venerdì 9 giugno 2017

"Cerco un marito intelligente", l'annuncio matematico è geniale

ilgiornale.it
Marta Proietti - Gio, 08/06/2017 - 12:13

Per ottenere il numero di telefono della ragazza è necessario risolvere una complicata equazione



"Ciao. Cerco un ragazzo intelligente che possa essere il mio futuro marito".

A prima vista potrebbe sembrare un annuncio come tanti altri, con l'unica differenza che l'uomo in questione deve essere intelligente e non solo bello e buono. Una ragazza ha trovato un modo a dir poco geniale per trovare un compagno. "Cerco un ragazzo intelligente che possa essere il mio futuro marito. Questo è il mio numero": questa la scritta stampata su un volantino, corredata da un'equazione (tutt'altro che semplice) da dover risolvere per ottenere l'agognato numero di telefono.

Un metodo praticamente infallibile per effettuare una scrematura qualitativa. L'immagine, condivisa su Facebook da Selvaggia Lucarelli, ha subito fatto il giro dei social, raccogliendo complimenti e sorrisi da parte di tutti gli utenti del web, compresi quelli della nota blogger.

Se avete la soluzione passatemela sotto al banco che la chiamo per dirle "Sei 'na grande".

Giappone, il Parlamento dà l’ok: l’imperatore potrà abdicare. È la prima volta in duecento anni

lastampa


L'imperatore Akihito

Il parlamento del Giappone ha approvato la proposta di legge che consentirà all’attuale imperatore Akihito di abdicare. Il voto odierno della Camera dei consiglieri segue il via libera della Camera dei rappresentanti della scorsa settimana. La legge è stata formulata nello specifico per l’attuale sovrano: si tratta della prima volta in 200 anni che un imperatore rinuncia al trono.

Lo scorso agosto - nel corso di un messaggio televisivo - l’imperatore 83enne aveva espresso la volontà di poter abdicare, pur senza fare riferimenti diretti, a causa delle difficoltà a condurre gli impegni di stato per via dell’età avanzata. La legge formulata indica il passaggio dei poteri al principe Naruhito, figlio primogenito e primo in linea di successione al Trono del crisantemo. Il governo di Tokyo determinerà le scadenze per il processo di abdicazione, in un periodo compreso nei prossimi tre anni. 

La pirateria audiovisiva non si ferma e diventa sempre più digitale

lastampa.it
carlo lavalle

Il nuovo pirata è digitale, maschio, lavoratore autonomo e istruito e 2 italiani su 5 piratano film, serie o programmi tv, secondo la nuova indagine Fapav/Ipsos

Quattro adulti su dieci in Italia guardano illegalmente film, serie tv e programmi di intrattenimento, con un danno complessivo all’economia italiana di 1,2 miliardi di euro e 6.540 posti di lavoro persi. È quanto emerge dalla nuova indagine sulla pirateria audiovisiva realizzata da Ipsos per conto della Fapav (Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali).

PIRATI 2.0
Il consumo illecito, secondo i risultati della ricerca, è diventato una consuetudine praticata a livello di massa in uno scenario in continuo mutamento. Su un campione rappresentativo di oltre 1400 persone intervistate (di persona e online) da 15 anni in su, il 39 per cento ha usufruito almeno una volta nel 2016 di un contenuto piratato. La percentuale sale fino al 51 per cento tra i 10-14enni (un ragazzo su 2), sui quali Ipsos ha, per la prima volta, voluto puntare i riflettori per approfondire l’analisi anche in una fascia di età di giovanissimi.

La pirateria, insomma, tende a radicarsi allargandosi (in tutto sono circa 669 milioni i titoli piratati nel 2016, principalmente film), e soprattutto è in forte aumento quella digitale che registra un incremento del 78 per cento rispetto al 2010 con un trend continuamente in crescita negli ultimi sei anni. Gli utenti, quindi, sono ormai pirati in versione 2.0, ricorrendo sempre più a download e streaming illegale su Internet e sempre meno all’acquisto di Dvd/Blue Ray contraffatti (pirateria fisica) e alla visione di copie prestate da altri (pirateria indiretta).

Relativamente ai contenuti, invece, i film restano i più richiesti (33 per cento) ma meno del passato (-4 per cento dal 2010), mentre serie e programmi tv, compreso lo sport, sono sempre più ambiti dai pirati con un balzo, rispettivamente dal 13 al 22 per cento, e dall’11 al 19 per cento in confronto al 2010.

