato che la popolazione straniera potrebbe attestarsi a 20 milioni di persone. Che succederebbe con lo ius soli in vigore? Probabilmente in 20-30 anni, gli stranieri supererebbero la popolazione italiana e, acquisendo cittadinanza e diritto di voto, cambierebbero totalmente non solo gli equilibri sociali ma anche quelli politici.

IL RISCHIO TERRORISMO

Concludiamo con il rischio più grave, quello che minaccia la nostra sicurezza: il terrorismo. Lo ius soli diventerebbe il grimaldello per aprire anche le porte al terrore. Nel giro di pochi anni l'Italia si ritroverebbe inerme di fronte all'offensiva jihadista perché questa legge impedirebbe il ricorso alle espulsioni, che oggi ci permettono di neutralizzare la minaccia, rimpatriando quegli stranieri sospettati di fiancheggiare il terrorismo. A questo si aggiungerà quel fenomeno, ormai tristemente noto in Francia, Gran Bretagna e altri Paesi europei, delle seconde e terze generazioni di immigrati musulmani considerate terreno fertile per la diffusione dell'integralismo islamico. La possibilità di espellere potenziali terroristi negli ultimi due anni è stata decisiva: dal 2015 a oggi sono stati infatti espulse 175 persone sospettate di collusione con il terrorismo.

Cara Boldrini…

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Cara Boldrini,
ho l’impressione che le sue ‘uscite’ stiano prendendo una deriva patologica; più martellanti di rintocchi di campane che non smettono di suonare.

Ma davvero crede che qualche giovanotto nerboruto o qualche ragazzina adusa al saluto romano siano in grado di minacciare dalle fondamenta questa già traballante e decrepita democrazia? Davvero vuole continuare a passare le sue giornate effondendo nell’aria un fastidioso e inverosimile buonismo? Veramente ritiene che il progresso tecnologico, lo smembramento del diritto del lavoro, la potenza globale delle multinazionali e mille altre questioni siano secondarie rispetto a minuti aneddoti di periferia che ci raccontano di fasci littori e robe del genere?

Alimenti la sua vena creativa. Respiri aria diversa. Frequenti le persone e i mercati rionali. E vedrà che i refrain degli anni settanta che lei utilizza con una certa ripetitività sono solo utile chincaglieria per uno svenevole politicamente corretto, e nulla più. Non dia l’impressione di una gigantesca penuria di idee. Non ripeta sempre e solo il mantra del razzismo e della xenofobia anche quando inaugura una pista ciclabile. Non rimesti nel torbido passato. Non agiti continuamente fantasmi di cui nessuno di noi sente la necessità e non alimenti le tensioni.

Le sembrerà strano ma avere idee diverse su omosessuali, famiglia, immigrazione, sovranità e quant’altro non è lesa maestà. Trattasi di democrazia. Non c’è dunque nessun regime alle porte o deriva autoritaria se non quella già vigente e progressivamente imposta da una pervadente economia finanziaria che Lei, da comunista qual è, dovrebbe combattere tutti i santi giorni con comunicati stampa, convegni, azioni politiche e  dichiarazioni pubbliche invece che perdersi in un cicalio di basso profilo.

Comoda la sua posizione! Utilizza aggettivi indigesti e antichi, e prospetta futuribili regimi in camicia nera. Torna al passato e predice il futuro, ma non rischia sul presente.
Eppure Lei non detiene la Verità. Può esprimere solo una verità personale.

Non faccia come il suo sodale, ex sindaco di Roma, che aveva invitato i destristi a ‘tornare nelle fogne’ ma a cui i giudici hanno dato torto. E ancor prima dei giudici, gli italiani, con la loro noncuranza e con un assoluto disinteresse. E sa perché, oltre ad una comprensibile ma circoscritta indignazione, si è dato poco spazio a repliche puntute verso il signor Marino Ignazio? Perché nelle fogne si trova l’intero popolo italiano. E c’è poca voglia di soffermarsi sulla chincaglieria dei simboli che a voi piace tanto. Non c’è proprio tempo di sproloquiare su bandiere rosse, frustini e stivali. È roba da sadomasochisti.

