lunedì 29 maggio 2017

«Clandestina» in fabbrica. È giallo sulla figlia del Che

ilcorriere.it
di Giampiero Rossi

Incontro alla ex Alstom Power anche se gli operai smentiscono Il polo produttivo Ministero, Regione e Comune di Sesto studiano incentivi per gli acquirenti

Aleida Guevara, figlia del Che
Aleida Guevara, figlia del Che

Il padre - e che padre - si è mosso tante volte in clandestinità. Si chiamava Ernesto «Che» Guevara. Mezzo secolo dopo l’ultima missione in Bolivia (dove, appunto, era entrato di nascosto), a sua figlia Aleida viene organizzata una visita di solidarietà ai lavoratori della ex Alstom Power di Sesto San Giovanni che rimane avvolta in una fitta coltre di «mistero» e silenzi protettivi.

Aleida Guevara March, 56 anni, primogenita del rivoluzionario argentino ucciso nel 1967, sta girando per l’Italia ospite dei circoli «Amicizia Italia-Cuba». Venerdì sera ha fatto tappa a Sesto, dove è stato diffuso un volantino che annunciava anche la sua visita e il pranzo nello stabilimento di via Edison 50, da otto mesi presidiato notte e giorno da una cinquantina di lavoratori che contestano la smobilitazione del sito che produce generatori industriali decisa dalla General Electric pochi mesi dopo averlo acquistato.

Facile intuire l’entusiasmo degli operai: quando ti aggrappi alla fabbrica come ultima speranza per salvare il tuo posto di lavoro, ogni solidarietà, ogni segnale di vicinanza, ogni motivo di attenzione mediatica è prezioso. Ma «Quel» cognome porta con sé qualcosa in più, e l’idea che quella signora sia la diretta discendente del rivoluzionario argentino diventato icona immortale non lascia per niente indifferenti nemmeno uomini e donne del sindacato.

Tuttavia quando arriva il momento dell’incontro, verso mezzogiorno di ieri, succede qualcosa di strano. Davanti all’ingresso dello stabilimento c’è un piccolo schieramento di occupanti: non per ricevere gli ospiti, bensì per allontanare i giornalisti. Un’anomalia. Tra Natale, Capodanno, Pasqua e Primo maggio diversi rappresentanti delle istituzioni, della cultura, della politica e del sindacato si sono fermati a mangiare insieme agli occupanti e ogni volta - ovviamente - i lavoratori sono stati ben contenti dell’attenzione mediatica. Anzi, già tutto è pronto anche per farsi notare oggi al passaggio dell’ultima tappa del Giro d’Italia, a cento metri dal cancello. Ma per la visita di Aleida Guevara le cose vanno diversamente.

Perché? Sussurri molto accorti spiegano che nel frattempo sarebbe affiorata una non meglio precisata questione di «opportunità» legata al fatto che la signora viaggia con un passaporto diplomatico cubano. Forse nell’era Trump la solidarietà di un cubano con chi contesta una multinazionale statunitense può essere considerata un atto ostile? Sta di fatto che - non senza imbarazzi e qualche falla - la cortina di ferro è scattata. «Non c’è nessuno», «è stata annullata», dicono gli operai trattenendo a fatica i sorrisi. Poi arriva una chiamata e tutti si affrettano a rientrare nel capannone occupato: inizia il pranzo. Spartano ma di qualità: insalata di riso e mozzarella di bufala, un bicchiere di vino.

Poi inizia il corteo delle auto in uscita. Impossibile individuare su quale viaggi la figlia del Che, ma nel frattempo è il sindaco di Sesto San Giovanni, Monica Chittò, a parlare del «segnale importante di questa visita, che riporta l’attenzione sulla battaglia di questi lavoratori e sugli atteggiamenti di certe multinazionali». In effetti qualcosa si è mosso: il tavolo ministeriale ha deciso di avviare un lavoro sul territorio, Comune e Regione studieranno ulteriori incentivi per chi vorrà rilevare lo stabilimento, che l’advisor ha valutato positivamente anche sotto il profilo ambientale.

Ma dov’è Aleida Guevara ? «È a Bologna», assicura Pierfranco Arrigoni di Italia-Cuba. Nemmeno mezz’ora e la signora compare a Cinisello Balsamo per concludere questo suo sabato a «Stalingrado» protetto da un cordone di silenzio degno d’altre epoche. E anche i lavoratori della ex Alstom - che non hanno potuto cogliere l’occasione per dare voce e visibilità alla loro lotta - da ieri possono dire di aver di fatto partecipato a una missione sotto copertura di Guevara.

Hamas mette al bando le passeggiate con i cani nella Striscia di Gaza “per proteggere donne e bambini”

lastampa.it
fulvio cerutti



Il gruppo militare Hamas, Movimento Islamico di Resistenza, ha vietato alle persone di passeggiare con i loro cani nella Striscia di Gaza. «Nelle ultime settimane molti giovani sono stati visti passeggiare con i loro cani - spiega al The Telegraph Ayman al-Batniji, un portavoce della polizia -. Non è un problema culturale, non odiamo i cani anzi li usiamo anche nel nostro lavoro, il divieto è solo per proteggere le nostre donne e i nostri figli». I proprietari sono autorizzati a passeggiare con i loro cani solo nei loro campi e non nelle aree comuni come spiagge e mercati.



Al-Batniji aggiunge che non sono state previste multe, le persone devono solo firmare un documento nel quale dichiarano di non aver intenzione di passeggiare con il proprio cane. Anche se non sono state comunicate ufficialmente sanzioni o altro per chi non rispetta il divieto, i proprietari di cani temono che i loro cani possano essere confiscati, in particolare nel caso di Pastori Tedeschi e altri cani che possono tornare utili alla polizia.



Sebbene spesso i cani vengano considerati animali impuri da alcune società musulmane, nella Striscia di Gaza negli ultimi anni molte famiglie hanno iniziato ad avere un cane: l’altro tasso di disoccupazione, la mancanza di elettricità che non permette di guardare la televisione, usare smartphone o computer, ha spinto le persone a prendersi un cane come forma di distrazione, spesso uno modo per trovare lo stimolo per uscire di casa e non cadere in depressione.

Imad Morad, uno dei più noti veterinari di Gaza spiega al Telegraph come, dopo l’annuncio del bando, molti proprietari si siano rivolti a lui preoccupati per i loro quattrozampe: da quando non vengono più portati a passeggio, molti sono caduti in uno stato letargico che sembra essere molto simile alla depressione. 

Francia, vandalo rompe la croce sulla tomba del generale Charles De Gaulle

lastampa.it

È seppellito a Colombey-les-deux-Eglises, nell’Alta Marna, un villaggio nel quale aveva una proprietà



Un vandalo ha rotto ieri pomeriggio, nel giorno in cui in Francia si festeggiava la Giornata Nazionale della resistenza, la croce sulla tomba del generale Charles De Gaulle, a Colombey-les-deux-Eglises, nell’Alta Marna.

La telecamera che monitora la tomba 24 ore su 24 ha registrato le immagini di un uomo che è saltato sulla tomba e ha dato due calci alla base della croce di marmo bianco alta un metro e cinquanta, facendola cadere, senza riuscire però a danneggiare la tomba. Alla sua morte, nel 1970, De Gaulle è stato seppellito a Colombey-les-deux-Eglises, un villaggio nel quale aveva una proprietà. Il generale riposa accanto alla moglie Yvonne e alla figlia Anne.

