sabato 3 giugno 2017

Articolo della Bild: «Da cinque mesi il cadavere di Anis Amri è all’obitorio»

corriere.it

Il quotidiano tedesco dedica un servizio sul terrorista di Berlino rimasto ucciso in una sparatoria con due poliziotti a Sesto San Giovanni. La denuncia di Viviana Beccalossi



«Anis Amri, il cadavere è da cinque mesi all’obitorio». È il titolo del quotidiano tedesco `Bild´ dedica, anche sull’edizione online, per un articolo sul caso del terrorista di Berlino che, come denunciato a più riprese da Viviana Beccalossi, assessore regionale al Territorio e Città Metropolitana e dirigente di Fratelli d’Italia, si trova all’obitorio di Milano dal 23 dicembre scorso, quando due poliziotti lo fermarono a Sesto San Giovanni.

Il giornale tedesco, oltre a indicare come l’Italia, la Germania e la famiglia del terrorista si rimbalzino responsabilità sulla gestione post mortem di Amri, dà spazio all’assessore Beccalossi che nel ribadire come «questa situazione sia inaccettabile», evidenzia «la beffa verso la famiglia di Fabrizia Di Lorenzo, la giovane italiana rimasta uccisa nella strage di Berlino e verso l’Italia intera che si sta facendo carico di tutte le spese susseguenti al decesso, come ad esempio gli 11 euro al giorno per il `deposito´ presso l’obitorio comunale di Milano». «Una vicenda - conclude Viviana Beccalossi - alla quale il Governo italiano deve porre fine, innanzitutto per un aspetto morale e poi economico». Per Viviana Beccalossi «il mostro deve essere rimpatriato in Tunisia e quel Paese deve rifondere all’Italia tutte le spese».

Piccoli Einstein

lastampa.it
mattia feltri

I parlamentari di Angelino Alfano hanno svelato che a febbraio Matteo Renzi chiese loro di far cadere il governo Gentiloni in cambio di una legge elettorale che gli permettesse di rientrare in Parlamento, anche in mancanza di voti. Lo svelano perché il governo non l’hanno fatto cadere (ma va?), ne hanno ricavato una legge ostile, e i voti continuano a mancare. Il Pd ha smentito ma, dediti della malizia, viene da credere agli alfaniani. Così c’è una conferma: Renzi è una simpatica canaglia. O antipatica, ma non è il punto. Il punto è che l’astutissimo piano aveva un drammatico punto debole: si può chiedere ad Alfano di far cadere un governo di cui Alfano è ministro, sempre in meravigliosa mancanza di voti? Fai prima ad aspettare che Woodcock lo arresti. Per dire delle virtù strategiche di Renzi.

Ma, per tornare ad Alfano, non mancano solo i voti, mancano anche un paio di riflessioni. Prima: com’è stato rimanere in un governo così apprezzato dal maggior partito di governo? Seconda: com’è stato apprendere di godere di una tale stima da parte del leader al fianco del quale hai lavorato per tre anni? Cioè, com’è stato scoprire che Renzi ti reputa uno buono a fare il sicario per puro tornaconto? Com’è che ci si fa una fama del genere? Belle domande. Detto tutto questo, in serata è arrivato il colpo di tacco: i cinque stelle hanno chiesto chiarimenti al premier, Paolo Gentiloni. Cioè, hanno chiesto chiarimenti sul complotto alla vittima del complotto. E adesso, in paragone, non vi sentite tutti dei piccoli Einstein? 

Sorpresa, è nato ad Asti il maremmano più bello

lastampa.it
elisa schiffo

Un veterinario alleva da 30 anni i cavalli dei butteri


Riccardo Berzano, 58 anni, veterinario di Casabianca di Asti, alleva cavalli maremmani da record

Quattro podi alle mostre nazionali di Canino e Grosseto. E, cosa ancora più particolare, per due volte con lo stesso cavallo, prima da puledro e poi da stallone (Titano, 8 quintali per 1,83 al garrese, il primo della storia ad essere nato e allevato in Piemonte) che, qualche anno fa, ha messo in fila i due rivali di Albarese. A bagnare il naso ai colleghi toscani ormai c’è avvezzo: Riccardo Berzano, 58 anni, medico veterinario di frazione Casabianca di Asti, capitano del Palio dal ’96 al 2000, è allevatore e proprietario di cavalli maremmani da record da quasi tre decenni. «Sono nipote di allevatore e figlio di veterinario – racconta – bisogna essere un po’ pazzi come me per unire le due cose».

L’antenato Gran Rio
La sua passione per i cavalli di Maremma, l’unico cavallo da sella puramente italiano rimasto, espressione di quella terra un tempo amara solcata da mandrie e butteri al seguito, la cui origine viene fatta risalire all’epoca degli Etruschi, è nata quasi per caso. «Quando ero studente non avevo soldi, mi prendevo cura delle cavalle da Palio infortunate, sono arrivato ad avere sette fattrici e avevo bisogno di uno stallone. Sono venuto a sapere che vendevano Gran Rio, uno stallone maremmano che per vari motivi era finito in Liguria. Ormai vecchietto, di 17 anni, nel 1980 mi costò 5 milioni delle vecchie lire». E ancora: «Ero dubbioso, mi descrivevano i maremmani come soggetti difficili, rustici, dediti a mordere. Nomea che si portavano dietro per il tipo di vita allo stato brado, destinati ad essere utilizzati come animali da fatica negli allevamenti, a fare da guardiani di bestiame». 

In realtà Gran Rio era di una dolcezza infinita. «Gli mancava solo la parola, era un cavallo padronale e amico fedele. Sette quintali e mezzo di quadrupede che quando partivo da casa mi leccava le orecchie come un cagnolino e quando tornavo mi metteva la zampa sul ginocchio». Poi è arrivata la femmina, Somaglia ed è partita la dinastia di maremmani «astigiani». «Ora in tutto sono una quindicina. Di giorno vivono all’aperto, di notte li ritiro. Il mangime lo preparo io, a misura per ognuno. Miscelo orzo, avena, crusca, sali minerali, carote, vitamine». L’ultima nata ha tre mesi. Si chiama M. Giotto ed è figlia di M. Orsetta.

L’associazione
Una passione che lo porta a far parte dell’associazione «Venti di Maremma» che raggruppa tanti appassionati fuori dalla Maremma. «Abbiamo partecipato a Fiera cavalli Verona, alla manifestazione Cavalliamilano e poi Isola della Scala. L’ultima uscita è stata a maggio a Travagliato. Facciamo rivivere, a fianco delle associazioni toscane, in uno spettacolo gli usi dei butteri maremmani, lo spostamento delle mandrie da un recinto all’altro, i giochi di abilità – racconta il veterinario astigiano –. La mia particolare sella si chiama “del frate”, dal nome di un colonnello, e veniva usata dall’esercito di stanza a Grosseto».

Gli stalloni astigiani sono anche affidati alla cavallerizza esperta Stefania Rosso per la particolare monta da amazzone, con le gambe da un lato, come facevano le dame dell’Ottocento, con tanto di costume originale.