I cinquant'anni di Quella sporca dozzina: dieci cose che (forse) non sapevi sul film

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Autore: Marco Triolo (Nexta)

Il capolavoro bellico di Robert Aldrich compie mezzo secolo. Ecco i segreti del film svelati

Quella sporca dozzina 

Era il 15 giugno 1967 quando Quella sporca dozzina vide il buio delle sale americane per la prima volta. Robert Aldrich, il regista di Piano... piano, dolce Carlotta e Che fine ha fatto Baby Jane?, portò al cinema il romanzo di E.M. Nathanson, firmando uno dei classici assoluti del genere bellico americano. Charles Bronson, Telly Savalas, John Cassavetes, Donald Sutherland, Trini Lopez e il campione di football Jim Brown sono tra i protagonisti del film, un gruppo di soldati colpevoli di crimini di guerra, selezionati e addestrati dal duro Lee Marvin per una missione ad alto rischio. Se aggiungiamo Ernest Borgnine e George Kennedy, quello che si profila è un cast vecchio stampo, quel genere di ensemble che la vecchia Hollywood spesso sfoggiava per traghettare un film in sala e fargli incontrare i favori del pubblico. Che accorse in massa, decretando lo straordinario successo di un film che, cinquant'anni dopo, non ha perso un'oncia del suo fascino. Per festeggiarlo, scopriamo dieci segreti che forse non sapevate del film.



Lee Marvin, larger than life. L'attore è uno dei massimi “duri” della vecchia Hollywood e, anche nella vita reale, era uno che non le mandava a dire. Marvin definì il film “una stupida macchina per soldi”, assolutamente irrealistica nel suo ritratto della guerra (che lui aveva fatto per davvero, e infatti fece anche da consulente alla produzione). Eppure apprezzava Robert Aldrich e lo aveva definito “un uomo fantastico con cui lavorare”.Il demone della bottiglia. Marvin aveva anche un grosso problema all'epoca: il vizio del bere. Si presentava spesso ubriaco sul set e Charles Bronson finì per irritarsi al punto da minacciare di prendere a pugni il collega.



Troppo vecchi per essere veri. Il film si prende una discreta libertà sull'età dei protagonisti. Nel romanzo, Reisman è un capitano sui trent'anni. Nel film fu reso maggiore perché Marvin aveva 42 anni. Anche gli altri attori erano tutti troppo vecchi per interpretare soldati al fronte, e Marvin si lamentò di questo con la produzione. Veterani per davvero. Lee Marvin, Telly Savalas, Charles Bronson, Ernest Borgnine, Clint Walker, Robert Ryan e George Kennedy avevano realmente combattuto nella Seconda Guerra Mondiale.



Allegoria contro il Vietnam. Il regista Robert Aldrich considerava il film un'allegoria contro la guerra in Vietnam. Era un'epoca, inoltre, in cui l'eroismo dei soldati della Seconda Guerra Mondiale stava cominciando a venire ridimensionato proprio per via degli eventi paralleli in Vietnam. E infatti Quella sporca dozzina è uno dei primi film a mostrare soldati Alleati commettere crimini di guerra al pari dei Nazisti. La fortuna di Donald. Donald Sutherland ottenne il ruolo in M.A.S.H., che gli aprì la strada della fama, grazie soprattutto alla scena di Quella sporca dozzina in cui finge di essere un generale e ispeziona i soldati di Robert Ryan. La scena era stata scritta per il personaggio di Clint Walker, ma l'attore non se la sentì di girarla e Aldrich la affidò a Sutherland.



Jim Brown va in pensione. Il campione dei Cleveland Browns avrebbe dovuto recarsi in America per l'allenamento in vista della nuova stagione di football, ma era a Londra sul set di Quella sporca dozzina, le cui riprese erano per giunta state prolungate. Art Modell, proprietario della squadra, minacciò di multarlo di 1.500 dollari per ogni giorno di ritardo. Brown lo prese in contropiede e annunciò il suo ritiro in una conferenza stampa, a soli trent'anni e con una carriera professionale di nove anni (e numerosi record) alle spalle. Ciao ciao, Trini. Il cantante Trini Lopez muore molto presto nell'atto finale del film, addirittura durante il lancio in paracadute. Il motivo è semplice: Frank Sinatra aveva consigliato a Lopez di lasciare il film, perché secondo lui i ritardi nella lavorazione avrebbero compromesso la sua carriera musicale. Lopez seguì il consiglio e Aldrich decise così di farlo fuori subito.



Tagliatevi quei capelli. Lee Marvin raccontò che Robert Aldrich aveva chiesto agli attori di tagliarsi i capelli in maniera coerente con gli stili del periodo in cui era ambientato il film. Marvin si presentò con un taglio a spazzola, gli altri invece si limitarono ad accorciare un po' i loro tagli attuali. Aldrich diede loro una scelta: o presentarsi con i capelli tagliati a modo, o chiamare i loro avvocati.
L'ispirazione della storia. A quanto pare, E.M. Nathanson trasse ispirazione da una storia vera, per scrivere Quella sporca dozzina. Una storia raccontatagli dal futuro regista Russ Meyer, che aveva lavorato come cameraman al fronte. Meyer aveva girato alcuni filmati su un gruppo di prigionieri in un carcere militare, condotti in una base segreta per essere addestrati e mandati dietro le linee nemiche nel D-Day, dove avrebbero commesso atti di sabotaggio e omicidi mirati. Il gruppo veniva chiamato “la sporca dozzina” perché i soldati rifiutavano di lavarsi e radersi. Ovviamente, a questi era stata promessa totale amnistia se fossero tornati vivi. Ma nessuno tornò.

