lunedì 22 maggio 2017

Apple ha un nuovo brevetto: espelle l’acqua dall’iPhone con il suono

lastampa.it
luca scarcella

Partendo da un’idea applicata già su Apple Watch, l’azienda di Cupertino ha inventato un sistema per eliminare i liquidi dagli smartphone e mantenerli sempre asciutti



Il 4 maggio è stato pubblicato sul portale governativo statunitense per i brevetti un progetto intestato a Apple Inc. , realizzato da Douglas J. Weber e Naoto Matsuyuki. Si tratta di un sistema ingegneristico in grado di espellere l’acqua e l’umidità presente nei prossimi iPhone attraverso le onde sonore. Probabilmente il dispositivo sarà integrato già nel nuovo iPhone 8, che secondo gli ultimi rumor dovrebbe essere sugli scaffali a ottobre.

Già l’iPhone 7 e il 7 Plus sono resistenti agli schizzi d’acqua, ma non hanno un sistema per rimuovere quella interna attraverso i fori dell’altoparlante, del microfono o della porta Lightning, così come spiegato in dettaglio nel documento relativo alla nuova licenza Apple per l’espulsione dell’acqua.
Nell’Apple Watch 2 è presente un sistema simile, chiamato eject water procedure, grazie al quale è possibile rimuovere il liquido all’interno del wearable attraverso il piccolo altoparlante laterale, utilizzando il suono.

Apple pare essere pronta al rilancio dell’intera gamma iPhone, prevedendo un nuovo dispositivo di punta con scocca in acciaio e due modelli minori meno costosi. Ma, stando all’ultimo brevetto, non solo nuove caratteristiche estetiche. La licenza, depositata in gennaio e pubblicata a inizio maggio, descrive un sistema composto da due parti: una idrofoba per resistere all’acqua in entrata, e una porzione idrofila, per favorire la rimozione del liquido dalle componenti audio dell’iPhone (altoparlanti, microfono, ecc.).

Il processo di rimozione dell’acqua avverrà attraverso ultrasuoni e una impercettibile vibrazione: nel contempo verrà prodotto un segnale acustico dall’altoparlante per segnalare che la modalità di rimozione liquidi è in corso.

@LuS_inc

Nell’Astigiano 200 profughi e il paese prepara la rivolta

lastampa.it
lodovico poletto

A Castello di Annone si insinua la paura tra i 2000 abitanti. “Convivenza impossibile”. Ma i rifugiati: chiediamo solo lavoro

Il signor Sergio Grana, con i suoi 74 anni d’età, può permettersi d'infischiarsene delle polemiche e delle discussioni di paese: «Perché anch’io ho fatto l’emigrante: tre anni in Australia a Sydney a fare il falegname. Poi sono tornato qui perché non potevo starmene lontano dalla mia famiglia». E se cerca analogie con quei 120 ragazzi africani piovuti qualche giorno fa in questo paese, che non ha neanche 2 mila anime, ne potrebbe trovare a decine. Ma non lo fa e preferisce ascoltare le voci - e sono la maggioranza - di chi protesta e ha paura dei ragazzi dell’hub aperto a meno di due chilometri dal centro e che accoglierà - a pieno regime - duecento e rotti migranti in attesa di esser destinati altrove. 

«Li han messi laggiù alla Polveriera» dicono. «E l’altra sera ce ne saranno stati cinquanta o sessanta sul marciapiedi e sulla strada che venivano in paese. Sono tutti giovani, hanno vestiti firmati e telefonini così grossi che neanche ti stanno in tasca» racconta il Mino che, alle quattro del pomeriggio, al circolo «Amici», discute con la Nadia - la barista - di quella che ormai in paese «è un’emergenza». E del fatto che «la Polveriera» come chiamavano la base logistica dell’Aeronautica - abbandonata da dieci anni nell’ottica della razionalizzazione dei costi - rischia di diventare polveriera di tensioni. E tutto per colpa di una convivenza che, dicono, sarà tutt’altro che facile».