Colpo ai furbi dell'accoglienza: dovranno giustificare ogni euro

ilgiornale.it
Jacopo Granzotto - Dom, 28/05/2017 - 08:12

Passa l'emendamento Fdi che impone rendiconti dettagliati. Una mazzata al business delle cooperative

Dalla finanza creativa al rendiconto scontrino per scontrino. Si restringono gli orizzonti per le cooperative che tanto si prodigano per accogliere i migranti. Fino a ieri niente fatture, niente dettaglio di spese, nulla da dichiarare sui circa 35 euro al giorno ricevuti dallo Stato per migrante.

La partita contro il business dell'immigrazione segna una vittoria per il centrodestra che ora dovrà essere ratificata dai due rami del Parlamento. La commissione Bilancio della Camera ha, infatti, approvato un emendamento alla manovra proposto da Fratelli d'Italia che obbligherà le cooperative a giustificare ogni euro speso per l'accoglienza. Si legge nell'emendamento: «Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono individuati gli obblighi per la certificazione delle modalità di utilizzo dei fondi di cui al presente articolo da parte dei soggetti aggiudicatari, attraverso la rendicontazione puntuale della spesa effettivamente sostenuta, mediante la presentazione di fatture quietanzate».

«Vittoria! - scrive Giorgia Meloni su Facebook - In Commissione Bilancio alla Camera è stata approvata, con un emendamento alla manovra, la nostra proposta taglia-business sull'immigrazione. Grazie a Fratelli d'Italia, le cooperative che si occupano dell'accoglienza degli immigrati saranno obbligate, da oggi, a giustificare ogni singolo euro che ricevono. Questo è un colpo mortale per chi pensava di poter lucrare sulla disperazione». E aggiunge: «Siamo stati i primi a denunciare che qualcosa non funzionava nel comportamento di alcune navi che chiaramente arrivano in acque libiche a raccogliere migranti. Siamo fieri che ci siano alcuni procuratori che hanno il coraggio di indagare, molto meno di un Governo che, invece di chiedere al procuratore di andare a fondo, si mette a insultare un procuratore».

A presentare la proposta è stato Giovanni Donzelli, coordinatore dell'esecutivo nazionale di Fratelli d'Italia. «Abbiamo raccolto lo spunto di alcune associazioni no-profit che si occupano in modo responsabile dell'accoglienza immigrati e mal sopportano, dunque, una normativa che premia i furbi e penalizza chi è trasparente, un sistema che fino a oggi ha consentito alle cooperative e agli altri soggetti di incassare fiumi di denaro pubblici senza il bisogno di rendicontazione. Questo ha prodotto un meccanismo senza scrupoli per lo sfruttamento della tratta degli esseri umani». Dopo l'approvazione finale in aula Donzelli garantirà vigilanza «affinché al provvedimento venga data concreta attuazione e per scongiurare ogni scappatoia».

Un provvedimento sempre boicottato dalla sinistra. Il capogruppo di Fratelli d'Italia Fabio Rampelli ha la memoria lunga: «Il nostro emendamento è stato approvato in commissione Bilancio alla faccia del Pd che lo ha sempre fatto bocciare in aula. Dopo tre anni di caparbie battaglie parlamentari regaliamo agli italiani questo significativo successo».

A Trieste arriva il “bonus animali” per i proprietari in difficoltà

lastampa.it
carla reschia



Una “zampa” tesa a chi ama cani e gatti ma deve fare i conti con la crisi economica. Trieste, 22 mila cani e circa 21 mila gatti di proprietà censiti, più innumerevoli colonie feline, vara provvedimenti sociali di avanguardia per andare incontro ai meno abbienti e ai pensionati che posseggono i cosiddetti animali d’affezione. E’ stata annunciata infatti una serie di misure coordinate tra il Comune e le associazioni animaliste per sostenere economicamente i proprietari o gli adottanti: bonus per le spese veterinarie, forniture gratuite di croccantini, contributi una tantum assegnati a chi fa uscire dal canile un animale anziano.

Il Comune ha già organizzato attraverso l’Ufficio Zoofilo Comunale una distribuzione di buoni riservati agli anziani con la pensione minima, ai cassintegrati e ai cittadini con Isee pari a zero. Presentati alla sede dell’Enpa, danno diritto a cure mediche e vaccinazioni gratuite per cani e gatti. Il fondo municipale non è abbondante, il budget è di cinquemila euro, ma viene periodicamente rifinanziato e fin qui ha permesso di ricoprire tutte le richieste. L’Enpa stesso, d’altra parte, è un punto di riferimento perché accoglie e cura ogni tipo di animale: conigli, cavie, criceti e uccellini. 



Indipendentemente dal reddito, i residenti nel comune di Trieste che abbiano compiuto i 65 anni d’età e in possesso della Carta d’argento - attraverso la quale l’assessorato alle Politiche sociali consente di accedere ad una serie di sconti e agevolazioni in catene della grande distribuzione, esercizi commerciali, studi professionali e altri servizi -, hanno diritto anche ad uno sconto dal 5 al 15% negli studi veterinari convenzionati. 

Infine, c’è un contributo mensile di 50 euro per chi adotta un cane “anziano - ma non così decrepito, basta che abbia più di 7 anni di età - da una delle strutture convenzionate. Quest’ultimo provvedimento è in realtà un risparmio per l’amministrazione. Com’è noto, infatti, vengono adottati più facilmente cuccioli ed esemplari giovani, e poiché ogni cane costa in media quattro euro al giorno l’incentivo copre le minori spese e permette di aiutare a trovare una casa anche ad animali meno ambiti.



C’è poi un’ulteriore iniziativa, di cui si occupa una onlus, il Banco italiano zoologico - Balzoo, sul modello del banco alimentare. Nei negozi specializzati vengono organizzate raccolte di cibo per cani e gatti, che poi viene distribuito gratuitamente ogni mese a chi ne ha bisogno. Unico requisito avere un modello Isee inferiore ai 6mila euro il cibo per il loro animale. L’obiettivo è aiutare chi per problemi economici non riesce più a mantenere il suo amico a quattrozampe che rischia così l’abbandono. In un numero crescente di Comuni italiani il “bonus cane”, cioè una forma di agevolazione per chi adotta cani dai rifugi cittadini, è rappresentato dall’elargizione di una somma o da uno sgravio fiscale sul pagamento della tassa rifiuti. 

2 x 1000 schedatura politica scandalosa

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Alle prese con la compilazione dei modelli della dichiarazione dei redditi ai contribuenti vengono poste delle domande precise, cui peraltro molti non rispondono. A chi destinare 8×1000, 5×1000 e 2×1000.

Concentriamoci sul 2×1000. L’Agenzia delle Entrate fornisce l’elenco dei partiti ammessi alla destinazione volontaria dei fondi. Accanto ai soliti noti apprendo dell’esistenza (mea culpa di ignoranza, ma mi domando quanti di voi li conoscono) dei seguenti partiti politici: Movimento Associativo Italiani all’Estero, Movimento La Puglia in Più, Stella Alpina e Unione Sudamericana Emigrati Italiani. Se sono nella lista avranno le carte a posto, ma davvero mi domando che tipo di attività politica facciano. Tra gli assenti colpisce l’assenza dei 5 Stelle che evidentemente preferiscono avere dei soldi direttamente dai cittadini senza la mediazione dello Stato (nella sua emanazione dell’Agenzia). Perchè di soldi di cittadini onesti si tratta (sono percentuali sull’IRPEF).

agenzia-entrate

La riflessione comunque è un’altra (e si, confesso, è pure una provocazione): possibile che nonostante tutte le cautele per tutelare la libertà di opinione politica e soprattutto il diritto alla privacy, lo Stato sia in grado di ricostruire con un buonissimo grado di approssimazione le preferenze di un contribuente? E’ infatti molto probabile che la scelta (quando fatta) di attribuire il proprio 2×1000 coincida con quello che si deposita nell’urna elettorale.
Possibile che non si trovi un altro modo?