L'isola del Diavolo è stata un vero inferno ed è ancora oggi off-limits

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noemi penna



L'isola del Diavolo esiste. Ed è la più piccola delle tre isole du Salut, al largo della Guyana francese. Un piccolo paradiso off-limits, che è stato l'inferno per molti: dal 1852 al 1946 fu infatti un famigerato penitenziario, che ospitò, fra gli altri, anche il capitano Alfred Dreyfus.



La prigione venne istituita dall'Imperatore Napoleone III, che approvò anche una legge secondo la quale i detenuti dovevano restare nella Guyana francese dopo il loro rilascio, per un tempo uguale a quello passato ai lavori forzati. Gli ultimi prigionieri vennero spediti dalla Francia alla parte opposta del mondo nel 1938 mentre la dismissione definitiva dei locali è avvenuta soltanto nel 1953. Ma ancora rimane privata.



Inutile nascondere che su quest'isola aleggiano numerose leggende. Molti detenuti la consideravano maledetta, nonché impossibile da lasciare. La storia più famosa - «Papillon» - è diventata un best seller del 1970, scritto dall'ex detenuto Henri Charrière. Nel libro vengono raccontati innumerevoli tentativi fallivi di fuga, approdati anche al cinema nell'omonimo film interpretato da Steve McQueen e Dustin Hoffman.



Oggi l'isola del Diavolo è ancora off-limits: si può far giusto un giro in elicottero sopra l'ex colonia penale, per vedere i resti degli edifici ormai invasi dalla giungla. Ma si può sbarcare sulla vicina Isle Royale, in cui Charrière fu imprigionato prima della sua fuga, sulle cui spiagge di fronte all'isola del Diavolo sono ancora affissi cartelli di pericolo e divieto.

Prima gli italiani

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mattia feltri

Dibattito in Parlamento sullo ius soli. Ferito numero uno: il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, che durante un assalto dei senatori leghisti ai banchi del governo all’aula di Palazzo Madama è caduta ed è stata medicata in infermeria con cerotti e antidolorifici, ma ha rassicurato tutti via Twitter. Ferito numero due: Gianmarco Centinaio, capogruppo della Lega, che nel corso della suddetta rissa è stato ferito a una mano da ben sette commessi del Senato, ed è stato medicato alla buvette con del ghiaccio provvidenzialmente sottratto al Campari. 

Feriti numero tre e numero quattro: due ragazzi di CasaPound che, col resto della truppa di nerboruta destra, cercavano di raggiungere il Senato (ignari che dentro se la stessero cavando benissimo anche senza di loro), e sono stati fermati dalla polizia a manganellate (com’è ironica certe volte la vita). Feriti numero cinque, sei eccetera fino al sessantotto: sessantaquattro manifestanti di Forza Nuova, dunque sempre di nerboruta destra, denunciati perché pure loro cercavano di raggiungere il Senato, cantando inni fascisti e salutando romanamente, e sono stati bloccati con gli idranti.

Quindi feriti nell’orgoglio, ma feriti. Ferito numero sessantanove: il presidente Piero Grasso che appena prima di questi edificanti accadimenti si è preso ben tre «vaffanculo» dal senatore leghista Raffaele Volpi. Anche lui ferito nell’autorevolezza, ma ferito. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno: se le sono date fra di loro. Prima gli italiani.

Diamo i ratti ai rom

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mattia feltri

Se foste il sindaco di una grande città afflitta dalla piaga delle buche, che fareste? Voi direte: aggiusterei le buche. Sbagliato. Lo dite perché appartenete alla vecchia politica, che aggiustava le buche, e magari sui lavori ci ricavava qualche mazzetta per il partito o le vacanze al mare. La nuova politica invece non aggiusta le buche: abbassa i limiti di velocità. Geniale, vero? A Roma è stato posto il limite di 30 chilometri orari, col cartello «strada dissestata», su tre vie ad ampio scorrimento, fra la Salaria e l’Aurelia. Che poi sia impossibile percorrerle a trenta all’ora, sono cavoli degli automobilisti. 

Ma se la velocità conosce limiti, il genio no: in altre due vie, più piccole, è appena stato posto il divieto di superare i 10 all’ora (ma c’è il 10 sul tachimetro?) perché il manto stradale è pericoloso. Non ridete. Potrebbe essere un’inversione di prospettiva buona per tutti i mali. Pagate troppe tasse? Facile: guadagnate di meno e si abbasserà l’imponibile. Ci sono le formiche nei letti d’ospedale? E voi restate in salute. Care amiche donne, avete paura del femminicidio?

