giovedì 25 maggio 2017

Gli hacker sfruttano i sottotitoli di serie TV e film per prendere il controllo del PC

lastampa.it
luca scarcella

Ricercatori israeliani hanno portato alla luce un nuovo attacco informatico: diverse le piattaforme di media player sensibili, tra cui VLC, Kodi, Popcorn Time e Stremio



Il team di ricerca di Check Point Software Technologies, società israeliana specializzata in cyber sicurezza, ha scoperto una nuova tipologia di attacco informatico che sta minacciando gli utenti dei più comuni media player, tra cui VLC, Kodi (XBMC), Popcorn Time e Stremio. Gli appassionati di serie TV e film in streaming rischiano di avere il proprio PC hackerato: come? Attraverso i file contenenti i sottotitoli.



Le modalità sono banali, eppure il meccanismo di attacco pare ben organizzato ed efficace: gli hacker confezionano sottotitoli malevoli, li caricano online e manipolano il ranking nei siti specializzati, rendendoli agli occhi degli utenti tra i preferiti e più attendibili della community. Gli utenti scaricandoli permettono agli hacker di ottenere potenzialmente il completo controllo del dispositivo con la piattaforma vulnerabile in esecuzione. Visto l’allarmismo delle ultime ore, i quattro media player sopra citati hanno rilasciato nuove versioni dei software per correre ai ripari. Per non essere infettati, occorre quindi aggiornarli, così da riconoscere in automatico la prima ondata del virus.

«La catena di distribuzione dei sottotitoli è complessa: ci sono 25 diversi format, tutti con caratteristiche e capacità uniche. Questo ecosistema frammentato, insieme alla limitata sicurezza, implica che vi siano molteplici vulnerabilità che possono essere sfruttate, rendendoli un target attrattivo per gli hacker - racconta Omri Herscovici, ricercatore di Check Point -. Abbiamo ora scoperto che i sottotitoli malevoli possono essere creati e distribuiti automaticamente a milioni di dispositivi, oltrepassando i software di sicurezza e dando a chi attacca il pieno controllo del dispositivo infetto e dei dati che contiene».

«Questo vettore d’attacco richiama quello utilizzato in occasione di ImageTragick (vulnerabilità critica nella funzionalità di conversione di immagini mediante librerie esterne di ImageMagick), attraverso il quale un attaccante esegue codice arbitrario tramite comandi inseriti in un’immagine appositamente predisposta e caricata su un determinato server da remoto - ricorda Gianluca Varisco, esperto di cyber sicurezza del Team per la Trasformazione Digitale - In questo caso abbiamo da un lato una numerosa comunità online che raduna gli appassionati di sottotitoli, e dall’altro una vulnerabilità che affligge alcuni tra i player multimediali più utilizzati, mettendo potenzialmente a rischio milioni di utenti. L’unico consiglio è quello di applicare il prima possibile gli aggiornamenti di sicurezza resi disponibili».

Scoppia la pace tra Apple e Nokia: da avversari a partner

lastampa.it
bruno ruffilli

Chiusa con un accordo la controversia legale sui brevetti: oggi le due aziende annunciano un accordo di collaborazione e i finlandesi volano in Borsa.

Litigano, poi fanno pace, litigano ancora, e alla fine diventano partner. Dopo un primo accordo di qualche anno fa sui brevetti, oggi Nokia e Apple annunciano la risoluzione amichevole di un’altra disputa, sempre in tema di proprietà intellettuale, e chiudono un contenzioso che risale allo scorso dicembre, quando l’azienda finlandese aveva denunciato la violazione di 32 brevetti, stipulando una licenza pluriennale. Nel quadro di un accordo di collaborazione, la multinazionale europea fornirà ora prodotti e servizi legati all’infrastruttura di rete a Cupertino, che continuerà a distribuire attraverso propri negozi (fisici e online) i prodotti di salute digitale di Nokia, presenti in precedenza sotto il marchio Withings, recentemente acquisito dalla casa di Espoo.

