mercoledì 14 giugno 2017

Il ristorante piu’ antico del mondo? Si trova a Madrid

lastampa.it
F. G.

La capitale spagnola da Guinness dei Primati: è qui infatti che si trova il ristorante piu’ antico del mondo, il cui edificio risale al 1590

Il ristorante piu' antico del mondo si trova a Madrid
©Botin.es

Il ristorante piu’ antico del mondo secondo il Record Guinness è il Sobrino de Botin e si trova a Madrid. Sembra, infatti, che le prime notizie riguardo ad una Casa Botin risalgano già al 1590. Fu quella l’epoca in cui venne edificato il palazzo che ancora oggi ospita il ristorante. E il momento in cui il proprietario della casa decise di aprire un’osteria per viandanti. La storia continua nel nel 1620 quando Plaza Mayor venne completamente trasformata. E in tutta l’area circostante nacquero una serie esercizi commerciali. In questi anni Jean Botin, giovane cuoco francese, decise di stabilirsi a Madrid rilevando l’antica osteria. Che in breve tempo divenne famosa per la sua ospitalità. Nel 1725 il nipote di Jean Botin decise di ristrutturarla, lasciando il grande camino in pietra, ancora oggi funzionante.

MADRID: LA STORIA DEL RISTORANTE PIU’ ANTICO DEL MONDO

Una nuova ristrutturazione avvenne agli inizi del XIX secolo, con l’ingresso ed il primo piano destinati ad accogliere i clienti mentre i piani superiori destinati all’uso della famiglia.  Si deve arrivare agli inizi del XX secolo per vedere la Casa Botin così come la si conosce oggi.  Quando venne rilevata dalla giovane famiglia Gonzalez formata da Amparo, il marito Emilio ed i loro tre figli. Dopo varie vicissitudini a causa della Guerra Civile che costrinse la famiglia a dividersi, ecco che il locale torna a nuova vita. Con la terza generazione dei Gonzalez è diventato oggi uno dei più conosciuti e tradizionali ristoranti della capitale spagnola.

RISTORANTE PIU’ ANTICO DEL MONDO: COME E’ OGGI

Occupa tutti e 4 i piani dell’edificio, struttura che è stata mantenuta il più possibile fedele all’originale locanda del 1700. La cucina tradizionale ed impeccabile è quella tipica castigliana e il servizio sempre attento e cordiale coccola i clienti. Due curiosità aumentano il fascino di questo simbolo cittadino. La prima riguarda Hemingway ed Emilio Gonzalez, ovvero nonno dei giovani proprietari attuali. I due erano legati da una forte amicizia, tanto che il celebre scrittore chiese più volte al proprietario del Botin di insegnargli a cucinare la paella, senza risultato alcuno. Inoltre sembra che nel 1760 la Casa Botin diede lavoro come lavapiatti ad un giovanissimo artista. Un ragazzo che si guadagnava da vivere in attesa di diventare uno dei più grandi e celebrati pittori spagnoli, ovvero Francisco Goya.

Copyright online, la Corte europea contro The Pirate Bay

lastampa.it
innocenzo genna

I contenuti pubblicati dagli utenti devono essere autorizzati dai titolari dei diritti



Le grandi piattaforme di condivisione social quali Youtube ma anche website o forum online potrebbero avere grossi problemi in futuro qualora i loro utenti e lettori carichino sui loro server dei contenuti (in particolari video o file musicali) protetti da copyright. Tali operatori potrebbero infatti essere perseguiti dai titolari dei contenuti (produttori di film, majors, etichette discografiche) in base all’assunto che la piattaforma stessa abbia commesso un’infrazione del copyright. Si aprirebbe una lunga stagione di contenziosi e negoziazioni che investirebbe non solo le tradizionali piattaforme di video-sharing (Youtube è già impegnatissima su questo fronte in Italia con Mediaset) ma potenzialmente qualsiasi operatore online che ospiti contenuti di terzi per la condivisione: Facebook, giornali online, forum ecc.

