mercoledì 31 maggio 2017

Nozze negate in punto di morte: il Comune di Lecco dovrà risarcire

corriere.it
di Barbara Gerosa

Il caso di Sandro Frara, scomparso nel 2014, e della sua compagna Ginevra Brivio. Oltre 200 mila euro alla promessa sposa. «Uffici immobili davanti a un caso urgente»

Sandro Frara, morto a 54 anni prima del «sì»
Sandro Frara, morto a 54 anni prima del «sì»

«Sandro mi ha insegnato a credere nella giustizia. È stata la sua battaglia, prima che la mia e dei miei figli. Il torto subito è stato talmente grave che non ho esitato un attimo a intraprendere la causa civile e ora che le nostre ragioni sono state riconosciute archivio questa vittoria amarissima e vado avanti con il coraggio che il mio compagno ha dimostrato». Ginevra Brivio ha ricevuto la notizia da pochi minuti e come un fiume in piena racconta le emozioni di una sentenza destinata a fare storia. Il matrimonio negato con il compagno di una vita è costato al Comune di Lecco 240 mila euro.

Risarcimento per la mancata pensione di reversibilità e copertura delle spese legali del primo grado e dell’Appello, ieri giudicato inammissibile dalla Seconda sezione civile del tribunale di Milano.

Sandro Frara, casa a Olgiate Molgora con la compagna Ginevra e i figli adolescenti, è morto a 54 anni nel reparto di terapia intensiva cardiovascolare dell’ospedale di Lecco alle 21 del 7 marzo 2014. Il suo ultimo desiderio era quello di sposare la madre dei sui ragazzi, l’amore di una vita. Si erano conosciuti ventidue anni prima tramite amici e subito era scoccata la scintilla. «Non avevamo mai pensato di suggellare in modo ufficiale la nostra relazione. Non ne sentivamo il bisogno. Però, prima di essere ricoverato mi aveva chiesto di sposarlo. Pensavamo a una cerimonia in municipio, avevamo anche immaginato di domandare a nostro figlio più grande di farci da testimone. Quello che è accaduto poi ha spazzato via tutti i nostri sogni», spiega Ginevra.

Quel dopo è l’intervento al cuore per un problema alla valvola mitrale. L’operazione riesce perfettamente, ma subentrano delle complicazioni che aggravano le condizioni del brianzolo. Lui pensa solo alla promessa: vuole sposare la sua compagna. Il 5 marzo la telefonata all’anagrafe di Lecco con la domanda di celebrare il matrimonio. In poche ore i documenti sono pronti. Il giorno successivo le nozze sembrano essere a un passo. Ma dagli uffici di palazzo Bovara giunge prima la richiesta di un certificato che attesti lo stato di salute del 54enne e, di fronte all’immediata risposta dell’ospedale che documenta la prognosi riservata, quella ulteriore di un’attestazione di pericolo di morte imminente.

Sono le 14.30 del 6 marzo. I sanitari inviano l’ennesimo documento, ma nella notte Sandro Frara viene colpito da emorragia cerebrale. «Il mattino dopo la stessa impiegata dell’anagrafe mi ha detto che ormai era inutile, non era in grado di intendere e volere. E quella sera Sandro è morto. In tre giorni nessuno si è mai fatto vedere o ha mai pensato di venire in ospedale per accertare quali fossero le reali condizioni del mio compagno. Credo che il Comune di Lecco non abbia mai realmente avuto la percezione dell’urgenza, ha trattato la richiesta come se fosse una qualsiasi domanda burocratica», conclude Ginevra.

Nell’ottobre del 2016 il giudice del Tribunale di Lecco Mirko Lombardi ordina l’amministrazione a versare un risarcimento di 214 mila euro. Il Comune chiede la sospensione dell’ordinanza, la domanda viene rigettata. È costretto a pagare, ma confida nell’Appello. Il 19 aprile scorso la discussione sull’inammissibilità. Ora il verdetto. «La corte ha motivato la decisione parlando di un illegittimo atteggiamento del Comune che ha frapposto impedimenti in una situazione di urgenza, snaturando la norma e il suo significato», precisa l’avvocato Raffaella Gianola, fin da subito al fianco della promessa sposa. «La fissità burocratica dell’amministrazione è stata giudicata colpevole — prosegue il legale —. Spiace constatare che chi ha il potere di decidere di fare o non fare, alla fine resti a guardare».