I dirigenti delle due aziende inizieranno inoltre a incontrarsi con regolarità, per fare il punto sull’efficacia della collaborazione. «Questo significativo accordo», ha spiegato Maria Varsellona, capo dell’ufficio legale di Nokia, «sposta la nostra relazione con Apple dall’essere avversari in tribunale all’essere partner d’affari che lavorano per il bene dei nostri clienti». A farle eco dall’altra parte dell’Atlantico è Jeff Williams, chief operating officer di Apple: «Siamo contenti per la risoluzione della disputa e non vediamo l’ora di allargare le nostre relazioni di business con Nokia».

Al momento i dettagli relativi all’accordo restano confidenziali, ma un comunicato congiunto segnala che l’azienda finlandese riceverà un anticipo in contanti da parte di Apple, con ricavi aggiuntivi che verranno incassati nell’arco dell’accordo stesso. Già nel 2011 le due società erano arrivate a un’intesa, dopo una battaglia legale sui temi della proprietà intellettuale iniziata nel 2009.

Lo scorso anno Nokia aveva portato in tribunale Apple, accusandola di aver violato decine di brevetti relativi a componenti hardware e software. In risposta, la società californiana l’aveva accusata di aver evitato di inserire alcuni brevetti negli accordi siglati tra le due società, così da obbligare Apple a pagare eventuali diritti per il loro utilizzo.

L’azienda finlandese possiede uno dei più nutriti portafogli brevetti del settore della telefonia mobile. »Siamo felici - commenta il ceo di Nokia, Stephen Elop - che Apple si sia unita al crescente numero delle aziende licenziatarie dei brevetti Nokia. Questo accordo dimostra che Nokia possiede un portafoglio brevetti di primo piano». Nel comunicato congiunto si legge che le due aziende hanno «regolato tutti i loro contenziosi legati alla proprietà intellettuale e hanno firmato un accordo di più anni»: la Borsa sembra apprezzare la pace e spinge il titolo di Nokia, che oggi guadagna il 6,52% e viene scambiato a 5,88 euro.

Vespa: niente tetto al mio compenso. In Rai scoppia il caso “Porta a porta”

lastampa.it
amedeo la mattina

I grillini: chiudere il programma. Nuovo Dg, ora spunta Cappon


Giornalista o artista? Bruno Vespa in Rai ha un contratto artistico, ma rischia di dover sottostare al tetto imposto ai giornalisti esterni

Chiudete Porta a porta, gridano i 5 Stelle. Tutto nasce da una presa di posizione di Bruno Vespa che non vuole finire sotto la mannaia del tetto degli stipendi (240 mila euro annui) che vale per i dipendenti Rai. Lui non è dipendente, ha un contratto artistico ma essendo un giornalista potrebbe subire la regola che vale per i giornalisti anche esterni all’azienda.

E allora il conduttore di Porta a Porta ha scritto alla presidente Maggioni e al Cda di viale Mazzini per esprimere la sua indignazione, rivendicando un trattamento economico da uomo di spettacolo. Difficile, sostiene, distinguere tra programmi di informazione e quelli di intrattenimento. E chiama in ballo il conduttore (collega?) di Che tempo che fa. «Tra un Fabio Fazio che si occupa di Falcone e un Bruno Vespa che fa un programma su Ballando con le stelle, chi è l’artista e chi il giornalista?». 

Bene, dicono i parlamentari 5 Stelle Alberto Airola e Dalila Nesci, finalmente Vespa ammette di essere un artista e che il suo programma è di intrattenimento. «Adesso sarebbe opportuno che l’azienda ne prendesse atto e smettesse di considerare “Porta a Porta” come un programma di informazione. Vespa rinnega definitivamente velleità giornalistiche, che in effetti mal celava. Chiediamo alla Rai di valutare la chiusura del programma».

