martedì 6 giugno 2017

Per le multe non pagate arriva il prelievo diretto dal conto

lastampa.it
sandra riccio

Dal 1° luglio il Fisco potrà mettere mano direttamente nei conti di contribuenti e imprese



La multa non pagata? Dal 1° luglio diventerà ancora più a rischio. Tra qualche settimana, infatti, scatterà il possibile pignoramento del conto corrente di chi non ha pagato e seguirà il prelievo diretto dal conto della somma da saldare. Il tutto senza il via libera di un giudice. Il Fisco, insomma, potrà muoversi senza questo delicato passaggio e potrà mettere mano direttamente nei conti di contribuenti e imprese. Per le associazioni di consumatori la novità riguarderà decine di migliaia di soggetti. Quello della multa è soltanto un esempio, il nuovo corso arriva infatti a tutte le cartelle non pagate. Tra queste ci sono, per fare qualche esempio, quelle dei contributi Inps, i bolli auto mai saldati o le tante tasse ancora da versare.

Il nuovo meccanismo è figlio della «soppressione» di Equitalia, decisa da Matteo Renzi l’anno scorso. Equitalia non sarà però «smaterializzata» ma confluirà, dal 1° luglio, in Agenzia delle Entrate che diventerà anche riscossore. Questo passaggio permetterà a Equitalia di attingere dalle varie banche dati in possesso del Fisco e di poter quindi vedere anche le somme sui conti correnti del contribuente. Di conseguenza potrà decidere di pignorare il conto più sostanzioso (prima Equitalia poteva solo ricevere informazioni sul numero di conti correnti intestati al contribuente e per arrivare al suo obiettivo li pignorava tutti). 

L’accesso alle banche dati, che finora era garantito soltanto ad Agenzia delle Entrate, rappresenta una svolta sostanziale che darà un’accelerata a tutta la procedura di riscossione. Certo, il procedimento di «incasso» non è automatico. Il contribuente prima di tutto riceverà avvisi e solleciti di pagamento. Dopodiché avrà 60 giorni di tempo per mettersi in regola. Come? Pagando tutto subito, chiedendo di rateizzare l’importo oppure opponendo ricorso. In mancanza di almeno uno di questi passaggi e trascorsi i 60 giorni, la nuova Equitalia passerà al recupero coattivo che può consistere anche nel pignoramento del conto corrente.

«La norma sui pignoramenti senza ricorso al giudice è in vigore già dal 2005» ci tiene a ricordare Equitalia che comunque indica il pignoramento come ultima ratio. Aggiunge poi che grazie all’integrazione tra Equitalia e Agenzia delle Entrate, i pignoramenti saranno «mirati» e limitati al minimo. Vale a dire che, nel caso di più conti correnti, il Fisco punterà solo a quello che consente di soddisfare gli importi contestati. Le associazioni di consumatori sono sul piede di guerra. Per Elio Lannutti «siamo soltanto di fronte a un netto peggioramento delle garanzie dei contribuenti difronte ai Dracula del Fisco».

Torna D’Alema, arriva Galliani. Chi entra e chi esce dal Parlamento

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andrea carugati

Bindi e Finocchiaro verso l’addio. I tormenti dei grillini

Le elezioni sembrano avvicinarsi. E nei palazzi della politica, tra un comma e l’altro della nuova legge elettorale, si fanno sempre più insistenti i rumors su chi rientrerà nel prossimo Parlamento e chi, invece, è arrivato a fine corsa. Tra gli entranti ci potrebbero essere sorprese che portano i nomi di Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino. Insieme ad altri big della vecchia Dc, e grazie al ritorno del proporzionale, stanno tentando di rimettere in piedi un partito di centro che dovrebbe chiamarsi «Popolari e liberali». «Il cattolicesimo politico è nato in Italia con Sturzo, possibile che solo da noi debba sparire?», si chiede Pomicino. Che si definisce l’”Ultimo dei Mohicani” per essere uscito dal Parlamento nel 2008: l’ultimo appunto di quella generazione di democristiani.

