domenica 4 giugno 2017

Cent’anni dalla rivoluzione d’Ottobre: il vangelo secondo Lenin

corriere.it

di SERGIO ROMANO

Intollerante anche verso i socialisti, il bolscevismo operò come una religione messianica
Le riflessioni di Marcello Flores sul mito sovietico in un saggio edito da Feltrinelli

Un manifesto sovietico di propaganda stampato per il quinto anniversario della rivoluzione bolscevica
Un manifesto sovietico di propaganda stampato per il quinto anniversario della rivoluzione bolscevica

Secondo una interpretazione largamente condivisa dalla opinione corrente, il XX secolo, fra il 1917 e la disintegrazione della Unione Sovietica, fu teatro di un lunga guerra fredda tra il comunismo e la democrazia liberale. Dopo la lettura del libro di Marcello Flores sulla rivoluzione russa

La forza del mito, edito da Feltrinelli, molti arriveranno alla conclusione che uno dei maggiori conflitti del Novecento fu quello combattuto dai comunisti contro i socialisti europei nelle loro diverse incarnazioni nazionali. Tutta la politica di Lenin, dall’agosto del 1914, fu ispirata da un obiettivo: eliminare la concorrenza socialista, impedire che la causa rivoluzionaria finisse nelle mani dei socialdemocratici o, peggio, di altre forze politiche che, come gli anarchici, avevano creato attese e acceso l’immaginazione popolare.

Sciolse l’Assemblea Costituente, eletta dopo gli avvenimenti dell’ottobre 1917, per sbarazzarsi di una istituzione in cui gli «esery» (i socialisti rivoluzionari) e i menscevichi avrebbero avuto un peso determinante. Creò una sorta di Inquisizione (la Ceka, per metà polizia, per metà tribunale rivoluzionario) a cui affidò il compito di eliminare fisicamente tutti coloro, anche a sinistra, che avrebbero cercato di ostacolare il suo disegno. Fondò la Terza Internazionale per imporre regole che avrebbero prescritto ai nuovi partiti comunisti di rompere i loro legami con i socialisti e di obbedire alle direttive di Mosca.

Marcello Flores (Padova, 1945) ha insegnato Storia contemporanea e Storia comparata all’Università di Siena. È direttore scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri
Marcello Flores (Padova, 1945) ha insegnato Storia contemporanea e Storia comparata all’Università di Siena. È direttore scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

La linea di Lenin fu adottata da Stalin in Spagna, nei rapporti con i socialisti e gli anarchici durante la guerra civile, e nei Paesi occupati dall’Armata rossa alla fine della Seconda guerra mondiale. Qui, in particolare, molti socialisti non ebbero sorte diversa da quella di coloro che rappresentavano la borghesia e il mondo contadino. Vi furono temporanee eccezioni quando Stalin si accorse che un «fronte popolare» con i socialisti, in alcuni Paesi, poteva ostacolare l’avanzata dei movimenti fascisti e schiudere ai comunisti la strada del potere.

Ma Flores ricorda che la migliore definizione della socialdemocrazia, per l’Urss di Stalin, fu quella di Grigorij Zinoviev, presidente della Terza Internazionale: «Una variante di sinistra del fascismo». Per godere dell’approvazione di Mosca non bastava combattere contro fascismo e nazismo. Occorreva che all’Urss fosse riconosciuto l’esclusivo diritto di guidare la lotta o addirittura, come accadde nell’agosto 1939, di rovesciare la propria politica firmando con Berlino un trattato d’amicizia e un protocollo segreto per la spartizione della Europa centro-orientale.

Fra i comunisti, come ricorda Flores, vi furono delusioni e ripensamenti, come quelli di André Gide, Arthur Koestler e Ignazio Silone. Ma questo non impedì che la rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Unione Sovietica conquistassero gli animi e le menti di un numero incalcolabile di persone, seducessero altri grandi intellettuali, persuadessero milioni di elettori a votare per partiti che trasmettevano ai loro connazionali una immagine ingannevole della «grande patria socialista».

Secondo il libro di Flores il mito sovietico deve la sua esistenza agli aspetti più crudi del capitalismo e della rivoluzione industriale, alla grande depressione del 1929, allo straordinario coraggio del popolo russo durante la Seconda guerra mondiale, alla convinzione che gli aspetti peggiori del regime servissero alla costruzione di un sistema nuovo in cui gli errori sarebbero stati corretti e la grande promessa della rivoluzione d’Ottobre sarebbe stata mantenuta.