E così è scoppiato un caso politico sulla natura di Porta a Porta, la trasmissione che è sempre stato considerata la “Terza Camera”, il salotto moderato della politica dove si è accomodato anche Beppe Grllo. A difendere Vespa e la sua trasmissione sono stati in tanti. Maurizio Lupi dice che i grillini non sanno cosa sia la libertà di stampa. Michele Anzaldi, portavoce di Renzi, parla di «editto grillino» e chiede l’intervento del presidente della Vigilanza Roberto Fico, che è il compagno di partito di Airola e Nesci (i parlamentari che hanno chiesto la chiusura di Porta a Porta). 

Una tempesta in un bicchiere d’acqua che vede al centro del vortice sempre la Rai che presto non avrà più un direttore generale. Antonio Campo Dall’Orto si è reso conto che non può più resistere: ha deciso di dimettersi e di comunicare la sua decisione all’azionista della Rai ovvero il ministro dell’Economia Padoan. Lo farà quando il responsabile di via XX settembre tornerà dal G7 di Taormina. Quindi la prossima settimana. Il piano dell’informazione elaborato da Campo Dall’Orto finirà nel cestino.

Era già stato bocciato dal Cda Rai anche nella parte che riguardava la testata web da affidare a Milena Gabanelli. Un progetto che sta a cuore ai 5 Stelle ma il consigliere di riferimento in Cda, Carlo Freccero, si era astenuto sull’intero piano. Freccero smentisce di essere stato criticato da Di Maio e Fico. «Se fosse vero - dice - mi farebbe onore: significherebbe che sono indipendente. Ma questa medaglia non posso averla perchè i 5 Stelle non mi chiamano mai».
Ora si cerca il nuovo direttore generale. Il nome che gira è quello di Claudio Cappon, che ha ricoperto questo incarico dal 2001 al 2002. 

Caro Vecchioni, fieri di essere degli imbecilli

ilgiornale.it
Massimiliano Parente - Mer, 24/05/2017 - 08:56

Il cantautore insulta chi non sfila con gli immigrati. E tace sugli estremisti



Oh, ma quanto saranno carini e lucidati ogni giorno i pulpiti delle anime belle della militanza buonista? Accendi la televisione e c'è una predica da Fabio Fazio di Veltroni, cambi canale e senti Vecchioni offendere chiunque non abbia partecipato alla marcia a favore dei migranti, il corteo contro la Schiavitù.

La sintesi è questa: solo gli imbecilli possono essere contrari, e ne consegue che l'Italia è formata da imbecilli in quanto chiunque non abbia partecipato lo è. Sfortuna vuole che il guru Vecchioni non faccia in tempo a dare degli imbecilli a tutti e l'indomani un altro islamico si fa saltare in aria uccidendo decine di persone.

Che c'entrano le due cose? Butto lì qualche ragionamento sicuramente imbecille: anzitutto mi piacerebbe vedere una fluviale marcia di musulmani (diciamo qualche milione) che protestano contro l'integralismo islamico, o almeno capire perché non ne organizzano una, magari sono degli imbecilli, dovrei chiederlo a Vecchioni. Ammenoché non sia imbecille io ad aspettarmi una bella protesta musulmana, ma allora, considerandone l'assenza, significa che i musulmani stanno zitti zitti nei confronti dell'Isis?

Che sono complici? Collaborazionisti? Magari addirittura imbecilli? No, perché è imbecille dirlo: bisogna distinguere, dialogare, comprendere, spaccare il capello in quattro. In ogni caso mai dare dell'imbecille a un islamico. Anche quando ci mettono le bombe sotto al culo contare fino a dieci, precisare che quello non è l'Islam, che bisogna accogliere tutti fino a scoppiare, perché sono buoni, perché siamo tutti buoni.

Insomma, Vecchioni è uno tra i pochi illuminati, non è imbecille per niente. Magari è pure vero, se continuiamo a considerarlo un maître à penser. Che forse dovrebbe chiedersi se gli altri, questi imbecilli che non ci sono, non abbiano le loro ragioni, anche perché non sono benestanti come lui e in fondo l'immigrazione selvaggia è una guerra tra poveri. Poveri, e pure imbecilli.