Per i sospetti e per le diffidenze. Prendiamo la storia dei furti all’emporio che è a due passi dalla piazza dove troneggiano municipio e la banca di Asti: «In pochi giorni i ladri sono andati già due volte. Tutta questa gente nuova non porterà niente di buono». Intanto va subito detto che gli autori non sono i profughi. «Sono stati degli zingari o dei rom. In un caso li ho visti scappare» tronca ogni polemica Elio Ottaviano, il proprietario. Insomma: i migranti non c’entrano, né i 120 appena arrivati né i 57 che da mesi sono ospiti di una cooperativa. «Quelli sono bravi ragazzi. Ma non fanno nulla se non giocare a calcio o a cricket. Il problema vero è che lo Stato che non offre alternative a queste persone ed è una follia» insiste Ottaviano. 

Le sue sono più o meno le stesse cose che, in un inglese molto africano, sentenzia Ektor, 29 anni, origini liberiane: «Dove posso trovare un lavoro?» Che vorresti fare Ektor? «Qualunque cosa». Ma tra queste colline illuminate da un sole estivo, non è che i posti di lavoro abbondino. C’è la terra, certo, ci sono le vigne, ci sono i trattori con gli aratri a dieci lame che sfilano sulla statale per Asti. C’è sempre gente che fatica nei campi, ma un lavoro vero non si trova.

«Tutto vero, ma se si somma ogni cosa c’è da aver paura: prima o poi qualche guaio salta fuori» sentenzia la Nadia da dietro il bancone del circolo. Insiste: «Le mie amiche mamme hanno paura a mandare in giro le loro figlie la sera. Castello è un posto dove fino a ieri si dormiva con le chiavi infilate nella porta dall’esterno». Su Facebook intanto la polemica divampa: «Mio marito ed io siamo pronti a vendere casa e magazzino e andare via» scrive Laura. «Io sono disposta a dargli un po’ della mia terra perché coltivino un’orto, almeno fanno qualcosa» continua. 

Su, nelle frazioni più isolate non c’è gran voglia di parlare. Al bar Castello la barista non commenta l’altro avvenimento del giorno: un marocchino ubriaco che dava fastidio ai clienti. Il sindaco Walter Valfrè nei giorni scorsi aveva smorzato sul nascere le polemiche: «Castello d’Annone è un paese che accoglie: le polemiche riguardano poche persone». Non è bastato.Perché la diffidenza è più che una sensazione:

«Sono vestiti come dei principi, chi li paga?». «Meglio i senegalesi dei maghrebini o degli iraniani: ne ho visto uno con un ghigno terribile». «C’è da stare attenti». Hiufen la signora che gestisce il caffè di fronte al bar Castello è cinese e vive qui da otto anni: «Paura io? Ma dai, sono bravi ragazzi. È difficile per loro». Sergio Grana annuisce: «Ma io riparto: voglio tornare ancora in Australia. Sono stato anch’io un emigrante. Ah cari miei, è difficile lasciare casa». 

Caro Scalfari, non puoi dare lezioni a nessuno

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Dom, 21/05/2017 - 15:17



Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano la Repubblica, ieri sul suo giornale ha scritto un lungo (e noioso come sempre) articolo zeppo di insulti contro Vittorio Feltri e chi, come noi, sostiene che lui e tanti altri intellettuali e giornalisti furono, nel 1971, i mandanti morali e politici dell'omicidio del commissario Calabresi di cui in questi giorni cade l'anniversario. Firmarono un appello, questi fenomeni, che sapeva di condanna a morte, che infatti poco dopo fu eseguita dai compagni di Lotta continua.

Oggi, a distanza di quarantacinque anni, Scalfari scrive che noi siamo «ciarpame» e svela di avere recentemente chiesto personalmente scusa alla vedova Calabresi per quella sciagurata firma sull'appello del 1971. Questo mascalzone pensa insomma che l'omicidio Calabresi sia stato, e sia ancora oggi, un fatto privato tra lui e i familiari della vittima, come fanno i banditi comuni pentiti - spesso per convenienza processuale - dei loro «raptus».