Radio Padania spegne le frequenze. I giornalisti leghisti assunti in Regione Lombardia

lastampa.it
michele sasso

Cambia pelle l’emittente e va sul web



Cambia pelle l’emittente della Lega Nord. Dopo vent’anni di trasmissioni Radio Padania Libera spegne le frequenze in Fm, lasciando l’etere per trasformarsi in web radio. I suoi programmi (dieci ore di diretta al giorno) continueranno solo via Internet e grazie alla frequenza digitale in Dab e tramite applicazione per smartphone e tablet. 

Negli studi di via Bellerio ha iniziato nel 1999 la sua scalata anche il segretario Matteo Salvini prima di diventarne direttore. Quattro giornalisti e tre registi è quello che rimane della macchina mediatica voluta da Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli: Tele Padania, chiusa nel 2014, contava tre giornalisti e tre tecnici mentre il quotidiano “La Padania” al momento di fermare le rotative, un anno dopo, aveva una ventina di dipendenti tra giornalisti e tipografi. 

Di questa truppa di giornalisti con il fazzoletto verde in dieci sono approdati alla Regione Lombardia grazie ad un contratto di consulenza o di collaborazione, senza insomma il concorso pubblico. Passione e fede leghista, stipendio da pubblica amministrazione. 

Il primo a passare da via Bellerio a Palazzo Lombardia è stato Roberto Fiorentini. Un passato da direttore di Tele Padania e prima ancora al quotidiano del Carroccio. Nel 2010 pochi mesi prima di diventare direttore di Lombardia Notizie, l’agenzia di informazione della Giunta regionale, è protagonista di un pasticcio brutto. Una troupe tv gira un servizio in un campo nomadi e viene presa a sassate. Fiorentini, in collegamento radiofonico commenta l’accaduto attribuendone la responsabilità a Gad Lerner, colpevole di «aver aizzato, in maniera anche violenta, alcune comunità rom contro la Lega». 

Massimiliano Ferrari è stato fondatore della tv di partito e direttore responsabile del Tg Nord. Espulso nel 2006 si è riavvicinato al movimento con l’elezione del governatore Roberto Maroni. Ed ecco arrivare la consulenza da Eupolis, la controllata per le ricerche e la statistica. E poi la scorsa estate chiamato dall’assessore al reddito di cittadinanza e inclusione sociale Francesca Brianza per la «risoluzione delle problematiche relative alla comunicazione internazionale legata al ruolo pro tempore dell’assessore alla carica di Presidente della Regio Insubrica».

Un incarico da 19.200 euro all’anno per una macro-regione che esiste solo sulla carta. Tra i nove giornalisti di Lombardia Notizie c’è anche Manuela Maffioli, a lungo portavoce di Ettore Adalberto Albertoni, ex membro del consiglio di amministrazione della Rai e membro laico del Consiglio superiore della Magistratura. Percorso inverso per l’ex redattore della Padania Fabrizio Carcano: due anni e mezzo all’agenzia di notizie regionale prima di trasferirsi a Roma e diventare portavoce del segretario della lega lombarda Paolo Grimoldi.

Un passato da giornalista di Tele Padania anche per Ilaria Tettamanti: entrata nella tv nel 2001 dove è rimasta per sette anni è ora approdata al gruppo consiliare della Lega per lo «studio ed analisi dei riflessi della fine del monopolio della comunicazione e realizzazione di documenti audiovisivi che sfruttano le potenzialità di internet». 

Paolo Guido Bassi è l’attuale presidente del municipio 4 di Milano, uno delle mini-giunte della metropoli. Passione leghista fin dal 1991, è stato con Salvini nel movimento dei giovani padani. All’indomani dell’elezione di Roberto Maroni a presidente ecco premiata la sua fedeltà con un contratto da giornalista di cinque anni a Lombardia Notizie. 

Stesso conflitto d’interesse di uomo politico con contratto da amministrazione pubblica di Igor Iezzi, un passato al quotidiano leghista prima della cassa integrazione. Vulcanico segretario milanese del Carroccio, consigliere comunale a Palazzo Marino e dall’estate 2015 piazzato nello staff dell’assessore allo sport, l’ex campione di canoa Antonio Rossi, con uno stipendio da circa duemila euro al mese.

Ecco come ha risposto alle critiche del Corriere della Sera: «Sono entrato nello staff dell’assessore Rossi e allora? Mi occuperò di comunicazione, settore per il quale mi sembra di avere un curriculum del tutto adeguato. Non c’è nessuno scandalo e nessun imbarazzo». Un “cursus honorum” tutto incentrato tra i muri di via Bellerio quello di Stefano Bolognini. Prima di fede maronita oggi salviniano di ferro, dopo una parentesi alla Provincia di Milano come assessore alla sicurezza e sfumata l’elezione al parlamentino lombardo è entrato nello staff dell’assessore regionale Simona Bordonali. 

Dal Pirellone è passato anche il il fondatore dell’associazione Lombardia-Russia Gianluca Savoini. Leghista della prima ora e appassionato di geopolitica, sale sul carro del segretario dopo essere stato scaricato da Bobo Maroni di cui è stato portavoce. Ex collaboratore della Padania, ex capoufficio stampa del parlamentino lombardo, è il regista della svolta “putinista” di Salvini che lo ha piazzato come vicepresidente nel comitato regionale per le comunicazioni.

Nella selva di 105 incarichi a tempo determinato «a supporto degli organi di indirizzo politico» del Pirellone si trovano anche leghisti duri e puri come Leo Siegel, un passato nell’Msi, ex conduttore di Radio Padania, più volte eletto per la Lega alle amministrative oltre che mister della nazionale di calcio padana. Per due anni uno stipendio da 36 mila euro per attività «di promozione attraverso il coinvolgimento di famiglie, 

Requiem per la Padania

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mattia feltri

Radio Padania chiude le trasmissioni e si trasferisce sul web. Era l’ultimo pezzetto di Padania. Avevano già chiuso il quotidiano La Padania e Tele Padania. Era durato un’estate di noia il Parlamento della Padania. Di Miss Padania non si hanno notizie da secoli, e pure della nazionale di calcio della Padania. Sono rimasti progetti psichedelici i giudici della Padania e la moneta della Padania. La Banca della Padania, poi, è finita peggio di Banca Etruria. Era tutta una spassosa paccottiglia tenuta in piedi, con ampolle di acqua mistica e riti celtici, per dare ossigeno a un’idea visionaria e profetica, che soltanto da Bologna in giù non si riusciva a capire.

La fine della Guerra fredda e della Prima repubblica imponevano nuovi assetti, politici e geografici, in cui il concetto di nazione non aveva più senso. Roma ladrona significava la cancellazione dei confini, di modo che il Nord andasse dove lo portavano i sentimenti e i commerci, verso L’Europa centrale, verso accenti più gutturali e più familiari. La Lega di Umberto Bossi detestava Gianfranco Fini e Jean-Marie Le Pen perché erano i custodi della patria, cioè di un mondo sepolto.

Matteo Salvini, che si è fatto un nome e un elettorato dai microfoni di Radio Padania, ieri era a Palermo. Ha ripetuto «Nord e Sud uniti». È alleato con la destra di Giorgia Meloni e ammira Marine Le Pen, che continuano a essere custodi della patria, ora disseppellita. Avrà ragione lui, visti i sondaggi. La Radio chiude, la Padania non c’è più, e qui è di nuovo tutto Novecento. 

Precari

lastampa.it
jena@lastampa.it

I voucher incentivano il lavoro precario, infatti Gentiloni rischia di perdere il posto.