Diventate lesbiche. Non si sentivano soluzioni così brillanti dai tempi di Jonathan Swift che, per affrontare il flagello della fame in Irlanda, propose di mangiare i bambini dei poveri. Ecco, per esempio, va trascurata l’ipotesi di eliminare dalla capitale ratti e mendicanti dando da mangiare le pantegane ai rom? Che poi, a pensarci bene, se i limiti di velocità vengono portati da 10 a 0, in un colpo solo risolviamo anche il problema del traffico. 

Un cane ha aspettato per tre anni la sua proprietaria all’ingresso di casa

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cristina insalaco



Ha aspettato la sua proprietaria davanti all’ingresso di casa per tre anni, senza sapere che nel frattempo lei era stata portata in una casa di riposo, a causa della sua demenza senile. E’ successo in Corea del Sud, e il quattro zampe si chiama Fu Shi. Si erano incontrati alcuni anni prima, quando la signora, già anziana, aveva trovato il cane mentre vagava senza una meta per le strade della città di Busan. E aveva deciso di adottarlo. La coppia ha vissuto insieme felicemente fino a quando la padrona è stata colpita da un’emorragia celebrale che l’ha portata alla demenza. Per questo è stata ricoverata d’urgenza in una casa di riposo della zona. Ma il cane non è potuto venire con lei.



I vicini di casa, che lo vedevano davanti all’abitazione tutti i giorni, hanno iniziato prima a dargli del cibo, poi si sono preoccupati e hanno chiamato un veterinario: «Il cane tornava in casa solo la sera - dicono - ma rimaneva davanti all’abitazione tutto il giorno nell’attesa di rivedere la signora. Era evidente che l’animale aveva bisogno di aiuto». 

Archiviare e nascondere le foto su Instagram: ecco come si fa

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andrea nepori

Il social network fotografico ora permette di rendere privati i vecchi post, in modo che siano visibili solo al proprietario dell’account. Vi spieghiamo come fare



Instagram ha introdotto una nuova funzione di archiviazione dei post, molto utile per rimuovere dal proprio profilo una vecchia foto compromettente, brutta o semplicemente non più adatta alla visualizzazione pubblica da parte degli altri utenti. Finora il social network, parte della famiglia di Facebook dal 2012, non consentiva di eseguire alcuna operazione analoga, tutti i post presenti in un profilo erano automaticamente pubblici, a meno che il profilo stesso non fosse impostato come privato.

Per utilizzare la nuova funzione di archiviazione basta aprire la foto da nascondere e poi fare tap sull’icona con i tre puntini in alto a destra.Tra le opzioni che compariranno nel menu adesso c’è anche “Archivia”. Dal medesimo menu è possibile disattivare i commenti alla foto, modificare il testo del post, condividerlo o eliminarlo. La cancellazione, prima dell’ultimo aggiornamento, era l’unica (drastica) soluzione per impedire la visualizzazione pubblica del post.



Le foto archiviate rimangono visibili all’utente in una schermata a parte, cui si può accedere dall’icona dell’orologio in alto a destra nel profilo utente. Qualora si volesse ripristinare la visibilità pubblica del post basterà selezionare l’immagine, fare di nuovo tap sui tre puntini in alto a destra e poi su “Mostra nel profilo”. La fotografia tornerà al posto originale nel feed dell’utente, in base alla data in cui era stata pubblicata originariamente. «Il tuo profilo è una rappresentazione di chi sei, ed evolve con te nel tempo», hanno detto da Instagram per motivare l’aggiunta dell’opzione di archiviazione. «Grazie a [questa funzionalità], ora hai più flessibilità nel plasmare il tuo profilo conservando allo stesso tempo i momenti che contano».

Il nuovo malware russo

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Lorenzo Vita

Secondo gli analisti di Dragos, società d’intelligence che da anni tratta il tema della cyber-guerra, le autorità russe avrebbero messo a punto il più potente sistema di attacco per colpire le reti elettriche degli Stati. L’arma, progettata da esperti informatici russi e da hacker che collaborano con il Cremlino, è stata denominata CrashOverride, ed è un malware che potrebbe avere effetti devastanti nei sistemi elettrici civili e militari delle prossime guerre in cui sono impegnate le forze di sicurezza russa. Secondo le analisi di Dragos, riprese anche dal Washington Post, il malware sarebbe già stato testato a dicembre del 2015 sul fronte ucraino. Lo scorso inverno, il malware avrebbe penetrato i sistemi di sicurezza del gestore dell’energia elettrica ucraino Ukrenergo, provocando un blackout che ha lasciato per ore al buio molte zone di Kiev.

