giovedì 8 giugno 2017

L'anarchico Bresci con tre pallottole uccise Umberto I Ma rese più forte la monarchia sabauda

ilgiornale.it
Giampietro Berti - Mer, 07/06/2017 - 08:19

Il tessitore rafforzò i suoi ideali rivoluzionari negli Stati Uniti e da lì tornò con un piano preciso. Il suo gesto simbolico non scatenò né la rivolta né la svolta autoritaria che molti auspicavano. Vinsero Giolitti e lo Stato liberale



Monza, 29 luglio 1900: l'anarchico Gaetano Bresci uccide, con tre colpi di rivoltella, il re Umberto I. Il regicidio pone fine non solo all'ultimo convulso quadriennio degli anni Novanta (la cosiddetta «crisi di fine secolo»), ma anche, in un certo senso, a tutta l'epoca seguita all'unificazione perché esalta simbolicamente la frattura fra popolo e Stato quale espressione suprema della fragile legittimità del potere monarchico scaturito dal Risorgimento.

Non c'è dubbio che nella storia italiana l'uccisione di Umberto I costituisca uno spartiacque decisivo tra un'età liberale priva di una reale partecipazione popolare e un'età liberale tesa a cercare tale partecipazione per rendere meno precario l'assetto politico e istituzionale vigente.

Bresci era nato a Coiano, vicino a Prato, nel 1869, da una famiglia di contadini non agiati, ma neppure poveri. Ultimo di quattro fratelli, si era impiegato all'età di dodici anni come apprendista in una fabbrica tessile e pochi anni dopo era già un operaio che guadagnava uno stipendio decoroso. Aderì ben presto alle idee anarchiche, tanto che dopo le leggi crispine del 1894 fu relegato al domicilio coatto nell'isola di Lampedusa, dove rimase fino al maggio del 1896. Ritornato in libertà, riprese il suo mestiere di tessitore a Ponte all'Ania (Lucca).

In questo periodo ebbe varie avventure amorose con operaie del suo stabilimento e una di queste gli diede un figlio nell'estate del 1897. Di bell'aspetto, aveva successo con le donne, alle quali dava molta importanza, come dava molta importanza a tutto ciò che poteva rendere gioiosa la vita. Insomma, Bresci non aveva nulla della personalità tormentata e tenebrosa del rivoluzionario di fine Ottocento, così come appare negli stereotipi di molta letteratura dell'epoca. Era invece un individuo aperto al mondo e alle novità, non rinchiuso in se stesso.

Agli inizi del 1898 emigrò negli Stati Uniti stabilendosi a Paterson (New Jersey), dove si impiegò in una fabbrica tessile. Qui allacciò una relazione amorosa con una donna irlandese, Sofia Knieland dalla quale ebbe una figlia, Maddalena. Paterson era una sorta di capitale dell'anarchismo italiano negli Stati Uniti. In questa cittadina gli anarchici vivevano la loro fede in modo particolarmente appassionato.

Dopo i tragici fatti milanesi del '98 (l'uccisione, da parte dell'esercito, di decine e decine di manifestanti che protestavano per l'aumento del prezzo del pane), l'odio per il re, la corte, i militari, la borghesia assunse toni estremi e incontrollabili. «Re mitraglia» e «Umberto sporcamano» veniva chiamato il sovrano italiano a Paterson e, soprattutto e significativamente, «Umberto unico», per significare, appunto, che dopo di lui la dinastia doveva finire. Questi sentimenti erano comuni a tutti gli anarchici e Bresci non si sottraeva a questo sentire collettivo.

Che cosa spinse Bresci a uccidere il re? Naturalmente non si può rispondere in modo esauriente a tale domanda; si può tuttavia pensare che il desiderio di vendetta e la certezza che presto vi sarebbe stata in Italia una rivoluzione sociale siano stati gli elementi psicologici decisivi che alimentarono la volontà dell'anarchico pratese a compiere l'attentato.

Bresci si imbarcò per l'Italia a New York il 17 maggio 1900 e, durante la traversata, frequentò assiduamente altri due anarchici, entrambi provenienti da Paterson: l'operaio trentino Antonio Laner e il barbiere elbano Nicola Quintavalle. Fece anche la conoscenza di una giovane donna, Emma Maria Quazza, pure lei operaia tessile nella cittadina statunitense e di idee e sentimenti socialisti. Giunti a Le Havre il 26 maggio, i quattro amici si diressero a Parigi, dove rimasero circa una settimana per visitare l'Esposizione Universale. Ritornato a Coiano, Bresci vi rimase circa quaranta giorni, trovando il tempo di allenarsi con la pistola, che aveva portato con sé dall'America.