Pensionamento anticipato per lavori faticosi

lastampa.it

Con la circolare n. 90/2017 l’INPS fornisce le prime indicazioni ed i chiarimenti, necessari a seguito delle modifiche apportate dalla legge di Bilancio 2017 al D.Lgs. n. 67/2011, sull’accesso anticipato al pensionamento per gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, con riferimento a:

– requisito oggettivo,
– beneficio,
– presentazione della domanda,
– decorrenza.

In particolare, l’Istituto precisa che dal 1° gennaio 2017 gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti per almeno sette anni negli ultimi dieci di attività lavorativa, ovvero per almeno metà della vita lavorativa complessiva, possono conseguire il trattamento pensionistico anticipato senza dover attendere l’apertura della cd. finestra mobile dal perfezionamento dei requisiti pensionistici ai quali, in via transitoria, non si applicano gli adeguamenti alla speranza di vita previsti per gli anni dal 2019 al 2025.

Fonte: www.lavoropiu.it

Il terrorista acquistò l'esplosivo con i fondi di una borsa di studio

ilgiornale.it
Erica Orsini - Dom, 28/05/2017 - 09:28

Londra «Andate fuori e divertitevi, ma rimanete vigili». È questo l'invito che la polizia inglese lancia in questo bank holiday di tensione, a cinque giorni dall'attentato di Manchester.

Ieri, quasi a voler ostacolare il ritorno alla normalità, un allarme bomba ha costretto a evacuare lo storico teatro londinese Old Vic e i locali pubblici della zona circostante nell'area di Waterloo Station. Nonostante questo, il livello di allerta ieri è nuovamente sceso a da «critical» a «severe» e sono ormai undici gli arresti effettuati dopo l'attacco all'Arena di Manchester che ha fatto 22 vittime. Le indagini sul campo non si fermano e anche ieri mattina presto la polizia di Manchester ha evacuato precauzionalmente un'intera zona della città e ha arrestato altri due uomini, di 20 e 22 anni. Dall'evolversi degli eventi è ormai abbastanza chiaro che l'attentatore di Manchester faceva parte di una rete di cui era, probabilmente, soltanto una pedina.

Secondo il Daily Telegraph Salman Abedi avrebbe beneficiato di migliaia di sterline del fondo destinato ai prestiti studenteschi universitari proprio nel periodo in cui si trovava in Libia e veniva addestrato alla realizzazione di ordigni esplosivi. Il giornale rivela che il ragazzo ha ricevuto almeno 14mila sterline tra il 2015 e il 2016 per un corso in Business Administration all'ateneo di Salford che aveva già smesso di seguire dopo pochi mesi di frequenza.

Sembra inoltre, ma il Dipartimento di Stato per il Lavoro e le Pensioni si è rifiutato di commentare la notizia, che Abedi ricevesse anche regolari benefit settimanali per un ammontare di 250 sterline. A 22 anni il terrorista non è mai riuscito ad avere un lavoro fisso, ma poteva andare e tornare regolarmente dalla Libia senza problemi e acquistare tutto il materiale che gli serviva per costruire una bomba abbastanza sofisticata nella sua casa in affitto a Manchester. Aveva inoltre denaro a sufficienza per prendere in affitto un secondo e poi un terzo appartamento nelle settimane prima di mettere in atto la strage.

Salman Abedi, come anche Khalid Massod, l'attentatore di Westminster, figuravano tra «i soggetti d'interesse» già segnalati ai servizi che però non venivano più controllati. Secondo il Times, in Gran Bretagna vivono attualmente 23mila estremisti jihadisti, un numero enorme, estremamente difficile da tenere sotto controllo anche per le strutture più preparate.

Islam, il sito che ti trasforma in musulmano: ecco a cosa si deve rinunciare

liberoquotidiano.it

Diventare musulmano? Basta un click per perdere le proprie libertà

Convertirsi all'Islam è ormai sempre più semplice, ormai lo si può fare anche attraverso un comodo sito. Un giornalista de Il Giornale ha deciso di sfruttare il sito islamreligion.com per verificare i passaggi richiesti per la conversione.  Le istruzioni sono semplici bisogna pronunciare la Shadada, una testimonianza di fede ad Allah, che recita "non esiste un vero dio che ha diritto di essere adorato tranne Allah e Muhammed che è il suo profeta" e il gioco è fatto.

Una voce registrata ripete in continuazione la frase con la corretta pronuncia così che l'aspirante musulmano non possa sbagliare. Esiste, inoltre, un centro di assistenza che promette di seguire passo per passo la persona che ha scelto di dedicare la propria vita al credo islamico. Le operatrici si offrono di spiegare le "istruzioni" per rispettare il Corano, come ad esempio smettere di bere, fumare e di fare sesso. Il giornalista, che si è offerto come cavia, ha, infatti, domandato come poter proseguire una relazione con una persona non musulmana.

L'assistente l'ha gentilmente invitato a lasciare la donna perché "l'Islam permette solo relazioni matrimoniali, quindi o interrompi la relazione o la sposi". Ma non solo, gli vengono impartite, sempre telefonicamente, alcune regole di abbigliamento: "devi indossare vestiti larghi che coprano dal ginocchio all'ombelico - dicono - la tua fidanzata, invece, dovrà indossare burkini in spiaggia e mangiare cibi halal". Non è necessario recarsi in Moschea, se non quando si comincerà il Ramadan, digiuno di 40 giorni. Per il cambio di fede è necessario solo un giuramento.

Sanità, Regioni in rosso Buco di 100 milioni per curare i clandestini

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Lodovica Bulian - Dom, 28/05/2017 - 08:04

Lo Stato rimborsa in ritardo gli ospedali che garantiscono l'assistenza. E l'arretrato cresce

M alattie infettive, problemi cardio respiratori, gravidanze, lesioni, bruciature da carburante (del barcone).

E poi le altre ferite psicologiche, invisibili ai macchinari ma che perseguitano l'anima. Un'emergenza nell'emergenza, l'assistenza sanitaria ai migranti che sbarcano sulle nostre coste. Nel 2016 ne sono arrivati 180mila, stremati e in condizioni psicofisiche precarie, altri 50mila solo da gennaio a oggi. Un esercito di bisognosi a cui devono far fronte le Regioni e le aziende sanitarie locali che si trovano in prima linea nell'accoglienza. Non c'è solo il personale impiegato nei porti di sbarco (da Messina a Taranto), per gli screening di rito e l'assistenza igienico sanitaria primaria.

C'è anche tutta la macchina delle aziende ospedaliere dei territori a muoversi sulla seconda linea, quando il soccorso base non basta ma sono necessarie cure più complesse: profilassi, ricoveri per infezioni e parti, prestazioni diagnostiche, radiografie, prelievi ematici. Interventi che richiedono una spesa cresciuta negli ultimi anni fino a diventare un macigno sulle spalle delle Regioni. Che dovrebbero essere rimborsate dallo Stato tramite le prefetture, ma a causa dell'esplosione del fenomeno migratorio e di stanziamenti sempre al di sotto dei reali fabbisogni, il conto a oggi non è ancora saldato. Anzi, secondo dati ricavati dai bilanci delle singole amministrazioni il credito nei confronti dello Stato supera cento milioni di euro.

Prefetture e Regioni sono state chiamate a inviare entro il 30 aprile al ministero della Salute, (a cui dal 2017 tocca provvedere alla gestione del debito pregresso, prima in capo al Viminale) tutti i costi sostenuti. Il Giornale ha fatto richiesta della somma comunicata, senza però ricevere risposta. Tuttavia dalle cifre ricavate dagli assessorati e dai previsionali delle Regioni più esposte all'emergenza migranti, è possibile stimare un quadro debitorio che supera appunto i cento milioni. In cui non sono calcolate le spese dell'anno in corso.