Il malware creato dalle forze russe non sarebbe il primo appositamente progettato per attaccare le reti elettriche di uno Stato. Già negli anni precedenti, Stuxnet, malware generato da Israele e Stati Uniti, fu utilizzato per colpire il progetto nucleare iraniano attaccando i sistemi delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio nelle centrali di Teheran. Se però Stuxnet era un malware malevolo teso a sabotare un particolare tipo di sistemi all’interno delle centrali elettriche, tendenzialmente idoneo a danneggiare silenziosamente un particolare obiettivo, CrashOverride avrebbe al contrario l’obiettivo di colpire manifestamente le reti elettriche dei gestori privati. In sostanza sarebbe stato creato con l’apposito scopo di sabotare il sistema per colpire i servizi essenziali di una città o direttamente provocare blackout che colpirebbero la popolazione.

Il malware ha destato preoccupazione soprattutto negli Stati Uniti, perché il malware avrebbe la particolarità di colpire esclusivamente i sistemi di controllo di apparati industriali e di gestioni delle reti elettriche di uno Stato. E perché basterebbero soltanto piccole modifiche al virus per renderlo letale anche per le reti elettriche degli Stati Uniti. Un pericolo che la difesa nazionale americana ha già da tempo posto in cima alla lista degli aggiornamenti al sistema di sicurezza degli Stati Uniti e in cui sembra che gli avversari sullo scenario internazionale, cioè Cina e Russia, siano molto più avanti.

Chi ci sia dietro la creazione di questo nuovo malware è ancora, evidentemente, un mistero, La società Dragos, citata dal Washinton Post, ha ritenuto che dietro questa nuova arma informatica vi possa essere lo stesso gruppo che tra il 2015 e il 2016 attaccò le reti ucraine con il virus BlackEnergy. In quelle settimane, il malware lasciò mezzo milione di ucraini senza corrente elettrica per molte ore, e fu un segnale notevolmente sottovalutato da parte delle intelligence occidentali. In quell’occasione, BlackEnergy colpì in particolare la rete elettrica dell’oblast di Ivano-Frankivskz, nella zona occidentale del Paese. L’intelligence ucraina additò immediatamente i russi come artefici dell’attacco, ma la notizia fu liquidata in breve come un attacco facilmente neutralizzabile. In realtà, non era così semplice come hanno creduto.

L’attacco alle reti elettriche, con un particolare sistema d’infezioni che usavano per tramite Microsoft Office, doveva essere il segnale di una crescita di know-how da parte di chiunque fosse stato l’autore dell’attacco, perché a detta dei maggiori esperti, l’essersi inseriti all’interno delle reti dell’energia elettrica dimostrava un’abilità degna dei migliori pirati informatici a livello mondiale. Oggi, la notizia della creazione di CrashOverride mette di nuovo in allarme tutti i Paesi occidentali, che si sentono particolarmente vulnerabili in tema di attacchi alla cyber-sicurezza.

Negli ultimi mesi, i Paesi colpiti dal malware Wannacry hanno già ampiamente dimostrato l’impreparazione dei loro sistemi di sicurezza di fronte a questa minaccia. In quel caso, la Russia fu uno dei Paesi maggiormente colpiti dall’attacco hacker, nonostante i media si siano concentrati sul Regno Unito e sulla Spagna. Segno che la cosiddetta cyber-war è una guerra internazionale che miete vittime in ogni Paese e che non ha, attualmente, vincitori né vinti. Il problema, tuttavia, è che in questi mesi gli attacchi di pirateria informatica sembrano concentrarsi non più su obiettivi militari o di strutture statali in particolare, ma su servizi essenziali che vanno a ledere sulla vita dei cittadini. Una forma di assedio 2.0 in cui Russia, Stati Uniti, Cina e loro alleati stanno conducendo passi da gigante per rendersi pronti in caso di conflitto.

Guareschi: “Insultai Mussolini per la morte di mio fratello”

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Giovanni Terzi

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Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano in assoluto più apprezzato e più letto nel mondo: oltre 20 milioni di copie dei suoi libri sono stati venduti e si continuano a vendere, tradotti in decine di lingue, mentre i film su Don Camillo e Peppone, ispirati ai suoi romanzi, continuano a spopolare ovun­que. Umorismo, ilarità, buon gusto, allegria sono le caratteristiche delle opere del grande scrittore emiliano. Ma la serenità non fu la cifra della sua vita. Prima vittima di una giustizia ingiusta, Guare­schi morì al suo secondo infarto, nel 1968, all’età di 60 anni, dopo avere superato il primo nel ’61.

Possiamo dire, oggi, che quel­la ingiusta condanna subita, quell’anno e passa di detenzio­ne trascorso nel carcere di San Francesco del Prato, a Parma, influì in maniera determinan­te sulla sua salute?
«Le rispondo con una mia frase: “Ho dovuto fare di tutto per soprav­vivere, tuttavia tutto è accaduto perché mi sono dedicato ad un pre­ciso programma che si può sintetizzare con uno slogan. “Non muoio neanche se mi ammazzano”».