Oggi infatti la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha statuito (sentenza nella causa C610/15 Stichting Brein/Ziggo BV, XS4ALL Internet BV) che la messa a disposizione su Internet di contenuti caricati da utenti costituisce una forma di “comunicazione al pubblico”, cioè un’attività che dovrebbero essere autorizzata o licenziata dagli aventi diritto, altrimenti si tratterebbe di un’infrazione. Allo stato attuale della normativa, le piattaforme social, così come gli altri intermediari online, sono normalmente protetti da queste situazioni, che sono imputate direttamente agli utenti che diffondono materiale non protetto (salvo poi il potere degli aventi diritto di chiederne alla piattaforma la rimozione). Ma la sentenza di oggi va un passo oltre, perché sembra suggerire una responsabilità diretta degli intermediari, non più indiretta come avveniva ora.

Occorre specificare che la Corte europea ha emesso la sentenza in un caso molto specifico, e cioè contro il sito The Pirate Bay, che della pirateria online ha da sempre fatto una battaglia politica ma anche un business. Per questo la Corte ha ravvisato una serie di circostanze che fonderebbero la responsabilità dei sui amministratori (ladri per uni, eroi per altri), in particolare: lo scopo del profitto; la consapevolezza, se non addirittura la volontarietà, delle infrazioni del copyright; l’indicizzazione e gestione dei vari files. Bisognerà quindi vedere se queste circostanze specifiche saranno sufficienti per riscrivere i rapporti (anche di forza) tra piattaforme online e industria tradizionale dei contenuti.

Tuttavia, il mondo Internet è già in fibrillazione e nei prossimi giorni fioriranno le analisi giuridiche sull’argomento. Sulla decisione della Corte di Giustizia abbiamo ricevuto anche un commento di Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’industria musicale italiana:

«La decisione della Corte di Giustizia è molto importante in quanto chiarisce molti elementi che portano le piattaforme online ad essere responsabili per il caricamento di contenuti da parte degli utenti. La decisione è anche significativa per quanto riguarda la problematica del value gap e del ruolo di piattafome di video sharing come Youtube. Le posizioni dei giudici di Lussemburgo seguono in modo lineare il ragionamento già seguito a suo tempo dalla Cassazione italiana nel caso attivato da Fimi contro Pirate Bay . Ora questa decisione sarà fondamentale anche nel dibattito al Parlamento EU sulla proposta di direttiva copyright».

L’antisemitismo viaggia in Rete e si diffonde anche dagli e-book

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paolo colonnello


Il rapporto sull’antisemitismo del Centro di documentazione ebraica, presentato oggi a Milano, segnala almeno settanta titoli che circolano indisturbati nei circuiti ufficiali degli e-book

Come al solito, alla fine sono le parole a pesare come pietre. E a tenere viva la fiamma dell’antisemitismo nel nostro Paese: ogni giorno canali di distribuzione importanti come Amazon o Ibs diffondono via Internet antisemitismo a piene mani con la vendita di libri che vengono recensiti come se si trattasse di tomi qualsiasi, mentre veicolano l’odio verso gli ebrei.

E poi, ecco il quotidiano che mette in vendita il Mein Kampf di Hitler senza sentire il bisogno di fare almeno un’edizione critica; il politico che fa riferimento al complottismo delle lobby ebraiche; i gruppi di tifosi che sfoggiano slogan razzisti e antisemiti. Per non parlare del linguaggio che passa sui social, dei gruppi nazisti e fascisti nati su Fb, delle parole che viaggiano su Twitter. Insomma, guardando il rapporto sull’antisemitismo in Italia nel 2016, che questa mattina verrà presentato a Milano dal Centro di documentazione ebraica diretto da Gadi Luzzato Voghera a Palazzo Marino (www.osservatorioantisemitismo.it), emerge un quadro per niente tranquillizzante.

La fotografia di un Paese che se da una parte ha aumentato la sicurezza nei confronti dei centri ebraici, facendo diminuire drasticamente gli atti di violenza, dall’altra culturalmente sembra scivolare sempre più nell’indifferenza per l’uso di termini e parole che esprimono invece grande aggressività e coltivano una rinascita dell’antisemitismo assai preoccupante: negazione e minimizzazione della Shoah sono sempre più frequenti e manifesti senza che vi siano mezzi legali importanti per contrastarli. 