Ma la risposta non può essere soltanto politica o economica. Flores ricorda anche che in un libro del 1920, scritto dopo un viaggio in Russia, un filosofo inglese, Bertrand Russell, vide nel bolscevismo una duplice caratteristica: l’eredità della rivoluzione francese, a cui Lenin e i suoi fedeli facevano continuo riferimento, e un fenomeno simile all’ascesa dell’Islam dopo la profezia e l’insegnamento di Maometto.

Nella sua versione leninista, quindi, il comunismo non è soltanto una teoria politico-economica nata dalle tesi di Marx, Engels e altri intellettuali fra l’Ottocento e il Novecento. È anche una fede che ha, come ogni religione, un profeta (Lenin), un ristretto gruppo di apostoli (i compagni della prima ora), il costruttore della Chiesa (Stalin) e una legione di monaci combattenti, pronti al martirio. Come in ogni religione anche nel comunismo il fedele deve accettare pazientemente gli insuccessi, i sacrifici, il martirio e gli errori di percorso.

Tutti verranno generosamente ripagati dal compimento delle speranze e dall’avvento di una vita nuova in cui il credente sarà finalmente felice. Se questa lettura del bolscevismo è giusta, dovremo concluderne che il comunismo non fu una ideologia laica e che non furono laici i suoi maggiori esponenti, in Russia e altrove.

Immigrati serviti e riveriti. Ma scontenti

ilgiornale.it



Gli immigrati si ribellano. Scendono in piazza e urlano “I nostri diritti non vengono garantiti.” E così, per farsi sentire, bloccano strade e creano disagi. Voluti, naturalmente. Tutto questo accade quasi giornalmente. In tutta Italia. Una Terra satura, pronta a scoppiare.  Una piccola notizia di cronaca (molto spesso 10 righe di agenzia) che non sempre viene data. Si sa, per alcuni giornali “buonisti” è indispensabile “non alimentare l’odio” nei confronti dei neri d’Africa.

Qui non si parla di razzismo, di odio, ma di guerra. Si, di guerra: fra poveri. Da un lato gli  italiani oppressi. Senza casa, senza lavoro, senza soldi, senza futuro. Senza diritti. Dall’altro, invece, gli immigrati, che arrivano nel nostro Paese pieni di speranze che svaniscono non appena poggiano i piedi nudi sulla banchina del primo porto che li accoglie. Rischiano la vita in mare per nulla. Per una vita fatta di stenti. Penso agli immigrati di Rosarno, San Ferdinando, Borgo Mezzanone, Foggia costretti a vivere in baracche fatiscenti fatte con legna, plastica e fango. Sfruttati nei campi, insieme agli italiani, per 25 euro al giorno. Ma chi gliela fa fare? Anzi, lo chiedo a loro: chi ve la fa fare?
Molti si sono pentiti di aver attraversato il mare per venire in Europa. Tanti altri, invece, no.

Preferiscono l’Italia. “Qui si sta bene” dicono. E come dargli torto. Si mangia, si dorme, si naviga in internet, si fuma. Tutto gratis. Per loro, certo! Per i più fortunati e i più svogliati la vita in Italia è una vera pacchia. Soprattutto quando la prefettura li spedisce in hotel a 4 stelle affacciati sul mare. Come nel vibonese, in Calabria, dove,  nonostante siano ospitati in strutture alberghiere, scalciano. Mentre lo Stato guarda. Inerme. E i cittadini “odiano”.

Da Napolitano a Saviano tutti i "complici" di Fini

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Mer, 31/05/2017 - 22:56

Travaglio, Saviano, politici e industriali. Quelli che nel 2010 difesero Fini accusandoci di essere una "macchina del fango", ora chiedano scusa

Concorso esterno in riciclaggio, depistaggio, falso in scrittura pubblica e privata e calunnia, dovrebbero essere i reati morali e professionali da contestare ai non pochi colleghi e ai tanti politici ed esponenti delle istituzioni che in quella estate del 2010 e nei mesi successivi garantirono a priori sulla moralità di Gianfranco Fini e si scagliarono con violenza contro noi de il Giornale, inventori a loro dire di una macchinazione, la famigerata «macchina del fango», che attentava all'onorabilità dell'allora presidente della Camera su ordine di Silvio Berlusconi.