Lei ebbe una giovinezza molto movimentata, non è così?
«Beh,sì,nel ’36,a 28 anni non ancora compiuti, ero già redattore capo, oltre che vignettista e illustratore, del Bertoldo , la rivista satirica di Rizzoli diretta prima da Cesare Za­vattini, poi da Giovanni Mosca. Ma i guai mi arrivarono addosso nel ’42, quando mi comunicarono la notizia- poi per fortuna rivelatasi non vera che mio fratello, militare nell’Armir, era morto in Russia. Non ci vidi più ed esplosi in una serie di insulti nei confronti di Mussolini».

E cosa accadde?
«Che qualcuno tra i presenti corse a riferire alla polizia. Fui arrestato e condannato a tornare sotto le armi: artiglieria. Dopo l’8 settembre, all’ordine di passare al servizio della Repubblica Sociale Italiana, risposi no. Non mi sognavo neppure di rinnegare il giuramento di fedeltà al Re ».

Già, è vero, un monarchico come lei…
«È la verità. Quel mio no ai fascisti di Salò lo pagai con due anni di deportazione nei Lager nazisti, prima in Polonia, poi in Germania. Ne ricavai Diario clandestino, il mio primo libro di successo».

Al ritorno in Italia, fondò «Candido », sempre con Rizzoli, e diede inizio ad una durissima campagna per impedire che i comunisti conquistassero il potere. Indimenticabili e insu­perabili le sue vignette contro i «trinariciuti». A proposito, qual era la funzione della terza narice?
«Far defluire la materia cerebrale e fare entrare direttamente nel cervello le direttive del partito. Devo dire che non fu una battaglia persa. Molti storici hanno attribuito a Candido e alla sua campagna gran parte del meri­to della vittoria democristiana alle elezioni del ’48».

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Ricordo il favoloso appello lanciato dalla copertina di «Candido »: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no».
«Non fu il solo. Lanciai un manife­sto, da me disegnato, con lo schele­tro di un soldato italiano ucciso in un campo di prigionia sovietico dalla cui bocca uscivano queste parole: “Mamma, cento­mila prigionieri italiani non sono tornati dalla Russia. Votagli contro anche per me”».

Gli anni dal ’48 al ’54, quando scoppiò il «caso De Gasperi», furono quelli di maggior suc­cesso, per «Candido».
«Se continuavo a cercarmi dei guai, non era perché fossi ambizioso o pazzo. Non perché avessi mire “politiche”. Ma perché, rinuncian­do io a parlare, avrei tolto la possibilità di parlare a tutti. Iniziai a preoccuparmi dopo la condanna per il “caso De Gasperi”. E  non per me, ma per la libertà e la verità. Motivi di preoccupazione che, a quanto vedo, non sono ancora venuti meno in Ita­lia ».

Parliamo adesso delle sue vicende giudiziarie.
«Non mi querelò solo il presidente del Consiglio, ma anche il presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. Per una vignetta disegnata da Carletto Manzoni che riportava un’etichetta del vino Nebbiolo prodotto nelle terre della famiglia Einaudi, con la scritta “presidente”. Un “conflitto d’interessi”, si direbbe oggi. Al processo mi presentai io, in quanto direttore responsabile di Candido , e mi affibbiarono 8 mesi di reclusione con la condizionale. Era il 1950».

Quattro anni dopo, la «bom­ba » De Gasperi
«Tutto ebbe inizio quando Enrico De Toma, un ex ufficiale della Rsi che aveva ricevuto da Mussolini l’incarico di mettere al sicuro in Svizzera una copia del suo carteggio riservato, vendette quei documenti all’editore Rizzoli. Uno scoop colossale. Il settimanale Oggi, diretto da Edilio Rusconi, iniziò a pubblicare le carte, ma, dopo solo tre settimane, la pubblicazione fu interrotta senza dare spiegazione. Volli ficcare il naso in quegli incartamenti. Scoprii due lettere che De Gasperi aveva in­viato da Roma al colonnello inglese Bonham Carter, a Salerno, sollecitando il bombardamento della periferia di Roma per spingere la popolazione a ribellarsi ai tedeschi ».

E lei decise di pubblicarle. Perché?
«Perché De Gasperi, venendo meno all’impegno preso nel ’48, stava aprendo ai socialisti di Nenni. Non potevo certo essere d’accordo. Da qui la mia decisione di pubblicare le due lettere».

Si disse (e la sentenza confermò questa opinione) che i documenti di quel carteggio erano dei falsi fabbricati durante la Rsi.
«Fui in grado di rendermi facilmente conto che i documenti del carteggio erano autentici».