Alla fine ha ragione Salvini quando accusa Vecchioni di essere solo un riccone, perché a sentirli parlare, il milionario Fazio, il milionario Veltroni, il milionario Saviano, sembrano tutti poverissimi e sensibilissimi e pronti ad affrontare qualsiasi pericolo pur di cambiare il mondo mentre l'unica cosa a cambiare per adesso è la loro dichiarazione dei redditi. Quindi, forse, sono i più cinici: sanno che i buoni sentimenti rendono bene.

I poverelli d’Assisi

lastampa.it
mattia feltri

Siccome in natura e quindi anche in politica nulla si crea e nulla si distrugge, non c’è niente di strano né di nuovo nell’ispirazione che Beppe Grillo conta di trarre da San Francesco d’Assisi. E gli sembrerà straordinariamente rivoluzionario, come tutto ciò che gli passa per la testa, senza verificare che non sia già passato per la testa di altri.

E che teste. Silvio Berlusconi diceva che «il ruolo dell’Italia si colloca nell’eredità religiosa di San Francesco»;

Gianfranco Fini trovava molto francescana la guerra all’Iraq perché «San Francesco non condannò l’uso delle armi per legittima difesa»;

Sandro Bondi si sentiva affratellato a Fausto Bertinotti «nel nome di San Francesco»;

Piero Fassino affrontava il dovere quotidiano «col conforto del ricordo di San Francesco»;

Pierferdinando Casini contava di rifarsi alla fede di San Francesco «nella ricerca del bene comune»;

Massimo D’Alema lo citò ad Assisi come impegno personale (un po’ disatteso), «non dobbiamo crederci il centro del mondo»;

Umberto Bossi scrisse sulla Padania che la vita di San Francesco ormai guidava più la Lega che il Vaticano;

Mario Monti riteneva San Francesco modernissimo, «e deve diventare l’esempio del mondo di oggi»;

Giorgio Napolitano intendeva «riaffermare i valori di San Francesco nel mondo». In fondo per un politico indicare San Francesco per modello è come per un giornalista indicare Indro Montanelli e per un magistrato Giovanni Falcone: un bel modo di cavarsela quando non si sa più a che santo votarsi. 

Twitter si scusi per l'Isis, non per Trump

ilgiornale.it
Francesco Maria Del Vigo - Lun, 22/05/2017 - 08:26

Le scuse (inutili) di Twitter & Co.



Ci voleva Trump perché i big della rete si accorgessero che il web è diventato un Far West nel quale ognuno può sparare le prime cavolate che gli passano per la testa.

Ci voleva Trump. Presidente bizzarro sì, ma democraticamente eletto dal popolo americano. Non bastavano i video di ragazzi bullizzati, i ricatti sessuali, le violenze private sbandierate pubblicamente, i filmati di sgozzamenti, i tutorial per sbudellare gli «infedeli» e i milioni di link che rimandano a pratiche e manuali di terrorismo. Evidentemente non erano abbastanza per vellicare le anime belle della Silicon Valley. Riavvolgiamo il nastro. Ieri sul New York Times Evan Williams, cofondatore di Twitter, si batte pubblicamente il petto: se Trump ha vinto grazie al mio social network, chiedo scusa. Per poi chiosare amaramente che internet è guasto, non funziona più, è morto (ma va!). Un luogo virtuale pieno di imbecilli reali. Parzialmente vero.

Così com'è innegabile che se entriamo in un qualunque bar del mondo possiamo trovare una simile quantità di cretini. Perché la rete è divenuta la mimesi - a tratti caricatura - del mondo reale, un'appendice della quotidianità, un arto ormai non amputabile del nostro corpo. Certo, i padri fondatori di tutte le reti del mondo, pensavano di creare un paradiso digitale che unisse tutto il mondo nel nome della comunicazione e della fratellanza universale. Un bel sogno cyberhippy fatto di bit e innaffiato con Lsd. Ma soltanto un sogno, appunto. Dal quale i signori del web sembrano essersi svegliati tardivamente. E con il piede sbagliato.