IL VERO IDENTIKIT
Quanto al profilo socio-demografico, l’indagine Ipsos, illustrata direttamente dal presidente Nando Pagnoncelli, descrive aspetti di novità interessanti. Contrariamente ai luoghi comuni che lo vorrebbero meno abbiente e perciò incline al mercato illegale, il pirata italiano è in genere un uomo (55 per cento dei casi), sotto i 45 anni, lavoratore (54 per cento), che, più spesso della popolazione media italiana, ricopre posizioni direttive e autonome con un titolo di studio mediamente più elevato (62 per cento diplomati).

PERCEZIONE DEL DANNO
La pirateria è un reato e ne sono consapevoli gli utenti che scaricano o guardano illegalmente film e serie tv. Ma solo 1 pirata adulto su 4 (e 1 su 5 tra i più giovani) pensa che piratare possa essere considerato un comportamento grave.

Da un lato, chi realizza questo atto illecito ritiene che i danni siano limitati, astrattamente, all’industria del settore audiovisivo e non si possano estendere alle persone comuni, contro la valutazione dell’Ipsos che stima notevoli conseguenze economiche e occupazionali (1,2 miliardi di euro di perdita di fatturato di tutti i settori, 198 milioni di euro di mancati introiti fiscali e 6540 posti di lavoro a rischio, come se ogni anno chiudessero 1500 aziende operanti in Italia).

Dall’altro, come ha sottolineato Pagnoncelli, prevale un atteggiamento di auto-indulgenza tra i pirati, unitamente a una previsione di impunità : solo la metà degli intervistati crede, infatti, probabile che possa essere scoperto e punito. Sotto questo aspetto, Giampaolo Letta, vice presidente e amministratore delegato di Medusa, presente alla tavola rotonda, ha prospettato la possibilità di introdurre sanzioni contro il consumatore disonesto.

L’idea è che, data la sempre maggiore difficoltà a individuare e colpire i promotori del business della pirateria, - i quali, come ha messo in evidenza il Segretario della Fapav nella sua introduzione, si sono evoluti utilizzando server transfrontalieri e conti offshore per occultare attività e profitti - non resta che agire dal basso provando a punire l’utente finale.

UN PROBLEMA CULTURALE
Più orientato a una soluzione basata su un’azione culturale, è l’approccio di Paolo Genovese, regista e sceneggiatore. Il pirata ruba, è un ladro che si appropria di guadagni altrui, e va sanzionato certamente. Ma, questo è il suo ragionamento, «si fa fatica a spiegare ai propri figli che la pirateria è illegale, quando i siti dove si guardano e scaricano contenuti illeciti sono facilmente reperibili, a portata di chiunque, anche senza grandi competenze tecniche, e la loro interfaccia ha, per giunta, una parvenza di legalità?».

Davanti al fenomeno della pirateria, che non viene scalfita neanche dall’avvento di piattaforme digitali che hanno ampliato e diversificato l’offerta legale, c’è, a suo parere, da riflettere sull’aspetto culturale. Nelle scuole, soprattutto, bisogna educare i giovani a guardare i film nelle sale che sono la sede naturale della fruizione del cinema. «Il cinema visto da un computer e da uno schermo del cellulare – commenta con una punta di amarezza Paolo Genovese - è la cosa che più rattrista».

La morte? Quando è vicina non è così terrificante

lastampa.it
vittorio sabadin

L’università del North Carolina ha condotto una ricerca, pubblicata su Psycological Science, prendendo in esame frasi pronunciate da malati terminali o condannati a morte

La morte è un’esperienza più piacevole di quanto siamo portati a pensare e l’idea che si tratti di qualcosa di triste e terrificante è molto lontana dalla realtà. L’università del North Carolina ha condotto una ricerca, pubblicata su Psycological Science, prendendo in esame le frasi pronunciate da malati terminali o da condannati a morte, e ha scoperto che più si avvicina il momento della fine, più i loro pensieri diventano positivi, al punto che la morte viene considerata quasi un’esperienza felice. 

Queste considerazioni sono state messe a confronto con quelle di un gruppo di volontari, ai quali è stato chiesto di immaginare la propria morte. Quasi tutti l’hanno descritta come un momento terrificante, triste e doloroso, solitario e privo di significato. Ma per chi sta per morire davvero non è mai così: i malati e i condannati a morte trovano grande conforto e serenità anche nella religione e nella famiglia, com’è testimoniato persino dalle lettere dei soldati delle due guerre mondiali. Le loro ultime parole sono piene di amore, di perdono, di connessione sociale e di significato. 

«Gli esseri umani – ha detto il professor Kurt Gray, uno degli autori della ricerca – si adattano a ogni situazione, sia fisicamente che emotivamente, e lo fanno anche nel momento estremo della morte. Pensiamo che sia un evento terrificante perché la nostra cultura ce lo fa credere, ma non è così: più ci si avvicina alla fine e più la visione della morte è positiva». 