Lasciò il paese natale il 18 luglio per recarsi a San Pietro, dove viveva sua sorella. Qui conobbe una giovane ombrellaia, Teresa Brugnoli, che accettò quasi subito di passare con lui qualche giorno d'amore a Bologna. Il 21 luglio ricevette un telegramma e quello stesso giorno si spostò, da solo, a Piacenza. Da qui passò a Milano, giungendovi il 24 luglio. Nel capoluogo lombardo affittò la camera di una pensione. Dopo tre giorni raggiunse Monza pernottando in un'altra locanda. Nei due giorni seguenti perlustrò i viali adiacenti il parco reale, chiedendo notizie sui possibili spostamenti del re. La sera del 29 luglio alle ore 20,30 ebbe inizio il concorso ginnico organizzato dalla società «Forti e Liberi».

Alle 21,30 il sovrano entrò nel campo per prendere posto nel palco riservatogli; più o meno contemporaneamente entrò anche Bresci. Alle 22,05 cominciarono le premiazioni con il re in persona a porgere le coppe alle squadre vincitrici. Finita la cerimonia, Umberto I salì sulla carrozza, ma dopo pochi secondi, mentre ancora si sporgeva dalla vettura per salutare la folla, Bresci, da circa tre metri, gli sparò colpendolo tre volte. Pochi minuti più tardi il re era morto e Bresci, scampato a stento al linciaggio grazie al pronto intervento dei carabinieri, era rinchiuso nella caserma di Monza. Si era consumato così l'attentato più grave della storia dell'Italia liberale.

Bresci assunse ogni responsabilità, negando decisamente di avere avuto complici o aiuti di sorta: l'attentato era stato ideato da lui solo e da lui solo portato a termine. Durante il processo, svoltosi a Milano un mese dopo, il 29 agosto, confermò punto per punto questa versione, ribadendo che la sua volontà era stata quella di colpire il re quale responsabile dei massacri avvenuti negli anni precedenti. La sua linea di condotta non ebbe mai un momento di cedimento o di contraddizione, rivelando una personalità coerente fino in fondo. La difesa, assunta dall'avvocato anarchico Saverio Merlino, dopo la rinuncia di Filippo Turati, che aveva visitato in carcere l'imputato e che gli suggerì il nome dello stesso Merlino quale suo naturale difensore, non riuscì a sottrarlo al massimo della pena: il regicida fu condannato all'ergastolo, con sette anni di segregazione cellulare.

L'attentato non provocò alcun effetto negativo sulla tenuta psicologica, politica e morale dell'istituto monarchico in Italia. L'opinione pubblica, tranne rarissime eccezioni, si schierò in difesa compatta del re, della dinastia, dell'ordine e della legalità vigenti. A parte lo scontato arresto di qualche centinaio di anarchici, la chiusura di alcune loro sedi, e sporadici episodi di esaltazione dell'attentato - con conseguenti processi per apologia di reato -, non vi fu una rappresaglia di massa; insomma, non si assistette, in generale, a contraccolpi rilevanti per l'ordine pubblico, né avvenne la temuta - e da alcuni sollecitata - inversione reazionaria del governo. L'attentato, invece, razionalizzò il sistema politico italiano, dato che, come è noto, pochi mesi più tardi Zanardelli e Giolitti vennero chiamati a sostituire il ministero Saracco.

Nemmeno tutti gli anarchici residenti in Italia crearono un fronte di solidarietà con il regicida. Posizioni contrastate da altri gruppi, specialmente quelli operanti all'estero. L'immagine oleografica del regicida, martire e vendicatore, alla fine però prevalse, scaldando per decenni il cuore di intere generazioni di militanti: «Pria di morir sul fango della via/ imiteremo Bresci e Ravachol» recitò fin dall'inizio una canzone. Dobbiamo ora domandarci se sia possibile accontentarsi della spiegazione fornita da Bresci per dar conto dell'intero accaduto.

Come abbiamo detto egli assunse ogni responsabilità, negando decisamente di avere avuto complici o aiuti di sorta. È quasi certo, tuttavia, che Bresci ebbe dei complici, o per meglio dire, che fu aiutato nella sua azione. Con tutta probabilità il retroterra logistico del regicidio va individuato in un gruppo di anarchici biellesi emigrati a Paterson. Certamente fra questi vi fu Luigi Granotti, detto «il biondino», anch'egli giunto in Italia dagli Stati Uniti. Granotti venne subito individuato, ma non acciuffato; riuscì infatti a sfuggire a tutte le ricerche, vivendo negli Stati Uniti, dove morì nel 1949. Altri complici potrebbero essere stati Giovanni Della Barile e Alberto Guabello e dietro a loro, forse, i noti anarchici Francis Widmar e Giuseppe Ciancabilla, quasi tutti, allora, residenti negli Stati Uniti.

Secondo il ministro degli Interni Giovanni Giolitti la matrice dell'attentato doveva invece essere fatta risalire al maggior anarchico italiano, cioè a Errico Malatesta. Questi avrebbe reclutato Bresci grazie ai mezzi elargiti dall'ex regina di Napoli, Maria Sofia di Baviera, vedova di Francesco II. Ne emergerebbe pertanto questa ipotesi: la vera mandante dell'assassinio di Umberto I sarebbe stata Maria Sofia (sorella della più nota Sissi, imperatrice d'Austria), mossa da un'inestinguibile sete di vendetta per essere stata spodestata quarant'anni prima proprio a causa dell'azione unificatrice dei Savoia.