«Rivaluteremo con la nostra avvocatura e il nuovo segretario generale il da farsi», fa sapere il Comune di Lecco che potrebbe ricorrere in Cassazione e intanto ha già dovuto versare gli oltre 200mila euro di risarcimento. «Questi soldi serviranno a fare studiare i miei figli — spiega Ginevra — . Il più grande ha superato il test di Medicina un mese dopo la morte del padre. Sandro lavorava al centro psicosociale di Merate, era un ottimo chitarrista, amava la musica, i suoi figli e me. Le sue ultime parole, accompagnate da un sorriso, sono state: ciao, ci vediamo domani». E quel domani doveva essere il giorno delle nozze. Nella città dei Promessi sposi il matrimonio negato suona come un’amara beffa.

Morto l’ex dittatore di Panama Manuel Noriega, “Faccia d’Ananas” mescolava droga e rivoluzione

lastampa.it
mimmo càndito

Aveva 83 anni



È morto a 83 anni Manuel Noriega, presidente e dittatore di Panama dal 1983 al 1989. Era stato operato il 7 marzo per rimuovere un tumore benigno, ma dopo un’emorragia cerebrale era tornato in sala operatoria. Da allora era in coma. È stato per oltre due decenni, nel periodo della guerra fredda, una figura chiave nei rapporti tra l’America centrale e gli Stati Uniti. Condannato a 40 anni di carcere, ha scontato parte della pena negli Stati Uniti ed in Francia. Dal 2011 a Panama.

Con la morte di Manuel Noriega in un carcere di Panama si chiude una storia ormai vecchia, che soltanto gli archivi dei giornali possono ancora tirar via dalla polvere del tempo. Che non è poi una frase di facile retorica mediatica, ma segnala piuttosto che questi anni che son passati da quando lui, -generale, dittatore, agente della Cia, «trafficone» internazionale che mescolava la droga con la rivoluzione-, hanno trasformato profondamente il mondo che fu di Monroe, facendo considerare questo vecchio arnese di ambigue politiche di potenza un marginale sopravvissuto a fronte della spregiudicatezza e della violenza senza controllo che ormai dominano il rapporto tra la droga e il mondo politico, nelle rotte tra il CentroAmerica e gli Stati Uniti.

Noriega, detto poi “Faccia d’ananas”(Cara de Piñas) butterato dal vaiolo, è stato un personaggio centrale nella storia che tra gli anni Settata e i primi Novanta travolse ogni equilibrio, dalla sponda meridionale del Rio Bravo fino alla jungla guerrigliera e alle montagne che segnavano i confini della Colombia e del Venezuela. Alle spalle di questo scenario c’era, naturalmente, la memoria forte della Revolucion di Fidel e del Che, ma soprattutto vi si incastrava il progetto berzneviano di intorbidare la vecchia ordinanza di Monroe (dell’America, tutta, agli americani di Washington) e innestare focos di ribellione fin laggiù, all’Argentina dei Montoneros e dell’Erp e al Cile di Corvalán e del Mir.

Se oggi non si sa più nulla nemmeno di Pinochet e di Allende, e da qualcuno che vorrebbe governarci si confonde perfino il Cile con il Venezuela, figuriamoci quale attenzione si possa dedicare a nomi lontani, come Corvalan e lo stesso Noriega. E però “Cara de piñas” fu il tramite fondamentale della politica americana di destabilizzazione che inquinò le lotte politiche – presto poi lotte rivoluzionarie – che traversarono il continente meridionale, dal “cortile di casa” di Nicaragua, Salvador, Honduras, e Panama, fino alla Terra del fuoco.

Noriega diresse affari e commerci che mescolavano senza pudore la droga e la Cia con le armi di Reagan ai Contras del Nicaragua e con gli Squadroni della morte che a San Salvador ammazzavano il “vescovo santo” Oscar Romero. Fu strumento docile di quelle politiche, fin che non si trasformò in un molesto agente che mostrava troppe pretese sul controllo di traffici che lo scavalcavano lungo latitudini strategiche assai più alte della sua geografia di potere. Con l’invasione di Panama, nel dicembre del ’90, la Cia lo spazzò di brutto, e chiuse una storia che con un processo farsa diede la galera al generale burattino. Che in galera è morto, ieri.