Riportiamo la questione alle nostre latitudini. Perché il problema del web non è solo un cruccio per filosofi attorcigliati alle loro riflessioni. Pochi giorni fa tre agenti sono stati aggrediti alle otto di sera alla stazione centrale di Milano. L'aggressore, come è noto, era un italiano di origini tunisine, noto alle forze dell'ordine e probabilmente all'inizio di un percorso di radicalizzazione islamica. Lo dimostrerebbe anche un video, preso da YouTube e pubblicato su Facebook dal ragazzo lo scorso 24 settembre, con in calce un commento che lascia poco spazio all'immaginazione: «Il miglior inno dell'Isis». Ora, com'è possibile che un soggetto sotto la lente delle forze dell'ordine lasci tracce così visibili di radicalizzazione senza che nessuno se ne accorga?

Ma, soprattutto, come è possibile che né Facebook né YouTube segnalino e rimuovano questi contenuti? Il profilo del ragazzo è stato chiuso il giorno del suo arresto, ma il video dell'inno al Califfato è ancora lì che galleggia nell'oceano della rete, insieme ad altre migliaia di filmati prodotti dai seguaci della bandiera nera. Invece il problema è Trump. Forse i signori della rete così occhiuti nel controllo e nella censura del politicamente scorretto, dovrebbero cercare anche di impedire alle truppe dell'Isis di imperversare sulle loro autostrade digitali. Perché tutto quello che è virtuale, prima o poi diventa reale.

"Le donne non parlino italiano sennò aprono le gambe a tutti"

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Mer, 24/05/2017 - 17:59

L'inchiesta choc sulle famiglie musulmane in Italia. Le donne islamiche non possono parlare né integrarsi: "Non ce ne frega niente"



Cosa impedisce alle donne islamiche di parlare italiano? Molte donne, infatti, rimangono sempre in gruppo tra loro e difficilmente si esprimono in pubblico.

Soprattutto se di fronte ad una telecamera. Striscia La Notizia, allora, ha provato a chiedere alle donne musulmane il perché di tanta reticenza. E le loro risposte fanno riflettere, e non poco, sul mancato desiderio di integrazione che hanno gli immigrati che arrivano in Italia. Alla faccia delle marce pro-immigrazione.

"Perché non parlate italiano", chiede l'inviata di Striscia ad una donna che preferisce rimanere a volto coperto. "Noi non restiamo qui per sempre, torneremo nel nostro paese", risponde la signora. In realtà, si tratta di una scusa per non ammettere che non c'è alcuna volontà di integrarsi. Un'altra ragazza, infatti, spiega che è da 10 anni che vive in Italia e "non ce ne frega niente di imparare l'italiano". E pio aggiunge: "Non ci interessa perché non siamo stabili qui". Quando la cronista le fa notare che dopo 10 anni in un Paese uno non può considerarsi solo in transito, la donna non fa una piega.

Poi però emergono altri elementi altrettanto inquietanti. Una ragazza infatti spiega di non aver mai imparato la nostra lingua perché "mio marito non vuole". Mentre un'altra aggiunge: "Non abbiamo nulla da imparare qui. Avete visto come vanno in giro le ragazze? Io ho due figlie, non esiste che le educhi qui. Questo Paese è sbagliato: se educo mia figlia qui finisce che apre le gambe a chiunque".
Come a dire: le occidentali sono tutte poco di buono. E la situazione non migliora quando l'inviata chiede agli uomini di spiegare come mai le donne non parlino italiano. "La donna è fatta per stare a casa", risponde un immigrato. "Mia moglie esce solo accompagnata da me, che parlo egiziano con lei", ripete un altro. E così addio a tutti i buoni propositi sull'immigrazione.

Sull’immigrazione ci stanno prendendo in giro

ilgiornale.it



Un blog sintetico per mettere in luce le assurdità della nostra politica sull’immigrazione, e le bugie che ci raccontano i nostri politici.