«Nel corso della nostra ricerca - spiega Luzzato - ci siamo scontrati con dinamiche malate: si spende per andare nelle scuole a parlare di Shoah e poi si lascia che la vendita di paccottiglia antisemita circoli tranquillamente». Per esempio, la vendita dei libri. Sono almeno una settantina i titoli che circolano indisturbati nei circuiti ufficiali degli e-book. Opere di teorici del nazifascismo, di apologetica cattolica preconciliare, antisionista e cospirativista. Queste le sigle editoriali più aggressive: Edizioni Ar, Anteo Edizioni, Effepi, Thule Italia Editrice, Effedieffe, Ritter, Settimo Sigillo, Edizioni Radio Spada, e via dicendo. Di queste, 19 sono riconducibili alla destra radicale, 3 alla corrente di New age (millenarismo progressista), 1 alla sinistra estrema.

Ma il rapporto ha monitorato anche il linguaggio dei politici scoprendo per esempio che l’antisionismo venato di cospirativismo è presente nel lessico di esponenti del M5S così come dell’ex parlamentare Massimo D’Alema che «nel corso del 2016 ha più volte definito Matteo Renzi agente del Mossad».

Riina Party

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mattia feltri

Da nove giorni l’Italia è impegnata in una discussione allucinogena: Totò Riina va scarcerato? Tutto parte lunedì della settimana scorsa quando la Cassazione riceve la sentenza con cui il tribunale di sorveglianza stabilisce, per l’ennesima volta, che no, Riina deve restare nella clinica di Parma dov’è detenuto. La Cassazione dice ok, però c’è un piccolo problema, le motivazioni sono insufficienti, vanno precisate meglio perché dire che Riina è pericoloso non basta: la Costituzione, valida per tutti, buoni e cattivi, e anche cattivissimi, garantisce pure ai reclusi il diritto a una morte dignitosa (sempre che stiano morendo), magari in altre strutture, raramente persino a casa. Che poi è un concetto giuridico prossimo alla banalità almeno dai tempi in cui furono dichiarate illegali la razzia e lo squartamento. 

Chissà come, sui giornali la notizia diventa che la Cassazione libererà Riina. E parte un dibattito surreale fra politici, magistrati in carriera e in pensione, avvocati, opinionisti, sociologi, passanti e semplici conoscenti, coralmente allibiti dalla demenza (e delinquenza) dello Stato. Un abbaglio globale e comico che spiega molto dei nostri tempi, e non se ne parlerebbe più se ora, sulle basi del nulla, non si fossero mobilitate le istituzioni, nella persona della presidente dell’Antimafia, Rosi Bindi, autoincaricata di un blitz a verificare le condizioni di prigionia e salute del boss. Sta benone, muoia pure lì, ha detto Bindi. Questa è l’unica verità: Riina morirà lì e non serviva Bindi, basterà una sentenza scritta meglio. 

Individuata la prima “arma digitale” per attacchi contro reti elettriche

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carola frediani

Usata lo scorso dicembre in Ucraina, è il primo malware progettato solo per sabotare la fornitura di elettricità, spiegano due report

Lo scorso dicembre un attacco informatico al gestore ucraino di rete elettrica Ukrenergo è riuscito a disconnettere una sottostazione di trasmissione provocando un blackout di un’ora per alcune migliaia di utenti a Kiev. All’epoca l’episodio non ha avuto molta pubblicità, anche perché era oscurato da un attacco avvenuto esattamente un anno prima, nel dicembre 2015, sempre in Ucraina, che aveva tolto la corrente per almeno sei ore a oltre 230mila residenti della regione di Ivano-Frankivsk.

Un malware contro reti elettriche
Ma a quanto pare quel secondo attacco avrebbe dovuto preoccupare molto più del primo. Perché utilizzava un malware diverso, specificamente progettato per interrompere il normale funzionamento di una rete elettrica in modo automatizzato. E perché potrebbe essere usato anche contro gestori dell’energia di altri Paesi, soprattutto europei, mediorientali o asiatici (e con alcuni aggiustamenti anche americani).