E spiega: «Io e Ciriaco siamo piuttosto agée, e l’obiettivo dell’operazione non è certo la nostra candidatura, ma il recupero di una cultura politica». Nel nuovo centro, che dovrebbe comprendere anche Angelino Alfano (Stefano Parisi invece se n’è chiamato fuori), potrebbe tornare, sempre che la lista superi il 5%, anche Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento. Mentre è in forse la candidatura di Denis Verdini che avrebbe confidato ad alcuni amici (ma poi ha smentito) la volontà di restare fuori dalle Camere per dedicarsi ai suoi processi. 

Restando nell’orbita (presente o passata) di Berlusconi, è assai probabile l’arrivo in Senato di Adriano Galliani. L’ex ad del Milan, dopo il passaggio ai cinesi della squadra rossonera che ha guidato per 31 anni, ha confidato di essere in deficit di adrenalina ed è sempre più assiduo alle riunioni politiche ad Arcore. «Non mi sono annoiato neppure un minuto», ha raccontato agli amici come riferito ieri da Monica Colombo sul Corriere della sera. 

A sinistra si annuncia il clamoroso ritorno di Massimo D’Alema: dopo il ritiro a denti stretti nel 2013, quando Bersani lo sacrificò sull’altare della rottamazione, l’ex premier potrebbe candidarsi con Mdp, magari nel collegio di Gallipoli che per anni lo ha visto vincitore. Nel Pd quasi certe le uscite di Rosy Bindi e Anna Finocchiaro. Entrambe, la prima con più nettezza, dopo diversi lustri hanno fatto capire di sentirsi a fine corsa.

Con loro ci sono oltre 50 eletti del Pd, in Parlamento dal 2001 o prima, che hanno superato i 15 anni di mandato e dunque hanno bisogno di una deroga per potersi ricandidare: tra questi ci sono nomi del calibro di Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, Beppe Fioroni, la ministra Roberta Pinotti, Marco Minniti, Vannino Chiti, Ermete Realacci, Giorgio Tonini, Ugo Sposetti. Per Gentiloni la deroga è assicurata, per gli altri si vedrà. Ma con una nuova legge elettorale alla prima prova, le sorprese potrebbero essere comunque dietro l’angolo.

Nel 1996, ad esempio, Giorgio Napolitano, capolista in Campania per i Ds nel proporzionale, non fu eletto perchè la coalizione vinse un numero di collegi uninominali più alto del previsto. Un meccanismo simile a quello di allora sta creando il panico nel M5S. In alcune regioni come Lazio e Campania, infatti, alcuni big non sono certi di riuscire a rientrare per l’affollamento di nomi eccellenti. Tra i più inquieti vengono segnalati Paola Taverna, Roberto Fico, Roberta Lombardi e Carla Ruocco. In Sicilia invece il movimento potrebbe vincere più collegi dei seggi a disposizione. Mentre in Lombardia, dove i consensi sono più bassi della media, è difficile trovare il sistema per essere eletti al 100%. 

Chi invece non trema è Umberto Bossi. In Parlamento ininterrottamente da trent’anni, il Senatur, anche se scartato da Salvini, può contare su un ripescaggio da parte di Berlusconi. L’ex Cavaliere sta pensando a un gemellaggio con una formazione di ex leghisti per drenare voti alla Lega nel Nord.

Le pene, il pane e l’élite

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mattia feltri

L’ultima idea della democrazia dal basso è di togliere la pensione ai condannati per mafia, terrorismo, traffico di stupefacenti e altri reati di rilievo. La proposta, depositata da un iscritto su Rousseau, la piattaforma internet dei cinque stelle, è fra le più apprezzate, e non c’è motivo di stupore. È il classico progetto armato delle migliori intenzioni e scaturito dal fuoco del pathos. Infatti non è sorprendente che Rousseau sfoderi trovate di questo calibro, e nell’applauso generale di chi sa come raddrizzare il mondo. Più sorprendente è che a dirimere le discussioni non ci sia uno del ramo, non per forza un luminare, che risparmierebbe ai convenuti l’imbarazzo di misurarsi con Cesare Beccaria, che nel 1764 scrisse Dei delitti e delle pene codificando la funzione rieducativa del carcere.

