domenica 11 giugno 2017

E se aprissimo una Guantanamo europea?

ilgiornale.it



Una delle cose che fu più spesso rinfacciata a George Bush dopo la reazione contro gli attentati dell’11 settembre fu l’apertura del carcere di Guantanamo, nella base americana a Cuba, dove vennero rinchiusi senza processo, e talvolta in condizioni difficilmente accettabili in un Paese civile, centinaia di individui di varie nazionalità fortemente sospettati di fare parte di Al Qaeda ma contro cui era difficile istruire un regolare processo.

Uno dei cardini del programma di Obama, quando diede per la prima volta la scalata alla Casa Bianca nel 2008, era la chiusura di quella prigione, ma in otto anni di presidenza non è riuscito nell’intento. Guantanamo esiste e funziona ancora, sia pure con un numero di detenuti molto ridotto perché gli americani sono riusciti a “scaricarne” un buon numero sui Paesi di origine, dove molti avranno probabilmente ripreso la loro militanza terroristica.Sono rimasti un po’ di individui che nessuno vuole,non sono perseguibili in giudizio, ma restano pericolosi.

L’opposizione a Guantanamo in Europa è stata molto forte, anche in ambienti moderati e perfino di destra,ed è stata una delle cause della impopolarità di Bush: era considerata un’offesa allo stato di diritto, una plateale violazione dei diritti fondamentali dell’uomo.

Ma dopo quello che sta succedendo ora in Europa,c’è chi cominciato a ripensarci. Buona parte degli attentatori jihadisti, ultimi quelli della London Bridge, erano stati segnalati come estremisti, inclusi in una lista di soggetti pericolosi, ma crano sfuggiti a una condanna perché le prove della loro appartenenza alla filiera terroristica non erano sufficienti in base al nostro (troppo generoso) diritto o avevano avuto la fortuna di imbattersi in magistrati di manica particolarmente larga.

Clamoroso è il caso di Youssef Zagba, il giovani italo marocchino risultato essere il terzo attentatore di Londra. Fermato lo scorso anno all’aeroporto di Bologna perchè partiva quasi senza bagaglio con un biglietto di sola andata, non esitò a rispondere ai poliziotti “Vado a fare il terrorista”. A questo punto lo arrestarono, gli confiscarono computer e cellulare e gli perquisirono la casa, ma il magistrato di turno non ritenne che ci fossero prove sufficienti contro di lui e ne ordinò il rilascio SENZA NEPPURE LASCIARE AI PERITI IL TEMPO DI ESAMINARE I SUOI STRUMENTI ELETTRONICI.

A questo punto, la polizia non potè che rimetterlo in libertà, premurandosi peraltro, visti i legami con la Gran Bretagna, di segnalarlo a Scotland Yard e all’MI5 con nota dell’aprile 2016 (di cui, pare, non di trova più traccia). Ancora più scandaloso il caso del suo “capo”, il pakistano Kuhram Butt, che era stato più volte denunciato da altri cittadini come pericoloso integralista ed aveva addirittura spiegato una bandiera nera dell’ISIS a Regent Park: era sì, stato incluso nella famosa lista delle persone pericolose, ma, evidentemente, dopo nessuno di era più occupato di lui.

Il problema è che le liste di queste persone pericolose sono ormai, nei grandi Paesi europei, talmente piene di nomi da non servire praticamente a nulla. La polizia, per quanto motivata e potenziata, non ha né gli uomini né i mezzi per tenerli sotto sorveglianza e nella maggior parte dei casi proseguono le loro attività. Molti, magari, vanno “in sonno”, ma come si vede dalla crescente frequenza degli attentati, altri si preparano a diventare “martiri”. Non so dire perché, ma pare che non si possa neppure obbligarli a portare un braccialetto elettronico, che almeno permetterebbe di seguire i loro movimenti.