1) Circa un mese fa, prima ancora che scoppiasse lo scandalo delle presunte collusioni tra scafisti ed alcune ONG, ho suggerito un metodo per arginare una invasione che quest’anno ci potrebbe portare 200.000 nuovi migranti, che in buona parte non hanno diritto di asilo: lasciare che le navi delle ONG, che battono le bandiere più strane, facciano il loro lavoro, permettere loro se necessario anche di attraccare nei nostri porti , ma impedire poi lo sbarco a chi (cioè tutti) non ha i documenti in regola, visti compresi.

Non si comprometterebbe la sicurezza di nessuno, nel senso che una volta salvati dal mare quelli che ho chiamato “naufraghi volontari” non corrono più pericoli, si osserverebbe la legge che presiede agli ingressi nel nostro Paese e si inviterebbe poi i comandanti che, in buona fede o no, hanno provveduto ai salvataggi a sbarcare i migranti nel Paese dove le loro navi sono immatricolate (o, se preferiscono e glielo consentono, a tentare la fortuna in qualche altro porto mediterraneo.

Q ualcuno ha obbiettato che, una vota coinvolta la nostra Guardia costiera, noi ci assumiamo automaticamente la responsabilità di prenderci cura dei migranti, ma questo sarebbe vero solo se i salvataggi avvenissero nella zona a noi assegnata dalle convenzioni internazionali. Dal momento che non è così, e che comunque i nostri porti non sono i più vicini ai luoghi dei naufragi (sarebbero Sfax o La Valletta), il nostro intervento è puramente umanitario e non ci può obbligare a prenderci cura di tutti quelli che, sapendo in anticipo di essere salvati, si avventurano in mare con natanti non adeguati.

2) Il governo, sbandierando la creazione di nuovi centri di identificazione, cerca di farci credere che rimedierà all’invasione con l’accelerazione dei rimpatri. E’ una presa in giro. Con 7.000 persone che sbarcano in un solo weekend, non ci sono né i mezzi, né i soldi (oltre alla difficoltà di sapere in quale Paese rispedire la gente e di ottenerne l’assenso) per effettuare rimpatri allo stesso ritmo. Diciamo che andrebbe già bene se riuscissimo a rispedire a casa il 2-3% dei non aventi diritto all’asilo politico o alla protezione umanitaria.

3) Un’altra presa in giro è sostenere che si potrebbe impedire questa invasione investendo più soldi nei Paesi di maggiore emigrazione, il famoso Migrant compact inventato da Renzi. Come è possibile, in tempi relativamente brevi, creare in Paesi che hanno complessivamente centinaia di milioni di abitanti, che per giunta aumentano al ritmo del 2-3% l’anno, condizioni sociali e abbastanza posti di lavoro perché i giovani siano indotti a restarsene a casa. Ci vorrebbero decine, anzi centinaia di miliardi che nessun ha, oltre a una volontà politica che non mi pare ci sia in Europa. Qualunque cosa facessimo in questo senso farebbe certo contento papa Francesco e quelli che la pensano come lui, ma non fermerebbe certamente la marea migratoria.

Quindi, smettiamola di prenderci in giro. Se non vogliamo che, tra qualche decennio ci siano in Italia più africani che italiani, bisogna intervenire in maniera ben più energica, invece di farci dire da Juncker che stismo salvando l’onore dell’Europa. Il collega Gomez, l’altra sera in TV, ha detto che dobbiamo prepararci a gestire una immigrazione sempre più massiccia per i prossimi 25 anni.

Naturalmente non ha spiegato come (cioè con quali soldi, con quali mezzi e con quale capacità della popolazione di subire il fenomeno),perchè un come razionale non esiste. Altri Paesi sono riusciti a chiudere le porte, dobbiamo provare a farlo anche noi.

Attentatori arabi e figli di immigrati diventano improvvisamente “inglesi” o “francesi”: Storia di una narrazione ridicola

ilgiornale.it



Quando siamo esposti ad attentati jihadisti, purtroppo frequenti negli ultimi tempi, viviamo sempre più spesso il triste spettacolo messo in scena da molta stampa, intenta a precisare quasi fin da subito la nazionalità “europea” degli attentatori.