No Scalfari, quell'appello non fu un «raptus» ma la libera scelta di stare dalla parte sbagliata - come poi si è dimostrato - della storia e per di più in modo criminale. Che oggi diventa furbo, perché non vuole ammetterlo né pagare pegno. Per Scalfari il «ciarpame» siamo noi, che Calabresi lo avremmo difeso fisicamente se ne avessimo solo avuto la possibilità, non lui e i suoi amici killer.

È incredibile come in questo Paese ci sia gente in galera per «concorso esterno in associazione mafiosa» e quelli che fecero «concorso esterno in associazione terroristica» l'abbiano sfangata e ancora oggi si permettano di pontificare e giudicare. Essere di sinistra è stato per troppo tempo un salvacondotto che ha fatto più danni che se lo avessimo concesso a Vallanzasca.

Ma adesso basta, Scalfari. Gente così dovrebbe togliersi di mezzo, ha perso su tutti i fronti. Questo giornale, per il coraggio e la visione, è stato fin dall'inizio dalla parte che la storia ha dimostrato essere quella corretta, non la Repubblica e l'utopia socialista che tanti danni ha fatto e continua a fare. Purtroppo sotto la regia di un direttore che porta lo stesso cognome del commissario Calabresi.

Il Pd chiede più immigrati ma colleziona fischi e insulti

ilgiornale.it
Alberto Giannoni - Dom, 21/05/2017 - 11:49

In 50mila al corteo per l'accoglienza. I dem vanno a caccia di consensi, dalla folla arriva la contestazione

Il partito pro scafisti



Il Pd era in piazza per manifestare un'idea astratta di accoglienza. L'altra metà del corteo, per contestare il Pd.

È stato dunque un pasticciato festival di buone intenzioni e autentici rancori la marcia che ieri ha attraversato Milano con circa 50mila persone (stime realistiche nonostante le cifre sparate dagli organizzatori). A guidarla il sindaco di Milano Beppe Sala, l'ex ministro degli Esteri Emma Bonino, il presidente del Senato Pietro Grasso e 80 sindaci. Mille le sigle aderenti. Partiti, sindacati, organizzazioni, tutto l'universo mondo di Acli, Arci, Anpi.

Una miriade di associazioni e comitati locali, il notevole indotto delle coop sociali, del volontariato e del no profit, i soliti noti della sinistra pacifista, terzomondista, «antirazzista» e arcobaleno. Tanti slogan, molta confusione. C'erano le donne velate dell'islam oscurantista e le ultralibertarie «Sentinelle di Milano», i radicali e le insegne dei gruppi cristiano-evangelici. Pochi metri di distanza, idealmente, separavano i curdi e qualche estimatore del rais turco Recep Tayyp Erdogan. A ingrossare le fila del corteo, infatti, c'erano tante sigle dei centri islamici di Milano e del Nord Italia, oltre alle associazioni delle comunità straniere, con costumi folkloristici e musiche tipiche.

A rovinare la giornata ci ha pensato l'area antagonista. Non solo i centri sociali che hanno apertamente contestato il sindaco Sala e i suoi assessori. Un intero spezzone si è unito al corteo col preciso intento di mettere in atto una contestazione premeditata e organizzata contro il Pd e il suo governo. Striscioni contro i democratici, definiti la «peggiore destra», palloncini con su scritto «più diritti meno Minniti», urla «vergogna» e «Minniti razzista». Nel mirino degli arrabbiati, soprattutto i decreti firmati dai ministri dell'Interno, Marco Minniti, e della Giustizia, Andrea Orlando, che provano a introdurre risposte all'emergenza sicurezza che si patisce soprattutto in periferia.

Migranti e sicurezza. Tutto gira intorno a questi due poli, soprattutto a Milano, dove 20 giorni fa la questura ha ordinato una retata in stazione Centrale, la stessa dove l'altra sera un ventenne italo-tunisino ha accoltellato due militari e un agente di polizia, tanto che il centrodestra ha chiesto al sindaco di cancellare la manifestazione. «Sono convinto che se avessero chiesto ai militari feriti se era giusto fare la manifestazione di oggi avrebbero detto di sì» ha risposto Sala parlando dal palco. Ma anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ieri ha bocciato l'evento: «Credo che questa iniziativa abbia un po' delegittimato le forze dell'ordine, che hanno fatto quell'operazione» ha detto.
Immigrazione e sicurezza.