Cento anni di caccia nella vita di un pilota

lastampa.it
luigi grassia

Il genovese Giancarlo Galbusera ha compiuto un secolo come i primi reparti dell’Aeronautica. Un libro dell’Ami rievoca le storie dei cieli



La storia dell’aeronautica militare ha uno svantaggio rispetto a quelle dell’esercito e della marina: sulla terra e sul mare gli eventi sono scanditi dalle battaglie, che per quanto cruente fissano un ordine nel divenire. Invece nei cieli le battaglie chiaramente identificabili come tali, ad esempio la Battaglia d’Inghilterra, sono poche, perché le campagne aeree (ad esempio quelle di bombardamento) si estendono nel tempo e nello spazio senza confini definiti. Perciò l’aviazione militare tende a essere periodizzata diversamente: come successione di schede tecniche di aerei, oppure come racconto di biografie di piloti e dei loro duelli nel cielo. 

Prendiamo la storia dell’Aeronautica militare italiana: come facciamo a raccontarla? Nel 2017 si celebra il centenario della fondazione dei Gruppi Caccia. E compie cent’anni anche Giancarlo Galbusera, il più anziano dei nostri piloti. Galbusera ha vissuto le durissime vicissitudini della seconda guerra mondiale ma a conti fatti non se l’è cavata male. Attorno a lui, anche l’Italia è sopravvissuta ed è rinata migliore di com’era. Raccontare la vita di Giancarlo Galbusera è fare la biografia di tutta la nostra Aeronautica - e forse persino del nostro Paese.

Quando lui nacque, la Regia aeronautica aveva già stabilito un primato compiendo in Libia nel 1911 le prime azioni belliche dal cielo nella storia dell’umanità. È un primato contestabile, sia chiaro, perché allora come oggi (e come sempre) combattere significa uccidere. Poi si può dibattere sulle ragioni per farlo, che possono essere buone oppure no. Il giovane Giancarlo Galbusera era un ragazzo del suo tempo, con un forte spirito patriottico (non aggressivo peraltro) unito a una grandissima passione per il volo. Nella Genova in cui nacque e trascorse i primi anni si entusiasmò dei duelli aerei di Francesco Baracca; ci vedeva la nuova incarnazione del mito dei cavalieri medievali.

Ma questo è tipico dei piloti in ogni epoca: pensano molto a volare e poco alla guerra, e se proprio devono pensare alla guerra la concepiscono come prova di coraggio individuale. La guerra aerea è più tecnologica di quelle a terra e in mare ma paradossalmente resta più simile agli scontri del passato, perché è meno massificata. «Per noi la guerra non era il combattimento, era un modo per volare - dice adesso - adrenalina pura».



Quando ha l’età, Galbusera si propone per ben due volte come ufficiale di complemento in Aeronautica, ma per due volte viene respinto. Solo nel 1941, allorché il bisogno di combattenti si fa più urgente, l’Aeronautica lo accetta. Salvo arrestarlo poco dopo, e minacciare addirittura di fucilarlo (assieme a una quindicina di altri allievi piloti), per presunti discorsi disfattisti in camerata. Pur se frastornato da questi e da altri eventi assurdi, il giovane Galbusera continua l’addestramento. La guerra ha urgenza di uomini da sacrificare, ma bruciare i tempi della preparazione al volo non si può, e così Galbusera si trovò a combattere sul serio solo dopo l’armistizio dell’agosto del 1943, e lo fa sul fronte dei Balcani e dalla parte del Regno d’Italia. 

Fra il ’43 e il ’45 Galbusera combatte contro i tedeschi e viene colpito diverse volte, ma ancora adesso ringrazia la sorte di non aver dovuto affrontare in aria i compagni italiani delle scuole di volo che avevano optato per la repubblica sociale di Mussolini: «Essere schierati nei Balcani ci ha tenuto lontano dai nostri fratelli che operavano nel nord Italia. Non avrei mai voluto incontrarli in volo». Negli anni dopo la guerra, incontrare i camerati o gli avversari nei reparti della nuova Aeronautica italiana, e trovarsi nella necessità di non parlare del passato degli uni e degli altri, è stata esperienza comune a molti piloti. 