Anche le persone che hanno avuto esperienze «ai confini della morte» (Near Death Experience), che hanno cioè ripreso le funzioni vitali dopo averle perse per alcuni minuti, hanno raccontato di avere provato una sensazione di pace e serenità mai avvertita prima nella stessa misura, e di tale intensità da generare la paura di «tornare indietro» allo stato precedente. Ma cosa ci sia davvero dall’altra parte di questo confine nessuno lo sa: logico quindi averne un po’ di paura. 

La libertà del cecchino

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mattia feltri

La sarabanda di ieri non contribuirà a migliorare la reputazione dei franchi tiratori. E in effetti l’espressione viene dal gergo militare: il franco tiratore è un cecchino, uno che coglie di sorpresa, e se può spara alle spalle. È curioso quanta distanza ci sia tra l’opinione (diffusa) che si ha del franco tiratore e le (rare) difese che se ne fanno, accademiche e nobili. Ma è che di accademico e di nobile si coglie poco nelle imboscate di ieri, è difficile persino capire chi abbia raggirato chi, è difficile capire se fossero franchi tiratori quelli del Movimento cinque stelle, che credendo in un voto segreto hanno votato quasi tutti contro la legge elettorale appena concordata, o erano franchi tiratori al quadrato i pochi cinque stelle che invece hanno votato a favore, proprio perché erano contrari.

Se il concetto non vi è chiaro, siete in larga compagnia: questa è politica quantistica. Di sicuro c’erano franchi tiratori nel Pd, pure nella Lega e in Forza Italia, franchi tiratori ovunque in una sparatoria da saloon, al termine della quale lo sceriffo li impiccherebbe tutti, e fortuna loro che qui non è ancora Far West. A questo punto viene complicato restituire la dignità alla figura del franco tiratore, che tecnicamente, nella teoria politologica più insigne, sarebbe il parlamentare che approfitta del voto segreto per votare contro le disposizioni (contro il dispotismo) del capo.

Uno come Benedetto Croce, che alla Camera lo avranno letto in trenta, spiegava così: «La segretezza del voto è conseguenza della partitocrazia e del sistema proporzionale e, dopo tutto, in nessun codice è scritto che un uomo debba far risuonare sempre e ad alta voce tutto ciò che pensa o crede». La partitocrazia è autoritarismo, e l’autoritarismo ammazza. Tutti sanno che l’unico ad abolire il voto segreto, in Italia codificato fino dall’Ottocento nello Statuto Albertino, è stato Benito Mussolini. «D’ora in poi si voterà a testa alta», disse, intendendo che si doveva piegarla.

Il Duce lo abolì nel 1939. Prima non aveva bisogno. Ma ormai sentiva la dissidenza al collo, e non voleva che emergesse con certificazione dei lavori parlamentari. Bisognerebbe sempre riflettere, quando si chiede l’abolizione del voto segreto, e dunque dei franchi tiratori, in nome della purezza e della trasparenza dell’eletto, sul fatto che il voto segreto non era praticato nella Camera dei fasci e della corporazioni, e nemmeno nella Duma di Stalin e di Breznev. Dopo di che, a quasi tutti i capi a un certo punto il voto segreto comincia a stare sul gozzo.

Alla centesima volta che un progetto affonda per l’implacabile mira dei franchi tiratori, il capo perde la testa. «Il voto segreto è indegno di un paese civile», disse Bettino Craxi nel 1988. Riuscì a ridurne l’applicazione, ma non oltre, e per sua parzialissima fortuna visto che nel sanguinolento 1993, quello del Terrore di Mani pulite, fu salvato dal voto segreto contro l’autorizzazione a procedere chiesta dai magistrati di Milano. Anche lì, naturalmente, Craxi fu tardivamente preso alla lettera, perché l’indegnità del voto segreto venne ribadita e rafforzata da tutti i deputati che avrebbero visto volentieri l’avversario spiattellato dalla giustizia, dal momento che, di spiattellarlo, loro non erano stati capaci.