Esattamente dieci anni fa, a un anno dalla sua elezione, il sindaco Letizia Moratti portò in piazza 50mila fiaccole per la sicurezza. Beppe Sala, a 11 mesi dal suo ingresso a Palazzo Marino, ha guidato una marcia per l'accoglienza. Senza muri la parola d'ordine. Ma in piazza è stato tutto un alzare muri. Qualcuno, nella minoranza Pd, si era inventato questo evento ideologico-buonista per far vedere che è ancora di sinistra. Altri, Pier Luigi Bersani, Massimo D'Alema, gli altri scissionisti, la Sinistra italiana e via frazionando, hanno partecipato per dimostrare che sono ancora più buoni e più a sinistra. Tanti hanno chiesto un'apertura ulteriore all'immigrazione e nuove regole sulla cittadinanza.

Centri sociali, autonomi e massimalisti infine, sono scesi in piazza per contestare e protestare. Fosse per loro, a giudicare da parole, slogan e ritornelli, sarebbe urgente una nuova sanatoria. Ad andare in confusione dunque è stato proprio il Pd coi suoi amministratori locali, impegnati fino a ieri a spiegare a tutti che «accoglienza e sicurezza si danno la mano» come ha detto ieri con buona dose di retorica il vicesegretario Maurizio Martina. «Grazie Milano, sicura e accogliente» ha scritto anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. I contestatori dei centri sociali intanto gongolavano per aver «trasformato la manifestazione in un grande corteo contro la legge Minniti-Orlando».

Il “colossale depistaggio” e l’ombra della trattativa: i misteri sulla morte di Borsellino

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riccardo arena

Quattro processi non sono bastati a fare emergere la verità. Tra falsi pentiti, investigatori spericolati ed errori giudiziari



Il 19 luglio 1992 una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chili di tritolo esplode in via D’Amelio 21, nel cuore di Palermo, sotto il palazzo dove viveva la madre di Paolo Borsellino, presso la quale il giudice quella domenica si era recato in visita. Perdono la vita il magistrato e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo, agente sopravvissuto all’attentato descrisse così l’esplosione: «Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto».

Chi depistò cosa – e soprattutto come – è il dilemma, uno dei tanti nodi ancora irrisolti, delle stragi siciliane di quel terribile 1992: la verità, soprattutto su via D’Amelio, il secondo attacco di Cosa nostra ai magistrati «nemici» e alle istituzioni, 57 giorni dopo Capaci, è ancora molto parziale e la sentenza del «Borsellino quater», pronunciata a Caltanissetta il 20 aprile, non chiude affatto il caso: questo nonostante i due ergastoli per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, i dieci anni a testa per Francesco Andriotta e Calogero Pulci (estraneo al contesto stragista) e la dichiarazione di prescrizione per Vincenzo Scarantino, i tre falsi pentiti che avevano depistato le indagini.

Venticinque anni dopo, in quattro processi le condanne a vita sono diventate 32 e per la fine di Paolo Borsellino e dei suoi cinque agenti di scorta lo Stato è arrivato a processare se stesso, riconoscendo l’errore e l’ingiustizia di sette ergastoli, fondati sulle dichiarazioni di collaboratori che avevano inventato le accuse; benché si tratti comunque di mafiosi, sono stati liberati – dopo 15 anni in cella – ed è stato avviato il giudizio di revisione. Quel che non si riesce ancora a capire, però, è se ci sia stata una vera manovra depistante o se non si sia trattato di un clamoroso errore giudiziario.

Vecchia storia: è difficile chiarire, ad esempio, come sia stato possibile, nei primi tre processi per via D’Amelio, che tutti i magistrati, almeno settanta fra requirenti e giudicanti, togati e popolari, non si siano accorti dei falsi pentiti e di indagini che deviavano sulla modesta cosca della Guadagna, mandamento di Santa Maria di Gesù, anziché puntare sul molto più potente mandamento di Brancaccio, capeggiato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E questo benché Scarantino fosse stato protagonista di ripetute ritrattazioni, una delle quali in diretta tv, tutte non credute né dalla Procura né dai giudici nisseni e neppure dalla Cassazione.