Quanto a Giancarlo Galbusera, finita la guerra smette di volare sui caccia e torna a Genova per avviare un’attività da imprenditore. Nel 2017 ha celebrato i cento anni su una pista di volo assieme ai giovani piloti del 4° stormo caccia, che fu suo su piccoli velivoli a elica e che adesso schiera gli F-2000 Typhoon (delle astronavi, al confronto).

Questa è fra le storie raccontate dal volume «A la Chasse! 1917-2017 - Dalla Caccia alla Difesa Aerea» appena pubblicato da Edizioni Rivista Aeronautica a cura del colonnello Alessandro Cornacchini (che è anche direttore della stessa Rivista). Il secolo viene rivissuto soprattutto attraverso racconti individuali e c’è spazio per foto spettacolari che documentano l’attività più recente dell’Ami, come i pattugliamenti dei cieli dell’Islanda e del Baltico in ambito Nato. 

Da segnalare, fra mille episodi, un fatto minore ma curioso: c’è una foto in bianco e nero del futuro colonnello Cornacchini dopo un volo su un caccia col suo papà, un pilota militare. Pare che la medicina dell’epoca suggerisse il volo per curare certe patologie. In realtà l’unico risultato era mettere i bambini sottosopra. Nella foto, il papà sorride rassicurante, forte del consenso dei medici, mentre il bambino Alessandro Cornacchini appare a dir poco perplesso, per niente entusiasta dell’esperienza che gli è appena toccata. Esperienza che in ogni caso non gli ha tolto, da grande, la passione per l’Aeronautica militare.


Il volume “A la Chasse!” (Edizioni Rivista Aeronautica) , 25 euro

Shadow Brokers vendono nuovi cyberattacchi Nsa (entro luglio)

lastampa.it
carola frediani

Il gruppo che ha rubato le cyberarmi americane muove i suoi soldi e mette in vendita ulteriori vulnerabilità. E c’è chi teme nuove Wannacry per quest’estate

Potrebbe annunciarsi un luglio di fuoco per la sicurezza informatica. Perché nuove vulnerabilità del software e i relativi codici per attaccarle potrebbero essere rilasciati ancora una volta dagli Shadow Brokers. 

Stiamo parlando di quella entità misteriosa che da mesi sta diffondendo una parte dell’arsenale digitale dell’intelligence americana, molto probabilmente della National Security Agency (Nsa). Proprio uno di questi attacchi - un exploit di nome Eternalbue che sfruttava una vulnerabilità di un software usato su sistemi Windows, reso disponibile per chiunque online ad aprile dagli Shadow Brokers - ha prodotto il disastro di Wannacry, il virus del riscatto che si propagava via rete e che ha mandato in tilt ospedali e aziende in molti Paesi.

I dettagli su come comprare nuovi attacchi
Bene, ieri gli Shadow Brokers sono tornati a farsi vivi in due modi. Da un lato hanno iniziato a muovere i soldi raccolti finora da chi sperava di accedere prima di altri a una parte di questo arsenale (ma su questo ci torniamo meglio alla fine); dall’altro hanno svelato i dettagli di un programma di «sottoscrizione» per ricevere un accesso esclusivo a nuovi exploit e strumenti di hacking (sempre sottratti alla Nsa).

Chi fosse interessato a comprarsi queste informazioni in anteprima dovrebbe dunque versare l’equivalente di circa 21.500 dollari su un indirizzo zcash. Zcash è una moneta elettronica simile a bitcoin, ma che vanta un più alto livello di anonimato, come vedremo tra poco. Tutto ciò nel mese di giugno. Chi paga dovrà inserire anche un indirizzo mail per essere ricontattato. Dopodiché tra l’1 e il 17 luglio, gli Shadow Brokers dovrebbero inviare via mail agli «abbonati» un link e una password per accedere a un archivio di dati e strumenti.