Come rimediare? Diciamocela tutta, con le leggi liberali attuali, anche inasprite come è avvenuto ultimamente in Francia e in Gran Bretagna, non ci possiamo far niente. Finchè non hanno commesso l’atto di terrorismo o sono pescati in flagrante mentre lo preparano, la maggioranza non sono processabili.Ultimamente l’Italia è ricorsa con maggior frequenza alla espulsione, peraltro non praticabile nel caso, molto frequente, in cui i sospetti siano cittadini europei, e che comunque può essere facilmente vanificato dagli interessati grazie e un barcone di profughi o con mezzi più comodi come è emerso proprio oggi da una indagine della Guardia di Finanza.

E’ a questo punto che si affaccia la domanda “PROIBITA”: non sarebbe il caso di prendere in considerazione, a livello europeo, un campo di detenzione in cui rinchiudere coloro che rappresentano al di là di ogni dubbio una minaccia, che domani potrebbero farsi saltare in uno stadio o altrove, e chefigurano da tempo sulle liste degli individui pericolosi. La sola idea susciterà la rivolta di milioni di persone che considerano le leggi sacre anche quando giocano a favore dei nemici e anche di coloro che ritengono che un campo del genere, simile a quelli creati in USA per i nippo-americani nel 1941, diventerebbe un focolaio di radicalizzazione ( con ospiti già radicalizzati.Hanno tutti le loo ragioni,che in parte condivido, ma io sono giunto a un grado di frustrazione tale di fronte al fallimento di molti servizi noti per la loro eccellenza che l’IDEA PROIBITA la butto là: vediamo che cosa ne pensano i nostri concittadini.

P.S.POche ore dopo avere postato questi blog, ni è venuta in soccorso, per così dire, Theresa May. “Se è necessario per sconfiggere il terrorismo, sono pronta a stracciare anche alcune leggi sui diritti umani”, cioè a detenere senza processo gli individui ritenuti veramente pericolosi e per cui non esistono prove sufficienti per una condanna giudiziaria. Detto dal PM della Gran Bretagna, considerata uno dei baluardi della democrazia, non è poco. Se noi non vogliamo mettere a disposizione l’Asinara o Procida, diventate nel frattempo parchi nazionali, il Regno Unito ha una quantità di isole che si presterebbero benissimo allo scopo

La “dolce morte” di cani e gatti costa troppo? Veterinari contrari al prezzo politico

lastampa.it


REUTERS

Anche gli animali hanno diritto a un fine vita dignitoso. Ma quanto costa accompagnarli all’eutanasia in caso di malattia grave e inguaribile? A sollevare il caso nei giorni scorsi è stata l’onorevole del Pd Ileana Argentin. Raccontando sul web la triste esperienza vissuta con il suo cane Ettore, l’esponente dem ha segnalato il problema dell’onorario pagato per la prestazione («ben 200 euro»), invitando i veterinari, «nel rispetto del proprio lavoro e del pagamento che per esso va effettuato», a valutare «un prezzo diverso a seconda del peso delle tasche di chi si trovano davanti». Sul tema interviene l’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), contraria a fissare «prezzi `politici» per una pratica certamente giustificabile in situazioni senza alternativa terapeutica, ma che bisogna fare attenzione a «non incoraggiare o deresponsabilizzare». 

«La libertà di scelta per morire, a meno che non si abbiano i soldi, non esiste in Italia per gli uomini e posso dire anche per gli animali», osservava Argentin riflettendo sull’esperienza di «cittadini comuni che», in caso di soppressione del loro amico a 4 zampe, «devono vivere un doppio livello di dolore: quello affettivo e quello economico». Uno sfogo «del tutto comprensibile», premette il presidente dell’Anmvi, Marco Melosi. «Con la dolce morte di Ettore a causa di un grave male - osserva il medico - la deputata ha vissuto la dolorosa esperienza dei proprietari che si trovano a compiere, come lei stessa scrive, `la scelta più difficile, quella di capire che l’animale non deve soffrire, esattamente come l’essere umano´». 