Funziona sempre così. A Silvio Berlusconi è andata pressoché allo stesso modo. Se ne saltò fuori, un giorno, con la teoria dell’inutilità dei parlamentari, bastava votassero i capigruppo. Niente voto segreto, niente voto palese, i seggi usati come i carrarmatini del Risiko da spostare a gusto del generale. Curioso: il Parlamento si chiama così perché la gente deve parlare, e con lo scopo di far cambiare idea a chi ascolta. Purtroppo, dipende dall’idea, e da chi l’ha partorita. Perché quando l’idea è diventata la decadenza del medesimo Berlusconi, condannato in Cassazione per frode fiscale, i ragazzi di Avaaz, un gruppo mai sentito prima e mai più sentito dopo, si sono denudati fuori dal Senato:

«La protesta nuda vuole opporsi alla possibilità che si utilizzi il voto segreto». Dunque: «Noi non abbiamo niente da nascondere, e voi?». Ed era la dimostrazione di piazza che nascondere qualcosa talvolta è meglio. Un uomo meno sventato dei tanti nemici del voto segreto, Palmiro Togliatti, infatti si imbatté in una grana durante i lavori dell’Assemblea costituente. Si discuteva del matrimonio, e se si dovesse applicargli l’aggettivo «indissolubile». Alcuni costituenti chiesero il voto segreto, e il presidente comunista Umberto Terracini la definì una procedura ormai in disuso.

Altri, specie i democristiani Giovanni Gronchi e Aldo Moro, dissero che era uno strumento per pavidi. Ma Togliatti, che sapeva guardare al di là del suo naso, chiuse la questione: «Noi siamo 104 comunisti, siamo una minoranza. Guai se ammettessimo che si violi il regolamento della Camera. È il presidio della nostra libertà. Per questo, se è stata chiesta la votazione segreta, la votazione segreta si deve fare». Capì che più avanti gli sarebbe servita e, aggiungiamo noi, l’aggettivo «indissolubile» cascò rendendo possibile, molti anni dopo, il referendum sul divorzio. Così si possono ricordare i franchi tiratori che hanno abbattuto Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Franco Marini e Romano Prodi alla presidenza della Repubblica.

E si deve ricordare che dove ci sono i franchi tiratori c’è libertà, dove ce ne sono troppi c’è arbitrio, ma dove non ce ne sono affatto c’è tirannia.

Ai maschi proibito sedersi a gambe aperte su bus e metro di Madrid

corriere.it

Ai maschi proibito sedersi a gambe aperte su bus e metro di Madrid



Maschi spagnoli e di tutto il mondo: se salite su un mezzo pubblico di Madrid , attenzione a rimanere composti; una campagna avviata dalla municipalità retta dalla «alcaldesa» (sindaca) Manuela Carmena, eletta nelle liste di Podemos, inviterà infatti gli uomini a non sedere a gambe aperte su bus e vagoni della metro per rispetto delle donne che potrebbero trovarsi accanto a loro. Il contatto tra le gambe del passaggero maschio e della donna potrebbero infatti configurare secondo la municipalità di Madrid, una forma di molestia.

«Hombre despatarrado»
«Hombre despatarrado» è la definizione della postura messa al bando dall’ordinanza; a partire dalla prossima settimana compariranno sui mezzi pubblici icone che consigliano di mantenere una postura adeguata . Lo ha annunciato il dipartimento comunale per le politiche di genere e per la diversità, dopo una petizione raccolta da alcuni collettivi di femministe: «L’obiettivo delle nuove icone è ricordare la necessità di mantenere un comportamento civico e di rispettare lo spazio di tutti a bordo degli autobus» fanno sapere i promotori dell’iniziativa che ricordano anche come analoghi comportamenti siano vietati sulle reti di trasporto di New York e Tokyo.

Sempre secondo i promotori dell’iniziativa, l’«hombre despatarrado» trasmette un’idea di dominazione e di conquista nei confronti del genere femminile. «Gli uomini nella maggior parte dei casi aprono eccessivamente le loro gambe mentre le donne tendono a sedersi in maniera composta» fa notare su «El Pais» Susana Fuster in un commento alla notizia.

Quella norma salva-bambini mai trasformata in legge

lastampa.it
carlo gravina

Prevede l’obbligo di un sensore acustico sul seggiolino posteriore


Il sensore acustico è stato realizzato da un istituto tecnico che si trova a circa 50 chilometri da dove è morta la bimba. Accanto, quanto resta dei tentativi di rianimare la piccola

Più o meno sono passati 32 mesi, quasi mille giorni. Risale all’ottobre del 2014 la proposta di legge, presentata da Sel, in cui si chiedeva di modificare il codice della strada per rendere obbligatoria l’installazione di un sensore acustico in grado di segnalare la presenza di un bambino sul seggiolino posteriore. 

Una proposta piuttosto semplice e facilmente realizzabile: esiste almeno un dispositivo, tra l’altro made in Italy e premiato dal Cnr, che costa poche decine di euro ed è di facile applicazione. Da quasi mille giorni, però, questa proposta giace in qualche cassetto del Parlamento. Ogni volta l’approvazione sembra a portata di mano ma alla fine non se ne fa nulla. Se ne riparla quando c’è una nuova disgrazia.