Il fatto di avere come missione esclusiva l’attacco a sistemi di controllo industriale e il sabotaggio di una infrastruttura critica lo rende dunque degno erede di Stuxnet, che fu il primo software malevolo progettato (o quanto meno impiegato con successo) ad avere quell’obiettivo nel suo Dna. La prima cyberarma, secondo molti osservatori. Nello specifico, Stuxnet venne sviluppato con lo scopo di danneggiare silenziosamente le centrifughe di un impianto di arricchimento dell’uranio in Iran e rallentare il programma nucleare iraniano. Il malware che ha colpito in Ucraina mostra invece un crescente interesse per lo sviluppo di attacchi contro reti elettriche che potrebbero avere effetti subito visibili e concreti sui servizi essenziali di un Paese e parte della popolazione

Cosa differenzia CrashOverride da altri attacchi
In particolare, secondo l’analisi di Dragos - società specializzata nella difesa di sistemi di controllo industriale fondata da Robert M. Lee, veterano della cyberguerriglia nel governo americano poi passato all’industria - il malware usato in Ucraina a dicembre, e battezzato CrashOverride, sarebbe il primo del genere progettato e utilizzato per attaccare reti elettriche. Per spiegare cosa significa dobbiamo fare un passo indietro e confrontare i due diversi attacchi che hanno colpito parti della rete elettrica Ucraina nel dicembre 2015 e nel dicembre 2016.

Nel 2015 infatti gli attaccanti usarono un malware noto come BlackEnergy 3, che è sostanzialmente uno strumento di cyberspionaggio con il quale hanno avuto accesso alle reti corporate delle aziende elettriche e da lì sono arrivati alle reti di controllo dei sistemi industriali (SCADA). E sono stati poi gli attaccanti a gestire i vari passaggi di disconnessione delle sottostazioni.

Progettato per il sabotaggio
Nel caso dell’attacco del 2016 contro l’operatore Ukrenergo le procedure per interrompere le operazioni di fornitura dell’energia sono state codificate e automatizzate nel malware CrashOverride. 
«BlackEnergy 3 è stato sfruttato per ottenere l’accesso alle reti elettriche nell’attacco del 2015 ma il malware non ha causato l’attacco vero e proprio e l’interruzione del servizio», spiega a La Stampa Robert M. Lee. «Ha dato accesso agli operatori umani che hanno usato gli stessi sistemi della rete elettrica contro sé stessa, in un approccio manuale. Invece nel 2016 CrashOverride ha codificato dentro il malware quella conoscenza relativa a come rivoltare i sistemi contro loro stessi. Le due famiglie di malware - BlackEnergy e CrashOverride - non sono collegate dunque. Inoltre il secondo è più automatizzato e scalabile».

Potrebbe essere utilizzato per attacchi simultanei contro più siti. E poiché è composto da moduli, blocchi che aggiungono o modificano funzionalità, potrebbe essere esteso ad altri Paesi e industrie, nota il report di Dragos. In quanto alla comparazione con Stuxnet, «si può fare perché questo è il secondo tipo di malware confezionato apposta per sistemi industriali e progettato per interrompere il servizio», commenta ancora Lee. «Gli altri due malware usati contro industrie (BlackEnergy 2 e Havex) erano focalizzati sullo spionaggio».

Riassumendo: sono quattro i malware rinvenuti in attacchi che hanno colpito sistemi di controllo industriale: Stuxnet, BlackEnergy, Havex e CrashOverride. Ma BlackEnergy e Havex sono stati progettati per fare cyberspionaggio. Stuxnet e CrashOverride servono solo a fare sabotaggio. Nel caso di Stuxnet si otteneva distruzione fisica delle macchine (le centrifughe). Nel caso di CrashOverride si ottiene una interruzione del servizio.

Protocolli di comunicazione vecchi
Da notare che CrashOverride (chiamato Industroyer da Eset) non utilizza vulnerabilità zero-days, cioè falle ancora sconosciute, ma si distingue per la capacità di sfruttare i protocolli di comunicazione usati dai sistemi di controllo industriale. «Il problema è che questi protocolli sono stati progettati decenni fa, e allora i sistemi industriali dovevano essere isolati dal mondo esterno», scrive Eset nel suo report. «Perciò, i loro protocolli di comunicazione non erano fatti pensando alla sicurezza. E ciò significa che gli attaccanti non hanno bisogno di cercare vulnerabilità nei protocolli; gli basta insegnare al malware a “parlare” con quei protocolli». Tuttavia chi gestisce sistemi industriali può difendersi da questo tipo di attacco, e i due paper danno delle indicazioni tecniche al riguardo.