Cosa potrebbero rilasciare ancora?
Cosa ci potrebbe essere in questo archivio? Gli Shadow Brokers non lo dicono ora, ma in un post di qualche settimana fa avevano millantato di avere exploit per browser, router e sistemi operativi, tra cui Windows 10; dati sulla compromissione di banche; e perfino su programmi nucleari di alcuni Stati come Cina, Corea del Nord, Iran e Russia. Anche se non tutto quello che dicono va preso come oro colato - nel senso che è evidente in tutta la loro vicenda un alto livello di mistificazione - vero è che fino ad oggi hanno davvero rilasciato exploit e strumenti molto dannosi. Tanto dannosi da aver innescato indirettamente la crisi di Wannacry.

Chi potrebbe essere interessato a pagare questa cifra?
Secondo il messaggio pubblicato dagli stessi Shadow Brokers (e firmato crittograficamente, a riprova che si tratta sempre dello stesso soggetto), si tratta di materiale per hacker, aziende di sicurezza, governi, produttori di dispositivi. Insomma chi potrebbe essere disposto a tutelarsi e «patchare», ovvero chiudere una falla, in tempo, prima che si diffondano massive campagne di malware alla Wannacry. Ma anche attori malevoli potrebbero essere interessati. Senza contare che a un certo punto questi strumenti potrebbero essere messi online direttamente, come già successo.

Il rischio di un altro Wannacry è reale
«Non credo che ci sarà chi è disposto a pagare», commenta a La Stampa Jake Williams, noto esperto di cybersicurezza, con un passato in agenzie governative Usa, che ha seguito da vicino gli Shadow Brokers al punto da avere ricevuto anche la loro attenzione. «Detto ciò, penso che le possibilità che siano rilasciati ulteriori exploit siano alte. E se questi exploit non sono stati già “patchati” da Microsoft, è altamente probabile che vedremo un nuovo worm (un software malevolo che si diffonde via rete, ndr) alla Wannacry.

Tra l’altro in quel caso le organizzazioni hanno avuto due mesi di tempo per tappare la falla prima della comparsa di Wannacry (Microsoft aveva rilasciato un aggiornamento a marzo, gli Shadow Brokers hanno rilasciato l’expoit ad aprile, Wannacry, che usa quell’exploit, è comparso a maggio, ndr). Immagina -, prosegue Williams, - se ci fosse un worm basato su un altro exploit Nsa per cui non sia disponibile una patch? I risultati sarebbero catastrofici».

Senza contare la possibilità che questi strumenti vengano usati in modo più silenzioso e quindi subdolo, non per chiedere riscatti ma per spiare. «É probabile che gli strumenti già rilasciati così come quelli che verranno siano usati anche per rubare o modificare dati silenziosamente», commenta a La Stampa un altro ricercatore di sicurezza internazionale, Matthieu Suiche, che ha seguito sia Wannacry sia gli Shadow Brokers. «Pensa a Wannacry ma senza il pop-up che ti chiede i soldi».

Shadow Brokers: come è iniziato tutto?
In attesa di capire cosa potrebbe succedere, resta la domanda su chi siano davvero questi Shadow Brokers, quali siano le loro motivazioni e come abbiano fatto ad ottenere le armi digitali della Nsa. Su tutte queste domande ci sono zero certezze e anche pochi indizi. Sappiamo che gli Shadow Brokers sono comparsi online lo scorso agosto, spiegando di avere sottratto le armi digitali di Equation Group, il nome dato da ricercatori di sicurezza a un gruppo di hacker statali riconducibili di fatto all’americana Nsa. Gli Shadow Brokers inizialmente hanno lanciato un’asta pubblica in bitcoin per questi strumenti, che però non è andata a buon fine (anche perché avevano sparato alto: le offerte dovevano arrivare a 1 milione di bitcoin, equivalenti allora a circa 560 milioni di dollari). 

Nel mentre hanno raggranellato comunque, sul loro indirizzo bitcoin, l’equivalente di 24mila dollari (10,5 btc). Da agosto ad oggi, hanno poi rilasciato online una parte del loro arsenale digitale: exploit e strumenti di hacking per router, mail server, Windows, e dati sulla compromissione di banche. Secondo un’analisi del crittografo Bruce Schneier, si tratta di materiali del 2013 o giù di lì che potrebbero essere stati trafugati da server usati dalla Nsa per le sue operazioni: ovvero da macchine non direttamente di proprietà della Nsa ma da lei controllate (magari perché compromesse).