Melosi tiene a precisare che «nella circostanza eutanasica il medico veterinario non è un mero esecutore di sentenze, ma fa esperienza in prima persona di quanto accade, spesso sopportando un carico psico-emozionale molto pesante di cui non c’è una piena consapevolezza. Si tratta invece di uno dei maggiori fattori di sofferenza professionale della nostra categoria», assicura l’esperto. Da qui il no all’idea di imporre una tariffa: «L’eutanasia non va né incoraggiata né deresponsabilizzata - ammonisce il numero uno dell’Anmvi - L’eutanasia di un cane che è stato per anni un compagno di vita e un paziente in cura è una decisione fra le più complesse da assumere, che medico veterinario e proprietario devono condividere in tutte le sue fasi.

Se quella è davvero l’ultima strada, bisogna garantire al paziente animale tutti gli accorgimenti necessari a evitargli ogni sofferenza. Tutto questo purtroppo ha un costo, sia umano che economico, per questo è importante che il proprietario sia adeguatamente informato di ogni risvolto». 

Ladri di cipolle scatenati e i contadini di Breme organizzano le ronde

lastampa.it
simona marchetti

La rabbia del presidio pavese Slow Food. “Manca poco al raccolto, rischiamo gravi danni”


Luca Righetti (a destra) con alcuni familiari e colleghi nei campi accanto al fiume Po

Preziosa, così preziosa da essere presidiata con ronde notturne nei campi, per proteggerla dai furti: è la cipolla rossa di Breme, coltivata nelle campagne a ridosso del piccolo centro in provincia di Pavia sorto intorno a un’abbazia benedettina costruita nel X secolo vicino alle sponde del Po. 
Proprio la sua posizione geografica ha consentito a questo ortaggio, presidio di Slow Food, di diventare un pezzo pregiato del made in Italy gastronomico: «Crescono soltanto in una sottile lingua di sabbia - spiega Luca Righetti, agricoltore che si è dedicato a questa coltivazione -. Si tratta di un’area golenale, da cui si è ritirato il corso del fiume». 

Centinaia di euro
In zona il prezzo è di due euro al chilo. Bastano cinquanta chili di cipolle per raggiungere la somma di cento euro: un guadagno facile, che attrae i malintenzionati specialmente durante le ore notturne. Per questo i coltivatori, che sono circa una ventina con appezzamenti spesso piccolissimi, si sono organizzati spontaneamente per presidiare i campi.

Il momento più «caldo» è proprio questo, all’inizio di giugno. «In questo periodo il prodotto è ancora nei campi - aggiunge Righetti -. Lo raccogliamo a fine mese, ma fa gola a tanti. Ci sono privati che se ne portano via qualche chilo e ladri più organizzati che arrivano di notte con i sacchi. Un paio d’anni fa me ne hanno rubati circa cinque quintali, sui duecento circa che produco ogni anno. Questo significa un danno da mille euro». 

In tutta l’area se ne coltivano non più di 1.500 quintali: «È un quantitativo che purtroppo diminuisce anno dopo anno a causa dei cambiamenti climatici e delle malattie». Anche le rese sono in calo, perché i metodi di produzione sono quelli originali: la filiera di coltivazione non prevede utilizzo di mezzi meccanici. La sarchiatura viene fatta a mano o con il motocoltivatore, per mantenere il terreno libero dalle infestanti. Il seme viene prodotto in proprio, ricavandolo dalle migliori cipolle raccolte a fine giugno. 

Un lavoro duro, da tutelare anche rubando qualche ora al riposo notturno. «A una certa ora della sera usciamo di casa, saliamo in auto e cominciamo a girare - conclude Righetti -. Ci muoviamo tutti insieme o a piccoli gruppi. Ci fermiamo nelle vicinanze dei terreni, e restiamo lì, per vedere se spuntano dei fari. Qualche volta, lo confesso, ci è capitato anche di addormentarci in mezzo ai campi».