La «casa di Montecarlo» non è solo una truffa di Fini e dei suoi amici mafiosi, come oggi appare in modo incontestabile dalle carte giudiziarie, ma è stata, cosa assai più grave, una gigantesca operazione di occultamento e mistificazione della verità a cui si sono prestati in tanti che oggi fanno finta di nulla. In primis i giornali. La Repubblica schierò il suo primo trombone (parlandone da vivo) Giuseppe D'Avanzo, che garantì su Fini e bollò noi come «assassini politici», che se oggi fosse vivo dovrebbe nascondersi; sul Fatto Quotidiano Travaglio scrisse tra le tante - un'articolessa dissacratoria del nostro lavoro intitolata «Il pistolino fumante» che a noi parve idiota allora ma che riletta oggi risulta invece tragica e dovrebbe portarlo a dimettersi dalla professione per manifesta incapacità.

Non mancarono intellettuali e scrittori, che quando si tratta di sparare a vanvera abbondano. Saviano, sulla «macchina del fango» fece uno dei suoi monologhi moralisti al Festival internazionale di giornalismo di Perugia (sic), bissato in diretta tv dal suo amico Fabio Fazio a «Vieni via con me», che se ha usato la stessa arguzia e faciloneria nel giudicare noi e nello scrivere Gomorra è anche possibile che un giorno si scopra che la camorra non esiste. E poi i politici di ogni genere (ci furono molte incertezze anche nelle file del centrodestra), magistrati compiacenti che in poche settimane scagionarono Fini e istituzioni omertose, a partire dal presidente Napolitano che difese Fini e dopo pochi mesi scoprimmo il perché, con il primo tentativo di disarcionare Berlusconi per mano proprio dell'allora presidente della Camera.

Non furono mesi facili. Fini era diventato una star. Non solo Santoro e compagnia lo elevarono da fascista a statista, ma persino un uomo libero come Enrico Mentana gli concesse la vetrina di un suo TgLa7 senza contraddittorio. Lui era lui, noi eravamo servi, killer, «macchina del fango» appunto. In tv era un inferno. Più che in uno studio televisivo era come salire su un ring, dove conduttori compiacenti davano libertà di menarti a gente come Italo Bocchino e Fabio Granata, gli onorevoli picchiatori di Fini finiti chi in storie di corruzione chi non si sa dove. Tra di loro ce n'era uno particolarmente attivo e viscido: Benedetto Della Vedova, uomo per tutte le stagioni (è passato con disinvoltura dai radicali ai fascisti, da Monti a Renzi) che da buon trasformista è tra i pochi di quella stagione ancora oggi in attività, addirittura sottosegretario del governo Gentiloni.

Nessuno aveva stima di Fini, ma tutti sapevano che si era reso disponibile a tradire Berlusconi e a far cadere il governo di centrodestra. E allora addosso a noi, che svelando il caso di quella maledetta casa (innescato da una intuizione di Livio Caputo, collega di lungo corso al di sopra di ogni sospetto) avevamo senza ancora saperlo messo una zeppa nel diabolico piano. Per fermarci arruolarono, penso a sua insaputa, persino la presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, donna capace ma, almeno in quella occasione, un po' isterica.

Le fecero credere riferendole una battuta scherzosa - che la «macchina del fango» del Giornale stesse puntando su di lei. Così una mattina all'alba io e il vicedirettore Nicola Porro ci ritrovammo in casa i carabinieri mandati dall'immancabile pm Woodcock: se non ci hanno arrestati c'è mancato un pelo. Gianfranco Fini chiamò subito donna Emma e per esprimerle tutta la sua solidarietà in quanto anche lei vittima de il Giornale e si premurò di farlo sapere. Il sapientone Travaglio subito spiegò in un lungo articolo che la Marcegaglia era stata critica con Berlusconi e per questo il Giornale si apprestava a punirla. Sentenza, la sua, disattesa da quella della magistratura ordinaria, che ci ha poi scagionato senza ombra di dubbio da qualsiasi sospetto.

Sarà un caso, ma in quei giorni subii due intrusioni in casa da parte di ladri che non rubarono nulla. «Servizi segreti», mi suggerì un amico esperto del settore. Fermare il Giornale attraverso la calunnia era diventata una vera ossessione dell'articolato sistema politico-mediatico che aveva trovato il pollo antiberlusconiano e non voleva che nessuno lo spennasse prima del tempo. Cercarono, Fini e soci, di intimidirci con querele a raffica (una, storica, di Bocchino denunciava per stalking tutti i miei colleghi che lo avevano anche solo citato) e richieste di risarcimenti milionari. Ricordo che in quelle settimane Silvio Berlusconi mi disse, scherzando ma non troppo: state facendo un gran casino, il mio governo rischia di cadere più per colpa vostra che per mano di Fini.