Si gridò anzi al complotto di Cosa nostra per tappargli la bocca e si andò avanti, mentre il picciotto della Guadagna veniva sbugiardato da veri pentiti – Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante – che, messi a confronto con lui, gli chiedevano chi fosse e che volesse. Tra i magistrati dell’accusa c’erano anche il procuratore Giovanni Tinebra, scomparso nei giorni scorsi, l’attuale avvocato generale di Palermo Annamaria Palma e l’allora giovanissimo Nino Di Matteo, oggi pm della trattativa: non certo gli ultimi arrivati. Per far cadere il castello delle accuse, però, dal 2008 in poi, ci vollero i pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Spatuzza aveva pure indicato i presunti «mandanti esterni» a Cosa nostra, ma le sue accuse a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri non avevano avuto riscontri né esiti processuali.

Il «colossale depistaggio», di cui aveva parlato il procuratore nisseno Sergio Lari, è al centro anche del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, in cui spicca la figura di Arnaldo La Barbera, l’ex superpoliziotto che fu collaboratore dei Servizi segreti (nome in codice «Rutilius») e che, da capo del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, avrebbe seguito – o ispirato, secondo i suoi detrattori – le verità farlocche di Scarantino. Implicato nei fatti del G8 di Genova del 2001, La Barbera morì un anno dopo. Il depistaggio, secondo i pm di Palermo, sarebbe un tassello di un ordito fatto di attacchi allo Stato agevolati da pezzi delle istituzioni e di protezioni di alto livello, che impedirebbero di arrivare alla verità: ma finora responsabilità precise non ne sono venute fuori.

La verità non è venuta a galla per intero, hanno detto gli avvocati Rosalba Di Gregorio e Giuseppe Scozzola, comunque soddisfatti per le condanne dei falsi pentiti – meno per la prescrizione su Scarantino – contro i quali sono parte civile gli ex ergastolani. Quanto però al depistaggio di Stato, il gip di Caltanissetta Alessandra Giunta lo aveva ritenuto privo di fondamento, affermando che è provato solo l’errore giudiziario.

Rimangono in piedi le indagini sulla squadra di investigatori che avrebbe fatto il lavoro sporco, usando il bastone e la carota, le botte e l’indottrinamento per «istruire» Scarantino sulle accuse da muovere: ma a loro volta, da chi furono «istruiti», ispettori, sovrintendenti, assistenti, che, tirando le somme, rischiano di pagare il conto per tutti? E questo anche se la tesi del depistaggio, per «alleggerire la loro posizione», scrive il gip, era stata assecondata dagli stessi Scarantino, Andriotta e Candura. Testimoni, insomma, a cui è arduo credere.

Due vicine litigano per il gatto, il caso arriva al tribunale del Riesame di Genova

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fulvio cerutti



Fiocco o Tequila? A decidere saranno i giudici. È finito davanti al tribunale del riesame la storia di un gatto conteso da due vicine che dopo un periodo di serena coabitazione e condivisione sono finite davanti al giudice per rivendicare il felino. Posto sotto sequestro dal Pm e rilasciato dal Riesame, la storia del micio conteso, che ha fatto litigare le due vicine, potrebbe non essere finita qui. 

Il gatto di 4 anni, dopo essere stato per due anni fedele animale domestico della sua proprietaria, ha deciso di trasferirsi poco lontano in casa di un’altra padroncina dove ha preso anche l’abitudine di passare la notte. Tutto è filato liscio anche con uno sdoppiamento di nomi: Fiocco per la prima proprietaria, Tequila per la seconda. Ma la lite divampa a Struppa, periferia genovese della Valbisagno, quando la nuova amica umana si trasferisce, armi e bagagli e micio. La prima padrona non ci sta e denuncia l’ex vicina ai Carabinieri per il furto del gatto. 