A sua volta, però, in questa lotta contro lo Stato italiano nato dal Risorgimento, l'ex sovrana si sarebbe associata al Vaticano, anch'esso espropriato dei suoi domini. Si tratta, come si vede, di una congettura altamente suggestiva: l'ex suddito del regno di Napoli (Malatesta) alleato alla sua ex regina e ai preti: insomma, anarchici e borbonici, atei e clericali, reazionari e rivoluzionari uniti nella lotta contro la monarchia e il regime liberale.

La tesi, del tutto infondata, era dovuta ad alcune informazioni strampalate della polizia, secondo la quale Malatesta, con l'appoggio del socialista Oddino Morgari, e grazie sempre all'aiuto finanziario di Maria Sofia, progettava di far evadere Bresci dal penitenziario di Santo Stefano, dove era rinchiuso. Non si è lontani dal vero se si ipotizza che la paura di Giolitti, circa l'effettiva possibilità di una fuga del regicida, fu interpretata zelantemente da alcuni funzionari di polizia. Ciò spiega perché Bresci morì il 22 maggio 1901, ufficialmente suicidatosi, ma in realtà ucciso. Il che avvenne ad opera delle guardie carcerarie o forse di alcuni detenuti (che poi in cambio ottennero la liberazione).

Ci sono un italiano, un cinese e...

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Se fosse una vecchia barzelletta: ci sono un italiano, un cinese e un senegalese. Uno è un bimbo ferito, il secondo lo salva, il terzo viene scambiato per un terrorista. Se fosse una vecchia barzelletta, e non sapessimo come è andata a finire, sarebbe bello vedere in che ordine accoppieremmo i tre protagonisti al loro ruolo.

Il ragazzo scambiato per terrorista sarebbe Mohamed, senegalese, vent’anni. Sicuro. Non è un problema, è soltanto un pregiudizio. Non è nemmeno razzismo, perché il pregiudizio si muove a prima vista, è una reazione istintiva, e infatti il pregiudizio ha ribaltato tutto e investito l’italiano, Davide, che nella notte della follia di piazza Castello a Torino è stato fotografato a braccia larghe, mentre la folla fugge.

Quella foto ha cominciato a girare su internet e un mondo di analisti del dopocena ha (pre)giudicato il gesto come inequivocabile, di chi finge di farsi esplodere. Che gesto idiota. In galera, deve andare. E buttassero la chiave. «La mia era una bravata», anche la spiegazione è girata con la forza della verità. Era già oltre il pregiudizio, ma ancora nei pressi. 

Invece le braccia del ragazzo erano semplicemente larghe per lo stupore: state calmi, perché scappate? Non bisogna avere paura del pregiudizio: è inevitabile, non ci si scampa, può persino salvarci la vita. Il problema è quando tutto si rivela diverso dalle apparenze, ma il pregiudizio, ostinato, non evolve in giudizio. Ci sono un italiano, un cinese e un senegalese, cioè tre persone. Anche la prossima volta. 

Totò Riina ai domiciliari: il confine della pietà

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Esiste un limite alla pietà? 
La libertà ce l’ha. La mia libertà finisce dove impedisce o danneggia quella dell’altro. Totò Riina, il boss dei boss, il capo di Cosa Nostra che ordinò il massacro di Borsellino e Falcone, di Chinnici e del bambino sciolto nell’acido, ha 86 anni e due tumori al rene. Lo curano nella sua cella nel carcere di Parma. La sua cella non è in un sotterraneo umido abitato dai topi, ma in un edificio moderno, singola e con una bella finestra luminosa. Per le cure e gli esami, viene portato all’ospedale.

E’ giusto che il boss dei boss torni a casa per morire “con dignità”?
Totò Riina sta scontando 17 ergastoli. Il suo simile Bernardo Provenzano è da poco morto in carcere. Di quale “dignità” stiamo parlando? La dignità dello Stato che lotta contro la mafia, difesa e proclamata dagli eroi che, per questa lotta, hanno dato la vita? Non penso, perchè lo Stato ha riconosciuto al colpevolezza di Totò Riina 17 volte e adesso deve vegliare affinchè sconti la sua pena. 

La dignità delle vittime di Totò Riina? 
La risposta l’ha già data Tina Montinaro, la vedova del caposcorta del Giudice Falcone dilaniato dalla bomba di Capaci: «E’ come se lo stessero graziando».

La dignità di Totò Riina? 
Mai il boss dei boss ha fatto mistero del suo desiderio di tornare a Corleone, a casa sua, uscendo dal carcere. Però Totò Riina è anziano. Però Totò Riina forse soffre troppo in carcere. Però Totò Riina, così malato, forse non è più pericoloso, dicono i giudici della Prima Sezione della Cassazione. E poi (e questo lo dice la retorica del politicamente corretto) la pietà vince sempre.

Io credo che Totò Riina non sia più un individuo. È diventato un simbolo.
Un simbolo della vittoria dello Stato sulla mafia. Un simbolo del potere imperituro della mafia . Come ogni simbolo, va maneggiato con estrema attenzione. Il rischio, io credo, è che la pietà diventi una resa.