E cioè, quando uno ha scontato la condanna, esce perché lo si ritiene recuperato alla vita sociale, coi doveri e i diritti che comporta, compresa la pensione. Se invece gliela si leva, saremmo al paradosso di negargli vitto e alloggio, garantiti in prigione. Lo si specifica perché tutti i contributi sono buoni, ma le competenze continuano a essere decisive: per chi ha bisogno di pane, l’élite è il fornaio. Altrimenti si fa la fine di David Cameron che, nella campagna elettorale inglese del 2010, promise di portare in Parlamento le due proposte più votate dai suoi fan. Vinsero il ripristino della pena di morte e l’espulsione di tutti gli immigrati. Non arrivò in Parlamento né l’una né l’altra. 

Internet, l’Italia scivola ancora nelle classifica mondiale

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luca scarcella

Secondo l’ultimo rapporto Akamai, la velocità media di connessione nel nostro Paese è di 9,2 Mbps: in leggera crescita, ma gli altri fanno meglio

Dopo il rapporto relativo al quarto trimestre 2016 della società di content delivery americana Akamai sullo stato di Internet, i dati del primo trimestre 2017 mostrano una discesa nelle classifiche mondiali per l’Italia nonostante alcuni trend incoraggianti. 

Dall’ultimo report emerge come circa 814 milioni di indirizzi IPv4 si sono connessi alla Akamai Intelligent Platform da 239 località. L’Italia mantiene la decima posizione con più di 17 milioni di indirizzi connessi (-1,8% rispetto al trimestre precedente). La velocità media di connessione nel nostro Paese è 9,2 Mbps: una crescita del 6,2% rispetto agli ultimi tre mesi del 2016. Nonostante questo, l’Italia scende ancora nella classifica mondiale posizionandosi sessantunesima e rimanendo alla ventottesima in area EMEA (acronimo che identifica i Paesi di Europa, Medio Oriente e Africa). La media delle velocità di picco raggiunta in Italia nel trimestre in esame si attesta a 51 Mbps, in aumento del 40% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A livello mondiale l’Italia occupa la posizione 74.



ADOZIONE DELLA BANDA LARGA
Sul fronte adozione della banda larga l’Italia rimane in stallo: il 79% delle connessioni sono sopra i 4 Mbps. Il nostro paese scende dalla 28esima alla 29esima posizione in EMEA e dalla 63esima alla 65esima a livello mondiale. Rispetto al trimestre precedente, nel Q1 2017 l’Italia registra un leggero aumento del 2,2% mentre un calo del 4% rispetto all’anno precedente.



OLTRE I 10 MBPS
Sul fronte adozione della banda larga superiore ai 10 Mbps, nel primo trimestre 2017 l’Italia registra solo il 26% di connessioni (+11% rispetto al Q4 2016 e +47% rispetto al Q1 2016). Un confronto: l’Italia è al 26%, la Svizzera è a quota 75%.



BANDA LARGA 15 MBPS
A fronte di una media di oltre il 30% registrata dai paesi EMEA coinvolti nello studio, l’Italia registra solo il 12% delle connessioni superiori ai 15 Mbps. Nella classifica mondiale scende di una posizione (55esima), mentre a livello EMEA si attesta alla 32esima, sebbene Akamai abbia registrato un aumento del 73% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.



CONNESSIONE MOBILE
Quest’anno in Italia la velocità media di connessione mobile è cresciuta, raggiungendo i 12,4 Mbps.



ADOZIONE BANDA LARGA IN EUROPA
Cinque Paesi europei si sono classificati tra i primi 10 al mondo per l’adozione della banda larga a 25 Mbps: Norvegia (2°), Svezia (3°), Svizzera (5°), Danimarca (6°) e Finlandia (9°).

Nel primo trimestre 2017 la Svezia, con un tasso di adozione del 56%, ha superato la Norvegia collocandosi al primo posto in Europa per la banda larga a 15 Mbps. Con un tasso di adozione del 75%, la Svizzera ha conservato la prima posizione tra i Paesi europei per l’adozione della banda larga a 10 Mbps. Complessivamente, in 18 Paesi europei almeno la metà degli indirizzi IPv4 univoci si è connesso ad Akamai a velocità medie pari o superiori a 10 Mbps. 