In questa ipotesi, in estrema sintesi, gli Shadow Brokers avrebbero hackerato i server usati dalla Nsa per hackerare a sua volta. Ma tra le ipotesi in campo c’è anche la fuga di dati da insider (o da spie). O che un dipendente della Nsa abbia fatto uscire questi materiali e sia stato poi hackerato (come il contractor Harold Martin, arrestato ad agosto per essersi portato a casa una tonnellata di materiale classificato, anche se non sembra essere stato accusato del leak). 

Ad ogni modo chi potrebbero essere questi Shadow Brokers?
«Gli zero-days SMB (gli attacchi ancora sconosciuti, poi rilasciati da The Shadow Brokers, ndr) potevano valere fino a un milione di dollari ciascuno nel mercato degli exploit», commenta ancora Williams. «Gli Shadow Brokers hanno indicato l’esistenza di questi file a gennaio e poi li hanno pubblicati ad aprile solo dopo che sono state diffuse le patch. Se fossero davvero interessati ai soldi non avrebbero mai rivelato gli exploit. Inoltre, secondo il Washington Post, proprio le informazioni inizialmente diffuse dal gruppo hanno indotto la Nsa ad avvisare Microsoft a gennaio, in modo da avere il tempo di patchare. Per tutti questi motivi penso che Shadow Brokers siano quasi certamente una intelligence straniera. I soldi non sono il loro movente».

Di una opinione simile sembrano essere anche altri esperti di sicurezza informatica, come il già citato Schneier, che ha ipotizzato il coinvolgimento di Paesi come la Russia o la Cina. Va anche ricordato il penultimo messaggio pubblicato da the Shadow Brokers, dove questi hanno rivendicato il fatto di essere stati «responsabili», per così dire, e di aver aspettato a diffondere l’exploit; hanno specificato che loro non fanno ricatti (come dire: non siamo noi ad aver fatto e diffuso Wannacry); e hanno ribadito di prendersela con avversari sul loro stesso piano. Perché – concetto ribadito in tutte le salse - «riguarda sempre The Shadow Brokers contro The Equation Group».

E i soldi?
Se le ipotesi sulla loro identità restano aleatorie, molti stanno seguendo i (pochi) soldi arrivati sull’indirizzo bitcoin diffuso da The Shadow Brokers. Per la prima volta, ieri, questi sono stati mossi: da quell’unico indirizzo i bitcoin hanno cominciato a spostarsi su più indirizzi, frammentandosi in cifre minori (qui da dove sono partiti ). Potrebbe essere l’inizio di ulteriori scomposizioni (in corso mentre scriviamo) che portino poi a un mixer, un servizio di lavatrice, che serve ad offuscare la tracciabilità dei bitcoin rimescolandoli con altri.

«Ci sono vari metodi di funzionamento dei mixer: alcuni consistono anche semplicemente nel depositare il tutto dentro un indirizzo, cioè, tutti gli utenti depositano dentro ad un solo indirizzo», commenta a La Stampa Franco Cimatti, presidente della Bitcoin Foundation in Italia. «Poi i bitcoin escono in quantità diverse, in tempi diversi, cosi non si sa di chi siano. Il mixing però funziona per piccole cifre, e se non sei uno ricercato dai servizi segreti».

In ogni caso, il nuovo servizio in «abbonamento» di The Shadow Brokers è passato a zcash. «Questa moneta non ha bisogno di mixer perché nasconde già la tracciabilità delle transazioni», spiega ancora Cimatti. «Anche se potrebbe presentare altri problemi rispetto a bitcoin, potrebbe avere dei bug nel funzionamento più difficili da individuare».

Questo per spiegare come e se tracciare i soldi di The Shadow Brokers. Sempre che siano ancora loro ad avere in mano la chiave privata di quell’indirizzo. Perché se i soldi non sono il movente - e in effetti pare improbabile - e i rischi di incassare quei bitcoin restano alti, allora anche questi movimenti potrebbero essere frutto di una strategia diversiva.