Certo è che per coprire il buco finanziario delle asl non basteranno gli 89 milioni di euro che il ministero ha previsto per il 2017 alla voce «rimborso per le spese degli enti del servizio sanitario regionale per l'assistenza e le rette di spedalità agli stranieri bisognosi». Basti pensare che solo la Lombardia, dove a oggi è distribuito il 13% dei richiedenti asilo, ha accumulato un «passivo» di 80 milioni di euro (un anno fa era di 120 milioni). Il bilancio della Campania conta 35 milioni di euro di residui passivi riferiti a «quote del finanziamento statale della spesa sanitaria per gli stranieri irregolari» e ha una previsione di spesa per il 2017 di 4,8 milioni.

In Toscana, il totale dei crediti che le asl vantano sulle prefetture è di 12 milioni, di cui 3 per il periodo da gennaio a settembre 2016. La Calabria, con il porto di Vibo Valentia che sta ricevendo 3.600 persone da gennaio, deve ancora avere i 2 milioni e 674mila euro sborsati nel 2015 dalle sue 5 aziende ospedaliere (stesso trend nel 2016). La Puglia, coinvolta con il porto di Taranto, nell'anno trascorso ha finanziato l'assistenza agli irregolari con 5,5 milioni. E poi l'approdo per eccellenza del Mediterraneo, la Sicilia.

Nei suoi porti di Augusta, Catania, Pozzallo, Palermo, Messina, sono giunte oltre 30mila persone da gennaio a oggi. Nel 2016 ha conteggiato un residuo passivo di 6 milioni di euro spesi per cure sanitarie. Ma i conti sono in rosso anche in regioni come il Veneto, che accoglie l'8% dei richiedenti asilo: tra maggio 2015 e novembre 2016 ha effettuato 19mila visite e 25mila vaccinazioni spendendo 3 milioni di euro. La Sardegna, «dogana sanitaria» come la Sicilia, ha impiegato nel 2016 185mila euro per il personale medico dedicato ai migranti, a fronte di oltre 9mila arrivi. Alle asl dell'isola le cure costano in media 43 euro al giorno a migrante, a cui vanno aggiunti 27 euro per la diagnostica specialistica (radiologia e altri esami). Tutto in conto allo Stato, che però tarda a saldare. E i migranti continuano a sbarcare.

Da Gallipoli alla Galizia Ecco le Caporetto degli altri

ilgiornale.it
Matteo Sacchi - Ven, 26/05/2017 - 11:38

A «èStoria» si discute di come la nostra grande sconfitta alla fine sia tutt'altro che un caso unico nel conflitto



Come viene definita, per antonomasia, una sconfitta catastrofica? Una Caporetto. E l'espressione ha assunto forma proverbiale anche al di fuori del frasario italiano, si usa anche in inglese.La nostra sconfitta durante la Prima guerra mondiale è diventata emblematica del collasso di un esercito. Ma davvero questa battaglia (durata dal 24 ottobre al 12 novembre 1917) è così particolare e così devastante?

Se ne parlerà sabato (ore 15, tenda Apih) a èStoria, il festival che ogni anno si svolge a Gorizia, nell'incontro Le Caporetto d'Europa in compagnia dello storico militare Marco Cimmino, che della Grande guerra è uno specialista. E la risposta è che no, Caporetto non è una battaglia così particolare. Di cedimenti e collassi del fronte hanno sofferto quasi tutti i contendenti. Giusto per fare l'esempio più evidente: la prima battaglia della Marna (5-12 settembre 1914) si spiega solo col fatto che sino a quel momento l'esercito francese era stato travolto dai tedeschi esattamente come gli italiani a Caporetto.

Spiega al Giornale Cimmino: «I francesi fecero sulla Marna quello che gli italiani fecero sul Piave, arrestarono il rullo compressore tedesco. Ma sino a quel momento erano stati spinti all'indietro con gravissime perdite, salvarono Parigi per un soffio. A confronto la minaccia austriaca dopo Caporetto era relativa. Per di più, nonostante i prigionieri e le perdite va detto che l'Esercito italiano aveva anche dopo la sconfitta un quantitativo di riserve e di mezzi di tutto rispetto. Così come nella seconda battaglia della Marna del 1918 furono i tedeschi a spingersi in avanti in un attacco fallimentare che li dissanguò in modo insensato. Duecentomila morti inutili».

Gli inglesi una sconfitta paragonabile a Caporetto andarono a cercarsela fuori casa. Con la campagna della penisola di Gallipoli (25 aprile 1915 - 9 gennaio 1916). Si trattava di una operazione volta a facilitare alla Royal Navy e alla Marine nationale il forzamento dello stretto dei Dardanelli al fine di occupare Costantinopoli, costringere l'Impero ottomano a uscire dal conflitto e ristabilire le comunicazioni con l'Impero russo attraverso il Mar Nero. Partì male quando gli attacchi navali alle fortificazioni turche si rivelarono piuttosto inefficaci. Proseguì peggio con un gigantesco sbarco di truppe (soprattutto australiane e neozelandesi).

Le truppe vennero inchiodate a ridosso della costa e fu un lunghissimo inutile massacro. Alla fine le truppe britanniche dovettero evacuare, dopo aver perso 250mila uomini e anche un certo numero di navi. «Fu una sconfitta cocentissima - spiega Cimmino - ancora adesso nella memoria di australiani e neozelandesi è profondamente radicata. In quel caso a lasciare il segno fu soprattutto la cattiva pianificazione dell'operazione. Fu un tentativo mal condotto e senza possibilità di riuscita. E non fu l'unico smacco inglese contro gli ottomani. Anche l'assedio di Kut (tra il dicembre 1915 e l'aprile 1916) in Iraq fu un vero disastro. Persero 30mila uomini e lasciarono in mano ottomana 13mila prigionieri».

Anche i nostri avversari diretti, gli austriaci subirono una serie di sconfitte, ben prima della battaglia di Vittorio Veneto, assolutamente paragonabili a Caporetto. Soprattutto in Galizia a opera dei russi. Dal 23 agosto all'11 settembre 1914 le truppe di Vienna vennero investite dal maglio dell'armata russa, all'epoca gigantesca e non ancora logorata dal conflitto o priva dei mezzi indispensabili al combattimento (dal 1909 al 1913 i russi impiegarono quasi un terzo del bilancio statale per l'ammodernamento dell'esercito). I russi attaccarono con la classica manovra a tenaglia.

Fu abbastanza chiaro sin da subito che non sarebbe stato possibile arrestare l'avanzata e che prudenza avrebbe suggerito di cedere terreno. Il generale Conrad (1852-1925) invece optò per una ostinata resistenza, nella speranza di riuscire a ottenere truppe di rinforzo e ribaltare la situazione. Risultato? Trecentomila morti e centomila prigionieri in mano ai russi. E Conrad continuò a far danno. Sua anche l'idea della fallimentare Strafexpedition contro l'Italia. Tanto che i colleghi tedeschi ogni volta che parlavano di lui si mettevano le mani nei capelli.

Così su di lui il generale Hans Von Seeckt: «Aveva intrapreso una serie di irrazionali offensive, che avevano portato alla distruzione dell'esercito regolare fin dall'inizio del conflitto, con la conseguenza che il confronto dovette essere sostentato dal potenziale umano della riserva - quindi male addestrato». Ma se Caporetto non è stata una sconfitta peggiore di altre, come mai in Italia e non solo si è trasformata in un'onta nazionale?

Così Cimmino: «Sin dall'epoca la pubblicistica e i giornali si scatenarono. Ed è un vizio un po' italiano quello di enfatizzare la nostra ora più nera per poi invocare lo stellone nazionale e la grande riscossa quasi miracolosa. So di banalizzare... ma, guardi, facciamo la stessa cosa con la Nazionale. Solo che poi a volte mal ce ne incoglie. È il caso di Caporetto, che è molto più ricordata delle molte vittorie italiane. E ci costò caro anche alla Conferenza di pace di Parigi del 1919.