Come quella di ieri in provincia di Arezzo, dove una bambina di 18 mesi è morta per arresto cardiaco dopo essere rimasta chiusa in auto sotto il sole per cinque ore. Una fatale dimenticanza della madre che poteva realmente essere evitata con il dispositivo che la proposta di legge vuole rendere obbligatorio. Un sensore, tra l’altro, realizzato dall’Istituto tecnico di Bibbiena, una scuola della provincia di Arezzo che dista poco più di 50 chilometri dal luogo della tragedia. 

«Sciatteria». È l’unica spiegazione che Gianni Melilla - deputato di Mdp Articolo 1 e primo firmatario della proposta di legge - si dà sul perché la misura non riesca a essere approvata. «È una vergogna - aggiunge - siamo sempre tutti d’accordo e ogni volta la norma viene accantonata». Un rinvio continuo che, almeno apparentemente, non trova una spiegazione se non quella di un’eccessiva superficialità dell’analisi di un fenomeno che però purtroppo continua ad aumentare (il numero dei casi è cresciuto nel corso degli ultimi anni). «Ho più volte provato a inserire la norma in altri provvedimenti legislativi, anche nella legge di Bilancio - aggiunge Melilla - purtroppo non è mai stata approvata. Mi auguro che dopo questa tragedia governo e maggioranza abbiano consapevolezza di quanto sia immorale perdere altro tempo». 

La proposta, ribattezzata “salva-bimbi”, prevede di aggiungere al comma 1 dell’articolo 172 del codice della strada la frase «e dotato di un dispositivo di allarme anti-abbandono». Otto parole che consentirebbero di rendere obbligatoria l’installazione di questo piccolo sensore molto simile a quelli già presenti su tutte le automobili e che segnalano con un allarme acustico il mancato inserimento della cintura di sicurezza. Al di là del brevetto italiano, sul mercato esistono diversi dispositivi. Quello che manca, invece, è una norma che li renda obbligatori. Cosa chiesta anche da Maria Ghirardelli, medico d’urgenza-emergenza di Brescia che attraverso una petizione online su change.org ha raccolto più di 53 mila firme che intende portare al ministro dei Trasporti Graziano Delrio.

I preti non bastano più, la benedizione delle case adesso è “fai da te”

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alessandra dellacà

In chiesa viene distribuito un kit che contiene acqua da aspergere e una preghiera personalizzata


L’acqua benedetta e la preghiera da recitare in casa

I fedeli possono chiederle al parroco oppure trovarle direttamente in fondo alla chiesa di Sale, di Cassano Spinola, di Casei Gerola o in una delle due parrocchie di Pozzolo Formigaro: sono piccole bottiglie di acqua benedetta che, posate con cura dentro una cesta e accompagnate da un foglio con una preghiera, possono essere comodamente portate a casa e venire utilizzate per la «benedizione fai da te» della famiglia.

La confezione è semplice, così come il gesto di voler lasciare un’offerta, se lo si desidera. Tra le mura domestiche si potrà procedere ad un rito che – va specificato subito- non è legato alla casa in sé, ma alla famiglia. E così quella che, di primo acchito, può sembrare una pratica forse un poco sopra le righe ha invece una sua logica, figlia dei tempi che cambiano. Se infatti il cosiddetto «Benedizionale» deve essere letto dai credenti come uno strumento di contatto e di evangelizzazione, i ritmi e la composizione multireligiosa della società contemporanea hanno portato i sacerdoti ad interrogarsi su una benedizione – quella appunto della casa nel tempo pasquale - sorta dopo il Concilio di Trento per consolidare la comunità attorno al proprio parroco.

Oggi i prelati impegnati in questo servizio si trovano a dover fare di necessità virtù e a modulare una delle loro opere più sacre in base alle esigenze delle famiglie moderne. Don Piero di Sale, in accordo con il consiglio pastorale del paesino della Bassa Valle Scrivia, è stato forse uno dei primi parroci nella diocesi di Tortona a sposare questo provvedimento già in voga in altre parti d’Italia e risultato essere particolarmente apprezzato dai suoi parrocchiani.

«L’acqua viene benedetta nella notte di Pasqua - spiega - e poi messa in boccettine di plastica che possono essere personalizzate: l’anno scorso recavano il logo del Giubileo della Misericordia, quest’anno quello della Madonna di Lourdes. Ma, al di là del simbolo, il fatto oggettivo è che il rito della benedizione annuale di una famiglia nella sua casa richiede la presenza dei suoi membri. Va da sé che non ha senso fare la benedizione delle case se all’interno non vi sono coloro che la abitano».