Perché ricordiamo tutto questo? Perché di Fini oggi a noi interessa poco. Ha pagato politicamente e pagherà il suo conto con la giustizia. Ha detto, per sviare e minimizzare: «Scusate, sono stato un coglione». Non ci basta per chiudere questa storia di cui siamo stati vittime. «Sono stato un coglione» lo dovrebbero dire a La Repubblica per conto di D'Avanzo, Travaglio, Saviano, Della Vedova e soci, Napolitano, la Marcegaglia e Woodcock, Santoro e Mentana, e tutti quelli che all'epoca indicarono noi come criminali. Perché i casi sono solo due: o coglione o complice. Terzo non dato.

Il sindaco risparmia per quadrare il bilancio. E lo Stato vuole punirlo

ilgiornale.it
Serenella Bettin - Ven, 02/06/2017 - 08:47

Per le auto comunali usava un distributore scontato. Ma adesso rischia il danno erariale

Cosa succede in Italia se un Comune vuole risparmiare? Che rischia di vedersi contestare il danno erariale.

Accade nel piccolo comune di Pettorazza Grimani. Un piccolo centro in provincia di Rovigo di 1.617 abitanti, secondo l'ultimo censimento. Pochi, come sono pochi i dipendenti comunali che in tutto sono quattro, come modico è il bilancio che ammonta a 1,6 milioni di euro e come pochi sono i mezzi municipali, in tutto tre: un furgone a diesel e due auto a benzina verde.

Peccato che questi al Comune costino. Lo sa bene il primo cittadino Gianluca Bernardinello, 44 anni, al secondo mandato, che rischia di vedersi contestare il danno erariale, come ha appreso da una delibera della Corte dei Conti. E tutto qualora decidesse di fare carburante in un distributore anziché in un altro. Il sindaco fino al 2015 per i suoi tre mezzi acquistava il gasolio e la benzina rifornendosi in distributori sul libero mercato, esattamente in una stazione di rifornimento di Cavarzere, un comune nel veneziano ma confinante con il paese rodigino.

Questo consentiva al municipio di risparmiare almeno duecento, duecentocinquanta euro, che per un piccolo comune possono essere tanti. Dal 2015 però le cose sono cambiate e il primo cittadino ha dovuto approvvigionarsi in una stazione di servizio posta tra San Martino di Venezze e Rovigo, ossia a dodici chilometri di distanza e con tariffe superiori del 10%. Verrebbe da pensare a un colpo di testa. Ma in realtà ci sono delle regole che prevedono che un Comune debba rifornirsi per particolari categorie merceologiche, tra cui i carburanti, prestando fede a delle convenzioni.

Peccato che in questo caso i prezzi dei distributori convenzionati con lo Stato siano più alti. Ci sono delle disposizioni che disciplinano l'acquisizione centralizzata di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni, tramite le centrali di committenza e in particolare la Consip, società in house del ministero dell'Economia «prevedendo la nullità dei contratti stipulati in violazione di tale obbligo, oltre a essere una connessa ipotesi di responsabilità disciplinare e per danno erariale in capo agli autori della violazione medesima», come si spiega nel parere della magistratura contabile, emesso su istanza del sindaco.

Bernardinello infatti, come riporta Il Gazzettino, aveva interpellato la Corte dei Conti per capire se fosse possibile continuare a comprare sul libero mercato. Da qui la richiesta di applicare le deroghe concesse dalla legge di Stabilità del 2016 che permette gli affidamenti al di fuori delle convenzioni purché siano individuati con procedure a evidenza pubblica e assicurino un risparmio di almeno il 3%. Ma, no. Fatta la legge, trovato l'inganno. Perché la possibilità di svincolo non è operante dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2019 in quanto Roma intende sperimentare il rafforzamento dell'acquisizione centralizzata di beni e servizi, per la spending review. Quindi qualora questo benedetto primo cittadino voglia risparmiare rischia di vedersi contestare il danno erariale e pure che gli venga annullato l'atto meno costoso.

Insomma, che dire? Chapeau.