Alle istanze italiane venivano sempre contrapposte le nostre richieste di aiuto e il dramma Caporetto. Ovviamente era strumentale, ma ci costò caro. Mentre è un fatto che da Caporetto ci siamo ripresi da soli, non certo per gli aiuti inglesi, francesi e americani. O meglio gli austriaci sfondando il fronte e arrivando al Piave si sono poi trovati ad avere delle linee di rifornimento insostenibili. Insomma guardandola bene per loro Caporetto non è nemmeno detto sia una vera vittoria».

Il braccialetto anti-stalking non va: dal 2013 è stato utilizzato una volta

ilgiornale.it

di Giusi Fasano

Può essere applicato solo se la vittima delle molestie è d’accordo e non è risolutivoIl Viminale ne ha 2.000, ma solo 20 adatti a questo tipo di reati. E usati in altri contesti



In teoria potrebbero essere la salvezza di molte donne. Nella pratica sono strumenti che la Giustizia ha previsto ma che poi ha lasciato in un cassetto. Inspiegabilmente inutilizzati. Parliamo dei dispositivi conosciuti come braccialetti elettronici antistalking. Una definizione sbagliata, se si riferisce a uno stalker monitorato nei suoi spostamenti dalle forze dell’ordine. Perché in realtà il braccialetto (che poi è una cavigliera) può essere applicato a una persona in libertà soltanto se il giudice lo allontana dalla casa familiare e solo se l’allontanamento è la conseguenza di reati aggravati o per i quali si procede d’ufficio (per esempio minacce o lesioni).

Per il più grave stalking, invece, non è previsto il braccialetto da applicare in stato di libertà, anche perché il reato prevede la misura del carcere, che lo renderebbe ovviamente inutile, oppure quella dei domiciliari e in quel caso l’ipotetico braccialetto (che può essere sì applicato) serve a controllare che l’accusato non evada, non a seguirne i movimenti. Fatta questa distinzione, però, va anche detto che gli stalker spesso perseguitano le loro vittime proprio attraverso lesioni e minacce, quindi due dei reati minori per i quali — se contestati — è possibile utilizzare i braccialetti. L’intento della norma (come spiega la deputata pd che ne è stata promotrice, Alessia Morani) è «proteggere la donna quando i reati non sono ancora così gravi da prevedere l’arresto» e farlo «con un strumento che possa allertare anche lei».
La cabina di regia
A questo punto la domanda è: quante volte è stata applicata quella norma? Risposta: una. Un solo caso a partire dal 2013. Risale ad allora l’emendamento al decreto «in materia di sicurezza e contrasto alla violenza di genere» che ha previsto, appunto, l’utilizzo del braccialetto per chi fosse sottoposto ad allontanamento da casa e per i reati che dicevamo. Il motivo di un insuccesso così palese è sconosciuto. Se lo sono chiesti anche i partecipanti alla cabina di regia del Dipartimento delle pari Opportunità che si sta interessando all’argomento. Forse il fallimento è da cercare nel fatto che per un giudice conta prendersi la responsabilità di una decisione fino in fondo.

E allora: se decide che un uomo va allontanato da casa ma non è così pericoloso da mettere a rischio la famiglia o la donna non ha motivo di applicare anche una misura di controllo come il braccialetto. Se invece lo ritiene pericoloso allora dispone misure più restrittive del monitoraggio a distanza (che tra l’altro ha bisogno del consenso dell’interessato). Il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore dice di aver riflettuto sull’argomento con amici magistrati per i quali «il braccialetto diventa in questo caso un provvedimento a metà strada. Come dire a quella persona: mi fido ma fino a un certo punto».
Efficacia discutibile
Ora. Che sia questa o no la ragione del non utilizzo della norma non è chiaro. Né hanno mai espresso posizioni ufficiali i centri antiviolenza, non essendoci dati sull’efficacia del provvedimento. Quel che invece è noto è che dei 2000 braccialetti elettronici al momento in uso nel nostro Paese, ce ne sono 200 cosiddetti «outdoor», che sono in grado di sorvegliare i movimenti del soggetto anche fuori dalla sua abitazione. E di quei 200 solo il 10% — quindi 20 — hanno la possibilità di connettersi anche alla potenziale vittima. Cioè sono composti di tre pezzi: la cavigliera e due device simili a telefonini, uno per l’accusato e un secondo per la donna.

Funziona così: il giudice stabilisce la distanza oltre la quale lui non può avvicinarsi e, se vìola il divieto, si attiva l’allarme sia per la centralina delle forze dell’ordine sia per lei attraverso il suo device. Ma dopo quasi quattro anni nessuno può dire se il sistema è efficace oppure no, semplicemente perché i venti apparecchi che erano parte della fornitura arrivata al ministero dell’Interno, alla fine sono stati utilizzati per il controllo di detenuti che non avevano niente a che fare con l’allontanamento da casa e la violenza di genere.
Il decreto svuota-carceri
Per quei detenuti l’accelerata verso il controllo a distanza è arrivata nel 2013 con il decreto svuotacarceri. Dopo dieci anni di utilizzo scarsissimo (soltanto 14 pezzi nel decennio 2001-2011 per un costo di oltre dieci milioni l’anno), dal 2013 in poi la scorta dei braccialetti è andata via via diminuendo fino ad esaurirsi e oggi la Telecom — che ha stipulato fino al 2018 la convenzione per i 2000 braccialetti italiani — conta 100 detenuti «in coda» in attesa del dispositivo, mentre si stima che l’apparecchio potrebbe essere indossato da oltre 700 detenuti controllabili a distanza ai domiciliari invece che da tenere in carcere.
Il bando del ministero
Di fronte alla richiesta crescente di braccialetti il ministero dell’Interno ha indetto un bando per una nuova gara d’appalto (europea) che prevede stavolta il noleggio, la manutenzione e la gestione operativa tecnologica h 24 di 12 mila braccialetti elettronici. Importo della spesa: quasi 45 milioni di euro. Il servizio è previsto per 31 mesi, la presentazione delle offerte è scaduta (si sarebbero presentate tre aziende fra le quali c’è di nuovo la Telecom) ma la procedura non è ancora chiusa e l’aggiudicazione dovrebbe avvenire entro fine giugno. Da duemila a dodicimila il salto è notevole.

Ma siamo sempre a metà della cifra rispetto alla Gran Bretagna che mette in campo 25 mila braccialetti elettronici (ovviamente non solo per reati legati alla violenza di genere). «Qui da noi c’è ancora un problema di conoscenza dell’argomento», lamenta il giudice delle indagini preliminari di Roma Stefano Aprile, autore di un dossier sull’utilizzo dei dispositivi elettronici per il controllo remoto e convinto sostenitore della loro utilità: «Strumento duttile ed efficiente», scrive. Che può diventare «estremo baluardo» a difesa della vittima.

È morta a 110 anni Suor Candida Bellotti, la religiosa più anziana al mondo

lastampa.it


suor Candida Bellotti        -ANSA-

È morta ieri a Lucca, nella sede delle Ministre degli Infermi, suor Candida Bellotti, la religiosa di origini venete più anziana al mondo. «Ha lasciato questa terra con la serenità che l’ha sempre contraddistinta nei suoi 110 anni di vita», comunicano le consorelle. «Il 20 febbraio scorso -si legge in una nota dei Camilliani - aveva festeggiato l’ultimo compleanno circondata dal vescovo di Lucca Italo Castellani, dalla superiora provinciale suor Giuliana Fracasso e dalle consorelle. Per lei anche una speciale benedizione di Papa Francesco, che le aveva rivolto “vive felicitazioni e fervidi auguri”». 