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Boom di marescialle alla guida delle stazioni dei carabinieri

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grazia longo

Dal Trentino alla Sardegna, molte donne occupano posti chiave in quella che è la principale finestra dell’Arma sul territorio


Giuseppa Gambino

Scordatevi l’immagine della «marescialla d’Italia» con una giovane Gina Lollobrigida sicuramente splendida ma relegata al ruolo di spalla di De Sica o all’altrettanto arcinoto maresciallo Rocca del piccolo schermo. Oggi la divisa con i gradi è sempre più con la gonna, ma al ponte di comando. E sugli attenti sono costretti a mettersi gli uomini. C’è un boom di marescialle al vertice delle stazioni, primo avamposto dei carabinieri nella comunità. Un ruolo chiave in un posto chiave. Con la figura storica che da oltre due secoli - 203 anni il 5 giugno per l’esattezza - rappresenta la presenza dello Stato sul territorio, sempre più declinata al femminile.

In tutto sono 124 le marescialle comandanti su 5.500 Stazione (più altre 1.576 donne addette alle Stazioni, non comandanti, fra cui 318 marescialle). 

I numeri non sono da capogiro, ma comunque significativi di un’inversione di rotta, di un’evoluzione al femminile di un incarico finora predominio degli uomini. Dal Trentino alla Sardegna, molte donne occupano posti chiave in quella che è la principale finestra dell’Arma sul territorio. Se a Collarmele (L’Aquila), nella Regione più colpita dalle calamità degli ultimi anni, comanda il maresciallo ordinario Antonia Di Genova, 36 anni, single, ad Andorno Micca (Biella) ha da poco lasciato il maresciallo ordinario Giulia Lovadina. A Tavernole sul Mella (Brescia) troviamo il maresciallo ordinario Jessica Notari, sposata, 35 anni. 

Con o senza figli, non risparmiano tempo ed energie e svolgono turni impegnativi cercando di conciliare il lavoro e la vita privata come altri milioni di donne. Ma rappresentano comunque una piccola rivoluzione perché non è facile comandare il personale - militare e preval
entemente maschile - e ancora più difficile, soprattutto in certe realtà, è imporsi sulla realtà sociale.


Francesca Iovane con il marito e la figlia

Lo conferma Francesca Iovane, 34 anni, mamma di una bimba di 2 e moglie di un carabiniere, alla guida della stazione di Francica, piccolo centro agricolo calabrese in provincia di Vibo Valentia. «Mio marito è un appuntato, ma ovviamente non lavoriamo insieme - racconta - e in generale non ho avuto alcun problema a gestire i miei collaboratori. Sono tutti più anziani di me, ho appena firmato la pensione di un brigadiere con 35 anni di servizio, ma mi hanno hanno sempre accettata e sostenuta. Per loro sono il comandante e stop, indipendente dall’essere donna. Diverso invece il rapporto con la gente. Franci a è un piccolo paese, per alcuni versi ancora arrestato e in molti uomini all’inizio non si fidavano di me. “Preferisco parlare con il brigadiere o l’appuntato” mi dicevano incuranti dei miei gradi». 

E per conquistarsi la loro fiducia ancora una volta è stato importante il ruolo delle donne. «Grazie a loro sono stata gradualmente accettata anche dagli uomini del paese». Più complessa la questione ’Ndrangheta, «ma lo sarebbe stato comunque, anche se non fossi donna, anzi la mia condizione mi ha aiutato nella perquisizione e nell’arresto di donne legate alle cosche».

Combatte la criminalità organizzata anche Giuseppa Gambino, 27 anni, fidanzata, maresciallo ordinario a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo. «Ciò che conta sono la passione e la pazienza che impieghi nel lavoro, indipendentemente dall’essere donna - afferma - anche se in alcune circostanze la sensibilità e l’attenzione tipicamente femminili possono essere di grande aiuto. Come nei casi di stalking e di bullismo». 

Appassionata di nuoto e corsa, è inoltre una divoratrice di libri «non di gialli però che sono troppo distanti dal crimine vero, tanto da apparirmi fantascientifici». E, per concludere, la preghiera di «non essere chiamata maresciallo, ma maresciallo. Lo ritengo più neutro e per nulla svilente».