E, considerato che i sacerdoti sono sempre meno e che, pur facendosi in quattro per venire incontro a tutti, si trovano il più delle volte a «fare un giro a vuoto» perché la gente lavora, si è optato per questa proposta di fede. Entrando nel dettaglio, si scopre che è il capofamiglia che - una volta che avrà riunito tutti i membri del nucleo familiare - si occuperà di aprire la boccettina con l’acqua benedetta e di aspergere poi i suoi cari, pregando insieme a loro con l’apposito foglietto allegato.

Nello svolgimento della celebrazione si terrà conto di tutti i presenti, specialmente dei piccoli, degli anziani e dei malati. Va da sé, come hanno confermato anche gli altri parroci che hanno già fatto richiesta del «kit per la benedizione della famiglia», che se un fedele chiede la presenza del pastore nella propria abitazione sarà premura del religioso recarvisi con grande spirito di carità.

Il gradimento nei confronti di quest’uso è confermato dai numeri delle adesioni alla «benedizione fai da te» che starebbe prendendo sempre più piede: è vista anche come un modo per fare un dono, uscendo dalla messa, ad amici e parenti. A Cassano Spinola il quantitativo commissionato quest’anno alla libreria delle Paoline di Tortona ha riscontrato il quasi tutto esaurito; a Sale si era cominciato con cinquecento confezioni, ma quest’anno si è puntato più in alto. Pensieri che prendono forma, abitudini che si consolidano.

Pareri

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jena@lastampa.it

Per capire cosa spinga un presidente a dire bugie, gli americani hanno chiesto un parere a Renzi.

Il sesso (in teoria)

lastampa.it
mattia feltri

Se scoprite i bambini appiattiti e appostati dietro la porta della vostra stanza, sappiate che stanno tenendo un’esercitazione antiterrorismo oppure hanno ricevuto un opuscolo da Modena. Ok, siete curiosi. Ma serve la premessa: una delle questioni più controverse del mondo riguarda l’educazione sessuale a scuola. È giusto impartirla? E a che età? Il tabù del sesso a scuola lo si sta superando, un po’ per non rimediare la figura dei trogloditi, e un po’ per scampare all’imbarazzo di dettagliare i figli su un’attività con complicazioni pratiche, ma quanto mai teoriche. Evviva, ci pensa l’insegnante. 
Ed eccoci di ritorno a Modena, dove un pomeriggio i bambini di dieci anni sono rincasati con un opuscolo adeguatamente illustrato:

«Quando una donna e un uomo scoprono di piacersi, talvolta sentono il bisogno di ricevere e dare tenerezza. Si baciano e si accarezzano per tutto il corpo, esprimono con parole affettuose l’amore che provano. Allora il pene dell’uomo diventa grande e duro e la vagina della donna si inumidisce: per tutti e due è molto bello quando la donna fa penetrare il pene rigido dell’uomo nella sua vagina. I due lo fanno muovere avanti e indietro nella vagina e provano un piacere intenso. Sussurrano, ridono felici: sono i rumori che forse qualche volta hai sentito provenire dalla camera di mamma e papà». Be’, letta la didattica, non era tanto male nemmeno il tabù. Ma poi: cos’è questa storia che dobbiamo essere intercettati sino in camera da letto, naturalmente a fin di bene, da tanti piccoli Woodcock? 

Quell’accusa che ha cambiato la storia degli Stati Uniti

lastampa.it
gianni riotta

Dal Watergate di Nixon a Clinton, l’ostacolo alle indagini ha segnato i destini dei presidenti


Due giornalisti scoprirono le intercettazioni illegali a danno dei democratici

Nel codice americano, capitolo 18, sezione 1503, si definisce «obstruction of justice» «ogni lettera o comunicazione che influenzi, contrasti, impedisca la legittima amministrazione della giustizia o si renda complice in tal senso...». Ieri, nel corso dell’audizione al Senato dell’ex capo dell’Fbi James Comey, licenziato dal presidente Trump nel bel mezzo dell’inchiesta Russiagate, milioni di americani hanno cercato di capire se la Casa Bianca abbia, o no, violato il capitolo 18 sezione 1503, intralciando la giustizia e, fedele, Google Trends ci segnala boom di ricerche online su «obstruction of justice». 

In un Paese che si fonda sulla legge, dove il diritto segna il progresso economico, civile, umano, prima della politica, che un presidente cerchi di intorbidare le acque in un’inchiesta è abuso intollerabile. Il diritto americano non ha, in pratica, strumenti penali per incriminare un presidente in carica e due memoranda ufficiali del Dipartimento della Giustizia, 1973 e 2000, hanno confermato che «un presidente gode, durante il mandato, di immunità costituzionale dall’essere rinviato a giudizio o processato penalmente», in teoria si dovrebbe attendere la fine del mandato, per aprire il procedimento. Sola eccezione possibile l’articolo II, sezione 4 della Costituzione, che riguarda ogni cittadino, incluso il presidente passibile di «impeachment», incriminazione, con il Senato come giuria e il Chief Justice della Corte Suprema come magistrato (il 25 emendamento pensa piuttosto a sostituire un presidente malato, non macchiato di un reato).