Di origini venete (è nata il 20 febbraio 1907 a Quinzano, in provincia di Verona, da una famiglia di contadini), suor Candida, al secolo Alma Bellotti, apparteneva alla congregazione delle Ministre degli infermi di San Camillo de Lellis, che operano negli ospedali, nelle case di riposo e nei luoghi di cura, promuovendo la pastorale della salute e l’educazione sanitaria di base. Dagli anni ’30 aveva prestato la sua opera come infermiera professionale in diverse città italiane, dedicandosi anche alla formazione delle giovani consorelle. Nel 2000, all’età di 93 anni, era stata trasferita nella casa madre di Lucca per un meritato riposo.

Dieci i pontefici che si sono succeduti durante la vita di suor Candida, fino a papa Francesco, che ha avuto il privilegio di incontrare tre anni fa a Roma, in occasione del suo 107esimo compleanno. Il segreto di tanta longevità? «Ascoltare la voce di Cristo ed essere docili alla sua volontà. In tutta la mia vita ho sempre pensato: dove il Signore mi mette, quello è il posto giusto per me», aveva affermato con disarmante semplicità la Religiosa veneta, esempio luminoso di vocazione vissuta con coerenza. 

Il funerale verrà celebrato martedì 30 maggio alle 17 nella chiesa della Santissima Trinità di Lucca.

«Dove eravamo rimasti?»: 40 anni fa nasceva Portobello

corriere.it
di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

La trasmissione rimanda al suo inventore, il giornalista e conduttore Enzo Tortora, ingiustamente accusato di gravi reati, arrestato, incarcerato e poi, tardivamente, riabilitato. Successi, passione e sofferto riscatto di un uomo rivisti attraverso le pagine dell’Archivio del Corriere



Il 27 maggio del 1977 iniziava la fortunata trasmissione Portobello entrata nella storia della tv, insieme alla terribile vicenda umana del suo conduttore Enzo Tortora, che pochi anni dopo — era il giugno 1983 — veniva arrestato perché sospettato di far parte di un’organizzazione a delinquere legata alla Camorra, dedita allo spaccio di droga. Tortora era innocente, ma lo avevano incastrato le presunte rivelazioni di criminali camorristi. In seguito risultò totalmente estraneo alle accuse, ma i 7 mesi trascorsi in carcere e i 4 anni trascorsi prima che la sua innocenza venisse dimostrata e lui fosse definitivamente assolto, lo avevano segnato.

Il giornalista e conduttore radiofonico sarebbe morto il 18 maggio 1988, ucciso da un tumore. Un anno prima, tornando in televisione dopo l’ingiusta detenzione (il 20 febbraio 1987) aveva detto: «Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo.

L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta». Il Corriere della Sera ripercorre oggi gli anni dei successi e quelli del dolore di Enzo Tortora attraverso gli articoli del suo archivio (nella foto Olycom, Enzo Tortora dà il via alla trasmissione Portobello, accompagnato dalle centraliniste, tra cui si riconoscono Renée Longarini e Paola Ferrari)


Una ventata d’aria fresca in tv
Ancora oggi sono in molti a pensare che Portobello sia stata una delle trasmissioni più all’avanguardia della tv italiana, un format pionieristico da cui hanno preso ispirazione tanti programmi successivi, persino contemporanei, e ai maligni che ne giustificano il successo e la rivalutazione con la terribile vicenda giudiziaria capitata al suo conduttore Enzo Tortora, basterebbe replicare con i dati record di pubblico, arrivati a picchi di 28 milioni di telespettatori. Non a caso uno dei grandi maestri del piccolo schermo come Maurizio Costanzo ha riconosciuto che in Portobello c’era un concentrato raro di idee televisive.

Merito di un professionista capace e arguto come Enzo Tortora, che riusciva a fondere nel programma contenuti alti e popolari, coinvolgendo direttamente - per primo - il pubblico da casa e portando in studio le vicende dell’italiano qualunque come di ospiti illustri. Un’esemplare trasmissione d’intrattenimento, insomma, oltreché una miniera di innovazioni televisive, a cui si rifanno ancora oggi certi quiz come la cosiddetta tv verità, e in generale tanti dei programmi che hanno per protagonista la gente comune.

E qui, forse, sta il vero segreto del successo che per anni ha accompagnato la storica trasmissione Rai, ovvero l’idea di partire dal pubblico, da quel caleidoscopio umano che sta davanti al teleschermo per creare un appuntamento che raccontasse l’Italia, magari con un pizzico di buonismo, giustificato dai tempi bui di allora e dalla voglia di distrazione e leggerezza, come notava Luca Goldoni dalle pagine di Corriere nel 1977: «Trasmissioni come Portobello ci mostrano, in fondo, quella che è ormai definita l’altra Italia.

L’altra Italia siamo un po’ tutti noi che - nonostante le P38, i sequestri, i piani eversivi, le rapine, le evasioni, i conflitti a fuoco, gli attentati alle istituzioni o alle arterie femorali dei giornalisti - riusciamo nella sfera privata a vivere quasi normalmente dannandoci o rilassandoci con le cose di sempre». (nella foto Lapresse, Enzo Tortora con Gigi Marsico e Mario Pogliotti alle prese con i primi esperimenti televisivi nel 1953)

Il boom di Portobello
Da un’idea di Enzo Tortora, di sua sorella Anna e del pubblicitario Angelo Citterio, nasce il mercatino tv dove si offrono e comprano strane invenzioni e rarità da collezionisti, mentre vanno in scena le storie curiose, commoventi e autentiche dell’uomo comune. A far da cornice a questo teatro popolare, il famoso pappagallo verde, una sigla da canticchiare, uno studio naïf e un centralino telefonico in cui esordiscono future stelle come Paola Ferrari, Susanna Messaggio, Federica Panicucci e soprattutto la «soave» Renée Longarini. Al centro le vicende degli italiani di allora, allegre, curiose, commoventi, trattate dall’abile conduttore Enzo Tortora sempre con garbo, rispetto e umanità.

«Il venerdì sera, i collezionisti italiani minori escono allo scoperto. Merito di Portobello, il mercatino televisivo di Enzo Tortora, che presenta, ogni volta, un gruppo omogeneo di ricercatori, più, e non sempre, qualche isolato, la cui passione appare inspiegabile ai milioni di telespettatori. Capostipite di questi «fuori linea», nella prima trasmissione, il farmacista piemontese che raccoglie clisteri del Sei e Settecento (e, tramite le offerte in cabina, ne trovò altri due, uno con supporto reggicandela). (nella foto Olycom, il presentatore durante una puntata di Portobello del 1982)

Tortora, la star «difficile»
Entrato in Rai grazie a un concorso del 1951, Enzo Tortora ha segnato gli albori della neonata televisione italiana con programmi come Primo applauso, Telematch e soprattutto con Campanile Sera, in veste di inviato del conduttore Mike Bongiorno nella provincia italiana. Di lui piace il fare moderato, la buona dose di cultura e l’approccio alla gente, anche se le indiscutibili capacità non impediranno alla Rai di allontanarlo per ben due volte dagli schermi: nel 1966, per aver ospitato un’imitazione irriverente - per allora - di Amintore Fanfani fatta da Alighiero Noschese, e tre anni dopo per aver rilasciato una velenosa - e coraggiosa - intervista al settimanale Oggi, in cui criticava la tv nazionale e il suo monopolio.