Cassazione: “pennica” organizzata al lavoro, si perde il posto

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“Tolleranza zero”, dalla Cassazione, per quei lavoratori che durante l’orario di servizio si organizzano per predisporsi a una bella dormita invece di svolgere le loro mansioni. Ad avviso della Suprema Corte, infatti, «l’addormentamento organizzato», durante il turno lavorativo, ha una «evidente contrarietà ai doveri fondamentali del lavoratore rientranti nel cosiddetto “minimo etico”» e viola i «principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto di lavoro» e per questo merita di essere punito con il licenziamento, soprattutto quando si presta un servizio di «essenziale rilevanza».
Così gli “ermellini” hanno licenziato su due piedi un addetto alla vigilanza della società Autostrade accogliendo il ricorso del datore di lavoro contro la sentenza con la quale la Corte di Appello de L’Aquila, con un verdetto `clemente´, aveva riammesso in servizio Denny

E. dopo l’espulsione decisa dal Tribunale di Teramo perchè era stato sorpreso a dormire in macchina anzichè a pattugliare. L’uomo si era messo d’accordo con il collega - giudicato in un’altra causa - con il quale doveva vigilare il percorso tra Ancona e Roseto degli Abruzzi a bordo della stessa auto di servizio in modo che in due sarebbero stati in grado di condurre «interventi operativi pericolosi come l’asportazione di ingombri derivanti da residui di collisioni». Invece la `coppia´ si era servita di «due veicoli diversi, utilizzati per trascorrere dormendo alcune ore di servizio», circa due, distesi sui sedili anteriori, senza dare alcuna notizia alla centrale operativa.

Secondo la Cassazione - sentenza 14192 - questo comportamento non può essere “oblato” da una semplice `multa´, come quella della decurtazione dello stipendio, per la «delicatezza dei compiti che il lavoratore avrebbe dovuto svolgere» e per la «gravità della interruzione del servizio determinatasi a causa di un addormentamento, oltretutto neppure dovuto a causa improvvisa e imprevista, ma `organizzato´ con l’altro lavoratore della squadra». I supremi giudici hanno ripristinato il più severo verdetto di primo grado condannando anche il dipendente licenziato a pagare tremila euro di spese legali.

Come cadere senza farsi male

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vittorio sabadin


Ogni anno nel mondo 420.000 persone, 1150 al giorno, muoiono per una caduta. Il problema è tanto serio quanto sottovalutato, soprattutto tra gli anziani. Oltre i 60 anni, le cadute sono tra le prime cause di morte, ma aumenta anche il numero di giovani che, camminando con il volto appiccicato al telefonino, finisce per strada a gambe all’aria. I costi sociali delle cadute sono altissimi: in media, negli Stati Uniti, ammontano 32.000 dollari a paziente trattato, senza considerare i costi sopportati dalle assicurazioni. 

Molte associazioni che si dedicano alla prevenzione si stanno occupando di rendere più consapevoli le persone del rischio connesso alle cadute. Le vittime di una caduta sono quattro volte superiori per numero a quelle per annegamento e per incendio, e negli Stati Uniti sono tre volte quelle uccise da armi da fuoco. Ma le cadute si possono evitare, e quando proprio non è possibile, mentre si cade si può reagire per ridurre le conseguenze. 

Un lungo studio pubblicato da Mosaicscience ha evidenziato che non è tanto importante l’altezza dalla quale si cade, ma la consistenza di quello che si trova all’impatto. Per dimostrarlo, Luke Aikens, specialista in skydiving, soccorso e sopravvivenza, si è lanciato senza paracadute da un aereo a 6000 metri di altezza ed è atterrato su una rete di 30 metri per 30 senza il minimo danno. Qualcosa del genere era accaduto ad Alcides Moreno, un lavavetri sopravvissuto alla caduta dal 47° piano di un grattacielo di Manhattan della piattaforma sulla quale lavorava: la sua prontezza nello sdraiarsi sul pavimento, l’attrito contro la parete dell’edificio e alcuni fili stesi all’altezza dei primi piani gli hanno consentito di sopravvivere. 

Ma a cadere bene ci si può anche allenare e vista la grande diffusione di questi incidenti, bisognerebbe farlo. In Olanda ai bambini viene insegnato a nuotare con i vestiti addosso, perché è quando sono vestiti che possono cadere nei canali. Allo stesso modo agli anziani andrebbe insegnato a cadere nel modo gusto, mai in avanti o indietro, ma sempre di fianco, dove si trovano le parti più morbide del corpo. Molte cadute sono poi causate da difetti dell’udito che compromettono l’equilibrio: a volte un semplice apparecchio acustico può rimettere le cose a posto. Bisogna imparare di nuovo a camminare, perché molti anziani portano in avanti il bastone e spostano il corpo mentre i loro piedi sono ancora attaccati al terreno, e cadono in avanti. 

La casa, che consideriamo il nostro sicuro rifugio, è poi il posto nel quale si cade di più: dalle scale o dalla scala mentre appendiamo un quadro, sulle piastrelle bagnate del bagno, su un tappeto malfermo. Sono tutti incidenti che si possono evitare con un poco di attenzione e di prevenzione. Molti esperti consigliano anche di dotare gli anziani dello stesso tipo di protezioni usate negli sport come il wrestling e il football americano, nei quali si cade spesso in modo violento e ci si rialza come se nulla fosse. Anche i consigli degli stuntman e degli istruttori di arti marziali come il judo sono utili a cadere senza danni e nella tabella preparata da Mosaicscience e qui sotto riportata se ne trovano alcuni. 