L’indagine finisce in procura e il fascicolo viene affidato al pm che di nome fa, ironia della sorte, Emilio Gatti. Il pm dopo avere valutato la denuncia della prima proprietaria dispone il sequestro del micio, che viene preso dai carabinieri di Molassana e riportato in casa della vecchia proprietaria. Ma la seconda donna non si è data per vinta e si è affidata al suo legale, l’avvocato Fabio La Mattina, che ha presentato ricorso per il sequestro del gatto davanti al tribunale del riesame.

I giudici valutano che non ci sono prove che il gatto, privo di microchip, sia stato rubato e non trovano riscontri sulla sua proprietà da parte della prima donna che ha solo un generico libretto sanitario. Ribaltano tutto e lo riaffidano alla presunta ladra. Ma la vicenda potrebbe non finire qui. Se la guerra del micio dovesse continuare potrebbe finire davanti al giudice civile a cui le due parti potrebbero rivolgersi per riavere il micio conteso visto che neppure al pm Gatti è riuscito di trovare una mediazione fra le due proprietarie.

Forza morale e metodo, così Falcone piegò i boss

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francesco la licata

Maniacale nei dettagli, ci ha lasciato un patrimonio normativo insegnato ancora oggi nella scuole per giovani magistrati



l 23 maggio del 1992 una spaventosa esplosione sventra l’autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, mentre passa il corteo di auto con a bordo Giovanni Falcone. È un attentato mafioso. Una Fiat Croma viene investita dallo scoppio e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza. Muoiono sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Una seconda vettura, guidata da Falcone, si schianta contro il muro di cemento e detriti innalzatisi per via dello scoppio. Giovanni Falcone e sua moglie, Francesca Morvillo, anch’essa eccellente magistrato, perdono la vita. Un quarto di secolo. Sono passati venticinque anni dal quel terribile 1992, 23 maggio e 19 luglio: il nostro «11 settembre».

Come definire altrimenti la follia che ha privato la comunità nazionale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con due micidiali attentati nei quali persero la vita la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, anch’essa eccellente magistrato, e otto valorosi agenti delle rispettive scorte? Il tempo, è vero, passa inesorabile, ma non sempre riesce a rimarginare le ferite più dolorose. La morte dei due magistrati siciliani è una di quelle che continuano a sanguinare e che difficilmente potrà guarire. Troppo grande il «danno» inferto al Paese, enorme e presente l’eredità trasmessa da questi due Grandi Italiani. Eredità di valori morali, ma anche lascito di insostituibili strumenti di lotta ad ogni tipo di malaffare e di consorterie mafiose.

Sono morti a distanza di 57 giorni uno dall’altro, dopo una vita trascorsa insieme a dare battaglia ai «cattivi», ma anche all’imperizia, all’indifferenza, alle collusioni di quanti sui «cattivi» fondavano fortune economiche e politiche. Falcone sapeva da tempo che Cosa nostra non avrebbe avuto pace se non fosse riuscita ad eliminarlo. Glielo aveva predetto Tommaso Buscetta nel 1984: «Prima tenteranno di delegittimarla, poi passeranno alla soluzione finale». Non si fermò e quando gli chiesero perché non cedesse ad una ragionevole paura rispose, come un vecchio militare:

«Non posso, per spirito di servizio». Borsellino dovette subire il dolore di veder morire i suoi amici, Giovanni e Francesca, ma non si concesse lo stesso la possibilità di aver paura. Andò a morire sapendo perfettamente dove stava andando. Anche a lui chiesero perché non fuggisse via. La risposta fu una lezione di etica: «Non posso. Lo devo a Giovanni e a tutti quelli che hanno creduto in noi». Riconsiderati alla luce del vuoto odierno, i comportamenti dei due sembrano quelli di due marziani capitati nel posto sbagliato.

Ma non è, la loro forza morale, il solo tesoro pervenutoci. Ci hanno lasciato un monumento di inestimabile valore, costruito con il resto del famoso pool antimafia di Palermo, il manipolo di magistrati (sorretto da grandi investigatori, alcuni falciati per impedire che l’opera vedesse la luce) che, in solitudine e nell’indifferenza generale, diedero vita al primo maxi-processo contro Cosa nostra. Una rivoluzione nella controversa storia della lotta alla mafia. Un’arma letale che, alla fine, ha disarticolato quella che fu la più grande organizzazione criminale al mondo. 