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Il Tribunale di Milano rifiutò la perizia grafica. E lei fu condan­nato ad un anno di reclusione.
«In tutta quella faccenda tennero conto dell’“alibi morale” di De Gasperi e non ammisero neppure che io potessi possedere il mio “alibi morale”. Me lo negarono. Negarono tutta la mia vita, tutto quello che io avevo fatto nella mia vita. Scriverò: “Mi avete condannato alla prigione? Vado inprigione”».

Nel quale restò non un anno soltanto, ma ben 409 giorni, perché alla condanna del processo De Gasperi si aggiunse quella del processo Einaudi.
«Esatto. Più altri sei mesi di “libertà vigilata”, ottenuta per “buona condotta”. Primo e unico giornalista italiano a scontare interamente in carcere una condanna per diffamazione a mezzo stampa. Lo scopo era di tappare la bocca a Candido. E il potere giudiziario, ovvero il “terzo potere”, si prestò. Nel ’61, dopo che ebbi il mio primo infarto, Candido cessò le pubblicazioni».

E il «quarto potere»?
«Ai miei funerali c’erano soltan­to due giornalisti: Nino Nutrizio, direttore de La Notte e mio grande amico, ed Enzo Biagi, emiliano come me ».

Via libera dalla Cassazione all’iscrizione all’anagrafe di Venezia di un bambino come figlio di due donne

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Via libera dalla Cassazione all’iscrizione all’anagrafe di Venezia di un bambino come figlio di due donne, cittadine italiane coniugate all’estero, una delle quali aveva partorito a Londra il piccolo nato con fecondazione eterologa. L’ufficio dello stato civile britannico aveva registrato il bambino come figlio di entrambe le `mamme´. La coppia aveva chiesto di fare altrettanto agli uffici veneziani ricevendo un `no´. Per gli ermellini invece, al richiesta della coppia, «non è contraria all’ordine pubblico internazionale». 

Nel suo verdetto, la Cassazione non ignora ed anzi ricorda che la legge 40 sulla procreazione assistita, pur dopo gli interventi della Consulta che hanno ampliato la possibilità di ricorrere alla fecondazione eterologa, prevede tuttora dei `paletti´ stabilendo che «i conviventi siano di sesso diverso e che la procreazione assistita si effettui in caso di sterilità della coppia». «Tuttavia, trattandosi di fattispecie effettuata e perfezionata all’estero e certificata dall’atto di stato civile di uno Stato straniero, si deve necessariamente affermare», è l’avviso della Suprema Corte, «che la trascrizione richiesta non è contraria all’ordine pubblico (internazionale)».

A questa posizione, la Cassazione è arrivata sequendo la giurisprudenza della Corte dei diritti umani che mette in primo piano «la preminenza dell’interesse del minore nonchè il suo diritto al riconoscimento ed alla continuità delle relazioni affettive anche in assenza di vincoli biologici ed adottivi con gli adulti di riferimento, all’interno del nucleo familiare». 

“È falso, ma di qualità”. E metà dei giovani sceglie il tarocco

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paolo baroni

Aumenta di intensità la lotta alla contraffazione, cresce la consapevolezza tra i consumatori, ma la qualità dei prodotti tarocchi a sua volta migliora sensibilmente e questo rende più difficile contrastare le attività di commercio illecito. È il paradosso che emerge da una indagine realizzata dalla società Field Service nell’ambito del progetto “Io Sono Originale” promosso dal ministero dello Sviluppo e dalle associazioni consumatori presentata in occasione della Settimana Anticontraffazione. 

Proteggere marchi e brevetti
Tra i giovani risulta molto alta la conoscenza del concetto di proprietà industriale (per le invenzioni, i loghi e il design creativo dati stabili tra l’80% e il 96% mentre è in aumento per i beni di consumo e le nuove soluzioni tecniche degli stessi) e comunque nel complesso più del’88,4% (in aumento rispetto al 2016) dichiara che è giusto tutelare le categorie proteggibili di cui sopra. Non solo, ma oltre il 92% dei giovani dichiara che è giusto considerare reato la contraffazione di prodotti industriali protetti da marchi o brevetti, l’80% la copia di un prodotto di design e il 75% la pirateria audio-visiva (in crescita di oltre 10% punti dal 2016). Di contro però il 50% degli intervistati dichiara di comprare contraffatto con consapevolezza. Questo deriva dal fatto che la qualità della merce contraffatta è migliorata, aumentando lievemente il rapporto qualità/prezzo (+ 3% dal 2016).

Cosa si compra
La merce più acquistata è in linea con le precedenti edizioni della ricerca: al primo posto ci sono gli accessori pelletteria (27,4%) seguiti da abbigliamento (26,8%), cd/dvd (21.9%), occhiali (19%), scarpe e gioielli (13,4% ciascuna), giocattoli (10%) e solo in penultima posizione (6% ) alimentari mentre i cosmetici (5,8%) rappresentano il fanalino di coda. Per quel che riguarda l’ambito alimentare un anello ancora debole, spiegano i ricercatori della Field Service, è rappresentato dalla ancora scarsa conoscenza del fenomeno dell’ Italian Sounding: se la contraffazione può essere legalmente impugnabile e sanzionabile, la stessa cosa non vale per i prodotti che imitano un prodotto, denominazione o un marchio con richiami alla presunta italianità.