Capo scout gay si sposa con il compagno, il parroco: “Si dimetta non può fare l’educatore”

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Uno dei capi scout del paese si sposa con il compagno e il parroco lo «invita» a lasciare l’ incarico in quanto «non ci sono più le condizioni per svolgere il ruolo di educatore». Accade a Staranzano, piccolo comune in provincia di Gorizia, dove sabato scorso - come riportato da Il Piccolo - si è svolta la cerimonia di unione civile tra il consigliere comunale Luca Bortolotto e Marco Di Just, uno dei capi scout del gruppo Agesci locale.

Il parroco del paese, don Francesco Fragiacomo, non l’ha presa bene ed ha informato l’arcivescovo di Gorizia, Carlo Maria Redaelli. Il suo sfogo si può leggere nel bollettino parrocchiale: «Nella Chiesa - sottolinea - tutti sono accolti, ma le responsabilità educative richiedono alcune prerogative fondamentali, come condividere e credere, con l’insegnamento e con l’esempio, le mete, le finalità della Chiesa nei vari aspetti della vita cristiana. Sulla famiglia la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna. Un messaggio che percorre tutta la Bibbia e che la fede in Cristo rende possibile. Come cristiani, dunque, siamo chiamati ad annunciare il modello di famiglia indicata da Gesù: quella fondata nell’amore tra un uomo e una donna uniti nel sacramento del matrimonio». Nessun commento da parte degli scout Agesci di Staranzano. 

L’Homo sapiens è più vecchio di 100 mila anni: in Marocco mangiava gazzelle e uova di struzzo

corriere.it

di Giovanni Caprara

A Jebel Irhoud rivenuti fossili di almeno cinque ominidi vissuti tra i 300 e i 350 mila anni fa. Finora la culla del sapiens era ritenuta l'Etiopia dove furono scoperti fossili risalenti a 195 mila anni fa



L’Homo sapiens è più vecchio di almeno centomila anni rispetto a quanto ritenuto finora. È questa la conclusione di una scoperta annunciata dalla rivista Nature che racconta i risultati di una ricerca internazionale guidata da Jean-Jacques Hublin del Max-Planck Institute tedesco. A Jebel Irhoud, in Marocco, sono stati rivenuti fossili di almeno cinque ominidi vissuti tra i 300 e i 350 mila anni fa con le caratteristiche dell'Homo sapiens. Finora la culla del sapiens era ritenuta l'Etiopia dove negli anni Settanta del secolo scorso venivano scoperti fossili risalenti a 195 mila anni fa. L'area del ritrovamento in Marocco è celebre perché qui altri reperti erano stati identificati. In Marocco l’Homo sapiens si cibava di carni diverse come i resti fossili hanno dimostrato. Tra queste c’erano carni di gazzella e di zebra ma occasionalmente si alimentava anche con uova di struzzo.
«La storia dell’umanità coinvolge l’intero continente africano»
Tra questi alcuni esemplari appartenenti a 40 mila anni fa avevano fatto pensare che appartenessero ad un Neanderthal africano.  «Ora è chiaro che la storia dell’umanità è più articolata e probabilmente coinvolge l’intero continente africano», spiega un ricercatore del team, Rainer Grun direttore dell’Australian Research Centre for Human Evolution dell’Università di Griffith. Cautamente si esprime il professor Giorgio Manzi paleontologo dell'Università La Sapienza di Roma: «Mi sembrerebbe più corretto vedere i nuovi ominidi come rappresentanti di una transizione tra individui arcaici e moderni».

I serbi di Bosnia cancellano Srebrenica dai libri di storia

corriere.it

di Luca Zanini

Il presidente della Republika Srpska , Milorad Dodik, mette al bando i libri di testo editi dalla Federazione Bosniaca: «Non entreranno nelle scuole resoconti che sostengono che i serbi hanno commesso il genocidio. Non è vero e non sarà studiato»