Fu un lavoro di gruppo, ma che si fondava sulla capacità strategica di Giovanni Falcone. Era lui che guardava lontano, lui capace di trovare rimedi a problemi che sembravano insormontabili. Lui che sapeva dove cercare ciò che mancava: fosse una fotocopiatrice oppure una norma inedita che aprisse nuovi orizzonti alle indagini. 

Ma l’eredità più preziosa, oggi patrimonio collettivo della magistratura e delle forze investigative, è senza dubbio il «metodo Falcone». La capacità, cioè, di impostare un processo - anche di dimensioni mastodontiche come il «Maxi» - preservandolo dagli agguati provocati da leggerezza, sciatteria e scarsa attendibilità. Falcone era maniacale nella revisione di ogni singola carta, di ogni atto, e bravissimo nel disinnescare le trappole. Sapeva perfettamente che un processo può esser distrutto anche da un solo errore: un uno per cento può fare premio sul restante novantanove perfetto.

Quante volte commentò la terribile iattura delle 150 omonimie riscontrate nel processo Tortora, capaci di togliere, giustamente, credibilità all’intero impianto accusatorio. Ma il maxi-processo di Palermo resistette ad ogni vaglio: una schiera infinita di grandi avvocati, per 5 lunghi anni, cercò senza successo il pur minimo appiglio di nullità. E questo «metodo» viene insegnato oggi nella scuole di formazione per giovani magistrati.

Da 25 anni le indagini sulla mafia e sulle collusioni si servono di strumenti cercati, voluti e realizzati da Falcone. Fu il 1991 la stagione del grande cambiamento, dell’intervento costruttivo dello Stato sul sistema investigativo. Nacque una polizia «specializzata» sulla mafia (la Dia) e centro di raccolta di ogni informazione proveniente dagli uffici territoriali. Una mente unica che coordinava e rimpinguava le singole conoscenze sui gruppi mafiosi. Un sistema che doveva essere esteso anche alla magistratura, per troppo tempo - pensava Falcone - penalizzata dalla parcellizzazione delle notizie di reato.

Se il nemico è «un blocco unico», la guerra non può essere portata avanti da un nugolo di singoli che non si scambiano informazioni e mancano di una visione collettiva. Ecco la nascita della Procura nazionale antimafia, fortemente voluta da Falcone ma avversata anche dagli stessi suoi colleghi. La legge fu approvata, in una forma «edulcorata» rispetto a come la pensava Falcone, dopo un dibattito che si inasprì ulteriormente quando si doveva decidere a chi affidarla. Sembrava scontato che dovesse essere Falcone il candidato adatto, ma non fu così. Il magistrato fu ucciso prima che il Csm potesse decidere.

E fu, il ’91, l’anno della legge sui pentiti. Che battaglia, quella. Tommaso Buscetta, il primo grande collaboratore, aveva parlato nel 1984, seguito a ruota da tanti altri. La gestione di questo piccolo esercito di «disertori» fu difficile per l’assenza di norme che ne regolassero il rapporto con lo Stato. Per sette lunghi anni la protezione di quei testimoni fu affidata alla «buona volontà» di singoli uffici giudiziari e investigativi. Per Buscetta Falcone dovette «inventarsi» un accordo con le autorità statunitensi, a cui fu dato «in prestito» il pentito, utile agli americani per l’inchiesta sul traffico della droga (la famosa Pizza Connection), in cambio di un’adeguata protezione. 

Anche il pentitismo è oggi entrato stabilmente nel complesso di leggi che regola la lotta alla mafia. Un sistema che viene studiato, e spesso copiato, da Paesi più avanzati del nostro. Eccola l’eredità del giudice: un patrimonio normativo che consente di distinguere un prima e un dopo Falcone. E viene da chiedersi quanta altra strada avrebbe fatto la lotta al crimine, alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose se non avessimo avuto il nostro disgraziato «11 settembre».