Un settore dove l’acquisto di contraffatto è invece minimo (10% dato stabile) è quello dei giocattoli, a dimostrazione del fatto che la sensibilizzazione sul tema sicurezza – sostengono le associazioni dei consumatori raccolte nella Cncu, ha avuto effetto. Oltre il 71% dichiara infatti che i prodotti contraffatti possono diventare pericolosi per se stessi e per la famiglia.

Ma le multe non servono
Più in generale il 61,4% di chi ha comprato contraffatto ha dichiarato di aver diminuito l’acquisto di tali prodotti, mentre solo il 2,9% ha aumentato a fronte di un 35,7% che non ha modificato le sue abitudini di acquisto. Tra le motivazioni di questo comportamento c’è l’aumento considerevole di oltre 5% punti dell’opera di sensibilizzazione della istituzioni, ma la delusione della qualità/durata del prodotto contraffatto è in diminuzione di circa 9% rispetto al 2016. Proprio per questo tra i metodi più suggeriti dai consumatori per disincentivare questo tipo di acquisti risulta essere quello di “evidenziare la differenza di qualità tra marca e contraffatto” e di “incrementare la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti”, mentre la “multa” per chi acquista contraffatto è invece ritenuta meno persuasiva anche perché il consumatore ritiene insufficiente l’azione delle autorità nella piccola distribuzione, nei negozi tradizionali e chiaramente nel commercio on line.

La campagna “Io Sono Originale”
Per aumentare il livello di auto-tutela del consumatore e coinvolgere e stimolare il consumatore ad impegnarsi in modo attivo nella lotta alla contraffazione nell’ultimo anno è proseguita la campagna di comunicazione e di informazione sul territorio nazionale e sul web: tra l’altro sono stati realizzati 40 road show e 30 flash mob nelle principali piazze Italiane e nei luoghi di maggior frequentazione, come le piazze, i mercati e i centri commerciali. E sono proseguite le campagne sui social e nelle scuole per coinvolgere in particolare i giovani. In parallelo sono stati lanciati anche un videogioco ed un concorso a premi.

Foorban, la storia del ristorante digitale senza posti a sedere

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lorenza castagneri

La startup, nata a Milano poco meno di un anno fa, serve i suoi piatti solo su consegna: ecco come fa per mantenerli buoni



Come definire Foorban? Il ristorante senza posti a sedere. O come preferisce, Stefano Cavaleri, che lo ha inventato, «il ristorante con più coperti al mondo». 

«Dato che i nostri clienti si accomodano per pranzare direttamente al proprio tavolo, a casa o in ufficio - spiega -, i posti a sedere sono, in teoria, infiniti». A rendere possibile tutto ciò è, l’avrete capito, un servizio di delivery, diverso però da Foodora o Deliveroo. Perché qui si consegnano soltanto i piatti preparati da Foorban, ormai seicento in totale, cinque diversi ogni giorno, sani e pure più buoni perché pensati per essere serviti appositamente dopo il tempo di trasporto. 

«La nostra sfida più grande è la pasta. Per friggere utilizziamo la tecnica di spruzzare l’olio sul cibo, in modo che si mantenga croccante, mentre il polipo viene cotto sottovuoto perché resti morbido», racconta Cavaleri. Ma, al di là degli stratagemmi culinari, è la tecnologia che conta.



«Abbiamo messo a punto algoritmi che ci aiutano, per esempio, nella logistica, per individuare il percorso più ideale per i nostri rider in modo che il cibo arrivi a destinazione in perfetto stato, o, ancora, che servono a fare analisi predittive delle preferenze dei clienti per capire quali piatti riproporre o, al contrario, abbandonare, fermo restando il fatto che noi proponiamo soltanto menù con verdura di stagione».

Foorban si è fatto paladino del piatto unico bilanciato. Soltanto a marzo ne sono stati ordinati e serviti oltre quattromila, esclusivamente a pranzo e a Milano città. «Visto il successo, a breve il servizio si estenderà anche alla cena e il prossimo anno apriremo in altre città», rivela Caveleri, affiancato da altri due confondatori, Marco Mottolese e Riccardo Pozzoli. Dove è ancora top secret. Di sicuro a contribuire all’espansione saranno i 650mila euro del micro investimento appena ricevuto da un gruppo di investitori privati che si aggiungono ai 500mila già ricevuti l’anno scorso. Fondi che serviranno, pure, per finanziare il settore ricerca e sviluppo, il pilastro di ogni azienda.