Vogliono cancellare il genocidio dalla memoria. Negarlo. Evitare che le nuove generazioni ne siano informate e fare così in modo che l’eco del massacro compiuto a Srebrenica nel 1995, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, si perda nel passato. Quell’11 luglio di 22 anni fa, oltre 8 mila musulmani bosniaci (anziani, giovani, bambini) furono uccisi dalle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic, il Boia dei Balcani, e dagli uomini delle forze paramilitari Scorpions, nella zona protetta di Srebrenica, che si trovava in quel periodo sotto la tutela dei caschi blu olandesi inviati dalle Nazioni Unite (lo ha ricordato recentemente il presidente turco Erdogan per denigrare l’Olanda). Secondo il sito indipendente Balkan Insight, «Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska ha dichiarato che non saranno mai ammessi nelle scuole locali libri di storia che raccontino il genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo».
Pulizia etnica negata
Nell’Estate del ‘95, i corpi di quei civili innocenti uccisi a colpi di mitraglia vennero poi nascosti in fosse comuni scavate dalle milizie di Mladic. Ventidue anni dopo, la conta e l’identificazione delle vittime non sono ancora finite: 8.372 «bosgnacchi» (bosniaci di religione e/o di cultura musulmana) perirono per un preciso disegno di pulizia etnica. Ma gli studenti della Republika Srpska — l’enclave serba, dunque di religione cristiano ortodossa, della Bosnia, di cui ospita il 33% della popolazione — non impareranno mai che cos’è accaduto, perché Dodik afferma che «i libri di testo sono scritti dai croati di Bosnia e sostengono che i serbi hanno commesso il genocidio e i serbi hanno tenuto Sarajevo sotto assedio. Ma non è vero e non verrà studiato nelle scuole di Srpska». Eppure, anche se sulle fosse comuni ricoperte crescono erba e sterpaglie, il dolore delle famiglie delle vittime è intatto, come raccontava in occasione del ventennale della strage il webreportage del Corriere della Sera.
Un accordo per non citare la guerra
Ma i serbi di Bosnia non vogliono ricordare. E non vogliono che le future generazioni ricordino: dunque, ribadisce anche il ministro dell’Educazione di Srpska Dane Malesevic, finché quei brani su Srebrenica e Sarajevo non saranno cancellati, «i libri scolastici della Federazione Bosniaca saranno banditi». D’altronde, spiega, «esisteva un accordo firmato da tutti i ministeri dell’Istruzione in Bosnia, in base al quale i libri di testo non avrebbero dovuto includere temi legati alla guerra dei Balcani». In Bosnia-Erzegovina, gli studenti hanno il diritto di essere istruiti secondo il proprio «curriculum nazionale» (l’appartenenza etnica), scrive Balkan Insight , e «alcune scuole del Paese applicano la controversa politica delle “due scuole sotto lo stesso tetto”, separando gli alunni in diverse classi nello stesso edificio sulla base della loro etnia».

Sicurezza, arrivano le pattuglie miste: carabinieri e agenti cinesi

corriere.it

Nel capoluogo lombardo le ronde saranno effettuate con i carabinieri del Comando provinciale. L’iniziativa è stata presentata in Prefettura dal prefetto Lamorgese

(LaPresse)
(LaPresse)

Sono arrivati martedì, a Milano, i primi agenti della Repubblica Popolare Cinese che parteciperanno alle pattuglie miste delle forze dell’ordine in alcune delle principali città italiane. A Milano le ronde saranno effettuate con i carabinieri del Comando provinciale. L’iniziativa è stata presentata in Prefettura dal prefetto Lamorgese. La prima squadra di agenti e carabinieri è operativa con un pattugliamento in centro e zona Moscova-Garibaldi.
Anche in altre città
Gli agenti di polizia cinesi saranno in servizio nelle città di Roma, Firenze, Napoli e Milano dal 5 al 24 giugno. Il progetto fa seguito - è stato precisato ieri nel corso della presentazione nazionale - all’attività congiunta, svolta da agenti della Polizia di Stato e militari dell’Arma dei Carabinieri a Pechino e Shanghai nello scorso mese di aprile. In alcune città gli agenti stranieri saranno affiancati dalla Polizia in altre dai Carabinieri.

7 giugno 2017 | 12:34

La storia del jihadista "italiano" svela tutti i pericoli dello ius soli

ilgiornale.it
Sergio Rame - Mer, 07/06/2017 - 15:51

Chi vuole regalare la cittadinanza a due milioni e mezzo di immigrati, dovrebbe studiarsi la storia di Youssef Zaghba. Ecco perché lo ius soli è un pericolo per tutti

"Chi vuol regalare la cittadinanza a due milioni e mezzo di immigrati con lo ius soli e lo ius culturae vada a studiarsi bene la storia di Youssef Zaghba".


Roberto Calderoli attacca a testa bassa la sinistra che sta brigando per regalare la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati nati nel nostro Paese. E punta il dito contro uno dei tre jihadisti di Londra, nato e cresciuto in Marocco da padre marocchino, eppure cittadino italiano grazie alla madre italiana.

"Non è attraverso la cittadinanza facile che si garantisce l'integrazione - fa eco il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri - i terribili attentati di questi ultimi mesi dovrebbero aver insegnato qualcosa sul significato di questo status che spesso si riduce a un fatto solo burocratico".

Quando fu fermato all'operatore che lo controllò, disse che voleva fare il terrorista. Poi si corresse. Gli fu sequestrato l'apparecchio, ma non c'erano, secondo il tribunale del riesame, i presupposti per ravvisare la sussistenza di un reato e quindi ne fu ordinata la restituzione e gli inquirenti non hanno potuto esaminare integralmente il contenuto di questo apparecchio informatico. Ieri, ai microfoni di Radio 24, il procuratore di Bologna Giuseppe Amato ha illustrato i particolare più inquietanti del fermo di Youssef Zaghba.  

"In virtù di questa cittadinanza italiana - tuona Calderoli - si è evitato l'espulsione nel 2016, quando le nostre forze dell'ordine lo avevano fermato come soggetto pericoloso e dunque da allontanare se non fosse stato italiano, e grazie al conseguente status di comunitario, in quanto italiano, ha potuto girare liberamente per l'Europa, facendo avanti indietro da Londra senza mai subire controlli né perquisizioni".