Capita così che i radicalizzati delle banlieue figli di immigrati tunisini diventino di colpo “francesi”, manco stessimo parlando di agricoltori bretoni; capita che l’attentatore di Manchester, figlio di immigrati libici, diventi immediatamente un “inglese”, una nazionalità annunciata con così tanto zelo e sicurezza che a prima vista e a primo udito qualcuno potrebbe davvero convincersi di avere a che fare con una sorta di Mr. Bean squilibrato, voglioso di farsi saltare per aria in qualche concerto.

La realtà è che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, e questa serie di uscite di molti mass media, a voler a tutti i costi certificare la provenienza nostrana di molti attentatori sembra essere una strategia per inculcare la sensazione che non sono sempre gli immigrati a compiere attentati di questo tipo, ma che anche i residenti, gli inglesi, i francesi possono compiere questo tipo di gesto, con quella miserabile sofisticazione alla “vedi? Erano francesi! Erano come noi!”. Una specie di propaganda rassicurante per evitare di citare sempre il marocchino, il libico, il mediorientale.

Propaganda capace di smentirsi da sola, tuttavia. Se per questi cronisti, infatti, la provenienza culturale, geografica ed etnica è una sorta di camicia sostituibile alla bisogna, così come la cittadinanza e la nazionalità, sono gli stessi immigrati, anche radicalizzati, a mostrarci che le identità invece esistono eccome.

Esistono ed emergono in contrasto ad una immigrazione senza criterio, capace di stipare individui in periferie affollate senza la benché minima possibilità di emancipazione, in contrasto a quel mondo dipinto dai professionisti dell’accoglienza come spazioso, tollerante e pieno di opportunità, i cui lustrini spesso lasciano spazio alla desolazione e alla disillusione una volta che lo si vive in prima persona, notando quanto poco spazio spesso ci sia per l’emersione sociale ed una degna sopravvivenza.

L’identità, in situazioni di emergenza, diventa per molti immigrati l’unico motivo di orgoglio e di contrasto in un mondo lontano dalle fanfare a cui erano stati abituati. Non basta chiamare inglese un libico per farlo sentire un cittadino britannico, non bastano le ridicole manifestazioni a suon di gessetti, ponti e arcobaleni per risolvere le migliaia e migliaia di contraddizioni create da vent’anni a questa parte da una immigrazione sregolata, in cui una multiculturalità imposta in casa d’altri ha preso il posto di una più responsabile gestione multipolare del mondo, favorendo l’emancipazione dei popoli nelle loro terre e nelle loro case.

Anzi, proprio il fenomeno dello jihadismo fa spesso perno su un sentimento di odio nei confronti degli occidentali, visti come colpevoli e primi responsabili della crisi del mondo arabo e dell’attacco all’Islam. Spesso l’odio è addirittura culturale, con una repulsione verso quegli stessi miti portati in trionfo dai fautori del multiculturalismo, delle società aperte, laiche, democratiche. Un cortocircuito davvero terribile, ma veritiero, come se mezza stampa fosse impegnata ad appiccicare etichette di europeità ad un mondo che ne fa volentieri a meno, e che proprio nel contrasto con l’Occidente e nell’identità islamica trova ormai l’unica ragione di vita.

Questo gioco sulle nazionalità falsate e sulle identità negate, infatti, viene continuamente sbeffeggiato proprio da quegli stessi immigrati che di questo gioco al ribasso sull’identità non ne possono più e ne fanno volentieri a meno. Forse devono accorgersene solamente i grandi mass media, tanto bravi a chiedere spazio, ascolto e dignità quanto abili a distorcere percezioni, a promuovere narrazioni di parte.

Con buona pace di debunkers e sbufalatori professionisti, spesso rigorosamente silenti quando la grande stampa ci dipingeva le opportunità delle primavere arabe di pace e dei partigiani di democrazia del Medioriente, sarebbe interessante alzare una volta per tutte il velo da questo tipo di narrazioni inutili e ridicole, da questo infantile gioco sulle identità. Con buona pace di tutti, cominciando una volta per tutte a rintracciare cause ed effetti del dramma della radicalizzazione.