Si chiama Judy il nuovo malware Android che ha già infettato 36 milioni di dispositivi

lastampa.it
luca scarcella

Il virus che ha colpito 41 applicazioni sul Play Store di Google, genera clic fraudolenti sugli annunci pubblicitari



Il nuovo malware che sta infettando milioni di dispositivi Android è stato scoperto dal team di ricerca di Check Point Software Technologies , società israeliana specializzata in cyber sicurezza. Il virus è stato soprannominato Judy e ha raggiunto un grado di diffusione così alto da renderlo tra i più pericolosi di sempre sul sistema operativo di Alphabet. Attualmente, oltre 36,5 milioni di dispositivi Android sono già stati infettati.

Secondo i ricercatori di Check Point, il malware è stato identificato su 41 applicazioni diverse nel Play Store di Google. Judy sembra essere in grado di aggirare il sistema di Google Bouncer, l’applicativo automatico che scansiona ogni applicazione prima della pubblicazione sul Play Store. 
Alcune delle applicazioni infette sono disponibili da anni sul Play Store, perciò non è chiaro se il virus fosse sempre stato presente (e attivato solo di recente), oppure caricato durante la pubblicazione di un aggiornamento dell’app.

«Il malware colpisce i dispositivi Android per generare grandi quantità di clic fraudolenti sugli annunci pubblicitari - spiegano i ricercatori di Check Point - creando un indotto economico importante per gli hacker».



Il funzionamento di Judy è semplice: l’app scaricata stabiliva una connessione con il server degli attaccanti, ricevendo istruzioni con incluse stringhe di codice JavaScript (che è il linguaggio di programmazione utilizzato per creare ed eseguire azioni).

A questo punto il malware, usando il dispositivo infetto, apriva un indirizzo web e reindirizzava il browser dell’utente sul sito desiderato, cliccando automaticamente sul banner di Google che permetteva di far monetizzare gli autori di Judy. 

Google ha provveduto a rimuovere tutte le applicazioni incriminate, subito dopo la segnalazione di Check Point Software Technologies. L’attacco ha però fatto notare quanto sia ancora poco protetto il market place dell’azienda di Mountain View, nonostante i sistemi di verifica e i protocolli di sicurezza.

@LuS_inc

Latitante ai Caraibi per 20 anni: pena estinta senza andare in carcere

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Mar, 30/05/2017 - 09:59

Rientrato a Pisa dopo 20 anni di latitanza un condannato per associazione mafiosa. Un raro caso di prescrizione della pena



Pena scontata, ma in vacanza. Potrebbe essere questo il riassunto dell'assurda vicenda del sistema giudiziario italiano. L'ennesima, verrebbe da dire. Il protagonista di questa vicenda è un pisano di 68 anni, che dopo essere stato condannato in due gradi di giudizio per associazione mafiosa a 10 anni di galera, ne ha passati 20 in un paese all'estero da latitante ed ora se ne è tornato, da uomo libero, nella città dalla torre pendente.

Il latitante era ricercato dalla polizia dal lontno 1997 dopo che la corte di assise di Firenze dopo una azione giudiziaria che aveva scoperchiato il vaso di pandora delle infiltrazioni mafiose nella gestione delle case da gioco clandestine in Versilia. Secondo i giudici che hanno condannato l'uomo, il 68enne aveva avuto un ruolo centrale nei traffici del clan. A dimostrarlo c'erano intercettazioni, pedinamenti e un lavoro certosino della polizia giudiziaria di mezza Toscana, che aveva coinvolto le forze dell'ordine di Lucca, Viareggio e Pisa.

Il problema è che quando arrivò la condanna, il condannato non era più in Italia. E nessuno è mai riuscito a trovarlo. Venti anni di latitanza, per poi sbarcare a Fiumicino da un'isola caraibica. Ne ha tutto il diritto, sia chiaro. La pena, infatti, dopo 20 anni è ormai estinta anche se l'uomo non si è fatto neppure un minuto di carcere. Come è possibile? Come ricostruito dalla Nazione, che ha interpellato un esperto, esiste la "prescrizione della pena". In sostanza: se lo Stato non riesce ad eseguire la pena, questa ad un certo punto si estingue (il doppio della pena, quindi il doppio dei 10 anni nel caso specifico).

"Un evento rarissimo – ricostruiscono gli esperti sentiti dalla Nazone –. La prescrizione della pena. Succede quando la sentenza è definitiva, non c’è stata impugnazione e il condannato volontariamente si sottrae all’esecuzione. Non può essere mai inferiore a 10 anni e non è mai superiore a 30 . L’ergastolo, evidentemente, non si estingue".

I no spik inglish

lastampa.it
mattia feltri

Anche la furfanteria richiede due dita di professionalità. Non che si riesce da furfanti così, improvvisando. Magari facendo circolare su Facebook, come ieri il Pd, una foto di tifosi piangenti e sopra un testo del New York Times in cui, più o meno, si legge che il ritiro dal calcio di Francesco Totti è stato un altro durissimo colpo per Roma, già colma di rifiuti, con l’economia sfibrata, il lavoro che non si trova e un sindaco diventato lo zimbello del Paese. Qui, accidenti, siamo proprio ai rudimenti della furfanteria. Perché, cari amici del Pd, credevate davvero che nessuno andasse a controllare? 

Anche il New York Times ha un sito. E c’è il traduttore di Google. Basta un clic, direbbe Grillo. E infatti, guarda un po’, nella traduzione è saltato proprio il pezzetto che definisce l’ultimo decennio poco generoso con Roma, e da quel decennio dipendono sudiciume, disoccupazione eccetera. Virginia Raggi avrà le sue colpe, ma non di meno ne hanno la destra di Gianni Alemanno e la sinistra di Ignazio Marino. Così dice il New York Times. E non è che ci fosse bisogno del New York Times, bastava fare due chiacchiere in un bar, dove tra l’altro si impara che è già abbastanza fastidioso assistere all’indignato sbigottimento del Pd per le condizioni della città, come se prima fosse una specie di grande Lugano.

Ecco, non è una brillante idea aggiungerci furfanterie da terza media: dovreste sapere che l’Italia i furboni li tollera, ma i furbini li piglia per le orecchie. 

"No al padrino sposato con una divorziata": 14enne non fa la cresima

ilgiornale.it
Ivan Francese - Mar, 30/05/2017 - 10:59

La vicenda in provincia di Foggia: un 14enne rinuncia al Sacramento perché il parroco non aveva accettato come padrino un uomo sposato con una donna divorziata



Lo zio non può fargli da padrino perché sposato con una divorziata e il quattordicenne decide di rinunciare alla cresima.


La storia arriva da Lucera, in provincia di Foggia, dove un ragazzo appena adolescente ha scelto di non ricevere il Sacramento quando ha scoperto che l'amatissimo zio Gigi non avrebbe potuto fargli da padrino. All'origine del diniego la decisione del parroco della cattedrale della città pugliese di non ammettere "Gigi" alla funzione di padrino perché coniugato con una donna già divorziata.

La familgia del piccolo Niccolò - così si chiama l'adolescente protagonista di questa vicenda - ha deciso di prendere carta e penna e di raccontare tutto l'episodio in una lunga lettera a Repubblica. "L'ultimo prezzo da pagare è la rinuncia a fare da padrino al figlioccio. "Niccolò ha 14 anni, è il tipico adolescente che ama la musica e gli amici - scrive Deborah, moglie del padrino mancato - Frequenta il catechismo dalla prima elementare e ora, al termine del suo percorso formativo, a un passo dalla meta è stato costretto a fermarsi: domenica vedrà i suoi compagni percorrere la navata della chiesa, avvicinarsi al vescovo, avvicinarsi ancora di più a Dio grazie alla santa cresima. Lui però non può"

"Non poteva essere altri che Luigi - assicura Deborah - Lo chiama 'zio' da sempre, nonostante non esista un legame di sangue. Luigi è sempre stato presente nella sua casa: amico di famiglia, testimone di nozze dei genitori, ha addirittura accompagnato la mamma a scegliere l'abito da sposa. Presente durante la gravidanza, in ospedale alla sua nascita, è corso anche a fare compagnia a Niccolò durante l'ultima influenza". Nonostante tutti i tentativi della famiglia, che ha addirittura invocato la Amoris Laetitia di papa Francesco, in cui il Pontefice ricorda che ci sono "divieti che si possono superare", per il giovane Niccolò non c'è stato nulla da fare. Il caro zio Gigi non può fargli da padrino.