Youssef Zaghba è nato a Fez nel gennaio 1995 da padre marocchino e madre italiana ed è stato fermato all'aeroporto di Bologna nel marzo 2016 mentre cercava di prendere un volo per la Turchia e poi raggiungere la Siria. Come spiega Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, "l'intelligence italiana aveva segnalato la sua presenza e i suoi frequenti spostamenti sia alle autorità marocchine sia a quelle britanniche". Ma nessuno lo ha fermato prima che colpisse sul London Bridge. "Abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare - rassicura Amato - ma non c'erano gli elementi di prova che lui fosse un terrorista, era un soggetto sospettato per alcune modalità di comportamento".

Inquietanti rivelazioni che gettano nuove ombre sullo ius soli tanto caro alla sinistra italiana. "Quella di Youssef Zaghba - spiega Calderoli - è la stessa storia dei fratelli Salah, dei fratelli Kouachi e di tutti gli altri jihadisti, tutti con passaporto francese, belga o inglese, tutti comunitari, che hanno insanguinato l'Europa negli ultimi due anni".

Come ricorda anche Gasparri, gli stranieri che vogliono la cittadinanza italiana possono ottenerla già con la legge attuale. A patto, però, che vengano rispettati regole e tempi precisi. "Non è svendendola che si risolvono i problemi di accoglienza e integrazione degli immigrati - conclude il senatore di Forza Italia - si metta l'animo in pace chi ancora oggi insiste con questa tesi sbagliata".

Austria, carro armato italiano sequestrato dalla polizia austriaca in autostrada

ilgiornale.it
Gabriele Bertocchi - Mer, 07/06/2017 - 10:34

Un tank italiano è stato bloccato dalla polizia austriaca e messo sotto sequestro a seguito di controllo di routine. Tutta colpa dell'azienda di una ditta privata, con sede a Bolzano, che non avrebbe rispettato le norme locali sul massimo carico per asse ammesso



Un carro armato dell'Esercito italiano è stato arrestato e posto sotto sequestro dalla polizia austrica. Una stortia particolare che sembra uscita da uno di quei romanzi di guerra, fatti di spie e file top secret.

Controllo andato male

Il blocco del mezzo blindato italiano è avvenuto alcuni giorni fa a pochi chilometri dal confine di Tarvisio. La precisione, si sa, è una delle doti richiesta agli agenti austriaci, ma nessuno avrebbe mai pensato che si arrivasse a bloccare un cingolato PzH 2000 del Esercito Italiano. Come riporta Il Gazzettino, citando il Kleine Zeitung, lungo la A2, nel tratto Arnoldstein e Warmbad, una pattuglia austriaca ha fermato un trasporto eccezionale italiano, il carro armato, per sottoporlo a normale controllo di routine. Verifiche che hanno riscontrato che ditta privata, con sede a Bolzano, non avrebbe rispettato le norme locali sul massimo carico per asse ammesso.

E come procedere? Immediato è scattato il fermo del trasporto. Ora il tank riposa in un parcheggio autostradale per trasporti speciali. Secondo quanto spiegano dalla pagine dal quotidiano principale di Venezia, il cingolato doveva essere portato dall'Italia alla Germania per una manutenzione, ma evidentemente il programma non verrà rispettato, o almeno ritardato dalle procedure burocratiche.

I «furbetti» del disco orario a motore che sposta avanti l’ora di arrivo

corriere.it

di Anna Campaniello



Un disco orario motorizzato, che «aggiorna» automaticamente l’ora di arrivo e quindi consente di lasciare l’auto in sosta a tempo indeterminato, oltre i limiti consentiti. Il congegno è stato scoperto dagli agenti della polizia locale di Como, su tre automobili munite di pass per l’accesso al centro storico del capoluogo lariano. I proprietari delle macchine - che non si conoscevano tra loro - sono stati denunciati per truffa. I dischi, tutti sequestrati dagli agenti, avevano un meccanismo a batteria che, come in un orologio, permetteva di spostare via via in avanti l’ora di arrivo.

Come accertato dalla polizia locale, le macchine venivano lasciate anche per intere giornate nelle zone del centro storico riservate ai possessori di pass e dove la sosta massima consentita è comunque di 45 minuti. Per evitare che durante i controlli venisse notato il «motorino», che crea uno spessore sul retro, vicino al disco orario veniva messo un oggetto come una sciarpa o un cappellino, per occultare il congegno.

I truffatori, però, hanno esagerato: un giorno dopo l’altro, sempre quelle stesse tre auto, ore e ore in sosta, non sono passate inosservate agli agenti della polizia locale, che hanno effettuato appostamenti mirati e scattato fotografie delle auto in diversi orari per smascherare l’imbroglio. I proprietari delle macchine, tutti comaschi residenti in centro storico, sono stati denunciati a piede libero alla Procura della Repubblica per truffa. Spiega il commissario capo Aurelio Giannini, comandante dell’unità operativa sicurezza urbana della polizia locale di Como: «I tre denunciati non erano in contatto l’uno con l’altro: si tratta probabilmente di un nuovo meccanismo di truffa che sta prendendo piede».