Chi c’è dietro?
In quanto all’identità degli attaccanti dietro a CrashOverride, Dragos ritiene che si tratti di un gruppo legato comunque agli hacker che avevano usato BlackEnergy in Ucraina nel 2015, gruppo identificato da altri come Sandworm. Dunque, stando ai report di varie società, si tratterebbe di hacker russi, anche se non ci sono prove definitive sulla loro identità. Dragos ha dato loro anche un nome: Electrum. Certo, il target rientrerebbe nella sfera d’azione e di interesse russa. E del resto l’Ucraina negli ultimi anni è stata un terreno di scontro anche digitale e di sperimentazioni di cyberguerriglia.

Quei jihadisti improvvisati senza legami con il Califfo che colpiscono l’Occidente

lastampa.it
lorenzo vidino

Dalla nascita dell’Isis sono stati 51 gli attacchi in Usa ed Europa. Tre quarti degli attentatori erano cittadini del Paese colpito

Negli ultimi tre anni, l’Europa e il Nord America sono stati colpiti da un’ondata senza precedenti di attacchi terroristici. Quali sono gli obiettivi del terrore? Chi sono gli individui che hanno eseguito questi attentati? Come si sono radicalizzati? Sono nati e cresciuti in Occidenti o rappresentano una minaccia esterna (cioè sono rifugiati e migranti)? Hanno trascorsi criminali? Erano ben istruiti e integrati o, al contrario, vivevano ai margini della società? Hanno agito da soli? Quali erano le loro connessioni con lo Stato islamico?

Per cercare di rispondere a questi e altri quesiti dai fondamentali risvolti di policy, un nuovo studio, di cui sono co-autore insieme a Francesco Marone, e pubblicato da Ispi e George Washington University, ha analizzato i 51 attacchi e i 66 attentatori che hanno colpito l’Occidente dalla nascita del Califfato nel giugno del 2014 a oggi. I dati che ne sono derivati, e che sono qui parzialmente sintetizzati, danno una panoramica dettagliata della minaccia, utile a capirne l’entità e le caratteristiche.

Innanzitutto i 51 attacchi, che in totale hanno provocato 395 vittime e almeno 1549 feriti, variano enormemente in termini di sofisticatezza, letalità, bersagli e legami con lo Stato islamico. Alcuni sono attentati coordinati con un ingente numero di vittime, sul modello di quelli avvenuti a Parigi nel novembre 2015. Ma la maggior parte sono azioni eseguite da attori solitari, spesso all’arma bianca e pertanto meno letali (ma l’attentato compiuto con un camion a Nizza da un lupo solitario ha causato 86 vittime). Sono tutte azioni compiute da soggetti ispirati dall’ideologia jihadista, ma solo l’8% degli attacchi sono stati perpetrati da individui che hanno ricevuto ordini direttamente dai vertici del Califfato e 26% sono stati compiuti da individui aventi una qualche forma di connessione con lo Stato islamico, ma che hanno agito autonomamente. 



A conferma che lo spontaneismo, pericoloso perché imprevedibile, domini la presente ondata di jihadismo, il 66% degli attacchi sono stati compiuti da soggetti privi di qualsiasi legame operativo col Califfato. E solo il 38% degli attacchi è stato rivendicato da gruppi jihadisti (quasi sempre dallo Stato Islamico). Il Paese più colpito è la Francia (17), seguito da Stati Uniti (16), Germania (6), Regno Unito (4), Belgio (3), Canada (3), Danimarca e Svezia (1).

Chi sono gli attentatori? Nonostante la crescente presenza femminile nelle reti jihadiste, su un totale di 66 attentatori vi sono solo 2 donne. E nonostante vi sia una generale tendenza verso la radicalizzazione di individui sempre più giovani, l’età media degli attentatori è di 27,3 anni (con solo 5 minorenni). Il 17% sono convertiti all’Islam, con percentuali sensibilmente più elevate in Nord America. Il 57% ha trascorsi criminali. Solo il 18% vanta un’esperienza di combattimento all’estero come foreign fighter; tuttavia, tendenzialmente, tale tipologia di terroristi è coinvolta negli attacchi più letali. 