Eventi che non intaccano il rapporto col pubblico, affezionato al suo modo originale di fare tv - sua la modernizzazione de La Domenica sportiva - e che non minano la sua passione per il piccolo schermo, tanto da fargli fondare lontano da mamma Rai le due emittenti private Telealtomilanese e Antenna 3. «Il 30 ottobre 1969 un quotidiano del pomeriggio così concludeva l’articolo di prima pagina sul licenziamento in tronco di Enzo Tortora dalla Domenica sportiva e dal Radio Quiz Il gambero: “È certo comunque che la carriera radiotelevisiva di Enzo Tortora è, per il momento, finita”». (nella foto Olycom Tortora con la prima moglie Miranda Fantacci e la figlia Silvia a Forte dei Marmi nel 1969)


  Richiamato a viale Mazzini nel 1977, Tortora si riscatta proponendo il format ideato con la sorella Anna e il pubblicitario Angelo Citterio. L’idea è quella di creare una trasmissione di intrattenimento che coinvolga un largo pubblico attraverso un divertente mercatino - da cui il nome ispirato a quello londinese di Portobello Road - di invenzioni, stranezze e rarità per collezionisti. I protagonisti in studio offrono e acquistano gli oggetti più vari attraverso un centralino telefonico guidato dalla bella Renée Longarini. C’è poi un appuntamento fisso con la creatività italiana e a ogni puntata vengono proposte stravaganti invenzioni - tra le più famose la proposta di spianare il Turchino per eliminare la nebbia in Val Padana - e ci sono rubriche «di servizio», come quella che cerca persone scomparse, o quella che aiuta a trovare l’anima gemella.

A presidiare il tutto il mitico pappagallo Portobello, al centro di una sfida a premi che vedrà vincitrice nel 1982 l’attrice Paola Borboni. L’enorme gradimento del programma stupirà lo stesso Enzo Tortora: «Il successo ottenuto da Portobello, lo dico sinceramente, è una sorpresa anche per me. Certo, due anni fa, quando abbiamo cominciato a lavorare per metterlo in cantiere ci siamo impegnati con tutte le forze. Ce l’abbiamo messa tutta per fare una trasmissione che potesse avere un arco di interesse il più ampio possibile, ma nessuno di noi si sarebbe aspettato che saremmo riusciti addirittura a mobilitare 28 milioni di spettatori. Un primato incredibile».

17 giugno del 1983: l’arresto che sconvolge l’Italia
Enzo Tortora è pronto a firmare il contratto per la nuova edizione del programma, quando i Carabinieri si presentano all’Hotel Plaza di Roma dove alloggia per arrestarlo con l’accusa di traffico di stupefacenti e collusione con la camorra, nel corso di un’operazione che prevede più di 850 ordini di cattura. È solo l’inizio di un vortice giudiziario e soprattutto umano che lo segnerà per sempre, partito dal ritrovamento di un’agenda nella casa di un camorrista, dove è scritto un numero di telefono e il nome «Tortora», che successive perizie calligrafiche riveleranno essere «Tortona». Al debole indizio si aggiungeranno in seguito ben 19 testimonianze, per la maggior parte di pentiti, che tirano in ballo il nome del conduttore collegandolo alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Ci vorranno anni per demolire tutte le accuse, provando che i pentiti hanno mentito soprattutto per riduzioni di pena, ma nulla cancellerà la gogna mediatica che ha accompagnato la vicenda investigativa e processuale, dividendo l’opinione pubblica tra innocentisti - pochi - e colpevolisti. «L’arresto di Tortora conferma quello che chiare indicazioni davano già per sicuro, e cioè che Tortora è un personaggio dalle mille contraddizioni. Ligure, spendaccione, se non proprio generoso, giornalista e quindi osservatore, ma al tempo stesso attore e portato all’esibizione, umorale e tuttavia al servizio del più rigoroso raziocinio, colto (come ama anche ostentare in tv) eppure votato alle opere di facile popolarità, incline a un’affettazione non lontana dall’effeminatezza ma notoriamente amato dalle donne e propenso ad amare le più belle (due mogli e falangi di amiche). Moralista, infine, e ora colpito da un’accusa che fa di colpo traballare ogni sua credibilità morale». (nella foto LaPresse/Archivio Cioni Spinelli Tortora arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico, il 17 giugno del 1983)

Un calvario durato quattro anni
A più di un anno dall’arresto, il partito Radicale ottiene di far eleggere Tortora come Eurodeputato al Parlamento di Strasburgo facendolo tornare in libertà, almeno fino al settembre del 1985, quando la condanna a 10 anni di carcere convince il conduttore televisivo a rinunciare all’immunità e tornare agli arresti domiciliari. Soltanto dopo quattro anni di intensa e dolorosa lotta per dimostrare la propria innocenza, il 17 giugno del 1987, arriverà la sentenza che lo scagiona con formula piena: «Io sono un giornalista professionista e non ho mai fatto nessun altro mestiere.

In questo mosaico di vergogne non coincidono le tessere, le contraddizioni si colgono a manciate. Io uomo di mondo, uomo di casinò? Ma se non so nemmeno giocare a carte» - e prosegue - «Sono di origine napoletana, mio padre aveva 18 anni quando andò via da Napoli. Per ragioni economiche, purtroppo. Ed io contro la camorra, contro le associazioni, segrete o palesi, mi sono sempre battuto. Questi signori che vorrebbero infangarmi non li ho mai visti. Sono indignato e amareggiato e li voglio vedere davanti a me, i pazzi e i furbi». (nella foto Olycom, Tortora esce dal carcere per scontare la pena agli arresti domiciliari, 1984)

«La gente orfana di Portobello»
«Conosco tutte le critiche che sono state rivolte a Portobello e al suo ideatore. Aggiungo che, in gran parte, le condivido. L’ostentazione del perbenismo corre sempre sul filo di lama dell’ipocrisia. Né penso che Tortora credesse fino in fondo nel suo malinconico Barnum del venerdì sera. Ma è altrettanto vero che una certa Italia era affascinata. C’era, in questo fascino, una confusa volontà di sereno e di quiete, una rivalsa di nonne e vecchie zie che per un’ora vedevano splendere sotto i riflettori la polvere del loro minimo mondo, il gusto inconscio del feuilleton, la magia dell’oggetto dimenticato intorno al quale si mette in moto la fugace macchina della notorietà» (nella foto Olycom, il commosso ritorno in trasmissione)
«Dove eravamo rimasti?»
Indimenticabile, e non solo per i suoi estimatori, il ritorno sullo schermo del 20 febbraio 1987, quando un emozionato Enzo Tortora si rivolge al pubblico di Portobello pronunciando la famosa frase «Dove eravamo rimasti?», e prosegue con gran compostezza: «Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. Io sono qui per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta».


La morte prima della totale riabilitazione
Un ritorno brevissimo, interrotto per sempre un anno dopo dalla morte per cancro, prima di poter vedere la propria figura interamente riabilitata: «Anche Tortora non è sfuggito alla regola: per essere riabilitato davvero ed avere in restituzione la patente di uomo onesto ha dovuto morire. Non c’è niente da fare: o diavoli o martiri. Peccato che ieri egli non abbia potuto vedere quanta gente c’era la suo funerale,se ne sarebbe andato più convinto che la storia che lo ha ucciso è stata istruttiva. Una folla che valeva più di un’assoluzione, e che ha certificato l’alto indice di partecipazione a un dramma che fino all’ultimo qualcuno ha tentato di svilire e di ridurre a commedia. C’è solo da chiedersi: dov’erano queste persone quando il presentatore fu scarcerato a Bergamo, ma su di lui incombevano ancora i sospetti maligni montati ad arte dai cosiddetti pentiti, e accolti dai giudici napoletani come verità rivelate?». (nella foto Olycom Tortora durante il processo nel 1985)