La cultura ebraica in pillole contro i pregiudizi

lastampa.it
benedetta grasso

Ministero dell’istruzione e Ucei presentano ebraismoinpillole.it: “L’antisemitismo si combatte anche così”

In un fumetto umoristico, mentre Mosè guarda le tavole della Legge orgoglioso dopo averle ricevute sul Monte Sinai, un uomo alza la mano perplesso e chiede: «Ma… c’è una sezione per i commenti?». E’ una vignetta che riassume perfettamente due contesti diversi: lo spirito del popolo ebraico, impossibile da definire, nato per discutere tutto da sempre, e una frecciatina al mondo folle attuale del web, ai commenti di video, articoli, post, catene infinite di percezioni soggettive ostentate; non si cerca più un’autorità in materia, ma bisogna sempre avere un’opinione.

Uno dei grandi vantaggi della rete, però, è l’aver trasformato il cervello dei giovani in un desktop con tante finestre aperte, rendendo intuitivo ragionare per percorsi di associazioni e contesti interattivi, lineari e allo stesso tempo incorporati l’uno nell’altro. Quando uno studente scrive una tesina per la maturità oggi - se non si limita a un misero copia e incolla - si trova davanti un’infinita di portali che si aprono e chiudono (come nel cartone Monsters & Co): questo può portare a collegamenti più profondi tra materie un tempo separate da rigide divisioni accademiche.

Per capire i collegamenti nascosti del mondo attuale non è mai stato più importante conoscere le sfumature culturali e moderne di alcuni popoli. Prima di commentare una notizia su Israele, bisognerebbe afferrare le basi storiche, per esempio. Tra le prime domande a tema ebraico che escono su Google ci sono: Come si chiama una chiesa ebraica? Come si chiama un il cappellino ebraico? Come si chiama un funerale ebraico? Curiosità che trovano risposte soprattutto in siti in altre lingue, in un mare, senza un “sussidiario” a fare da salvagente. 

Per questo oggi (6 giugno) al Ministero dell’istruzione viene presentato Ebraismo in Pillole, un sito creato dall’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas, e sostenuto dall’Unione delle comunità ebraiche italiane e dalla Fondazione Pincus per l’educazione nella Diaspora di Gerusalemme. Tobia Zevi, il presidente dell’Associazione Hans Jonas, attivo in politica da anni - una delle menti che stanno dietro il sito - spiega: «Il Ministero dell’Istruzione ha accettato di inserire questo portale nel programma di attività previste dal protocollo d’intesa tra lo stesso Miur e l’Ucei in materia di lotta all’antisemitismo.

Per questo si sta ragionando, insieme al ministero, sui possibili sviluppi dell’iniziativa: una giornata di presentazione con studenti e insegnanti in autunno; una possibile traduzione del sito in lingua inglese in occasione dell’anno italiano di presidenza dell’Aira, il consorzio di paesi che collabora per la lotta ad antisemitismo e discriminazioni; uno sviluppo del sito nel 2018, in occasione dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali».

Mentre in America la cultura ebraica è parte dei libri, film, i bambini vengono invitati a feste ebraiche dal compagno di banco, in Italia un ebreo, come altre minoranze, è spesso frainteso. Basta pensare a un tema ampio come il rapporto tra ebraismo e cattolicesimo e alle frasi da bar «Ma un rabbino e un prete sono la stessa cosa?». O a un adolescente che va alla sua prima manifestazione e poi lo colpisce scoprire in un libro di Storia le radici del Sionismo, così vicine a quelle del socialismo. 

Ebraismo in Pillole è un sito allegro, concepito per percorsi interattivi: Dio nell’ebraismo, Calendario ebraico, Ebraismo e Società civile, la Diaspora, i rapporti ebrei-cristiani, la libertà e i suoi limiti, l’antisemitismo, il Sionismo, lo stato d’Israele. Ogni argomento ha poi diversi capitoli e percorsi didattici. Ad approvare e scrivere i testi ci sono Daniele Toscano, Micol Temin e Saul Meghnagi, esperti in giornalismo, comunicazione, temi educativi, ispirati anche dalle lettere che David Ben Gurion mandò a cinquanta intellettuali, i “Saggi di Israele”, che risposero tutti alla domanda “Cos’è un ebreo?”.