Viste le implicazioni dal punto di vista politico si è voluto analizzare anche lo status migratorio degli attentatori. I dati mostrano che il 73% degli attentatori è composto da cittadini del Paese in cui è stato eseguito l’attacco; il 14%, poi, era legalmente residente in tale Paese o in visita da Paesi confinanti. Solo il 5% è composto da individui che al momento dell’attacco erano rifugiati o richiedenti asilo. Il 6%, infine, risiedeva illegalmente nel Paese bersaglio al momento dell’attacco.

Sebbene sia arduo prospettare sviluppi futuri, pare chiaro che la minaccia posta dal terrorismo jihadista non sia destinata a svanire nel breve termine – da presidente, Obama aveva parlato di una «sfida generazionale». Il modo in cui i decisori politici, le autorità antiterrorismo e il grande pubblico concettualizzeranno e risponderanno a questa inedita ondata terroristica avrà implicazioni significative, poiché potrà plasmare varie questioni di politica interna ed estera strettamente intrecciate. Dei freddi numeri da soli non ci fanno capire cosa motivi giovani musulmani occidentali ad adottare il credo jihadista, ad uccidere e farsi uccidere in nome di esso. È però fondamentale che qualsiasi tipo di analisi e decisione parta dai fatti e non da fuorvianti preconcetti e illazioni politiche. 

Perché la benzina in autostrada costa sempre più cara

lastampa.it
fabio poletti

Cara benzina mi costi, ma quanto mi costi? Il calcolo lo hanno fatto il sindacato dei gestori Figisc e la Confcommercio. Il prezzo medio di un litro di benzina alla pompa nella settimana tra il 5 e l’11 giugno è stato di 1 euro e 512 centesimi. Con un certo entusiasmo l’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico fa sapere che lunedì scorso - 2 giorni fa quindi è il dato più aggiornato che c’è - il prezzo medio sarebbe sceso a 1 euro e 510 centesimi. Con un sostanzioso risparmio per noi consumatori di ben 0,002 centesimi. In calo anche se si fa fatica a definirlo vertiginoso è pure il prezzo del gasolio. Settimana scorsa era di 1 euro e 361 centesimi al litro. Che lunedì era in media di 1 euro e 353 centesimi.

Che ad alzare vertiginosamente i prezzi siano tasse e accise si sa. È bene ricordare qualche numero. L’Iva al litro sulla benzina è di 273 centesimi. Le accisa arrivano a 737 centesimi. Che fanno per lo Stato un introito, questo sì vertiginoso, di 1,010 euro per ogni litro. Se non bastasse il caro prezzi c’è l’ulteriore rincaro se la benzina si acquista in autostrada. Secondo Leonardo.itMoney la benzina in autostrada costa il 30 se non il 45% in più rispetto alla normale rete. Secondo Altroconsumo che ha fatto una ricerca molto dettagliata nel 2016 sulle autostrade nell’area di Milano la benzina costa il 9% in più, di Bologna il 6%, di Firenze l’11%, di Roma il 7% e addirittura il 12% a Napoli. Gestori e società autostradali si rimpallano la responsabilità su costo della benzina, addebitandolo alle royalties che queste ultime incassano per ogni litro venduto.

Marco Bulfon responsabile prezzi carburante di Altroconsumo ha pure un’altra idea: «Da noi c’è la benzina più cara d’Europa anche se l’Italia è uno dei massimi produttori al mondo di carburante. Questo avrebbe dovuto garantire prezzi più concorrenziali. Ma va a finire che il nostro carburante venduto in Francia là costa meno. Da noi c’è un gigantesco problema di distribuzione e di organizzazione». Per non parlare dei costi fissi. Delle royalties alle società autostradali e tutto il resto.

L’esperto risponde: «Fino a che lo Stato utilizza la benzina come salvadanaio siamo di fronte a una ingestibile follia. Da noi poi ci sono il doppio delle stazioni di servizio che in Europa». In Italia sono 24 mila solo sulla rete autostradale. Che vendono meno di 1 miliardo e 800 milioni di litri di carburante. Un dato sempre più in decrescita visto che l’oro nero è oramai caro come l’oro vero. E dal 2008 al 2013 la vendita sulla rete autostradale è crollata in media del 45%. Complice la crisi e non solo quella.