Nel faccia a faccia tra Comey e il Senato la posta in gioco era dunque l’«obstruction of justice», i democratici persuasi che il presidente abbia cercato di insabbiare l’inchiesta contro l’ex consigliere per la sicurezza Flynn, ricattando Comey con il licenziamento, i repubblicani a dipingere un Trump bullo, ruvido, ma lontano dalla ghigliottina dell’articolo II, sezione 4. Tanti invece parlano di impeachment, ignari che nella storia americana, dal 1776 a oggi, solo due presidenti sono stati impeached, Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998, entrambi assolti. 

In assoluto, secondo il sito Intercept, solo 13 giudici sono stati rinviati a giudizio dalla Camera, che funge da pubblico ministero, quindi appena 15 casi di «impeachment» in due secoli e mezzo, percorso assai stretto. Il presidente Richard Nixon, vecchia volpe, fiutò l’aria pestifera quando la Camera era pronta a rinviarlo al Senato e si dimise, venendo poi graziato dal successore Ford, che per risparmiargli l’inevitabile processo penale gli concesse il perdono, inimicandosi a vita gli elettori. Niente impeachment sul Watergate.

«Ostruzione della giustizia» è reato difficile da provare, tanto più se tocca il capo del governo e delle forze armate. Bill Safire, ex collaboratore di Nixon e poi editorialista conservatore del «New York Times», provò per anni, invano, a addossarlo a Bill e Hillary Clinton sulla presunta speculazione immobiliare del Whitewater. «Scooter» Libby, consigliere di Bush figlio, fu condannato invece per «obstruction of justice» nella vicenda delle armi segrete di Saddam Hussein e della spia Cia Plame, e malgrado il presidente gli abbia evitato la galera, ha dovuto pagare una multa di 250.000 dollari perdendo la toga di avvocato per sempre.

I lettori non cadano dunque nel tranello di contare i giorni dell’amministrazione Trump. È vero che il presidente è ormai sotto il 40% nei consensi popolari, ma la sua base elettorale resta solida, e, a 17 mesi dal voto di midterm, i parlamentari repubblicani non hanno, per ora, voglia di metterlo sotto accusa. Quel che conta è seguire con pazienza l’inchiesta, che l’ex capo dell’intelligence Usa Clapper, definisce «peggiore del Watergate». Putin e la Russia hanno provato a inquinare il processo democratico dei rivali americani, con un attacco senza precedenti. I democratici son persuasi che la campagna repubblicana di Trump sia stata compromessa dal Cremlino, forse lo stesso presidente; i repubblicani condannano il blitz, ma escludono complicità del loro candidato o suoi tentativi di fermare l’inchiesta.

La deposizione di Comey è solo un atto di una saga lunga e tormentata. L’ex capo Fbi ha dato a Trump del «bugiardo», Trump ha fatto replicare dal suo legale che potrebbe denunciarlo per soffiate ai media, dando a lui del mentitore. La democrazia americana s’è messa a nudo in diretta mondiale, come Mosca o Pechino non potrebbero mai. Ma ancora troppi segreti sono celati a Washington, troppi veleni in circolo online, perché sia già acclarato che la giustizia non è stata «ostruita» e che il presidente è definitivamente fuori dai guai.

Torna in libertà Matteo Boe Tagliò l’orecchio al piccolo Farouk

corriere.it
di Elvira Serra

A fine mese lascerà il carcere dopo 25 anni. Non si è mai pentito. La primogenita fu uccisa nel 2003: il delitto è ancora senza colpevole