Per moltissimi italiani un ebreo è spesso uno straniero o un punto di domanda. «Tante volte, nel corso degli anni, mi sono state rivolte domande sull’ebraismo, sugli ebrei, sulla storia ebraica - dice Tobia -, e spesso mi è capitato di rispondere frettolosamente, come capita quando devi ritornare sullo stesso argomento a ripetizione. Qualcuno mi ha pure insultato, nella vita, ma questa è un’altra storia.
Comunque è per questa esperienza personale che tengo molto a questo portale, una sorta di risposta che dovevo alle tante amiche e amici incontrati lungo la strada, che mi hanno avvicinato con una curiosità che non sempre ho saputo soddisfare. Il pregiudizio antisemita si combatte con la conoscenza e con la cultura, non ci sono scorciatoie, però la cultura non deve per forza essere noiosa!”

Anche Simone Somekh, ebreo italiano a New York, si è trovato in situazioni simili questo l’ha portato a fare un elenco di tutte le frasi, pregiudizi, domande che vengono dette a chi è ebreo in questo video auto-prodotto che sta ricevendo un’accoglienza positiva su Facebook: «Non si direbbe, sembri normale…», oppure: «Quindi non sei italiano». E anche: “In casa che lingua parlate?” Una delle frasi più interessanti è «Buona Giornata della memoria» che fa intuire che l’equazione fra ebraismo e Olocausto, nella percezione collettiva, sebbene necessaria, non fa passare in modo naturale le miriadi di sfumature di una cultura. 

1 italiano su 5 ha pregiudizi sugli ebrei, sia a destra che a sinistra. Il relativismo è sinonimo di libertà ma è proprio un proverbio ebraico a dire che se Dio vivesse sulla terra le persone gli tirerebbero sassi alle finestre. Per diventare adulti nell’ebraismo bisogna fare un rito di formazione: per chi fa la maturità, si affaccia al mondo o ha ancora domande, queste pillole possono essere il primo passo verso «un rito di informazione».

Stato senza vergogna

ilgiornale.it



È tutta questione di… saper giudicare.



Ognuno di noi ha il diritto e, secondo me, persino il dovere di esprimere le proprie idee e di comunicare con agio e chiarezza le proprie convinzioni. Quando si è, però, una delle tre cariche più importanti di uno Stato è necessario almeno conoscere la funzione del proprio ruolo e ricordare che tale posizione è il risultato di molte morti, tragedie e sofferenze. Certo, parliamo di cittadini che hanno lasciato questo mondo sacrificandosi per una patria, ma in questo periodo, la morte per un ideale non interessa a coloro che ci governano. Almeno, a un certo tipo di governanti.

Al di là delle proprie intime convinzioni, i rappresentanti di uno Stato, hanno l’obbligo, il dovere intellettuale, di sollecitare e stimolare nei propri cittadini sentimenti di appartenenza e di fierezza. Essere italiani, europei, e dunque cittadini del mondo significa produrre azioni che tutelino il proprio patrimonio storico e culturale, e sappiano riversare questa stessa fierezza a favore dell’umanità in generale. Non esiste nessun pacifista vero, reale e sincero, che non riconosca il sacrificio di coloro che un tempo hanno lottato e sono morti per la libertà di cui ora egli può godere. Disconoscere questo, come è accaduto, con atteggiamenti, smorfie, assenza di simboli, e una comunicazione triste e subdola è sintomo di decadenza istituzionale, che viene invece gabellata per espressione progressista (persino nelle repliche).

Con questo voglio esprimere il mio parere di cittadino e di appartenente ad uno Stato mal rappresentato. Come essere umano cerco di gestire il dolore e lo smarrimento, specialmente di fronte al pensiero che tra pochi anni gli abitanti di questo Paese non sapranno di quali ricchezze sono eredi e da quale storia discendono. La memoria, utile per conoscere il punto di partenza delle cose umane, rende l’Uomo forte e capace di superarsi. Oggi, i giovani pensano di dovere fare poco più di nulla. Hanno ragione, non avendo modelli da imitare ed eventualmente superare.