I BENZINAI: “COLPA DELLE ROYALTIES, A NOI RESTANO I CENTESIMI”

Stefano Cantarelli, presidente della rete autostradale della Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti, perché fate pagare di più la benzina dopo il casello?
«Intanto il costo di esercizio è più alto. Anche se è stato ridotto all’osso deve essere garantito personale 24 ore al giorno e non solo un servizio automatico alla pompa».

Basta per il salasso?
«Il dato che incide molto sono le royalties che chiedono le società autostradali per assegnare alle compagnie petrolifere o ai gestori la singola area di servizio. Negli anni si è arrivati ad un costo che si aggira tra i 12 e i 13 centesimi al litro. Soldi che finiscono direttamente ai gestori».

In passato erano meno?
«Fino al 2002, quando si è privatizzata la rete autostradale, le royalties arrivavano al massimo a 1 centesimo e mezzo al litro. Il problema che l’aggiudicazione è su base d’asta. Pur di accaparrarsi l’area di servizio anche le compagnie petrolifere offrono di più. Secondo un dato in nostro possesso le società autostradali incassano tra i 150 e i 160 milioni di euro l’anno».

Che Iva e accise siano tra le più alte in Europa lo sappiamo...
«Sì, ma ricordiamo anche che al benzinaio, fatto un prezzo medio della benzina di 1,4 euro al litro, rimangono in tasca appena 5 centesimi».

C’è qualche anomalia su cui si potrebbe intervenire?
«Bisognerebbe ristrutturare l’intera rete. Andrebbero chiusi il 30% degli impianti. Quelli che ci sono oramai sono decisamente troppi».

Si vende meno benzina?
«La crisi ha picchiato duro anche in questo campo. Nel 2002 in autostrada si vendevano 4 miliardi di litri l’anno di carburante. Nel 2016 siamo a meno di 1,8 miliardi. Contro i 26/27 miliardi dell’intera rete ordinaria. Siamo sotto addirittura al 1979 quando la rete autostradale era grande la metà e si vendevano 2,5 miliardi di litri». 

LE SOCIETA’ : “LE RESPONSABILI SONO LE COMPAGNIE PETROLIFERE”

Luca Ungaro, lei è vicepresidente esecutivo di Autostrade per l’Italia e responsabile delle aree di servizio: i gestori degli impianti dicono che sia colpa vostra se la benzina in autostrada costa di più e costa troppo...
«Noi facciamo le gare per le assegnazioni delle aree di servizio direttamente con le compagnie petrolifere. Sono loro poi, eventualmente, che le danno ai gestori».

Il presidente di Figisc dice che voi intascate 12-13 centesimi per ogni litro di benzina venduto sulla vostra rete.
«Il nostro dato è diverso. Nell’ultimo biennio 2015-2016 abbiamo rinnovato i contratti con il 75% delle aree. Oggi le royalties valgono il 4% del prezzo al litro».

Sono le compagnie che offrono di più durante le vostre aste per accaparrarsi la singola area di servizio?
«Le compagnie offrono royalties che sono in linea con gli altri punti vendita. Devono ovviamente trovare un equilibrio tra offerta e quanto puoi guadagneranno. Non avrebbe senso offrire troppo».

Però rimane troppo distante il prezzo tra benzina offerta in autostrada e quella venduta nelle altre aree di servizio. Perchè?
«I differenziali alla pompa si stanno abbassando. Il Codacons farà comunicazioni sui prezzi nelle aree di servizio allineate con la rete stradale normale».

Non sono troppe le aree di servizio?
«Sono 24 mila. Andrebbero ridotte a 15 mila. Nel 2015 c’è già stato un ridimensionamento. Sull’intera rete autostradale sono state chiuse 30 aree di servizio e 15 sulle nostre reti. Ma le aree di servizio sono una ricchezza per l’utente. È vero che ce ne sono di più che in altri Paesi europei, ma questo garantisce una migliore assistenza. In media c’è un’area di servizio tra un casello e l’altro».