La Primula Rossa. Il bandito-studente. Il bandito dagli occhi blu (anche se in realtà erano nerissimi). La sua personalissima leggenda cresceva assieme alla ferocia delle sue gesta. Una su tutte: il taglio del lobo dell’orecchio di un bambino di sette anni, Farouk Kassam, sequestrato la sera del 15 gennaio 1992 dalla sua casa di Porto Cervo e liberato dopo 177 giorni così sporco che i genitori dovettero tenerlo a mollo per ore nell’acqua calda; a causa dell’immobilità forzata dentro una grotta aveva le ossa decalcificate e le gambe fragilissime. Matteo Boe negò sempre di aver tagliato lui l’orecchio, nonostante Farouk lo avesse riconosciuto con innocenza davanti ai giudici. «È stato lui, non è uscito sangue, non so perché lo ha fatto».
Le condanne per i sequestri
Per quel sequestro, e per quelli della studentessa Sara Niccoli e dell’imprenditore romano Giulio De Angelis, rapiti nel 1983 e nel 1988 (quest’ultimo durante la latitanza), Matteo Boe è stato condannato a trent’anni di reclusione, che grazie ai meccanismi dell’aritmetica penitenziaria finirà di scontare con cinque anni di anticipo il 25 giugno nel carcere milanese di Opera. Ha ottenuto la riduzione della pena per buona condotta. Negli ultimi anni di detenzione si è dedicato all’arte, un suo disegno è diventato un francobollo di Poste italiane: raffigura un uccellino su un muretto a secco. Un’immagine bucolica distante dalla sua carriera criminale.
L’evasione dal carcere dell’Asinara
Perché Matteo Boe, 59 anni, nato a Lula, nel Nuorese, in una rispettabile famiglia di pastori, ha sempre scelto. Dopo il diploma di perito agrario e il militare alla caserma di Cecchignola a Roma, si iscrive in Agraria a Bologna e comincia a frequentare ambienti vicini all’Autonomia. Qui conosce Laura Manfredi, compagna di (quasi) una vita che diventerà madre dei suoi tre figli, Luisa, Andrea e Marianna. È Laura ad aiutarlo a fare l’unica evasione andata a buon fine nella storia del carcere dell’Asinara, l’Alcatraz sardo circondato dalle correnti del mare. Boe qui sta scontando la pena per il sequestro di Sara Niccoli in una cella di Cala d’Oliva, nel punto più lontano dalla terraferma.

Il primo settembre del 1986 Laura lo aspetta con un gommone che ha noleggiato a Olbia e trasportato con un carrellino in auto fino a Stintino. Approfitta della confusione durante la regata programmata per la Festa della Madonna per avvicinarsi all’isola senza dare nell’occhio. Boe approfitta, invece, dell’ora d’aria per tramortire una guardia, con il detenuto Salvatore Duras, e allontanarsi. La latitanza finirà il 13 ottobre del 1993 in Corsica, nell’hotel «U Palmu» di Porto Vecchio, dove la gendarmerie e le squadre catturandi delle questure di Nuoro e di Sassari lo trovano assieme alla compagna, all’epoca incinta, e dei piccoli Luisa e Andrea. Boe, armato, non reagisce, probabilmente per non mettere in pericolo la famiglia. Dalla Francia sarà estradato nel 1995 per il processo del sequestro Farouk.
La pietà della mamma di Farouk
Mai pentito dei reati per i quali è stato condannato, in opposizione a uno Stato di cui non riconosce l’autorità, quattordici anni fa ha subito il lutto più terribile per un padre: Luisa, la figlia prediletta di 14 anni, viene uccisa sul terrazzo di casa a Lula da un colpo di fucile, forse è stata scambiata per la mamma. Quel delitto ancora non ha un colpevole. Marion Bleriot Kassam disse a La Donna Sarda: «La notizia mi gelò. Nessuno, neanche Matteo Boe, merita la morte di un figlio». Pietà di una madre. Quella che lui non ebbe.

@elvira_serra

Bufera in Aula, voto segreto diventa palese sul tabellone

giornale.it
Luca Romano - Gio, 08/06/2017 - 12:15

"Un disguido", un "problema tecnico". Così la presidente, Laura Boldrini, spiega subito quanto è successo sul tabellone elettronico dell'Assemblea di Montecitorio

È bagarre in Aula alla Camera sulla legge elettorale quando il tabellone elettronico situato in alto nell'emiciclo mostra per errore l'andamento della votazione a scrutinio segreto sull'emendamento Biancofiore che poi ha mandato momentaneamente in pezzi l'alleanza elettorale tra Fi-Md-M5S-Lega.

Il "problema tecnico" dura pochi secondi ma quei pochi istanti (grazie alle lucine rosse del voto contrario, alle verdi di quello favorevole e bianche per l'astensione) bastano a far vedere come hanno votato i vari deputati. Pochi istanti per svelare voti favorevoli nei banchi del Pd e di Forza Italia.
Il giallo del tabellone manda in tilt l'Assemblea di Montecitorio e scatena un polverone di polemiche. Nel mirino anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, accusata da alcuni parlamentari di non aver avvisato per tempo che stava per scattare una votazione segreta. Boldrini chiede di correre ai ripari e le lucine diventano tutte azzurre e sottolinea:

"C'è stato un problema tecnico, avevo già detto che era un voto segreto, colleghi c'è stato un disguido". Ma il clima ormai si è fatto incandescente. Massimo Corsaro non ci sta: "Il responsabile di ciò deve essere allontanato".