Ecco perché, prego e chiedo scusa io a tutti quei defunti italiani che hanno dato tutto, anche la vita, per la mia libertà. Mi vergogno e impotente mi addoloro, pensando che non tutti vogliono il bene di questo paese, mondo, pianeta.

La Cassazione: Totò Riina è malato, ha diritto a una morte dignitosa

lastampa.it
riccardo arena

Accolto il ricorso del difensore, che chiede il differimento della pena o la detenzione ai domiciliari. Il tribunale di Bologna dovrà dire se il boss è ancora pericoloso


Il boss della mafia Toto’ Riina subito dopo la sua cattura, in una foto del 15 gennaio 1993

Deve morire a casa sua o comunque fuori dal carcere, Totò Riina? La Cassazione dà una chance al «capo dei capi» di Cosa nostra, annullando con rinvio una decisione negativa del tribunale di sorveglianza di Bologna: anche il boss che ordinò le stragi di Capaci e via D’Amelio, che fece colpire a Roma, Firenze e Milano e prima ancora a Palermo, il giudice Chinnici, il prefetto Dalla Chiesa, poliziotti, carabinieri, giudici e giornalisti, anche lui ha il “diritto di morire dignitosamente”, che va assicurato a ogni detenuto.

La Suprema Corte ordina un nuovo esame della situazione da parte della magistratura bolognese, in vista della possibile scarcerazione – con la concessione della detenzione domiciliare o ospedaliera – addirittura di un superboss sanguinario come Riina, fino al 2013 intercettato in carcere mentre faceva fuoco e fiamme contro il pm Nino Di Matteo e don Luigi Ciotti. Levata di scudi, tutti – a parte i radicali – contro la prima sezione della Cassazione, un tempo presieduta da Corrado Carnevale.

E nel giudizio di rinvio davanti al tribunale di sorveglianza intende presentarsi – a rappresentare l’accusa – lo stesso procuratore generale del capoluogo emiliano, Ignazio De Francisci, palermitano e allievo prediletto, nell’Ufficio istruzione, di Giovanni Falcone.

Memore delle polemiche che accompagnarono la fine di Bernardo Provenzano, che si spense undici mesi fa mentre era in stato vegetativo, rimanendo sottoposto fino all’ultimo al regime di carcere duro del 41 bis, la Cassazione chiede ai giudici di merito di verificare se lo “spessore criminale”, indubitabile, di Totò Riina, consenta di considerare ancora pericoloso l’ottantaseienne boss, affetto da anni da una cirrosi epatica e da una serie di patologie collegate, frequentemente ricoverato in ospedale ma poi sempre riportato nel supercarcere di Parma.

Il vecchio pallino dei legali di Riina, il differimento della pena, non viene dunque escluso a priori. Occorrerà però vedere cosa deciderà la “sorveglianza”: nel caso di Provenzano, fino all’ultimo, di fronte ai ripetuti ricorsi dei difensori, i magistrati di Milano, città in cui il numero due di Cosa nostra era detenuto, avevano preso tempo, disposto perizie e accertamenti e nel frattempo avevano mantenuto le misure più rigorose possibili.

La sentenza 27.766 della prima sezione della Cassazione impone adesso, nei confronti di Riina, l’osservanza di alcuni “principi di diritto”: i giudici dovranno infatti considerare «il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico» e rivalutare la compatibilità tra la situazione clinica e la permanenza in carcere, in una condizione di isolamento totale e di monitoraggio visivo continuo.

Quando sta male, aveva obiettato il tribunale di Bologna, Riina viene ricoverato in ospedale, ma questo non basta: alla sorveglianza, sottolinea la Cassazione, tocca verificare e motivare “se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità” da andare oltre la “legittima esecuzione di una pena», né si può ignorare il senso di umanità della pena nel decidere «il mantenimento il carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa».

Riina, ancor oggi imputato in un processo in corso, quello sulla trattativa Stato-mafia, ha rinunciato alle ultime udienze: aveva seguito quasi tutto il dibattimento in videoconferenza e in barella, ma ora non riesce a stare seduto e, aggiunge il collegio della prima sezione della Cassazione, affetto come è da «una grave cardiopatia, è esposto a eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili».