martedì 30 maggio 2017

I pirati del software alzano il tiro, dopo WannaCry arriveranno altri ransomware

lastampa.it
francesco semprini

Scott Schober, guru americano della sicurezza informatica: “Sempre più diffusi i ricatti informatici, ora colpiscono anche le grandi aziende”



L’attacco di Wannacry ha somiglianze a quello alla Sony del 2014, quindi potrebbe essere stato orchestrato da pirati nordcoreani, che non sono riusciti a raggiungere gli Usa grazie a un eroe per caso di appena 22 anni”. A dirlo è Scott Schober, guru della sicurezza informatica e autore del volume Hacked Again, il quale spiega come i pirati della rete hanno alzato il tiro andando ad operare esattamente come quelli dei mari.

Ci troviamo dinanzi a un nuovo scenario della pirateria informatica?
“Due settimane fa circa 100 Paesi sono stati presi di mira da un agente patogeno inizialmente sviluppato dalla National Security Agency (Nsa), sicurezza nazionale americana. Russia, Ucraina e Taiwan sono stati i principali bersagli dell’attacco. Il software maligno è un ransomware, un agente che infetta terminali attraverso un link o un allegato contenuti in una mail. Poi blocca i file del computer preso di mira con codici che solo gli hacker sono in grado di decodificare. E che procedono alla loro decodificazione solo previo pagamento di un riscatto, nella fattispecie l’equivalente di 300 dollari in bitcoin, la moneta digitale anonima. Se il riscatto non viene pagato gli hacker non decriptano e i file sono inutilizzabili”. 

Una sorta di ricatto o di rapimento di materiale vitale?
“Per alcune aziende avere accesso ai dati è questione di vita o di morte. Pesiamo ad esempio al sistema ospedaliero britannico preso di mira dai bucanieri della rete, senza i file presi in ostaggio sono costretti a non accettare pazienti o a trasferirli. Pensiamo a FedEx, per non parlare di Portugal Telecom e Telefonica Argentina”.

Perché proprio ora?
“Il timing non è casuale perché segue le minacce dei pirati della rete avvenute in coincidenza delle elezioni francesi con la pubblicazione di documenti riservati e delicati del candidato e attuale presidente Emmanuel Macro. La Russia è stata accusata di numerosi attacchi di recente ma questa volta sembra non essere dietro le azioni piratesche visto che essa stessa è stata obiettivo degli hacker, in particolare il suo ministero degli Interi e la sua banca più grande ovvero Sberbank”. 

Allora è plausibile che ci sia la Corea del Nord dietro?
“Non se ne ha la certezza ma senza dubbio i pirati di Pyongyang ne hanno le capacità. Per quanto mi riguarda vedo molte similitudini all’attacco alla Sony Picture alla vigilia della prima del film The Interview proprio incentrato sulla Corea del Nord. Allora furono con una certa evidenza gli hacker nordcoreani ad agire e oggi le modalità sembrano simili. Occorre però anche dire che a volte i pirati utilizzarono modalità simile a quelle di loro colleghi criminali per depistare”.

Perché l’attacco non ha colpito gli Stati Uniti?
“Per merito un esperto di cybersecurity britannico 22enne che è riuscito a fermare la propagazione del ransomware registrandone il codice e il dominio nascosto nel malware, e avvertendo che l’attacco poteva essere reiterato. Poco più di dieci dollari per evitare danni per miliardi di dollari”. 

I pirati alzano il tiro?
“La gran parte degli attacchi nei passati due anni hanno preso di mira piccole e medie imprese, ma ora anche le grandi corporation sembrano finire nel mirino a livello globale. E poi c’è la modalità del riscatto ad alto livello, pensiamo ad esempio a Walt Disney, ricattata con la minaccia di bruciare l’uscita del prossimo episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, ancora atteso nelle sale. Attraverso la diffusione di una prima anticipazione di 5 minuti della pellicola e poi di spezzoni da 20 minuti l’uno, previo pagamento di un riscatto in bitcoin”.

Intende dire che fa tutto parte dello stesso copione, quindi non è finita qui?
“Non è finita, no. Continuo a consigliare a tutti di salvare i dati su base regolare e immagazzinarli in memorie sicure. Questo non mette al riparo da attacchi, ma almeno fa in modo che gli utenti non debbano mettere mano al portafogli per ritornare in possesso di ciò che è loro. O il rischio sarà che il pagamento dei riscatti diventerà la nuova piaga 3.0, proprio come avviene con i pirati offline”. 

Quando muore Ettore

lastampa.it
mattia feltri

Era così vero, un dramma collettivo così popolare e teatrale, di un’autenticità così elementare che è diventato impossibile girarsi dall’altra parte. Non si era mai visto un addio al calcio simile, un intero stadio in lacrime, e al centro l’idolo, in lacrime anche lui, e tutti in lacrime davanti alla tv, a dimostrazione che il calcio non è una semplice pozione per gonzi, ma una faccia della vita: è un romanzo emotivo con poca finzione e quel tanto che resta dell’epica. 

È andata come nessuno aveva previsto. Francesco Totti ha rifiutato la divinizzazione che stava calando su di sé. Ha detto quello che nessuna divinità aveva detto prima: che sia maledetto il tempo, ho paura, ho bisogno di voi. Non era il campione, solo un uomo alle prese con questioni tanto umane, lo smarrimento per le stagioni della vita, l’irrecuperabile che rimane dietro e il buio davanti. Ha tenuto un lungo discorso senza parlare di calcio, il calcio non c’entrava più e a rifletterci bene non c’era alternativa. 

Nessuno era andato allo stadio a celebrare una collezione di trofei, perché di quelli ne ha vinti pochi, ma un ragazzo che è rimasto lì, per venticinque anni, a esercitare il suo sconfinato talento in una comunione spirituale con una squadra e una città. «Ho bisogno di voi». Che dispiacere per chi non capisce. Piangevano i bambini, gli adulti, i vecchi, ognuno piangeva sull’irrimediabile e sull’unica grande verità dello sport e delle nostre esistenze: vincere al massimo è un effetto collaterale. Quando perde Ettore, lo piange anche Achille. 

Artista, artigiano e un po’ filosofo: l’ultimo costruttore di clessidre

lastampa.it
federico taddia

Roma, l’argentino che fuggì dalla dittatura: “Regalo l’illusione di possedere il tempo”


Adrian Rodriguez Cozzani, 70 anni, nella sua bottega a Trastevere. È arrivato a Roma nel 1977 dall’Argentina scappando dalla dittatura di Videla

«A volte le giro tutte insieme, per il piacere di trovarmi silenziosamente immerso in una cascata di polvere che mi accompagna dall’istante passato all’istante successivo: è il tempo che scorre, che corre, che diventa visibile e tangibile». Ampolle in vetro che si distinguono in secondi e minuti; sabbie raccolte, lavate e setacciate con dedizione per scivolare senza intoppi; gocce di cera d’api colate con delicatezza per difendersi dall’umidità mantenendo inalterati sofisticati equilibri e millimetriche simmetrie.

Arte, artigianato e filosofia: per Adrian Rodriguez Cozzani la clessidra è la sintesi perfetta di tutto questo, come testimonia nella sua bottega nel cuore di Trastevere. L’ultimo costruttore di orologi a sabbia è un argentino di 70 anni, dallo sguardo penetrante e la battuta mai banale, arrivato a Roma nel 1977 in fuga dalla dittatura con in tasca freschi studi di architettura.

«Dopo qualche anno trascorso lavorando tra Italia e Venezuela ho messo in pratica un detto che spesso ripeteva la mia nonna, originaria di Parma: «Meglio avere la testa di topo che una coda di leone». Così ho scelto di seguire l’istinto e la passione, abbandonando il posto sicuro per dedicarmi al mio hobby: i misuratori di tempo. Orologi solari e meridiane prima, clessidre ad acqua e a polvere poi: ho aperto un mio spazio, negozio e laboratorio, che è cresciuto con me, giorno dopo giorno, granello dopo granello: questo luogo è la rappresentazione di me stesso, io sono questo».

Piccole, da un paio di minuti appena, o grandi, immense, fino a due ore. E in mezzo le misure standard, compresa quella da 50 minuti pensata per gli psicologi. Disegni classici, in legno e ferro, riproduzioni ispirate a modelli storici dalle linee sobrie e minimaliste. Un migliaio di pezzi all’anno, costruiti con cura e anima. A cui si aggiungono le clessidre artistiche, come quella racchiusa in una rete di corde per trasmettere l’impressione di poter ingabbiare il tempo, o quella a tre ampolle, per misurare contemporaneamente intervalli totali e parziali. 

«Le più complicate sono quelle personalizzate: di recente una signora sarda, come memoria di una storia d’amore, ne ha chiesta una con microsfere di diversi colori, che dovevano passare da un’ampolla all’altra ma senza mai mischiarsi. Qualche mese fa ne hanno ordinata una di sabbia nera, completamente piena: inutilizzabile, ma bellissima da guardare. Anche se la più originale e, paradossalmente, quella di più difficile realizzazione, rimane la clessidra da un secondo: una richiesta apparentemente assurda, ma tutti i desideri vanno rispettati.

E anche un orologio che fotografa il battito di un attimo ha il suo fascino e la sua dignità». Coni di carta con cui rabboccare le sfere, il tocco del vetro con le dita, secco ma delicato, per far accomodare al meglio ogni particella, la misurazione fatta con un vecchio orologio a pile per calcolare le quantità, la verifica e la controverifica che tutto funzioni al meglio con la consapevolezza che non esiste la misurazione esatta, perché come in una continua partita di Tetris le particelle di sabbia cercano il giusto incastro, che può portare a rallentamenti o accelerazioni della discesa.

O, raramente, a fermare la clessidra. «Se è stata costruita con attenzione e buoni materiali è un evento davvero sporadico, ma non impossibile: fa parte del gioco, va messo in conto». Lo dice con sapiente rassegnazione Adrian, diventato involontariamente una piccola star in Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti, grazie a programmi televisivi che hanno raccontato la sua storia, portando settimanalmente turisti, cartina alla mano, a perdersi per i vicoli alla ricerca del «Maradona delle clessidre».

E insieme a loro collezionisti e artisti, scenografi e registi, curiosi o i vicini di quartiere che buttano dentro il naso per prendere ispirazione, dar forma a qualche visione o regalarsi una parentesi di ossigeno in una sorta di bolla impermeabile alla frenesia e allo stress della metropoli. «E’ vero, ora c’è molto più interessamento per la clessidra, e credo che aumenterà sempre di più: è uno strumento che ti dà la sensazione di possedere il tempo. Puoi girarla, stopparla, farla ripartire. A differenza di tutte le tecnologie digitali che ci accompagnano e che continuamente ci spiattellano in faccia il passare dei minuti, qui hai un controllo. L’unico vero capitale che ha l’uomo è il tempo: con la clessidra scorre più lento. Te lo fa godere. Assaporare. Respirare. Sì, te lo fa vivere».

Blockstack, il browser che utilizza la blockchain per proteggere i dati degli utenti

lastampa.it
marco tonelli

Le applicazioni vengono aperte nella rete di computer e le loro informazioni vengono validate e protette all’interno del database distribuito



Ogni volta che ci si connette a internet e si naviga sul web, le nostre ricerche e interazioni possono fornire informazioni alle aziende e ai governi. Per questo motivo, Blockstack nasce proprio con l’idea di dare la possibilità alle persone di proteggere la propria identità online. Si tratta del primo browser che utilizza l’archivio distribuito blockchain per caricare siti web e depositare dati, senza l’utilizzo di server o database centralizzati. Insomma, le applicazioni vengono aperte nella rete di computer e le loro informazioni vengono validate e protette all’interno del database condiviso.

Presentato alla Consensus, la principale conferenza annuale dedicata alla tecnologia blockchain, al momento, il software è disponibile solo come estensione utilizzabile su MacOs e Linux. Infatti. Blockstack non è un programma autonomo, ma utilizza altri browser come Chrome, Firefox o Safari. Questa prima versione non è fruibile da tutti, ma è stata creata per gli sviluppatori di applicazioni da far girare nella rete blockchain. Il programma consente anche di proteggere le informazioni attraverso un sistema di sicurezza locale installato nel dispositivo. Senza dimenticare la possibilità di fare un backup dei dati, in caso di smarrimento delle password d’accesso. Fra sei mesi, invece, i suoi creatori prevedono di poter lanciare una versione più mirata agli utenti di tutti i giorni.

«Siamo gli unici a dare la possibilità agli sviluppatori di poter creare applicazioni senza preoccuparsi della sicurezza dei server, dei database e dei sistemi di gestione delle identità degli utenti. Bastano 400 linee di codice e avrai il tuo Twitter decentralizzato, ad esempio», dice a Forbes Ryan Shea, uno dei cofondatori della società.

Allo stesso tempo, Blockstack ha messo in piedi anche un meccanismo di registrazione dei futuri siti web della rete blockchain. Per ora, sono già 72mila le richieste per un dominio internet da depositare nel sistema Blockchain Name System (BNS), chiamato in questo modo per contrapporsi al tradizionale DNS, o Domain Name System. «Chiunque può registrare il suo nome nell’archivio, in quanto non esiste una struttura di controllo che impedisce a qualcuno di farlo», scrivono gli sviluppatori sul sito ufficiale del progetto. 

Judy, il malware acchiappaclic: colpiti quasi 40 milioni di utenti Android

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Individuato da Check Point su 41 applicazioni coreane rivolte a bambini e adolescenti, contribuiva a costruire una botnet per generare falso traffico pubblicitario: "La peggiore di sempre su Google Play"

Judy, il malware acchiappaclic: colpiti quasi 40 milioni di utenti Android

JUDY potrebbe aver provocato più di 36,5 milioni di infezioni su dispositivi Android. Stavolta, però, si è trattato di un malware un po' particolare, in grado cioè di generare automaticamente falsi clic pubblicitari. Uno dei mercati più redditizi, fra l'altro, quello delle finte "impression" per le inserzioni online.

Si tratta di un malware individuato dalla società di sicurezza Check Point, che l'avrebbe stanato in 41 applicazioni firmate dalla coreana Kiniwini, pubblicate sotto l'etichetta Enistudio Corp. e rivolte a un pubblico di giovanissimi. Per giunta contraddistinte anche da giudizi positivi. Quel piccolo gruppo di applicazioni sarebbe stato in grado di generare un largo numero di infezioni per "produrre una grande quantità di clic fraudolenti su banner pubblicitari e partorendo introiti per chi li ha messi a punto".

Anche se non sembra pericolosa per informazioni e dati degli utenti, potrebbe sfiorare un record certo non invidiabile: quello della "più ampia campagna malware scovata su Google Play" secondo gli esperti di Check Point. Google ha già rimosso le applicazioni dal suo negozio digitale dopo essere stata avvisata dalla società. Non prima, tuttavia, che fossero scaricate da un numero oscillante fra 4,5 e 18,5 milioni di volte. "Non è chiaro da quanto tempo il codice malevolo fosse nascosto in quelle applicazioni - ha spiegato l'azienda di sicurezza - e la rapidità di diffusione rimane sconosciuta. Per questo l'effettiva propagazione del malware pubblicitario potrebbe essere compresa fra 8,5 e 36,5 milioni di utenti nonostante un più basso numero di scaricamenti.

Ma come funziona Judy, che sembra aver serenamente superato i controlli di sicurezza imposti da Big G alle applicazioni disponibili su Play Store e si ricollegherebbe a predecessori come FalseGuide e Skinner? "Una volta che l'utente ha scaricato l'applicazione questa registra silenziosamente delle connessioni con il server di controllo" e in seguito avvia dei collegamenti con una serie di indirizzi url tramite una pagina web nascosta "travestendosi" da pc e rimbalzando a sua volta su un vari siti: a quel punto il codice JavaScript si occupa di individuare i banner di Google Ads cliccandoci sopra e imitando un'azione umana. Insomma, una colossale botnet controllata da remoto che usa gadget zombie per simulare traffico pubblicitario. E fare soldi.

Viaggio nei luoghi di Israele dove cinquant’anni fa morì il nazionalismo arabo

lastampa.it
domenico quirico

Dopo i conflitti con gli Stati ora le minacce arrivano dai gruppi islamici


Le celebrazioni da parte degli israeliani alla Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città vecchia di Gerusalemme, per i 50 anni dalla vittoria nella guerra dei 6 giorni del 1967

Passata avanti la guerra non si possono riconoscere i luoghi. Ai luoghi restano i nomi della geografia, e alle battaglie la data. Quello che conta non sono le battaglie, ma i giorni e i mesi e gli anni che sono durate con gli uomini aggrappati alla terra, alla sabbia, alle pietre in una lotta sepolta. Qui cinquanta anni fa, sei giugno 1967, una data densa della storia del mondo, tutto durò appena sei giorni.

Una guerra breve, un lampo, eppure in un tempo così breve molte cose che sembravano eterne morirono: il nazionalismo arabo, innanzitutto, sconfitto e archiviato. Su quelle rovine l’Islam politico iniziò a costruire i suoi disegni. E anche Israele cominciò a morire: sì, il trionfatore. Quello eroico dei pionieri, degli irriducibili sopravvissuti fondatori di uno Stato, nel momento della vittoria, come spesso il ghigno della Storia decide, raggiunsero l’apogeo e iniziarono il declino.

Israele invincibile peccò della greca hybris, l’arroganza. Mezzo secolo fa Israele sconfisse alcuni Stati, la Siria l’Egitto la Giordania. Oggi combatte con Daesh, Hamas, Hezbollah, Al Nusra, gente che prescrive e dogmatizza, perseguita e punisce, dà degli esempi. Messi, investiti, scomunicatori, giustizieri: l’abiezione fanatica. Con gli Stati, seppure autocrazie spietate, si poteva trattare, fare la pace come è accaduto, faticosamente. Ma oggi?

Percorro luoghi delle guerre di ieri per capire le ragioni di quelle di oggi. Il tempo si vendica come si vendica di chi non riesce ad adoperarlo o lo usa per uccidersi. La guerra è purtroppo la cosa più semplice del mondo. Se non fosse così, se i soldati dovessero conservare a giustificarla un’ombra solo dei discorsi e delle polemiche, gli resterebbe in mente di aver patito il più grande sopruso, l’inganno più scellerato. Ma alla guerra si dimentica tutto.

Gli israeliani 50 anni fa, rialzando il capo dopo la mischia breve e crudele, guardando il Canale e l’Egitto davanti a loro, e il Muro di Gerusalemme riconquistato, e Damasco laggiù nella bruma calda a un passo dal monte Hermon, dissero: è finita. E invece le nazioni, vinte e vincitrici, hanno i loro fornitori di miserie e di illusioni e dopo quella vennero altre guerre, il ’73 il giorno più lungo di Israele, e Beirut, e ancora il Libano e l’intifada. La guerra così diventa un mestiere e una obbedienza.



Salgo dalla Galilea verso il Golan, sfioro il monte delle beatitudini e il lago di Tiberiade folgorato dalla luce sciancata dell’alba. Il Golan è paese proprio alla guerra. Non ci sono distrazioni di cieli, albe e tramonti vi sono lenti, le acque se le bevono le rocce e i calcari, le quote si allineano per lungo e per largo guardate dalle nevi ormai minime del monte Hermon e dalla rocca crociata di Nimrud, castello ariostesco tra boschi fitti e piantagioni.

È un paese che permette soltanto lontani orizzonti di pianura di mare e di montagne, privo di vicinanze. Quel che fa l’idea di andare sono le strade. Qui le strade spariscono alle svolte oppure lontane conducono a quei luoghi di orizzonte, borghi di cui si chiede il nome con cautela. Lì comincia il Libano laggiù è Siria qui la Galilea con la sua campagna sfruttata di tutti i suoi succhi. Paese adatto a viverci nelle pietre fino al mento e che nasconde due eserciti l’uno all’altro. Sembra fatto da dio con i sassi avanzati dalla fabbrica del mondo, mi ha detto un kibuzzin guardando soddisfatto l’opera sua che ha corretto e fecondato quella distratta di dio.


REUTERS
(Le alture del Golan nel 1967. Blindati dell’Idf, Israeli defence forces, sulle alture
del Golan conquistate all’esercito siriano)

«Il confine è a un passo» mi hanno avvertito, venti minuti a piedi e sei davanti alla Siria. E pure quando il dirupo finisce e mi affaccio sulla pianura siriana mi manca il respiro. La valle a perdita d’occhio ben spezzata di campi segnati e macchie di verde e di giallo, è piena di aria cruda, di estraneità e di sofferenza. In quello spazio stanno palesi le ragioni di una tragedia infinita. Sotto di me, li tocco, due villaggi con grida di bimbi e minareti. E poi, di colpo, in mezzo a un gregge, un uomo comincia a gridare e a fare segni verso di me, sì verso di me, agita uno straccio per richiamare l’attenzione, le sue parole arabe me le porta via il vento. Rispondo agitando la mano e allora lui grida grida con gioia e ripete, e stavolta lo sento, in inglese grazie grazie.


(Le alture del Golan oggi. Un carro Merkava israeliano sorveglia il confine con la Siria. Oggi la minaccia viene dall’Isis)

In quei villaggi, nel mistero che li avvolge, non c’è l’esercito siriano ma le sigle nere del califfato. Ogni tanto qualche colpo che scambiano con i soldati di Bashar Assad cade per errore nella zona controllata di Israele. Per sbaglio: non hanno tempo per occuparsi dei sionisti, devono regolare i conti tra loro. E forse il calcolo israeliano è questo e non so se sia segno di lungimiranza. Ogni guerra sosta di tanto in tanto. Il sole accolto risale e trabocca dai sassi del Golan. Colonne di blindati candidi, i mezzi della annosa missione

Onu di interposizione, risalgono le strade degli escursionisti e dei gitanti, salutano con larghi cenni chi accosta per lasciarli passare. Oltre questa frontiera di guerra sospesa è diventato indebito il mio contegno con gli uomini e le cose di questa parte di mondo. L’appello di quel pastore siriano oltre la griglia di questo confine di odio mi spoglia di guerra e di passione, anzi di umanità di qua e di là del fronte troppo stanca. Come loro non saprei dire cosa mi duole, come loro, ebrei e arabi, ho nella mia costituzione il dolore.

Appena dentro la frontiera dell’armistizio c’è il moshav, che è una versione addolcita del kibbuz, di Majdal Shams. Religiosi, anche se non ultra-ortodossi che ormai hanno in ostaggio la politica di Israele. Questa era Siria fino al ’67, l’unico confine dove la guerra non è mai finita con un accordo di pace. Ci aspetta Rifka, Rebecca, che è arrivata bambina da Parigi. E ha vissuto prima in una colonia a Hebron, terra dura e feroce di scontro.

Mi parla con entusiasmo goloso del fatto che sta per iniziare la raccolta delle fragole, la stagione è buona e ricca, e dice che non lascerà mai questo posto perché qui può ascoltare gli uccelli e il vento. E capisci che non potrebbe mai accettare la relegazione in un altro posto che la escluda dalla cornice dei frutteti, dei poggi e delle casette del moshav con il suo rifugio antibombe. Poiché ha compreso che quei contorni sono i soli, gli unici a poter racchiudere i suoi giorni futuri.

Ora pieghiamo di nuovo verso Ovest e questa è frontiera del Libano, che ormai per gli israeliani equivale a Hezbollah, il partito-esercito sciita. Siamo al punto 105, ogni sezione della frontiera è segnata per consentire in caso di infiltrazione ai soldati di intervenire più rapidamente. Solo qui ho sentito voci preoccupate, sguardi farsi attenti scrutando i villaggi sciiti sulle colline di fronte. Hezbollah è l’unico nemico di cui Israele ha rispetto, forse paura: più dell’Isis, più dei siriani.

Davanti a me c’è Marum Harash dove nel 2006 i combattimenti costarono a Israele molti inutili morti. Le montagne fitte di boschi impenetrabili sono come scalpate dalle scavatrici, affiorano ferite larghe, lingue di terra rossa e nuda al sole. Non sono cave o disboscamenti. Israele scoperchia gli angoli morti della frontiera dove possono passare gli uomini di Hezbollah senza essere scorti, li costringe al terreno aperto. Un muro anche questo, fatto di amputazioni e non di reticolati o blocchi di cemento.

Scendiamo di nuovo verso il mare, si sente la cadenza delle onde del Mediterraneo, delle onde che battono contro la Palestina come contro una parete, il bordo estremo della grande vasca d’acqua fra Europa Asia e Africa. Penso che non ci sia Paese al mondo lungo come Israele, lungo nel tempo intendo, non nello spazio. Non esiste Paese i cui lineamenti abbiano la lunghezza di tempo che va dalla nascita di Abramo alle biotecnologie. Lineamenti concreti limpidi vivi da toccare con il dito: vivo il vecchio Testamento con le sue valli coperte di erbe e di fiori, con le colline fitte di agrumeti e di viti; e viva la modernità più avanzata e audace.

Mi raccontano di un progetto di quindici miliardi di dollari per costruire l’auto robot, di ricerche per creare serre dove per risparmiare energia si scalderanno solo le radici delle piante e ahimè anche di nuovi carri armati e cannoni. Se il tempo è davvero una dimensione non esiste paese più esteso di Israele. Dove la fisica e la biologia fino alla partenogenesi convivono con chi vuole ricostruire il sinedrio e il terzo tempio di Salomone (spianando le moschee musulmane!).

Il deserto nasconde i fatti di guerra, il tempo fa alla memoria quello che gli anni fanno al vino. Nasconde i morti. La sabbia è gialla e monda, come la cenere, come la polvere antica. I morti son troppo lontani e vicini qui, al confine con Gaza e Hamas. Al kibbuz di Nirim oggi è iniziata la stagione dei bagni, ha aperto la piscina, incontri ragazzi forti. Come tutti i contadini del mondo hanno il viso bruno, meta carne e metà cuoio, lo sguardo duro, le mani nodose, come tutti i contadini del mondo parlano con frasi corte secche e hanno risate profonde.

Adel, americana, fragile e antica, con un gran cappello di paglia contro il sole mi racconta la regola dei dieci secondi: il tempo in cui bisogna esser pronti a fuggire, in caso di allarme per il lancio di razzi di Hamas, nella stanza blindata di casa o rannicchiarsi a terra come le mani serrate attorno ala testa. Sono gesti che conosco, come conosco luoghi dove le vittime non hanno nemmeno la possibilità dei dieci secondi perché nessuno farà mai suonare la sirena o un appello sul telefonino. Gaza è lì, appena oltre il reticolato e i campi di grano: due minareti come matite verdi puntate verso il cielo. Gaza con i suoi ventimila combattenti ormai ben addestrati e armati, dove il radicalismo politico religioso si insinua e fa proseliti e non rispetta la tregua tacita con Israele: la prova di come la guerra di 50 anni fa non risolse nessun problema.

Sui confini Israele dei pionieri che esportavano il comunismo, un comunismo puramente empirico al di fuori di ogni enunciato razionale, anche se le punte di collettivismo integrale sono state uccise dal tempo, pare ancora vitale. Giovani famiglie,a decine, fanno domanda per venire nel kibbuz. Nel resto del Paese, invece, ho l’impressione di una sorta di smobilitazione dell’animo degli ebrei in Israele: alla fine della loro alta tensione. Non so quanto sia giusto rimproverarli per non essere rimasti se stessi come avremmo voluto, quelli della epopea del 1948, quelli che abbiamo ammirato increduli nel ’67: rimproverarli per l’arroganza, per aver scambiato la potenza per virtù.

In fondo la perdita della loro eccezionalità per forza maggiore, al loro ingresso nella media di virtù e difetti comuni a tutti i popoli che hanno una patria, è inevitabile. Il male di cui soffrono, la mediocrità della classe politica rispetto alla vivacità della società e alla grandezza dei problemi, è il difetto di tutto quello che un tempo chiamavamo Occidente.

Adele, che mi racconta come è sopravvissuta ai razzi, aggiunge: «Perché dovrei odiare i palestinesi? Non sono miei nemici sono miei fratelli». L’eterna, splendida ragionevolezza delle minoranze che sono ahimè! minoranze. Se devii dalla autostrada che porta al Mar Morto verso il tranquillo confine giordano in pochi minuti arrivi alla tomba di Ben Gurion, sul ciglio di una montagna che guarda il deserto. Gazzelle brucano l’erba senza paura, un battaglione di giovani soldati seduti all’ombra ascolta la lezione di storia del suo ufficiale.

Tagliato dal sole a picco il paesaggio offre il fascino triplo della bellezza, del mistero e della minaccia. Forse qui si comprende che la forza di questo popolo, con i suoi innumerevoli errori, è in questa pazienza inesauribile, tessuta, intrecciata nel corso dei secoli con il destino nemico, le sue ombre, il suo frastuono che ritmano l’esistenza. Una pazienza di cui nessuno è riuscito ad avere ragione, che niente ha potuto incrinare. Sanno soffrire come nessun popolo ha sofferto e sanno sperare contro ogni speranza. 

Urss, vita quotidiana ai tempi di Stalin: le foto (a colori) mai viste

corriere.it
di Beatrice Montini

Tornano alla luce gli scatti degli anni ‘50 di Martin Manhoff, un militare Usa che prestava servizio nell’ambasciata a Mosca e fu espulso dal Paese per sospetto spionaggio

Da Mosca a Yalta

Da Mosca a Yalta

Martin Manhoff era un militare statunitense di servizio nell’ambasciata Usa a Mosca tra il 1952 e il 1954. Poi fu espulso dal Paese per sospetto spionaggio. Durante i due anni in cui rimase in Urss realizzò decine di scatti fotografici che raccontano la vita quotidiana dietro la «Cortina di ferro» passando anche attraverso la morte di Stalin, nel 1953, con i solenni funerali che ne seguirono. Mosca, Leningrado, Yalta: sono le città dove Manhoff ha realizzato la maggior parte delle foto. Gli scatti (e anche alcuni video), rimasti nascosti fino ad oggi, sono stati diffusi dallo storico statunitense Douglas Smith. Questa immagine è stata ripresa dal finestrino di un treno in una località non nota

In Crimea

In Crimea

Quando l’Unione Sovietica, dopo la morte di Stalin, aprì ai visitatori alcune zone prima non accessibili, Martin Manhoff e sua moglie, Jan, iniziarono a viaggiare per i vari territori dell’Urss documentando colori, persone, luoghi mai visti prima. Questa è una delle immagini scattate da Manhoff a Yalta, in Crimea


Il mercato di Yalta, in una delle foto scattate da Manhoff
 

Persone in coda davanti a una drogheria in una località non specificata

In auto sulla piazza Rossa

In auto sulla piazza Rossa

Quando Manhoff lasciò Mosca nel 1954, tra le accuse di spionaggio, portò con sé diverse bobine di film in 16 millimetri e centinaia di diapositive a colori e di negativi scattate durante i suoi viaggi in Urss. Ma dopo il suo ritorno negli Stati Uniti, queste rarissime immagini sono state dimenticate e sono rimaste sepolte in decine di scatole di cartone in un ex negozio di carrozzerie fino alla loro scoperta da parte di uno storico di Seattle. Questo è una delle immagini della Piazza Rossa, a Mosca, scattata dall’auto di Manhoff

Per le strade di Mosca

Per le strade di Mosca

La maggior parte degli scatti di Manhoff riguardano la città di Mosca dove l’ufficiale viveva insieme alla moglie. Le foto raccontano immagini di vita quotidiana ma anche di eventi particolari, compreso il funerale di Stalin. Qui una manifestazione in una piazza di Mosca



L’Ufficio telegrafico centrale di Mosca



Molte le immagini di vita quotidiana scattate a Mosca. Come questa di una famiglia seduta a un chiosco davanti allo zoo cittadino
 


Un gruppo di donne-spazzino con le scope sulla Piazza Rossa



Relax domenicale sulla Piazza Rossa per le famiglie: questa zona delle scalinate adesso non è più accessibile

Tassi troppo alti e costi nascosti, le trappole della cessione del quinto

lastampa.it
sandra riccio

Il 70% dei ricorsi all’Arbitro bancario è sui prestiti legati a una quota dello stipendio


20per cento: è l’interesse reale che può arrivare a pagare il cliente tenendo conto di tutte le voci

La crisi ha spinto sempre più famiglie a chiedere prestiti anche per le spese più piccole. Molte si sono rivolte alla Cessione del quinto dello stipendio (o della pensione). Si tratta di una forma di finanziamento dedicata ai dipendenti, in particolare ai dipendenti statali. La rata viene scalata direttamente dalla busta paga (o dalla pensione) e a garantire è il datore di lavoro. La formula, che di fatto è a rischio zero per chi concede il credito, piace molto alle banche.

Nonostante la bassissima rischiosità, il cliente però finisce per pagare interessi alti, con picchi che arrivano a superare addirittura il 20% per il tasso reale. Per le famiglie la Cessione finisce così per diventare un terreno minato. A testimoniarlo è la valanga di ricorsi che ogni anno arriva davanti all’Arbitro bancario e finanziario. Nel 2015 i ricorsi sulla Cessione del quinto sono stati il 54% dei contenziosi complessivi. Nel 2016 sono saliti al 70%. Banca d’Italia è intervenuta diverse volte. E sulla Cessione del quinto è atteso un nuovo suo intervento che dovrebbe dettare delle linee guida più virtuose per banche e finanziarie.

Ma quali sono i guai più frequenti? Una delle «trappola» che si presenta più spesso è quella sulle polizze assicurative – racconta Alessandro Pontremoli, avvocato di Assoprotect, associazione a tutela dei consumatori -. Possono far lievitare il tasso d’interesse reale anche sopra le due cifre». In pratica, al cliente viene fatta sottoscrivere un’assicurazione che tutela da rischi vita e impiego. Alcune volte queste polizze arrivano a cifre esorbitanti, anche 5mila euro su un prestito da 20mila. In questo modo, il tasso d’interesse reale, da pagare effettivamente, sarà molto più alto di quello scritto sul contratto e che non conteggia queste spese così dette accessorie.

Banca d’Italia in realtà già nel 2010 aveva messo dei paletti a questa pratica ma non sempre sono stati rispettati. Ora una sentenza della Cassazione dello scorso aprile potrebbe mettere definitivamente un freno a questo modo di operare. Il giudice ha, infatti, stabilito che l’assicurazione rileva al fine del calcolo del tasso effettivo (Taeg o Teg). «Si tratta di una sentenza che è retroattiva e che quindi potrebbe tirare in ballo contratti degli anni passati perché la legge che recepisce questi principi è del 1996» dice Pontremoli.

Un altro caso frequente riguarda l’estinzione anticipata del prestito e la polizza. La giurisprudenza, quasi sempre, dice che la parte del premio non goduta va restituita. Banche e finanziarie molte volte non si muovono in questa direzione. C’è poi la giungla di provvigioni e di commissioni di intermediazione. Poco trasparenti e davvero molto esose. Anche queste, molte volte, non vengono conteggiate nel tasso d’interesse proposto.

Alla fine il prestito verrà a costare molto di più di quello che il cliente si aspettava. Per fare un esempio con un caso reale portato di fronte all’Arbitro bancario: per 10.816 euro di prestito, il cliente che ha fatto ricorso si era trovato a restituirne 24.360 in tutto. In questi 24.360 euro erano compresi: 4000 euro di commissioni cessionario, 1400 di commissioni per il mediatore creditizio e 2250 euro di polizza (il Tan era bassino: 5,6% ed è probabilmente quello che ha convinto il cliente alla firma, il Taeg invece arrivava al 21%).

Quindi prima di firmare il contratto vanno lette sempre bene tutte le clausole e tutte le voci di costo del finanziamento, che può finire per essere molto alto, in media 15-20% con punte al 25%, a seguito delle voci accessorie. Inoltre, bisogna sempre valutare la sostenibilità dell’importo. «Abbiamo seguito alcuni casi di Cessione del quinto che presentavano rate superiori l’ammontare dello stipendio - racconta Libero Giulietti, legale Aduc -. Il rischio per le famiglie è di finire nel sovraindebitamento e in guai più grandi».